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    I mille e uno secreti

     

    Traduzione e commento a cura di

    Ugo Gabriele Becciani

    Fonte : www.ugobecciani.it

     

     

    Quando, nell’ormai remoto aprile 2000, mi accingevo a stampare il mio primo saggio su un antico manoscritto di secreti, affidai l’ingrato compito di revisione scientifica all’amico Giancarlo Niccolai, storico della medicina, che già conoscevo per i comuni ideali laici e di libertà, e come uomo sempre con il sorriso sulle labbra, pronto ad irridere tutti gli -ismi che costellano la nostra società.

    Questo grande aiuto offertomi sempre con spontaneità ed amicizia, non s’interruppe mai, al punto che nei giorni precedenti la sua improvvisa scomparsa cercai Giancarlo, per ottenere da lui alcuni preziosi consigli.

    Voglio dedicare a lui questi miei ultimi lavori, con l’auspicio che il patrimonio culturale che Giancarlo ci ha lasciato, con i suoi scritti e con la sua biblioteca, veramente unica, e sempre aperta agli amici per la ricerca, possa essere d’aiuto ancora a tutti quelli che si dedicano al difficile ma appagante studio sui costumi e le tradizioni del nostro popolo.

     

     
    Con questo libro Ugo Becciani dichiara, nel pezzo iniziale, che intende chiudere il”ciclo di ricerche sui secreti”. Nella sua produzione letteraria troviamo diversi altri testi dedicati a queste antiche (o semplicemente vecchie) ricette sulle materie igienico-sanitarie, sull’econo­mia domestica, sulle discipline artistiche, artigianali o gastronomiche: “secreti” anche per ammannire un piatto fuor dal comune, per guarire un malato riottoso alle cure normali, per un’accurata cosmesi, per condurre a buon fine una manifattura.

    Si capisce bene che in queste arti si sono esercitati tipi diversi, nel corso dei secoli: medici e speziali, ma anche streghe e ciarlatani, flebotomi e cavadenti da piazza. Becciani ha tradotto dal francese, e ci presenta, il saggio di un “esperto” del 1836, il cui trattato fu composto in quattro parti, come si può vedere scorrendo le seguenti pagine.

    L’opera non è solo per gli specialisti, i cultori di storia della medicine e della farmacia: essa si colloca nel filone della cosiddetta storia del quotidiano. Perché a leggerla si capisce bene come dovesse esser complicato, neanche due secoli fa, cavarsela quando si era malati; cercando magari di eliminare una cancrena con l’aspersione di zucchero fino, la gotta al piede con semplice immersione in liquido caldo, le emorroidi con le sanguisughe, l’emicrania con l’acqua fresca a digiuno, le “malattie dei nervi” (ma l’autore voleva dire i dolori) con impiastri da applicare su tutto il corpo “fino al collo”, i sintomi di annegamento con un letto ben scaldato (ma solo “se non compaiono segni di putrefazione”), la rabbia canina cauterizzando la parte morsicata.

    Ovviamente si potrebbe continuare; ma credo sia opportuno lasciare al lettore il gusto di scoprire altri “secreti”. Fra i quali, del resto, non pochi potrebbero ancor oggi essere di qualche utilità. Non mi sembra infatti si vada ancora molto oltre al latte caldo per il raffreddore, ad appositi pediluvi per ammorbidire i calli, all’esercizio fisico ed alla dieta contro l’obesità.

    E se poi qualcuno vuole entrare nello spionaggio internazionale usando un metodo dimenticato, inusuale per i moderni OO7, vada a leggersi la ricetta per fare una bella boccia di inchiostro simpatico. La cosa potrebbe esser utile non solo per trafugare segreti politici, formule missilistiche o di nuovi e mirabolanti farmaci, ma anche nei campi industriale, artistico, letterario, della cosmesi o di nuove invenzioni ancora non coperte da brevetto.  

     

    Pistoia, 8.4.2008

    Dr. Alberto Cipriani

     

     

     
    I secreti, vale a dire le ricette igienico-sanitarie, ma anche di culinaria, d’economia domestica o relative al metodo da seguire in procedimenti scientifici, artigianali, artistici, hanno sempre affascinato la gente del popolo, il ceto agiato, il clero e gli stessi uomini di scienza. Chi di noi non possiede in casa un cofanetto con note per allestire piatti particolari o un’agenda dove sono state copiate ‘assolute novità e certezze’ che un amico ci ha passato in gran segretezza!

    Ciò ha indotto che, col passare dei secoli, si vennero a creare vere e proprie caste religiose, pseudo-mediche o d’aderenti ad una certa arte o mestiere, che si tramandavano, prima oralmente, poi per iscritto, cure particolari, metodi per ottenere le migliori vernici o i più appaganti restauri, o, addirittura, per procurarsi, là dove la scienza non poteva arrivare, l’appoggio della divinità.

    Nell’excursus della nostra modesta ricerca storica sull’argo­mento, compiuta negli ultimi anni, abbiamo visto, come Erodoto ci riferisce, che i Babilonesi esponevano i malati alla pubblica via, per consentire che i passanti, impietositi, consigliassero loro rimedi empirici, erbe, secreti che sarebbero potuti arrivare, là dove la scienza ufficiale aveva fallito.

    Non a caso, il Kamasutra, ben noto testo indiano, sugli atteggiamenti da tenere nella vita di relazione e nel rapporto sessuale, riporta nei capitoli finali vere e proprie ricette con sostanze in grado d’aumentare la propria avvenenza, il vigore, o, addirittura, per sottomettere il partner alla propria volontà.

    Maometto, nella stesura del più antico Corano, sentì l’esigenza di farsi medico, in più di 150 hadit, con prescrizioni per la cura dell’idropisia, della pellagra, delle oftalmie, della peste, della lebbra elefantiaca, ecc. D’altra parte i suoi conterranei ci hanno lasciato un vasto corpus di manoscritti medico-filosofici, spesso attinti dai testi dei grandi Greci, come Ippocrate o Galeno, ma, altrettanto spesso, tramandati oralmente dai propri antenati.

    Lo stesso problema si posero gli sciamani dei popoli più primitivi: per mantenere il primato politico e religioso fu necessario saper curare anche il corpo dei propri proseliti. Un eventuale insuccesso non avrebbe potuto portar loro nocumento, poiché era ben saldo il concetto che, in tal caso la colpa doveva essere ricercata nell’anima del malato, moralmente indegno, e quindi incurabile. Il connubio fra medicina e religione nacque in questo modo.

    Così si affermeranno le raccolte di secreti, ricopiate dagli amanuensi nelle abbazie, che rappresenteranno, per molti secoli un punto fermo per il divulgarsi della cultura nell’Alto Medioevo.

    Ad un certo punto, però, la formazione laica si ribellò a questo status. La scuola medica di Salerno, pur derivando dalla tradizione medica monastica, che ben conosceva i testi greci ed arabi, aprì, sebbene messa al bando dalla chiesa cattolica, ad una nuova cognizione sanitaria, di tipo moderno ed aperto, per quel tempo, con il famoso “Flos Medicinae Salerni” (XI sec. e seguenti), manifesto del movimento rivolto a sanitari di tutte le etnie, compresi gli arabi, e, cosa incredibile per quel periodo, persino alle donne.

    S’affermò quindi una medicina ufficiale approvata e regolamentata dalle autorità civili e numerosi medici, o altri studiosi, pubblicarono testi d’igiene, medicina, alimentazione, ecc.

    Ricordiamo, fra tutti, l’“Herbario” o “Il tesoro della sanità” di Castor Durante da Gualdo, medico e cittadino romano del ’500, nel quale s’insegna il modo di conservare la sanità e prolungare la vita, e si tratta della natura dei cibi, dei rimedi e dei nocumenti loro’: veri e propri trattati d’erboristeria e di scienza dell’alimentazione.

    La tradizione popolare non perse affatto nel conflitto e, a questi testi si affiancarono manoscritti, di più basso livello e rivolti al popolino, che non si poteva permettere, per gli alti costi, di rivolgersi al dottore o al farmacista, se non in casi gravi. Ecco quindi raccolte come quella (che noi abbiamo tradotto dal dialetto veneziano) che ci propone A. G. Bernoni nel 1878, pubblicazione che mostra come nel Medioevo, presero piede da un lato i secreti laici, e, dall’altro, i fenomeni della stregoneria e delle credenze religiose. I primi riportavano, come già detto, tutto lo scibile, sia medico sia delle arti e dei mestieri, che nel frattempo si erano organizzate in corporazioni regolamentate dalle leggi. Nel secondo caso assistiamo alla peculiarità di molte donne, le così dette streghe che, con mezzi discutibilmente leciti, arrotondavano gli introiti familiari, facendo leva sulla credulità popolare e proponendo ‘cure’ che giocavano sulla capacità d’attecchimento sugli ignoranti di superstizioni o artifizi truffaldini. Ma, come ben sappiamo, non ebbero una gran fortuna, perché la chiesa le ostacolò con ogni mezzo, anche cruento, per la paura di perdere adepti: nacquero così, in alternativa, i santi guaritori, ‘specializzati', per l’epilessia, la gola, la vista, ecc.

    Più fortuna ebbero invece i ciarlatani che, per essere uomini, avevano la possibilità di spostarsi da un paese all’altro, anche in modo veloce per sfuggire alla polizia, per proporre i loro elisir o balsami miracolosi, o per estrarre i denti; anche per la possibilità che avevano di farsi pubblicità per mezzo di fogli d’avviso appesi ai muri delle case, od inserzioni ingannevoli sui primi giornali, che vantavano i loro meriti.

    Nel frattempo continuava la tradizione scritta di secreti popolari, sempre mirati al problema contingente che si poteva presentare: così, ad esempio, nel periodo in cui erano in auge i duelli, troviamo innumerevoli ricette per la cura di ferite da taglio o da schioppo.

    La medicina popolare si occupò perfino di veterinaria. Si trovano, ad esempio, numerosi testi dedicati agli allevatori, con rimedi di pronto impiego per salvare prontamente quello che era il patrimonio famigliare: il toro o la vacca, il cavallo, il maiale, gli ovini, i conigli o il pollame.

    Pure medici accreditati, prima della comparsa delle farmacopee ufficiali nei vari stati, compilarono ricettari rivolti alle dame di carità, ai parroci, o a coloro che si dovevano curare con poca spesa. È il caso di “Medicina facile, overo formulario di medicamenti d’agevole preparazione utile ad ogni professore, ma principalmente a’ chirurghi di campagna, a’ curati ed alle persone caritatevoli, che distribuiscono remedj alla povera gente: con osservazioni per rendere più facile la giusta applicazione de’ remedj”. Traduzione dell’esemplare francese arricchita di remedj secreti ed estratti dalle effemeridi di Germania. Lucca; V. Giuntini, 1758. Gli autori: Arnault de Noblevilles, medico ordinario del Re, Villac de Laval, medico degli spedali militari di Namur, Loyre du Perron, della Società letteraria d’Orleans e il sig. Salerne, corrispondente dell’Acca­demia Reale delle Scienze di Parigi.

    Un ultimo avvenimento peculiare che possiamo riscontrare nello scenario delle corti settecentesche, è quello dei manuali delle dame. Soprattutto per vezzo, nascono quei libretti, piccoli di formato, i primi pockets della storia, ma di contenuto copioso, che le ‘signore bene’ scrivevano, e nello stesso tempo portavano con sé. Il più famoso è quello dal lungo titolo: “Secreti, overo, rimedi di Madame Fochetti per sanare con poca spesa ogni sorta d’infermità interne ed esterne, inveterate e passate sino al presente per incurabili, sperimentati dalla medesima dama”, addirittura tradotto dalla lingua francese (dopo aver italianizzato il nome dell’autrice) da L. Castellini; Venezia, S. Corti, 1689.

    È a questo campo che si rivolge il nostro presente lavoro, che chiude il ciclo di ricerche sui secreti. Il testo che vi proponiamo è: “I mille ed uno secreti, raccolta in ordine alfabetico, di un gran numero di ricette d’igiene, medicina domestica, secreti da toeletta, economia rurale e domestica, arti, scienze, ecc”; opera indispensabile alle padrone di casa, ai proprietari, agli infermieri e in modo peculiare agli abitanti della campagna, redatta dopo gli scritti delle dame Julia de Fontanelle, Boitard, Vergnaud, Morin, ecc. Parigi, presso tutti i mercanti di novità; De Brodard, 1836.

    Redatto da anonimo, è articolato in quattro parti: la prima dedicata all’igiene, alla medicina domestica ed ai segreti di bellezza, la seconda all’economia domestica, la terza all’economia rurale, la quarta a scienze, arti e mestieri.

    Un’analisi di primo impatto ci fa notare come, ancora nei primi anni del ’800, la medicina moderna fosse ancora agli albori. Nel capitoletto sugli abusi ci sembra di rileggere la “Regola Salernitana” o “Il tesoro della sanità” di Castor Durante. Ben poco si dice sui veleni: si conoscono, approssimativamente, solo arsenico e rame, mentre, a riguardo dei funghi, ci fanno sorridere le conoscenze scientifiche e, quindi gli antidoti proposti. Un po’ più ‘centrato’ il trattamento per le asfissie da ossido di carbonio od altri gas tossici degli ambienti. Buona conoscenza invece dell’igiene dei denti, del comportamento da tenersi da parte della puerpera, su se stessa e sul neonato, del metodo d’estrazione dello zucchero da barbabietole, della tecnica artigianale per incidere il vetro o l’acciaio, o della fabbricazione dei formaggi. Discrete anche le nozioni agricole: l’economia del tempo era ancora fondamentalmente rurale.

    Ma non facciamone troppe lodi, salasso e mignatte erano ancora un trattamento sanitario importante e la teoria ippocratica sugli umori e i temperamenti, o quella dei ‘segni’, per identificare un medicinale, erano ancora imperanti!

     

     

     

     I mille e uno secreti

     

     

     

     


    Raccolta in ordine alfabetico di un gran numero di ricette d’igiene, medicina domestica, toeletta, economia rurale e domestica, arti, scienze, etc.

     

    Opera indispensabile alle padrone di casa, proprietari, infermieri, e, in particolare agli abitanti della campagna.

     

     

    Redatta dopo le opere delle signore Julia de Fontanelle, Boitard, Vergnaud, Morin etc., etc.

     

     

     

     

    Parigi

     

     

     

    Presso tutti i mercanti di novità.

     

     

     

     

    De Brodard, 1836

     


     

     
    Parte prima:
    igiene, medicina domestica, secreti di toeletta.

     

     

     


    L’abbattimento

     

    L’abbattimento è un’affezione piuttosto morale, che fisica. Lo dimostra il fatto che le persone di temperamento nervoso ne sono più soggette delle altre. Le distrazioni e l’esercizio fisico sono i soli rimedi da opporre a questa sofferenza, prodotta da una sensibilità eccessiva.

     

     

    L’ascesso

     

    Gli ascessi sono di due tipi: generali o specifici. Nel primo caso racchiudono un ammasso di liquido, nel secondo, contengono una raccolta di pus, più o meno considerevole. Il loro aspetto ne fa, agevolmente, riconoscere la differenza.

    Per guarire un ascesso, bisogna portarlo a maturazione. Vanno, allora, considerate tre cose: per primo, sapere che il calore delle sostanze applicate alla parte, deve essere ininterrotto; in secondo luogo, cosa fare per impedirne il raffreddamento, vale a dire rinnovarle più spesso possibile; senza tuttavia spingere ad un grado troppo elevato il rilassamento che esse producono. Rilassamento ottenuto con l’acqua calda, le radici, le piante, i semi, i fiori ed i frutti che contengono una mucillagine; tutte cose che s’impiegano in cataplasmi, fomentazioni, sotto forme emplastiche , principalmente nel caso in cui l’ascesso sia duro, infiammato, doloroso, o vi sia febbre, prostrazione delle forze vitali. Infine, la leggera irritazione che è conveniente esercitare, qualche volta, con la cipolla, l’aglio, il lievito, l’ammoniaca, il sapone, sempre favorevole, quando l’infiam­mazione cammina lentamente, la suppurazione tarda ed è da temere il riassorbimento del fluido purulento. Si devono continuare questi vari rimedi, secondo le indicazioni, finché la parte infiammata sia, in tutto od in parte, giunta al punto della suppurazione.

     

     

    Gli abusi

     

    Ci si potrebbe soffermare, a lungo, sugli abusi che si oppongono alla conservazione della sanità. Per quanto possibile, non bisogna abusare nei piaceri, nel lavoro, nell’esercizio fisico, nel sonno, per la semplice ragione, che, di qualunque specie siano, contraddicono, comunque, la Natura, il cui operato non va mai ostacolato.

     

     

    Il parto

     

    “Des soins à donner a la femme accouchée, et à l’enfant nouveau né”.

    <Le cure vanno date alla puerpera e non al neonato.>

    Appena la donna s’è liberata del suo bambino , ha bisogno di un po’ di riposo, non solo per rimettersi dalle fatiche sostenute, ma anche per dare alla matrice il tempo di ristabilirsi e di sbarazzarsi della gran quantità di sangue che va espulso. Il tempo necessario per quest’operazione va da venti minuti a mezz’ora; dopo questo tempo bisogna levare alla donna le vesti e sostituirle con altre più convenienti al suo stato. Si deve poi pettinarla: se la stagione è calda, le si metterà soltanto una fascia ; se la stagione è fredda, le sia coperta la testa con un fazzoletto. La testa, acconciata, si potrà anche lavare, ma con alcune precauzioni, al fine di non provocare movimenti bruschi o violenti. La camicia dovrà essere vaporosa all’altezza delle mani e, in inverno, leggermente felpata; se fosse troppo calda, si potrebbe verificare un’emorragia.

    Finché la donna nutre il suo bambino, la camicia deve avere una ‘coulisse’ ; in quest’ultimo caso si ponga una salvietta aperta sui seni; per facilitare lo spurgo, questi vanno esposti ad un tiepido calore. Sotto la camicia si mette, di solito, una camiciola, il cui scopo è di avviluppare il corpo; infine indosserà uno scialle, da potersi levare a piacere.

    Dopo aver provveduto all’abbigliamento della puerpera, essa va rimessa nel letto, che deve essere, possibilmente, fatto nella seguente maniera: un pagliericcio di crine e due materassi; bisogna che non sia né troppo morbido, né troppo duro; sopra il primo lenzuolo, se ne stende un altro, piegato a mo’ di traversa, destinato a ricevere il sangue e gli altri liquidi espulsi; durante la prima giornata, deve essere disposto in maniera da poter essere cambiato, senza recar danno alla puerpera.

    Occorre guardarsi bene dal permettere alla donna di andare a letto da sola: lo scossone, che s’imprimerebbe a tutto il corpo, la esporrebbe a gravi inconvenienti.

    Il letto si coprirà, secondo della stagione. Vi sono donne che credono di non essere mai abbastanza coperte, soprattutto quelle che pensano di non sudare troppo. Questo pregiudizio ha causato spesso accidenti funesti.

    Poiché tutte le donne che hanno partorito sono persuase che rimarrà loro un grosso ventre, per rimediare, si applicano una fascia molto stretta. Questo metodo può causare molti mali, come il soffocamento e l’oppressione: è provato che, quando il ventre è serrato, conserva un volume maggiore di quando non lo è stato. Si deve mettere, quindi, una fascia leggera, che stringa moderatamente, destinata solo a sostenere.

    La donna, così acconciata e convenientemente arrangiata, deve dedicarsi solo agli obbiettivi essenziali, vale a dire, alla dieta che deve tenere finché starà nel letto, ed all’attenzione per la medicina vera e propria.

    La puerpera si lamenta, abbastanza spesso, di crampi allo stomaco e di una sorta di debolezza, naturale seguito dei violenti sforzi che ha sopportato. Questi crampi si sedano facilmente, prendendo ¾ di un bicchiere d’acqua e vino, zuccherati e leggermente riscaldati; ma, guardarsi bene dal somministrare fette di pane tostato con lo zucchero, poiché si deve controllare il bollore, sin dai primi momenti che seguono il parto. Nelle prime 24 ore si daranno zuppe e brodi, e s’aumenterà un poco l’indomani; ma il terzo giorno s’insiste ancora con la dieta, a causa della febbre da latte ; i giorni seguenti si regolerà la nutrizione seguendo lo stato della donna.

    La prescrizione di medicine deve essere più semplice possibile. Si darà, per bevanda, un decotto di gramigna, o d’orzo, alla quale s’aggiungerà, togliendola dal fuoco, un pizzico di malva, di violetta o di tiglio, dolcificando con un poco di zucchero.

    Si continua questa bevanda, finché permane la febbre da latte, aggiungendo qualche foglia di buglossa o di borragine , per facilitare la traspirazione. Qualcuno potrebbe farsi qualche scrupolo, nel non somministrare radici di canna; è una benevola puerilità alla quale si può derogare senza inconvenienti.

    Soltanto verso il quarto giorno, la puerpera può prendere un bagno e, dopo quel tempo, manterrà il ventre costantemente libero. Infine, se al nono o decimo giorno non si è avuto nessun inconveniente, la donna potrà essere lasciata a se stessa e riprendere progressivamente le sue abitudini di vita.

     

    Appena il bambino ha lasciato il ventre della madre, occorre tagliare il cordone ombelicale, a tre dita dal bellico e legarlo con due o tre giri di filo. Il cordone va tagliato prima di legarlo, poiché, se il bambino ha sofferto nel passaggio e diventa blu ed asfittico, lo si può alleviare all’istante, facendo colare un po’ di sangue. Se il cordone è secco, serrare piano, piano; se è grosso, usare più fili e stringere più forte: senza questa precauzione il cordone, diminuendo di volume, farebbe rallentare la legatura e ne potrebbe seguire una funesta emorragia.

    Il bambino, separato totalmente dalla madre, si deve lavare e trasportare vicino ad un fuoco, più o meno grande, secondo la stagione. Occorre avere l’avvertenza, nel trasportarlo, di non ferire alcuna parte del suo corpo. Ecco la maniera migliore di prenderlo: si passa una mano aperta sulle reni, facendo poi scivolare il pollice fra le cosce, per sostenerlo, ed opporsi al fatto che ruoti su se stesso, e cada a terra. L’altra mano, passata sotto il collo, con una o due dita sotto le ascelle, e le altre che si tengono alla testa, per reggerla. In questo modo il bambino sarà mantenuto saldamente e non correrà il rischio di cadere, cosa che accade, malauguratamente, troppo sovente, per l’incuria di chi lo guarda.

    Al momento della nascita, il bambino è spesso coperto di sangue e di una materia giallastra che occupa, in modo particolare la schiena . Per lavare via queste cose, s’impiega una miscela d’acqua e vino, detergendo, a più riprese, con una spugna morbida. A volte non si riesce, al primo tentativo, ad asportare tutta la materia che copre il neonato: si può allora provvedere strofinando con un po’ di burro e ripetendo il lavaggio con l’acqua e il vino.

    L’infante, lavato e convenientemente asciugato con un panno fine, si passa alla vestizione. E’ della testa che bisogna occuparsi per prima cosa: s’avviluppa con una fascetta, senza coulisse, né cordone; sopra se ne pone un’altra, di lana, se d’in­verno, o di cotone, d’estate; infine si termina l’acconciatura con un berretto, con il cordone, che si possa serrare a piacere. Occorre guardarsi bene dal fare pressioni, con le mani, sulla testa del bambino, per evitare, come dicono alcuni, d’arro­tondarla. Questa pratica ha, sovente, causato gravi conseguenze e, qualche volta, la morte. Il resto dell’abbigliamento si compone di una camicia, di un coprifasce, di un pannolino, di una fascia, di un fazzoletto triangolare e di una piccola benda per l’ombelico.

    Durante le prime 24 ore di vita, il bambino non abbisogna d’altro che di un po’ d’acqua zuccherata, quindi sarà necessaria una nutrice; se non sarà subito disponibile, gli si darà dell’acqua d’orzo, mescolata col latte, zuccherato e caldo. Se invece l’allatterà la madre, non vi sono problemi, salvo che bisogna aspettare qualche ora, dopo il parto, per attaccare il bimbo al seno.

    D’ impiastro.

    Ha partorito.

    La vagina.

    O un cerchietto: serre-tète, in francese ha il solito significato.

    Il vocabolo francese è intraducibile: potremmo definirlo una gala, con un nastro, o un cordoncino, scorrevole in una guida interna, che consente di stringere od allargare a piacere.

    Aumento della temperatura corporea, riscontrabile, talvolta, nelle puerpere durante la montata lattea.

    Anchusa italica - Borraginee, detta popolarmente lingua di bue.

    Borrago off. - Borraginee, detta anche borrana.

    Tisana diaforetica: fiori di bardana g 10/foglie di melissa e capelvenere ana g 15/acqua cc 500; fa infusione, per un’ora, passa ed aggiungi sciroppo di rosolaccio g 50.

    La tisana dei 5 fiori conteneva invece fiorrancio, borragine, ginestra, viola del pensiero e bardana.

    La borragine è anche un componente di una delicata insalata, con crescione e tarassaco, ad azione depurativa.

    In alcuni paesi s’aggiungono fiori di borragine al vino per conferirgli un gusto rinfrescante.

    La canna di palude ha, contrariamente a quanto s’afferma, un’azione diaforetica e diuretica.

    La famosa ‘camicetta’ che la credenza popolare voleva portasse fortuna, al punto che era fatta seccare e posta in un sacchettino, detto breve, che il neonato avrebbe portato addosso per tutta la vita: la partoriente stava ben attenta che l’ostetrica scaltra non la nascondesse per tenersela.

L’agopuntura

 

L’agopuntura, che anche nei tempi più recenti, riesce ad esaltare coloro che la preconizzano o che pretendono d’isolarla, interamente, dalla chirurgia, con violente contestazioni, è attinta dai popoli della Cina e del Giappone. Essa consiste nell’im­piantare nello spessore della carne degli aghetti lunghi da due a sei pollici , fatti d’acciaio, argento, oro o platino, che vanno affondati con un movimento rotatorio, e a distanza più o meno ravvicinata, per poi levarli, in un secondo momento.

 

 

L’aria

 

Essendo l’aria un elemento essenziale per la vita, è necessario avere qualche nozione sui metodi adatti per conservarne la purezza e ristabilirla allorquando è alterata. Nel capitolo concernente il mefitismo si troveranno i metodi, cui fare ricorso, per preservarsi dai danni ai quali ci si espone scendendo nei pozzi, nelle vasche per la marinatura, nelle fosse biologiche ed altri luoghi sotterranei; al capitolo sull’asfissia daremo qualche dettaglio sui soccorsi da portare alle persone che sono state sorprese da un’aria deleteria; indicheremo poi alcune precauzioni da prendersi nei casi più comuni e qualche metodo per purificare o profumare l’aria.

Tutte le volte che un gran numero di persone si raccoglie in un luogo chiuso, occorre avere l’attenzione di rinnovare l’aria, aprendo le finestre del luogo, tenere acceso, nel caminetto, un bel fuoco, onde instaurare una corrente d’aria calda: occorrerà, in tal caso, qualche apertura, che permetta all’aria fredda d’entrare nell’ambiente, e consentire il ricambio dell’aria prodotta dal caminetto. È per ottenere questo risultato, che è bene avere un focolare nelle camere dei malati, dove l’aria si carica rapidamente d’odori fetidi e di miasmi. Si deve anche, ogni volta che lo stato del malato lo permetta, trasportarlo in un altro posto, e tenere aperte le finestre della sua camera, finche non vi sia riportato.

È un errore credere di purificare l’aria facendo bruciare sostanze aromatiche, zucchero, carta, aceto. I vapori che emanano queste sostanze non servono che a mascherare i malvagi odori o a profumare l’appartamento; non è dunque di queste cose che conviene fare uso.

Le sostanze che s’impiegano, più spesso, per profumare gli ambienti sono il benzoino , lo storace , le bacche o i semi di ginepro, il legno di sandalo, spandendole sui carboni ardenti o su una pelle calda.

I coni fumigatori sono ancora d’uso frequente, ma la loro preparazione esige il possesso d’utensili che non si trovano ordinariamente nelle case, per cui, non crediamo opportuno di darvi la loro composizione.

Quanto ai metodi di disinfezione impiegati durante le epidemie, il loro impiego presenta difficoltà che una persona, la quale non abbia qualche conoscenza di chimica, non potrà superare senza esporsi ad accidenti più o meno gravi: conviene, dunque, ricorrere a persone dell’arte, come i medici ed i farmacisti, quando si suppone che questi metodi siano necessari.

 

 

L’anchilosi

 

Il blocco completo di un’articolazione, che deve avere un certo movimento, è detto anchilosi; può essere la conseguenza di una malattia particolare delle ossa, delle cartilagini, delle superfici articolari, o dell’alterazione dei legamenti e delle parti che li circondano. Solitamente è incurabile. Può derivare anche da una frattura dell’articolazione, dopo uno sforzo, una carie dell’osso, un’affezione profonda dovuta ad una lussazione, distorsione, contusione, tumore osseo, funghi, escrescenze occasionali per un aneurisma, un’idropisia articolare, una metastasi. Esistono nelle raccolte scientifiche delle scuole degli esempi d’anchilosi così considerevoli che tutte le facce articolari del corpo sono completamente saldate le une colle altre. In parecchi casi, le articolazioni conservano ancora una semi-immobilità; non esiste che una rigidità, un impedimento con o senza ingorgo, qualche volta con rigonfiamento delle superfici articolari: in questi casi può accadere che, senza arrivare ad una guarigione completa, l’anchilosi si possa attenuare, addolcire con movimenti alternativi ripetuti più spesso possibile, con cataplasmi, fomenti, fumigazioni, bagni balsamici, in latte saturo di sapone, con docce, frizioni oleose e canforate, che vanno ripetuti e continuati per tempi molto lunghi, secondo il bisogno.

 

 

Le afte

 

Sono più comuni nei bambini e nei giovani, che non negli uomini maturi e nei vecchi.

Io raccomanderei di lavare la bocca con idromele o vino rosso, cui si aggiunge un po’ di zinco.

La nutrice, se il bambino sarà ancora nella culla, metterà una pezzuola all’estremità di un dito, lo porrà nella soluzione e lo passerà, d’ora in ora, nella bocca del bambino, là dove si trovano le bolle bianche.

Se avviene che le afte divengano nere, perché più profonde ed estese, il male è ben più serio e s’annuncia come un sintomo venereo o scorbutico: occorre presto consultare un medico.

I bambini che prendono un latte vecchio o inacidito, sono maggiormente soggetti alle afte. Qualche volta, anche l’uscita dei primi denti le fa nascere.

 

 

L’apoplessia

 

Questo accidente, di cui gli spaventevoli sintomi sono facilissimi da riconoscere, esige il salasso, dopo aver, per prima cosa, sbarazzato il paziente di tutti i laccioli che possono circondare ed ostruire le articolazioni, come le cravatte, le cinture dei pantaloni, le fibbie, le giarrettiere , etc.

Nell’attesa che si sia trovata la persona dell’arte, si farà uso d’aceto forte, introducendolo nel naso del malato con una piuma; l’aria fresca e l’acqua, spruzzata con forza, ma in piccola quantità, sul viso, sul petto e sulle estremità (mani e piedi), sono assai utili .

 

L’asfissia

 

Asfissia da freddo. L’obbiettivo principale per il trattamento delle persone asfittiche per il freddo è quello di riscaldarle, ma non si dice mai abbastanza, che ciò deve essere fatto per gradi quasi impercettibili.

1° Si comincia con l’avviluppare il corpo del colpito in una buona coperta, e si porta nella casa più vicina. Si spoglia in fretta e si mette in un letto, senza lo scaldino. Allo stesso tempo si prepara un bagno a temperatura dell’acqua di pozzo; dopo averci messo dentro l’asfissiato, si versa, a distanza di due o tre minuti, una certa quantità d’acqua calda, per togliere il freddo, progressivamente, in maniera che il bagno, prima semplicemente stiepidito, divenga tiepido e, quindi un po’ caldo. L’aumento di calore deve avvenire in circa ¾ d’ora.

2° Mentre l’individuo è nel bagno, gli si asperge leggermente il viso con acqua fredda, dopo averlo, massaggiato, delicatamente, con un panno ruvido; si ripete il trattamento a più riprese.

3° Una penna, agitata sotto le narici, può produrre un solletico utile a sollecitare la prima ispirazione. Per pervenire al solito risultato, si può mettere, sotto il naso, un flacone di fiori d’alcali volatile , ed insufflare aria nelle narici con un tubicino.

4° Si pone nella bocca dell’asfissiato qualche grano di sale e gli si fa inghiottire; quindi il maggior numero possibile di cucchiai d’acqua fredda, con qualche goccia d’acqua di fiori d’arancio. Quando la deglutizione sarà più libera, gli si darà un brodino o un bicchiere di vino con idromele . Vanno evitate le bevande alcoliche.

5° Se al malato continua il torpore, gli si fa bere un po’ d’acqua ed aceto; se l’assopimento è, invece, di tipo letargico, si ricorre a forti irritanti come quelli che si danno agli annegati.

6° Non si devono dare alimenti solidi alle persone che sono tornate felicemente alla vita, finché non abbiano ripreso un po’ di forza, ma occorre trattarle come convalescenti da una grave malattia: assistendole, si fa prendere loro, tutti i giorni, due o tre bicchieri di un’infusione blanda di piante vulnerarie, o di fiori di sambuco , con qualche goccia d’alcali volatile.

Asfissia da caldo. Gli asfittici devono essere prontamente trasportati in un luogo meno caldo, ma neppure troppo freddo. Serve far loro un salasso, soprattutto alla giugulare. Se possono inghiottire, far loro bere acqua fredda, acidulata con un poco d’aceto, dargli bagni della stessa natura, ma un poco più carichi d’aceto. Sono utili bagni ai piedi, con acqua fredda. Qualche volta, dopo i rimedi, si è obbligati a ricorrere all’applicazione di sanguisughe alle tempie. Mai, in questo caso, vanno prescritte bevande che danno calore.

Asfissia da carbone. Le persone asfissiate da vapori di carbone , provano una gran pesantezza alla testa, ronzii insopportabili alle orecchie, una gran disposizione al sonno, la diminuzione delle forze e l’inevitabile caduta. A questi sintomi s’aggiungono la diminuzione della vista, dolori di capo atroci, disturbi della respirazione, violente palpitazioni, che presto saranno seguite da arresto cardiaco e respiratorio. I sensi non esercitano più le loro funzioni; la sensibilità si spegne, l’abbattimènto è estremo, i movimenti nulli; le membra diventano tanto flessibili, quanto rigide e contorte; il calore è al suo stato naturale, ma il viso è, talvolta, rosso o violaceo, talvolta, pallido e plumbeo; in certe circostanze gli escrementi e l’urina escono involontariamente.

Trattamento:

1° Si comincia coll’esporre la persona asfittica all’aria, senza temere il freddo, che non potrà mai essergli nocivo. Si spoglia e si fa coricare sulla schiena, la testa ed il petto un poco sollevati rispetto al resto del corpo, per facilitare la respirazione.

2° Ci si guardi bene dal mettere l’asfittico in un letto caldo e di fargli fumigazioni di tabacco all’ano.

3° Gli si somministra aceto diluito con tre parti d’acqua, contenente anche succo di limone. Allo stesso tempo, si fanno, su tutto il corpo, e principalmente sul viso, aspersioni d’acqua fredda e aceto, si strofina il corpo con un panno imbevuto nello stesso liquore, o dentro l’aqua vitae canforata, l’acqua di Colonia, o qualsiasi altro liquido alcolico. Dopo tre o quattro minuti s’asciugano le parti bagnate con salviette calde e, dopo ancora due o tre minuti, si ricominciano le aspersioni e le frizioni con l’acqua fredda e l’aceto. Queste operazioni vanno fatte con perseveranza.

4° Si strofinano, per lungo tempo e fino ad irritarle, le piante dei piedi, il palmo delle mani e tutto il tratto della spina dorsale, con una spazzola di crine.

5° Si fa un lavacro d’acqua fredda e miele ed un terzo d’aceto; qualche minuto dopo, se n’esegue un altro con acqua fredda, due o tre once di sale da cucina ed un’oncia di sale d’Epsom (solfato di magnesio).

6° Si fanno scorrere, sotto il naso, alcuni zolfanelli, che vanno poi accesi, al fine d’irritare la parte interna di quell’organo o, meglio, si fa respirare l’alcali volatile o l’acqua della regina d’Ungheria . Attenzione a non lasciare, per lungo tempo, sotto il naso, il flacone contenente alcali volatile concentrato! Si può, ancora, stimolare il naso, muovendo, nelle narici, un rotolino di carta od una piuma.

7° S’insuffla aria nei polmoni, nella maniera che andremo a descrivere.

8° Se, nonostante l’impiego di questi metodi, l’asfissiato permane nello stato d’assopimento, conserva il calore, ha il viso paonazzo, le labbra gonfie e gli occhi sporgenti, occorre fare un salasso ai piedi, o, meglio ancora, alla giugulare. Questo metodo è preferibile all’emetico, di cui s’è fatto, spesso, uso in parecchie malattie e che è nocivo, piuttosto che utile.

.9° Quando l’asfissiato è completamente riportato alla vita, si mette nel letto caldo, di una stanza con le finestre aperte, e s’avrà l’accortezza di far allontanare le persone inutili. Allora, si somministreranno alcuni cucchiai di vino generoso, come il Malaga, l’Alicante, il Rota, lo Xeres , oppure un vino caldo zuccherato e qualche cucchiaio di pozione antispastica .

10° I soccorsi di cui sopra, vanno portati con la massima sollecitudine e continuati per molto tempo, anche se l’individuo pare morto. Si può attendere, qualche volta, cinque o sei ore, prima di riportare i malati dallo stato di morte apparente nel quale sono caduti.

Serve, soprattutto, insufflare l’aria nei polmoni.

Modo d’introdurre l’aria nei polmoni. Va introdotta la cannula di un soffietto in una narice, insufflando l’aria, mentre, al contempo, si manterrà l’altra chiusa. Se è impossibile praticare l’insufflazione in questo modo, si mette la bocca su quella del malato e si soffia.

Asfissiati da vapori dei forni di calce, dei tini di mosto, vino od altri liquidi in fermentazione; di palude o di miniere di carbone. I metodi da mettere in atto, per guarire questi asfissiati, sono gli stessi di cui abbiamo parlato per l’asfissia da vapori di carbone.

Asfissia da pozzi neri, vespasiani, fogne. E’ prodotta dall’idrogeno solforato che, mescolato all’aria, è un veleno potentissimo.

Trattamento:

1° L’esposizione del malato all’aria, l’aspersione con acqua ed aceto freddi, le frizioni con una ruvida spazzola di crine: tali sono i primi soccorsi da portare alle persone asfissiate nelle fosse biologiche. Parlando dell’asfissia da carbone, abbiamo descritto dettagliatamente come questi soccorsi devono essere eseguiti.

2° Se ci si può procurare acido muriatico ossigenato , si fa passare, sotto il naso, il flacone che lo contiene, lasciandovelo, però, per poco tempo. Questo sistema sembra utile, soprattutto, quando vi si può far ricorso presto.

3° Se, come succede spesso, il malato arriva che ha inghiottito acqua della fogna, bisogna farlo vomitare, dandogli da bere un bicchiere d’olio, o, meglio ancora, 2 grani d’emetico , o 24 grani d’ipecacuana.

4° Nel caso in cui questi metodi non siano sufficienti, i battiti del cuore perdano il giusto ritmo e vi siano palpitazioni, si pratica il salasso al braccio , e si lascia colare una quantità di sangue, proporzionata alla forza dell’individuo. Si ripeterà il salasso dopo un po’ di tempo, se non si è persuasi che il primo abbia prodotto un effetto favorevole.

5° Si cerca di calmare il marasma nervoso, gli spasmi, le convulsioni, con bagni freddi e con l’uso di qualche cucchiaio di pozione antispasmodica. Dopo un bagno, si metterà il malato in un letto caldo, e si continuerà a fare frizioni sulla spina dorsale.

6° Infine, s’applicheranno senapismi e vescicatori ai piedi. Se, nonostante l’uso di questi metodi, l’individuo è ancora privo di conoscenza, di sentimento e di movimenti, sarà utile (se possibile) far ricorso a persone dell’arte, senza, comunque, attendere il loro arrivo, per cominciare a prestare i soccorsi che vi abbiamo descritto.

 

 

I bagni

 

Bagni aromatici. Si fa bollire in una sufficiente quantità d’acqua di ruscello una o più delle seguenti piante: lauro, timo, rosmarino, serpillo, maggiorana, origano, lavanda, assenzio, salvia, puleggio, basilico, menta, chiodi di garofano, etc. Quando il decotto sarà sufficientemente carico, si passa, e s’aggiunge al filtrato un poco d’acquavite semplice o di canfora. Questo bagno è eccellente per dissipare i dolori che provengono da un’infreddatura, e per aumentare la traspirazione.

Bagni addolcenti per i piedi. Fate bollire in sufficiente acqua di ruscello una libra di crusca, qualche radice di malvaccione , due o tre pugni di foglie di malva, uno o due manipoli di parietaria ed altrettanto d’uva ursina . Prendete questo bagno, non restando in acqua troppo tempo.

Bagni di vapore. E’ un bagno parziale che si può prendere da un vaso di forma conveniente, applicandolo alla parte malata. Il vaso contiene la sostanza della quale s’intende ricevere i vapori. Qualcuno prende semicupi di vapore emolliente su una sedia di decenza aperta. Occorre avvolgersi con un panno, perché i vapori non vengano dissipati da qualche apertura.

Se si tratta di bagni interi, occorre avere una vasca coperta che lasci passare solo la testa, particolarmente necessaria se i vapori sono nocivi.

Bagni di bellezza. Prendete due libre d’orzo mondo, una libra di polvere di lupino, otto libre di crusca e dieci manipoli di borragine e di violetta; fate bollire il tutto in una sufficiente quantità d’acqua di fonte, e passate attraverso uno staccio. Questo bagno è perfetto per pulire ed addolcire la pelle.

 

 

Balsami

 

Balsamo del samaritano. E’ una miscela d’olio d’oliva e di vino rosso, in parti uguali, che si fa ridurre, a calore dolce, fino all’evaporazione del vino. E’ utile nelle contusioni e per ripulire le piaghe. Del balsamo si parla in una parabola del Vangelo.

Balsamo di Saturno. Prendete acetato di piombo (sale di Saturno), 250 grammi, versate sopra al sale polverizzato una quantità sufficiente d’olio essenziale di trementina pari a quattro dita. Fate digerire su sabbia calda per 24 ore. La trementina diventerà rossa; allora, si decanterà l’olio e se ne verserà della nuova, finché diventerà rossa anche questa. Tali oli, evaporati sino alla metà, diventeranno più ispessiti ed untuosi. Questo balsamo, per uso esterno, è eccellente per pulire le ulcere e i cancri, cicatrizza le piaghe inveterate. Arresta la cancrena, ancora meglio, se vi si sciolgono dentro una o due grossi di canfora.

 

La bile

 

I rimedi che seguono s’impiegano, con successo, nei travasi di bile. Prendete un’oncia di radice di celidonia , riducete in piccoli pezzi se è fresca, o in polvere se secca. Fate infondere in mezzo litro di vino bianco e bevete due once di quest’infuso, ogni mattina.

L’uso di cicoria, piscialletto ed indivia è assai salutare, d’estate e d’autunno ai biliosi e agli atrabiliosi.

 

 

La bocca

 

L’odore putrido delle radici dei denti può essere tolto, per qualche tempo, se si sciacqua la bocca con una leggera soluzione d’allume (solfato d’alluminio o alluminoso) in acqua. Se il tartaro o la crosta calcarea dei denti aderiscono con forza, si può far uso di pietra pomice in polvere fine o di un raschiatoio per denti.

 

 

I ‘bottoni’

 

Bisogna guardarsi bene dal considerare le papule, o pustole, che nascono sul viso, sulle mani, sulla schiena e, in genere in tutte le pari del corpo, come semplici esteriorità: si produrrebbero ripercussioni spiacevoli su quelle parti.

Siccome tutte queste piccole escrescenze si possono trasmettere per contatto, si deve evitare in tutte le maniere possibili, di bere dallo stesso bicchiere, di servirsi di biancheria comune, di dormire nel solito letto ed, infine, di usare oggetti assieme alle persone che le hanno.

 

 

Le bruciature

 

Prendetemezza libra d’allume in polvere e fatelo dissolvere in un ‘quarte’ d’acqua. Bagnate bene la bruciatura o la vescica che s’è alzata, con un cencio, immerso in questa soluzione; fissate poi il tessuto, ancora umido con un’altra compressa di garza, umettando frequentemente il bendaggio, con acqua e allume, senza levare la medicazione. Continuate questo procedimento per almeno due o tre giorni.

 

 

I capelli

 

Ricetta per far crescere i capelli. Prendete mezza libra d’abro­tano colto di fresco e pestato grossolanamente, e fatelo cuocere in una libra e mezzo d’olio vecchio e una mezza libra di vino rosso. Ritirate il preparato dal fuoco e spremete bene il succo della pianta in uno straccio. Ripetete quest’operazione tre volte, con nuovo abrotano e, alla fine, aggiungete alla colatura due once di grasso d’orso . Quest’olio fa prontamente nascere nuovi capelli.

Ricetta per tingere i capelli di nero. Prendete, quanto un uovo, di calce viva, spegnetela in acqua, in maniera che abbia la consistenza di una pomata, aggiungete alla miscela, mentre è ancora in fermentazione, una noce di bianco di cerussa , polverizzato; amalgamate bene il tutto e quando ve ne vorrete servire, applicate il preparato sui capelli, coprendoli con foglie di lattuga, o, piuttosto di porro. Lavate poi i capelli con una spugna, attendete che siano asciutti e passatevi sopra con un pettine, olio antico, o, semplicemente, olio d’oliva.

 

 

I foruncoli

 

Il brufolo, o foruncolo è una piccola escrescenza bruna o di colore rosso vivo, duro e con un punto nel mezzo. È, straordinariamente, accompagnato da dolore e forti fitte, può spuntare in tutte le parti del corpo, anche se si presenta, più spesso, sotto le ascelle ed i ginocchi e, raramente, nelle parti più carnose. La comparsa di quest’accidente è sintomo di un sangue viziato e stracarico d’umori.

La guarigione dei foruncoli (se ne può presentare, spesso, più di uno, alla volta, e continuare per qualche tempo) s’ottiene con la suppurazione, che si può accelerare con impiastri; di solito s’aprono da soli, facendo uscire un po’ di pus sanguinolento. Questa piccola massa è detta cencio necrotico.

Quanto al metodo di curarlo e di guarirlo, il foruncolo richiede solo un regime dietetico leggero e rinfrescante. Si mantiene aperto l’ascesso finché ha espulso tutto il pus che conteneva, e si segue una dieta leggera finché l’infiammazione non è scomparsa del tutto.

La costipazione

 

La costipazione o ritenzione straordinaria d’escrementi, può aver luogo, d’abitudine, anche in chi segue un buon regime… Le persone sedentarie, quelle di salute cagionevole, devono stare attente che la costipazione non sia troppo prolungata. Per ottenere questo risultato, non si deve far uso d’alimenti astringenti, riscaldanti, acri o aromatici: le stesse prugne domestiche non faranno che aumentare la costipazione. Occorre, dunque, usare cibi addolcenti e rilassanti, e, in generale, bevande diluenti, e non sottoporsi a sforzi fisici eccessivi.

Per rilassare il ventre, s’impiegano clisteri con qualche cucchiaio di burro fresco o buon olio d’oliva.

 

 

La contusione

 

Specie di lesione o d’ammaccatura prodotta dall’azione di un oggetto sulle parti molli, senza che vi sia perdita di sangue o d’altri liquidi, né evidenti ferite.

Quando la contusione è stata forte, e v’è congestione d’umori, si forma una tumefazione, che degenera, spesso, in un ascesso, da bucare od aprire. Se la contusione è lieve, con un poco d’acquavite o di prezzemolo schiacciato, o di sale, o, ancora, di sapone nero , si giunge facilmente a far sparire il bubbone.

 

 

I tagli

 

Occorre lasciare sanguinare un poco di tempo, poi ricongiungere le labbra del taglio con taffettà d’Inghilterra : si presume che le carni rassoderanno, senza ricorrere ad altro. Ma se la ferita è lacerata, piuttosto che una scissione netta, allora ci si deve guardare d’applicare quella medicazione, perché il pus si agglomererebbe sotto la ferita e potrebbe aumentare il male. Una compressa di garza, molto pulita e fine, bagnata con un po’ d’olio e di vino e applicata sul taglio, lo guariranno in poco tempo, soprattutto se la massa di sangue è esente da vizi.

 

 

L’indolenzimento

 

Leggera indisposizione che sopraggiunge a persone sottoposte a lavori faticosi ed ad esercizi fisici pesanti. Si manifesta con dolori alle membra, rilassamento, mal di capo, e mancanza di forza.

L’indolenzimento può diventare pericoloso se si trascura al suo inizio. Per questo raccomanderei agli individui che ne riconoscono i sintomi, di mettersi a regime, di rinfrescarsi e di riposarsi.

 

 

I crampi

 

Un metodo efficace per prevenire i crampi ai muscoli del polpaccio o della coscia, male estremamente doloroso, consiste nello stendere, più che sia possibile, la punta del piede, ritraendo, allo stesso tempo, le dita verso il corpo. Questa semplice attenzione è, spesso, sufficiente per arrestare i crampi, fin dall’inizio, e il paziente sarà in grado, di solito, nel giro di poco tempo, di prevenirne l’accesso, quando il crampo comincia fra il sonno e la veglia, o, come si dice comunemente, nel momento d’addormentarsi: le persone soggette a questo male, più scomodo che pericoloso, devono tenere una tavola fissata al fondo del letto, che servirà loro come punto d’appoggio, per pigiare, con forza, il piede, quando il crampo sta per venire.

