Teorie e tecniche dei linguaggi radiotelevisivi tutto di tutto

 

 

    Teorie e tecniche dei linguaggi radiotelevisivi

 

Teorie e tecniche dei Linguaggi Radiotelevisivi

I media elettronici

 

CAPITOLO UNO. I media e la comunicazione
1. La comunicazione. Che cos’è e a cosa serve

Media : strumenti tecnici e apparati di rilevante importanza sociale che servono a comunicare. ( radio e televisione).
Comunicazione: ogni scambio di messaggi, dotati di significato, tra individui che condividono un codice per interpretarli.
La più elementare e diffusa forma di comunicazione è quella interpersonale: due o più persone parlano fra loro, si scambiano reciprocamente messaggi in forma di parole. Questa è una comunicazione punto a punto.
Nella comunicazione punto a punto, ciascuno dei due punti è, di volta in volta, emittente e ricevente. Una comunicazione in cui il ricevente ha la possibilità di rispondere e di interagire a sua volta con l’emittente di chiama comunicazione interattiva.
La comunicazione di massa è invece una forma di comunicazione da uno a molti. In questo tipo di comunicazione, le funzioni di remittenza e di ricezione tendono a polarizzarsi ai due estremi; una persona emittente, molti riceventi.
Si chiama unidirezionale una comunicazione in cui gran parte dei messaggi vanno in una sola direzione, da un solo emittente a molto riceventi.
Nelle società antiche e in quelle primitive la comunicazione di massa, anche in questa forma faccia a faccia, è un’esperienza eccezionale, legata ad occasioni speciali.
Una comunicazione evoluta è un tipo di comunicazione che va oltre la vicinanza fisica dei comunicanti, utilizzando la tecnologia. Perché questo avvenga è necessario riprodurre e/o trasportare a distanza il messaggio attraverso appositi mezzi tecnici. Questi strumenti di riproduzione e/o trasporto sono “mezzi”, cioè media. I media però non bastano. Per la comunicazione a distanza è essenziale una rete.
In una società primitiva, prima della scrittura, sia la riproduzione che il trasporto a distanza hanno limiti molto forti. Praticamente, l’unico supporto disponibile per immagazzinare un messaggio è farlo imparare a memoria da un messaggero, che poi sarà inviato nel luogo in cui di vuole recapitare il messaggio.
Si può anche mettersi d’accordo con un ricevente lontano: se avverà un determinato evento, accenderemo un fuoco su una montagna, oppure suoneremo un tam-tam; altrimenti non lo faremo. Si stabilisce cioè un codice, per il quale il rumore del tamburo o la vista del fuoco significano una certa cosa.
C’è una notevole differenza tra l’invio del messaggero e il suono del tam-tam, o l’accensione del fuoco. Nel primo caso si ha il trasporto fisico del messaggio; nel secondo caso, c’è comunicazione senza trasporto fisico del messaggio (comunicazione sincrona).
Siamo di fronte alla differenza tra la trasmissione di un messaggio fisico e quella di un messaggio immateriale: una differenza che percorre tutta la storia della comunicazione umana. All’inizio prevaleva la trasmissione immateriale; dopo l’invenzione della scrittura e poi della stampa prevale il trasporto fisico dei messaggi scritti.

2. Leggere e scrivere

L’invenzione della scrittura può essere vista come la prima forma di industrializzazione della comunicazione, così da superare i più gravi limiti della comunicazione orale.
La scrittura propriamente detta appare solo dal momento in cui si costituisce un insieme organizzato di segni o di simboli, attraverso i quali è possibile materializzare e fissare con chiarezza ogni pensiero. La prima scrittura vera e propria, con segni fonetici che rimandano al suono delle parole nella lingua parlata, in Occidente è la scrittura cuneiforme dei Sumeri, risalente al 2000 a.C. circa.
La scrittura nasce come “comunicazione di Stato” o come “comunicazione di affari”, o comunque tutte e due le cose insieme. Solo più tardi essa sarà posta al servizio della comunicazione letteraria e sarà introdotto l’uso della scrittura nella comunicazione privata e famigliare.
La scrittura è la prima forma di “ingegnerizzazione del pensiero”, che permette di archiviare, inventariare, trasportare, modificare, correggere i nostri pensieri a aiutare la nostra memoria a ricordare dati, calcoli, formule, quantità. La sua affidabilità è così superiore alla memoria che, nella comunicazione a distanza, il trasporto fisico del messaggio prevarrà in maniera schiacciante sulle altre immateriali. La supremazia di questo tipo di messaggio sarà assoluta fino al Ventesimo secolo, cioè all’avvento della radio e della televisione: comunicazioni sincrone e immateriali. Inoltre l’efficienza della scrittura è tale che l’immagine perderà di centralità nella comunicazione umana: una centralità che riconquisterà solo nel Novecento, con il cinema, la fotografia, la televisione, la pubblicità, la stampa illustrata.
La parola scritta si distaccherà dal canto e dalla musica; anche la musica conoscerà poi, con l’invenzione delle note, la sua scrittura. L’oralità e il suono riacquisteranno nuovamente una centralità nel Novecento, che non è solo il secolo dell’immagine, ma anche della registrazione del suono, della canzone, della musica leggera di massa, della radio.
Com’era escluso dalla scrittura, il grande pubblico rimase ai margini della stampa. L’invenzione della stampa è un decisivo passo avanti verso l’ulteriore industrializzazione della comunicazione scritta. In Occidente la stampa a caratteri mobili fu inventata dal monaco tedesco Johann Gutenberg di Magonza, la cui prima opera stampata, una Bibbia, è del 1450. La sua invenzione ebbe un successo straordinario.
La diffusione della stampa ha come limite invalicabile l’analfabetismo.
La comunicazione di massa rivolta al vasto pubblico, infatti, prendeva forme diverse dalla comunicazione scritta:

  1. la comunicazione orale “da uno a molti”, in piazze, chiese, spazi aperti, con tutti i problemi dovuti alla difficoltà logistica di radunare le persone
  2. le arti figurative e l’architettura. L’imponenza scenografica dei palazzi e dei giardini, dei templi e delle Chiese
  3. lo spettacolo teatrale,le attrazioni itineranti, i giochi sportivi
  4. la festa,il carnevale (momenti di rovesciamento delle regole)
  5. la fiera e il mercato

Se osserviamo bene queste forme ci rendiamo conto che si tratta sempre di atti unici, di eventi irripetibili, di accadimenti dal vivo.
Mentre la comunicazione di massa destinata al grande pubblico aveva questo carattere effimero, la comunicazione stampata rappresentava un grande passo verso la riproducibilità tecnica e la serialità delle opere d’arte e dei frutti dell’ingegno.
La riproducibilità tecnica preesiste alla stampa; la fusione di più statue di bronzo da un solo originale-matrice, l’utilizzo di cartoni per facilitare la produzione di mosaici, la copia dei manoscritti in officine specializzate.
Il concetto di serialità definisce la produzione in serie di oggetti tutti uguali, di costo infinitamente inferiore a quello che avrebbe un pezzo unico, destinati d una larga circolazione.
L’invenzione della stampa accentua il predominio della scrittura su tutte le altre forme espressive, in particolare quelle legate al suono, alla voce, all’immagine, penalizzate da un maggiore impaccio nella riproducibilità tecnica e quindi nella diffusione.