 

 

Le dermatosi squamose

 

Si classificano sotto questo nome diverse malattie della pelle, che possono cedere soltanto ad un trattamento lungo e difficile, e che non saranno oggetto del mio esame. Parlerò qui, solo di quelle dermatosi dette farinose, secche e leggere, le quali lasciano, sulla pelle, piccole e sottili scaglie, che sono, in verità, un incomodo passeggero: è sufficiente non trattarle mai con sostanze ripercussive, o che le facciano sparire, cose che le renderebbero pericolose; ma solamente detergerle con acqua fresca o tiepida.

Il bagno è una delle migliori cure da seguire: allontana la dermatosi dei bambini, la fa scomparire ai giovani…

 

 

Il prurito

 

La prurigine secca s’addolcisce con una mucillagine di scorza interna di tiglio, fatta in acqua di rose; quella umida, con unguento di cerussa, mescolato con fiori di solfo; i pruriti che portano dolore, con mucillagine di grani di cotogna, succo di limone e fiori di solfo. Quanto a quelli che sono conseguenza dei geloni, si trattano con spirito di vino rettificato , o miele con petrolio e balsamo di solfo.

I denti

 

I denti sono uno degli ornamenti più belli della figura e il mezzo indispensabile per la masticazione, per questo è utile entrare in quei dettagli sull’arte di conservarli belli e sani. È alla lucentezza dello smalto che va attribuito il candore dei denti, mentre si può notare una specie di tartaro finissimo sullo smalto di quelli che sono gialli o nerastri. Il tartaro si deposita tenacemente su tutte le piccole asperità dello smalto; in tale circostanza, e quando si riconosce allo smalto una peculiare disposizione a coprirsi di tartaro, bisogna essere più assidui nell’opporsi al suo impianto. L’impiego giornaliero della spugna o dello spazzolino e dei gargarismi d’acqua fresca, sono indispensabili e bastano se le gengive sono sane. Ci si può servire, di tanto in tanto, di una polvere o d’oppiati aciduli; dico aciduli perché sono dubbioso sull’impiego d’acidi, che sono funesti per lo smalto e per gli stessi denti. Queste sostanze hanno la proprietà di rendere un candore sfolgorante, ma il risultato è effimero ed il peggiore dei loro inconvenienti è di conferire ai denti, col tempo, una colorazione gialla indelebile… Essi agiscono sulla dentina, come gli acidi minerali sul marmo, compromettendo la levigatezza e la solidità. Il nostro consiglio è dunque di evitare, in genere, l’uso di dentifrici all’aceto, al limone, alla crema di tartaro e, soprattutto agli acidi minerali, tanto più dannosi quanto maggiore è la loro forza. I dentisti ambulanti, che vendono acque sbiancanti, meravigliose per i denti, ricorrono a taluni di questi acidi: la polizia dovrebbe perseguire con rigore quei ciarlatani pericolosi!

Allorché le gengive sono molli, gonfie e sanguinanti, occorre dar più vigore all’acqua di cui ci si serve quotidianamente, con l’acqua di vita di guaiaco , lo spirito di coclearia , l’acqua di Colonia (vedi a questa voce), l’acquavite ordinaria o il rum. Una polvere dentifricia od un oppiato per i denti (vedi a questa voce), convenientemente preparati, possono ottemperare al duplice obbiettivo di conservare il candore dei denti e di fortificare le gengive. Non si deve servirsene troppo spesso: due, tre o quattro giorni sono, di solito, più che sufficienti. Quando si può, nel caso in cui la sola acqua del mattino sia sufficiente per mantenere il bianco dei denti, è meglio serbare questo rimedio per un tempo nel quale l’alterazione dei denti sarà più rapida e considerevole. Di tutti gli stuzzicadenti, fatti con le materie più disparate, quelli di piuma sono i migliori, per la loro flessibilità; non conviene per niente servirsi di spilli o della punta di un coltello: l’uno e gli altri sono pericolosi. Non si devono impiegare, per pulire i denti, spazzolini fatti con setole di cinghiale: sono troppo duri e fanno sanguinare le gengive; gli spazzolini morbidi sono i più convenienti. Lo spazzolino va diretto seguendo la lunghezza dei denti, vale a dire dal basso verso l’altro e viceversa, poiché le setole agiscono come piccoli stuzzicadenti, che si vanno ad inserire negli interspazi, detergendoli. Le spugne devono essere morbide e si possono attaccare al manico dello spazzolino. Si può sostituire lo spazzolino con radici di bismalva o liquirizia, che vanno fatte bollire nell’acqua, quindi seccare; si smussa un’estremità delle radici, in maniera di renderle delicate e morbide come un pennello. Se qualcuno trascura di considerare lo stato dei denti carichi di tartaro o l’uso giornaliero della polvere o dell’oppiata dentifricia non è sufficiente per pulirli, conviene ricorrere alla mano del dentista, al fine d’eliminare, con precisione, il tartaro, la presenza e l’accrescimento continuo del quale non solo sono sgradevoli, ma anche dannosi. Se i denti non sono tutti lunghi uguali, si può, senza inconvenienti, farli rendere pari, con la lima. Si deve ancora ricorrere agli strumenti per separare i denti troppo vicini, fra i quali si può annidare un residuo di cibo, che lo stuzzicadenti non riesce ad asportare. La separazione dà grazia alla dentatura e non è seguita da alcun inconveniente, se è fatta da mano esperta.

Non si devono mai toccare i denti dei bambini: solo all’età di 12-15 anni si potranno usare i ferri. E’ però necessario abituarli, di buon ora, a gargarizzare la bocca con l’acqua fresca e a fregare i denti con la spugna o con un pezzetto di tela. Non raccomanderemo mai troppo l’estrema cura della bocca che, essendo trascurata, può portare ad un mefitico odore, nocivo allo stesso individuo ed insopportabile per chi gli s’avvicina. Non ci si deve poi inquietare per macchie gialle o nere che compaiono sui denti dei bambini: il lavoro della seconda dentizione dà luogo a queste macchie che, tuttavia, spariranno con la cura dei denti. Al di là di ciò, vi sono altre cose che non sarà mai troppo raccomandare, come l’evitare i colpi che si danno o si ricevono giocando imprudentemente. Lanciando sassi, biglie, noci e nocciole, vetri, etc. ci si espone a crudeli accidenti ed alla perdita di denti. Si deve evitare, anche, di bere acqua troppo calda: gli Olandesi fanno grande uso di the, e coloro che lo bevono bollente hanno i denti gialli e che si cariano spesso. Occorre ancora limitare i lavaggi della testa, troppo freddi: il risultato è un reuma spaventoso, in seguito al quale i denti si spezzano.

Mal di denti. I dolori che possono colpire i denti sono provocati da cause diverse. A volte il dente è cariato, vale a dire, rotto in parte, per una malattia specifica; più spesso, quando i nervi sono scoperti, è il contatto con l’aria o con alimenti freddi che provoca un vivo dolore. I metodi per rimediare sono i seguenti e vanno messi in atto in ordine successivo.

1° S’introduce nel buco del dente un piccolo tampone imbevuto nell’olio d’oliva, che impedisce il contatto con l’aria.

2° Come sostituti dell’olio d’oliva, l’essenza di garofano o altre essenze che, per la loro causticità, possono intorpidire il nervo dentale.

3° Se non ci si può procurare l’essenza, s’imbeve di laudano un piccolo tampone di cotone, che s’introduce nel dente. In tal caso vanno evitate altre medicine.

4° L’etere, da solo, o mescolato al laudano, in parti eguali, dà, assai sovente, un buon risultato.

5° A volte basta chiudere il foro del dente con un po’ di cera, o un frammento di resina detta incenso od olibano .

6° Quando i metodi precedenti non portano nessun sollievo, il dente va estratto, senza esitazione: se, vanamente, si cercherà di conservarlo, non ci risparmieremo inutili sofferenze. L’im­portante è indirizzarsi ad un abile dentista ed evitare i ciarlatani che non esiteranno a far soffrire a lungo, pur di prolungare i loro interessi. Se si ha un forte mal di denti, le gengive sono rosse, infiammate e gonfie, conviene impiegare gargarismi addolcenti, cataplasmi e mignatte.

Per preparare i gargarismi, si fa bollire, per circa dieci minuti, in una ‘chopine’ d’acqua, mezza oncia di radice d’altea secca, o un’oncia della stessa, fresca. Se non ve la potete procurare, si rimpiazza con radice di malva campestre, che cresce dappertutto e che tutti conoscono, o con le foglioline della stessa o, infine, con quelle di malvarosa . Se si hanno capi di papavero bianco , se ne può fare un decotto. Il gargarismo va usato tiepido, tenendolo in bocca in maniera di bagnare la gengiva dolente. Quando questo metodo non funziona, si può ricorrere all’applicazione di cataplasmi: si fa bollire acqua o una decozione simile a quella destinata ai gargarismi, si stempera dentro farina di linseme , in modo da farne una polentina. Se ne mette qualche cucchiaio in una tela, che va piegata, per avvolgere il cataplasma, e s’applica sulla gota, caldo abbastanza, ma sopportabile. Si deve cambiare, quando diventa tiepido.

Spesso l’applicazione di sanguisughe o di un piccolo vescicatorio, fa cessare prontamente il dolore, occasionato dal gonfiore e dall’infiammazione della gengiva, ma prima di ricorrere a questi metodi è bene consultare un medico, o un chirurgo, perchè il loro impiego, non mirato, potrebbe recar danno. Quando si formano sulle gengive bottaccioli o piccole ulcere, occorre anche, se possibile, ricorrere alle medicine; questi mali, che derivano da malattie più o meno complicate, esigono un trattamento che solo la persona dell’arte può decidere e prescrivere.

 

Unità di misura d’origine anglosassone pari a cm 2, 54.

Styrax benzoin - Lauracee, detto incenso di Giava. Officinale era la resina.

Resina estratta dallo Styrax off., o balsamo ottenuto per ebollizione, in acqua, della corteccia di Liquidambar orientalis - Amamelidacee, usato, oltre che in farmacia, in profumeria per il fissaggio delle essenze.

Per i deliqui di poco conto, le dame del ’700 erano solite recare con se una boccetta, finemente lavorata, detta flacon de poche in Francia e smelling bottle nell’area anglosassone, contenente aceto forte od altre essenze stimolanti o sali odorosi.

Aceto inglese: aceto forte p. 10/canfora p. 1/essenza di cannella e di chiodi di garofano ana p. 0,02/essenza di lavanda p. 0,01.

Carbonato d’ammonio in polvere o ‘concreto’ (secco). S’impiegava anche ‘allungato’ e, in tal caso, era detto dolce.

Bevanda alcolica ottenuta per fermentazione di una soluzione acquosa di miele, talvolta aromatizzata con fiori di sambuco, di lino o di rosmarino.

Non si comprende l’impiego, in questo caso, di piante cicatrizzanti o del sambuco, che è fondamentalmente un antinfiammatorio.

Non è chiaro perché tali vapori non siano chiamati anidride carbonica (scoperta nel 1630 da Van Helmont, che la definì spirito silvestre e detta, variamente, spiritus mineralis, aria fissa, acido dell’aria, acido carbonico), o soprattutto ossido di carbonio, già noto dal 1776 (Lasson) e definito chimicamente nel 1800: probabilmente, il nostro estensore non aveva cognizioni chimiche eccezionali.

L’uso del tabacco come droga medicinale, variamente ed a lungo sperimentato come nervino, per la cura di piaghe torpide, nell’epilessia e per l’eliminazione di vermi intestinali, od altro, è stato abbandonato per i numerosi casi fatali verificatisi nel tempo, dovuti all’avvelenamento, pressoché intrattabile da nicotina.

Acquavite. Se non diversamente specificato s’impiegava ad un tasso alcolico abbastanza basso (sotto i 25°).

“Per fare l’acqua della regina, prendi un buon manipolo di fiori di rosmarino, uno di salvia, poche puntine o fiori di spigonardo <Andropogon nardus, ma più comunemente sinonimo di lavanda>, un poco di canfora, se ti piacerà. Poni il tutto in un fiasco d’acquavite di due mani, e lascia stare in infusione, nell’ stillo per qualche giorno, o tempo, poi stilla e procura che venga a goccioline, e sarà perfetta”. (Becciani U.: “Lettura di un manoscritto di secreti del XVIII secolo.”).

Tutti vini liquorosi spagnoli:

Alicante: vitigno nero coltivato nei dintorni dell’omonima città, ma anche nell’Africa settentrionale, e nell’Italia meridionale.

Malaga: bianco o rosso, secco o dolce, è ottenuto da vitigni delle colline che circondano la piana di Malaga, in Andalusia.

Rota: dall’omonima cittadina, nei pressi dello stretto di Gibilterra.

Xeres: simile al marsala, è prodotto a Jerez de la Frontera. Il nome è sinonimo dell’inglese Sherry.

Com’esempio riportiamo la mistura analettica o pozione antispasmodica del Formulario degli Ospedali di Milano: acqua di melissa e di menta ana g 50/acqua di cannella g 15/liquore anodino di Hoffmann g 2/sciroppo semplice g 5.

Detto anche gas marino deflogisticato o gas murigene, è il cloro sciolto in acqua. (Il flogisto era una presunta sostanza che si sarebbe dovuta liberare da composti, per riscaldamento; il termine dal greco phlogistòs significa infiammato).

Nella maggior parte dei casi su trattava del tartaro emetico (tartrato di potassio ed antimonio), detto anche tartaro stibiato.

L’ipecacuana, indicata come alternativa è la Cephaelis ipecacuanha - Rubiacee, arbusto del Brasile che è tuttora considerato il vomitivo d’elezione e s’impiega, a più basse dosi, per la cura della dissenteria amebica, nei paesi dove, ancor oggi, questa malattia è diffusa.

È curioso notare come il salasso (e le sanguisughe) era praticato in diverse parti del corpo (giugulare, piedi, braccia, tempie, ecc.), considerate specifiche per determinate patologie.

In Italia detta acqua di fonte.

L’altea selvatica.

Più nota col nome popolare di muraiola, è quell’urticacea che cresce nelle crepe dei muretti di campagna.

Il corbezzolo: Arbutus unedo e Arctostaphilon uva ursi delle Ericacee. Ha azione antiputrida ed astringente ed è efficace nelle malattie delle vie urinarie. H. Leclerc paragonò questa pianta al matico dell’America del sud, per l’efficacia contro la blenorragia acuta.

Moneta medievale, assai diffusa in Europa e nel Levante. Il groschen, fino al 2002, era ancora un divisionale dello scellino austriaco. Naturalmente, come unità di peso valeva il contenuto in polvere che poteva tenere sulla faccia. Corrispondeva, come peso, alla dramma.

 Non va confuso con la grossa, unità numerica del commercio equivalente a 12 dozzine.

Chelidonium majus - Papaveracee, detta erba dei porri, per l’uso che se ne faceva in medicina. Il nome significa invece erba delle rondini, per la credenza che questi uccelli se ne servano a scopo curativo.

Il tarassaco, detto anche soffione o dente di leone e bugia, perché scherzosamente si dice bugiardo, chi non riesce a staccare con un sol soffio, tutte le parti del soffione: la macchina della verità del passato.

Antica misura di capacità, pari a 2 pinte.

Suffrutice delle Composite (Artemisia abrotanum) dall’odore di canfora.

Si segue qui la dottrina dei segni: come la sanguinaria che dà un succo rosso si riteneva efficace per le malattie del sangue; l’epatica per il fegato, perché ha le foglie dello stesso colore, la buglossa, che ricorda la testa di un serpente, per punture e morsi velenosi; le piante dal succo giallo, per l’ittero, ecc.; così il grasso d’orso, notoriamente ricoperto di molti peli, si riteneva utile per la caduta dei capelli.

La biacca o cerussa: il carbonato di piombo, usato anche come cosmetico, nelle ciprie.

Detto, più comunemente, sapone verde, alcalino o molle, è il sapone di potassa, preparato con olio di lino o canapa, idrato di potassio, alcool ed acqua.

Non si tratta del tessuto setoso, usato in genere come fodera: in questo caso è sinonimo di sparadrappo, cerotto, fatto con ittiocolla, o colla di pesce. Si considerava un vulnerario, ma, in effetti, l’azione era solo meccanica.

38 L’alcool puro.

Preparato per distillazione del legno di faggio e del più pregiato legno santo, il guaiaco delle Bahamas.

Pianta erbacea delle Crucifere, molto ricca di vitamina C.

Gommoresina estratta da numerose Burseracee, originarie de Medio Oriente. Ha debole azione antisettica.

Antica misura di capacità, equivalente, in Francia, a l. 0,466 (0,569 in Canada). Spesso nel linguaggio popolare stava ad indicare, semplicemente, una bottiglia.

O malvone, l’Althaea rosea.

Il papavero da oppio o indiano.

Altro nome del seme di lino.

 

Acqua d’angelo

 

Fate infondere fiori di mirto nell’acqua, in seguito, distillate ed otterrete un’acqua profumata, che renderà le carni sode e brillanti.

 

 

Acqua di Colonia

 

Prendi spirito di vino a 30°, dieci pinte; essenza di bergamotto, quattro once; di cedro, un’oncia; di lavanda e di rosmarino, due grossi; di menta, di timo e di garofano, un grosso; di neroli un’oncia. Metti tutte le sostanze in una bottiglia grande, agita la miscela, e l’acqua è fatta.

Acqua di giovinezza

 

Prendete un’oncia di solfo vivo ; due once d’incenso bianco e fine, ed altrettanto di mirra , ridotti a pezzetti minuscoli; ambra grigia fine; polverizzate ogni droga, a parte, e mescolate il tutto in acqua di rose. Fate distillare e ponete l’acqua in una bottiglia ben tappata. Lavatevi il viso, prima di coricarvi, e, il mattino seguente, svegliandovi, lavatevi ancora, con acqua tiepida. Quest’acqua meravigliosa dà alla pelle un colore delicato e una luminosità piacevole.

 

 

Acquavite alla lavanda

 

Prendete due o tre pinte di buon’acquavite, mettetela in una brocca d’arenaria ed aggiungete quattro manipoli di fiori di lavanda, chiudendo poi ermeticamente. Quest’acqua è un rimedio contro le contusioni, che guarisce, se s’applica in compresse sulla parte malata. Per i colpi violenti si fa l’acqua da testa , con quest’acquavite alla lavanda.

 

Acqua vulneraria

 

Prendi quattro once di ciascuna delle seguenti piante: foglie recenti di salvia, angelica, assenzio, santoreggia , finocchio, issopo, melissa, basilico, ruta, timo, maggiorana, rosmarino, origano, calamenta , serpillo, fiori di lavanda. Pesta grossolanamente il tutto e fa infuso, per otto ore, in sei pinte di spirito di 25-30°, o di forte acquavite. Passa attraverso tela e conserva in bottiglie. Se si vuole avere perfettamente bianca, va distillata in alambicco, ma non è necessario. A volte, per preparare l’acqua vulneraria, si sostituisce l’acquavite con vino bianco, ma sarà più scadente. Oppure, si può usare vino rosso, per infondere le erbe: il liquido ottenuto prende il nome d’acqua vulneraria rossa, o semplicemente d’acqua rossa.

L’uso generalizzato di bere quest’acqua dopo le contusioni è pericoloso: si possono verificare infiammazioni e altri accidenti spiacevoli. L’acqua vulneraria deve essere impiegata solo esternamente, per sfregare le parti peste o fiaccate dalle distorsioni.

 

 

Acqua di Poitou

 

Prendete 2 once di vetriolo blu, 1 grosso di vetriolo di Cipro , di canfora e di zafferano di Marte . Frantuma tutto e incorpora un mezzo sestario (un quarto di litro) d’acquavite.  Quindi, metti il tutto in due bottiglie d’acqua sorgiva e lascia a riposo per 24 ore, sulla cenere calda.

Per l’uso esterno è molto superiore all’acqua vulneraria di Marte , e si può usare per uomini ed animali in tutte le specie d’emorragie, ascessi, lividi, mal di gambe o degli occhi, albugine e rossori.

 

 

Le escoriazioni

 

Burro fresco e sego o sugna, che coprono le parti escoriate, sono i rimedi più utili ed efficaci. Occorre che il riposo, concorra a favorire i loro effetti.

 

 

I geloni

 

Sono una specie di bubboni, che vengono d’inverno, di preferenza, alle mani ed ai piedi delle persone giovani. Sono, di solito, accompagnati da infiammazione, fitte dolorose, pizzicore.

Per preservarsi, è sufficiente evitare i primi freddi con cura; ci si guarderà di non esporsi al freddo, improvvisamente, dopo essere stati in un luogo molto caldo, poiché è questo passaggio repentino a temperature diverse che genera, spesso, i geloni alla pelle tenera e delicata. Allorquando si è voluto curarli s’è osservato che un metodo assai vantaggioso è di umettarli con la propria urina… o ancora di sfregarsi piedi e mani con la prima neve che cade. Quando i geloni degenerano in ulcere, vanno lavati con vino puro, o, s’applica, poi, un cerato .

Le distorsioni (rimedi)

 

Quando la parte malata non ha tracce d’infiammazione, basta bagnare, e coprire, con delle compresse imbevute d’acqua vegeto-minerale . Se c’è infiammazione, va applicato un cataplasma fatto con farina di linseme, ed impiegata, in seguito, l’acqua vegeto-minerale. Quando si può, al momento dell’inci­dente che provoca la distorsione, mettere la parte malata in acqua molto fredda o coprirla di ghiaccio, per evitare conseguenze spiacevoli. Occorre prolungare quest’immersione per un’ora o due. Il riposo assoluto è indispensabile per una pronta guarigione di questa sorte d’affezione. Se si forma un deposito, se il dolore è lancinante e i rimedi indicati non rispondono; se il gonfiore è considerevole, e, quindi l’accidente è grave, occorre, senza esitazione, ricorrere ad un chirurgo, al fine d’evitare conseguenze nocive, che potrebbero portare ad una ferita insanabile.

 

 

La spossatezza

 

E’ uno stato di debolezza che leva l’energia a tutte le parti del corpo, e che, di solito, è il seguito di qualche grave malattia o d’esercizi fisici violenti, ripetuti troppo spesso, o, infine, di troppi eccessi.

Alla spossatezza, quando non è la conseguenza di una malattia seria, si può porre rimedio, poco a poco, con la convalescenza. Se deriva da un eccesso di lavoro o di piaceri occorre disporsi, con moderazione, al riposo e alla saggezza che serve in ogni occasione.

Quando questo disastro arriva ad un certo punto, non v’è più rimedio. I giovani devono, dunque stare in guardia contro lo sfinimento, qualunque sia la causa primaria.

 

 

La schinanzia

 

Per far passare una leggera schinanzia, prendete uno scropolo d’allume, ed altrettanto di noce di galla e di pepe, tutto ben polverizzato. Mescolate con un poco di bianco d’uovo, e toccate, tre volte il giorno, l’ugola con la cima di un bastoncino, dotato di un tampone di tela, che è stato intinto nella miscela ottenuta.

 

 

Lo stordimento

 

È una sorte di vertigine o di pesantezza considerevole della testa, per la quale la vista s’appanna, le orecchie ronzano, le gambe si piegano. L’ebbrezza, l’abuso dei piaceri dei sensi, i vapori di carbone, la pienezza di stomaco, causano, di solito, lo stordimento. Nei giovani, quest’accidente è leggero e non reca danno. Un mezzo bicchiere d’acqua fresca basta per calmarlo in breve tempo. Nei più anziani, sono da temere l’apoplessia e la paralisi. Un semplice salasso fa passare subito lo stordimento.

Lo svenimento

 

Questo accidente differisce dall’asfissia, poiché il polso, pure molto debole, non dà segno della sua presenza, se non nei pressi del cuore. Esistono due gradi ben distinti di svenimento. Nel primo il paziente è ancora presente, sente ed ode, senza però poter esprimere le proprie sensazioni; nel secondo non vi è conoscenza o sentimento; il polso è così debole che solo una persona abile lo può appena distinguere. Lo svenimento può essere causa di una malattia nervosa o dello spirito, di una gran perdita di sangue e, infine, da un eccesso di debolezza. Per ovviarvi, momentaneamente, serve eliminare tutte le cause che l’hanno occasionato; in genere s’impiegano odori forti e piccanti, barbe di piuma nel naso, aria ed acqua fresca, gettata violentemente, ma in piccola quantità, sul corpo. Va bevuto qualche sorso d’acqua fresca, quando i sensi si sono ripristinati, ed osservato, per un po’ di tempo, un riposo assoluto.

 

 

La debolezza

 

Stato nel quale l’economia generale del corpo o di un organo in particolare, manca dell’energia sufficiente per eseguire completamente le proprie funzioni. Per far cessare la debolezza s’impiegano frizioni secche, con l’impiego di flanella e di una spazzola morbida: si fanno leggeri esercizi a piedi o a cavallo, seguendo una dieta leggera, ma d’alimenti nutritivi e di bevande generose. Il trattamento della debolezza non è difficile, salvo che per le persone poco fortunate.

 

 

 


La febbre

 

Fra le malattie che sono causate da un irritante, e che prevedono il soccorso dell’arte, vanno messe le febbri, comprendendo, sotto questa denominazione, tutte le accelerazioni dei battiti del polso, accompagnate da calore, più o meno, ardente, da prostrazione delle forze vitali e da tutte le conseguenze che seguono, considerate il risultato d’affezioni spasmodiche degli organi essenziali, come il cuore, il cervello, i polmoni, la cui veemenza, intensità, invasione, carattere e durata si presentano nei modi più disparati. Anche le cause, comprese le più remote, di uno spasmo, di un’infiammazione, di un dolore, possono dare una lieve febbre… La febbre può essere idiopatica, dipendente da rilassamento, da rigidità, da ostruzione … Per questo le medicine somministrate per via orale per contrastarla, non darebbero mai un buon risultato se non prescritte dal medico chirurgo, che può valutarne l’uso. Così nello spasmo periferico, egli metterà in uso i bagni, i pediluvi o tutte le altre fomentazioni calde, arresterà l’orgasmo e svierà l’afflusso di sangue verso la testa, mediante il salasso. Il medico farà, inoltre, scemare i sintomi infiammatori… ristabilirà l’azione nervosa con i vescicatori, stimolerà l’evacuazione mediante i clisteri; infine, porrà in uso tutte le pratiche chirurgiche che possono contribuire ad eccitare, stimolare o trattenere l’azione vitale.

 

 

I fiori bianchi

 

Non sono altro che uno scolo malsano che accompagna e spesso sostituisce le regole delle donne e delle ragazze. Le cause principali sono la mancanza di moto, una dieta troppo succulenta, l’abuso di piaceri, le veglie, l’esaurimento nervoso, in poche parole un genere di vita che è tipico delle grandi città, dove la mente è frenetica ed il fisico delicato e inattivo. Non parlerò dei modi per guarire i fiori bianchi, perché devono passare da soli e naturalmente, ma vi dirò che per prevenirli bisogna fare molto moto, vivere sobriamente all’aria buona, non fare grandi fatiche e condurre una vita semplice e regolata.

 

 

Flusso del ventre

 

Prendete sei once di succo di cotogna; succo d’acetosa e d’indivia, due once di ciascuno; semi d’acetosa e di piantagine , d’ognuno tre dramme; corallo rosso e semi di rose rosse, d’ogni cosa una dramma. Fate bollire fino a che il tutto si riduce di un terzo, colate, spremendo con forza, e fate uno sciroppo, con lo zucchero necessario. Il malato ne deve prendere due once, mattina e sera, due ore prima di mangiare.

 

 

Le flussioni

 

Le flussioni hanno molti punti in comune con gli ascessi. Sono dei depositi d’umori che si formano all’istante in qualche parte del corpo. Si verificano principalmente sulle gote e sugli occhi, nella bocca ed attorno alla parte superiore del collo. Sebbene alcune persone credono che le flussioni siano un incomodo simile a quelli che si verificano in coloro che non stanno a regime, tuttavia è importante che un individuo colpito da flussione non cambi assolutamente il suo modo abituale di vita, poiché rischierebbe d’aggravare il male e d’estendere l’infiamma­zione. La dieta e il riposo, l’acqua e la privazione di bevande riscaldanti, e di calore nelle parti colpite: ecco il regime da seguire.

 

 

La rogna

 

Si può trattare la rogna, con successo, impiegando una lozione così composta: prendete acqua comune, due libre; solfuro di potassio, tre once; acido solforico a 66°, un grosso. Sciogliete il solfuro nell’acqua, ma l’acido solforico aggiungilo solo al momento dell’uso. Si può sostituire l’acido solforico, con tutti gli altri, ad esempio quello dell’aceto, aumentandone la dose se è un acido debole.

Questa lozione è comoda per i militari, i viaggiatori e per tutti quelli che non hanno altro modo per guarire la rogna.

 

 

La cancrena

 

Spolverizzando le ferite con zucchero in polvere fine, s’impedisce alla cancrena d’insediarsi. I Turi lavano le ferite fresche con vino, quindi le spolverizzano con lo zucchero. Ulcere inveterate sono state guarite con lo zucchero disciolto in una decozione forte di foglie di noce.

 

 


Screpolature delle labbra

 

Le screpolature e le offese, dovute al tempo, delle labbra si curano con un unguento così composto: prendete un’oncia di mirra e di litargirio d’argento , quattro once di miele, due once di cera, sei once d’olio rosato; mescolate tutto assieme, aggiungendo, a piacere, qualche gocce d’infuso di legno di Rodi .

 

 

La gotta

 

Un minore eccesso di bevande alcoliche può far regredire la gotta e il reumatismo gottoso nello stomaco e nel petto; allora si devono mettere i piedi nell’acqua, calda quanto si può sopportare, applicare subito mostarda alla pianta dei piedi, e seguire una dieta scrupolosa, se si vogliono evitare gravi accidenti, dai quali si è specialmente minacciati in tale circostanza.

 

 

L’emottisi o rottura di sangue

 

Quando l’emottisi è recente e moderata, si devono prendere bevande mucillaginose, temperanti ed acidule, come l’acqua d’orzo, di riso, di consolida , di latticello con nitro , d’emulsioni con nitro. Il riposo, la posizione orizzontale senza il minimo movimento, uniti ai metodi di cui sopra, saranno sufficienti per farla arrestare e ristabilire l’ordine naturale… Se l’emottisi è dovuta alla soppressione del mestruo o alle emorroidi, s’applicheranno alcune mignatte alla parte interna e superiore delle cosce e all’ano. Se la rottura di sangue è violenta si farà ricorso al salasso sul braccio: il malato, porrà, allo stesso tempo, le mani nell’acqua calda, resa irritante con l’aggiunta di farina di mostarda, d’acido muriatico, di cenere; gli si farà prendere, la mattina, un leggero lassativo, come il tamarindo, il rabarbaro, etc.; a meno di una temperatura rigorosa, non s’accenderà il fuoco nella stanza del malato, si farà entrare l’aria fresca, o si farà scorrere l’acqua per rinfrescare l’aria, etc.

Quando la perdita di sangue è eccessiva chiamare un medico.

 

 

Le emorroidi

 

Il flusso emorroidale che ritorna periodicamente è, il più delle volte, salutare. Guai ad arrestare il suo corso! Al contrario, bisogna assecondarlo, quando qualche ostacolo lo ferma. S’impiegheranno dunque bagni (o meglio, semicupi) sulla sedia di decenza, clisteri emollienti, ed, infine, se l’ingorgo dei vasi emorroidali diventa tale che occorra farlo scaricare, le sanguisughe; se non funzionano, le lancette . In genere, la dieta con sostanze rilassanti è quella che conviene alle persone soggette a flusso emorroidale. Tutto ciò che può irritare o scaldare, fra gli alimenti, tanto solidi che liquidi, non conviene per nulla.

 

 

 

Il singhiozzo

 

Il singhiozzo che proviene da una digestione perversa, si guarisce sciogliendo in bocca una zolletta di zucchero, con qualche goccia d’acido solforico, posta sopra. Se non si ha questo rimedio per le mani, si può bere, lentamente, un bicchier d’acqua, o, semplicemente, tenere la bocca aperta, per un po’ di tempo, trattenendo, contemporaneamente, il respiro. Ancora, si può far passare il singhiozzo ad un individuo, provocandogli, improvvisamente, uno stupore.

 

 

Oli aromatici

 

Per ottenere tali oli, si fanno bollire, nell’acqua le coccole di sassofrasso o di benzoino. Quando le essenze galleggiano, si scremano con un cucchiaio.

Quest’olio di sassofrasso differisce da quello che s’estrae dalla scorza della radice del solito albero: l’aroma è differente, è molto più leggero e rapprende ad un più alto grado di calore.

L’olio di benzoino ha un aroma delizioso, è assai infiammabile, e se ne può far uso come specie negli alimenti, oltre che in tutte le malattie che richiedono l’impiego d’oli aromatici; si è provata, con successo, l’applicazione, per uso esterno, in casi di reumatismo grave e inveterato.

 

 

Olio cosmetico

 

Prendete quattro once d’olio di mandorle dolci, due once d’olio di tartaro per deliquio , due gocce d’olio di Rodi ed un’oncia d’olio di gelsomino o di rose. Mescolate il tutto ed avrete un cosmetico eccellente per detergere ed addolcire la pelle.

 

 

L’itterizia o giallume

 

Questa malattia ha come carattere precipuo la colorazione in giallo degli occhi e della pelle, la tinta rossa zafferano delle urine e la decolorazione delle feci.

L’acqua o la decozione di carote, di pastinaca , l’acqua col pane, due tuorli d’uovo dissolti in una tazza d’acqua zuccherata, e presi per 15 giorni, una o due volte il giorno, l’idromele, i bagni in latticello, i clisteri emollienti, un’alimentazione composta principalmente d’erbe, un esercizio fisico moderato ed una dolce gaiezza, sono la base del trattamento. Non abbiamo bisogno di raccomandare l’eliminazione della causa che ha prodotto la malattia. Se l’ittero permane ricorrere alla medicina.

 

 

L’indigestione

 

È un’indisposizione di stomaco causata da un vizio degli organi, o da eccesso di bevande od alimenti da parte di coloro che s’abbuffano. Lo stomaco produce gli umori che devono riparare le nostre mancanze, trattenere le nostre forze: se funziona male ci si deve attendere una fonte di guai.

Parlerò qui delle indigestioni occasionate da una quantità troppo grande o da una qualità pessima degli alimenti, e non degli accidenti provocati allo stomaco da colpi esterni, da dispiaceri violenti, dall’ubriachezza o da crudezze accumulate, etc.

Nelle indigestioni ordinarie, si hanno nausea, sbadigli, pesantezza, bocca cattiva ed, infine, voglia di vomitare. Se, dopo aver bevuto o mangiato troppo s’avverte uno di questi sintomi, la prima cosa da farsi è di bere un the molto leggero, ed in piccola quantità; ma se la pesantezza di stomaco continua, occorre indurre il vomito, semplicemente con qualche sorso d’acqua tiepida: se questo non basta, si mettono due dita in gola e, l’indomani si starà a dieta, e l’accidente non avrà seguito.

 

 

Infiammazione delle palpebre

 

Per evitare l’infiammazione delle palpebre, occorre prevenirla, portando, d’estate, un velo verde, e usando, d’inverno, una protezione dello stesso colore, poiché il sole è assai nocivo agli occhi ed alla pelle. Non dovete esporvi alla luce in maniera sconveniente, leggere caratteri troppo piccoli, eseguire lavori di precisione con la luce della lampada, come il ricamo o i punti di merletto, e soprattutto evitare di lavorare stoffe rosse o nere. Se, malgrado queste sagge precauzioni, le vostre palpebre s’arrossano e s’infiammano, preparate una leggera infusione di meliloto , con la quale bagnare gli occhi, la sera prima di coricarvi. Questa erba, dall’odore pungente ma gradevole, ha la proprietà d’addolcire anche l’infiammazione dell’interno dell’occhio. L’indomani proverete un sollievo, e nel giro di tre o quattro giorni, al più tardi, la guarigione sarà completa. In caso contrario significa che l’infiammazione dipende da una causa interna, e diventerà necessario consultare un medico.

 

L’insonnia

 

Quando l’insonnia è passeggera, è solo un’indisposizione insignificante, che non esige alcun rimedio: … è, qualche volta l’effetto di una passione violenta che occorre calmare. Se una persona è soggetta all’insonnia, dovrà passare, tutti i giorni, un determinato tempo, ad imitare il sonno, stando in tranquillità, con gli occhi chiusi e cercando di sospendere, per quanto possibile, le facoltà della mente, altrimenti rischierà di vedersi deperire in modo sensibile.

 

 

Bulimia, o fame violenta

 

Si assegna questo nome ad un bisogno imperioso di mangiare, che sopravviene soprattutto dopo un pasto copioso. Questa specie di nevrosi, o meglio, alterazione dello spirito, che riscalda lo stomaco ed accelera la digestione, è di solito causata da un esercizio forzoso o dalla presenza di vermi nel dotto intestinale. In questo caso assumere un poco di vino o d’acquavite, non lasciandosi prendere dal desiderio d’alimenti solidi, che non mancherebbero di provocare un’indigestione.

 

 

Latte rosato

 

Quattro once di potassa e d’acqua di rose, due once d’acquavite pura e di succo di limone. Mettete tutto in due pinte d’acqua e, quando volete lavarvi, mettete un cucchiaio o due di questo preparato nel catino di cui vi servite. Questa composizione rende il colorito fresco e schiarisce la pelle.

 

 

Il rilassamento

 

È spesso la conseguenza di uno sforzo considerevole, piuttosto che di un eccessivo lavoro mentale. Cessa con il riposo. Qualche volta con il rilassamento si manifesta un senso di pesantezza e di malessere generale in tutto l’ambito del corpo, con perdita dell’appetito e debolezza.  Questa sorta di mollezza non è ancora una malattia acclamata, ma ne apre la via. È dunque utile avvertire le persone che la provano, di mettersi a regime, ed interrompere il lavoro che possono aver intrapreso, per evitare la malattia dalla quale sono minacciati, o almeno per renderla meno pericolosa.

 

 

Il lupus

 

Si chiama lupus un piccolo bubbone che si manifesta sotto la pelle, nelle cellule del tessuto adiposo. Compare in tutte le parti del corpo, ma, soprattutto nella testa e vicino al collo. Ne parlo qui per avvertire le persone che vedranno, o sentiranno nascere delle piccole tumescenze di farsi visitare. Si è visto un piccolo lupus giungere, anche, fino alla dimensione di un piede di diametro. In genere, si dovrà estirpare, quando è giovane, e non tormentarlo se inveterato. Si può, all’inizio, legarlo, e facilmente s’estirperà. Anche se non è pericoloso, è, almeno, inopportuno e fastidioso.

 

 

Le mani (delle attenzioni che bisogna avere per mantenerle bene)

 

La pulizia è la prima condizione da rispettare per mantenere le mani in uno stato soddisfacente. Si devono lavare spesso, almeno due volte il giorno, ed è bene abituarsi all’impiego d’acqua fredda, perché chi ha preso l’abitudine di lavarsi con acqua calda, e, dopo poco, è costretto ad immergerle in quella fredda, potrà esserne disturbato. Spesso l’acqua fredda non basta per rendere le mani pulite; quando sono unte di grasso si deve impiegare il sapone, senza ripeterne troppo spesso l’uso, perché finirebbe coll’indurire la pelle. L’impiego abituale della pasta di mandorle è preferibile; si può, comunque sostituirla, vantaggiosamente, con la mollica di pane raffermo o la crusca. Se le mani sono macchiate d’inchiostro, o annerite dal contatto di qualche utensile di ferro, un po’ di succo di limone o di sale d’acetosa le sbiancheranno istantaneamente. È bene, dopo l’impiego di questi metodi, se si ripetono sovente, passare un po’ di pasta di mandole sulle mani, per render loro la dolcezza e la morbidezza che hanno perduto. La scelta dell’acqua che s’impiega per il lavaggio delle mani non è indifferente: l’acqua di pozzo non è adatta a quest’uso, mentre ci si deve servire, preferibilmente d’acqua di ruscello o piovana, che è la migliore di tutte.

 

 

Mal di mare

 

Può essere acquietato nel modo di proceder seguente: versate qualche goccia d’etere di vetriolo su una zolletta di zucchero che lascerete sciogliere in bocca; oppure, bevete qualche goccia d’etere posto in acqua zuccherata, per impedire che evapori troppo spesso.

 

 


Lividi

 

Applicate miele crudo sul membro ammaccato, fasciandolo con una tela: l’effetto sarà salutare.

 

 

Emicrania

 

Invece di riportare la pletora di prescrizioni consigliate per guarire dall’emicrania, spesso dubbiose, noi ci accontenteremo d’enunciare i metodi curativi o protettivi più semplici e, allo stesso tempo, più efficaci. Si berrà tutte le mattine a digiuno una libra d’acqua fresca e si faranno esercizi fisici prima del pranzo, ma il miglior rimedio per opporsi agli accessi, forti che siano, è il riposo il più assoluto possibile. Dopo parecchie ore di sonno, ci si trova, risvegliandosi, in uno stato assai differente da quello in cui si era prima, di cui non resta che il ricordo. Per prevenirne il ritorno, raccomandiamo esercizi fisici moderati, all’aria aperta e d’evitare le strettezze di spirito, di fuggire la mollezza e, quando l’emicrania è cronica, di fare qualche viaggio. La temperanza sarà ancora un modo sicuro, per eliminare le recidive. Si possono poi applicare alla fronte delle fasce imbevute in acqua di melissa o di tiglio, qualche goccia d’etere su una zolletta di zucchero.

 

 

La nausea

 

Coloro che si trovano su una nave, per la prima volta, possono essere danneggiati, con certezza, dal mal di cuore e, in seguito tendono a prendere tutte le altre malattie di cuore ed hanno voglia di vomitare.

La nausea delle donne grasse non è di solito pericolosa: si guarisce, quand’è tenace, con qualche cucchiaiata di vino di Malaga o di un altro tipo di vino liquoroso.

Coloro che ne sono soggetti non devono mangiare.

Ottenuto per distillazioni delle zagare, i fiori d’arancio. Molto impiegato in profumeria. Il nome da Anna Maria, principessa di Neroli che nel XVII secolo lo introdusse in Francia.

O nativo. Poco usato perché può contenere tracce d’arsenico; si preferivano i fiori (solfo sublimato) ed il precipitato, detto anche latte di solfo o magistero (reso solubile in una soluzione di calce e precipitato con aceto).

Gommoresina che fuoriesce in gocce oleose gialle dalla corteccia d’alcune Burseracee, come la Commiflora myrrha; a contatto con l’aria rapprende in grani rotondeggianti. Usata, fin dall’antichità per imbalsamare i cadaveri.

Sostanza assai odorosa, dall’aspetto ceroso, secreta dall’intestino del capodoglio che, a contatto con l’acqua di mare solidifica e galleggia. Si trova in abbondanza nei mari del Giappone e delle Molucche.

Per un refuso del testo non è indicata la dose per la ricetta.

Probabilmente l’acqua vulneraria con essenza di rosmarino e balsamo Fioravanti (alcolato di trementina).

Satureja hortensis - Labiate, impiegata in condimenti e per aromatizzare vini e liquori.

Altro nome della nepitella (Satureja calamintha) che noi usiamo per aromatizzare i funghi in umido.

Praticamente sinonimi, si tratta di due qualità di solfato di rame.

L’ossido di ferro.

Misura di capacità, fin dall’antica Roma, pari ad un sesto del congio (l. 3,283), quindi equivalente a l. 0,545.

‘Setier’ era, in Francia, un’altra unità di misura, usata soprattutto per gli aridi.

Una preparazione di ferro trivalente, presto sostituita dalla soluzione di percloruro ferrico che, ancor oggi, serve per imbibire il cotone emostatico.

Medicamento per uso esterno che conteneva come eccipiente base cera d’api, spermaceti o altra sostanza simile.

In passato si preparava così: “Carbonato di mercurio bianco, un’oncia; sopratartrato di potassa polverizzato, sei once. Macina diligentemente in mortaio di porcellana e su questa polvere getta acqua stillata bollente, libre quattro. Filtra la soluzione saturata” (Campana). Era detta acqua vegeto-minerale di Pressarin. In tempi più recenti, si allestiva con vari metodi (acqua saturnina, liquido di Buerow, acqua del Goulard, acqua vegeto-minerale composta della Farmacopea Francese) con acetato basico di piombo con acqua o acqua/alcool.

O squinanzia. Sinonimi d’angina.

Rigonfiamento delle foglie, dei rami o delle radici d’alcune piante come la quercia o l’olmo, dovuto ad una difesa del vegetale contro punture d’insetti. È ricchissima di tannino e, quindi, utilizzata nell’industria degli inchiostri e delle vernici ed in tintoria.

Rumex acetosa - Poligonacee.

Plantago lanceolata - Plantaginee.

Zoofito di Isis o Gorgonia nobilis - Lin. “Polipaio, la composizione del quale è carbonato di calce, insieme unito da un glutine animale. Polverizzato serve di dentifricio. È stato proposto come assorbente” (Campana).

Nome generico di vari tipi di scabbia ma, in genere, più usato per indicare una dermatite pruriginosa. “E lasca, per grattar dove è la rogna” (Alighieri).

Gli abitanti della Turingia.

Protossido di piombo ottenuto col metodo della coppellazione: i minerali argentiferi, che contengono solitamente anche piombo, vengono ossidati mediante fusione in forno o crogiolo, in modo che il piombo si separa e l’argento s’ottiene praticamente puro.

O di Cipro. Convulvulus scoparius - Convolvulacee, ma anche il legno aloe o agalloco ed altri suoi succedanei. Sfregato o riscaldato emana odore di rose.

Symphytum off. - Borraginee. Il nome dalle sue proprietà consolidanti, astringenti.

Il nitrato di sodio, di cui è ricco il Cile.

Gli strumenti con cui si praticava il salasso.

Sassofras albidum - Lauracee; l’essenza è un ottimo aromatizzante per le bevande e profumo per i saponi. In farmacia era utilizzato come diaforetico.

Il tartrato doppio di potassio ed ammonio per soluzione.

Fittone simile alla carota, ma di colore bianco-giallo e di sapore più dolce.

O vetturina gialla: Trifolium melilotus - Papilionacee. È effettivamente efficace nelle oftalmie, da solo od assieme alle altre specie oftalmiche (fiori di fiordaliso ed eufrasia, foglie di piantagine, in parti uguali, infuse, a caldo, per 15’).

Ossalato acido di potassio.

L’etere solforico, detto comunemente etere.

 

Malattie dei nervi

 

S’impasta con acqua bollente della molitura di frumento (farina e pula assieme) e se ne stende uno strato, sul quale il malato si corica, avendo a disposizione un altro strato della solita pasta, da applicare sul corpo, in modo che ne sia ricoperto fino al collo: si stabilirà in lui un’abbondante traspirazione e, in poche ore, i dolori peggiori spariranno come d’incanto. Dopo aver passato cinque o sei ore in quella pasta, il malato si farà portare in un letto molto caldo, e, se i dolori saranno ritornati, una seconda ed una terza applicazione, attueranno la sua completa guarigione.

 

 

La nutrice

 

Una buona nutrice si giudica in rapporto all’età, al tempo trascorso dal suo parto, alla costituzione, al latte e, infine, ai suoi costumi. L’età più conveniente è da venti a quaranta anni: il latte giovane è preferibile a quello vecchio! La nutrice deve essere fresca, sana, forte, non troppo grassa e, nemmeno troppo magra; il petto largo ed i seni abbastanza sodi e carnosi; i capezzoli non gonfi, duri e callosi, ma di una grossezza e stabilità sufficiente, e ben forati, perché la suzione del bambino sia facile. Il latte non deve essere troppo acquoso, né troppo denso: è necessario che coli lentamente, e che bagni leggermente la biancheria.

Essa non sarà grossa e dovrà essere nota come saggia e sana di spirito e di corpo, perché il latte può essere buono, ma la nutrice malvagia. Sarà vigile, prudente, sobria, dolce, gaia, poiché si è osservato che le passioni violente delle nutrici sono spesso causa di frequenti convulsioni dei bambini. Una madre che è impossibilitata a nutrire il proprio bambino, prenderà, almeno tutte le misure per assicurarsi che questo sia in buone mani, e soprattutto in un paese sano, cosa che si fa, spesso, troppo alla leggera. Si tentenna, sovente, sul prezzo da pagare, mentre si dovrebbe agire con generosità verso colei che diviene la seconda madre del proprio bambino; è dai primi momenti che dipendono la salute e l’esistenza del neonato: quali sacrifici si sosterranno per assicurarle!

Non vanno impiegate nutrici che hanno avuto la crosta lattea, scrofole , squame e altre malattie che passano nel latte. Se sono in città, bisogna fare in modo che si nutrano come al proprio villaggio, che facciano moto, quando non allattano, e che portino il bambino all’aria pura, anche quando fa freddo. L’abitazione della nutrice deve essere posta ad un piano alto, volta ad oriente o a mezzogiorno, e per niente umida. La balia non deve dormire con il bambino, mentre adatterà i propri pasti in maniera di non allattare all’inizio della digestione. Stia attenta che il bambino non s’addormenti al seno. Gli tenga i piedi ben caldi, come anche lo stomaco, per evitare coliche e dolori addominali: se avessero luogo, si faranno passare con massaggi al ventre, con qualche goccia d’acquavite. Mai copriranno il viso del bambino, nel letto, né lo adageranno in maniera che questo possa andare sotto le coperte: si sono avuti casi di bambini soffocati per non aver osservato quest’attenzione così importante.

 

 

Gli annegati

 

Si è creduto per lungo tempo che gli annegati debbano la loro morte all’acqua che hanno bevuto o che si è introdotta nei polmoni. Ma, poiché n’entra assai poca in quelle parti del corpo, sé visto, più chiaramente, che la loro asfissia è dovuta all’impossibilità di rinnovare l’aria del petto, unita ad una sensazione improvvisa di freddo, che non può mancare d’aver luogo in tale circostanza.

Dopo aver estratto dall’acqua l’annegato, se non compaiono segni di putrefazione, questo va trasportato, con cautela, la testa sempre alta, vicino ad un buon fuoco, o, se si può, in un letto con il ‘prete’ ; si asciugherà con biancheria calda, dopo aver tagliato i suoi vestiti con delle cesoie, per spogliarlo più in fretta.  Vedi ad “Asfissia”.

 

 

L’obesità

 

La grassezza eccessiva causata da una gran quantità d’adipe, che gonfia e distende il tessuto cellulare e la pelle, produce l’obesità. Una vita oziosa, alimenti troppo succulenti ed abbondanti, possono bastare per causare questo stato che conduce, forzatamente, all’apoplessia. Si può diminuire l’obesità con l’esercizio fisico, riducendo, poco a poco, la quantità dei cibi e curandone la qualità, impiegando, di preferenza, i vegetali. Sono utili i bagni freddi.

 

 


Le ostruzioni

 

L’uso di radici ben mature è sufficiente, di solito, per guarire le ostruzioni; in questo caso si deve mangiare tanto e spesso.

 

 

L’oppio

 

L’uso dell’oppio è assai pericoloso; una dose eccessiva è sufficiente per avvelenare una persona anche robusta. Ecco i modi d’agire in questo caso. Quando il malato è assopito profondamente, tale che sembra in uno stato apoplettico, bisogna tentare tutto per impedire il sonno: scuoterlo, agitarlo, muoverlo in tutte le maniere. Si applicheranno dei vescicatori molto attivi, alle gambe ed alle braccia; o si produrranno scarificazioni su queste parti; gli si faranno respirare sostanze acri, come il sale volatile di corno di cervo , l’acqua di luce , il fiore d’alcali volatile (ammoniaca), etc. Sarà a proposito farlo anche sanguinare, purché il polso sia forte e ampio, e che egli non sudi freddo, né gli accada una sincope. Si tenteranno, allo stesso tempo, tutti i procedimenti comuni per fargli vomitare il veleno, come i forti emetici, l’acqua calda, l’olio in abbondanza, clisteri purgativi ripetuti, ai quali va aggiunto un bicchiere d’aceto, etc.

Oltre al vomitivo, Mead consiglia, in quest’occasione, gli acidi combinati con i sali di liscivia; egli afferma di aver prescritto spesso, con gran successo, frequenti dosi di sale d’assenzio , miscelato con succo di limone. Se non è trascorso molto tempo da quando l’ammalato ha assunto l’oppio, si comincerà con un decigrammo o un decigrammo e mezzo (due o tre grani) di tartaro stibiato (tartrato di potassio ed antimonio), e s’impieghe­ranno, in seguito, tutti i sistemi che vi ho proposto.

Se invece è passato molto tempo, gli si darà limonata in gran quantità, o, se non funziona, qualche bicchierino di vino, o piuttosto, d’aceto ed acqua. Ma se si pensa che stomaco e visceri siano infiammati, questi rimedi vanno usati con cautela. Se il malato è debole e languente dopo l’evacuazione del veleno, va alimentato con sostanze nutrienti e cordiali.

 

 

Le orecchie

 

I dolori d’orecchio si guariscono con una miscela d’olio di mandorle dolci e d’ambra , che s’applica sulla parte malata. Se s’è introdotto un insetto nel condotto auricolare, la persona che si trova in questo caso penoso, deve appoggiare la testa su una tavola, con l’orecchio malato rivolto in alto; un’altra persona gli verserà nell’orecchio qualche goccia d’olio d’oliva o di mandorle: una o due gocce saranno sufficienti, per uccidere subito l’insetto e faranno cessare il dolore, violento che possa essere.

 

 


Le palpitazioni

 

Sono un sintomo ordinario di malattie nervose ed isteriche, nelle quali si è soggetti a passioni violente, come la collera, l’accesso d’ira; il cuore si dilata, a volte, in modo innaturale, causando battiti estremamente pericolosi, perché possono degenerare nell’aneurisma. Al momento che s’avverte una palpitazione, bisogna, semplicemente, sospendere ogni occupazione manuale o mentale, e bere un bicchier d’acqua, molto lentamente.

 

 

Il giradito

 

Quando un panereccio ci minaccia, è utile che cerchiamo di prevenire la sua comparsa, nella maniera seguente: se il giradito nasce da solo e senza una causa accertata, si ricorrerà a tutto ciò che può calmare l’infiammazione, come mettere la mano a bagno in acqua tiepida, lasciandovela per alcune ore. L’acqua tiepida può essere sostituita da cataplasmi, fatti con farina di semi di lino ed una forte decozione di capi di papavero. Se la malattia è all’inizio, s’impiegheranno, l’acqua molto fredda, o il ghiaccio, dove s’immergerà il dito malato. Se, nonostante l’impiego di questi metodi, il male aumenta, il dolore diventa insopportabile e compare, a volte, la febbre, si dovrà ricorrere al chirurgo. In questo caso, l’incisione è il solo modo capace di portare ad una pronta guarigione. Se il panereccio è la conseguenza della puntura di un utensile sporco di un liquido putrido, non basta fermare lo sviluppo dell’infiammazione, ma occorre prevenire le conseguenze che si verificano in seguito all’assorbimento di quel liquido: di solito, lavando subito, con acqua tiepida, e spremendo, a più riprese, per far fuoriuscire la materia irritante.

Pasta di mandorle

 

La pasta di mandorle amare è più ricercata per il suo odore, ma, a parte ciò, quella di mandorle dolci è migliore per l’uso al quale è destinata…

Ad otto libre di pasta di mandorle dolci, tritate, s’aggiungono due libre di pasta di mandorle amare e due o tre once d’essenza, a vostra scelta e più o meno secondo la sua forza; mescolate, lentamente, in un mortaio, per eliminare i grumi che vi si potrebbero trovare, e passate al setaccio.

Si distinguono due tipi di pasta di mandorle, quella grassa, che s’impiega senz’acqua, e quella in polvere, che s’usa con l’acqua. La prima si prepara con mandorle dolci pressate fino che l’olio è estratto, e si sia formata una pasta; s’aggiunge poi il profumo idoneo e s’unisce, a volta, un poco di tuorlo d’uovo: è quella che è detta pasta di mandorle liquida. La pasta in polvere è il residuo della pressa, che rimane dopo l’estrazione dell’olio, ridotto in pani…

 

 

Piedi (corni, calli, duroni)

 

La prima attenzione che si deve avere per ben conservare i piedi, è quella di evitare calzature scomode; la seconda è di mantenerli puliti, fregandoli tutte le mattine, quando ci si alza da letto, con un panno adeguato e ruvido, cambiando spesso le calze, prendendo bagni, con l’avvertenza di tagliare il callo, prima di mettere i piedi nell’acqua, e lasciare unghie e duroni ammorbidirsi, prima d’uscire dal pediluvio. I viaggiatori, dopo una camminata prolungata, e prima d’andare a letto, devono asciugare i piedi e le gambe con salviette calde e ruvide. Dovranno poi cambiare spesso le calzature e lavarsi i piedi, con un leggero idromele ed acquavite. Alla fine del viaggio, prenderanno un bagno tiepido, nel quale avranno posto una manciata di crusca. Le persone che, abitualmente sudano nei piedi, possono rimediare così a quest’inconveniente: asciugarli con una salvietta ruvida, quando si levano dal letto, e, quando sono ancora umidi, massaggiarli con alcune gocce d’acquavite: è il secreto di Federico il Grande, il quale lo impiegava spesso.

Il corno è una sorta di callo, un’escrezione tubercolosa, simile ad una verruca piatta, che si manifesta sulle dita, particolarmente fra il quarto e il quinto , ed è causato dalla compressione che la scarpa esercita, se troppo stretta e, soprattutto corta, oppure, al contrario, se troppo larga, per cui il piede si muove, provocando delle asperità e delle pieghe sulla soletta…

Quando ci s’accorge che si forma un corno, va tagliato, con le forbici, o con un rasoio o, ancor meglio, scalzandolo con l’unghia: non si riformerà più. Ma, se quest’escrescenza ha il tempo d’estendersi, d’indurire, allora è inutile tagliarlo: è necessario estirparlo alla radice.

 

 

Le punture

 

Molte persone sono sovente ferite da punture d’aghi o di spilli, e, spesso hanno dei fastidiosi panerecci, per non essere stati istruiti su un semplice metodo per tutelarsi: dopo essersi succhiata bene la parte, subito dopo la puntura, l’individuo ferito deve mettere un cartoncino su tre legnetti posti sulla ferita, nel senso della larghezza, quindi fare una forte compressione sul male, legando, poi, con una gugliata di filo o un nastrino di seta, tutto attorno, in modo da poter fare un’identica pressione, un mezzo pollice sotto la ferita; si può aggiungere un po’ d’inchiostro sul dito ferito.

Questo metodo, semplicissimo, non mancherà mai il suo effetto, se non si lascerà il tempo agli umori d’ammassarsi nel tessuto cellulare sotto la lesione.

Punture d’insetti. Fra le persone che vivono in campagna, o quelle che, semplicemente, vi vanno per piacere, o per altri motivi, ve ne sono alcune che hanno da temere gli insetti, in particolare le api, di qualunque classe o genere. Le api maschio, come le formiche, sono prive di quel perfido pungiglione che causa, solitamente, un dolore vivissimo, accompagnato da un gonfiore il quale prima indurisce al centro, quindi diventa bianco, e dura a lungo, se il pungiglione è rimasto nella carne: il veleno è acuto e caustico. Quando è stato interessato il viso, il male è ancor più considerevole, e, a volte, è accompagnato da un accesso di febbre.

Guarirà prontamente, se si riesce ad estrarre il pungiglione, anche quello ben affondato, senza comprimere la parte, perché si romperebbe la guaina che contiene il veleno. Sarà quindi necessario fare un’incisione ed allargare il punto della puntura, ed estrarre il pungiglione con la punta delle forbici, o un ago, o un altro strumento appuntito. Fatto questo, si può comprimere la parte, in un bacile pieno d’acqua di fonte, d’olio d’oliva e di laudano.

 

 

I veleni

 

Avvelenamento da arsenico. Il malato deve assumere una gran quantità di latte fresco ed olio d’oliva, finché vomiterà; oppure dell’acqua calda con olio; il brodo grasso è ugualmente conveniente... Se non si ha olio disponibile, si può sostituire con burro fresco, fatto fondere nel latte o nell’acqua. È della massima importanza dare questi liquidi in fretta, e in gran quantità, al fine d’impedire o, almeno, rallentare l’effetto della polvere arsenicale, poiché è certo che più si scioglierà nello stomaco, più i disordini saranno funesti. È anche importante che il malato renda, attraverso il vomito, il più possibile della sostanza velenosa, che non si è sciolta. Date queste bevande, fino al vomito, si fanno bere, ancora, fino ad otto o dieci pinte di liquidi, anche dopo che il vomito si sarà calmato… fino a che anche una sola particella di veleno sarà rimasta all’interno del corpo. Gli oli ed i grassi servono anche per addolcire l’acrimonia del veleno e proteggono gli intestini dai suoi effetti. Se non si riuscisse a farlo vomitare, si daranno, in un bicchier d’acqua, 24-48 grani d’ipecacuana in polvere, o qualche cucchiaio d’ossimiele o d’aceto scillitico , mescolandolo con acqua. Si può provocare, ancora, il vomito solleticando l’ugola con una piuma. Quando questi espedienti tardano a funzionare… si fa prendere, nelle bevande, un grosso per litro di sale alkali detto tartaro (tartrato acido di potassio) e di soda (carbonato di potassio); qualora non ci si possa procurare prontamente questi sali, si prenderanno 7-8 manciate di cenere, ponendole in un litro d’acqua: dopo aver agitato e lasciato depositare, si farà bere quest’acqua alcalina, chiarita con un po’ di zucchero. Infine si può sciogliere sapone in scaglie, nell’acqua calda di ruscello o piovana… Fatta addolcire l’azione corrosiva dell’arsenico, si ricorrerà a metodi più efficaci, per contrastare l’azione del veleno…

Non si deve far faticare il malato, e il maggior torto che gli si può fare è ‘abbandonarlo alla pietà , non somministrandogli le bevande nel più breve tempo possibile…. Ciò consentirebbe alle particelle corrosive del veleno d’attaccare lo stomaco e gli intestini e di portare infiammazione e cancrena, sintomi troppo evidenti di una morte precoce.

 Quando i dolori si fanno sentire nel basso ventre, si può ritenere che il veleno sia sceso nell’intestino. Allora bisogna somministrare, molto lentamente, clisteri di latte ed olio e, il malato berrà, contemporaneamente, una decozione emolliente d’orzo, di radice d’altea, etc. Si può, infine, prescrivere un’infusione di senna e di fiori di malva, o una soluzione di sale di Glauber , o di qualche altro sale purgativo.

Gli acidi, malgrado l’opinione di molti, che li lodano come buoni contro-veleni dell’arsenico, non sono un buon trattamento, poiché è dimostrato che gli alcali rendono le soluzioni d’arsenico più dolci, come ha dimostrato Macquer, studiando il rapporto e l’affinità dell’arsenico con gli alcali salini fissi, prova dell’esistenza di un potente acido nel veleno. Anche l’aceto, le limonate e il siero accagliato, ben lontani dall’addolcire e moderare l’azione velenosa dell’arsenico, non la faranno che aumentare… La teriaca è ancora meno adatta . Ben lontana dal diminuire gli effetti venefici dell’arsenico, questo rimedio li aggrava al punto che gli altri soccorsi, anche i più efficaci, (saggiamente applicati) divengono nulli e il malato morirà prima e fra atroci dolori. Sostiene questo anche il dott. Navier…

Dopo l’eliminazione del veleno, il malato vivrà di sostanze ricostituenti e rinfrescanti, astenendosi da vivande e liquori forti. Il latte sarà il suo principale alimento così come le farinate, i brodi, i passati leggeri ed altri cibi semiliquidi di facile digestione. Berrà acqua d’orzo, infusi di linseme e di tutti gli altri vegetali mucillaginosi ed addolcenti.

Avvelenamento dovuto a verderame assunto con i cibi. Succede spesso che il verderame passi negli alimenti e, quindi, s’insinui nel corpo, a causa di un grasso che lo ha sciolto. Per questo bisogna tener presente che brodo e grassi non devono rimanere troppo tempo a contatto con il rame… È evidente che i cuochi che lasciano, per lungo tempo il loro ragù nella casseruola, su un fuoco basso, per tenerlo caldo, fino al momento di servirlo, fanno impregnare i cibi di una notevole quantità di verderame.

Il balsamo di solfo (solfuro in olio volatile) è il vero antidoto del rame, discioltosi nella maniera vista ed entrato all’interno del corpo. Questo, che si trova presso tutti i farmacisti, sotto il nome di balsamo di solfo terebintato , si può, dunque, impiegare, utilmente, in questi casi d’avvelenamento.

Avvelenamento da funghi. Non essendovi alcuno specifico per controbattere la materia venefica dei funghi introdotti nello stomaco, bisogna cercare di prevenire gli esiti mortali, impedendone il passaggio nell’intestino, con il vomito che deve essere prontamente sollecitato. Per produrre tal effetto, si somministreranno al malato 3 grani d’emetico in un bicchiere d’acqua. Questa dose sarà, in genere sufficiente a provocare il primo vomito. Una seconda dose si darà 15-20 minuti dopo. Se l’emetico non agisce, si fa uso dell’acqua calda o della sollecitazione meccanica della gola con la piuma… Una volta provocati il vomito e la sortita nella materia velenosa, non si avrà più un seguito funesto ma, poiché una certa quantità è passata nelle vie inferiori, va somministrato un purgante dolce, come la manna o il tamarindo, con uno o due grossi di sale di Glauber. S’insisterà con i purganti, quando i funghi saranno già passati nell’intestino, poiché sarà troppo tardi per ricorrere all’emetico. Si faranno, allora, clisteri purgativi, preparati bollendo, per un quarto d’ora, in un litro d’acqua, due once di cassia frantumata, mezzo grosso di senna e mezza oncia di sale d’Epsom. Si somministrerà poi, per bocca, di mezz’ora in mezz’ora, un cucchiaio di una pozione composta d’olio di ricino e di un’oncia e mezzo di fiori di pesco, aromatizzata con qualche goccia di liquore di Hoffmann. Se l’evacuazione non avrà luogo, si farà bollire, per un quarto d’ora, in un litro d’acqua, un’oncia di tabacco e, dopo aver passato per tela e lasciato raffreddare, si darà il filtrato, mediante clisteri… Per rimediare ai dolori e all’infiammazione, prodotta dal veleno, si deve ricorrere a bevande mucillaginose o a decozione di linseme, d’altea, o, più semplicemente, d’acqua zuccherata. Si darà, poi al malato qualche cucchiaio di una pozione composta di tre o quattro once d’acqua di fiori d’arancio, un quarto d’oncia d’etere o di liquore dell’Hoffmann , e due once di sciroppo di falso capelvenere o di scorza d’arancia.

 

 

Pomate

 

Pomata alle rose. Mettete in una libra di pomata già confezionata una libra di rose tea, impastate bene in adipe di maiale. Mescolate il tutto. Fate scogliere questa pomata e tenetela a riposo per due giorni, avendo cura di mescolarla molte volte, durante questo tempo. Una volta raffreddata, fatela fondere, di nuovo, a bagno-maria e passatela attraverso un canovaccio di tela, per trattenere i fiori; quindi spremete e mettete i fiori in un altro canovaccio, che porrete sotto la pressa, con il risultato d’estrarre il grasso e l’essenza. Terminata quest’operazione, mettete una nuova quantità di fiori, che, però, lascerete a riposo solo fino all’indomani. Seguendo il solito procedimento ripetete l’operazione 5-6 volte. Nell’ultima fase, quando la pomata sarà ben tirata e chiara, aggiungete mezzo grosso d’essenza di bergamotto per litro…

Pomata di fiori d’arancio. Seguite in tutto, per la composizione di questa pomata, lo stesso procedimento adottato per quella di rose.

Pomata di fiori di lavanda. Prendete cinque libre di sugna, venti libre di fiori di lavanda e otto once di cera bianca, mettete in un vaso conveniente quattro libre di fiori con cinque di grasso e, con le mani, formate una sorta di pasta. Questa si mette in un recipiente di stagno, che si possa coprire ermeticamente e, a sua volta, in un orcio d’arenaria tappato con un sughero. Si lascia in un bagno-maria, scaldato alla temperatura dell’acqua bollente, per sei ore. Dopo questo tempo si passa la miscela, attraverso un panno robusto, spremendo alla pressa. Il grasso fuso va messo nel solito vaso, con quattro libre di fiori nuovi; si agita, al fine d’incorporare i fiori con la pomata… Si continua così, fino ad esaurimento di tutti i fiori… Raffreddando, si separa un liquore rosso-bruno che proviene dai fiori, per cui si lava la pomata con molta acqua, agitando con un mestolo di legno, finché l’acqua non diventi chiara. In seguito si fa fondere, a bagno-maria, per circa un’ora, e si lascia raffreddare: la liquefazione dell’unguento consente la separazione dell’umidità. Quest’ultima operazione si ripete ancora per un paio di volte, dopo di che s’aggiunge la cera.  Si fa fondere, per l’ultima volta, con il solito procedimento… e si versa nei contenitori, ancora calda, riempiendoli completamente…

Invece di eseguire questo laborioso procedimento, col quale si perde buona parte dell’aroma, si possono aggiungere 10-12 once d’amido lasciando a riposo per due o tre giorni, quindi si fa fondere a bagno-maria: l’amido precipita in una forma collosa o mucillaginosa, impregnandosi dell’umidità; si separa la pomata dall’umido e, con un solo procedimento, invece di cinque o sei, s’ottiene il solito risultato.

La pomata di lavanda ha un forte e grato odore e s’impiega per acconciare i capelli.

Si preparano nella stessa maniera, e per il solito uso, le pomate di fiori d’arancio, di gelsomino, o d’altri fiori odorosi.

Pomata in crema o pomata per il colorito. Si prende mezzo grosso di cera bianca o di bianco di balena , un’oncia d’olio di mandorle dolci e mezza oncia d’acqua di rose. Si fanno fondere assieme in un vaso di maiolica, a bagno-maria o sulle ceneri calde, la cera (o il grasso di balena) con l’olio di mandorle; si cola la miscela in un mortaio di marmo, agitando con un mestolo di legno finché non raffredda, e non mostra più grumi. Allora s’incorpora l’acqua di rose, poco a poco, agitando bene.

Questa pomata diventa veramente bianca, leggera e simile ad una crema. Ciò la fa denominare pomata in crema. È un eccellente cosmetico, ottimo per nutrire ed addolcire la pelle e dissipare le rughe causate dall’aridità. È ancora buona per prevenire le macchie del piccolo vaiolo: in quest’ultimo caso va mescolata con dieci grani di zafferano e 15 grani di gesso polverizzato, di Briançon.

Pomata gialla per le labbra. Si prendono due once e mezzo di cera gialla e quattro once d’olio di mandorle dolci, si fanno fondere, a modesto calore, agitando, e si lascia raffreddare: acquisterà un grado di consistenza considerevole. Levigando leggermente la pomata con una spatola, torna morbida. Si mette, allora, in un mortaio di marmo, a misura; dopo aver ben levigato, si mescola con un mestolo di legno, fino a far sparire un’infinità di piccoli grumi, derivati dal procedimento precedente troppo brusco…

È delicata e buona per le screpolature delle labbra, per le crepe delle mani e del seno e per addolcire la pelle.

 

 

La rabbia

 

Caratteristiche della rabbia nel cane. Il cane al quale si manifesta la rabbia è malato, languente, più tristo del solito, ama il buio, resta rintanato in un angolo, non abbaia più, ma ringhia, di continuo e senza causa apparente, contro gli estranei, rifiuta bevande e cibo, vacilla, assomiglia ad un uomo che s’è appena alzato da letto; dopo due o tre giorni fugge da ogni parte, cammina come un ubriaco, e cade spesso. Ha il pelo ritto, l’occhio stralunato, fisso e lucido, la testa bassa, le fauci spalancate e piene di bava schiumosa, la lingua pendente, la coda serrata. Ha terrore dell’acqua che sembra ricordargli il suo male; è colpito, all’improvviso da accessi d’ira, e cerca di mordere tutto ciò che trova, compreso il suo padrone. Anche la luce e i colori vivi aumentano il suo furore. Nel giro di 30-36 ore, muore per le convulsioni.

È evidente che si deve cercare di sopprimerlo ai primi accenni di rabbia… La carogna imputridisce subito ed emana un odore fetido; non va lasciata all’aria, per evitare che possa essere divorata da animali affamati, che potrebbero contrarre la rabbia. Si deve seppellire, molto profondamente, e occorre lavare con acqua, nella quale è stata spenta della calce viva, i muri e tutte le parti nelle quali il cane è passato, come del resto, gli utensili usati per dargli da mangiare. Le persone che ne hanno toccato il corpo, si laveranno le mani con aceto.

Trattamento della rabbia. Nessuno ha mai provato, che si sia potuto guarire dalla rabbia né l’uomo, né l’animale, quando questa è accertata, ma infinite osservazioni possono convincere che v’è un metodo sicuro per preservarsi da essa: cioè il cauterio: ad un uomo morso da un cane rabbioso andranno, quindi, cauterizzate tutte le ferite, benché numerose, con un ferro arroventato sul fuoco, o meglio, trattato con burro d’antimonio , o meglio ancora, con acido nitrico o acqua forte , ben profondamente, perché tutte le parti che hanno avuto l’impronta della rabbia, e da cui può derivare, qualunque sia la causa, siano distrutte con la cauterizzazione. Poiché l’operazione presenta qualche difficoltà, ci si deve rivolgere ad un chirurgo e, nell’attesa, preparare tutto ciò che potrà essere utile a costui ed al malato: un buon fuoco per arroventare i ferri, acqua calda per lavare le piaghe e tela per fasciarle. Si adagia il malato nel letto, dopo averlo spogliato, ed i suoi abiti si mettono in acqua per prevenire il contagio; gli si fanno sanguinare le ferite, favorendo lo scolo del sangue.

Modo per scoprire se un cane che ha morso ha la rabbia. Spesso quando un cane che si suppone avere la rabbia è soppresso, ha già morso molte persone od animali, a cui non restano che pochi giorni da vivere, in un’incertezza crudele. Ecco il modo di chiarire i dubbi, a riguardo: sfregate le fauci, i denti e le gengive dell’animale morto con un po’ di carne arrostita o bollita, ed offrite questa carne ad un altro cane: esso la mangerà, se il cane morto non è infettato, ma, in caso contrario, la rifiuterà, e s’infurierà, abbaiando.

Il reumatismo

 

Il reumatismo è un’affezione dei muscoli, che li rende molto doloranti, là dove l’organismo è colpito. I soliti umori provocano anche la gotta. Per non essere colpiti dai reumatismi, vi sono alcune precauzioni indispensabili da prendere, in certe circostanze della vita: la principale è d’evitare l’umidità, in qualunque maniera si possa generare (la più frequente è dalla soppressione degli umori della traspirazione); … anche il freddo può attirare quest’incomodo, soprattutto nel cambio di stagione, in primavera ed autunno, in seguito a violenti sforzi…

Non intendo qui riportare tutto ciò che occorre fare per evitare i reumatismi; dirò, soltanto, che bisogna, innanzi tutto cercare di rendere proficue le concrezioni della pelle, cosa che si realizzerà aumentando le coperte del letto, le bevande calde e i massaggi con la flanella, seguendo una dieta severa ed addolcente, e tenendo anche il ventre libero. Quando il reumatismo è acuto e violento, il salasso, i bagni, le frizioni, i fomenti aromatici, saranno impiegati con la prescrizione di un ministro della salute.

 

 

Il raffreddore

 

Quando uno avverte la costipazione, deve stare al caldo ed evitare il passaggio dal freddo al caldo, o dal caldo al freddo. A meno di complicazioni, il raffreddore passa presto, con l’aiuto di una semplice tisana, presa calda, più volte nella giornata e la sera coricandosi. Fra ciò che si può impiegare, ricorderemo la decozione d’avena, che ci pare essere la più vantaggiosa. Per prepararla si prende una buona cucchiaiata di chicchi e si fanno bollire, davanti al fuoco, in una pinta e mezzo d’acqua, da ridurre ad una pinta; si zucchera a volontà e si prende a tazze.

Si deve evitare di prendere dei bagni o dei pediluvi, e, in generale, tutto ciò che può interrompere la sudorazione. Quando si è in campagna, si può far uso di latte vaccino, di capra, o d’asina, preso caldo, alla dose di una ciotola, la sera, coricandosi, e la mattina, un’ora prima d’alzarsi.

 

 

Sanguinamento del naso

 

Ai bambini ed ai giovani, quest’accidente è raramente di cattivo augurio: è un’utile evacuazione, se non è seguita da una gran debolezza o da un’emorragia vera e propria. Vedi ad “Emorragia”.

 

 

Le sanguisughe

 

L’applicazione delle mignatte è oggi così frequente, che crediamo di doverne spiegare il meccanismo e gli effetti. La suzione del sangue s’opera su tutti i vasi superficiali, e si può applicare un numero variabile di sanguisughe. Dopo aver pulito la zona con acqua calda, si prendono, ad una ad una, le sanguisughe, fatte digiunare e spurgare per qualche ora, con un pezzetto di garza e si presentano, con la testa, sul luogo, dove esse s’attaccheranno immediatamente, perché affamate. Per fare prima, se ne mette una certa quantità in una coppetta di vetro, che si riversa poi sulla parte, lasciandovela finché tutte le sanguisughe non aderiranno alla pelle. Una volta che si sono rimpinzate e sono piene di sangue, esse muoiono; se il sangue dovesse continuare a colare, si favorirà con lavaggi d’acqua calda; per fermarlo, dopo aver staccato le mignatte, con un po’ di cenere, di tabacco, o di sale da cucina, si coprono le piccole aperture ponendovi sopra un pezzetto di ferro caldo o un pizzico d’agarico , e vi si sovrappone un bendaggio che comprima.

Le sanguisughe sono, in genere, un sistema comodo ed utile, per ottenere, in tutte le affezioni che richiedano un sanguinamento locale, effetti pronti e sicuri. Si raccomandano particolarmente in tutte le infiammazioni esterne, pleurisia, iscùria, disuria, tenesmo , emorroidi infiammate e in fase acuta, dolori in genere e, soprattutto, odontalgie, cefalee, otalgie, dentizione penosa dei bambini, artrite, gotta, eruzioni cutanee. Quanto al loro numero, al luogo dove conviene applicarle, alla quantità di sangue che conviene far colare, sono decisivi gli scopi che ci si prefissano e le forze del malato. Se possibile, è meglio applicarle direttamente sulla zona malata. Malgrado la moda e l’attualità di cui godono da qualche anno, noi abbiamo spesso temuto accidenti imprevisti, sia per il loro uso eccessivo, sia per la prostrazione che determinano, al punto di consigliare di non metterle in uso, se non quando strettamente necessarie, e di portare la massima attenzione sul numero di esse che s’impiega: poiché è certo che un numero troppo alto di sanguisughe e la loro applicazione maldestra, possono essere, se non pericolosi, almeno estremamente nocivi, sia per il luogo d’applicazione scelto, sia per la quantità di sangue di cui privano l’individuo.

 

 

Le macchie

 

Si designano sotto il nome di macchie, tutti i cambiamenti del colorito naturale sopravenuti in una parte qualunque, circoscritta, e senz’alcuna tumefazione. Inoltre esse sono sintomatiche, vale a dire, che dipendono da un’infiammazione, esantema, affezioni biliari, sierose o sanguigne. Ci occuperemo solo di quelle che sono idiopatiche, congeniali od accidentali come quelle della cornea e della pelle e che non provengono da malattie sistemiche.

Macchie della cornea. Esaminando l’occhio da un lato, s’apprezzano le macchie della trasparente cornea. Esse differiscono molto per colore, opacità e per il luogo che occupano; possono essere superficiali o profonde, complicate da malattie interne, oftalmite pterigoidea , trichinosi , ulcere, fistole, stafiloma ed ipopiemia . Le cause possono essere locali o sistemiche: il loro effetto è di compromettere la vista, in maniera, più o meno, diretta. Quando sono sintomatiche, non spariscono che dopo il trattamento della malattia che le ha occasionate; quando sono locali, se non si cerca d’eliminarle, non spariranno mai. Più sono nuove, lievi e superficiali, più è considerevole l’opacità. Guariscono meglio se l’individuo è giovane e mediante l’applicazione d’emollienti più o meno stimolanti, fatti ‘in punta di pennello’: l’olio di mandorle dolci, il bianco d’uovo, la decozione concentrata di malva, l’acqua satura di solfato di zinco (vetriolo bianco), di solfato d’alluminio (allume), di muriato d’ammoniaca (sale ammoniaco), di zucchero, d’acido borico, di muriato d’ossigeno, di sublimato di mercurio, sono tutti più o meno raccomandati.  È nel loro uso più o meno combinato, a lungo, che si può sperare nel successo. Contemporaneamente si devono somministrare, per bocca, i mercuriali, a piccole dosi, le preparazioni d’antimonio, i lassativi, il tartaro stibiato, la cicuta, l’estratto di belladonna, l’aconito, il giusquiamo, l’oppio .

In caso di mancata riuscita, si propone di ricorrere alle operazioni seguenti: per prima cosa, passare un filo di seta bianco, attorno alle macchie più consistenti, e, dopo averlo tirato in avanti, tagliare con le forbici o scalzare con la punta di un bisturi; in secondo luogo fregarle con un corpo duro, o grattarle con una lancetta, al fine che non aderiscano alle parti più profonde; infine, applicare, con precauzione, la pietra infernale , appuntita, nel mezzo dell’ulcerazione. Ma, non bisogna lusingarsi di riuscire sempre!

Macchie della pelle. Possono essere sporche, terrose, grasse, aspre, ruvide, granulose, zigrinate, a scaglie, screpolate, dolorose in qualche punto. Si vedono poi, bottoni, petecchie, macchioline, placche, più o meno estese e discontinuità di colore; il tessuto è, spesso, attenuato, edematoso, molle, teso, contratto; il colore, giallo-fulvo, bianco smorto, rosso, violaceo, cenerino; il calore, secco, bruciante, acre; vi può essere formicolio, prurito, a volte incontrollabile, alle mani ed ai piedi e all’epigastrio; talvolta un freddo generalizzato o limitato alle estremità, una traspirazione diminuita o irregolare; i peli sono secchi ed ispidi, rotti, cadono facilmente, le unghie sono spesse o fragili, fredde, pallide, violette, nere, rudi, ricurve, uncinate, disseminate di macchie, si rompono e screpolano con facilità.

 

 

La tigna

 

Specie di dermatosi squamosa della testa, per la quale è dannoso impiegare sostanze ripercussive, o di natura empirica, che potranno provocare gravi incidenti: la tigna, se curata male, necessita della visita e delle cure di un medico.

 

 

La tosse

 

In una tosse semplice, indipendentemente dalle bevande emollienti, è necessario umettare continuamente la bocca e il retrobocca: niente è più utile del succo di liquirizia, che, sciolto poco a poco, darà sollievo alla gola secca, e diminuirà la frequenza degli accessi. Senza questa precauzione potrà diventare spasmodica e pericolosa.

 

 

La traspirazione

 

È l’escrezione più apprezzabile del corpo, fatta per mezzo della pelle, da vasi impercettibili, che sono le estremità delle ramificazioni arteriose. Quando la traspirazione è aumentata dal calore, da esercizi fisici violenti o dalla debolezza, diventa percettibile ed esce dai pori, sotto forma di goccioline, il sudore. Occorre uno sforzo notevole per far sudare le persone robuste, mentre il più piccolo movimento fuori dell’ordinario, fa traspirare copiosamente quelli che sono deboli. Non s’immagina, in genere, che il freddo e l’umidità, in un’abitazione bassa, esposta a nord, possono essere l’origine di un gran male; che sia pericoloso sedersi sull’erba o sulle pietre, restare fino a tardi sul verone, passare dal caldo al freddo, bere ghiaccio quando si suda, etc. Se i temperamenti più vigorosi non possono sfuggire ai numerosi pericoli che seguono queste imprudenze, ancor più le devono temere le persone deboli in qualche organo o convalescenti. Si dovrà considerare come la sola umidità ai piedi, sopprimendo la traspirazione di quelle parti, che è spesso abbondante, causa malanni. Si deve, dunque, raccomandare di mettersi in guardia contro un pericolo, in apparenza minimo, ma i cui risultati sono perfidi. Allorché s’è preso freddo od umido, ai piedi, il miglior modo per ristabilire una giusta traspirazione, è di lavarli con acqua calda. Se ci si sente presi da un reuma o da un male al quale si può attribuire la soppressione di quest’evacuazione, va assunta una bevanda rinfrescante, molto calda, e occorre coprirsi più del solito, soprattutto i piedi. Le persone delicate devono cercare di mantenere la traspirazione, ma, allo stesso tempo, comportarsi in modo prudente, per non provocare il sudore che non mancherebbe mai di far perdere loro le forze.

 

 

L’urina

 

Dopo la traspirazione è la più abbondante fra tutte le escrezioni, e difficilmente crea problemi. È molto pernicioso non urinare, quando c’è lo stimolo: si rischia l’infiammazione della vescica, per la quale non c’è rimedio. Se vedete che la vostra urina, invece d’esser chiara e di colore paglierino, è rossa, carica e densa, è un segnale per rinfrescarsi e per modificare il modo di vivere abituale. In genere la quantità d’urina, il suo colore, l’odore e i residui, devono essere scrupolosamente osservati: sono un barometro dello stato di salute.

I vapori

 

Sono detti vapori i movimenti spasmodici nervosi, causati da contusioni, da un temperamento delicato ed eccessivamente sensibile ed irritabile, da passioni poco, o per niente, soddisfatte; spesso nascono dalla mollezza, qualche volta da troppa applicazione; più spesso ancora, e, soprattutto, alle donne assai irritate.

Non parlo di questa malattia, che è solo un’indisposizione passeggera, se non per avvertire, che si può evitare con una condotta saggia e ragionevole. Col moto giornaliero, l’aria pura, l’acqua fresca, e un’evacuazione corretta, non si contrarrà la disposizione per i vapori, soprattutto se, levandosi il mattino, si farà uso di bagni freddi in estate, tiepidi d’inverno, e di rinfrescanti e alimenti leggeri.

 

 

Le varici

 

Le varici sono vene gonfie, dove il sangue circola con difficoltà, che si possono osservare, particolarmente, nelle gambe degli uomini. Pediluvi frequenti le faranno, se non sparire interamente, almeno diminuire, ristabilendo la circolazione.

La compressione che si trova, a volte, nelle donne grasse, si può considerare, però, solo un piccolo inconveniente, che spesso passa con il riposo, ma che annuncia la necessità di un salasso.

 

 

Le verruche

 

Sono escrescenze che nascono sulla pelle, più o meno allungate, con un peduncolo di lunghezza variabile, mobile, separato od agglomerato. Si sviluppano sul viso, ma, principalmente, sulle mani. I giovani ne sono più soggetti dei vecchi, qualunque sia la causa. Quando s’irritano, possono determinare, non solo un’infiammazione grave, ma essere seguite da ulcerazioni di tipo assai pernicioso.

Per rimediare, si legano con due fili di seta, si frizionano con sapone, sale ammoniaco , olio d’oliva, trementina, succo di titimalo , celidonia, una compressione continua, unita a frizioni con spirito di cantaridi o all’applicazionedi un impiastro delle stesse. Si bucano con un ago incandescente; sono raccomandati i caustici, come il nitrato d’argento, il muriato d’antimonio, ma con perizia, per non creare troppa infiammazione, che sarebbe seguita da suppurazione e da una cicatrice devastante; l’estirpazione con strumenti è soggetta ai soliti inconvenienti. Le verruche che minacciano di degenerare in un cancro, vanno estirpate, del tutto, con i caustici. Esistono verruche che s’allungano e diventano cornee: anche queste si possono distruggere con l’estirpazione.

 

 

I vermi

 

Siccome esistono malattie senza cause apparenti, eccezionali e rischiose, che possono essere causate dai vermi, che infestano non solo i bambini, ma anche gli adulti, è bene conoscere i sintomi pericolosi per determinarne la presenza. Questi segnali sono, in genere, il colore del viso che cambia al rosso o al pallido, le occhiaie, il prurito al naso, il frequente mal di testa dopo aver mangiato; spesso la bocca, al risveglio, è piena di saliva, che si deposita volentieri nello stomaco; si hanno brusii all’orecchio, debolezza, disgusto per il cibo, che viene rifiutato con il vomito, ed, infine, una grossa infiammazione dell’ano. Si può arrivare alla magrezza, alla malinconia, all’inabilità al lavoro. Può essere che si sentano dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua e altri sintomi sono il singhiozzo e le convulsioni nei bambini. Questi sono i segni premonitori dei vermi, che devono indurre chi è attento, ad esaminare le proprie feci per vedere se li contengono, e a procurarsi, in caso positivo, i rimedi appropriati, prescritti da persona dell’arte. Tutto ciò che è amaro, in fatto di bevande o alimenti, non deve essere, preferibilmente, assunto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Parte seconda: economia domestica

 

 

Le albicocche

 

Modo di preparare le albicocche con l’acquavite. Si prendono quattro libre di zucchero e tre pinte d’acqua, si mette tutto sul fuoco in una bassina di latta o di rame stagnato; quando la miscela comincia a bollire, s’aggiungono due bianchi d’uovo, agitati in un po’ d’acqua per chiarificarli; si passa attraverso una retina, levando la schiuma con una schiumarola e si continua a far bollire lo sciroppo finché comincia a prender corpo; quindi si fa ammollare in esso, alcuni minuti, un centinaio d’albicoc­che, finché non bianchiranno. Va scelta di queste, la qualità detta ‘di pieno vento’, pressoché mature, colte in un tempo caldo e secco, dopo il levar del sole, asciutte e tagliate in quattro, poiché non tutte le albicocche reggerebbero nello sciroppo, mettendole a pezzi…

Si fa chiarire di nuovo con un bianco d’uovo sbattuto in acqua, si bolle ancora per mezz’ora, e quindi si toglie dal fuoco. Quando sarà freddo, si mescolerà con due pinte di spirito di vino, e si verserà sulle albicocche disposte prima in una bottiglia di vetro, con un’apertura larga. Le albicocche, così preparate, si conservano parecchi anni. Se s’intendono mangiare nello spazio di due o tre mesi, si può impiegare acquavite in luogo di spirito di vino.

Altra maniera. Passate le vostre albicocche in un panno, per levarne la peluria; gettatele nell’acqua bollente: precipiteranno prima sul fondo e, in un secondo momento torneranno a galla. Allora, levatele dal fuoco e sistematele su un panno bianco, o meglio, mettetele sotto l’acqua fresca. Ponete poi le albicocche, che sono diventate bianche, nello sciroppo, fatto chiarificare, come s’è detto sopra.

I viali

 

Modo di pulire i viali di un giardino. Innaffiate i viali renosi, con tre parti d’acqua ed una parte di salamoia, che si può prendere dal salatoio di casa; questa precauzione, non solo distruggerà la borracina, ma caccerà i vermi che hanno fatto il loro nido in questi viali, e impedirà lo sviluppo delle erbacce. È un’esperienza che fece ultimamente un proprietario su numerosi viali di un boschetto della sua dimora. Dopo aver innaffiato i viali con la salamoia, cosa che ripeté per quattro anni, non fu più scomodato dal muschio, dalle erbacce o dai vermi. Ogni autunno poi li innaffiava, per una settimana intera, per garantirsi dal muschio, e in primavera, sempre per una settimana, per evitare erbacce e vermi; irrorandoli anche d’estate se pensava che n’avessero bisogno.

 

 

Perfettamore

 

Mettete in tre pinte d’acqua di vita due once di scorze di limone, un oncia di scorze di cedro, mezzo grosso di chiodi di garofano e una pinta e mezzo d’acqua di ruscello, filtrata. Fate distillare il tutto in alambicco, a bagno-maria. Quindi fondete due libre e mezzo di zucchero in molta poca acqua e mescolate tutto assieme, colorando in rosso con un poco di cocciniglia. Filtrate attraverso una retina e ponete in bottiglie.

 

 


Acquavite d’Andaye

 

Prendete un’oncia d’anice stellato , contuso, due once d’iris fiorentina, in polvere, la scorza di due arance; mettete tutto assieme a sei pinte d’acquavite distillata, in alambicco, a bagno-maria. Fate poi fondere due libre e mezzo di zucchero in due pinte e mezzo d’acqua di ruscello depurata ed aggiungete al distillato. Filtrate e ponete in bottiglie.

 

 

Ratafià d’angelica

 

Prendete un’oncia di radice d’angelica, colta di fresco, lavatela, asciugatela bene, fatela a pezzetti e mettetela assieme ad un’oncia di semi d’angelica contusi, un mezzo grosso di garofano e di macis . Fate infondere per tre settimane, in una pinta e mezzo d’acquavite. In seguito, passate l’infusione attraverso un setaccio. Fate poi fondere due libre di zucchero in una ‘chopine’ d’acqua, e versate nell’infusione. Passate infine attraverso una reticella e mettete in bottiglie.

Crema d’angelica. Si prende: acquavite, sei pinte; acqua di ruscello, cinque pinte; zucchero, quattro libre; semi d’angelica, un grosso; gambi d’angelica recente e mandorle amare, quattro once. Si pestano grossolanamente i semi d’angelica, si tagliano i gambi d’angelica in molti pezzetti e si mettono tutte le sostanze in un orcio, con l’attenzione che le mandorle siano intere. Si fa infondere tutto per circa cinque giorni. Dopo questo tempo si cola, spremendo, si passa il liquore, attraverso carta grigia e si conserva in bottiglie ben tappate.

 

 

Crema d’anice

 

Si prendono: semi interi d’anice, un’oncia e mezza; acquavite forte (a 22°), due pinte; zucchero, due libre e mezzo; acqua, una pinta. Infondete l’anice nell’acquavite, per cinque o sei giorni; dopo questo tempo, passate per panno. Da un’altra parte, fate sciogliere lo zucchero in acqua; quando si sarà sciolto, s’aggiungerà l’infusione di semi d’anice, mescolando. Lasciate riposare la miscela, finché chiarirà, e filtrate attraverso un pezzo di stoffa, o di carta grigia.

Questo liquore è benefico: caccia le ventosità, e calma le coliche.

Olio d’anice. Per una pinta d’acquavite, prendete un ‘quarteron’ di semi d’anice, che metterete nello sciroppo, fatto con una libra di zucchero e versate il tutto nell’acquavite. Fate infuso, per un mese o due, quindi filtrate.

 

 

Anisetta di Bordeaux

 

Modo di farla. Unite dodici once d’anice verde, mezza libra d’anice stellato, due once di coriandolo e due di finocchio. Se volete, prendete meno di tutto, ma nella stessa proporzione. Pestate i semi e metteteli in sedici pinte d’acquavite, nell’alam­bicco, a bagno maria. Avviate la distillazione, con la cura d’arrestarla nel momento che comincerà a passare un liquore opaco. Fate poi fondere tredici libre di zucchero in quattro pinte d’acqua di ruscello, e unite al distillato. Filtrate la vostra anisetta e mettetela a bollire. Se la trovate troppo forte, diluite con un po’ d’acqua.

Falsa anisetta. Si prendono mezza pinta di spirito di vino a 30°, una pinta d’acqua di ruscello, un’oncia e mezza di zucchero e quattro gocce d’olio essenziale d’anice. Si fa fondere lo zucchero nell’acqua, s’aggiungono le altre sostanze, si mescola bene e si lascia chiarire. Va conservata in bottiglie ben chiuse.

Questo liquore, dalla facile preparazione, è assai gradevole e facilita la digestione.

 

 

Vasellame d’argento

 

Procedimento per togliere il colore rosso scuro che conferiscono ad esso le uova cotte. Succede, di solito, che le uova cotte nel burro danno alle posate ed ai piatti d’argento una tinta nera con sfumature rossastre che, in seguito, si fatica a farlo sparire: in molti casi, basta sfregare l’argenteria con la caligine.

 

 

Calze di seta

 

Maniera di pulirle. Lavate prima le vostre calze nell’acqua tiepida con sapone bianco, sciacquatele con acqua pulita e sfregatele bene in acqua saponata fresca. Poi fate una terza acqua saponata molto concentrata, mettetevi dentro un sacchetto di flanella, con un poco di colorante blu, lasciandovelo finché l’ac­qua non diventa azzurra. In quest’acqua lavate bene le vostre calze di seta; levatele, torcetele e fatele asciugare, in modo che mantengano un po’ d’umidità. Ponetele poi su due stecche di legno, messe l’una sull’altra, e scaldatele ai vapori di solfo, osservando di mettere i davanti, o i lati, a faccia a faccia. Finite, levigandole con ghiaccio.

 

 

Burro

 

Modo di riportare il burro salato, di nuovo, a burro fresco. Mettete quattro libre di burro salato in una zangola, con quattro ‘quarte’ (otto pinte) di latte fresco e una piccola porzione d’arnotto . Agitate l’assieme, per un’ora, togliete il burro e trattatelo come se fosse fresco, lavandolo e aggiungendo la quantità ordinaria di sale.

È un’esperienza singolare. Il burro guadagna circa tre once per libra di peso, ed è, in tutto, uguale al burro fresco. Si può migliorare con l’aggiunta di due o tre once di zucchero fine, in polvere. Una zangola comune di terracotta sarà lo stesso che una di legno, e si troverà dappertutto.

 

 

Birra

 

Modo di riportare la birra acida alla sua qualità ordinaria. Quando la birra è inacidita, mettetevi dentro qualche scaglia di conchiglia calcinata d’ostrica, o, meglio, un po’ di gesso fine, o di biacca. Uno di questi ingredienti correggerà l’acidità e la renderà vigorosa e appetibile, ma non far passare molto tempo dopo quest’operazione, prima di consumarla, altrimenti la birra si guasterà.

 

 

Imbianchimento

 

Poiché è una delle più importanti operazioni che si fanno all’interno di una casa, crediamo di dover dare qualche idea sul modo di renderla più perfetta ed economica.

Tutta la biancheria sporca di una casa va divisa in più parti: la prima comprende la biancheria da letto, da tavola e da cucina, che è indispensabile mettere nella liscivia; la seconda, biancheria fine di filo o di cotone; la terza, biancheria meno fine, come camicie, gonne, corsetti, etc.; la quarta, le calze. Queste ultime tre categorie, si possono sbiancare molto bene con la saponata, che si dovrà eseguire nella maniera seguente: si dispongono i capi in un mastello di legno, dopo averli puliti, come diremo più avanti, avendo l’avvertenza di dividerli, secondo la specie. Si versa sopra dell’acqua tiepida che li tempri bene: facendo tale operazione la sera, si può, l’indomani, ritirare la biancheria dall’acqua, pezzo a pezzo, sfregando con sapone e quindi con le sole mani, su un’asse, per sgrassarla bene; si strizza forte e si rimette nel mucchio, nell’attesa di preparare un’acqua saponata, nella quale si deve far bollire la biancheria. Per questo si mette sul fuoco, in un calderone di rame stagnato o no, una quantità d’acqua proporzionata a quella biancheria. Allorché l’acqua è calda, ma non bollente, si taglia in piccoli pezzi, in proporzione di un quarto di libra per due secchi, o 24 pinte d’acqua, e vi si getta. Dopo che sarà sciolto, si pongono i capi fini nel calderone, e si fanno bollire una mezz’ora circa, avendo l’avvertenza di rumare di tanto in tanto, con un mestolo comune di legno, ma destinato solo a quest’uso. Quando la biancheria sarà sufficientemente bollita, si toglie dall’acqua e si pone, senza stenderla, in un bigoncio pieno d’acqua fredda, quindi si passa al blu. Per far ciò si mette in una tinozza d’acqua fredda qualche goccia di soluzione alcolica di blu, o di una concia di blu in boccetta. Quest’ultima s’impiega avvolgendo la boccia di blu in un pezzetto di tela nuova, piegata a doppio, ed attaccata con uno spago, quindi si agitano le dita in mezzo all’acqua: il blu si distribuisce senza frammentarsi in piccoli pezzetti che potrebbero macchiare la biancheria. Quando l’acqua è convenientemente colorata, vi si passa la biancheria, si strizza bene e si fa asciugare.

La biancheria meno fine, come le camicie o le gonne, ed anche le calze, subiranno il solito trattamento; si possono bollire e fregare, entrambe, nell’acqua che è servita per far bollire la biancheria fine, avendo solo da rimettere nel calderone un po’ d’acqua e sapone. Sfregando le calze, dopo la bollitura, si rivolteranno, al fine di sgrassarle bene. Del resto, va rigirata, ugualmente, tutta la biancheria per farla asciugare.

Si usa apprettare alcuni tipi di biancheria come le cravatte chiare, i colli delle camicie, i fisciù di mussolina o garza , etc. Per raggiungere lo scopo, l’appretto si fa con amido bianchissimo, o fecola di patate, ed acqua. Si scalda fino ad ebollizione e si lascia raffreddare, finché vi si possano tenere dentro le mani. Se si vuole inamidare il capo, si chiarisce con acqua, prima di porre la biancheria, che si strizza e si fa asciugare, all’aria, o in un panno asciutto, e si stira ancora umida; qualcuno lascia asciugare completamente il capo inamidato e l’umetta, in seguito, con un po’ d’acqua, stirandolo, ma il ferro non regge mai bene il calore, come invece succede, invece, con l’altro metodo. Si può ancora dare blu alla lucentezza, se non la trovate di vostro gradimento.

Tutto ciò che abbiamo detto s’applica a biancheria di filo o di cotone. I tessuti di lana richiedono qualche precauzione: non vanno sciacquati, levandoli dall’acqua dove si sono messi a sgrassare; né bolliti, ma soltanto sgrassati nell’acqua calda; non si ripassano col sapone, non s’apprettano e si fanno asciugare all’ombra. Agendo in questa maniera, la lana conserva la dolcezza e la morbidezza, che deve avere.

 

 

Trine e merletti

Modo d’imbianchire. Occorre: 1° Sbastirli, stirarli e piegarli uno sull’altro. 2° Metterli in una specie di tasca di tela bianca, e farli temprare nell’olio d’oliva, per 24 ore. 3° Fare un’acqua saponata più forte dell’ordinario, e quando l’acqua bolle, gettarvi il sacchetto dove sono i merletti; lasciarli un quarto d’ora; togliere il sapone e risciacquare; buttare il sacchetto nell’amido bianco, fatto sciogliere; infine togliere i merletti dal sacchetto, e stirarli uno dopo l’altro.

 

 

Bevande economiche

 

Si buttano in un barile, ben svuotato e pulito, i frutti rossi, quando cominciano a cadere; vi si buttano sopra due secchi d’acqua e due libre di ginepro, affinché non marcisca, nel tempo necessario per ammollare i frutti e riceverne il succo che comporrà questa bevanda. A misura che si mangiano ciliege, lustrine , ribes, si gettano dal bordo i noccioli e i piccioli di quei frutti; quando si fa la confettura di ribes, e s’è spremuto il succo, si gettano le fecce nel barile, aggiungendo anche i noccioli ed i piccioli dei frutti che s’impiegano per preparare la detta confettura; se cadono frutti di tutte le specie, pere, mele, prugne, si pongono un po’ in un vaso di legno, quindi si gettano nel solito barile; tutti i graspi d’uva vi devono essere messi, come anche tutte le bucce e l’interno dei porri, e i noccioli delle prugne con cui si fa la confettura. Questa bevanda si può bere, nel mese d’agosto, se n’è stata iniziata, presto, la preparazione.

Tutte le volte che si toglie dal barile una brocca di questa bevanda, va rimessa la stessa quantità d’acqua. Al tempo della vendemmia si svuota quasi del tutto il barile, si mettono i graspi dell’uva, si riempie d’acqua, e si lascia, a riposo per sei settimane, senza toccare. La bevanda può conservarsi per un anno, se non è esposta, mai, al gelo.

Un’altra. Prendete trenta libre di ribes rosso e bianco, altrettanto di cachi e di piccole ciliegie, piccioli e noccioli; mettete tutto in un barile e frantumate con un grosso bastone. Fate poi bollire due litri di ginepro in cinque o sei pinte d’acqua, ed aggiungete mezza, o una libra, o più, di miele, per avviare la fermentazione. Mettete il ginepro, quando sarà fermentato, con il succo dei frutti. Dopo aver rimescolato tre o quattro volte in 24 ore, riempite d’acqua e chiudete il barile.

Potete contare su 150 bottiglie di una bevanda che s’avvicina molto al vino, se la mescolate con una pinta d’acquavite.

Un’altra: ‘L’asso di picche’ o piccolo sidro di casa. Tutto il mondo deve conoscere la composizione di questa bevanda, che la mancanza di vendemmia del 1816, mise in voga fra noi.

Si fa con un miscuglio di pere, mele, selvatiche e secche, di prugnolo e qualche volta di frutti di corniolo domestico , e di una certa quantità d’orzo, che s’infonde nell’acqua, per tre, otto, dieci ore, secondo la stagione e il clima.

Questa bevanda è molto rinfrescante e si può considerare un buon antiputrido.

Candele - bugie economiche

 

Si fanno fondere otto libre di cera bianca, in un vaso lungo e stretto, e due libre di sego, del più puro. Quando tutto è sciolto bene, e ben miscelato, s’immergeranno candele da otto per libre, che si ritireranno dopo qualche istante: esse si troveranno ricoperte di uno strato di cera, che le aumenta di spessore… in seguito s’appendono per lo stoppino, per seccarle.

Quando la candela è accesa, la cera fonde molto più lentamente del sego, formando una specie di bordo, che la conterrà e le impedirà di colare. La candela sembrerà, allora, del tutto, una bugia .

 

 

I funghi

 

Come distinguere le specie buone di funghi da quelle velenose. La principale regola, afferma Pearsoon, per giungere a tale conoscenza, è, senza dubbio, il modo col quale sono colpiti i sensi dal loro odore e sapore. Si può prendere come esempio, fra tutte le specie commestibili, il fungo coltivato (di Parigi) , che ha un odore molto soave ed un sapore che s’avvicina a quello della mandorla, ma non lascia un retrogusto spiacevole, astringente o stitico. Un odore violento e che ha qualche somiglianza con quello del ravanello, o piuttosto di terra di miniera, o di sotterraneo, indica una qualità velenosa. I funghi che hanno un sapore molto amaro, sgradevole, ed un odore ributtante, non hanno, del resto, nulla che inviti a cucinarli. D’altra parte, un gusto piccante d’aglio o di pimenta, che contraddistingue qualche specie, non è indice di qualità deleteria. Si deve diffidare di funghi che crescono in boschi fitti, anche se si riconoscessero delle specie commestibili: in genere, le parti dei boschi assai ombrose ed umide, non producono specie salubri; al contrario, al limitare di questi, nelle brughiere, nei terreni incolti, nei pascoli, nelle radure e in mezzo alle sterpaglie, si trovano i migliori ed i meno pericolosi, che hanno il sapore, il colore e l’odore che v’andiamo a descrivere. In generale, più la polpa di un fungo è bianca, compatta, dura ma fragile, si deve poco temere per il suo uso… Quanto al colore, si possono trarre poche considerazioni certe: sembra che il colore di un giallo puro e dorato, ed il color cammello, siano indice di una buona qualità. Al contrario il giallo pallido, o del solfo, sembrano tipici delle specie nocive… La maggior parte di funghi commestibili ha un colore biancastro, pallido, bruno o bistro del cappello… I colori rosso vinoso e violetto, della quasi totalità dei funghi, sembra essere indice di salubrità. Il contrario si verifica per i funghi che sono di un rosso più o meno cupo o sanguigno. Il colore verde è il più raro: fra i funghi della stessa specie dell’agarico, se ne conoscono due, uno di buona qualità, che viene coltivato, ed uno velenoso.

Qualche autore ha indicato molti altri caratteri per distinguere i funghi che si possono mangiare da quelli pericolosi, ma quasi tutti sono vaghi ed incerti: ad esempio, la viscosità del cappello, la presenza di un anello, di vermi o lumache, per i funghi buoni; la cavità del peduncolo, per quelli che non vanno consumati. Occorre ancora osservare che i funghi il cui colore vira, quando si tagliano, diventando, ad esempio, blu, sono tutti, più o meno, velenosi .

I camini

 

Semplice metodo per spegnere l’incendio di un camino. Gettate nel focolare alcune manciate di solfo, tappate la bocca del camino con un drappo bagnato o con una coperta di lana, e si spegnerà all’istante.

 

 

Cera per le scarpe

 

Quattro once di sego di montone, un’oncia di cera d’api, una dramma di zucchero candito, ed altrettanto di gomma arabica (questi due ultimi ingredienti, in polvere finissima). Fate fondere bene tutto assieme, su un fuoco dolce, ed aggiungete una cucchiaiata di trementina, molto nero d’avorio e nerofumo , per conferire al composto un bel colore nero. Quando la cera è pronta per essere colata, potete fermare il bollore in uno stampo di stagno, e farla riposare finché sia quasi fredda, dandogli poi, con le mani, la forma che volete.

 

 

La colla

 

Modo di preparare una buona colla. Tritate ben minuta mezza oncia di colla di pesce e fatela dissolvere, poco a poco, in una pinta d’acquavite, con l’aiuto di un fuoco dolce; passate, in seguito, la soluzione, attraverso un pezzetto di mussola fine.

 La colla così preparata, va conservata in un vaso di vetro ben tappato. Per servirsene, si può sciogliere, su fuoco moderato: apparirà, allora, leggera, trasparente e quasi limpida. Quando si applica, come la colla comune, mostra molta tenacia, nell’unire insieme due pezzi di legno, con un grado di coesione maggiore di quello naturale del legno stesso.

Questa colla secca è una sostanza forte, dura e trasparente: niente la può danneggiare, se non l’umidità delle sostanze acquose. Non si potrà più usare, se si lascia troppo esposta all’umidità dell’aria.

 

Forma di tubercolosi alle linfoghiandole superficiali, soprattutto delle regioni latero-cervicali, che dà luogo a fistole purulente ed a cicatrici deturpanti. Ha decorso benigno.

L’intelaiatura di legno mediante la quale si poteva tenere lo scaldino (suora) tra le lenzuola, per riscaldare il letto.

Dalle corna di cervo s’estraeva l’ammoniaca, prima che questa fosse scoperta nei giacimenti d’Ammon (Africa settentrionale). Il nome della località deriva dal tempio dedicato a Giove Ammone, che si trovava nei pressi delle miniere.

“Alcool, un’oncia; olio volatile di succino rettificato, uno scrupolo; sapone di soda bianco, due grani. Sciogli in boccia chiusa, diligentemente, ed al liquore filtrato aggiungi ammoniaca concentrata, once 4…” (Campana).

Era preconizzata nelle affezioni reumatiche, nelle asfissie o avvelenamenti con sopore. In tal caso, si preparava estemporaneamente con tintura fetida di succino e ammoniaca ed era detto alcool ammoniacale succinato.

“Carbonato di potassa, alcalinulo, solido”.

Olio d’ambra gialla, la resina fossile trasparente contenente spesso inclusi resti vegetali od insetti, che si usa per fabbricare monili.

Quello che attualmente è chiamato callo molle.

Per sfruttare l’azione astringente nel tannino che contiene.

Miele con aceto e miele con aceto e scilla.

Là, dove la medicina non riusciva, solo il prete, con la sua ‘pietas’, poteva alleviare lo stato del malato fino alla morte.

Il solfato di sodio. Il solfato di magnesio, analogo per gli effetti, che troviamo più volte in quest’opera, costituisce il sale d’Epsom, detto anche sale catartico od inglese.

Molti ritenevano la teriaca un antidoto universale.

Si preparava semplicemente miscelando il solfuro con essenza di trementina.

Cassia angustifolia ed a. Papilionacee. Il purgante era costituito dalla polpa dei frutti, mentre le foglie ed i baccelli, costituivano la senna.

Si pone in nota il ricino, ben noto a tutti, per ricordare i numerosi sinonimi popolari che si possono trovare negli scritti del passato: catapuzia, mano aperta, meo, palma Christi, zecca, erba lattaia, fico d’inferno e, impropriamente, girasole. E per rammentare la ricìna, forse il più potente veleno esistente: la tossi-albumina è contenuta solo nella membrana che avvolge il seme. Per questo, al fine d’estrarre l’olio occorre sbucciare i semi, che poi si pressano a freddo.

“Alcool eterizzato solforico”. Una miscela 1:3 d’etere ed alcool.

Il capelvenere o amianto e una felce (Filicinee) molto usata in fitoterapia, di cui esistono vari succedanei, che hanno proprietà medicinali simili. I principali sono: l’asplenio o erba rugginina, il ceterac o erba dorata, la notolena, lo scolopendrio e l’adianto nero, tutte erbe decongestionanti, emollienti, espettoranti e diuretiche.

Il nome ‘adianton’ significa, in greco, erba che non si bagna. La mitologia riporta che Venere uscì dalle acque con i capelli asciutti: da ciò, capelvenere.

Lo spermaceti, sostanza presente allo stato liquido in cavità del cranio del capodoglio, che solidifica in una massa bianca, a contatto dell’aria, quando questi è ucciso. Il nome significa seme di cetaceo.

Il ‘muriato’ (cloruro) d’antimonio.

Acido nitrico diluito.

Polyporus off., detto agarico bianco, dei medici, o fungo del larice, dalla caratteristica forma a ferro di cavallo, che nasce attaccato alla base dell’albero.

Rispettivamente pleurite, difficoltà di minzione dovuta ad ipertrofia prostatica o problemi vescicali, difficoltà di minzione per problemi renali, spasmo dello sfintere anale o della vescica.

La pterìgo è una malattia degli occhi consistente in un ispessimento circoscritto della congiuntiva bulbare, tale da provocare l’imbianchimento e l’opacità della cornea, o la limitazione dei movimenti del bulbo stesso.

Malattia parassitaria, causata dall’ingestione di carni suine infestate dalla Trichina spiralis - Nematodi.

Estroversione del bulbo oculare causata dall’assottigliamento della parete bulbare.

Ipòpio è la raccolta d’essudato purulento nella camera anteriore dell’occhio.

Tutti farmaci ben noti, impiegati, salvo la cicuta, fino a pochi decenni fa.

“Deutonitrato d’argento in cristalli q.v. Fondi a moderato calore in crogiolo di porcellana e getta nelle forme di ferro unte con cera e scaldate. Involta i cannelli in carta emporetica e serba in vaso adatto e allo scuro” (Campana).

Caustico molto comune; la polvere si utilizzava, in proporzione 1:1000, in acqua distillata, per detergere le ulcere della bocca.

Il cloruro d’ammonio, detto anche sal neutro, spesso sublimato (fiori di sale ammoniaco).

Altro nome dell’euforbio, gommoresina estratta da alcune Euforbiacee come l’erba cipressina, l’erba mora e il ricino selvatico. Officinali erano l’Euphorbia hypericifolia e lathyris. Il nome dall’omonimo medico contemporaneo di Giuba, re di Numidia.

Il perfettamore simile al rosolio, che s’offriva alle signore (da cui il nome) lo possiamo trovare, in passato, in diverse ricette variamente formulate (vedi, per esempio il nostro “Lettura di un manoscritto di secreti del XVIII secolo”, pag. 34).

Località dell’Aquitania, nei Pirenei atlantici.

Pianta aromatica delle Magnoliacee: Illicum anisatum, dai grossi semi a forma di stella. È stato spesso, e lo è tuttora, impiegato come succedaneo od associato all’anice, anche se ha una certa tossicità.

La ratafià era, in effetti, un liquore a bassa gradazione alcolica, preparato per distillazione di succhi fermentati di frutta, ed aromatizzata con droghe diverse.

Specie costituita dall’arillo essiccato del seme della noce moscata.

Carta grezza, spessa ed assorbente che si utilizzava, oltre che come filtro, per avvolgere, all’esterno, tranci di carne od altre vivande; simile all’attuale carta gialla.

Unità di misura pari ad ¼ di libbra, ma anche ad un pugno. Per estensione era pari al 25% di un qualunque intero.

Alcuni, nel passato, si servivano del tossicissimo blu di Prussia (anche nei dolci e nei liquori!) o del blu di metilene, ma il colorante più indicato, specie per gli alimenti, è l’indaco.

O arnatto e annatto. Sostanza di colore arancione, estratta dalla Bixia avellana, usata per dare colore a burro e formaggio.

Fazzoletti da testa o scialli per le spalle.

Ciliege tenerine.

Del corniolo (Cornus max) noi utilizziamo solo il legno, per l’estrema durezza. Il frutto è una drupa rossa, acidula, veramente squisita, ma che si trasporta poco facilmente. Altra caratteristica di quest’arbusto è che fiorisce prima dello sviluppo completo delle foglie.

Si tratta, in effetti, di una sofisticazione sanzionata severamente fin dal ’500: si cercava in tutti i modi per impedire queste frodi, ma l’indigenza induceva a questo e ad altro.

Lo champignon.

Raccomando vivamente di non tener conto di queste valutazioni che porterebbero ad un avvelenamento certo e fatale: la conoscenza dei funghi nel ’800 era nulla, come abbiamo già potuto osservare nel capitolo riguardante gli avvelenamenti.

Era detto nero d’avorio il carbone animale comune o nero d’ossa. Veniva chiamato, invece, nerofumo il carbonio elementare, finemente suddiviso, ottenuto per combustione incompleta di sostanze organiche. Si usava per la preparazione d’inchiostri, vernici, carta carbone e come rafforzante della gomma (in seguito, anche delle materie plastiche).

Conservazione della frutta e dei legumi

 

Secondo il metodo d’Appert. Appert inventò, o piuttosto perfezionò (con una sagacia e un successo che gli fecero più onore della stessa invenzione) l’arte di conservare i frutti, i legumi e tutte le vivande, per parecchi anni e senza che essi perdano il loro sapore e gli altri vantaggi che si hanno nei freschi.

Il suo procedimento è fra i più semplici: consiste nel distruggere, o almeno neutralizzare, per mezzo del bagno-maria, i fermenti marcescibili contenuti negli alimenti che si vogliono conservare. “Voi potete – dice lo stesso autore – all’inizio di questo procedimento, trasportare, con sicurezza, nella cantina, tutti i prodotti del vostro giardino, sia in primavera, sia in estate, sia in autunno, e, dopo parecchi anni, troverete quei vegetali assai buoni e salubri, come se li aveste appena colti; e, per una saggia provvidenza, vi potrete precluderete dalla privazione di quei prodotti”.

“Questo procedimento – aggiunge – s’applica, non solo alle sostanze vegetali, ma anche a quelle animali, vale a dire alle vivande di carne, al brodo e al ‘consommé’, ai volatili, alla selvaggina, ai pesci, al latte, al siero, alle uova, generalmente, a tutto”.

Ci occuperemo, in quest’opera solo dei vegetali: il modo di conservare le vivande, il latte, etc. (che non differisce molto da questo), non si applica che alle scorte di viveri della marina, e, sotto questo punto di vista, la scoperta d’Appert diventa di un’importanza estrema, e merita all’autore la riconoscenza che è dovuta ai benefattori dell’umanità.

Diamo seguito all’analisi del suo modo di procedere: la prima cosa è di chiudere, in bottiglie o boccali, le sostanze che si vuol conservare. Vanno presi vasi di vetro, composti, cioè, della materia più impermeabile all’aria; fra le bottiglie si sceglieranno quelle che non abbiano rotture o fessure e che siano facili da tappare. Messi i vegetali nei vasi, questi vanno tappati, e, poiché si deve interrompere il contatto con l’aria, primo agente della fermentazione, va posta attenzione alla scelta dei tappi ed alla maniera d’impiegarli. Le bottiglie che contengono liquidi non devono essere riempite del tutto, ma due o tre pollici dall’anello o cordoncino, per evitare che si rompano, poiché sarà inevitabile, in seguito, un rigonfiamento del contenuto, prodotto dal calore applicato col bagno-maria. Quanto ai legumi, ai frutti ed alle piante, due pollici dall’anello, saranno sufficienti. Tappate le bottiglie, s’assicura il tappo con due fili di ferro incrociati, quindi si mette ogni bottiglia in un sacchetto di rete, o di tela, grande abbastanza da avviluppare totalmente tutto, compreso il tappo (questa seconda operazione non è assolutamente necessaria: il sacco ha solo il compito d’impedire che la bottiglia cozzi troppo rudemente, quand’è posta nel bollitore). Si può, in alternativa, servirsi di paglia o di fieno, per avvolgerla, ma il sacco è più adatto… I vasi così preparati si dispongono in una caldaia piena d’acqua fredda, in maniera che siano bagnate fino all’anello. Si copre la caldaia col suo coperchio, rivestito con stoffa bagnata, al fine di impedire, il più possibile, l’evaporazione del bagno-maria (anche questa precauzione non è, del tutto necessaria: si potrebbe lasciare, anche la caldaia scoperta, ma, in tal caso, è essenziale mantenere sempre allo stesso livello, l’acqua del bagno e, per questo, quando si opera su sostanze che esigono una o due ore d’ebollizione, si prenderà la precauzione d’avere un altro bollitore al fuoco, per riempire d’acqua bollente, il bagno-maria, via, via che evapora. È necessario che quest’acqua sia bollente, poiché se è solo calda, farebbe cessare, in parte l’ebollizione del bagno-maria). La caldaia, disposta come detto, si mette al fuoco fino ad ebollizione, mantenendo lo stesso grado di calore, per più o meno tempo, secondo le sostanze… Dopo di ciò, si ritira dal braciere e, un quarto d’ora dopo si fa uscire l’acqua del bagno-maria dal rubinetto che si trova nella parte bassa della caldaia; si tolgono le bottiglie o i vasi solo un’ora dopo l’apertura. A questo punto, si rivestiranno i tappi con il mastice e l’operazione è terminata. Se la caldaia non ha rubinetto, si toglieranno le bottiglie, solo, quando l’acqua sarà raffreddata, al punto di poter sopportare il calore con la mano. L’indomani, o più tardi è indifferente, si sistemeranno le bottiglie su piani di latta, come si fa col vino, in cantina, o in tutti gli altri luoghi temperati e all’ombra; ma, prima di riporle è essenziale esaminarle una alla volta; se durante il procedimento qualcuna s’è incrinata o presenta fessure, si metterà da parte, e lo stesso si farà per tutte quelle in cui si nota un po’ d’umidità attorno al tappo, o macchie d’umido sul tappo stesso: è la prova che il liquido rinchiuso nel vaso è filtrato fuori, e poiché gli alimenti non si conserverebbero, si deve consumare subito il contenuto, perchè non vada perso.

 

 

Cetriolini sott’aceto

 

Si scelgono piccoli cetrioli verdi, più sani possibile, e si mettono a bagno in una miscela d’acqua e birra, finché ingialliranno, rimescolando due volte il giorno, altrimenti diverrebbero molli. Si tolgono dall’acqua e si coprono con una buona quantità di foglie di vite. Si mette poi dell’acqua al fuoco e, quando bolle, si versa sui cetriolini; l’operazione va ripetuta quattro o cinque volte, finché tornano di colore verde brillante. Si coprono, ancora con foglie di vite, ponendo sul vaso un cencio ed un piatto, per impedire l’evaporazione e farli rimanere verdi. Sgocciolati su un setaccio, si prepara la marinata seguente: due pinte d’aceto bianco, mezza oncia di macis, due chiodi di garofano, un’oncia di zenzero trinciato, un’oncia di pepe nero ed un pugno di sale; si fa bollire tutto assieme, per circa 5 minuti e si versa, bollente, sui cetrioli che, lasciati raffreddare, vanno coperti con una cartapecora. Ci se ne può servire, quando occorre. Un’alternativa di marinatura è l’aceto di birra o l’aceto distillato, addizionato con quattro spicchi d’aglio o di scalogno.

Altro metodo. Si prendono 400-500 cetriolini e si dispongono in una gran casseruola di terra, riempita d’acqua di sorgente e di sale, in proporzione di due libre ogni quattro pinte d’acqua. I cetrioli, lasciati a riposo per tre ore, vanno sgocciolati e, quando sono ben asciutti, messi in un vaso d’ardesia. Si prendono poi quattro pinte d’aceto bianco, mezza oncia di macis e di chiodi di garofano, un’oncia delle quattro specie e di semi di mostarda , sei foglie di lauro, un po’ d’anice, tre radici di ginepro, tranciate e contuse, una noce moscata, fatta in piccoli pezzi, e un pugno di sale. Posto il tutto in una marmitta di ghisa, si fa cuocere a fuoco lento, finché saranno ben verdi, e si metteranno, in seguito, in un vaso d’ardesia, coprendoli leggermente, fino a raffreddamento. Infine si tappa bene l’apertura del vaso con pergamena ed un pezzo di pelle, ponendo il vaso in luogo freddo.

Procedimento per mantenere ai cetriolini il loro colore verde. Occorre farli macerare per uno o due giorni, nella salamoia e passarvi sopra, in seguito, aceto bollente. Dopo decantazione, si pongono in aceto forte, con il condimento ordinario, aggiungendo 4-6 once di spirito di sale marino , ogni brocca di 15-20 libre.

 

 

Colori per le opere di falegnameria

 

Prendete cerussa, in pezzi grandi come nocciole, calcinatela al fuoco, in una padella di ferro, e non ritiratela finché non ha assunto un colore giallo; levigatela con olio lubrificante e, così preparata, saturatela con trementina. Passate tre o quattro mani sull’oggetto e quando sarà ben secca, polite la cerussa con pietra pomice, in polvere impalpabile, posta su di un panno. A questo punto, passate il colore. Ecco, di seguito la composizione dei colori.

Per il bianco. Alla cerussa nell’olio unite una punta di blu, per sostenere il colore bianco, ingiallito durante il procedimento.

Per il verde. In due libre di cerussa nell’olio, mettete una libra di verderame comune. Questo colore si può porre su una base bianca, ma riuscirà meglio se il fondo polito è di un grigio molto chiaro.

Per il gridellino . Frantumate separatamente lacca , blu di Prussia e bianco di cerussa, dopo di che comporrete con questi tre colori il gridellino che vi piacerà.

Per il blu. Prendete del blu di Prussia e una quantità di cerussa variabile, secondo il blu che volete ottenere.

Per il color rovere. Prendete della terra d’ocra e della terra d’ombra : sarà più chiaro se predominerà l’ocra. Frantumate nell’olio lubrificante.

Per il color noce. Mettete bianco di cerussa, ocra ed una punta di nero e frantumate tutto nell’olio lubrificante.

Per il marrone. Il rosso d’Inghilterra e il nero avorio, compongono il marrone: sarà più chiaro se si sostituisce una parte di nero con giallo. Frantumate nell’olio lubrificante.

Per il giallo. Questo colore si fa coll’ocra di Berry . Si può schiarire, come si vuole, con bianco di cerussa.

Per il giallo giunchiglia , meglio della cerussa è l’orpimento . Vi sono tre tipi d’orpimento, i cui toni di colore sono diversi. Occorre sapere: 1° che l’orpimento, da impiegare nelle vernici, si frantuma solo con la trementina, altrimenti impiegherebbe troppo tempo per seccare; 2° che questo colore, cosi allestito, deve essere impiegato subito.

Per il rosso simile a quello di China, si fa stemperare il rosso d’Inghilterra con vermiglione . In quanto alla tonalità è impossibile, per la loro composizione, determinarne le dosi.

Per il color oro. Si compone con i tre tipi d’orpimento detti prima, un po’ di bianco di cerussa e una punta di vermiglione. I colori vanno frantumati separatamente e il colpo d’occhio ne regolerà la miscela…

Ecco come applicare i colori: dopo aver scelto e preparata la vostra vernice, datene tre o quattro mani sul fondo polito, che deve essere ben ricoperto. Questi strati non vanno sovrapposti finché ognuno di loro non sarà ben seccato: è una pazienza che si deve avere. Si polirà, in seguito, il colore con pietra pomice, o un appretto duro e si passeranno sopra tre o quattro mani di vernice trasparente o bruna, che si polirà, quando sarà seccata, con la pietra pomice.

 

 

Cuoio per i rasoi

 

La maggior parte di coramelle per affilare i rasoi si sciupano perché si lasciano seccare: una o due gocce d’olio versate spesso sul cuoio sono un rimedio infallibile. Dopo aver affilato il vostro rasoio sul cuoio, passatelo fra le mani calde, e avrete un filo assai dolce e fine: se si pone il rasoio nell’acqua calda, taglierà ancor meglio. Niente vi può essere di superiore per curare un cuoio da rasoio, che il croco (o zafferano) di Marte, mescolato con olio dolce, che si stende, direttamente, dalla boccetta che lo contiene.

 

 

Disegni ed incisioni

 

Modo per ricalcarli. Fregate bene, in maniera uniforme, un pezzo di carta sottile, con burro fresco e, dopo averlo fatto bene asciugare al calore, copritelo con uno stato di grafite , o di carminio , o di nerofumo, o di verderame bluastro, sul lato opposto a quello che è stato trattato con il burro. Se l’operazione è ben riuscita, in maniera che il colore non sia passato di là dal foglio, stendete una mano di colore sulla parte bianca della carta, mettete sotto l’incisione e fate la vostra traccia, con un punzone.

 

 

Distillazione senza alambicco

 

Usate un boccale dall’apertura larga sul quale attaccherete una mussolina fine e chiara, in maniera che essa formi una tasca, abbastanza profonda, come se voleste filtrare qualcosa: riducete in polvere grossolana chiodi di garofano o tutte le altre sostanze secche, dalle quali vi proponete d’estrarre l’essenza e fatene una pasta molle con l’aiuto di un po’ d’acqua; o, se ci sono piante fresche o fiori, stemperateli, per qualche istante, nell’ac­qua e lasciateli poi sgocciolare. Mettete poi le vostre sostanze nella tasca, che non dovrà essere piena oltre i tre quarti, e coprite ermeticamente l’apertura del vaso con il fondo di una scodella o una casseruola riempita di carbonella accesa, che s’avrà cura di soffiare ogni volta che raffredderà. A misura che la materia si riscalderà, i vapori si libereranno come nella distillazione ordinaria, ma, non potendosi alzare, a causa del coperchio che s’oppone al loro passaggio, essi fuggiranno verso il basso, attraverso i pori del tessuto, cadendo sul fondo del vaso, dove si sarà messa un po’ d’acquavite, se si opera su sostanze ricche d’aroma e poco succulente, come, ad esempio, i garofani.

Acqua d’oro

 

Prendete le scorze di due bei limoni e un mezzo grosso di macis; fate distillare queste sostanze nell’alambicco, a bagno-maria, in due pinte d’acquavite, da cui dovete ricavare circa una pinta di liquore; fate poi fondere una libra e mezzo di zucchero in una pinta d’acqua distillata, aggiungendo mezza libra di fiori d’arancio. Riunite i due liquidi, colorate la miscela con tintura di zafferano, filtrate per carta, e ponete in bottiglie… Quindi prendete un libretto di foglie d’oro, che poserete su un piatto, versatevi sopra un po’ di liquore, fregando le foglie con una forchetta, finché saranno ridotte a piccole particelle, e mettetene, abbastanza in ogni bottiglia.

 

 

Elisir di lunga vita

 

Vanno presi: aloe soccotrina, nove grossi; radici di genziana, un grosso; zafferano pregiato, rabarbaro ed agarico bianco, un grosso; teriaca due grossi. Si polverizza l’aloe, si schiacciano le altre sostanze e si lascia in infusione, per quindici giorni in due libre d’acquavite forte (22°). Si decanta il liquido chiaro che sovrasta il deposito e si rimpiazza con due libre d’acquavite nuova, aggiungendo un’oncia di zucchero candito, polverizzato, e un grosso di cannella. Si lascia infondere ancora per 15 giorni, si uniscono le due miscele, si lascia depositare e si passa attraverso un pezzo di carta grigia, posta su un imbuto. Questo elisir va conservato in bottiglie ben tappate. Fortifica lo stomaco e purga leggermente; ne va preso un cucchiaio il mattino.

 

 

 

 

Elisir di Garus

 

Si prende: mirto, aloe, d’ogni cosa un grosso e mezzo; garofano, noce moscata, d’ogni cosa tre grossi; zafferano e cannella, mezza oncia; si pestano tutte queste sostanze, si mettono in infusione, per otto giorni, in cinque pinte di spirito di vino a 30°. Si passa per tela, spremendo. Si mescolano, poi, al liquore, 16 libre di sciroppo di capelvenere e una libra d’acqua di fiori d’arancio; si mette il liquore in bottiglie ben tappate, si fa chiarire, decantando per inclinazione o passando attraverso un pezzo di stoffa o di carta grigia.

L’elisir di Garus è conveniente nelle indigestioni, nella debolezza di stomaco e nelle coliche ventose. La dose è di una o due once. È anche un liquore da tavola fra i più eccellenti. Si può ottenere un elisir ancor più gradevole e squisito, distillando prima d’aggiungere gli sciroppi.

 

 

Le stampe

 

Metodo per pulirle. Questa operazione, benché semplice, non deve essere tentata da persone che non sono versate ad un lavoro del genere, su incisioni di valore, per non rischiare di perderle. Si fa una liscivia leggera con un po’ di potassa e vi si mette a bagno la stampa per 12 ore; dopo tale tempo si toglie e si passa in acqua calda, limpida. Infine si pone per qualche ora in un bagno composto d’acido muriatico ossigenato. Quest’ultimo preparato va acquistato da un farmacista: se ne mettono da quattro ad otto once in uno o due secchi d’acqua, secondo la grandezza del bagno di cui si ha bisogno. Se dopo quest’im­mersione la stampa è troppo bianca, basta lavarla in acqua limpida, e farla asciugare all’ombra in un ambiente fresco, per evitare che la carta s’increspi. Se, al contrario, un primo bagno non basta, se ne può fare un secondo. Fra i due bagni, si può fare una seconda liscivia leggera. Quando l’incisione che si deve pulire è solo ingiallita, e non ha alcuna macchia di grasso, si può evitare la liscivia e mettere, solo, a bagno la stampa nel bagno d’acido muriatico ossigenato. Ma se, al contrario è molto macchiata di grasso e unta, conviene metterla in una liscivia più o meno forte, secondo l’effetto che s’intende ottenere.

 

 

Le stoffe

 

Metodo per renderle impermeabili. Ad un’oncia di cera bianca fusa, unite una pinta circa di spirito di trementina. Quando la miscela sarà ben fatta, mettetevi a bagno la stoffa, e stendetela poi ad asciugare. Questo metodo facile ed economico rende impenetrabile alla pioggia le stoffe più solide, senza che i pori possano imbibirsi e che un abito tinto subisca danno.

 

 

Le pellicce

 

Modo di conservarle. Bagnate le pellicce o le stoffe di lana, nel cassetto o nel baule dove sono conservate, con essenza di trementina. L’odore sgradevole di questa sostanza evaporerà prontamente, esponendo le stoffe all’aria. Qualcuno mette fogli di carta, imbibiti di trementina, sopra e sotto, fra i capi di stoffa, etc. e il buon risultato è riconosciuto.

 

 

La frutta

 

Maniera per conservarla fresca. Prendete una libra di salnitro, due libre di bolo d’Armenia , e quattro libre di sabbia, liberata dalle parti terrose. Cogliete i frutti a mano, prima che siano completamente maturi; ogni frutto deve essere toccato solo nel picciolo; ponete la frutta raccolta in ordine in un largo boccale di vetro, di cui coprirete l’apertura con carta oleata, e che piazzerete in una scatola o una cassetta, in un luogo assai secco. A questo punto mettete il preparato detto sopra, tutto intorno, per circa quattro pollici, in modo che il boccale non sparisca, venendo interrato. Alla fin dell’anno si ritireranno frutti belli come al momento che li avete riposti.

 

 

I galloni

 

Modo per metterli a nuovo. Quando i galloni d’oro o d’argento s’opacizzano, il miglior liquido, di cui ci si può servire per lucidarli, è lo spirito di vino, che si farà riscaldare prima d’appli­carlo sulla macchia o sulle zone ossidate. L’applicazione dello spirito di vino conserva il colore della seta o della bordura.

 

 

Il ghiaccio

 

Metodo per fare il ghiaccio. Mettete sul contenitore di una macchina pneumatica due vasi, uno pieno d’acqua l’altro d’acido concentrato; fate il vuoto e l’acqua ghiaccerà quasi istantaneamente. Un altro metodo consiste nel riempire d’acqua una boccetta di vetro molto fine, che, ricoperta con tela si butta nell’etere: impartendogli un movimento rotatorio, rapido e prolungato l’etere evapora e l’acqua ghiaccia. Il ghiaccio che s’ottiene in questo modo è troppo poco, per poter essere utile. Per fare ghiaccio in gran quantità occorre mescolare assieme 15 libre di solfato di sodio e dodici libre d’acido solforico a 36°, e disporre questa miscela in tre vasi diversi. Si mettono poi in ognuno di questi recipienti, alcune caraffe piene d’acqua: il congelamento non tarderà a venire.

 

 

I fagioli

 

Metodo per conservare fagioli freschi e piselli per l’inverno. Si prendono fagioli freschi, non troppo grossi e si mondano senza dividerli in due, levando solo il picciolo; si fanno bianchire, senza lasciarli troppo bollire, in modo che mantengano freschezza e durezza, quindi si sgocciolano; in seguito si mettono in vasi d’arenaria, non molto pressati, in modo che non macerino nella loro acqua, s’aggiunge un pugno di sale e si lasciano così fino il giorno dopo. Fatta quest’operazione, si pongono in ogni vaso due terzi d’acqua ed un terzo d’aceto, con tre o quattro generose manciate di sale entro ogni recipiente da tre pinte; si copre infine con burro fuso.

 

 

Erbe cotte

 

Metodo per conservarle. Cogliete, nel mese di novembre, la quantità che volete d’acetosa, porri, lattuga, porcellana ; mondate e bollite bene l’acetosa in un po’ d’acqua, finché non è scottata. Allora, mettete nel solito recipiente le altre erbe, facendole bollire bene, ed aggiungendo burro e sale in quantità ragionevole. Rimettete di nuovo a bollire, levate dal fuoco. Quando le erbe saranno fredde, sistematele in recipienti d’ardesia, gettandovi sopra un poco di burro fuso, e chiudete i vasi in un luogo fresco e asciutto. Se volete mangiarle, fate un foro attorno allo strato di burro, per poter estrarre la quantità che desiderate, e ricoprite il buco con il solito burro, così che le erbe conserveranno tutta la loro bontà fino al tempo delle novelle.

 

 

L’olio

 

Niente di più facile che preparare un buon olio dolce. Si macinano semi di papavero bianco e rosso, formando una pasta, che si getta, in seguito in acqua bollente. L’olio non tarda a galleggiare: si recupera e si serba in luogo fresco.

 

 

Umidità

 

Un pianterreno deve essere sollevato il più possibile dal livello del suolo e situato su cantine. Se, malgrado ciò, è umido, andrà pavimentato con legno di quercia, con sotto un alto strato di carbone o di rosticcio , e ben sigillato nel perimetro, … con un assito, distante dal muro almeno due pollici, e trattato con olio. Si copriranno i muri di uno strato di calce... Quando il pianterreno è umido perché inabitato per qualche tempo, può essere risanato depositandovi calce, carbone, un largo vaso contenente acido solforico (spirito di vetriolo), o altra sostanza capace d’assorbire l’umidità dell’aria.

L’acqua piovana è soggetta a debordare dalle canalette dei tetti; se le gronde non sono abbastanza larghe, e a colare lungo i muri, che trattengono l’umidità; se calano perpendicolarmente a poca distanza dal muro, fanno bagnare i pavimenti e producono infiltrazioni nelle fondamenta, si rimedierà a questi inconvenienti così dannosi ad una buona conservazione degli edifici, facendo scendere l’acqua attraverso condotte più larghe e robuste, in ghisa o in terracotta, poste lungo i muri sotto di quelle che perdono l’acqua a gocce o a rivoli.

 

 

Il latte

 

Metodo di conservazione del latte fresco per anni interi. Una bottiglia di latte fresco, ben tappata, s’immerge in acqua bollente, per un quarto d’ora. Il latte può, così, essere conservato per molti anni, purché sia sano, fin dall’inizio. È il procedimento d’Appert, oggi adottato, comunemente, in Inghilterra, e, per una bizzarria inconcepibile, appena conosciuto in Francia, dove è stato inventato.

Facendo evaporare il latte a calore dolce, si può, ancora, ottenere una polvere, o estratto secco, che si conserva ugualmente assai bene, in una bottiglia rigorosamente tappata e che, si può rigenerare a latte, per mezzo dell’acqua tiepida, nel momento che ci serve.

Metodo per ottenere il latticello estemporaneamente. Si prende la quantità di latte che si vuole e si mette in un vaso di terra smaltato, che si farà scaldare molto dolcemente; si aggiungono, poi, ogni pinta di latte, circa 15 grani di presame , diluito in tre o quattro cucchiai d’acqua, mescolando con una spatola; a misura che il latte si scalda, s’accaglia ed il latticello si separa. Quando il siero è ancora ben caldo, si passa attraverso tela bianca. Sarà allora biancastro e torbido; perciò s’andrà a chiarire nel modo seguente: si mette un bianco d’uovo in una terrina di terra smaltata, e si sbatte, aggiungendo un bicchier di latticello; si versa, in seguito, il restante latticello e si fa bollire il tutto. Si ritira dal fuoco, si fa raffreddare e si passa attraverso carta grigia, adattata ad un imbuto di vetro: con questo procedimento si ottiene latticello perfettamente chiarificato e di un colore verdastro.

Se non si ha il presame, ci si può servire, con ugual successo, di un cucchiaio d’aceto, o di un mezzo grosso di crema di tartaro, ridotta in polvere. S’impiegano, ancora, con vantaggio, i fiori di cardo, noti col nome di scardaccioni . Ne vanno infusi due pizzichi, per un quarto d’ora, in un bicchiere d’acqua bollente, spremendo poi i fiori, e mescolando l’infusione con il latte. Il resto del procedimento è uguale a quello con il caglio.

 

 

Latte d’asina artificiale

 

Due once d’orzo perlato e di rasura di corno di cervo, tre once di radice d’eringio , appena raccolto dal giardino e candito, sono gli ingredienti che vanno fatti bollire in dodici pinte d’acqua di fontana, fino a ridurre della metà. Mettete poi due cucchiai di latte di vacca, in una mezza pinta del liquore suddetto, e bevete caldo, mezz’ora prima d’alzarvi da letto, il mattino.

 

 

 

La biancheria

 

Come profumarla. Mettete assieme, in sacchettini, foglie di rose seccate all’ombra, chiodi di garofano, ridotti in polvere, e rasura di macis.

Come riparare la biancheria strinata. Fate bollire in una pinta d’aceto, due once di terra da follone , un’oncia di pollina , mezz’oncia di sapone in pani, e il succo di due cipolle, finché tutto prende consistenza. Versate un po’ di questo composto sulle parti danneggiate, e se queste non saranno del tutto bruciate, con i fili consumati, dopo averlo lasciato seccare, il tessuto leso sarà riparato completamente, tornerà chiaro e nello stesso stato dell’altra biancheria.

 

 

La casa

 

Ricetta per rendere le abitazioni incombustibili. Questo procedimento, ideato a Vienna, in Austria, consiste nel prendere un composto di nove parti d’argilla, una di tanno ed una d’acqua di conceria, la tredicesima parte di cenere, con un’uguale quantità di sabbia, se l’argilla è buona e ben grassa, e una sola venticinquesima parte di sabbia e cenere, se l’argilla è meno buona. S’impasta tutto con acqua, lasciando poi riposare; quindi si stende questa pasta sul pavimento, uniformemente, dandogli uno spessore di tre o quattro dita; si fissa con uno spago, ben fregato con sapone, uno strato di paglia dello stesso spessore. Oltre questa copertura protettiva, conviene spalmare le parti di legno e il tetto con la medesima pasta.

 

 

Il marmo

 

Modo di dare al gesso le sembianze del marmo.  Per dare al gesso la levigatezza e l’apparenza del marmo bianco, si farà fondere a caldo, un’oncia circa di sapone bianco in acqua piovana o di ruscello, in modo da formare un’acqua saponata molto leggera, da poter spalmare sulla scultura che si vuole polire, evitando con cura che l’acqua faccia schiuma. Quando il gesso avrà assorbito l’umidità e sarà ben asciutto, si passerà, leggermente, con un tessuto fine; questa manipolazione luciderà il sapone e la figura di gesso sembrerà, del tutto, marmo bianco.

 

 

Il mastice

 

Mettete in mezza pinta d’aceto un’uguale quantità di latte, che coagulerà. Levate solo il latticello ed aggiungetevi il bianco di cinque uova, ben sbattuto. Dopo aver mescolato bene, unite calce viva, setacciata e portate a consistenza di pasta. Fuoco ed acqua nulla potranno contro questo mastice, se, prima di servirvene, avrete avuto la precauzione di farlo ben seccare .

 

 

 

Stoppini economici

 

Prendete alcuni vimini di legno di salice e fatene stoppini; tolta la scorza, e seccati in forno, buttateli nella cera calda e avvolgeteli in cotone molto fine. Tuffateli una seconda volta nella cera e ricopriteli con sego di buona qualità. Le bugie faranno luce per quindici o sedici ore, senza spegnersi.

 

 

I meloni

 

Maniera per conservarli fino al mese di gennaio. Prendete i meloni tardivi che non sono giunti a completa maturazione, asciugateli leggermente con un cencio e riponeteli in un luogo secco, per un giorno o due. A parte, passate al setaccio una certa quantità di cenere, per liberarla dai pezzetti di carbone. Metteteli poi in una botte ben asciutta e interrateli nella cenere, avendo cura di coprirli interamente. Evitate di riporli in un luogo soggetto a gelate. Quando n’avrete bisogno, li troverete perfettamente conservati.

 

 

Il fetore

 

I gas mefitici, che sono molto più pesanti dell’aria dell’at­mosfera, si raccolgono spesso in gran quantità nei luoghi più bassi e vi ristagnano ogni volta che un motivo particolare non è intervenuto per espellerli. Siccome è assai pericoloso scendere in quei luoghi, è d’uopo cambiare l’aria stagnante e se questa è, per esempio, in un pozzo, si deve giungere alla conclusione di rimanervi il minor tempo possibile, salvo che non si tratti di un secchio vuoto che discende per attingere l’acqua e che rimonta nel giro di pochi istanti.

Vi si versi acqua che è stata sulla calce viva e ha ripreso la limpidità precedente: se, prendendo una lanterna, si vede che l’acqua è torbida, e il lume si spegne, si ha una prova della presenza di gas mefitici, che hanno preso il posto dell’aria pura. Si può anche far scendere al fondo del pozzo, un animale, come un cane o un gatto e un corpo combustibile acceso: se il primo non s’asfissia, e l’altro continua a far luce, si potrà allora entrare senza pericolo nel pozzo; in caso contrario ci s’esporrà ad una morte certa.

La calce viva può essere sostituita dagli alcali caustici, dai fiori d’alcali volatile, o dalla liscivia dei saponai.

 

 

I mobili

 

Ricetta per lustrarli. Preparate un encausto nella maniera seguente. Per una libra di cera bianca si prendono 24 once di potassa, fatta sciogliere in due pinte d’acqua, a leggero calore. La cera va spezzata in piccoli pezzi e fatta bollire, per circa mezz’ora, in questa liscivia. Dopo tale tempo si ritira dal fuoco e si lascia raffreddare. La cera si rapprende a galla, sotto forma di una specie di sapone bianco; levigata con acqua, essa darà quello che comunemente si chiama latte di cera o encaustica. Si applica sui mobili, dopo averli puliti ed essi riceveranno un lucido, molto apprezzabile a vedersi.

 

 

Le mosche

 

Modo di ricacciarle dove sono venute. Lavate i muri con succo di foglie di citronella , dopo averle ben spellate: le mosche non s’avvicineranno.

Altra maniera utile ad impedire loro di sporcare i mobili, le dorature, gli specchi ed i tavoli. Sfregate i muri e la mobilia delle stanze che volete più preservare da questi insetti, con olio di lauro, soltanto in qualche punto, non dappertutto. Se n’entrerà qualcuna, non vi resterà per molto tempo, poiché le mosche non sopportano quell’odore. Dovrete rinnovare questo secreto di tempo in tempo.

 

 

La mostarda

 

La preparazione della mostarda è facilissima, se ci s’accontenta d’averla al naturale, e senza tante ricercatezze. Si può fare in due modi.

Nel primo, si lavano i semi nell’acqua e, in seguito, si fanno ammorbidire in un vaso, finché rigonfiano; quindi si pelano e si triturano in un mortaio, o nella gramola , sotto una mola idonea per l’uso, aggiungendo un po’ d’aceto. Quando la pasta è ben fine, si passa attraverso setaccio di crine e si mette in vasi di vetro o di maiolica, che si tappano per conservarla.

Nel secondo, si mondano e pestano i semi secchi, nel setaccio asciutto, che rimangano bene aridi, al fine di ridurli in pasta con l’aceto, solo al momento del bisogno.

Si deve consumare solo 8-15 giorni dopo la preparazione. Si possono aggiungere alla mostarda, tutte le sostanze aromatiche che si trovano gradevoli, come il dragoncello, l’aglio, la cipolla, il garofano, etc.: vanno ridotte in polvere o in pasta, prima di mescolarle alla mostarda.

 

 

La carta

 

Procedimento per impedire alla carta d’assorbire. Fate fondere un pezzetto d’allume di rocca , della grossezza di una noce, in un bicchiere d’acqua chiara ed umettate la carta con una spugna delicata; lasciatela seccare.

Metodo di preservare dai morsi di topi, tarme e vermi, le carte, le pergamene, i libri, etc. Occorre fabbricare gli armadi, gli uffici e le scatole di legno di pino, il più resinoso e odoroso possibile. Devono essere compatti e mortasati a coda di rondine, senza chiodi. L’interno e l’esterno, si rivestono di buona carta, lavata in una soluzione acquosa di nitrato di mercurio, e fatta aderire con una colla così composta: si stempera amido, o farina di frumento o di segale, in una sospensione di muriato di barite , cotta, come la colla comune in una terrina verniciata. Si pelano sette od otto spicchi d’aglio si pongono in un sacchetto di tela, ben legato, e se ne spreme il succo, che si mette nel vaso, assieme al sacchetto. Si mescola sino a fine cottura, vale a dire finché la colla è fine e prende la consistenza del brodo. Questa miscela s’impiega a freddo e come la colla dura, si passa sopra un tampone, uniformemente, lasciandola seccare ad un’aria temperata.

Le tarme, i vermi e i ratti che rodono il legno così preparato, sono colpiti da morte inevitabile per il nitrato di barite e il muriato di mercurio che entrano nella composizione.

Metodo per pulire la carta da parati. Tagliate in otto pezzi un pane da un quarto di libra, raffermo da due giorni (né troppo vecchio né troppo fresco). Con un pezzetto di pane, dopo aver tolto tutta la polvere dalla carta, con un soffietto a due anime, cominciando dall’alto della camera e tenendo la crosta in mano, si passa leggermente con la mollica, dall’alto in basso, con un leggero movimento rotatorio ad ogni colpo, finché tutta la tappezzeria sarà completamente pulita, in tutta la stanza. Ricominciate questa pulizia a mezzo della mollica di pane, con colpi successivi sempre più forti, finché l’operazione sarà terminata. Se fatta bene, un vecchio parato sarà rimesso, pressoché, a nuovo. Occorre prestare attenzione a non stracciare la carta con movimenti orizzontali o a croce, e di adoperare una mollica adeguata, ogni volta.

 

 

Le pesche

 

Modo per conservarle. Avvolgete le pesche con filacce di canapa ed immergetele nella cera gialla fusa. Quindi levatele: la cera, avendo formato una crosta attorno alle filacce, impedirà il contatto con l’aria esterna, e le pesche si conserveranno sane, se le porrete in una cantina profonda che non sia umida.

 

 

La verniciatura

 

Procedimento poco costoso per rimpiazzare la vernice ad olio. Schiacciate, con una spatola, una certa quantità di cagliata in una terrina; mettetela in un recipiente con una pari quantità di calce spenta, e divenuta abbastanza densa da essere impastata. Mescolate bene questa miscela, senza aggiungere acqua ed otterrete presto un fluido bianco che si potrà applicare con altrettanta facilità della vernice, e che seccherà in fretta. Occorre usarla durante la giornata, poiché l’indomani sarà troppo densa.

L’ocra, il bolo armeno ed i colori che contengono calce possono essere miscelati con questo preparato, secondo il colore che si vuol dare al legno, ma serve avere l’attenzione di non aggiungere un colore liquido, salvo che non contenga pochissima acqua, altrimenti la pittura sarà meno duratura.

Quando si sono date due mani di questa tinta, si può polire con un pezzo di lana, o d’altra composizione conveniente, ed essa diverrà brillante come la vernice. È certo che alcuni tipi di colore sono abbastanza costosi, ma hanno, in più, altri vantaggi; si possono dare due mani nella stessa giornata e polire, poiché seccano in fretta, e non danno odore. Se si vuole rendere questa composizione più solida, nei luoghi esposti all’umidità, dopo la pittura e la politura, si può passare sopra il bianco d’uovo. Questa precauzione dà una solidità simile a quella della pittura ad olio.

 

 

Pulci e cimici

 

Modo per farle morire. Due o tre once di stafisagra , in polvere, si mettono in tutte le giunture dei letti, nelle cuciture e negli angoli dei materassi ed in tutti i luoghi dove le cimici s’annidano: nel giro di due o tre notti questi insetti muoiono e seccano. Ci si può servire, alla stessa maniera del tabacco, della polvere o della resina polverizzata d’euforbio.

Altro procedimento. Si mettono, in un fornello pieno di carboni accesi, mezza oncia di galbano e altrettanto d’assafetida. Dopo aver levato coperte, materassi, sacconi e pagliericci e messe a terra le barre del letto, si chiude bene la stanza e si tappa con un drappo l’apertura del camino. Queste operazioni vanno eseguite di prima mattina, per aprire la camera solo la sera, all’ora di coricarsi. Nel momento che il vapore delle droghe esala, le pulci muoiono istantaneamente; se ne resta qualcuna viva, un giorno o due dopo si troveranno tutte secche. La quantità della droga che abbiamo indicato basta per una camera di quindici metri quadrati circa. Se, per caso scappa qualcuno di questi insetti, l’operazione va ripetuta. Il tempo più idoneo per eseguirla è quello della grand’afa.

Rosmarino, salvia, arancio, menta. In alcuni testi si trova anche l’anice, al posto della menta. In effetti, nella nostra ricetta troviamo aggiunta anche l’anice.

Semi di senape. La mostarda è un condimento fatto con farina di senape, aceto ed altri aromatizzanti.

L’acido cloridrico.

Grigio rosato o viola pallido.

Colorante vegetale, animale o artificiale. Qui ci si riferisce alla gommalacca o lacca del Giappone, il latice ricavato dalla Rhus vernicifera, da cui si ottiene una vernice rosso-brillante. La lacca animale si estrae, invece da alcuni insetti degli Emitteri.

L’ocra gialla è la limonite, quella rossa l’ematite. La terra d’ombra è un ossido di ferro rosso scuro.

Troveremo più avanti la terra ‘merita’ la quale altro non è che la Curcuma rotunda - Zingiberacee, anch’essa impiegata come colorante giallo, anche negli alimenti.

Un altro ossido di ferro rosso.

Regione della Francia centrale: l’ocra è un ossido di ferro giallo.

Narcissus junquilla - Amarillidacee, dai fiori di colore giallo pallido, molto ricercati dall’industria dei profumi.

Solfuro d’arsenico dal colore giallo-oro.

Il cinabro (solfuro di mercurio) abbondante, in Italia, nelle miniere del monte Amiata.

Carbonio naturale, di colore nero-acciaio, untuoso al tatto, facilmente sfaldabile; ottimo conduttore, che trova numerose applicazioni industriali.

Il colorante rosso estratto dalla coccinella.

Una nelle tante terre sigillate, costituite, essenzialmente d’argilla.

Il salnitro è il nitrato di potassio, adoperato come conservante per la parte esterna dei salumi e per rendere più rossa la carne. L’uso è andato scemando, da quando si usa meno il budello naturale.

La Portulaca oleracea - Portulacacee.

Le croste, residuo delle ceneri che s’agglomerava sulle griglie e sulle pareti delle fonderie. “I rosticci del ferro colati dalle fornaci…” (D’Annunzio).

Il caglio estratto dalla mucosa gastrica dei vitellini da latte.

Più esattamente i capolini del Cirsium arvense - Composite.

“L’orzo di Germania è preso dalla specie detta Zeocriton ed arrotato fra due pietre ruvide, perché perda le punte e la buccia: si rotonda e diviene bianco e farinoso, così preparato… È proprio, così preparato, come un buon nutriente…” (Campana).

Eryngium campestre - Ombrellifere, detto più comunemente calcatreppolo. Ha azione diuretica.

Le scorie della follatura, trattamento meccanico volto a conferire compattezza, leggerezza e morbidezza a lane e feltri, in un apparecchio a martelli detto appunto follone. Si chiama nello stesso modo un trattamento di spremitura forzato sui graspi dell’uva, ma non è il nostro caso.

Sterco di polli.

Il tannino estratto dalla pellicola interna della castagna.

Si tratta di un succedaneo. Il vero mastice si ricava per incisione del fusto e dei rami del Lentisco pistacia - Anacardiacee.

Era detto anche mastica, perché usato come masticatorio, onde aumentare la secrezione salivare, nella preparazione di pastiglie gommose. Nelle regioni bagnate dal mar Egeo, si produce, con essa, l’omonima acquavite.

La cedronella: Cymbopogon nardus - Graminacee.

L’encausto è un’antica tecnica pittorica fondata sull’uso di colori sciolti in cera e riscaldati al momento dell’uso. Più tardi venne a significare semplicemente una soluzione di cera in solventi organici, d’aspetto pastoso, atta a lucidare mobili, statue, ecc.

Utensile per separare dalle parti legnose le fibre tessili della canapa e del lino, o per rendere omogenei gli impasti, nei pastifici.

Il solfato doppio d’alluminio e potassio, che compone le matite o i pani emostatici utilizzati per i tagli da barba.

Una famosa preparazione del passato che lo conteneva era l’acqua emostatica del Pagliari, dove si trovava unito a tintura di benzoino, acido benzoico ed acqua: veniva prescritta nella leucorrea, nelle erosioni del collo dell’utero, e per gargarismi, in presenza di piaghe del cavo orale.

La barite è un minerale di solfato di bario. Il solfato di barite, o pietra di Bologna, era fuso, in crogiolo, con potassa del commercio, lavato e addizionato d’acido muriatico, fino a cristallizzazione.

 Più avanti, per un refuso troviamo il nitrato ( e per il mercurio, il cloruro): in ogni caso sostanze altamente tossiche che non giovavano certo a chi soggiornava nelle stanze dove si trovavano i mobili così trattati.

Delphinium staphysagria - Ranuncolacee. Il nome, latino significa uva selvatica.

Troviamo, nella solita ricetta, il galbano, gommoresina dal sapore piccante e dall’odore disgustoso estratto dal Bubon galbanum, anodino, antispasmodico, pettorale, emmenagogo, che entrava nella composizione di molti lattovari, cerotti ed impiastri; e l’assafetida, dalle stesse caratteristiche organolettiche: la gommoresina della Ferula asa-foetida - Ombrellifere. Quest’ultima era usata particolarmente come antielmintico, stomachico, deprimente del S.N.C. e fu sperimentata per la cura dell’epilessia.

 

L’uva

 

Modo per avere uva fresca fino al mese di maggio. Nel mese d’aprile, quando si cura la vigna, scegliete nella pergola virgulti lucidi, che presagiscono un gran vigore. In vasi da fiore in arenaria, bucati sul fondo, introducete i virgulti, uno per vaso, e riempite di buona terra. I vasi vanno legati con corde, perché non possono sostenere i rami, a causa del loro peso. Tali rami cresceranno vigorosamente e daranno grappoli in gran quantità. Quando sarà arrivato il tempo per raccoglierli, recidete i rami sotto il bordo dei vasi, lasciandoli nella terra. Curando di riporre i vasi, la notte o il giorno, quando piove, conserverete quell’uva per tutto il tempo che vorrete, e potrete servirla come dessert. È utile cogliere l’uva nei mesi di febbraio e marzo e il bersò che i vasi formeranno, sulla tavola ricreerà dolcemente la vita dei conviviali. A primavera, quei rami che avrete procurato di curare, per tutto l’inverno, avranno acquisito un apparato radicale molto robusto e vi saranno utili per ripiantarli.

 

 

I topi

 

Maniera per distruggerli. Prendete quattro once di mollica di pane, due once di burro ed un’oncia di nitrato di mercurio cristallizzato; formate una massa, ben uniforme, con queste cose, che dividerete, in seguito in piccole pillole, da spandere nei luoghi popolati da ratti e sorci. L’odore del burro li attirerà infallibilmente e verranno distrutti a centinaia.

 

 

La ruggine

 

Metodo svedese per preservare il ferro esposto all’aria dalla ruggine. Si prende una quantità sufficiente di pece e di catrame, mescolati con una quantità di sugna della migliore, con l’attenzione che la composizione non divenga troppo densa. Servirà per spalmare o dipingere tutte le parti di ferro lavorato, con pennelli corti e duri, in modo che uno sfregamento molto forte faccia ricevere una quantità sufficiente del preparato di cui sopra. L’operazione si esegue, di preferenza, la primavera, perché il calore moderato di quella stagione fa indurire la pece al punto che essa non corre alcun rischio di fondere, come con il calore dell’estate, e, al contrario acquisisce una perfetta unione con la vernice.

L’esperienza ha dimostrato che questo composto contribuisce meglio di tutti gli altri a preservare il ferro dalla ruggine, ed è più economico.

 

 

[Sapone da toeletta e da barba]

 

Prendete una libra e mezzo di sapone bianco e fine, fatto a tranci minuti, aggiungetevi due once di sal di tartaro ; mescolate tutto bene ed unite la miscela con due pinte di spirito di vino, in una bottiglia di capacità doppia, che coprirete, sul collo, con una vescica, fermata con una spilla. Fate fondere a dolce calore, agitando di tanto in tanto, con la cura di togliere, in quel momento, la spilla, per consentire il passaggio dell’aria. Quando il sapone si sarà sciolto, filtrate il liquido attraverso carta fine, per liberarlo da parti eterogenee; allora, aggiungete del bergamotto o dell’essenza di limone. Assomiglierà ad un fine olio, e sarà sufficiente una piccola quantità d’acqua, per farne una schiuma, come con il sapone; questo fluido sarà un prodotto superiore per lavarsi e farsi la barba.

 

 

Sciroppo economico

 

Vi passeremo la ricetta di uno sciroppo che verrà a costare quattro soldi e mezzo a libra e che potrà impiegarsi in tutti gli usi domestici.

Prendere tre libre di malto o grano germinato, che serve a fare la birra; seccatelo lentamente in forno, mondatelo e pestatelo grossolanamente, dopo aver eliminato tutti i germi. Fate, in seguito, una pasta con acqua tiepida e mettetela in un vaso adatto e munito di coperchio. Versate, poco a poco, da quattro ad otto pinte d’acqua bollente sulla pasta, rimescolandola per liquefarla, per mezz’ora. Poi, coprite e lasciate riposare per un’ora; versate sopra, dolcemente, la restante acqua e passate attraverso tela, per separare la crusca. Quindi, mettete nel liquido un pugno di carbone schiacciato, per levare il gusto sgradevole del germe di grano. Fate bollire questa nuova miscela, per un quarto d’ora, e filtrate, ancora, attraverso tela o carta, in un vaso idoneo. Cocete, infine, a fuoco dolce, fino a consistenza di sciroppo, che va chiarificato con bianco d’uovo, come si fa per lo sciroppo semplice.

 

 

I sorci

 

La maniera più semplice di prendere i sorci, è d’avere una scodella profonda, di rovesciarla, il culo all’aria, e di mettere sotto il bordo una noce, leggermente schiacciata, in modo che sia più all’interno che all’esterno: il sorcio, che è ghiotto di quel frutto, entra sotto il piatto per roderlo, tira la noce verso sé e fa cadere il recipiente, che lo terrà prigioniero. Per togliere il topo si fa slittare il piatto, senza sollevarlo, e si finisce col afferrarlo per la coda.

 

 

Le macchie

 

Metodo per fabbricare sapone per levare le macchie, eccetto quelle d’inchiostro e di ruggine. Si fa sciogliere un’oncia di sapone bianco in quattro once di spirito di vino, mescolando con cinque o sei tuorli d’uovo. Si aggiunge un’oncia d’essenza di trementina, mescolando, dentro un mortaio, con un pestello, o agitando energicamente in una bottiglia. S’incorpora una sufficiente quantità di terra di follone, o di terra per condotte, o d’argilla candida, per formare una pasta dalla consistenza del burro. Si formano tavolette della grandezza che si vuole, facendole seccare, per servirsene al bisogno.

Metodo per togliere macchie di vernice o di morchia. Si versa sulla macchia qualche goccia d’olio, o meglio un leggero strato di burro fresco, e si sfrega il posto per un po’ di tempo. Dopo di ciò, si lava con sapone finché scompaiano le tracce di grasso. Può succedere, quando le macchie sono dovute a morchia, che, dopo la scomparsa del grasso, resti ancora una macchia gialla, o nera. Sarà facile levarla con lo stesso procedimento che indicheremo per le macchie d’inchiostro.

Come togliere macchie da stoffe di seta, cotone, lana e dalla biancheria. Quando la macchia è di cera, un po’ d’acqua di Colonia o di spirito di vino basteranno per levarla. Ci si deve, però, assicurare, prima, su un angolo della stoffa, che l’alcool non danneggi il colore. Se la macchia è grassa, e la stoffa non può essere insaponata, si ricorrerà all’etere, o all’essenza di limone: si versa una piccola quantità dell’uno o dell’altra di queste sostanze sulla macchia e si sfrega con una piccola tela bianca. Se etere o essenza di limone non sono di prima qualità, sarà buona cosa saggiarli su un angolo di stoffa, prima d’applicarli sulla parte che si vuole smacchiare.

Il sapone e l’acqua, impiegati per mezzo di uno spazzolino da denti o da unghie, possono servire bene a togliere macchie di grasso da tessuti il cui colore non sia alterato dal sapone.

Il modo più semplice, quando si tratta di lana, è di levare il grasso indurito, grattandolo con un coltellino, sfregando poi, energicamente, con uno straccio di lana, che va sostituito via via che si sporca. Si può ancora applicare un pezzetto di carta velina sulla macchia e passarvi sopra un ferro caldo, rinnovando spesso la carta e cambiandola spesso di posto.

Altro procedimento. Si leva con un coltello più grasso che si può, si copre il punto macchiato con carta grigia, piegata due o tre volte, e s’applica un ferro molto caldo, cambiando spesso la carta di posto. Si prosegue finché la carta non s’unge più; allora si versa sul dritto della macchia una goccia, o due, d’essenza di trementina, e si ricomincia ad applicare la carta grigia e il ferro caldo. Quando la carta non assorbe più grasso, la macchia sarà tolta completamente, e non ricomparirà.

Se la stoffa è di un colore scuro, blu o nero, è sufficiente, per togliere la macchia, eliminare più grasso possibile con un batuffolo di cotone e farvi cadere sopra una o due gocce d’essenza di trementina, sfregando la stoffa energicamente.

Altro procedimento. Per togliere macchie di grasso dalla seta, vi è un metodo che si può applicare con successo anche sulle altre stoffe. L’alcool o spirito di vino basta, da solo; ma quando vi si fa sciogliere dentro dell’olio volatile, detto essenza di limone, forma un composto che dissolve e toglie le materie grasse. Per applicarlo, si bagna la macchia con questo liquido, e si sfrega con una spugna o un pezzetto di tela fino che sarà umida.

Macchie di ferro. Sono formate o da inchiostro, che dopo la saponata s’è trasformato in ruggine, o dall’unione diretta di ruggine col tessuto. L’acido muriatico leva queste macchie: quando sono vecchie e radicate, per lavaggi ripetuti, occorre applicare una soluzione di un solfuro alcalino, come l’acqua di Bareges, per bagni , che si toglierà, in seguito, lavando bene la stoffa, con un acido diluito. Più spesso il sale d’acetosa è sufficiente per togliere macchie di ferro: se ne prende un pizzico, s’applica sulla macchia, bagnata con un poco d’acqua calda, e si sfrega.

Altro procedimento. Applicate sulla macchia acido muriatico diluito con cinque o sei volte il suo peso d’acqua. Lavate per uno o due minuti e ripetete l’operazione per quante volte sarà necessario.

Altro procedimento. Nel momento stesso dell’accidente, pulite il punto con succo d’acetosa o di limone, o con aceto e sapone bianco, il più duro che potrete trovare.

Altro procedimento. Ugualmente, se è stato versato inchiostro su un polsino o un grembiule, si tiene il dritto della macchia su una catinella, sfregando, mentre un’altra persona versa sopra, poco a poco, acqua da una caraffa. In seguito si torce il tessuto, e si ripete l’operazione, finché l’inchiostro non lascia più nessuna traccia. Se l’inchiostro è caduto su un tappeto da tavolo verde, va levato con un cucchiaino e occorrerà solo poca acqua, per riuscire a pulire il punto macchiato…

Altro modo per togliere macchie d’inchiostro o di ruggine. Se la macchia si trova su una stoffa colorata, si bagna il dritto macchiato con un po’ d’acqua, e si sfrega con un pizzico di sale d’acetosa, ridotto in polvere, e la macchia non tarderà a sparire. La stoffa va lavata in acqua e fatta asciugare, ma, qualche volta il sale d’acetosa leva o altera il colore; quando ciò avviene, si versano, subito, sul punto che ha perso il colore, due o tre gocce d’alcali volatile, o si espone il tessuto alla bocca del recipiente che lo contiene: spesso quest’operazione ripristina il colore in tutto il suo splendore; a volte, se la stoffa che era macchiata è bianca, si possono togliere, facilmente, le macchie, sia col sale d’acetosa, sia con il sale di Bertholellet , sia con lo spirito di sale fumante , del quale se ne mette un’oncia, in un bicchier d’acqua. Quando l’inchiostro si sarà sparso sulla stoffa, prima che secchi, basta, per levarlo, lavare il tessuto nell’acqua salata o l’aceto.

Macchie di cera sul velluto di tutti i colori, eccetto il cremisi. Prendete un pane di frumento tenero, tagliato in due. Fatelo arrostire davanti al fuoco e quando sarà ben caldo, applicatene un pezzo, sulla macchia, più di una volta, finché la macchia non sparisce.

Macchie di vino. Si eliminano come le macchie di frutta.

Macchie di grasso sulla carta. Ridurre in polvere fine una quantità pari d’allume e di fiori di solfo, bagnare un poco la carta, ed applicate sulla macchia una piccola quantità di polvere; fregando dolcemente, con le dita, la macchia sparirà.

Facile metodo per togliere macchie di frutta. Si prende la tela o la stoffa sulla quale è la macchia, si bagna la parte in acqua fredda, e quando è leggermente imbibita, si fa bruciare, al disotto, il solfo con qualche fiammifero. Se la macchia è di un’estensione abbastanza considerevole, si prendono quattro pizzichi di fiori di solfo, si mettono nel fuoco e s’espone la stoffa macchiata, due o tre pollici sotto la fiamma blu, con la cura di muoverla dolcemente, finché la macchia sarà completamente scomparsa. Allora, si laverà la stoffa in acqua fredda e si farà asciugare. Con questo sistema si possono togliere tutte le macchie su tutti i tipi di stoffa.

 

 

I tartufi

 

Modo per conservarli. Darete la preferenza a tartufi neri, sani e colti da poco. Lavateli, spazzolateli e pelateli leggermente con un coltello, avendo cura di scartare quelli che non sono sani. Metteteli, poi, in bottiglie, interi o a pezzi; quindi tappate bene le bottiglie e fatele bollire, per un’ora, a bagno-maria. Tolti dalla bottiglia, s’adoperano alla stessa maniera, e per gli stessi usi, di quelli appena colti.

 

 

Il velluto

 

Quando il velluto di un tessuto, o di un abito, ha ceduto, ricoprite un ferro caldo con una tela od una carta velina, inumidita e piegata in due o quattro doppi, ponete il ferro sotto il punto abbassato, mentre spazzolerete, contropelo, il velluto con una spazzola di giunco, finché avrà ripreso il suo splendore.

 

 

La carne

 

Modo di conservarla parecchi giorni, durante la canicola. Il vitello, il bue, il montone e la selvaggina si conserveranno perfettamente, per otto, dieci giorni, con il gran caldo, se si ricopre di uno strato leggero di crusca abburattata, sospendendo il taglio di carne al soffitto di una camera alta e ben areata, in un barilotto, dotato di un gran numero di forellini, o in una moscaiola intelaiata, e guarnita con rete metallica, che consente il passaggio dell’aria, e, nello stesso tempo, tiene lontano le mosche.

Modo di conservare la carne, a lungo, quando è cotta. Sistemate, a strati, in un vaso d’argilla o arenaria, la carne di macelleria o i volatili arrostiti. Coprite, poi, con una gelatina, una salsa o il sugo dell’arrosto. Chiudete il vaso con il coperchio, ermeticamente, lutando i bordi con pasta o carta, per impedire ogni accesso d’aria dall’esterno. Conserverete, così, la carne per moltissimo tempo, e la mangerete fresca, come se fosse stata appena cotta.

Il vino

 

Modo per conferire al vino comune un aroma assai piacevole. Quando la vigna è in fiore, si prende un piccolo paniere, con all’interno un foglio di carta. La mattina, a rugiada caduta, si batte leggermente il ceppo con un bastoncello, per far cadere i fiori aperti, che sarebbero, durante la giornata, vittime del vento. Terminata la piccola raccolta, mettete i fiori a seccare all’ombra, e dopo polverizzateli e conservateli in luogo asciutto. Al tempo della vendemmia, si prende una certa quantità di quella polvere di fiori, si chiude in un sacchetto, che si sospende nel tino: il miglior momento è quello della fermentazione. Per un tino da dieci gerle, o 160 litri, occorre un’oncia di fiori: sarà sufficiente per donare al vino una qualità che lo rende prezioso e squisito.

Per conferire al vino un aroma ancor più gradevole, in luogo dei fiori della vite, si possono impiegare fiori di tiglio, di sommità di lavanda, di salvia, di rosmarino e di ginepro. Le dosi per 300 litri di vino sono: due once di tiglio e di ginepro, un’oncia e mezzo di salvia, un’oncia di rosmarino e mezza oncia di lavanda. Si chiude tutto, eccetto il ginepro, in un sacchetto di tela, che, approfittando del momento della fermentazione, si mette nel vino. Con questo procedimento s’ottengono vini di qualità ben superiore …

Vino composto, che imita quello di Lunel . Prendete quattro once d’uva moscato, per dodici bottiglie di vino bianco debole, date un bollore sul fuoco, per ottenere il succo d’uva. Quindi aggiungete mezza libra di zucchero grezzo di canna e mezzo sestario d’acquavite; mescolate tutto assieme, filtrate e riempite le bottiglie. Al momento di berlo, lo crederete essere, veramente, vino di Lunel.

Vino composto, che imita quello di Bordeaux. Spremete succo di fragole, circa un bicchiere per ogni bottiglia di vino; mettetelo in un vaso e mescolatelo con buon vino di Borgogna, filtrate e serbatelo in quelle bottiglie che si chiamano, per la loro forma, bordolesi. Potete stare tranquilli che il vino non farà male a nessuno e gli stessi intenditori, per il suo gusto, lo scambieranno per vero vino di Bordeaux.

Metodo per riconoscere i vini sofisticati col litargirio. Il litargirio, od ossido di piombo bianco, dall’aspetto semi-vetroso, avendo la proprietà di far perdere al vino la peggiore qualità negativa, vale a dire l’amarore, e l’acredine, e di renderlo dolce e gradevole al gusto, è messo nel vino da alcuni avidi speculatori. Così falsificato il vino è pericoloso, provoca coliche, a volte intollerabili, ed espone a diversi altri accidenti. Il metodo che indica Nauche, medico della pubblica assistenza del quarto dipartimento, per riconoscere questa falsificazione, consiste nell’acido solforico e nell’acqua satura d’idrogeno solforato gassoso. Quando si versa l’acido solforico in un vino contenente litargirio, produrrà un precipitato bianco;… lo stesso acido, versato in un vino genuino, ne ravviverà il colore senza determinare alcun precipitato.

Vino sofisticato con acquavite. Si arriva, qualche volta, a correggere un vino debole, aggiungendo acquavite.

In altre circostanze si modifica il vino, mescolando sidro, o altro liquore con acquavite e legno di sandalo, campeggio , o altri coloranti. Queste falsificazioni non hanno altro inconveniente che quello di provocare più facilmente l’ebbrezza, o il mal di testa. Si potrà riconoscere se il vino è stato rinforzato con acquavite da queste caratteristiche: 1° Avrà un odore d’alcool assai più penetrante di quello del vino genuino…. 2° Per la solita ragione... è molto più caloroso del vino puro.

L’aceto

 

Il vino, il sidro, anche di pere, la birra, l’idromele, il latticello, etc., possono trasformarsi in aceto, ma quello di vino è giustamente preferito a tutti gli altri.

I vini trattati con iposolfito, non sono buoni per fare l’aceto, poiché l’acido solforico arresta la fermentazione acetica. Per tutte queste osservazioni, si può concludere che il vino di buon qualità è quello che dà il miglior aceto; va preferito il vino di un anno a quelli più recenti, non ancora liberi dalle fecce, o, nei quali la parte zuccherina non si è trasformata del tutto in alcool. I vini bianchi passano avanti a quelli rossi, poiché è importante impiegare vini molto chiari, anche se si possono chiarire quelli che non lo sono, con l’aiuto di trucioli di faggio, messi dentro il barile, e su cui si versa il vino dal quale si vuol ottenere l’aceto.

Altro procedimento. Il metodo che s’impiega ad Orleans, per fabbricare l’aceto è il seguente: si comincia col versare cento litri d’aceto in un barile, aperto da un lato, della capacità di 400 litri. Il barile deve essere tenuto in un luogo temperato, alla temperatura costante di 18-20°. Dopo otto giorni, si versano dieci litri di vino, liberato dalle fecce e, trascorsi altri otto giorni, s’aggiungono ancora dieci litri di vino. Si ripete l’operazio­ne ogni otto giorni, finché il barile sarà pieno. Quindici giorni dopo aver riempito il recipiente, il vino si trova mutato in aceto. Se ne leva la metà e si ricomincia a versare, ogni otto giorni, il solito vino. Se la fermentazione è troppo energica (si può riconoscere dalla gran quantità di schiuma di cui si carica una doga tuffata nel barile), s’aggiunge più vino e ad intervalli più ravvicinati.

L’aceto bianco s’ottiene dal vino bianco. Si può avere anche dal vino rosso lasciato inacidire su uva bianca. Si può togliere il colore al vino rosso e renderlo bianco, facendolo passare, a più riprese, su strati di carbone. Quando, al contrario, si vuol colorare l’aceto bianco di rosso, s’aggiunge succo di barbabietole, di decotto d’orcanetto o di legno d’India: quest’ultima sostanza si deve usare solo se non si hanno le altre. Alcune di queste sostanze (le prime) non trasmettono proprietà negative all’aceto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Terza parte: economia rurale.

 

 

Le alluvioni

 

Si chiama alluvione l’incremento di fango che l’acqua deposita sui bordi del mare e dei corsi d’acqua, con ammassi successivi. Poiché le alluvioni rendono assai più fertili le zone rivierasche, è nell’interesse dei proprietari di favorirle il più possibile: per questo piantano vegetali sui bordi delle rive, il vimine ed altre erbe acquatiche… che ostacolano le acque e ne trattengono i depositi; si formano, col tempo delle acque basse… e cinte che sono fortificate da una sorta di diga creata da erba e piante… Questi terreni, di nuovo creatisi, adattati alla coltivazione, diventano assai produttivi, quando l’acqua si ritira. Il medesimo espediente può essere impiegato con un buon risultato per prevenire il degrado delle grandi estensioni d’acqua.

 

 

Gli alberi

 

Sistema per guarire gli alberi malati. Muller, intendente tedesco, indica il modo per ridare salute agli alberi languenti o malati. Egli consiglia di spogliare della corteccia gli alberi malati o guasti, e di cospargerli di trementina, sotto il sole. Dopo qualche tempo, le parti così curate sembrano ricoprirsi di una specie di lacca che impedisce all’aria di penetrare, e l’albero riprende un rinnovato vigore. In questa maniera, alberi completamente scortecciati, si ristabiliscono, nel giro di un anno. Le gomme e le galle sono le più terribili malattie che rovinano le piante. Per guarirle, in entrambi i casi, levate la parte malata, con uno strumento molto tagliente, e scarificate il legno fino alla parte viva. Sfregate poi la placca con acetosa, facendone penetrare il succo nel legno. La guarigione è radicale e il solito accidente non si presenterà più.

Quando un albero sembra malato, si leverà, con cura la resina che copre la scorza, si recideranno i rami secchi od inutili e si concimerà con letame, o con un animale morto, come un gatto o un coniglio…

Metodo per preservare i fiori degli alberi dalle gelate d’aprile o di maggio. Oltre che coprire le chiome con trecce di paglia, per garantirle dal freddo, o, almeno, ridurre la differenza di temperatura, v’è un metodo assai più semplice.  Si raccolgono, in autunno, gambi d’asparago, di prezzemolo o altre piante simili: quando gli alberi stanno per fiorire, si formano, con questi steli, piccole scope lunghe uno o due piedi, e della grossezza di un pugno. Si attaccano attorno al ramo, per mezzo di chiodi o d’ossa di zampa di montone… Hanno anche il vantaggio di proteggere i fiori dal vento… e dal sole, che agendo con forza, potrebbe bruciarli; nello stesso tempo, essendo rade lasciano penetrare dolcemente la luce e il calore…

Altro metodo. Intrecciate i rami degli alberi in fiore con una corda di canapa e dirigetene i capi verso terra, in modo che vadano a finire in un mastello d’acqua; se durante la notte si avrà una lieve gelata, con questa precauzione, non attaccherà l’albero, ma uno strato assai spesso di ghiaccio si formerà nel secchio dove pesca la corda, mentre un altro mastello d’acqua, posto accanto, si presenterà poco, o per niente, ghiacciato.

 

 

 

L’avena

 

Come proteggerla dalla muffa. Richard Fermor, cavaliere di Tusmore, nell’Oxfordshire, ha, nelle sue tavole, un apparecchio per far scendere l’avena da un granaio, per mezzo di un vassoio simile ad una tramoggia da molino, da cui l’avena cade in un tubo quadrato, incassato nel muro, con un’angolatura di circa quattro pollici, che pesca in una madia, sempre incassata nel muro; poiché il tubo è molto vicino al fondo, egli introduce nella madia solo la quantità di cui si ha bisogno al momento, alla quale segue una quantità pari, quando si leva la precedente. Con questo movimento si tiene costantemente l’avena in buono stato, mentre, se restasse ammassata in gran quantità, prenderebbe, molto spesso, la muffa.

 

 

Bestie da lana

 

Metodo per marchiarle senza danneggiare il loro vello. Aggiungete a trenta cucchiai d’olio di lino, due once di litargirio ed un’oncia di nerofumo; fate bollire tutto insieme, e servitevi del composto per marchiare i vostri animali.

Come far crescere la lana alle pecore. Subito dopo la tonsura, fregate la pelle con un miscuglio d’olio o di burro con solfo; dopo tre o quattro giorni, lavatela con acqua e sale: la lana diventerà più bella alla tosatura seguente, e sarà più abbondante. Questo trattamento comporta anche che gli ovini non siano attaccati dalla gala e da parassiti, durante tutto l’anno. L’acqua salata è un preventivo sicuro contro i vermi.

 

 

 

Il burro

 

Tutti sanno che il burro è una materia grassa che s’ottiene, con un procedimento particolare dal latte di vacca.

Il burro raggiunge il massimo della sua bontà quattro mesi dopo il parto della mucca. Si deve dunque fare in modo che la maggior parte delle vacche deponga all’inizio della primavera, perché, allora, forniscono assai più latte, il quale ha il tempo di migliorare sensibilmente, fino all’autunno, stagione che si preferisce, di solito ed a ragione, per fare il burro in gran quantità.

Risulta, da esperienze fatte, che il latte di una buona vacca contiene, solitamente, nel primo mese dal parto, solo la trentaduesima parte di burro, e che la quantità di questo prodotto aumenta dopo, a misura che ci s’allontana da tal epoca, fino ad arrivare ad un ventiquattresimo, così che una pinta di latte dà, ordinariamente, due grossi di burro.

Per fare il burro si comincia col lasciare il latte a sé stesso dentro alcune terrine. Presto si raccoglie, a galla, la crema, formata di burro e di una certa quantità di latticello e formaggio; si toglie con un cucchiaio e, quando è in quantità sufficiente, si batte in una zangola, con un cerchio di legno, alla cui estremità è fissato il bastone, con delle ali unite all’asse mobile. Agitando così la crema, si mettono tutte le particelle in contatto l’una con l’altra. Quelle che sono più affini finiscono per riunirsi, in maniera che, dopo un certo tempo, la crema si trova trasformata in burro ed in latte di burro. Allora, si cessa di battere, si toglie il burro, separandolo dal latte di burro, che solidifica. A questo punto si lava con molta acqua e s’impasta finché non diventa ben bianco.

Comunemente, si batte il burro in zangole che non sono altro che botti, un po’ più larghe, posate in terra su un lato. L’altro fondo è attraversato da un foro che serve per passarvi il bastone, all’estremità del quale è fissato un cerchio di legno. Il bastone si agita come un pestello nel mortaio.

Molte altre macchine sono state proposte per fabbricare il burro, ma la maggior parte è troppo complessa perché possa essere messa in uso nelle campagne. La sola che sembra meritare la preferenza sulle vecchie zangole, è una specie di barile di legno, nel quale si fa girare una specie di rocchetto, somigliante a quello di un deviatore destinato a sollevare i fili delle bobine; soltanto, in luogo di quattro traverse, ve ne sono molte di più, e più piccole, al fine di agitare, in modo ottimale, la crema. Con questa macchina, un bambino può battere una quantità assai grande, di burro, ogni giorno…

 

 

Le castagne

 

Le castagne ed i marroni, raccolti al sole ed esposti all’azione di quest’astro, per sette od otto giorni, su graticci che si ritirano la sera e si posano l’uno sull’altro nel luogo più caldo della casa, acquistano la proprietà di conservarsi molto a lungo e di sopportare i tragitti più lunghi, senza perder nulla del loro sapore gradevole...

La castagna è un eccellente nutrimento per uomini e animali. Quando è fresca si mangia cotta sotto la cenere calda, o bollita in acqua o latte, o ricoperta di glassa di zucchero, o, più comunemente, arrostita in una padella forata, su un fuoco leggero. Fra tutti questi modi di prepararle, il primo è, senza dubbio il più antico e naturale, ma è anche più imperfetto, rispetto agli altri. Per mangiare questo frutto in modo più sano e per trovarlo più gradevole è meglio impiegare il metodo seguente, in uso fra gli abitanti di Limoges e dintorni. Si leva alle castagne, pelandole, la parte esterna coriacea; si mettono poi nell’acqua bollente, che le penetra, e rammollisce la pellicola amara che ricopre la sostanza farinosa. Quando le castagne, compresse fra le dita, si liberano di questa pellicola, detta tanno, si toglie il tegame dal fuoco e s’introduce un utensile o un bastone ramificato, con l’aiuto del quale si mescolano, energicamente, in tutte le direzioni: il tanno si stacca e, a questo punto si ritirano, dopo averle seccate in un crivello fatto apposta, si lavano con acqua fredda, per togliere i residui di pellicola, e si cuociono senz’acqua, in un vaso ben coperto, su un fuoco dolce.

Ecco una ricetta per mangiare le castagne durante tutto l’anno. Consiste nel farle bollire, per 15-20 minuti nell’acqua, ed esporle poi al calore del fuoco, un’ora dopo che è stato tolto il pane. Da questa duplice operazione, le castagne acquistano un grado di cottura ed essiccazione idonei a mantenerle molto a lungo, purché si conservino in un luogo estremamente secco. Ci se ne può servire, in seguito, mettendole a riscaldare a bagno-maria o al vapore. Chi ama mangiarle fredde, deve tenerle a bagno, per uno o due giorni, affinché riacquistino i liquidi persi.

Le castagne si possono far seccare, sui graticci, con l’aiuto del fuoco. La castagna, così seccata, si conserva da un anno all’altro; si può, se si vuole, farne farina o, alla moda dei Corsi e degli Italiani, una farinata o delle gallette, che sostituiscono egregiamente il pane... Non si possono, però trasformare in pane lievitato e il fornaio più illustre, applicando la sua arte alla farina di questi frutti, non otterrà mai nessuna preparazione superiore a quella di Limoges.

Questi frutti, seccati e sbriciolati, servono da nutrimento per le bestie ed i volatili. Se ne può fare anche una bevanda fermentata. La prima pelle può rimpiazzare la noce di galla nelle tinture nere. Le castagne contengono, poi, molto zucchero: per questo, negli anni d’abbondanza, sono economiche, per impiegarle come succedaneo.

Le capre

 

La capra fornisce una quantità di latte maggiore della pecora, e non è raro trovare, quando sono ben nutrite, capre che danno dai tre ai quattro litri di latte il giorno, quantità che la miglior vacca stenta a dare. La capra dà latte mattina e sera, per quattro o sei mesi e spesso fino al momento del nuovo parto; per questo, per aver latte nel mese di dicembre, in certi luoghi, si fanno accoppiare le capre in maggio, per farle partorire in ottobre o all’inizio di novembre. Il latte di capra è candido, più sano e migliore di quello di pecora, ma più spesso di quello di vacca, e meno liquido e sieroso di quello d’asina. Dà una crema molto densa, non gialla come quella vaccina, la quale fornisce una piccola quantità di burro bianco, che si conserva a lungo, senza irrancidire. I formaggi di puro latte caprino, sono molli, fondenti, grassi e di un sapore assai gradevole. Mescolando latte di capra a latte di vacca o di pecora, si ottengono, ugualmente, dei formaggi buonissimi.

 Il sego di capra è il migliore che si conosce per la fabbricazione di candele. La lana è impiegata per fare il feltro, per riempire i cuscini, per tessere tela grezza, cammellotto o altri tessuti robusti, come cinture, cordami, etc. La carne di capretto è tenera, sana e gustosa; quelle di capra e di becco sono assai impiegate, come alimento, sia fresche, sia salate. Le corna della capra si adoperano per fabbricare bottoni od altri oggetti. Con il budello si fanno corde da violino o per gli igrometri.

La capra sopporta il freddo più intenso, e il caldo estremo, anche se le razze migliori sono quelle del nord. Né la pioggia, né il vento, né la sete, le recano danno, come alla pecora; quando è vecchia ingrassa più in fretta e a minor costo, e soffre meno il freddo. Quest’animale va tenuto con molta cura: il letame lo fa ammalare, il fango e l’umidità sono ad esso contrari, vuole l’aria fresca dei monti e rifiuta i pascoli paludosi e le pasture grasse. La sua tavola va pulita, tutti i giorni, la lettiera deve essere sempre fresca, durante l’inverno… È facile da nutrire, tanto che il proverbio sentenzia: “Mai una capra morirà di fame”. Fra tutti gli animali domestici è quello che mangia le più disparate piante: l’erba carica di rugiada, che nuoce alle bestie da lana, le è invece favorevole e aumenta la quantità del latte.

 

 

Il sidro

 

Condizioni per avere del buon sidro. 1° Tritare bene le mele in qualche apparecchio, adatto per quest’operazione in grande, aggiungendo un po’ d’acqua, circa quattro caraffe, per ogni soma di cavallo . 2° Lasciare, per circa sei ore, la marcia in una gran tinozza coperta, finché il succo prende colore. 3° Disporre, in seguito, la marcia, su un piano di legno, che va riempito. Se ne formano parecchi letti, separati da strati di paglia allungata, messa ogni volta in senso contrario. Questa massa deve essere bene a piombo, su tutti i lati; sull’ultima asse, anch'essa coperta di paglia, si pone il tavolo di pressione. Per mezzo di una vite centrale o di un albero trasversale, si serra e si pressa in diverse riprese. Il succo, che cola, è raccolto in una tinozza, e si versa poi in più fusti, con l’aiuto di un imbuto sormontato da un cencio di crine, che trattiene le porzioni di marcia che sono sfuggite dalla pressa. 4° I fusti, pieni fino a tre o quattro pollici dal bordo, si mettono in un luogo temperato, dove la fermentazione s’instaura naturalmente, in tre o quattro giorni. Il liquore ribolle e butta una gran quantità di polpa sotto forma di purea. Se la deiezione è considerevole e di un colore rosso-bruno, la qualità del sidro sarà buona; per facilitarla, si riempie il contenitore di volta in volta; quando cessa, si zaffano i fusti, riservando solo a fianco del cocchiume , il foro per un succhiello, nel quale va inserito un fuscello di paglia. Si chiude il forellino soltanto, quando la seconda, leggera fermentazione del tino è cessata.

Il sidro, dopo la depurazione, deposita una feccia sul fondo dei fusti, e si ricopre, comunemente, di una specie di cappello che si forma in superficie. Se si vuole averlo forte, si lascia sulla feccia, senza mescolare: il sidro acquista più forza, quanto più tempo resta in quella maniera, e maggiore è la portata del contenitore, soprattutto, se vi si mescola un poco di sidro vecchio. Se, al contrario si vuole dolce, gradevole e delicato, si farà chiarire, al momento che sarà quasi pronto e diventerà di un colore terra di Siena. Un sidro come questo si può conservare fino a quattro anni ed è quello preferibile sulle buone tavole.

La marcia delle mele non è da buttare: facendola rinvenire in una vasca con una quantità d’acqua, proporzionata alla pressatura che ha subito, si può fare una gradita bevanda detto piccolo sidro, che compensa tutte le spese della fermentazione, e che va meglio del sidro forte, per le persone che lavorano nei campi, al cuocere del sole. La marcia rimasta può ancora servire per far ingrassare gli animali domestici. Seccata al sole è un buon combustibile e dà una cenere eccellente, da usarsi sia per la liscivia, sia per correggere i terreni troppo umidi. Il mosto di mele si può cuocere da solo, o con altra frutta.

Conservazione del sidro in fusti. Si carbonizza l’interno dei fusti prima di depositarvi il sidro e vi si conserva, per alcuni anni, senza alterazioni.

 

 

I corvi

 

Come cacciare i corvi da un campo di grano. Prendete una pinta circa d’olio di balena, altrettanta trementina e polvere da cannone triturata: fate bollire tutto assieme, e quando la miscela è calda, bagnatevi della stoffa, che attaccherete a bastoni, piantati nel campo: quattro, all’incirca bastano per un acro di grano. Questa composizione è molto infiammabile, perciò occorre guardarsi di farla cadere nel fuoco, o di avvicinarvi un lume.

 

 

Il tacchino

 

I tacchini sono difficili da allevare. Nei primi giorni dalla loro nascita, bisogna nutrirli con tuorli d’uovo cotti, impastati con prezzemolo tritato. Temono molto l’umidità ed il freddo, perciò non vanno fatti uscire, prima che il sole asciughi la rugiada. Un tacchino maschio equivale a sei femmine. È raro che un tacchino segua la propria inclinazione due volte l’anno. Si riconosce la sua intenzione di concepire, quando lo si vede restare nel pollaio presso la covata, come la chioccia che cova, senza accorgersene, uova d’altri uccelli. Quando il tacchino cova, lo fa con tanto ardore, che bisogna allontanarlo per farlo mangiare e bere. Se volete avere i tacchinotti in settembre, farete covare i tacchini molto presto e il nutrimento, prima della cova dovrà essere assai riscaldante.

Come distinguere un tacchino maschio da una femmina, qualche giorno dopo la nascita.  Questi caratteri non sono tanto facili da distinguere, soprattutto se questi volatili hanno preso quello che si chiama il rosso. S’osserva solo che, parecchi giorni dopo che l’uccellino è uscito dall’uovo, la femmina è più grossa del maschio ed ha un piumaggio più debole. Il maschio comincia presto ad alzarsi sulle sue zampe, s’allunga, e diviene più robusto delle femmine, alle quali non cresce lo sperone.

Metodo per ingrassare i tacchini. Basta mettere a profitto il loro appetito, e la dieta abituale è sufficiente; ma, se non sono abbastanza violenti, sarà necessario ingozzarli, tenerli, al buio, in un luogo secco, ben aerato, o, meglio, lasciarli girare attorno ad un fabbricato: dopo un mese, tutte le mattine, si danno loro patate cotte, spaccate e mescolate con farina di grano saraceno, di mais, d’orzo, di fave, secondo le risorse locali; si forma una purea che si lascia loro mangiare, a volontà. Ogni sera, si toglie ciò che resta di quel pastone, e si lava perfettamente la scodella in cui s’era messo il mattino. Per essi, come per gli altri volatili, il cibo deve essere adeguato, e ci si guardi dal riutilizzare, l’indomani, il pastone rimasto il giorno prima, perché, se fa caldo, questo inacidisce, e potrà nuocer loro. Un mese dopo questa dieta, per soli otto giorni, s’aggiungono, tutte le sere, prima che vadano a dormire, una mezza dozzina di palline, composte di farina d’orzo, che vanno fatte loro inghiottire. Dopo questo tempo, si avranno tacchini ben grassi, deliziosi e di peso variabile dalle venti alle venticinque libre.

 

 

La farina

 

Come riconoscere la farina di qualità. Le farine hanno, come il grano, caratteri distintivi di bontà, mediocrità, alterazioni, difficili da riconoscere a vista d’occhio, all’odorato e al tatto…

La miglior farina ha un colore giallo chiaro, è secca e pesante, s’attacca alle dita e, presa in mano, lascia una specie di pellicola; la seconda qualità ha un colore meno bianco, alterato; la terza, un giallo più o meno scuro, che la fa chiamare farina bigia; la quarta, è coperta di macchie grigie, per cui è detta farina picchiettata; infine le farine deteriorate si possono riconoscere per l’odore acido e per il loro aspetto anomalo. Quando i segni organolettici non sono sufficienti per decidere sulla qualità delle farine, occorre, fra i metodi di prova comuni, scegliere quello che ci può sembrare il migliore.

Primo metodo. Si prende un pizzico di farina, si mette nel palmo della mano e, dopo averla compressa, si passa il pollice sulla massa, per giudicarne il corpo e la morbidezza; quindi si riunisce la superficie in modo compatto, con la lama di un coltello, e, girati verso la luce, cambiando spesso posizione, si giudica il candore, la finezza, se è macchiata o contiene crusca. Più essa è dolce al tatto, più s’allunga, più si lascia plasmare nel fare il pane, più è di buona qualità.

Secondo metodo. Si prende un pugno di farina e, con acqua fresca si forma una pallina, non troppo dura. Se la farina ha assorbito il terzo del suo peso d’acqua, se la pasta ottenuta è elastica e s’allunga senza rompersi, tirandola in tutti i versi, se secca presto all’aria e prende corpo, è segno che la farina è ben fatta, non ha sofferto e che il grano da cui proviene è di prima scelta. Se, al contrario, la pasta è molle, s’attacca alle dita maneggiandola, non s’allunga, si spezza facilmente, ed ha un odore sgradevole e un gusto cattivo, è segno d’alterazione.

Terzo metodo. Consiste nel miscelare una libra di farina ed otto once d’acqua fredda: si forma una pasta dura ed omogenea sulla quale si stende un filo d’acqua; si preme leggermente, facendo passare l’acqua attraverso un setaccio, avendo cura di riunire alla massa i pezzetti di pasta che possono sfuggire dalle mani. Poco a poco, l’acqua distacca dalla pasta i principi che contiene, i quali vanno eliminati con il setaccio. Resta nelle mani un corpo spugnoso, elastico, che è la materia glutinosa. Se la farina proviene da un grano di buona qualità, essa fornirà da quattro a cinque once, per libra, di glutine allo stato molle, di colore giallo chiaro, e che non contiene crusca. Se, al contrario, proviene da un grano umido, o mal macinato, o passato da un buratto troppo largo, ne darà tre o quattro once al massimo, di un colore grigio cenere, e vi si troveranno mescolate particelle più o meno grosse.

 Infine se la farina è il risultato di un grano guasto, conterrà solo poca o nessuna materia glutinosa e quindi non sarà tenace, elastica… Poiché segale, orzo, avena, mais e i semi di leguminose non contengono glutine, questa prova servirà, oltre che a riconoscere la qualità della farina, per sapere se è stata sofisticata, mescolandola con quelle cose.

Modo per ottenere profitto da farina ottenuta da grano adulterato. Molte esperienze, fatte a Londra, hanno provato che la farina fatta con grano guasto, può essere utilizzata come quella fatta di buon grano. Serve solo far bollire una certa quantità d’ortica, nell’acqua destinata ad impastare. Il pane che s’otterrà sarà perfettamente sano e non avrà nessun gusto cattivo.

Altro modo. Si mette la farina di grano guasto o avariato in un piatto piano di terra verniciata, che si pone in forno per cinque ore. Quando si toglierà, sarà coperta di una crosta leggera, un po’ gialla, con una debole consistenza di cotto. Rompendo questa crosta, esce un vapore consistente, fetido, e la farina si solleva in parte. Si lascia raffreddare, si gira con le mani, s’impasta e s’otterrà un pane molto buono. Questo procedimento la farà, però, diminuire di peso.

Metodo per conservare la farina per molti anni, e renderla facilmente trasportabile, per mare e per terra, senza che si guasti. 1° Il grano va macinato all’inizio dell’inverno; ci si può garantire un maggior profitto se l’acqua per ottenere la fermentazione è abbondante; se si fa abburattare la farina, nel solito tempo, ci si avvantaggia. 2° La farina, setacciata, si mette in barili che possano contenere cinquecento libre pesanti , in strati di sei pollici di spessore, formati con un pestello di ferro, col quale si distribuisce la farina in modo uniforme. Il coperchio, di misura, si appoggia direttamente sulla farina. Si stringe poi forte il dado che ferma il coperchio, e si versa catrame ben caldo sul coperchio e le viti, quindi si ripone il barile in una buona cantina, sicuri che l’umidità non ne guasterà mai il contenuto. Quando se ne vuole far uso, si porta in luogo secco, si toglie la farina con una rasiera, si schiaccia con le mani e si passa per un setaccio grosso, ripassandola poi in un secondo, più fine.

Per ciò che riguarda la crusca, va lasciata in sacchi per due o tre mesi, poi si fa passare in un setaccio grosso, per levare la farina o il fiore che vi possono essere rimasti. Si passa quindi questa farina nel buratto e se n’ottiene un prodotto molto bello, di un bianco rosato, che darà un pane, con maggior gusto di quello che s’ottiene con il fior di farina, e di cui i panettieri di Parigi si servono per fare i panini morbidi.

 

 

I fichi

 

Metodo per conservarli durante un inverno rigoroso. I fichi, tipici del meridione della Francia, non si trovano, a buon prezzo, nelle altre contrade… dove, su cento piante, cinque sole, giungono al completamento della loro vita vegetativa e la maggior parte è decimata dal gelo… In tal caso, si possono seguire alcune precauzioni: si scavano larghe fosse nelle quali si dà rifugio agli alberi, avvolti nella paglia, e si ricoprono di terra, per tutto il tempo della stagione rigorosa. Questo sistema, che può non preservare i fichi, porta pregiudizio negli inverni umidi; i fusti, in cui penetra l’acqua, marciscono nella terra, o patiscono talmente che il fico appare sofferente anche dopo che è stato dissotterrato. Infine quest’operazione nuoce alle radici, che spesso si frammentano…

Il metodo seguente, poco costoso, è applicabile a molti grossi alberi che ingombrano le serre degli aranceti, per i due o tre mesi che non possono essere posti in terra: per qualcuno si dovrebbero costruire cabine assai costose, difese che impediscono, comunque, il ravvivarsi delle piante, mentre tre panieri di quattro piedi, formano un’elevazione di due tese , possono durare parecchi anni e danno una protezione, anche se debole. Auspichiamo che chi crede di adottare questo procedimento, comunichi, a primavera, i successi che ha ottenuto, in maniera di renderlo usuale.

Come accelerare la maturazione dei fichi. Si deve pungere, o solo toccare l’occhio del fico, ma con, non una goccia, ma un ‘atomo’ di buon olio d’oliva. Il fico maturerà dieci o dodici giorni dopo.

 

 

I fiori

 

Come mantenere loro la forma, l’odore, ed i colori, vivi e brillanti. Si lava una sufficiente quantità di sabbia fine, per eliminare le parti estranee, si fa asciugare e si passa per setaccio, onde toglier i grani più grossi. Si scelgono le piante più belle, e colte in un periodo secco. In seguito, si pone ogni pianta, o fiore, in un vaso di terracotta, di formato adatto, con l’avvertenza di lasciare un gambo sufficiente. Si mette un po’ di sabbia calda nel fondo del vaso, per far assuefare la pianta ed impedire che tocchi le pareti del vaso, che si riempie poi con la solita sabbia, ma un poco per volta, curando di non danneggiare fiori e foglie, quando si sistemano. Si versa sabbia fino a che la pianta è coperta per due dita, e s’espone il vaso ad una stufa scaldata a circa 50°, lasciandovelo un giorno o due, o qualche volta, più tempo, finché le piante diventano spesse e succulente; allora, si fa colare la sabbia, delicatamente, su un foglio di carta, e si toglie la pianta che ha conservato tutta la sua forma. Il calore del sole, è sufficiente per il maggior numero delle piante, e, a volte, quando le piante sono particolarmente succulente, come le rose, i gelsomini, si può lasciare il vaso all’ombra, ma, in tal caso, occorrono circa otto giorni, o più, perché l’essiccamento sia perfetto. Va detto che alcuni fiori esigono un’attenzione particolare, per impedire che i petali si distacchino; fra questi i tulipani che vanno interrati nella sabbia, solo dopo aver tagliato il frutto triangolare che si trova a metà del fiore .

Come far crescere fiori e frutti, d’inverno. Si colgono le piante o gli arbusti, a primavera, prima che sboccino, con la precauzione di lasciare un po’ di terra attorno alle radici, e metterli in cantina, dritti, fino a San Michele . Quel giorno, si metteranno, versando terra fresca, in un vaso idoneo, che si piazzerà in una stufa o in una serra calda. Si avrà l’attenzione di umettare e rinfrescare, ogni mattina, con una soluzione di una pinta d’acqua pura, dove si è sciolta mezza oncia di sale ammoniaco. In questa maniera i frutti cominceranno a nascere nel mese di febbraio; mentre i fiori, se si mettono in vaso per San Michele, appariranno e sbocceranno, se trattati come s’è detto, a Natale.

 

 

Il fieno

 

Come impedire che i covoni di fieno prendano fuoco. Quando si pensa che il fieno debba essere ammucchiato, se ne formano covoni, che, perché non secchino troppo, si cospargono con qualche pugno di sale comune (muriato di sodio), fra gli strati. Si avrebbe torto a rifiutare una così modesta difesa, poiché il sale, assorbendo l’umidità del fieno, ne previene la fermentazione e di conseguenza che prenda fuoco. In più, dà al foraggio un gusto gradevole, eccita l’appetito del bestiame, ne favorisce la digestione e li preserva da parecchie malattie.

 

 

Il foraggio

 

Come prepararlo e salarlo, allo scopo di conservarlo. Alcune degne persone assicurano che la salatura del foraggio, lo conserva sano e lo rende più adatto per gli animali; dopo la fienagione, si fa seccare il sale sul fuoco e si riduce in polvere molto fine, in un mortaio di ferro. A misura che s’accumula il fieno, per ogni quintale, si spande una mezza libra di sale; ed una libra per ogni quintale di fieno di secondo taglio, tutte le voglie che s’ammucchia sul precedente.

 

 

Le faine

 

Metodo per tenerle lontane dalle abitazioni, che serve anche per altri animali dannosi. Una testo tedesco fornisce un metodo per cacciare dai pollai, dalle colombaie, etc., le faine, le donnole, i ratti ed altri animali dannosi. Consiste nel far bollire ossa di porco e di metterle all’entrata dei pollai, delle colombaie e degli altri luoghi che si vogliono proteggere.

 

 

Le formiche

 

Modo per distruggerle. Il più comune, noto ai giardinieri è di mettere acqua e miele in una bottiglia, che si sospende agli alberi attaccati dalle formiche: l’odore del miele le attira, esse entrano nella bottiglia e annegano. Questa miscela va fatta bollire per meglio sciogliere il miele ed impedire che affondi nell’acqua, in modo che l’odore del miele si spanda con più forza, ed attiri un numero maggiore di formiche. Le bottiglie vanno riempite a metà.

Un agronomo tedesco eliminò le formiche dal suo giardino, stendendo sciroppo all’interno di vari vasi, dei quali aveva tappato il foro; pose poi questi vasi sopra i formicai, allontanandoli, ogni giorno, di un piede e mezzo; trovò, presto, in questa trappola migliaia di quegli insetti, che avevano succhiato lo sciroppo, e li distrusse gettandovi sopra acqua bollente.

 

Il titolo, per un refuso, è omesso e la ricetta è unita alla precedente.

Carbonato e tartrato di potassio, ma anche acido tartarico, anche se le due cose, chimicamente, sono ben diverse.

Il solfuro monosodico, assai instabile, che era diluito, per questo, in 4 p. di glicerina, per renderlo più maneggevole e conservabile (Benoit). Con quest’ultimo preparato si allestivano acque sulfuree artificiali, fra cui la nostra da bagni.

Il clorato di potassio.

Altro sinonimo dell’acido cloridrico.

Cittadina della Langue d’oc fra Montpellier e Nimes.

Haematoxylon campechianum - Papilionacee. Albero dell’America centrale dal legno di colore rosso, da cui s’estrae il colorante. Il nome dallo stato messicano di Campeche.

Il colorante estratto dall’Anchusa tinctoria - Borraginee, detto, più comunemente, alcanna, che si tinge in rosso nei liquidi alcolici, ed in azzurro in quelli acquosi.

Il legno d’India, che segue, è il Guajacum off., detto anche legno santo.

O gommosi: patologia consistente nella produzione di mucillagine negli stati più profondi della corteccia, dei rami o dei tronchi, dovuta anche a semplici traumi od al freddo; ne sono particolarmente soggetti peschi, susini, ciliegi, olivi e la vite.

Gala sarcoptica o scabbia delle pecore.

Utensile formato da un telaio rettangolare o rotondo con, sul fondo, una lamina perforata, utilizzato per separare sostanze disomogenee.

Panno tessuto, in genere, con pelo di cammello.

La quantità di materiale che poteva sopportare una bestia da carico. Più comune come unità di misura la soma di legna. Nel nostro caso si tratta di due bigonci.

Il foro della botte, in corrispondenza del diametro massimo, che si tappava con lo zaffo.

Setaccio per separare la crusca dalla farina. È il simbolo dell’Accademia della Crusca: “… per l’abburattar ch’ella fa e cernere crusca e farina…” (Bastiano de’ Rossi, 1585).

La libra comune di Parigi. (vedi l’appendice alle note).

Unità di misura che valeva in Francia, ed in Italia, quanto un braccio.

L’apparato riproduttivo che costituisce il pistillo ed i suoi annessi.

Il 29 settembre.

 

I calabroni e le vespe

 

Ecco come distruggerli. Vi sono vespe che sospendono i loro nidi ai rami: se si vedono, si possono distruggere con un pugno di paglia, che s’accende da una parte e si tiene sotto il nido, quando non c’è vento; in quest’ultimo caso, la paglia va piazzata in maniera che, la parte accesa si rivolga sotto il nido. Quando i nidi sono dentro un muro o in altro luogo elevato, si cerca se vi sono passaggi e si tappano, ad eccezione di uno solo, con argilla. Si prepara una miccia un po’ grossa, intrisa, ad un’estremità, in due o tre riprese, in una sospensione di solfo liquido, e s’affonda l’altra in un pugno d’argilla. Si accende la miccia, facendola entrare nel foro rimasto aperto. Il vapore di solfo arriverà al nido ed ucciderà tutti gli insetti. Se il nido è interrato si rimuove con un colpo di vanga, versando poi sopra acqua bollente. Questa operazione si fa la sera, dopo il tramonto del sole.

 

I formaggi

 

Norme per fare formaggi di differenti qualità. Tutta la teoria sulla fabbricazione dei formaggi si riduce a quattro punti:

1° A far cagliare il latte.

2° A separare il siero.

3° A salare la cagliata pressata.

4° A raffinare il formaggio.

Della cagliata. Separato il siero, spontaneamente o artificialmente, la cagliata è tolta con un cucchiaio di legno forato, e distribuita in porzioni in stampi di vimini, attraverso i quali il latticello rimasto cola spontaneamente, consentendo alla cagliata di prendere la forma dello stampo che la contiene. La cagliata secca ed acquista una buona consistenza, al punto di potersi staccare, ed essere rovesciata in altre forme, ugualmente permeate da fori, in tutte le parti, dove si lascerà per lo stesso tempo. Quando sarà sufficientemente asciutta, ed acquisterà la consistenza giusta per il formaggio, si separa dalla forma e si appoggia su tavolette o graticci a giorno, coperta di paglia. I graticci si avvolgono con una tela robusta ma di tessuto rado, non solo per consentire la circolazione dell’aria, e, di conseguenza l’evaporazione dell’umidità eccessiva, ma ancora al fine di proteggerla dalle mosche che accorrono da tutte le parti, attirate dall’odore del gas vinoso che esala lontano.

Salatura della cagliata. La cagliata, preparata come detto, si altererebbe presto, se non s’aggiungesse il sale, che, però, andrà messo con moderazione, in un’estate secca, per facilitarne la dissoluzione e la penetrazione completa in tutte le parti della stessa. Quando la consistenza della cagliata lo richiede, si raschia la superficie e si ricopre tutta con sale; l’indomani si gira il formaggio e si ripete l’operazione… finché la forma non avrà assorbito tutto il sale necessario, cosa che si può riconoscere degustandolo, e soprattutto quando non si vede più sale rimasto sulla superficie esterna.

Allora, si pongono i formaggi salati su cannicci o ripiani fatti a scala, disposti in fila alle pareti del caseificio: vi si mette, sotto, paglia di segale, in modo che i formaggi non tocchino da nessuna parte. Così sistemati, i formaggi vanno girati tutti i giorni, per circa due mesi, in maniera che la paglia che prima era sotto, vada a finire sopra l’indomani, e secchi a sua volta. In seguito l’operazione si esegue solo ogni otto giorni, osservando di cambiare la paglia e i graticci, per evitare che questi diano ai formaggi un sapore cattivo.

Raffinazione dei formaggi. Per affinare i formaggi, si portano in un luogo fresco ed umido, dove si sfrega la superficie con olio, con fecce di vino, o meglio ancora, avvolgendoli con stracci imbibiti d’aceto; quando i formaggi non sono di grandi dimensioni, si rivestono di foglie d’ortica o di crescione, che si rinnovano spesso, o, a volte, con fieno tenero, umettato d’acqua tiepida, anch’esso cambiato spesso. Chi non possiede locali idonei per quest’operazione, terrà i formaggi esposti all’aria, nella propria baita, su un graticcio, avvolti in fieno molle e trattati con una liscivia di cenere; ma può succedere, se non si calcola bene il tempo della fermentazione, che la pasta del formaggio contragga un gusto forte e non troppo piacevole.

Una volta raffinati, i formaggi si levano dai graticci e si dispongono, su plance, in un locale in cui non secchino troppo, né troppo poco. È necessario che queste plance non siano di pino, o d’abete, o altri legni resinosi di questo tipo, perché il formaggio ne prenderebbe presto gusto ed odore.

Vi sono cantine adatte a stagionare il vino, che possono andar bene anche per il formaggio, ma per il breve tempo in cui questi si affinano; quando rammolliranno, occorrerà trasportarli in un luogo più secco, come un granaio, considerandone la temperatura.

 

Il flagello che più danneggia i formaggi è rappresentato dalle tignole, che si rintanano sotto la crosta, moltiplicandosi all’infinito… Sono stati proposti vari metodi per prevenire lo sviluppo dei vermi nel formaggio: i più efficaci consistono nel lavorare la pasta, ad ore e in luoghi al riparo delle mosche, nel conservarne le proprietà, e la freschezza, nell’oscurità delle cantine, nello sfregare la crosta con uno straccio, una volta la settimana, e nel lavare le plance sulle quali si serbano.

Lo scopo che ci si propone, aggiungendo sale al formaggio, è di fornire alla sua materia una sorta di condimento che s’oppone alla decomposizione, di darle sapore e di renderla di facile digestione. Una prima operazione, importante per la conservazione e la qualità dei formaggi, è la quantità di sale, e la sua distribuzione uniforme in tutta la massa… ma i formaggi troppo salati raggrumano, e si spezzano durante il trasporto, mentre, se il sale non è sufficiente si crepano e la loro pasta non ha consistenza: la proporzione giusta di sale è dunque un punto essenziale per evitare tutti questi inconvenienti.

Un’altra operazione, non meno utile, è di separare il latticello dalla cagliata, con la maggiore cura possibile, perché questo non s’accorpi con la materia che formerà il formaggio e produca lo stesso effetto che si verifica fabbricando il burro, che non tarda ad irrancidire, quando non n’è interamente separato. Libero nella massa della cagliata, contribuisce in mille modi alla sua decomposizione; è dunque sulla separazione, più o meno, completa di questo fluido, che si fonda l’arte di fabbricare i formaggi, che si possono riferire a tre grandi divisioni, vale a dire:

I. Formaggi in cui il latticello si separa spontaneamente, che conservano un aspetto variamente molle, e che sono di formato piccolo.

II. Formaggi liberati dal siero, per mezzo della compressione, che hanno più consistenza e volume.

III. Formaggi cui si applica l’azione della pressa e del calore, per dar loro una gran durezza, e consentirne una durata più lunga possibile.

Queste differenti qualità di formaggi che sono nominati anche formaggi grassi, formaggi cotti, e formaggi crudi, si possono preparare con tutti i tipi di latte, impiegati da soli o miscelati.

Dei formaggi che si spogliano spontaneamente del siero. Sono i formaggi comuni che portiamo comunemente in tavola, … ma, anche quelli con crema di burro… come il formaggio di Viry, o quello di Mont-Didier, che si condiscono con sale, o zucchero, secondo il gusto e l’uso che se ne vuol fare: … alimenti assai ricercati, per gli abitanti delle montagne coperte di pascoli, che li condiscono nei modi più disparati e li chiamano: cagliata matta, formaggio magro, formaggio molle, formaggio alle erbe, formaggio alla crema…

I formaggi posti in stampo ed abbandonati a se stessi, subiscono diversi gradi di fermentazione, che è possibile seguire, studiando i segni che l’accompagnano. Possono perdere volume, abbassandosi; la superficie si ricopre di una crosta più o meno spessa, l’interno si rammollisce al punto di colare, poi secca e prende colore, contrae un odore sgradevole, e finiscono per divenire ricettacoli d’insetti…

Per quante siano state le cure prese nella preparazione, questi formaggi si conservano raramente più di un anno; la loro consistenza, assai molle e la necessità di farli gocciolare spontaneamente, non permettono di formarli di gran dimensione, di trasportarli lontano… Ricordiamo fra questi, quello di Neufchatel, di Marolles, di Rolles, di Monte d’oro, di Brie, di Livarot.

Dei formaggi privati della sierosità, per mezzo della compressione. Per ottenere tali formaggi, basta spezzare la cagliata, eliminare il latticello, e formarli subito: ne risulta una pasta che prende consistenza, a misura che si libera del liquido, e che viene manipolata e distribuita in forme, che consentono di far gocciolare l’umidità residua, che la forza delle mani e della pressa non hanno potuto eliminare… Quando non fa caldo, la cagliata si lascia, due o tre giorni, vicino al fuoco: essa aumenta di volume, l’interno della massa comincia a fermentare e si possono vedere dei vuoti occasionali , dovuti all’aria, che si libera; sembrerà una pasta lievitata; si dice allora che la pasta è montata o soffiata, e si chiama ‘tomme’ .

Dei formaggi privati dalla sierosità, per mezzo della compressione e del fuoco. … Quest’operazione ha lo scopo di uniformare la pasta ad una consistenza tale da poterla manipolare, darle forma e salarla… Si mette il latte in una caldaia, esposta all’azione del fuoco moderato, s’aggiunge il caglio… rimescolando in tutte le direzioni. Dopo che il presame, aiutato dal calore ha agito sul latte, si leva dal fuoco e si lascia a riposo: il latte coagulerà in fretta. Si toglie una parte di siero, sufficiente per cuocere, a dolce calore, la massa divisa in grumi; si agitano continuamente, con le mani, le scodelle ed i frullini che si usano per mescolare. La pasta sarà giunta al suo punto di cottura ottimale, quando i grumi che galleggiano nel siero acquistano una consistenza, giusta, ferma, un po’ giallastra, ed elastica alle dita. Si deve, allora ritirare dal fuoco la caldaia, mescolare di nuovo, raggruppare in diverse masse i grumi, e spremere il latticello, il più possibile. Terminata questa prima operazione, si distribuiscono le masse negli stampi, e si usa una pressa per togliere tutto il siero, e dare un corpo perfettamente omogeneo. Per introdurre il sale nella cagliata cotta, favorirne la solubilità e la penetrazione, occorre riprendere i formaggi e dar loro una forma meno larga della precedente: resteranno in queste nuove forme 20-30 giorni, senza venir compressi… Si salano tutti i giorni, su entrambe le basi e parte del contorno, ed ogni volta si stringe la forma; quando ci si accorge che il sale non è più assorbito… si cessa di metterlo. Si tolgono allora i formaggi dagli stampi e si portano nel sotterraneo adatto per conservarli.

Formaggi naturali alla crema. Prendete una ‘chopine’ di buon latte, intiepidito, mettetevi, mescolando, una quantità di caglio, quanto un pisello, in precedenza diluito in latte e fate rapprendere la cagliata sulle ceneri calde, coprendo e mettendo cenere anche sul coperchio. Nel momento che la cagliata avrà preso bene, mettetela in un paniere di vimini, guarnita di una tela fine, e, quando avrà ben gocciolato, la presserete nella compostiera e la servirete con una buona panna e zucchero raffinato.

Ricetta per fare un formaggio alle patate. Si fa bollire una quantità sufficiente di patate e, dopo averle pelate e pestate fino ad ottenere una pasta, si uniscono ad una pari quantità di cagliata di latte non scremato (a volte, in quantità minore), tanto da ottenere una certa consistenza. Si condisce la pasta con sale e pepe e, 12-20 ore dopo, se ne fanno formaggini, nella maniera consueta.  Più tempo passerà, più diverranno migliori.

 

 

I frutti

 

Metodo per aumentarne il raccolto ed accelerare la maturazione. Consiste sia nel torcere sia nel tagliare, per molto tempo, i rami, sia nel mettere dei grossi cunei nel tronco dell’albero. È stato, infine, scoperto un metodo più comodo e breve, i cui buoni effetti sono constatati, maggiormente, di giorno in giorno. Va levata, agli alberi, un anello di scorza, 6-8 giorni (raramente di più, e, qualche volta meno) prima della fioritura; quest’operazione si può fare anche fin dal tempo in cui la linfa comincia a salire ai rami, e durante tutto il tempo della fioritura (ma meglio vicino alla fioritura piuttosto che lontano); più tardi, non si produrrà alcun effetto sulla colatura. Si conserveranno tutte le altre proprietà e, nello stesso tempo, sarà accelerata la maturazione, cresceranno più frutti, sicuramente più belli e saporiti. L’intervento, detto incisione anulare, s’esegue sul vecchio, come sul giovane legno, sul tronco, sui rami più vecchi, o sui germogli d’annata, sulle vigne (su queste si preferisce il legno dell’anno precedente, perché quello dell’annata porta i grappoli ed è ancora troppo tenero al periodo dell’operazione), sugli olivi, i mandorli, gli albicocchi, i peschi, i ciliegi, i cotogni, ed anche i peri ed i meli, che in ragione della fioritura precoce, sono più esposti degli altri alberi da frutto, alla nociva influenza del freddo di primavera. Si leva l’anello di scorza, per tutta la circonferenza del tronco, del fusto o del ramo con un’estensione variabile, secondo la grossezza sulla quale si opera, perché la piccola porzione dovrà cicatrizzare prima dell’inverno successivo. In genere, su un tronco o un ramo di quattro pollici di spessore, l’anello di scorza è di quattro linee in altezza; deve essere un po’ più stretta sui meli, soprattutto cotogni, e sui peri; se si fa un’incisione troppo grande, che non cicatrizzi entro l’inverno, sia per la cattiva qualità del terreno, sia per la stagione poco favorevole, il ramo operato muore la primavera successiva, cosa non importante per la vigna nella quale, durante l’inverno, devono essere soppressi tutti i germogli dell’anno precedente, ad eccezione della base, dalla quale usciranno i nuovi polloni.

 

 

 

I grani

 

Maniera per preservare i grani e i frutti dalla voracità degli uccelli. Si possono cacciare i passeri ed altri piccoli uccelli, piazzando, nel luogo che si vuole proteggere, un gatto od un uccello da preda impagliati, o uno di questi animali vivi, in una gabbia dalla facile apertura. Si possono spaventare e cacciare gli uccelli, piazzando nel luogo in cui vengono, un manichino o un pauroso abito nero, o un cappello fissato su una pertica alzata su un albero; ma il metodo più sicuro è quello di sospendere un tessuto con lustrini all’estremità di un bastone che s’attacca, orizzontalmente al muro, ad una pergola o ad un albero. Il minimo vento agita il lamè, facendolo scuotere e brillare. Se i passeri sono in gran numero, s’applicano al muro, sotto il tetto, alcune cassette, con un grosso foro, che consente loro d’entrare: essi vi faranno il nido e si potrà distruggere l’intera covata. Alla stessa maniera si possono distruggere i nidi d’altri uccelli dannosi, ma non si devono confondere con questo gruppo i piccoli uccelli a becco piatto, che, lontani dal nuocere, sono utili, poiché diminuiscono il numero dei bruchi e degli altri insetti, il loro principale cibo. Gli altri uccelli fanno lo stesso servizio e devono essere tolti soltanto all’epoca della semina, e della maturazione dei frutti, ad eccezione dei ciuffolotti, dei piccioni e delle cinciallegre, che nuocciono in ogni tempo.

Un ottimo modo per cacciare gli uccelli, è di battere i tamburi nei luoghi dove vengono, ma vi si fa ricorso solo per risparmiare frutti e sementi ai quali non si dà grande importanza. Vi si potrebbe ricorrere più spesso se si trovasse un sistema per farli battere da soli, per mezzo di un piccolo mulino a vento o di un altro meccanismo.

 

 

 

Le erbacce

 

Come impedire ad esse di infestare le culture. Questo metodo è facile da eseguire e consiste, quando il terreno è secco e la semina è fatta per la prima volta, nello smuoverlo ed innaffiarlo con acqua bollente, il calore della quale elimina tutte le germinazioni già avviate. Terminata l’operazione, si avrà cura di rastrellare il terreno: solo allora si potranno piantare i diversi semi ad esso destinati. S’adotta questo metodo per i terreni dove si vogliono seminare piante preziose o primizie… L’acqua bollente elimina anche un gran numero d’insetti i quali nuocciono all’accre­scimento dei vegetali che si vogliono coltivare.

 

 

La lana

 

Metodo per ottenere lana di pecora più fine e più delicata di quella che si ha abitualmente. Il procedimento consiste nel coprire le pecore, per preservare il loro vello dalle ingiurie del tempo. In questo modo, oltre al suo candore primitivo, avrà una morbidezza ed una finezza massima. Quando la lana sarà depurata e messa in opera, darà risultati assai soddisfacenti. I tessuti delle stoffe saranno di un biancore sfolgorante. Questo metodo deve essere messo in uso solo con gli ovini che danno una lana di qualità superiore come la merinos. Se s’impiega per quelli, la cui lana è grossolana e scadente, la fatica non sarà sufficientemente compensata.

 

 

I conigli

 

Come crear loro l’alloggiamento. In una casa di campagna, è utile avere almeno una mezza dozzina di conigli, buoni da mangiare. La conigliera si costruisce sul pollaio, con la cura che le porte delle cabine siano con le sbarre; che le cabine abbiano una pendenza ben marcata, e che vi si trovi, nella parte più bassa, una canaletta chiusa da un’inferriata, che serve per lo scolo delle urine. Il foraggio va sospeso in una piccola rastrelliera, in modo che i conigli possano mangiare agevolmente e con meno spreco, poiché se pestassero il cibo essi non lo toccherebbero più, se non per una fame estrema.

Il cibo dei conigli. Il nutrimento dei conigli è composto d’erbe verdi o secche, e di granaglie; il cavolo dà un gusto, che essi apprezzano molto. Questi animali pagano in carne ciò che mangiano: ingrassano, di solito, tre libre, in quattro giorni, e fino a sette libre in dieci giorni. Un coniglio di quattro mesi non costa che due mesi e mezzo d’alimentazione, poiché è allattato per cinque o sei settimane, e questo cibo può essere valutato, vicino alle grandi città, dove le derrate sono più care, un denaro il giorno. A tre o quattro mesi, si può vendere, o mangiare. Si riceverà in denaro o in alimenti, l’interesse di quello che è costato. Più un coniglio avanza d’età, più aumenta in carne, ingrassando poco a poco.

Quando le coniglie partoriscono, sarà necessario prestare attenzione che non mangino erbe umide; ogni otto giorni date loro crusca, mescolata ad un po’ di sale, e non mettetele col maschio per almeno sei settimane, il tempo in cui allatteranno i loro piccoli…

Come s’ammazzano conigli e lepri. Tolti dalla conigliera, si dà loro un colpo, con forza, con un bastone o con le mani, sulla nuca e dietro le orecchie. I cacciatori usano lo stesso metodo con le lepri che il loro fucile ha solo ferite.

Le castagne d’India

 

Metodo per fare il pane con questi marroni. Dopo aver liberato i marroni d’India dalla scorza e dalla pellicola interna, si frantumano per mezzo di una raspa di latta, e si forma una pasta di consistenza molle, che si mette in un sacco di tela, per pressarla. N’esce un succo spesso e denso, di un bianco giallastro e di un amaro insopportabile. La marcia residua è bianca e molto secca; si diluisce in una certa quantità d’acqua, plasmandola con le mani. Il liquido lattiginoso, passato attraverso un setaccio di crine, molto stretto, si raccoglie in un vaso dove si trova dell’acqua. Dopo riposo, si ottiene, decantando e lavando, una fecola delicata al tatto che, seccata a calore moderato, si presenta bianca, inodore, insapore, con tutte le caratteristiche dell’amido vero, mentre la parte fibrosa, rimasta sul setaccio, conserva tutto l’amaro. Amaro tanto intenso nel frutto da cui siamo partiti, che 12-15 grani della sua polvere sono sufficienti per alterare una libra di farina di frumento.

Per panificare quest’amido, si prende un’uguale quantità di patate, ridotte in polpa con un rullo. Si forma una pasta con la necessaria acqua calda, nella quale si trova sciolta la dose ordinaria di lievito di frumento. La pasta, posta in un luogo temperato, e, poi, un’ora in forno, dà un pane bianco, ben lievitato e dall’odore fragrante. Poiché è insipido, basterà aggiungere qualche grano di sale, per togliere questo difetto.

Come utilizzare i marroni d’India come lampade da notte. Pelate i marroni, fateli seccare, e bucateli, da parte a parte, con un piccolo succhiello. Quando ve ne vorrete servire li bagnerete, per 24 ore, in qualche olio; in seguito ne prenderete uno e passerete, attraverso il foro, uno stoppino lungo come un dito. Lo metterete in un coccio di terracotta con due dita d’acqua ed accenderete lo stoppino. Brillerà fino all’indomani.

Modo per estrarre dai marroni d’India una pasta sgrassante per le mani. Fate seccare bene, al sole, o in forno, i vostri marroni; quindi pelateli e, in un mortaio coperto come quello dei profumieri, riduceteli a polvere fine. Ve ne servirete come una pasta da mani ordinaria: basterà solo un po’ d’acqua.

 

 

La paglia

 

La paglia d’orzo può essere utilizzata solo come lettiera, per la sua rigidità e per essere poco lunga. La paglia d’avena non ingiallita, è preferita per nutrire gli animali. Migliore quella di frumento, se non è stata battuta. La paglia di segale è preferibile anche a quella di frumento per legacci d’ogni sorta, per stuoini ed altri oggetti analoghi, perché è meno fragile e meno disposta alla putrefazione; per i cappelli, per le sedie, etc. perché è più lucente.

La paglia raccolta in un annata piovosa o in un terreno umido è inferiore a quella raccolta in circostanze contrarie. Per avere della bella paglia di segale e di frumento si battono i fasci senza scioglierli.

 

La paglia spezzata è preferibile, per nutrire il bestiame, di quella intera, ma quella trinciata esige una masticazione completa e una digestione più difficile .

La buona paglia si riconosce dal colore giallo chiaro, dall’odore soave e dal sapore zuccherino. I cereali raccolti prima della completa maturità forniscono la migliore, perché il contenuto zuccherino è maggiore. La paglia si conserva, sia nei fienili, sia nei pagliai, sia in appositi contenitori, sia all’aria aperta. L’importante è che non venga bagnata dall’acqua piovana, che ne altera il sapore e la solidità.

Le pernici

 

Educazione delle pernici nelle batterie d’allevamento. Chi vuole procurarsi il piacere di allevare le pernici e tenerle presso di sé, deve, prima che acquistino il piumaggio picchiettato, tenerle, di tanto in tanto, con la propria madre chioccia, fra gli altri polli, ed, anche, raggruppate tutti assieme. Le pernici dovranno sopportare qualche colpo di becco, ma, presto vivranno e mangeranno in società, senza battersi. Si deve avere la precauzione di strappare loro, presto, le piume più grandi di ciascuna ala, e di tarpare un poco l’estremità delle altre. Per abituarle più agevolmente occorre: 1° Non prendere le uova trovate nei pressi dell’abitazione, per fagliele covare, perché le pernici, riconoscerebbero, per un istinto particolare il nido della vera madre, che non hanno mai visto, e volerebbero sui campi, per non abbandonarla. 2° Avvezzarle alle galline, tenendole in un verziere chiuso, guarnito di cespugli e alberelli e dando loro da mangiare ad ore regolari.

Si abitueranno talmente che, anche se volano fuori, ritorneranno all’ora del riposo e vi passeranno la notte, vi s’acquiete­ranno e vi coveranno. E risponderanno al richiamo col tamburo o col fischietto di chi se ne prende cura.

 

 

Il maiale

 

Il sale, mescolato al resto del cibo, è utile a quasi tutti gli animali, ed assicura la salute ai maiali. Dà loro una carne soda e di buon gusto.

Li protegge anche dalla lebbra, malattia terribile che fa della carne dei porci una vivanda velenosa. I maiali, attaccati dalla lebbra, si riconoscono dalle orecchie pendenti, dalla malinconia, dalla coda che s’allunga e non è più arricciata sul dorso; sotto la lingua si può vedere un piccolo grano bianco, che va fregato con ortica giovane, fino ad estirparlo; nello stesso tempo va bagnato leggermente con aceto, nel quale si sarà sciolto sale, ed infusa salvia. Al maiale si darà a mangiare la cicoria maggiore e l’ortica, tritate e mescolate con alcuni cucchiai di latte, e, alla fine, con un po’ di sale.

Quando scoprite i primi sintomi della lebbra, isolate l’animale, poiché la malattia è contagiosa.

Altro rimedio. Quando compaiono le piccole pustole nere della lebbra, sulla lingua del maiale, o la malattia si manifesta con la raucedine, polverizzate antimonio crudo , mescolatelo con farina d’orzo, e cospargete la polvere sulla lingua del maiale, più volte la settimana.

Catarro o enfiagione delle ghiandole del collo. Rimedio: fate sanguinare sotto la lingua; fregate il male con farina di frumento mescolata con sale; stropicciate il maiale, rudemente, contro pelo, con acqua di liscivia e lavatelo con acqua limpida.

Altra malattia. Il porco è ancora soggetto ad una malattia assai pericolosa e frequente, che lo può fare morire nell’arco di 24 ore, è, se è riconosciuta tardi, non ha rimedio. Se è presa in tempo, è invece facile da guarire. Nel meridione della regione di Champagne, è detta sangue o fuoco. Si riconosce perché la bestia è svogliata: quando s’avvicina al trogolo, non fa altro che agitare l’acqua con il grugno, che sfrega anche in terra, senza assumere alcun cibo. Qualche ora dopo, si stende, e, dal fondo della gola, emetterà un rumore sordo, che sembra raucedine, e che denota una respirazione difficoltosa. Si troverà, allora, sulle gengive, vicino ai denti un piccolo cono di carne, alto tre o quattro linee, e di una linea e mezzo di diametro. Questa sporgenza è di colore violetto, e più è scura, più l’animale è in pericolo. Per guarirlo si corica in terra, gli si tengono piedi ed orecchie, perché non scappi. Gli si apre il grugno e, affinché non lo richiuda, si prende un bastoncino, lungo quattro o cinque pollici, mettendone un’estremità appoggiata al palato superiore, e l’altra all’inferiore, vicino all’estremità del grugno. Si taglia la pustola con le forbici e ne uscirà un sangue spesso e nero: occorre tenergli la testa un po’ inclinata e stare attenti che tutto il sangue esca dalla bocca, poiché è un sangue corrotto, che lo farebbe morire. Per fare quest’operazione è necessario un terreno un poco in pendenza. Fatto questo, si lava leggermente la parte con acqua, che si versa in bocca da una bassina, quell’utile utensile di cui ci si serve per bere in campagna . Si bassina, diciamo noi, finché il sangue non cesserà di colare: serviranno due o tre secchi d’acqua, secondo che il male sia più o meno inveterato. Infine, si toglie il bastoncino e si molla l’animale. Non si nutrirà che dopo un’ora e in piccola quantità. Se, l’indomani, appare qualche sintomo della malattia, cosa che può accadere, soprattutto, quando si è presa un po’ tardi, si dovrà ricominciare da capo.

Il maiale è ancora soggetto ad una quarta malattia, non meno pericolosa, che si riscontra assai sovente come quella che si chiama sangue. Si darà a questa il nome di ‘sete’ perché è una radice finemente ramificata , le cui propaggini affondano nella gola, e la chiudono in breve tempo, fino al punto di far soffocare l’animale. Si tira il piccolo mazzo di radichette con le dita, si cercinano con un rasoio, facendo prima una leggera incisione, ed infine si raschiano, fino a farle staccare. La piaga si spalma con un po’ di burro o grasso.

Indicazioni particolari sull’ingrasso dei suini. Per ingrassare questi animali, bisogna renderli felici, vale a dire non badare a spese per il nutrimento e per il porcile. Si possono mettere all’ingrasso i maiali prescelti per la salagione della carne, quando hanno 8-10 mesi, mentre occorrono almeno 18 mesi perché forniscano un buon lardo, e non tutti sono adatti per diventare ben grassi…

Il metodo per portare questi animali alla sovrabbondanza di grasso può essere ridotto a quattro principi: 1° La castrazione. 2° La scelta della stagione. 3° Il tempo di riposo al quale deve essere sottoposto l’animale. 4° La natura, la forma e la quantità del nutrimento.

Per il maiale, la castrazione può aver luogo ad ogni età, ma più l’animale è giovane, meno danni potranno seguire. I maiali più adatti sono quelli nati in primavera. Una terza condizione è di tenere i maiali in uno stato adeguato di riposo che li faccia dormire. La farina di loglio mescolata con acqua di crusca è il narcotico generalmente consigliato ed utilizzato per indurre al sonno i porci. La quarta ed ultima condizione è di farli mangiare e bere ad ore regolari, d’eccitare loro l’appetito, i primi tre giorni, e di aumentare in seguito il cibo.

Quasi tutti i grani farinosi sono, senza dubbio, le sostanze più adatte, per concorrere all’ingrasso di questi animali, ma è conveniente scegliere quelli che sono i meno costosi nella regione dove si abita: nel mezzogiorno c’è il mais, a nord, l’orzo; i piselli, le fave e i fagioli non vanno dati interi, a meno che non siano gonfi per un inizio di cottura; ma, alla fine dell’ingrasso, quando l’animale non ha più tanta energia, occorre mondarli grossolanamente, senza setacciare, diluirne la farina in acqua e farne, con la cottura, una brodaglia spessa, che si diluisce a misura che s’avvicina il termine dell’ingrasso. Un eccellente modo per somministrare i grani ai suini, è di lasciarli a bagno per 24 ore.

Salatura del maiale. La carne di maiale, salata bene, offre grandi risorse nei lunghi viaggi ed in tutte le case, soprattutto a primavera, quando la carne di maiale fresco è, solitamente, molto cara; va osservato che la scelta del sale non è una cosa indifferente per la bontà del cibo conservato, perché non imputridisca. Quello della fonte di Salies du Béarn, come la salamoia di Bigorre, impiegata per i prosciutti di Bayonne , hanno la loro giusta reputazione.

La stagione più favorevole, per salare, indistintamente tutte le vivande, è l’inverno: preparate in altre stagioni, possono non conservarsi. Il maiale assorbe solo il sale che serve, a condizione che sia perfettamente secco, ben pestato e che non si trascurino spezie ed aromi; salvo che non si decida di marinarlo, cioè d’ammorbidirlo e di togliere il gusto di selvatico, mediante l’aceto.

Dopo che il maiale è stato ammazzato, raffreddato e tagliato, si guarnisce il fondo del salatoio con un buono strato di sale; si stendono i pezzi dopo averli ben ricoperti, tutto attorno, di sale; il primo letto si fa con i pezzi più grossi e su di essi si getta ancora sale, e così di seguito; i pezzi meno carnosi, come orecchie, testa, zampe, occuperanno la parte alta. Dopo aver sistemato tutti i pezzi, si ricopre con un copioso strato di sale e si chiude ermeticamente il salatoio, in maniera d’impedire l’accesso dell’aria esterna, per sei settimane circa. Se vi saranno pezzature che non hanno preso sale, andranno tolte subito, e se ne metteranno le parti sane in una salamoia di sale ed aceto. Sei giorni dopo, si tolgono dalla cantina e si controllano per un’ultima volta. Dopo essersi assicurati che siano leggermente compressi, si mettono i pezzi in ‘barrique’ , coprendone ognuno con un po’ di sale. Nelle piccole case, dove si salano poche libre di maiale, si dovrà verificare, al momento di servirle, che le carni non siano troppo sapide. Per eliminare l’inconveniente, ritirate dal salatoio, si gettano nell’acqua bollente e si sospendono su plance, o al camino, dove seccheranno perfettamente.

Come fare il filetto in salmì. Benché si possa fare con tutte le parti del maiale, il filetto è il più adatto. Tagliate in pezzi di grossezza e grandezza che ritenete opportuno. Per quindici libre di maiale, ponete una libra di sale pestato, fregando la carne da tutte le parti; mettetela in un recipiente a misura, coprite bene, in modo che non prenda aria. Potrete mangiare il vostro salmì dal quinto al sesto giorno. Se vorrete conservarlo più a lungo, dovrete mettere più sale. È inutile ricordare che più il sale è nuovo, più il piatto sarà migliore.

Come preparare il lardo. Prendete il lardo della schiena del maiale, conservando più carne magra possibile, e sistematelo sulle plance della cantina; ricopritelo con una libra di sale pestato, per ogni dieci libre di peso. Dopo aver sfregato tutti i pezzi, metteteli uno sull’altro, carne contro carne; quindi posate sul lardo delle assicelle, con sopra alcune pietre, per caricarle di peso e perché stiano ben ferme. Dopo quindici giorni, ancora passati nel sale, i pezzi si sospendono in un luogo asciutto per farli seccare.

Come preparare lo strutto. Separate il grasso del maiale, cioè togliete le pelli ed i nervi, ovunque si trovino; riducetelo in pezzetti e mettetelo in una caldaia con un mezzo sestario d’acqua, ed una cipolla piccata con chiodi di garofano. Fate poi fondere a fuoco molto basso, finché le cotenne, che non si sciolgono, iniziano a prendere colore. Allora, togliete la caldaia dal fuoco, lasciate raffreddare a metà, e versate il preparato in un vaso di terracotta, che va conservato al freddo. Da questo momento il vostro strutto è pronto per essere usato.

Come preparare il sanguinaccio. Prendete una cipolla tritata e fatela cuocere con acqua e grasso. Quando sarà ben cotta e non si vedrà che l’unto, prendete ancora del grasso e unitelo a quello cotto nella casseruola, con sangue ed un quarto di panna, aggiustando di sale e speziando. Uniformate il vostro composto e forzatelo in un budello che avrete, prima, lavato con cura, grattato leggermente in ogni parte e tagliato della lunghezza desiderata per il sanguinaccio. Non riempite eccessivamente, perché può crepare durante la cottura. Legate le due estremità del budello e cocete in acqua bollente, per un quarto d’ora circa. Per assicurarvi se è cotto, levatelo con la schiumarola e pungetelo con uno spillo: se non sorte sangue ma grasso, è pronto. Fatelo raffreddare, per poi grigliarlo al momento di servire.

Come preparare il sanguinaccio bianco. Bollite una ‘chopine’ di latte con un pugno di mollica di pane. Passate per il passino e fate bollire, di nuovo, tutto assieme, girando spesso, quando è sul fuoco, finché la mollica avrà assorbito tutto il latte. Lasciate raffreddare. A parte, fate cuocere a fuoco basso, in modo che non imbiondiscano, sei cipolle, tagliate a piccoli dadi, con una noce di burro; unitele, poi, a mezza libra di grasso tritato. Una volta tolto dal fuoco questo secondo composto, lo mescolerete con la mollica di pane, sei tuorli d’uovo e poco più di mezzo sestario di panna, aggiungendo spezie fini, ed aggiustando di sale. Prendete un budello di maiale, ben lavato e tagliato della lunghezza necessaria, riempitelo per ¾ e legatelo. Fate bollire in acqua…

Come preparare le salsicce. Prendete la carne più grassa del maiale, tritata e mescolata con prezzemolo e cipollotti, ben tritati. Aggiungete sale fine e spezie e forzate tutto in un budello di maiale o di vitello. Tagliate le salcicce della misura che desiderate e mangiatele, quando vorrete, cotte sulla griglia. Potete condirle con l’aroma che preferite, come quello di tartufo o di scalogno: se si tratta di tartufo, coprite la carne dopo averla aromatizzata a piacere; nel caso dello scalogno mettetene assai poco, affinché il sapore di questo non predomini. Le salsicce piatte si fanno alla solita maniera di quelle tonde, con la solita differenza che la carne si mette nell’omento di maiale.

Come preparare le salamelle di trippa . Lavate e pulite bene le parti più carnose delle interiora di maiale, e quando saranno pronte, fatele spurgare per dodici ore; dopo di che, sgocciolatele, asciugatele bene, e mettetele in una terrina, condendole con sale, con pepe, con aromati in polvere e con le quattro specie, lasciandole in questa concia per due ore. Mettetele, in seguito, nei budelli, legati alle estremità. Conservatele nel fondo del salatoio.

Come preparare le cervella. Prendete carne di maiale molto tenera e ben lardellata, secondo le cervella che volete preparare, tritatela e mescolatela con un po’ di prezzemolo, cipollotti tritati, sale e spezie. Unite alle cervella, mettete il preparato nel budello, ben pulito, e fate cuocere per due o tre ore, secondo la grossezza, in un brodo senza sale. Le cervella saranno pronte.

Testina di maiale. Disossata tutta la testa del porco, prenderete briciole di carne di maiale fresco ed unite tutto assieme, condendo con sale, pepe in grani, aromati in polvere, le quattro specie, prezzemolo, cipolline e cipollotti tritati. Mettete tutto in un vaso e lasciate a riposo per nove o dieci giorni. Quando la testa si sarà impregnata del condimento, toglietela dal vaso e fatela sgocciolare; raccogliete tutti i pezzetti e riempite la testa in modo che prenda la forma primitiva. Avrete cura di cucire, in seguito, con spago, l’apertura dalla quale è stata disossata, in modo che non si deformi, quando cocerà. Avviluppatela in una tela bianca, cucita ai bordi, e sistematela in una stufarola, assieme alle ossa, alcune cotenne, nove o dieci carote, altrettante cipolle, sette od otto foglie di lauro, altrettanti rametti di timo e di basilico, un grosso mazzo di prezzemolo e di cipollotti, sette chiodi di garofano, un buon pugno di sale e un po’ di trito di maiale o d’altra carne. Ammorbidite bene la testina con acqua, e fatela cuocere a fuoco lento per nove o dieci ore. Quando è cotta, toglietela dal fuoco e lasciatela, un paio d’ore, nel suo condimento. Poi, prendetela con un'altra tela bianca, e pressatela con le mani, per far sortire il liquido rimasto, ma con delicatezza, affinché conservi la propria forma. Lasciatela raffreddare bene nella tela, quindi sistematela in una salvietta ripiegata su un piatto, dopo aver tolto lo spago.

Lingua ripiena. Per farcire una lingua, si deve prima ‘rifarla’, vale a dire, consolidare la carne, facendola bollire in acqua per un quarto d’ora; dopo di che, levate, con un coltello, la prima pelle. Pelata, lavatela in acqua fresca, fatela sgocciolare, mettetela in un vaso d’arenaria, che avrete prima cosparso di sale. Quando il sale sarà sciolto ne rimetterete dell’altro. Drogate la lingua, sufficientemente salata, con erbe fini e fermatela con un budello di bue proporzionato, dopo di che, appendetela al camino, dove la lascerete un tempo più o meno lungo, in relazione a quanto accenderete il fuoco. Il fumo serve a dare alla lingua un sapore particolare ed a conservarla. Quando si vuole, si fa cuocere nell’acqua salata, o dentro il brodo in cui i salumieri preparano le loro vivande di carne.

Cottura del prosciutto. Si avvolge il prosciutto in una tela chiara, e si mette in una marmitta della giusta capacità, guarnita di coperchio. Si fa in modo che la marmitta sia sufficientemente piena d’acqua da bagnare bene il prosciutto, e s’aggiungono carote, timo, lauro, un mazzetto di prezzemolo, qualche chiodo di garofano, due spicchi d’aglio e qualche cipolla. Un’attenzione particolare da avere, durante le cinque o sei ore di cottura, é quella che il fuoco non sia mai vivo, e che il liquido ‘frema’, senza mai bollire. Ci s’accorge che la cottura è terminata, quando uno stecco di paglia entra e penetra fino in fondo al prosciutto. Allora s’aggiunge un mezzo sestario d’acquavite e si lascia la marmitta, ancora per un quarto d’ora al fuoco. Il prosciutto, una volta tolto dal fuoco, si disossa facilmente e può essere messo in un piatto: si lascia la cotenna, che lo conserva fresco per tutta la sua durata.

Il liquido che resta può servire per cuocere una testa di vitello, assai delicata, senza aggiungere altro. Inoltre se vi si fa cuocere un petto di montone e, al tempo dei legumi, una purea di piselli, di fave d’orto, sarà assicurato un eccellente passato da servire col pane o col riso.

Preparazione della sugna. Si prende la quantità che si vuole di grasso di porco, che è detto panna, si separa la leggera membrana che lo sovrasta, si taglia a pezzetti e si manipola in acqua molto pura, per consentirle di liberarsi dal sangue che si trova nei piccoli vasi. L’acqua va cambiata più volte, continuando il procedimento finché l’ultima acqua non sarà chiarissima e trasparente, e, gettandone qualche goccia nel fuoco, non faccia scintille, segno che il grasso fuso non contiene più umidità. Si cola attraverso una tela fitta, senza spremere, e si sminuzzano le parti di grasso che non si sono sciolte con il primo procedimento, aggiungendo un po’ d’acqua… Si cola nel solito modo… fino a quando resteranno solo le membrane secche… L’ultima porzione di grasso è altrettanto buona, ma si mette da parte perché leggermente colorata e si prende solo la prima. Si versa il grasso, finché è ancora caldo e liquido, in un vaso di maiolica , dove rassoda. Bisogna esser certi che non rimanga alcun vuoto, altrimenti la sugna ingiallirebbe e diverrebbe presto rancida.

Nuova maniera per salare la carne di maiale. Prendete un bigoncio adatto e forato, come quello in cui si cola la liscivia. Mettetevi sul fondo timo, lauro, qualche spicchio d’aglio, cipolla, pepe in grani ed in polvere e coprite tutto con sale. Quindi alternate uno strato di maiale ed uno di sale. Arrivati circa a metà della carne, mettete i due prosciutti, coprendoli interamente di sale e condendo ancora con rametti di timo e di lauro e qualche foglia di salvia. Poi continuate a riempire il bigoncio con il rimanente maiale, pressando il tutto… Quando il recipiente è pieno, o non avete più carne, coprite ancora con timo lauro, cipolla sale e gettatevi sopra tre o quattro bicchieri d’acqua, per provocare lo scioglimento del sale. In tal modo la carne s’impregna bene più intimamente e prontamente. A misura che la salamoia cola dal foro, vi si riversa dal sopra, proprio come si fa quando si cola una liscivia, ma non è necessario prestare attenzione come per una tinozza di panni: basta controllare la salamoia cinque o sei volte il giorno. Dopo dieci o dodici giorni al massimo, si potranno togliere i lardi ed i pezzi di carne del maiale, perché sarà ben salato e si conserverà così per lungo tempo, senza rischio. Appenderete i pezzi ad una plancia… I prosciutti dovranno essere posti al camino per una quindicina di giorni, per farli ben seccare; dopo di che vi passerete della cenere di sarmento , fino a coprirli per intero, e li sistemerete sulle plance con due grossi pesi al di sopra. Se vorrete cuocere i prosciutti, li laverete bene, li drogherete con timo, salvia, fieno ben verde, fatto seccare. Questo procedimento dà al prosciutto il gusto di quello di Magonza .

I maialini. Si devono curare i maialini che si hanno, e la troia va nutrita con radici cotte nel latticello e miscelate con farina d’orzo, come le rape, e le patate; questo pastone le arreca molto latte. Si lascia anche come bevanda in un trogolo più profondo, acqua pulita, perché può succedere che i maialini vi montino e vi nuotino dentro. Nel caso che la figliata fosse molto numerosa, come da quindici a diciotto piccoli, poiché la troia ha solo dodici mammelle, ne soffrirebbe, perché la madre allatta per più di tre settimane. Allora, si sceglie il momento in cui la troia è assente, e si fa sortire la figliata allo scopo di togliere alla madre qualche nato, sollecitandone la golosità con alcuni pugni di grani: senza far questo sarebbe difficile difendersi dalla collera della madre. Per scegliere i maialini, vanno guardati di preferenza i maschi, poiché diventano, in genere, più forti e si vendono assai meglio delle femmine: otto o dieci bastano alla madre. A misura che i maialini sviluppano, si dà loro, quindici giorni dopo la nascita, un po’ di latticello caldo, in cui s’è sciolto farina d’orzo, di segale e di mais, in proporzione alla loro crescita, in modo che possano digerirlo bene.

 

 

I polli

 

Come ingrassare i polli ed avere sempre uova fresche durante i grandi freddi e gli inverni più lunghi.  Verso la fine d’ottobre si prendono sei galline e si portano nella stalla delle vacche, dietro un graticcio che non possano superare. Si dà loro da mangiare grano saraceno e, il mattino, una pasta di semi di canapa pestati, unita a crusca, orzo, ed alla sesta parte di un mattone tritato e passato al setaccio. Questo cibo le ingrassa al punto di farle aumentare ogni giorno, ma, in primavera, saranno polli rovinati. Quando smettono di crescere si toglie la pasta di canapa e mattoni e si nutrono con solo orzo, per qualche giorno; infine con granturco ed una pasta fatta con farina di grano saraceno.

I pulcini

 

Come far schiudere le uova, senza che la gallina le covi. Réamur scoprì questo secreto dopo numerose esperienze. Consiste nell’esporre le uova ad un calore di 32° del termometro di Réamur. Vanno scelte uova fecondate, che si mettono nel letame, o meglio nel forno, nella stufa, a bagno-maria o al vapore acqueo, con la cura che il calore comunicato alle uova, con questi metodi, vada dai 30 ai 34 gradi, e sia costante ed ininterrotto. Si vedono normalmente schiudere le uova il 20° giorno, vale a dire, uno in meno di quelli che servono nell’incubazione naturale; senza dubbio, poiché queste uova non sono esposte a raffreddamento, come lo sono, di tempo in tempo, quelle covate dalla madre.

Per avere pulcini d’inverno. Prendete una gallina d’India , dopo Natale, e mettetela in un letto ben caldo, dandogli da covare 25 uova. In 18-20 giorni i pulcini nascono. Si mettono, al caldo, in un paniere con il fondo coperto di piume, per 5-6 giorni, nutrendoli come quando sono allevati dalla madre.

 

 

Il grano saraceno

 

Quando la farina di frumento dà un cattivo pane, si può avere dal grano saraceno un impiego vantaggioso, adoperandolo convenientemente.

Farina bollita di grano nero o grosso. Procuratevi la farina di più recente molitura possibile, stemperate la quantità che volete con acqua, in maniera da ottenere una mescolanza chiara. Portate sul fuoco e rimestate con un cucchiaio di legno, finché il bollore si starà stabilizzato; lasciate cuocere ancora per un’ora o due, secondo la quantità.

Si mangia in diverse maniere: vi si può versare sopra latte caldo o freddo, senza stemperare. Altri servono sul piatto una noce di burro fresco, coprendolo, a misura, con cucchiaiate di farina bollita. Quando la farina è fredda, si prepara una sorta di frittura, detta ‘fondo del maggese’, tagliandola a tranci, facendola arrostire in buon burro od olio, ed insaporendola con zucchero, prima di servire.

Gallette di grano saraceno. Prendete un litro di farina di grano nero, ben molato, due uova, un cucchiaio d’acquavite ed acqua, quanta ne serve per formare un miscuglio chiaro. Fate una polenta più spessa possibile, o meglio ancora una pasta per gallette, miscelandola con burro. Versate su un testo una cucchiaiata di pasta, come fareste per le crespelle ordinarie, avendo cura di rigirarle, al punto giusto. I ghiotti stendono sulle gallette burro fresco e zucchero. In ogni caso vanno mangiate molto calde.

 

Sapone economico

 

Raccogliete, al tempo della semina, cardoni, ortiche, felci ed altre piante che infestano solitamente i bordi delle strade e delle aie e bruciatele su un piano di pietra refrattaria, finché tutte saranno consumate. Conservate la cenere in un ambiente secco, idoneo per fare il sale detersivo, di cui avrete bisogno per preparare il succedaneo del sapone. Vanno allestite le materie richieste e gli utensili necessari, che sono pochi: 1° Un piccolo barile di legno naturale, della larghezza e dell’altezza di nove pollici, che dovrà avere un foro nel mezzo. Servirà a mescolare il sale detersivo. Se fosse di quercia, dovrà essere verniciato. 2° Una piccola bassina di rame, dal fondo rotondo, di un piede di diametro e di sette od otto pollici di profondità; se non si può avere, un vaso di ferro o di terracotta verniciata possono andar bene. 3° Infine, per alcune piccole manifatture, una schiumarola, una spatola di legno naturale, e due tegami bassi di terracotta; servono ancora buona cenere, olio o grasso da cucina.

Prendete, per fabbricarlo, tre libre di cenere e una di calce, bagnata leggermente con poca acqua per spegnerla; quando questa sarà sciolta del tutto, e ridotta in piccole particelle, mescolatela con la cenere e mettete la miscela nel barile, nel quale, prima, avrete steso sul fondo un pezzo di canapa, e chiuso il foro da basso. Versate poi sulle sostanze, una quantità d’acqua necessaria per imbibirle, e sollevarle, a galla, per un’altezza di circa tre dita. Agitate tutto bene con un bastone, lasciate a riposo per qualche ora, ed aprite il tappo, per far scolare l’acqua salina. Rimettete nuova acqua nel barile, rimescolate col bastone, e levate la seconda liscivia, che si è separata… Dopo, prendete una certa quantità della prima soluzione ed altrettanto di grasso od olio; riuniteli assieme nella piccola bassina di rame, posta su un fuoco dolce, mescolando finché non si saranno incorporati, operazione che faciliterete ed accelererete, agitando con la spatola. Quando l’estratto di sale e il grasso saranno bene uniti, potrete aggiungere la medesima quantità, circa, della seconda liscivia, facendo digerire, per qualche ora, a calore dolce, fino a miscelazione completa. Versate, in seguito, nel vaso di terra, per far raffreddare, e conservate per l’uso.

La segale

 

Modo di conservarla. Uno dei metodi più sicuri per conservare la segale è di salvaguardarla da insetti e ratti e di non farla inumidire. Per quest’ultima necessità è soltanto importante separarla dalla paglia, dopo la battitura e nei granai: in questa maniera si conserva molto tempo, senza subire la minima alterazione. Per proteggerla, in seguito, da ratti, sorci ed insetti, si tengono nel luogo santoreggia e viburno : l’odore di questi legni tiene gli animali nocivi ad una gran distanza.

 

 

Le sementi

 

Come proteggerle dagli insetti. Infondete, in una soluzione satura di fiori di solfo, i grani e le sementi, per tre o quattro ore, o il tempo necessario perché l’acqua penetri nell’epidermide o nel baccello.

 

 

Sorci e topi campagnoli

 

Come si distruggono. Prendete un bastoncino di legno naturale di quattro pollici e mezzo di diametro; foratelo per tre pollici e mezzo di profondità, con un succhiello di tre linee. Nel bastone si forma una specie di tasca, che va riempita di farina, mescolata con arsenico: lo metterete nei luoghi infestati; i topi verranno, la notte, per mangiare la farina e s’avveleneranno.

Altro modo. Fate bollire, in acqua, per mezz’ora, una buona quantità di cicuta , fatta a pezzi; gettatevi poi dei piselli, in maniera che s’inzuppino bene, e fate bollire per un quarto d’ora. Lasciate raffreddare il tutto e separate i piselli, che farete seccare. Spargeteli poi dove supponete ci siano i topi.

Con quale procedimento s’impedisce ai sorci di distruggere le prime sementi di piselli. Bisogna tagliare le sommità di ginestra o d’agrifoglio e gettarle nei silos dove si trovano gli animali, che lasceranno presto il luogo.

 

 

Le talpe

 

Come farle morire. Le talpe si spostano al levare o al tramonto del sole, e a mezzogiorno. Un po’ prima che si mettano in movimento, si scopre la tana e si fa la posta, senza il minimo movimento, e quando l’animale cercherà di richiudere l’apertura, si sferra un colpo di vanga. Si possono prendere anche con due trappole. La prima consiste in un tubo di legno cilindrico, di nove o dieci pollici di lunghezza e di diciotto linee di diametro, chiuso ad un’estremità con una griglia di fil di ferro, e all’altra con uno sportellino di lamiera, sospeso con una cerniera, che s’apre solo con molto sforzo dall’esterno all’interno, e fermato, esternamente, con due fili di ferro, contro i quali batte. La seconda è una specie di pinzetta, a molla, in ferro, fissata <su un’asse>, tenuta aperta con una piccola placca di lamiera, e, leggermente, trattenuta, in modo che il minimo movimento la possa liberare. Si libera un buco o una galleria, dai quali si sa che verrà la talpa, dove si mette la prima trappola, la porta aperta da quel lato; oppure si fa entrare l’estremità della seconda, con l’avvertenza di richiudere il foro… la talpa entra nella prima trappola e non può sortirne, o fa scattare la seconda… e viene compressa, e, solitamente, è uccisa dalla molla. Una noce bollita nella liscivia, e messa dentro la prima trappola, o piazzata dietro la seconda, può servire per attirarla, con il suo odore. Poiché le talpe sono golose e muoiono, quando la mangiano, si possono distruggerle mettendo quattro o cinque di queste noci nelle tane.

Si possono ancora uccidere le talpe con il procedimento seguente: si apre la terra con la vanga per due o tre pollici; vi si mette rasura di noce vomica , lasciandovela per almeno 24 ore; se la talpa la mangia, muore.

 

 

I tori

 

Scelta del maschio e della femmina, per la propagazione della specie. Il toro deve esser grosso, ben fatto e bene in carne; deve avere l’occhio nero, lo sguardo fiero, la fronte aperta, la testa corta, le corna grosse e nere, le orecchie lunghe e villose, il grugno grande, il naso corto o dritto, il collo carnoso e grosso, le spalle e il petto larghi, le reni robuste, la schiena dritta, le gambe grosse e carnose, la coda lunga e coperta di peli; l’anda­tura ferma e sicura, il pelo lucido, spesso ma dolce al tatto. Deve essere, inoltre, di un’età media, fra i tre e i nove anni al massimo; passato questo tempo è buono solo per l’ingras­saggio.

La vacca occorre che sia alta di taglia, con le corna ben stese, chiare e levigate, la fronte larga e unita, il corpo allungato, il ventre ampio, le tette bianche, non carnose ma delicate, e in numero di quattro. In genere deve essere forte e docile.


Un toro basta per venti vacche, ma non deve sopportare più di due monte il giorno. In gioventù bisogna attendere, per permettergli di propagare la specie, che abbia almeno due anni; potrà continuare questa funzione per almeno sette od otto anni. La monta comincerà in aprile e durerà fino a metà luglio, per almeno trenta vacche, senza riposo… Per metterlo in forza ed aumentarne il vigore, gli si dà, ogni tanto, orzo, veccia e avena. Si massaggia, qualche volta, il grugno, per risvegliare l’amore e la vivacità attraverso l’odorato.

Un uso non raccomandato, è quello di condurre le vacche al toro, appena ci s’accorge che vanno in calore, per la prima volta. È molto meglio attendere due anni per quelle destinate a diventare vacche da latte. Lo stesso vale per quelle che dovranno servire per aumentare la qualità della razza. Le vacche non valgono più, passati dieci anni. Si può riconoscerne l’età dal numero di nodi o cerchi che si formano alle corna, poiché ne fanno uno l’anno. La vacca è nel suo vigore da tre a nove anni, ma potrà vivere fino a venti anni.

Detti occhi.

Dal termine intraducibile, deriva il nome della toma, l’ottimo formaggio della Valle d’Aosta, della Savoia e del Delfinato.

Guazziera, o ciotola da guazzi, vaso in cui si servono in tavola i guazzi, le conserve, cioè frutte messe nello spirito, nel rosolio, nello sciroppo, come ciliegie, agriotte, arancine e simili” (Sergent).

Unità di misura, in uso soprattutto nei paesi anglosassoni, pari a mm. 2,12.

Unità monetaria in uso fin dalla Roma antica (valeva 10 assi = 2 sesterzi e ½). Subì, nell’arco dei secoli variazione di valore, anche secondo i paesi in cui circolava. Era in ogni caso una moneta dal valore relativamente basso.

In tal caso, s’allestivano dei beveroni, contenenti, oltre alla paglia trinciata, fiorume di fieno, grani tritati ed ortaggi o frutti sminuzzati.

Il solfuro.

La bassina è, in effetti, l’utensile di rame, ad asse asimmetrico rotante, impiegato per la confettatura. La spiegazione dell’autore è però esauriente: egli parla di un recipiente basso onde consentire d’attingere l’acqua anche dai ruscelli, simile alla conchiglia di capasanta che i pellegrini recavano con sé, per lo stesso uso. Il formato caratteristico consentiva, nel nostro caso, al sangue di sgorgare liberamente.

Dall’aspetto simile alla seta.

In botanica il cercine è l’operazione d’incisione anulare che abbiamo visto proporre per aumentare la produzione e la qualità della frutta.

Lolium temulentum - Graminacee, detto comunemente zizzania. Pianta molto tossica che cresce fra il grano e che quindi va separata, diligentemente, nella fase di raccolta. Provoca depressione del S.N.C. e, in animali piccoli, può portare alla morte.

Salies de Béarn si trova nella zona atlantica della Francia meridionale; Bigorre è una città dei Pirenei, in prossimità del Golfo di Biscaglia.

Botte di circa 200 litri.

Dette, in Francia, crépines.

Il peritoneo.

In Francia, androuilles.

A dimostrazione della fama della nostra maiolica il testo riporta ‘vaso di Faenza’.

Il tralcio della vite.

Città tedesca, risalente al I sec. a.C., del land Renania-Palatinato, d’origine romana; importante dal punto di vista culturale, religioso e politico. Diede i natali a Gutemberg.

La tacchina.

Detto impropriamente grano è il fagopiro, pianta erbacea delle Poligonacee, chiamata in agronomia fraina. I semi dei fiori, ridotti in farina, sono utili per preparare focacce e la nota polenta taragna della Valtellina. Tostati e bolliti, costituiscono il kasha, tipico alimento, simile ad un porridge, di Russia e Polonia, Bulgaria Ucraina (detto in modi vari, ad esempio kosè, kasa). Negli Stati Uniti d’America il kashi è definito ‘alimento nazionale ebreo’. È tanta la diffusione di questa vivanda che un detto russo sentenzia: “Shchi (minestra di cavolo) e kasha sono il nostro sostegno”.

Questo tipo di crespella è detto ‘crépe bretone’.

È indicativo come friand (ghiotto), in francese, stia ad indicare anche un dolcetto di pasta di mandorle ed una pasta sfoglia ripiena di carne trita, funghi, ecc., delle vere prelibatezze!

Viburnum prunifolium - Caprifogliacee. Il decotto era prescritto per le crisi nervose delle gravide e per le minacce d’aborto.

Il veleno con cui Socrate si dette la morte: Conium maculatum - Ombrellifere. Seccata perde la sua tossicità e diventa una buona foraggiera.

Strychnos nux-vomica - Loganiacee. Contiene stricnina: ricordiamo il vermut alla noce vomica, usato un tempo come stimolante.

Vicia sativa - Papilionacee, impiegata, in tempi di carestia per panificare: “ In carestia è buono il pan di vecce” (Proverbio popolare).

 

Tetti di stoppia

 

Metodo per preservarli dal fuoco. La stoppia copre la maggior parte dei tetti dei contadini: testimone della loro povertà, serve ad impoverirli ancor di più, quando vedranno le loro abitazioni in fuoco… È almeno consolante sapere, con certezza, che alcune piante, molto comuni, possono togliere a quei tetti la funesta disposizione ad infiammarsi. La prima è un muschio detto ‘fondo incombustibile’, che cresce abbondantemente negli stagni, alle fontane, sulle pietre dei torrenti, etc. : preserva, in effetti, le stoppie dagli attentati del fuoco… È sufficiente farne uno strato di due pollici di spessore. Il secondo è un altro muschio, una specie di barbetta, detta ‘tortula seu barbula ruralia’ (Hedw.), o ‘Bryum rurale’ (Dillen.), che si trova in gran quantità sugli alberi: steso sulla stoppia, la protegge dal fuoco, e ne garantisce una durata da cinquanta a cento anni.

 

 

La vigna

 

Metodo per preservarla dalla gelata. Consiste nell’attaccare ai pali… sei pollici sotto il giovane legno dell’ultimo anno, un pugno di fieno di palude, di foraggio di piselli, di felce, di ginestra, di giunco, di paglia o d’altre cose simili. Questa precauzione deve essere presa all’inizio della vegetazione e viene a costare da venti a quaranta franchi per ettaro, secondo le località.

 

 


Quarta parte: scienze, arti e mestieri.

 

 

 

Il color mogano

 

Procedimento seguito in Germania, per dare all’olmo ed all’acero l’apparenza del legno di mogano. Dopo aver rese piatte ed unite le tavole d’olmo o d’acero, alle quali volete dare l’aspetto del mogano, lavatele bene con un po’ d’acqua forte, diluita in acqua ordinaria; prendete qualche dramma di sangue di drago , secondo quanto n’avrete bisogno in tutto; mescolate con metà quantità di radici d’orcanetto e ¼ d’aloe, e fate fondere questi ingredienti in quattro once di spirito di vino sperimentato, per ogni dramma di sangue di drago. Le tavole secche, verniciatele con questa tintura, con una spugna, od un grosso pennello da pittore: “Acquisteranno – è assicurato da coloro che se ne sono serviti – le sembianze del mogano, in maniera da ingannare l’occhio degli osservatori più scrupolosi ed attenti”.

 

 

L’acciaio

 

Metodo per incidere l’acciaio. Si scalda l’acciaio e si frega con cera bianca, in maniera che ne resti uno strato uniforme di circa una linea. Si scrive quindi con una piuma che penetri fino all’acciaio e si versa sull’incisione un poco d’aceto, nel quale si è sospeso sublimato corrosivo ; due minuti dopo si espone l’acciaio ad un dolce calore, per eliminare la cera, e si apprezzerà ben distintamente l’incisione.

Il vetro si può incidere pressappoco alla stessa maniera. Dopo aver ben sgrassato uno specchio o un altro tipo di vetro, si ricopre con la cera; quando è fredda, si traccia il disegno che si vuole, in maniera di penetrare fino al vetro, come s’è fatto nell’esperienza precedente; si mette poi nell’acido solforico e si cosparge di calce spenta; si scalda, per un certo tempo, il vetro in latte caldo, per levare la cera, e si trovano tutti i tratti incisi.

 

 

Zucchero da barbabietole

 

S’immagina che per estrarre lo zucchero dalle barbabietole servano un’infinità di passaggi, con i loro vantaggi e svantaggi: noi vi daremo qui il procedimento del professor Gottling, il più semplice e meno dispendioso.

Si tagliano le radici di barbabietola in fette longitudinali, più fini possibile, e si fanno seccare su graticci, dentro una stufa. Quando sono ben secche si mettono, una a fianco all’altra in una piccola quantità d’acqua fredda, lo zucchero passa in quell’acqua, ancor prima che questa rammollisca del tutto le barbabietole. Allora, si estrae l’acqua per l’evaporazione e lo zucchero cristallizza…

La marcia può essere impiegata per nutrire il bestiame e i volatili, non prima d’averla fatta rammollire.

 

 

Amido di patate

 

Per ottenerlo si prendono patate crude, ben lavate e si riducono a pasta con una raspa. Si lava la pasta in una gran quantità d’acqua, che si agita forte, e si versa la miscela su un setaccio di crine, posto su un vaso atto a ricevere l’acqua. Lasciando riposare, l’amido precipita sul fondo. Si diluisce di nuovo, più volte, finché l’acqua di lavaggio sorte assolutamente limpida. Si decanta, per inclinazione. Si lascia, poi, asciugare l’amido, allo scopo di conservarlo per l’uso.

 

 

Argento fulminante

 

Fare sciogliere argento puro in acqua forte, diluita con un poco d’acqua; aggiungendo acqua di calce: il metallo precipita di nuovo. Dopo aver filtrato, e seccato, si mette sulla polvere un po’ d’ammoniaca liquida, e s’otterrà una polvere nera: l’argento fulminante.

Questo prodotto è molto più pericoloso dell’oro fulminante; detona con molto più violenza e basta un contatto, lievissimo, o una goccia d’acqua posta sulla sua superficie, perché esploda…

 

 

Le blatte

 

Come distruggerle. I coltivatori impiegano vari metodi, per distruggere questi insetti, fra cui quello di mettere un’asse, sollevata di due linee, sulla quale queste si rifugeranno per mangiare l’impasto avvelenato che è stato messo sotto, ma la distruzione maggiore viene fatta da topi, gatti e donnole.

 

 

Il frumento

 

Come impedire che germogli, alla base, in anni piovosi.  La germinazione del grano, alla base, negli anni piovosi, è una calamità cui è importante porre rimedio. Ecco, a questo riguardo, un procedimento che può essere impiegato solo per i piccoli raccolti. Quando il frumento è maturo, si fa la mietitura, e, via via che si taglia, si lega in piccoli fasci, che si sospendono, due a due, possibilmente senza toccarlo, su pertiche, a due piedi da terra, la spiga rivolta in basso, affinché l’acqua, scivolando sulla paglia, non penetri nel grano, e che l’umidità che si libera dal suolo, non favorisca la germinazione. Il primo giorno bello, che seguirà a tale operazione, si portano i covoni in granaio e s’espongono ad una corrente d’aria per farli seccare. Quindi il grano si batterà prontamente e si porrà su graticci, se si crede che non sia, assolutamente umido.

Come seccare e conservare il grano. Il metodo migliore per seccare il frumento è di metterlo in una stufa di 40-50 piedi di lunghezza e 12-15 di larghezza. Si sistemano, alle due pareti laterali, tasselli di legno o di ferro, per sostenere il castello di legno, munito di teli, a larga trama e ben tesi: la stufa deve essere alta sette od otto piedi, e i graticci devono trovarsi a 12-14 pollici, in modo d’avere, al massimo, cinque file di tasselli, e per consentire al calore di diffondersi uniformemente. Si mettono nella stufa due tubi di ghisa, uno ad ogni estremità, disposti in modo che attraversino la stufa, in senso contrario da una parte all’altra. Si pone poi il telaio sui tasselli, e si stende il grano, per lo spessore di una moneta da sei franchi, circa. Si accende il fuoco sotto i due tubi, lasciando il frumento per 24 ore, finché sarà ben asciutto. Cosa, che si può riconoscere, quando, mettendone qualche grano sotto i denti, questi si spezzano di netto, e la fenditura appare ben secca.

 

Il discorso prosegue su come conservare il grano in contenitori di legno o sacchi.

 

Come preservare il grano dalla carie, dal carbonchio, dalla volpe e da altre malattie. La calcinatura è il metodo più utile, conosciuto ed impiegato da tutti, ma, in genere, mal eseguito. Ecco come si deve agire. Si mettono 250 libre d’acqua su 20 libre di calce, e si lascia a riposo per un giorno, agitando di tanto in tanto con un bastone; per servirsi di quest’acqua, si dovrà far depositare la calce che non si è sciolta, e decantare il liquido limpido che sovrasta il deposito. A questo punto si versa nel contenitore che contiene il grano. Le dosi che abbiamo dato sono sufficienti per calcinare otto sestari di frumento. In seguito si fa seccare all’aria o in stufa. Questo procedimento è migliore di quello che consiste nel fare ammollare il grano nell’acqua dove si è stemperata la calce, in maniera di formare un miscuglio che non porta nessun vantaggio per la conservazione, poiché ha l’inconveniente che il grano, seccando, si ricopre di una pellicola bianca che, portata dal vento sugli occhi e nella bocca di chi semina, occasiona malattie gravi agli occhi, tosse ed affezioni al petto assai sgradite.

Procedimento per correggere la cattiva qualità del grano avariato. Le cattive caratteristiche che le annate piovose e lunghi trasporti conferiscono al grano, possono essere corrette od eliminate con diversi procedimenti.

Si fanno bollire tre libre di potassa commerciale in una quantità d’acqua sufficiente per far restare a galla cento libre di grano. Si versa questo liquido bollente sul grano e si lascia a riposo, per mezz’ora, quindi s’agita forte: l’acqua assume un colore bruno scuro, dovuto all’abbondante dissoluzione o sospensione delle parti distrutte nella fermentazione. Si cola, lavando il grano con acqua fresca, finché diverrà incolore, agitando energicamente qualche volta, per eliminare, più facilmente, ciò che è rimasto attaccato alla scorza. Il grano è sgocciolato per 24 ore, o, meglio ancora, seccato all’aria, in stufa o nel forno dopo che è stato levato il pane. Con questa lavorazione, il grano perde, non solo il cattivo odore, ma anche l’acredine, che si fa sentire in gola, ed acquista un gusto piacevole d’avena, proveniente, con ogni probabilità, dall’effetto del calore al quale è stato esposto. Fornisce una farina di un bianco-rosato, quasi inodore, che dà un buon pane, nutriente, con odore non diverso a quello del pane comune. La diminuzione di peso, che avviene con quest’operazione, è di 12-15 libre per cento.

Come preservare il grano dall’attacco del punteruolo . Un fittavolo, i granai del quale formicolavano di punteruoli, informato, per caso, di coprire l’ammasso del suo raccolto con rami di sambuco, fu felicemente sorpreso, l’indomani, nello scoprire che erano spariti tutti gli insetti. Questo metodo profilattico, semplice ed efficace, li aveva fatti scomparire del tutto, senza traccia anche sui muri vicini.

Altro sistema. Ecco un metodo utilizzato per ottenere, con successo, la distruzione dei punteruoli, nei granai pubblici di Berlino. Questi insetti usano lasciare i cumuli di grano, quando si rivoltano, verso la fine di settembre, per ritirarsi sulle strutture di legno, dove si trasformano in crisalidi. A Berlino, si mise, allora, sopra le tavole di legno e sui muri dei granai o dei magazzini, il grasso vecchio, usato per ungere le ruote delle vetture, o la trementina. Le larve, arrampicandosi sui muri o sulle tavole ingrassate, s’invischiarono, senza potersi liberare e morirono con le loro larve.

 

 

Il legno

 

Come renderlo incombustibile. Fate sciogliere terra silicea nell’alcali caustico , e stendete il liquido ottenuto sul legno; potrete in seguito buttarlo sul braciere più ardente senza che il fuoco possa aggredirlo.

Modo di preparare il legno verde, per carpenteria, in maniera che si possa utilizzare immediatamente. Dopo aver separato il legno dal ceppo, levate subito la corteccia ed anche la scorza interna, per qualche tipo di legno. Selezionatelo per l’uso che ne vorrete fare: coperture di tetti, travetti, tavole, opere di falegnameria, etc. Fatelo poi temperare qualche giorno nell’acqua di calce e imbibire bene con forte latte di calce . L’inventore di questo procedimento riferisce di essersene servito per molti anni, per demolire e ricostruire barche vecchie o recenti, per le quali aveva fatto uso di buon legno per falegnameria, d’abete di Scozia, ma non aveva mai trovato un pezzetto di quel legno marcio, o mangiato dagli insetti, per poco che questo fosse stato impregnato di calce e tenuto asciutto. Trovò al contrario quel legno, più duro e solido, di quando l’aveva impiegato per la prima volta.

Procedimento per aumentare la forza del legno per carpenteria. I signori De Buffon e Duhamel hanno osservato e constatato, mediante una serie d’esperienze, che togliendo la corteccia agli alberi destinati a dar legno per carpenteria, qualche mese prima di tagliarli, questi aumentano la loro solidità, e forza, di un sesto: quest’operazione si deve fare al momento che l’albero è in pieno vigore (al massimo nel mese di maggio, per quelli che saranno tagliati in autunno).

 

 

Bronzi dorati e argenteria

 

Metodo per pulirli e conservarli. Quando un pezzo è stato intaccato da cera o grasso, bisogna lasciarlo nell’acqua bollente, finché queste sostante siano fuse. Dopo averlo ben asciugato, prendete del bianco di Spagna diluito in acqua, e sfregate con uno spazzolino, finché non si vedano più macchie d’ossida­zione o d’altro genere. In seguito, con un’altra spazzola, passate il bianco rimasto nelle filettature o sulle parti sagomate e con cencio asciutto, asciugate l’oggetto, che riprenderà la sua originaria politura.

Per le dorature. Servitevi di una spugna fine, per fregare con vino o aceto l’oggetto macchiato. Fate seccare bene, al sole, o davanti al fuoco, e, con uno straccio morbido ed asciutto, asciugate solo le parti chiare e polite. La spugna basterà per rendere alle altre parti la vivacità primitiva.

Per dare colore ad un bronzo, o a statue in pietra. Trattate intensamente la figura con colla di pesce; strofinate la superficie con quel pennellino che i pittori chiamano ‘da telaio’, con la cura di ripulire dalla colla, finché è ancora morbida; mettete a seccare, quindi prendete un po’ d’olio sigillante, chiamato colla d’oro , ben limpido, e, in piccolissima quantità, che basti appena ad umettare il pennello, passate sulla figura, in maniera che vi resti la colla bastante per renderla lucente. Piazzate l’oggetto in un luogo secco e sotto l’effetto del fumo, per 48 ore, e finirà per essere bronzato.

Il bronzo, che è una polvere quasi impalpabile, composta di più metalli, (che potete trovare presso tutti i venditori di colore) deve essere applicato, sfregando leggermente con cotone. Dopo averlo passato sull’intera figura, si lascerà riposare un giorno, quindi si spazzolerà con un pennello morbido e asciutto… In questa maniera la figura sembrerà esser composta di quel metallo, ed avrà la caratteristica di resistere all’acqua.

 

 

Le matite

 

Come si fanno le matite rosse per il disegno. Si prende della sanguigna , pestata e ben gramolata. Ridotta a polvere ben fine, si diluisce in molta acqua, e si lascia riposare qualche minuto, in modo che la polvere più grossa precipita. Si separa l’acqua che ha ancora sospesa la polvere più fine, e si lascia in un vaso per 24 ore. Durante questo tempo si deposita una polvere impalpabile, che si raccoglie, dopo aver versato, con delicatezza, l’acqua che la sovrasta, e si fa seccare. Si prende un’oncia di tale polvere e si gramola assieme a 24 grani di gomma arabica , in precedenza sciolta in un poco d’acqua; si fa seccare la pasta ottenuta, a dolce calore, finché avrà la consistenza del burro. A questo punto si formano dei cilindretti lunghi due pollici e di 2-4 linee di spessore. Se si vuole che le matite abbiano una maggiore durezza, s’impiegano 28 grani, in luogo di 24, di gomma arabica per ogni oncia di sanguigna. Queste matite, pur essendo solide, non sono molto dure, è sono adatte per il disegno; … se si vogliono ottenere matite brillanti, ci si serve della colla di pesce, in luogo della gomma arabica: se ne impiegano 30 grani per ogni oncia di sanguigna. Quando si fanno le matite, in gran quantità, si modellano a cilindro passando la pasta, ancora molle, attraverso l’apertura di una siringa, proporzionata alla grossezza che si desidera ottenere.

 

Il cemento

 

Composizione di un cemento che resista all’azione del fuoco e dell’acqua. Prendete mezza pinta di latte, mescolata con una pari quantità d’aceto, per far coagulare il latte. Separate la cagliata dal latticello, e mescolatela con l’albume, ben sbattuto, di quattro o cinque uova. Alla miscela, aggiungete calce viva setacciata, ed amalgamate il tutto fino ad ottenere una pasta della consistenza della ‘potée’ (piombo o stagno calcinati). Si applica questa specie di mastice sui corpi fratturati, o sulle incrinature e, seccato convenientemente, resisterà all’acqua ed al fuoco.

Cemento per riunire frammenti di specchi rotti, porcellana, terracotta, etc. Prendete due once di buona colla e fatele stemperare, per una notte, in aceto distillato. L’indomani fate bollire. Pestate uno spicchio d’aglio, con mezza oncia di midolla di bue, in modo da formare una polpa delicata, che passerete attraverso tela, strizzando, ed aggiungerete alla colla ed all’aceto. A parte, prendete una dramma, per ogni cosa, di gomma sandracca, trementina, gommoresina di Persia (sarcocolla o colla chiara) , mastice in polvere. Ponete il miscuglio in una bottiglia con un’oncia di spirito di vino, ben rettificato, tappatela e lasciatela a riposo per tre ore, su un fuoco dolce, agitandola frequentemente. Mescolate poi i due liquidi, sempre a caldo, con un bastone o un cucchiaio, finché l’umidità sarà, in parte, evaporata. Levate allora il composto dal fuoco e sarà pronto per l’uso.

Quando si vuole applicare questo cemento, va stemperato in aceto e fuso, in un vaso adatto, a calore moderato. Se si devono cementare pietre, conviene mescolarlo con un po’ di tripoli o di gesso polverizzato; se si vuole aggiustare uno specchio, con vetro polverizzato.

Cemento orientale per unire vetro, metalli, etc. In Turchia, i gioiellieri, che sono principalmente Armeni, hanno un curioso metodo, per ornare i cofanetti pregiati od altri oggetti: prendono pietre preziose o diamanti e li incollano al di sopra molto semplicemente. La pietra è piazzata in argento od oro; si appiattisce la parte inferiore del metallo, o lo si fa corrispondere con la parte in cui deve essere attaccato; si scalda leggermente e si applica la colla, la forza della quale è tale che le parti riunite non possono più separarsi. Tale colla può essere impiegata in altri casi: serve anche per far aderire tenacemente pezzi di vetro, d’acciaio polito. Ecco come si prepara: si fanno sciogliere cinque o sei pezzi di mastice, grossi come un pisello, in pari peso di spirito di vino, per liquefarli. In un altro vaso si fa sciogliere altrettanta colla di pesce con rum od acquavite, che serve per ottenere due once di colla forte. Si avrà cura di stemperare prima la colla di pesce, in acqua, finché gonfierà e fonderà. S’aggiungono poi due pezzetti di galbano o di gomma ammoniaco , che si deve pestare e agitare finché si scioglie. Allora, con l’aiuto del calore, si compone la miscela finale. Va conservata in una boccetta tappata e, quando ci se ne vuole servire, si liquefa nell’acqua calda.

La doratura

 

Arte di dorare il ferro o l’acciaio. Sciogliete in acqua regia, con l’aiuto di un calore moderato, altrettanto oro, fino a saturarla; aggiungete crema di tartaro e formate una pasta. Si umetta con acqua o saliva un pezzo di ferro o acciaio, come la lama di un coltello o di un rasoio, e si sfrega con questa pasta: assumerà subito una colorazione dorata magnifica. Dopo andrà solo lavato in acqua fredda. Se si desidera fare una doratura più spessa, si applica una foglia d’oro, e si polisce con vigore, finché la foglia sarà ben aderente al primo strato.

Come formare le lettere d’oro, sulla carta, per abbellire la scrittura. Polverizzate una certa quantità di gomma ammoniaco e scioglietela in acqua, assieme a gomma arabica e succo d’aglio: si forma un liquido lattescente col quale traccerete con un pennello, o scriverete con una piuma, sulla carta, o carta velina, le figure o le lettere che volete incidere. Lasciate seccare la carta e, dopo un po’ di tempo, soffiatevi sopra fino ad inumidirla, ed applicate, subito, le foglie d’oro sulle parti del foglio in precedenza tracciate, nel verso che porta i segni della scrittura; premete dolcemente sulla carta con un rullo da stampa, cotone, o cuoio morbido. Quando la carta sarà asciutta, cosa che richiede un certo tempo, oppure per effetto di un leggero calore, passatevi, leggermente, un pennello o uno chiffon leggero, per eliminare l’oro in eccesso… e vi si offrirà una buona parvenza d’oro.

 

 

L’acquavite

 

Modo per dare all’acquavite novella le qualità di una stagionata. Versate in una bottiglia d’acquavite novella cinque o sei gocce d’alcali volatile, e agitate bene. L’acquavite perde così l’acidità residua e prende - felice cambio - il gusto di una assai vecchia. Un altro modo, valido per tutti i liquori, è di esporli al freddo, ad esempio, interrandoli nella neve.

Acquavite di patate. Scegliete patate molto farinose, fatele cuocere a vapore, tritatene e pestatene 200 libre con 12-14 libre d’orzo mondo ridotto in farina, aggiungendo, al bisogno, un poco d’acqua calda. Quando le patate saranno perfettamente amalgamate con la farina, diluite con 100 litri d’acqua calda, nella quale si possano, però, tenere le mani. Dopo aver miscelato per 8-10 minuti, aggiungete molta acqua, più calda della prima. Coprite il recipiente il meglio possibile, perché non passi l’aria e lasciate a riposo per tre o quattro ore. Allora, per l’ultima volta, aggiungete 100, o meglio 200 litri d’acqua fredda e calda, mescolando in modo che la miscela raggiunga una temperatura simile a quella di un bagno ordinario e mezzo litro circa di lievito di birra o l’equivalente… Coprite la tinozza e lasciate fermentare tranquillamente. Il processo terminerà in meno di 36 ore, se l’operazione è stata condotta bene. Si tratterà, allora, di versare il contenuto della tinozza in un alambicco… Distillando, s’otterranno circa 45 litri d’acquavite a 18-19°, in verità mediocre, come tutte le acquaviti di patate, non fabbricate con tutta la perfezione che si può apportare in una produzione ben organizzata, e nemmeno adatta per essere messa in commercio.

 

 

La scrittura

 

Come cancellare lo scritto. Quando la scrittura è fresca, si può togliere completamente con acido muriatico ossigenato. La carta deve esser bagnata più volte con l’acido, e, in seguito, lavata con bianco di calce, per neutralizzare l’acido che può essere rimasto sulla carta, che l’indebolirebbe. Ma, se lo scritto è da molto tempo sulla carta, ciò che s’è indicato, potrebbe diminuire l’efficacia del metodo. Occorrerebbe allora lavare la carta con fegato di solfo (solfuro d’ammonio), prima d’applicare l’acido. L’operazione si farà con un pennello di crine.

Metodo per ravvivare la scrittura sulla pergamena. Mettete la pergamena scolorita dal tempo in un secchio d’acqua di pozzo, molto fresca: toglietela dopo un attimo, e mettetela sotto la pressa, fra due fogli di carta, per impedire che ritiri, seccando. Se, una volta seccata, non sarà ancora leggibile, ripetete l’operazione, fino a tre volte: l’inchiostro tornerà al suo stato primitivo, e la pergamena acquisterà un colore uniforme.

Altro modo per ravvivare le scritture antiche. Prendete una bacinella d’argilla verniciata, che contenga, circa, tre ‘chopine’, misura di Parigi. Vi si metteranno tre piccole noci di galla, ridotte in poltiglia assieme a cipolla bianca, di cui non solo s’è tolta la prima pelle, ma anche quella specie di cuoio che le riveste subito sotto, e che va tagliata in pezzetti assai fini. Vi si pone poi acqua comune fino a ¾ del recipiente. Dopo aver bollito tutto insieme, per una buon’ora e mezzo, si passa per tela, spremendo un poco le cipolle, per estrarne il succo. Il liquore ottenuto si filtra ancora attraverso un panno dalla trama più stretta, e si lascia raffreddare, prima di metterlo in una boccetta. Va osservato che questo liquido, freddo, assomiglia ad uno sciroppo d’orzata, ma, scaldandolo per farne uso, ritorna molto chiaro.

Quando il composto è sul fuoco, si può aggiungere dell’allume cristallizzato, tanto quanto una nocciola, con l’avvertenza di schiumare, durante l’ebollizione. Ecco la maniera di servirsi di quest’acqua: presa la quantità che serve, in un tegamino o in un cucchiaio alla fiamma di una bugia, si scalda fino all’ebolli­zione; si bagna una carta o uno straccetto bianco, e si passa sullo scritto che si vuole ravvivare, o solo sui caratteri sbiaditi. Si espone poi al fuoco lo scritto, per favorire la penetrazione del liquido. L’inventore di questo secreto assicura d’averlo provato con successo, su due testi del XIII e XIV secolo, del tutto sbiaditi; servirà dunque, non soltanto alle genti di lettere, ma a tutti coloro che devono sfogliare manoscritti antichi, carte e vecchi atti.

 

 

Inchiostro

 

Inchiostro nero. Gettate in 800 grammi d’acqua bollente, 50 grammi di noci di galla pestate, fate infondere per 24 ore e passate attraverso una tela. Aggiungete 25 grammi di vetriolo verde e altrettanta gomma arabica; passate di nuovo ed addizionate 1 grammo d’olio volatile di lavanda. Questo composto è l’inchiostro. Si può ottenere buon inchiostro, anche triturando e passando ad un setaccio di seta finissima, le sostanze secche su indicate: s’ottiene, mescolandoli nelle solite proporzioni, una polvere che, diluita nella quantità d’acqua necessaria, è un ottimo prodotto.

Come scolorire l’inchiostro nero. Si può assicurare, per un’esperienza assai curiosa, che l’inchiostro deve il suo colore al ferro; per questo si versa acido nitroso nell’inchiostro, che diventerà, istantaneamente, bianco, trasparente, perché l’acido ha sciolto il ferro… Se, in seguito vi si versa un alcale, l’acido si combina a questo, lo libera e ridona all’inchiostro il suo colore nero.

Inchiostro bianco, adatto per scrivere sulla carta nera. Ve ne sono due tipi, uno più semplice ma meno pregiato, l’altro, composto di più ingredienti ma migliore. Per fabbricare il primo, basta mettere bianco di piombo, ben polverizzato, in acqua gommata, facendo un inchiostro, né troppo spesso, né troppo fluido. Quanto al secondo tipo, si prendono dei gusci d’uovo, ben lavati e liberati della pellicola interna. Si pestano sulla piastra di marmo e si pongono in un vasetto riempito d’acqua pulita; quando la polvere si deposita sul fondo, si decanta l’acqua e fa seccare la polvere al sole, in una bottiglia. Volendone farne uso, si prende un po’ di gomma ammoniaco, purissima, e si fa fondere, per una notte, in aceto distillato; l’indomani mattina, si troverà di un gran bianco: si passa attraverso tela e s’unisce alla polvere di guscio in sufficiente quantità, per avere un inchiostro bianchissimo.

Inchiostro rosso. Per farlo, si prendono quattro once di legno del Brasile , che si fa bollire per un buon quarto d’ora, in una pinta d’acqua, aggiungendo, alla fine, allume, gomma arabica e zucchero candito, e facendo bollire ancora per un quarto d’ora. Questo inchiostro si conserva a lungo e, più è vecchio, più diventa rosso.

Inchiostro blu. Si prepara diluendo indaco e bianco di cerussa in acqua gommata.

Inchiostro giallo. Basta prendere zafferano, grana d’Avigno­ne o gomma gutta , disciolti assieme in acqua gommata.

Inchiostro verde. Si fa con grana di spinocervo, bollita in acqua, dove s’è sciolto un po’ d’allume di rocca.

Come rendere leggibile la scrittura alterata dal tempo. L’altera­zione è dovuta alla scomparsa del tannino e dell’acido gallico. Si può ristabilire la scrittura se, con un pennello molto fine, s’inumidisce leggermente la scrittura con una decozione di noci di galla, ben carica.

Si ottiene il solito risultato, passando sulla scrittura una soluzione d’idrocianato di potassio, seguito da acido cloridrico, diluito in acqua. In ogni caso, quando la scrittura torna visibile, vi s’applicherà sopra un foglio di carta filtro, spugnando leggermente, per assorbire l’eccesso del liquido. Ciò deve esser fatto ogni volta che si bagna la carta, per far rifiorire la scrittura; senza questa precauzione, il reattivo sparge il colore dappertutto, denaturando lo scritto.

Inchiostri simpatici. Si chiamano inchiostri simpatici, o di simpatia, alcuni liquidi che, soli, allo stato naturale, sono incolori, ma che, con l’aggiunta di un altro liquido o per qualche circostanza particolare, prendono colore, di vario tipo. La chimica ci presenta un gran numero di questi liquidi: noi vi faremo conoscere i principali e più curiosi.

1° Scrivete con una soluzione di vetriolo verde, nella quale avete aggiunto un po’ d’acido. Questa soluzione appare incolore e non si vedrà lo scritto; se vorrete farlo apparire, mettete in un’infusione di galla in acqua, la vostra carta e la scrittura riapparirà subito…

2° Se volete che l’inchiostro compaia blu, dopo aver scritto con la soluzione di vetriolo verde, umettate la scrittura con il liquido seguente: incorporate, con un carbone ardente, 4 once di nitro e 4 di tartaro, mettete il composto nel crogiolo, coperto, ma con piccolo foro di sfiato, con 4 once di sangue di bue secco; calcinate a fuoco moderato, finché non esca più fumo, quindi arrostite moderatamente. La materia rimasta, mettetela, ancora incandescente, in una pinta d’acqua: si scioglierà, facendo bollire l’acqua, che va ridotta alla metà. Se umetterete con questa la scrittura tracciata come sopra, otterrete subito un bel colore blu…

3° Sciogliete bismuto in acido nitroso, e scrivete con questo liquido. Per farlo apparire, servitevi del liquido seguente: fate bollire una soluzione d’alcali forte, fissato su polvere di solfo finissima… ne risulterà un liquido che emana un odore sgradevole. Esponete a questi vapori lo scritto, e comparirà l’inchio­stro nero.

4° Fra tutti gli inchiostri simpatici, il più curioso è quello fatto col cobalto. Ha la caratteristica fenomenale di far sparire e ricomparire, alternativamente e a piacere, caratteri o disegni, scritti con esso. È una caratteristica peculiare, poiché gli altri inchiostri simpatici sono, in verità, invisibili, tanto che occorrono ingredienti diversi per farli comparire, e, una volta, apparsi non scompaiono più; al contrario del cobalto che compare e scompare pressoché tutte le volte che si vuole.

Per fare quest’inchiostro, si prende zaffera , che trovate presso i droghieri, fatela digerire in acqua regia, finché si scioglie la terra metallica di cobalto, che, concentrata, colora la zaffera in blu. Diluite la soluzione, molto caustica, con acqua comune e servitevene come inchiostro per scrivere sulla carta. I caratteri saranno invisibili, perché la soluzione non ha un colore netto; ma se la esporrete al calore sufficiente, appariranno i caratteri verdi; quando la carta raffredderà, essi spariranno di nuovo. Va detto però che, se si scaldasse troppo la carta, essi non sparirebbero più.

Inchiostro simpatico oro. Una soluzione satura di nitro-muriato d’oro , diluita in due o tre volte il suo volume d’acqua, dà uno scritto che cessa d’essere visibile seccando. Per renderlo visibile basta esporre il foglio per circa tre ore al sole.

Alcuni di questi inchiostri si usano per scherzi di società.

Per rendere gli inchiostri indistruttibili, il metodo più sicuro e semplice è di miscelarli con un poco d’inchiostro di China.

Inchiostri simpatici di colori diversi. Sappiamo che sciogliendo oro, si forma un inchiostro simpatico detto porporino ; che la grafite di cobalto , preparata con sale marino, nitro o sal di tartaro, può dare inchiostri verdi, rosa e porpora; che dalla zaffera s’ottiene un inchiostro verde e che la soluzione di vetriolo, ravvivato con blu di Prussia , dà un colore blu; mentre sciogliendo argento si avrà un colore ardesia. Tutti questi procedimenti sono dispendiosi, mentre i seguenti hanno il vantaggio d’essere poco costosi e di fornire colori altrettanto vivi. Lo sviluppo dei colori si fa con succhi vegetali, concentrati per infusione, triturazione e spremitura, di viole del pensiero o d’astri della Cina . Per esempio, se si vuole che lo scritto compaia verde, si fa sciogliere, in una piccola quantità d’acqua di ruscello, sal di tartaro bianco, il più secco che ci si può procurare: si scrive con questa soluzione e l’acqua di viole ci darà un bel verde. Se invece si vogliono far apparire lettere rosse, si prende vetriolo puro, o, meglio, spirito di nitro diluito in otto o dieci parti d’acqua. Per scrivere in violetto si spreme il succo di limone e si conserva in una boccetta ben tappata; l’inchiostro simpatico giallo, si prepara con le foglie di un fiore detto comunemente fiorrancio , stemperate, per sette od otto giorni, in buon aceto bianco distillato. Si pressa il tutto e l’acqua chiara che s’estrae si conserva in una bottiglia ben tappata.

 

 

Il fuoco

 

Maniera per cavare il fuoco da ogni parte del corpo. Prendete una tavola di legno di un piede, in lunghezza ed in larghezza, fatela scaldare brevemente, e spalmatela, da un lato, con una resina che avete fatto fondere. Quando lo strato di resina sarà freddo, fate montare, sul lato del legno trattato, una persona, vestita d’abiti ben asciutti, e fregate gli abiti con l’aiuto di una pelle di gatto o di coniglio, ben secca. Le dita dei circostanti, avvicinate a diversi punti degli abiti, emaneranno scintille assai vive. Perché l’esperienza riesca è necessario che la persona e i suoi abiti non tocchino alcun corpo. Si possono mettere tre o quattro piedi all’assicella, per alzarla da terra.

Si può variare quest’esperimento, per renderlo più incisivo. Per esempio fate salire due persone su due tavolette trattate con la resina, in modo che una possa massaggiare l’altra, e gli spettatori, avvicinino le dita sia a quella che massaggia, sia a quella che è massaggiata: da entrambe riceveranno le scintille. La persona che sfrega può rimanere sola sulla tavoletta, e massaggiare una o più persone: solo essa emanerà le scintille. Se le scintille non sono visibili alla luce del sole o al chiarore di una bugia, si farà l’esperienza al buio. Se la persona isolata tiene in mano un fascio di capelli o di fili d’ottone finissimi, legati assieme ad un’estremità, questi fili si separeranno, mentre torneranno uniti se vi avvicinerà le dita una persona non isolata; il contrario avviene se i fili sono tenuti in mano da chi non è isolato, quando chi è isolato vi avvicina le dita…

Se la persona isolata è molto elettrizzata e a testa nuda, i capelli un po’ corti e non impomatati, al momento che un’altra persona vi poserà una mano, o, ancor meglio, una placca di metallo forata, a sette otto pollici sopra la sua testa, si vedranno drizzarsi…

Occorre prestare attenzione a non far uscire le scintille dagli occhi, o da altre parti delicate del viso della persona elettrizzata, né lasciarsi colpire da esse nei soliti luoghi: potrebbero sopravvenire gravi accidenti.

Spiegazione del fenomeno. Tutti i corpi in natura possiedono un fluido particolare detto fluido naturale, che normalmente non manifesta alcuna proprietà. Questo fluido è composto d’altri fluidi, uno detto positivo, l’altro negativo; quello positivo prende anche il nome di fluido vetroso e l’altro di fluido resinoso, poiché sono stati, per la prima volta, distinti con il vetro e con la resina. I due fluidi si decompongono con estrema facilità, ma cercano di ricostituirsi. È sufficiente massaggiare una persona, posta su una tavola resinosa, per sviluppare uno o l’altro dei due fluidi. Ugualmente basta avvicinare le dita della persona elettrizzata che si ricompongono. Se non lo fanno, danno luogo alle scintille, e provocano una sensazione del tutto particolare, che è dovuta all’elettricità.

 

 

La latta

 

Come dare agli utensili di latta le qualità dell’acciaio. Il procedimento consiste nel mettere gli oggetti di latta in recipienti di metallo e ricoprirli bene d’ossido di ferro, sia nativo, che artificiale, o meglio di sabbia che lo contenga. I contenitori si sistemano poi in un forno, che si scalda molto.

Gli articoli di coltelleria ottenuti con questo procedimento, possono ricevere una politura uguale a quella del miglior acciaio fuso. Il taglio sarà perfetto: i migliori operai siderurgici faranno fatica a distinguerli…

 

 

I fulmini

 

Come farli cadere. Costruite un aquilone in taffettà che sia attraversato per tutta la lunghezza da un triangolo di ferro, collegato alla cordicella, che serve a lanciare l’aquilone. La cordicella deve essere in canapa, ma dotata per tutta la lunghezza da un filo d’ottone, per facilitare la conduzione elettrica. L’estre­mità della cordicella è rifinita con una cordella di seta di qualche piede. Peggiorando il tempo, si lancia l’aquilone, e, quando questo s’avvicina alle nuvole, si vedranno scintille liberarsi dal filo d’ottone. Questa esperienza può essere pericolosa se il fluido elettrico di chi l’esegue è abbondante: potrebbe morire.

 

 

Gas

 

Come ottenere l’idrogeno. Mettete, dentro una fiala, una o due once d’acqua, e versate, poco a poco, agitando, mezza o un’oncia d’acido solforico (olio di vetriolo); quindi qualche pezzetto di zinco, o, in sua mancanza, filo, limatura o chiodi di ferro. Adattate il tubo d’uscita, disponendo l’apparecchio di conseguenza. L’idrogeno ottenuto proviene dall’acqua, poiché lo zinco, il ferro, e l’acido solforico non ne contengono <sic!>.

Proprietà. L’idrogeno puro è gassoso, trasparente come l’aria, senza odore e sapore. È il più leggero di tutte le sostanze note: pesa 246.356 volte meno dell’aria; è circa 13 volte più leggero dell’aria . Da qui, i palloni aerostatici con l’aiuto dei quali ci si può alzare nei cieli; un pallone che contiene una libra d’idrogeno, non deve, quindi, pesare più di 12 libre.

Se prendete una campana piena d’idrogeno e presentate al suo orifizio una bugia accesa, il gas s’infiamma, con un leggero rumore, e dà una fiamma rossa, pallida e di debole intensità.

(L’ossigeno). Prendete, ora, una campana piena d’ossigeno, applicate il palmo della mano sull’apertura, volta verso l’alto, accendendo una bugia od un fiammifero, e lasciate bruciare per qualche istante; poi, spegnete in modo di lasciare un piccolo tizzo rosso. Mettendolo nella campana, essa s’incendia, con una luce viva ed un piccolo rumore… L’ossigeno proviene dalla decomposizione del perossido di manganese , e, esaminando il residuo con i metodi che conosciamo, si ritrova l’acido solforico impiegato . Si può vedere, con quest’esperimento che l’ossigeno trattiene la combustione, poiché brucia i corpi semplici, cioè quelli combinati con l’acqua, con liberazione di calore e luce, o almeno calore; per questo è detto corpo comburente mentre tutti gli altri, corpi combustibili. Senza questo gas, noi non potremmo accendere il fuoco, o rischiararci la notte. Gli animali e le piante non esisterebbero, poiché è il solo corpo che trattiene la vita. Tuttavia, se si respira puro, produce una viva eccitazione degli organi, che andrà a danneggiare, se s’inala per molto tempo così. L’Artefice della Natura ha regolato la sua azione, mescolandolo nell’aria, con quattro parti di un altro gas, che possiede proprietà diametralmente opposte.

 

 

Illusioni ottiche

 

Le esperienze più semplici dimostrano le alterazioni della visione. Guardate la luce di una candela, con gli occhi aperti, poi con un solo occhio; la luce, vi sembrerà spostata. Premete con le dita uno degli occhi, in modo di disturbarlo leggermente: la luce vi sembrerà più flebile. Gli oggetti troppo vicini o lontani all’occhio si percepiscono confusi e fanno nascere innumerevoli e bizzarre illusioni: sembreranno più grandi o più piccoli di quello che sono realmente. Solo dopo un lungo adattamento l’uomo può ben giudicare le distanze: chi ha subito l’opera­zione delle cateratte solo molto tardi, ha creduto, per molto tempo, che i corpi toccassero gli occhi. Se si piazza vicino, la metà di una lunga linea retta, si crede di vederla curvare a destra e a sinistra, come una curva il cui asse passa per l’occhio. Un cerchio piazzato orizzontale ma guardato obliquamente, sembra ovale o ellittico; se la figura è un poligono regolare, pare irregolare. Noi apprezziamo sulla volta del cielo il colore blu: non è altro che un effetto della luce del sole sull’atmosfera, che non si estende al di là, ma che noi percepiamo attaccata sopra di lui, come se fosse l’orizzonte; e alla stessa altezza valutiamo le numerose stelle che brillano in miriadi di luoghi diversi, rispetto al nostro pianeta. Un cilindro od una sfera di metallo polito o di un colore uniforme, che gira sul proprio asse, ci appare immobile; il sole ed i pianeti, ci sembrerebbero, anch’essi fermi, se le macchie sulla loro superficie non mostrassero un movimento circolare sensibile, che svela quello rotatorio dell’astro osservato. Lo stesso spettatore crede di vedere gli astri sorgere e tramontare, mentre è lui che gira, per il movimento della terra; come si vedono fuggire gli alberi e (in direzione opposta) l’acqua di un fiume, sul quale ci si sposta in battello. È ancora un’illusione ottica il fatto che gli astri, visti all’orizzonte, sembrano più grandi di quando sono alti nel cielo: la causa di quest’ingrossamento è dovuta alla differenza di spessore degli strati d’atmosfera, che sono attraversati dagli astri posti all’orizzonte o in alto nel cielo; di là dall’atmosfera queste differenze non sussistono più e le misure divengono uniformi. Gli astri osservati con un cannocchiale, o con un vetro colorato, non presentano differenza nel loro diametro… Bucate una carta con un ago e guardate attraverso il piccolo foro, da vicino, un qualunque oggetto: non solo lo distinguerete meglio, ma vi sembrerà considerevolmente ingrossato; in quest’espe­rienza, tutte le capacità visive sono riunite in un punto, ed in un solo fascio; non v’è distrazione. In un teatro o in un museo, si distinguono meglio quadri, sculture od attori, facendo una specie di tubo, con le proprie mani, chiuse a metà, se vi si guarda attraverso. Fissate ad un chiodo, su un fondo scuro e all’altezza dell’occhio, un cerchio di carta bianca, e, a circa due piedi sulla destra, ed un po’ più in basso, un altro tondo di tre pollici di diametro; tappate l’occhio sinistro ed allontanatevi di circa 10 piedi: fissando il primo cerchio, il secondo sparirà dalla vostra visuale. Ritraendovi ancora, ricomparirà.

La descrizione è troppo generica per risalire con esattezza alla pianta precisa: potrebbe trattarsi della barba di bosco (Usnea barbata) che è un lichene, o della barba di capra (Dryodon coralloides), un fungo parassita degli alberi.

Resina estratta da diverse piante come il Pterocarpus o la Dracena draco, o il Calamo Rotang.

“È di colore più o meno rosso sanguigno, ha sapore astringente… Viene in globetti avvolte nelle foglie del calamo… Contiene molto concino ed è adoprato in polvere per l’emorragie, specialmente del naso” (Campana).

Il cloruro mercurico, noto già a Rhazes ed Avicenna.

Calandra granaria - Curculionidi.

Sabbia ed ammoniaca.

Un chilogrammo di calce viva veniva prima spenta, poi triturata con complessivi quattro litri d’acqua. La preparazione doveva essere estemporanea.

Il solfuro tannico, preparato per riscaldamento a secco di limatura di stagno, solfo e cloruro d’ammonio, detto olio musivo, mosaico o di Giuda. Nel nostro caso, era sospeso in soluzione.

Una formulazione molto usata era la porpora di Cassio, cos’ chiamata perché fu A. Cassius che, nel 1685, ne descrisse il metodo di preparazione, in un opuscolo intitolato “De auro”, ma il metodo per ottenere questo composto, colorante per vetro, smalto, ecc., era già noto a Basilio Valentino, nel 1603. S’allestiva unendo una soluzione di cloruro di stagno ed una, molto diluita, di cloruro d’oro. Il colore della porpora era dovuto alla precipitazione d’oro impalpabile sull’idrato stannico.

Argilla ferruginosa detta acqua sanguina.

Gommoresina estratta dall’Acacia arabica - Mimosacee.

La sandracca è la gommoresina estratta da molte Conifere e Cupressinee orientali ed australi, ma anche dal nostro ginepro.

La trementina è la resina delle Pinacee, costituita da una parte volatile (essenza di t. o acqua ragia) ed una solida, la colofonia.

La sarcocolla deriva, invece dalla Penaca o Panaea s.

Abbiamo già detto del mastice, che segue.

Roccia sedimentaria costituita, essenzialmente, da Diatomee e da scheletri di Radiolari. Si presenta come una farina bianca, gialla o rossiccia. Il nome dall’omonima città libica.

Il gesso è invece un solfato di calcio.

Gommoresina della Ferula orientalis - Ombrellifere, originaria della Persia, di colore bianco ma unita ad un essudato verde scuro, sapore ed odore di castoreo, tendente all’agliaceo.

O romano, di Marte: è il solfato di ferro.

La Coesalpinia echinata, o Hymenaea Courbaril, delle Leguminose, detta carrubo delle Indie occidentali.

Glucoside di molte specie d’Indigofera, delle Papilionacee.

Il ranno catartico usato dai tintori per la seta, detto anche spinocervo, spinomerlo, prugnolino purgativo.

Sostanza cerosa ottenuta dalla Garcinia o Stalagmites Cambogia - Guttifere.

O zaffata, terra per vernici, di colore turchino scuro, che, nell’industria della maiolica serve per decolorare parti in rilievo.

L’acido detto idro-cloro-nitrico, è una miscela d’acido nitrico e muriatico, in rapporto 1:3-4, più nota col nome d’acqua regia. Unico solvente per l’oro.

La porpora minerale di Cassio, già vista.

Carburo ottenuto con carbone, un sale di cobalto ed un ossidante energico.

L’idrocianato di ferro.

Aster tataricus - Composite, che compare in antichissime ricette mediche cinesi.

Sinonimo di calendula.

S’intende parlare di massa e di peso.

Il sale da cui fu ottenuto per la prima volta. Al tempo, s’ignorava in quanti composti entrino l’ossigeno e l’idrogeno!

Una molecola di perossido di manganese ed una d’acido solforico reagiscono, dando solfato di manganese, acqua, e ossigeno nascente; il solfato s’idrolizza poi nell’acqua, formando ossido di manganese e, di nuovo, acido solforico.

 

Segue un esperimento ottico, del tutto analogo al precedente, irrilevante, salvo a dimostrare, ancora una volta, il fenomeno dell’illusione ottica.

 

Un corpo luminoso che percorre un cerchio, molto lontano, sembra seguire una linea retta, ed andare alternativamente da un’estremità all’altra di tale linea: è l’impressione che c’è fornita dai percorsi dei satelliti di Giove, dove il diametro delle ellissi si confonde con l’asse dell’occhio. Se si fa muovere rapidamente un tizzone infiammato, in cerchio o in linea retta, l’occhio apprezza un cerchio o una linea di fuoco continuo. Le nuvole agitate dal vento e schiarite dai raggi del sole, presentano, specialmente se all’orizzonte, un gran numero di forme bizzarre e qualche volta l’immagine delle vere Alpi, coperte di neve e di ghiacciai.

Una delle illusioni ottiche più singolari è quella che presenta il taumatropo (si è dato ad uno strumento ottico semplicissimo un nome assai pomposo): è un cerchio di cartone sulle due facce del quale sono dipinti dei soggetti che hanno rapporto fra loro, come ad esempio un uccello ed una gabbia, due galli disposti per il combattimento, un ubriaco e la sua donna che lo rimprovera. S’imprime a questo cerchio un movimento rapido, seguendo il suo diametro, muovendo due capi di spago, fissati alle estremità e molto tesi: allora, i due disegni separati, sembrano riunirsi sullo stesso piano, e formare un solo cartello. Si vedrà l’uccello nella gabbia, i due galli combattere, etc.

 La vista abbraccia pressoché un semicerchio; gli animali, che, come la lepre ed il coniglio, hanno gli occhi piazzati lateralmente, devono comprendere tutta la sfera (dell’occhio), ma vedono meno distintamente davanti. Il camaleonte ha gli occhi mobili, su un tubo carnoso, simile alle corna dei lumaconi, e può vedere tutto attorno, senza girare la testa. Gli insetti hanno occhi sfaccettati, che riflettono tutti gli oggetti, contemporaneamente. La natura ha realizzato modifiche incredibili. Quando un occhio si tappa, quello che resta aperto abbraccia a poco a poco, i ¾ dello spazio, compreso dall’angolo visuale completo.

 

 

L’uomo incombustibile

 

Si legge ne “La fisica amena” di Julia de Fontanelle: “Uno Spagnolo di nome Lionetto, arrivò a Parigi nel 1809, e, successivamente, in Inghilterra, Italia e Germania. Non stupiva solo il volgo, ma anche i fisici e chimici per la sua insensibilità al contatto col fuoco e per l’inattività del calore sui suoi organi. In effetti, questo Spagnolo maneggiava impunemente una barra di ferro rovente, ed il piombo fuso, beveva l’acqua bollente, etc.”. Mentre si trovava a Napoli, Sementini , che, in quei tempi iniziava i suoi studi, fissò l’attenzione su di lui e notò le seguenti cose:

1° Che, se quest’uomo passava la barra sui suoi capelli, si osservava levarsi un vapore spesso e delicato.

2° Che batteva un altro ferro rovente sui suoi talloni e sulla pianta dei piedi: di qui si sprigionava un vapore spesso e acre che colpiva gli occhi e l’odorato.

3° Che appoggiava sui denti un ferro, quasi al calor rosso, senza bruciarsi.

4° Che beveva il contenuto di un cucchiaio d’olio bollente; intingeva, rapidamente la punta delle dita nel piombo fuso e se ne metteva un poco sulla lingua.

Sementini notò che, dopo che costui vi aveva appoggiato il ferro rovente, quest’organo era ricoperto di uno strato grigiastro, e, intenzionato a scoprire il procedimento messo in atto da Lionetto, fece diverse prove su se stesso, scoprendo:

a. Che con frizioni d’acidi, particolarmente l’acido solforico, diluito in acqua, la pelle diventava insensibile al calore del ferro arroventato.

b. Una soluzione d’allume, evaporata fino a diventare spugnosa, era ancora più adatta, per ottenere quest’effetto, mediante frizioni. Sementini, dopo aver frizionato, con sapone duro, le parti rese incombustibili o, piuttosto, insensibili, ed averle in seguito lavate, riconobbe che, applicandovi sopra una piastra rovente di ferro, l’insensibilità aumentava. Si decise allora a frizionare ancora con il sapone, le solite parti, e, non solo il ferro non provocò alcun dolore, ma nemmeno i peli furono bruciati.

c. Soddisfatto delle sue ricerche, il fisico, fregò anche la lingua col sapone, e questa divenne insensibile all’azione del ferro caldo.

d. Messo sulla lingua un composto di sapone e di una soluzione bollente d’allume, non provava alcuna sensazione, se vi s’appoggiava il ferro caldo.

e. L’olio bollente, sparso sulla lingua, così protetta, non bruciava per nulla, e si sentiva un sibilo simile a quello che s’apprezza, quando si mette un ferro bollente nell’acqua: l’olio si era stiepidito, e si poteva adoprare senza danno alcuno.

Questi sono i risultati ottenuti da Sementini, tendenti a spiegare i fenomeni di Lionetto. È evidente che egli preparava la propria lingua e la pelle con procedimenti simili. Quanto all’esperienza dei capelli, egli fu certo che costui, prima di passarvi il ferro arroventato, li aveva lavati con una soluzione analoga a quella dell’allume con acido solforico. Per l’olio bollente, il fenomeno è meno eclatante, se s’osserva che, cercando di dimostrare l’alta temperatura dell’olio, costui vi gettava il piombo il quale, fondendo, assorbiva una parte del calore dell’olio stesso… L’inattività del piombo su quell’organo… fa pensare che, in luogo del piombo, Lionetto impiegasse una lega fusibile, come quella di Darcet .

 

 

Lanterna magica

 

È composta di una scatola di ferro bianco, di un piede di dimensione per ambo i lati. Si piazza sul fondo di questa scatola uno specchio concavo, e al fuoco, una piccola lampada; a metà circa della scatola vi è un vetro lenticolare, molto grande, e, davanti ad esso, alla parete della scatola, un'altra lente, più piccola. Di fronte alla lente più grande, s’introducono vetrini, sui quali sono dipinti, con colori trasparenti, soggetti vari. Gli spettatori devono stare dietro alla lanterna, di fronte alla quale si stende una tela bianca, sulla quale saranno proiettati, in gran dimensione, i soggetti rappresentati sui vetrini; l’esperienza va fatta in una camera buia.

La scatola fantasmagorica è simile: i fantasmi che gli spettatori credono di vedere avanzare o retrocedere, non sono che figure dipinte su lastre di vetro annerite e trasparenti solo nella parte dove la figura è dipinta; allontanando o avvicinando la lente piccola, con un semplice meccanismo, le figure rimpiccioliscono e sembrano in movimento.

Cannocchiale meraviglioso

 

Fate costruire un tubo lungo e di lume quadrato, alle estremità del quale, mettete, all’interno, e in opposizione, due specchi inclinati a 45°; sopra tali specchi, si sistemano due porzioni di tubo, di forma cubica, della stessa dimensione di quello di cui sopra, ogni porzione fermerà un altro specchio inclinato di 45°, in maniera che ciascuno di essi corrisponda e si rifletta nello specchio del tubo lungo, posto al di sopra; ad una porzione del tubo che fa gomito con il tubo lungo, si pratica, vicino allo specchio, un’apertura circolare cui fissare l’obbiettivo, … mentre all’altra estremità va sistemata una lente con l’oculare concavo. Ancora, dietro agli specchi dei tubi cubici, è necessaria un’apertura circolare, alla quale s’attaccherà un vetro comune. Le quattro porzioni di tubo non devono entrare dentro il tubo a gomito, per evitare di annullare l’effetto degli specchi.

Il funzionamento di questo cannocchiale spiegherà meglio la sua costruzione. I raggi di luce emanati dall’oggetto che s’affaccia all’obbiettivo, vanno a riflettersi nello specchio davanti al quale è stato posto, e di qui allo specchio superiore; questo rinvia l’immagine al terzo specchio, posto al fondo del tubo lungo e al quarto, posto davanti all’oculare, che va all’occhio di chi guarda.

 

 

Il marmo

 

Come pulirlo. Prendete un fiele di bue, una ‘roquille’ di feccia di sapone, e la metà di trementina. Formate una pasta con della terra da pipe ed applicatela al marmo, lasciandovela un giorno o due; in seguito la staccherete, sfregando bene, ripetendo l’operazione due o tre volte, se la prima volta non è bastata.

Come marmorizzare i libri o la carta. Si fanno sciogliere quattro once di gomma arabica in due pinte d’acqua chiara. Da parte, avrete vari colori, miscelati con acqua di pozzo, e per ognuno d’essi un pennello. Si versano i colori, uno ad uno, nell’acqua gommata, posta in un vaso largo od una scodella, rinnovandola spesso. Fatto questo si tiene il libro ben fermo, s’immergono i soli bordi, leggermente, sulla superficie dell’ac­qua colorata, e si ritirano subito. I fogli si troveranno impregnati di tutti i colori misti. Si fa altrettanto per le estremità e il fronte dei volumi, che, in seguito, si verniciano col colore voluto.

 

 

Mercurio fulminante

 

Fate sciogliere mercurio in acqua forte calda; aggiungetevi, poi, la metà di spirito di vino, scaldando il tutto, finché s’ap­prezza un certo fermento ed un fumo alla superficie del liquido; il mercurio precipita: è il mercurio fulminante. Questo prodotto è meno pericoloso dei due già visti, poiché non esplode mai spontaneamente; la sua forza d’espansione è notevole, e s’im­piega con successo per fare saltare pezzi di roccia.

 

 

Marezzatura metallica

 

Come si fa. Si prende spirito di sale fumante, che si miscela con la metà di peso d’acqua. Si scalda una lamina di latta sui carboni ardenti, e, allo stesso tempo, vi si stende il liquore preparato, stendendolo bene e fregando sulla superficie con un tampone di cotone. Ci si stupisce nel vedere presto la superficie del metallo cambiare aspetto ed offrire dei giochi di luce, variegati e brillanti, ondulazioni satinate, riflessi argentati di madreperla, al punto che si crederanno queste lamine, trattate con le essenze orientali che servono a preparare le perle artificiali. Se la marezzatura è giunta al punto desiderato, si tuffa la lamina nell’acqua, si lava bene e si fa asciugare, aiutandosi con un tampone di tessuto molto delicato, per non raschiare la latta. Quando questa sarà ben secca, s’applicano due mani di vernice fine, trasparente o colorata, preparata di solito con gommalacca e spirito di vino rettificato.

Le sfumature si possono modificare, impiegando, per realizzarle, diversi altri preparati che sostituiscono lo spirito di sal fumante, come una miscela di quest’ultimo con olio di vetriolo, o con spirito di nitro (acido nitrico), in diverse proporzioni, un liquore preparato versando olio di vetriolo (acido solforico) e un po’ d’acqua con sale da cucina, ed esponendo tale miscela a dolce calore…

 

 

Oro fulminante

 

Dopo aver sciolto foglie d’oro nell’acido detto comunemente acqua regia, bisogna buttare questa soluzione in una quantità d’acqua distillata, di circa quattro volte il suo volume, aggiungendo ammoniaca, finché non si forma più precipitato. Quindi si filtra: la polvere gialla che resterà sul filtro, è l’oro fulminante. Qualche grano di questa polvere, esposta alla fiamma di una bugia, basta per produrre un’esplosione violenta. Quando il tempo è secco, il minimo contatto basta per far detonare questa polvere pericolosa.

Pane in cassetta

 

Prendete farina molto fine, mescolatela con bianco d’uovo, colla di pesce, ed un po’ di lievito, amalgamando bene. Dopo aver formata e tagliata la pasta, stendetevi dell’acqua gommata, e ponetela a pezzi, fra due testi di stagno, per seccarli in stufa. Potrete allora tagliare il pane, a fette, per servirlo e colorarlo, se volete, ad esempio, in rosso con legno del Brasile o vermiglione, in blu con l’indaco o il verde di terra , in giallo con zafferano, la terra merita o la gomma gutta.

 

 

La carta

 

Procedimento per renderla impermeabile. Questo procedimento consiste nel far sciogliere due once di sapone bianco, di prima qualità, in dodici pinte d’acqua, lasciando bollire per 7-8 minuti. In un altro recipiente si fanno scogliere dodici once di buon allume in altrettanta acqua, con l’aggiunta di quattro once di colla delle Fiandre ed un’oncia di gomma arabica, in precedenza fuse in una quantità sufficiente d’acqua. Uniti i due liquidi, vi s’intinge la carta, leggermente riscaldata. È bene osservare che, per far seccare i fogli di carta, occorre metterli uno sull’altro e pressarli con un peso da 200 libre, posto sulla lastra che chiude la pila e, dopo qualche giorno, stenderli su fili.

 

 


Le piume

 

Nuovo metodo per spurgare le piume dal grasso di cui sono impregnate. Prendete per ogni gallone (cinque pinte di Parigi) d’acqua pura, una libra di colla forte fresca; mescolate bene assieme, e quando la colla, non sciolta, precipita in polvere fine, decantate l’acqua, per servirvene al bisogno: metterete le piume che devono essere spurgate in un'altra tinozza, ed aggiungete una quantità sufficiente d’acqua di colla chiara, per coprire di tre pollici le piume, che vanno ben bagnate e mescolate.

 

 

La saldatura

 

Modo per saldare ferro, acciaio, lamiera. Si fa fondere borace in un vaso di terra e s’aggiunge sale ammoniaco nella proporzione di un decimo. Quando gli ingredienti saranno fusi e miscelati, si versa su una piastra di ferro e si lascia raffreddare: si ottiene così una materia nitrosa, alla quale va aggiunta un’uguale quantità di calce viva.

Il ferro, o l’acciaio, che volete saldare va portato al rosso; quindi vi si spande sopra il composto, ben polverizzato, che fonderà e colerà come fosse ceralacca; in seguito si rimettono i pezzi di metallo al fuoco, con la cura di farli scaldare ad una temperatura ben superiore di quella che s’impiega, ordinariamente, per saldare. Infine si tolgono, e si modellano, a colpi di martello. Le superfici si troveranno perfettamente unite assieme.

S’assicura che questo procedimento, che si può applicare per saldare tubi di latta, riesce sempre.

 

 

Un quadro

 

Come dipingere, in poco tempo, un quadro di grandi dimensioni. Questo metodo, dovuto a Lamb, si divide in tre operazioni diverse. La prima è la preparazione del campo o fondo, sul quale si deve dipingere. Si prende una tela preparata per la pittura e le si dà una mano di gomma lacca ad olio; subito dopo si piazza la tavola in posizione quasi verticale, e vi si setaccia sopra polvere di marmo bianco, polverizzato finemente, tenuto in una mussolina. Quando la superficie sembra essere coperta, si fa fare alla tela una conversione di un lato, e si spolvera di nuovo, e così si fa per tutti i lati. Si lascia seccare, poi, si passa delicatamente su tutta la superficie, una carta vetrata, per eliminare tutte le particelle grosse, che si tolgono con un pennello piatto di pelo di cammello. Il fondo è terminato. La seconda operazione comincia, passando in tutti i luoghi dove si dipingeranno campi definiti, una spugna intinta in polveri secche, colorate: se, per esempio, si vuol eseguire un paesaggio, si fa uso del blu di cobalto per il cielo (al quale aggiungerete un po’ di nero di lampada, per i tono più scuri), del rosso d’India , con nero di lampada, per i piani più lontani; si opera così, anche per le altre zone. Le asperità dei campi fanno sì che il colore sia raccolto e trattenuto con facilità. Terminata quest’operazione, si danno colpi di luce con un pezzo di bianco di piombo, poi con mollica di pane arrotolata in forma di matita e, infine con una raspa per incisori, per le mezzetinte. Si producono poi gli effetti di chiaroscuro con un po’ di gesso d’Italia. Giunti a questo punto, s’asperge tutta la superficie, per mezzo di uno spazzolino, con una soluzione di mastice e spirito di vino. L’alcool evapora presto e i colori restano fissati dal mastice. La terza operazione consiste nel colorare tutte le parti della tela con colori all’acqua, scegliendo i più vivi e quelli che possono dare i toni più belli. Ci si può servire anche di una raspa per schiarire certe tinte, e l’opera è terminata.

 

 

Tinture

 

Come tingere il legno di nero. Sfregate il vostro legno con vetriolo sciolto nell’acqua e scaldato finché sia di un bel nero. Si otterrà un’ottima politura.

Semplice procedimento per tingere in giallo o in verde. L’erba detta guada (per ingiallire), o dei tintori, fornisce una vernice, di un bellissimo giallo, per il cotone, la lana, la stoffa marezzata, la seta e il lino… Le stoffe blu, tuffate in una soluzione di queste piante, diventano verdi. Il giallo per dipingere detto garofano d’Olanda, viene da questa pianta: la sua capacità di tingere va cercata nel gambo e nei rami. É coltivata nei terreni sabbiosi.

Come si tinge il legno di verde. Sciogliete verderame in aceto, o cristalli di verderame in acqua e sfregate il legno con la soluzione calda, finché prende un bel colore.

Come si tinge il corno a macchia di tartaruga. Occorre prima di tutto pressare il corno che si vuol tingere, fra due superfici piatte. Prendete poi due parti di calce viva, una parte di litargirio e date consistenza di pasta delicata, con acqua saponata. Coprite di questa pasta tutte le parti di corno, eccetto quelle che devono restare trasparenti. Perché assomiglino meglio alle scaglie di tartaruga, il corno deve essere ben coperto dalla pasta, finché sarà ben secca. Quando si leva la pasta con una spazzola, esso deve mostrarsi in parte, opaco ed, in parte lucido, come le scaglie della tartaruga; mettendovi sopra una lamina di stagno, questa si dovrà, appena, distinguere. Serve una certa fantasia e di giudizio, per disporre la pasta, in modo che essa formi una varietà di parti trasparenti, di diversa grandezza e forma, per imitare il più possibile la mano della natura. Vi ci si può riuscire mescolando gesso bianco con un poco della pasta, per modularne l’effetto nei vari luoghi, e produrre macchie color bruno-rossastro…

 

 

Le tegole

 

Modo economico d’impiegare le tegole per i tetti delle case. L’architetto francese Castalu, ha inventato una nuova maniera d’impiegare le tegole per i tetti delle case, con la quale si risparmia la metà di tegole, di solito impiegate. Le tegole si fanno quadrate, anziché oblunghe e si mettono i fermi che servono per bloccarle agli angoli, in maniera che vengono fatte aderire sui lati…

 

 

Vegetazioni curiose

 

Vegetazione meravigliosa. Mettete un rametto di rosmarino, o di un’altra pianta ben ramificata, sotto un globo di vetro, posto su una lastra di ferro riscaldata. Spargete sulla lastra benzoino in polvere, che sublimerà e si trasformerà in cristalli brillanti sulle foglie e sui rami della pianta.

Vegetazione metallizzata. È uno spettacolo assai curioso, vedere alzarsi in un vaso un arbusto, di vederne spuntare i rami e qualche volta i frutti. Questa immagine falsa prende il nome di vegetazione chimica e metallica; è probabilmente per un artificio simile che si è imposto a qualche uomo di buona fede, di credere veder realizzata la palingenesi. Comunque sia, ecco le più curiose di queste specie di vegetali, che sono, di fatto, un processo di cristallizzazione.

Albero di Marte. Sciogliete nello spirito nitroso, di media concentrazione, limatura di ferro, fino a saturazione. Prendete, poi, la soluzione d’alcali fisso con tartaro, detta comunemente olio di tartaro per deliquio, e versatela, a poco a poco, nella prima soluzione. Si creerà una forte effervescenza, dopo di che, il ferro, invece di precipitare al fondo del vaso, si disporrà sulle pareti, cristallizzerà all’interno e formerà una moltitudine di rametti uniti l’uno sull’altro, che spesso deborderanno e si disporranno sulle pareti esterne del vaso, a sembianza di pianta. Se, qualche volta, si staccano per via del liquido, basterà raccoglierli e rimetterli nel vaso e formeranno nuove ramificazioni che contribuiranno ad aumentare la massa di questa specie di vegetazione.

Albero di Diana. Si chiama così, perchè sembra argento, come la precedente, prodotta dal ferro, si dice di Marte. Ecco due procedimenti per farla, uno di Lémery, l’altra di Homberg.

Fate sciogliere un’oncia d’argento coppellato in una sufficiente quantità di spirito di nitro purissimo, non troppo forte; mettete poi la soluzione in un boccale e diluitela con circa 20 once d’acqua distillata, aggiungendo due once di mercurio. Lasciate tutto a riposo per 40 giorni: si formerà sul mercurio una specie d’albero, che, per i suoi rami, sembrerà una vegetazione naturale.

Se trovate questo procedimento, del resto molto semplice, un po’ troppo lungo, ecco quello di Homberg, per mezzo del quale la curiosità è altrettanto soddisfatta.

Amalgamate assieme (in altre parole triturate, in un mortaio di porfido e con un pestello di ferro ) due grossi di mercurio puro, e quattro d’argento fine ridotto a limatura, o in foglie. Fate sciogliere l’amalgama in quattro once di spirito di nitro puro, mediamente forte, e unite la soluzione a circa una libra e mezzo d’acqua distillata, che agiterete e conserverete in un flacone ben tappato.

Prendete un’oncia di questo liquore, e versatela in un flacone di vetro, assieme ad un amalgama di mercurio ed argento, quanto un pisello; formate una massa morbida come il burro. Non tarderete a vedere alzarsi, da quest’amalgama, una moltitudine di piccoli filamenti che cresceranno a vista d’occhio, ramificheranno e formeranno un alberello.

Albero di Saturno. Si fa con acqua distillata, nella quale è disciolta la trentesima parte del suo peso d’acetato di piombo. Se ne riempie un flacone a bocca larga, che può contenere tre litri; s’applica al tappo, con filo d’ottone, una lamiera di zinco che rimanga immersa nella soluzione per tre quarti della sua altezza, osservando di far scendere un po’ del filo sotto la lamiera di zinco.  La lamiera ed i fili si copriranno presto di pagliette di piombo, molto brillanti.

Altra vegetazione singolare. Fate detonare, con un carbone ardente, 8 once di salnitro, che mettete poi, in cantina , perché si trasformi in olio di tartaro per deliquio. Versatevi sopra, poco a poco, fino a saturazione perfetta, del buono spirito di vetriolo. Fate evaporare tutta l’umidità e otterrete una materia salina, bianca, compatta ed acre. Mettetela in una scodella di gres, versatevi sopra mezzo sestario d’acqua fredda e lasciate riposare all’aria; tempo qualche giorno, l’acqua evaporerà e si formeranno, ai lati, ramificazioni in forma d’aghi, di qualche linea di lunghezza, variamente intrecciati. Se quando l’acqua sarà evaporata per intero, ne aggiungete altra, la vegetazione aumenterà.

Si tratta della semplice cristallizzazione di un sale neutro, formato dall’acido vetriolico e la base nitrosa, cioè un tartrato vetriolato .

 

 

L’aria

 

Canne ad aria. Le canne ad aria sono come bastoni forati per tutta loro lunghezza, con un buco di tre o quattro linee di diametro, guarniti da un lato da piccole punte di due pollici di lunghezza, coperte con un pezzetto di pelle, del diametro del foro. Soffiando, tutto in colpo e forte in questa canna, essa può lanciare, fino a cinquanta passi, piccole palle di terra argillosa o piselli secchi, con i quali si può anche uccidere un uccello.

Fucile ad aria. Se dentro lo spazio contenente un litro d’aria se ne fanno entrare, per mezzo di una pompa, per esempio, venti litri, è evidente che il fluido (l’aria), sarà venti volte più compresso: cercherà quindi di scappare e di uscire. Ecco la teoria del fucile ad aria compressa.

Si stipa l’aria, con una pompa, nel calcio dell’arma e si mette il proiettile nella canna; una valvola di cui è dotata offre un passaggio all’aria e la palla è lanciata con una forza sufficiente per uccidere un animale ad una distanza considerevole.

Un fucile ad aria tira da 20 a 30 colpi, che diminuiscono via via di forza dal primo in poi.

 

 

Vernici

 

Vernice alcolica di mastice e sandracca, trasparente. Una pinta di spirito rettificato, due once di mastice in lacrime e sei once di sandracca: quando tutto è ben disciolto s’aggiungono quattro once di trementina pura di Venezia. Se si vuole che la vernice sia più soda, si sostituiscono mastice e trementina con due once di gommalacca, mezza oncia di gomma elemi e due once di resina trasparente, ma il colore non sarà cosi buono. La prima vernice è adatta per le scatole da toeletta, etc.; la seconda va meglio per i bastoni da passeggio, le sedie ed i mobili, che si maneggiano spesso.

Vernice per violini ed altri strumenti musicali. Una pinta di spirito di vino, quattro once di sandracca, due once di gommalacca ed altrettanto di mastice, un’oncia di gomma elemi. Quando il tutto sarà ben sciolto, s’aggiungono due once di trementina.

Vernice color oro. Triturate, separatamente quattro once di lacca, altrettanto di gomma gutta e di sangue di drago (entrambi freschi), con un’oncia di zafferano. Mettete ogni ingrediente in una pinta di spirito di vino e assemblate tutte le cose, al sole, o ad un moderato calore, per quindici ore.


Per una maggiore comprensione si raccolgono qui le principali unità di misura francesi, trovate nel testo, e l’eventuale corrispondenza con quelle inglesi, italiane ed americane, avvertendo che, comunque, anche da città a città dello stesso stato, potevano variare, pure in maniera considerevole.

 

Unità di lunghezza

 

Linea (inglese e francese) = mm 2,12.

Pollice (inglese e francese) = 12 linee = cm 2,54.

Piede = 12 pollici = cm 30,48.

Iarda (inglese) = 3 piedi = cm 91,44.

 

 

Unità di peso (riferimento il peso di Firenze)

 

Grano = g 0,061.

Scropolo = 24 grani = g 0,147.

Dramma (o grosso) = 3 scropoli = g 3,53.

Oncia = 8 dramme = g 28,26.

Sestario = l. 0,545 (libra di Ferrara).

Libra di Firenze = 12 once = g 339,2.

Libra (pound del sistema avoirdupois inglese) = 16 once = g 453,1.

Stone (inglese) = 14 libre = kg 6,35.

Quarter (inglese) = 28 libre = kg. 12,70 (U.S.A. = kg 11,34).

Libra comune francese (comprendente 16 once, cioè 9216 grani) = libre fiorentine 1, once 5 scropoli 7 e grani 6,712 = g 489,2.

Libra medica francese (comprendente 12 once cioè 6912 grani) = libre fiorentine 1, scropoli 23 e grani 11,034. < Quindi 4 libre mediche corrispondevano a 3 libre comuni.>

Quarteron (francese) = ¼ di libra comune francese.

Libra di Rovigo (comprendente 12 once) = g 301,5.

Libra di Ferrara (comprendente 12 once) = g 545, 4.

Il sistema troy weight serviva per pesare i preziosi: la libra era pari a g 173,6 ed era divisa in 12 once (g 14,46), il grano era sempre uguale a g 0,061 ed il carato (0,77 grani) pari a mg 50.

 

 

Unità di capacità

 

Pinta = l. 0,57 (U.S.A. = 0,47, identica per gli aridi).

Quart (inglese) e quarte (francese) = 2 pinte = l. 1,14 (U.S.A. = l. 0,94).

Secchio = 12 pinte.

Gallone (per il vino e negli Stati Uniti) = l. 3,78.

Gallone imperiale e gallone per gli aridi (inglesi) = l. 4,54.

Gerla (per il mosto) = l. 16 ca.

Chopine (francese) = l. 0,466 (in Canada = l. 0,568).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


BIBLIOGRAFIA

 

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Dello stesso autore:

 

Un manoscritto pistoiese di ‘secreti’ del tardo ’600.

Lettura di un manoscritto di ‘secreti’ del XVIII secolo.

Raccolta di segreti medicinale…

Quadretto di vita sociale degli anni ’30.

Un ritrovamento di reperto dell’alto paleolitico in val di Lusia.

Tre approcci alla medicina nel corso di un millennio.

La spezieria del Medioevo.

Ciarlatani nei secoli.

Curiosità galeniche.

Stregonerie e credenze popolari nella medicina dei secoli passati

Superstizioni e medicina.

Breve panoramica sulla legislazione sanitaria.

Ancora sui ciarlatani.

Appunti curiosi sugli elementi chimici…

Saggio storico e letterario sulla medicina degli Arabi.

Alcune note sull’alimentazione degli Arabi.

Medicina facile: una farmacopea popolare del XVIII secolo.

Come si curavano gli animali all’inizio del ’900.

 

 

 

 

Famoso fisico italiano vissuto fra il ’700 e l’’800.

Con bismuto e stagno. Darcet è noto anche per la preparazione della salda di destrina (desrina p. 5, acquavite semplice o canforata p. 3, acqua calda p. 2), che s’impiegava per impregnare bende di tele o di garza, ad uso chirurgico, le bende amidate.

Antica misura di capacità francese, per i liquidi, che possiamo tradurre in barattolo.

La schiuma di mare o sepiolite minerale, utile per la fabbricazione di pipe o bocchini. Pipa era detto anche il cannello col quale, nell’industria vetraria, si soffia il vetro. Si tratta, in ogni caso, di una terra silicea.

Il verdaccio, colore usato dai pittori, costituito da ocra, nerofumo, bianco ed indaco.

La migliore colla di pesce, o ittiocolla, ottenuta dalla vescica natatoria dello storione del Mare del Nord.

Unità di misura di capacità per liquidi, usata in Inghilterra (l. 4,62) e negli U.S.A. (l. 3,78). Per gli aridi valeva, in entrambi i paesi l. 4,50.

In Francia, come ci dice il nostro autore, corrispondeva a circa due litri.

Il borato di sodio.

Il sandalo rosso, Pterocarpus santalinum - Papilionacee.

Reseda luteola, pianta erbacea delle Resedacee.

Un errore: il ferro formerebbe amalgama con il mercurio.

Sul tartaro delle botti.

Anche qui le conoscenze chimiche lasciano a desiderare.

Resina estratta per incisione di numerose Burseracee (Icica, Amyris, Canarium, ecc.), alberi comuni nell’America del Sud.

 

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