I mass media nella società di massa
1. Nascita dei media

La situazione culturale che abbiamo fin qui descritto si può riassumere in questo modo: una prevalenza della scrittura  della stampa nella cultura e nella comunicazione, che però esclude grandi maggioranza di persone che non sanno leggere e scrivere per le quali la comunicazione di massa è una risorsa molto scarsa, limitata ad alcune occasioni festive. L’Ottocento è il secolo in cui questo quadro viene radicalmente messo in discussione. Sia nel 1° emendamento della Costituzione americana del 1787, che nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 viene affermato il principio della libertà di stampa, che sta insieme alla libertà di parola e di espressione.
La libertà e la diffusione della stampa ricevono dalla Rivoluzione Francese un grandissimo impulso; la rivoluzione industriale introduce le tecnologie con cui nasceranno altri media, centrati sul suono e sull’immagine, ce metteranno in discussione il primato della scrittura come forma principe della diffusione della cultura e consegneranno al Novecento tutti gli elementi per il primato delle forme di comunicazione riprodotta su quelle dal vivo, faccia a faccia.
L’Ottocento è il secolo dell’elettricità. Il secolo si apre con la presentazione a Napoleone da parte di Alessandro Volta della pila elettrica. La prima applicazione dell’elettricità alla comunicazione è il telegrafo elettrico, introdotto da Samuel Morse. Morse è anche l’inventore dell’alfabeto omonimo, un codice ce permette di trasmettere a distanza lettere dell’alfabeto sotto forma di linee e punti. La comunicazione viaggia sotto forma di impulsi elettrici attraverso fili fino ad arrivare a destinazione, dove un altro operatore decodifica il messaggio e lo inoltra, con un fattorini, al destinatario: punto a punto. Ogni punto della rete può emettere un messaggio, riceverne un altro , rispondere. E’ la prima comunicazione a distanza senza il trasporto fisico di un messaggio.
Il telefono realizzato da Graham Bell nel 1876, è sempre una comunicazione punto a punto, col vantaggio rispetto al telegrafo di non richiedere un operatore specializzato che codifichi e decodifichi il messaggio. Di qui il successo, anche domestico.
Il telegrafo sarà sempre più limato a quelle forme di comunicazione in cui è importante che ci sia una traccia scritta del messaggio, finchè non sarà sostituito dal fax.
Il telefono divenne un mezzo di comunicazione privato. Molti media conosceranno prima una fase pubblica e solo successivamente una fase domestica.
A rimanere per sempre pubblico è soprattutto lo spettacolo dal vivo, il teatro, o ciò che richiede un luogo dedicato e attrezzature speciali.
Il telegrafo e il telefono in sé, non sono mass media, ma sono piuttosto perfezionamenti della comunicazione punto a punto. Sono media vuoti, perché non contengono alcun messaggio proprio, ma si limitano a trasmettere i messaggi dei comunicatori. Il giornale, il cinema, la radio, la televisione saranno invece media pieni perché i comunicatori sono loro, in quanto trasmettono ai riceventi un proprio contenuto.
Nell’Ottocento c’è un grande sviluppo di culture e di tecnologie che interessano la comunicazione. Avremo macchine da stampa sempre più veloci (rotative). Si affermeranno tecnologie del suono come la pianola. Nel 1879 Edison inventa il fonografo, uno strumento per la registrazione del suono su un rullo che nelle sue intenzioni doveva essere uno strumento per l’ufficio, ma che si affermò come apparato domestico per la riproduzione della musica, soprattutto quando Berliner inventò il grammofono, che utilizzava dischi invece di rulli e aveva un motore. Il disco poteva essere  facilmente stampato e riprodotto in un numero di esemplari teoricamente illimitati, a costi contenuti. Per la prima volta di industrializza la riproduzione del suono e lo si sottrae all’obbligo dell’esecuzione dal vivo.
Anche l’immagine viene riprodotta tecnicamente, Daguerre presenta nel 1839 il suo dagherrotipo, la prima fotografia, prodotta impressionando attraverso un obiettivo una lastra trattata chimicamente e sviluppata in camera oscura. La sua invenzione è un perfezionamento chimico-ottico-meccanico del ritratto borghese e, al pari di esso, richiede un operatore specializzato, il fotografo. Eastam produce nel 1888, una macchina fotografica assai più semplice, che poteva essere utilizzata da chiunque. Questa macchina si chiamava Kodak e doveva la sua semplicità di funzionamento alla pellicola, un’ altra invenzione di Eastman, che aveva sostituito la lastra.
Nel 1936, in Francia, esce un giornale, “La Presse”, in cui per la prima volta in una pagina (la quarta) ospita a pagamento la pubblicità.
La metropolitana di Londra, dal 1861, presenta cartelloni pubblicitari sulle pareti esterne dei vagoni. Nella seconda metà dell’Ottocento, a partire dalla Francia, il manifesto anche di grandi dimensioni esposto al pubblico diventa la forma primaria della comunicazione commerciale.
Come abbiamo visto, non si tratta soltanto di tecnologia ma di “usi sociali” dei nuovi ritrovati. L’Ottocento è il primo secolo in cui la comunicazione ha un uso sociale forte. Sta nascendo una società di massa. In questa società massificata la comunicazione di massa tecnicamente riprodotta è il modo più efficace, ma anche l’unico possibile, di mettere in circolo le idee, di proporre acquisti, di tenere unita la società.

 

2. Spazio pubblico e spazio privato

Nella città moderna, nella metropoli, vi è un ampio “spazio pubblico”. Questo luogo, sociale e fisico, a ben vedere racchiude due concetti distinti:

  1. una sfera pubblica di libera espressione, di comunicazione e di discussione di idee e progetti, ance attraverso libri, giornali e altri mezzi, da parte di singoli cittadini e loro forme associative, che costituisce una forma di mediazione fra la società civile e lo Stato;
  2. una scena pubblica, in cui accedono alla visibilità pubblica persone, istituzioni, aziende, oggetti, ma dove anche gli eventi e i problemi sono rappresentati, e quindi diventano visibili e sono avvertiti come rilevanti.

La comunicazione di massa circola attraverso i giornali, ma sempre più attraverso i suoni e le immagini per un largo pubblico che non ha pratica della lettura o tempo per praticarla. Accanto ai cartelloni pubblicitari, una delle principali forme sono gli spettacoli dal vivo.
Lo spazio pubblico definisce per contrasto uno “spazio privato” dove si svolge la vita individuale e famigliare. La moderna casa urbana è collegata da reti di servizio, come l’acqua potabile, le fognature, l’elettricità, ma anche delle linee tranviarie che permettono di edificare periferie lontane, da cui siano raggiungibili sia i luoghi di lavoro che il centro cittadino. Si pongono così alcune premesse sociali affinché il domicilio diventi luogo gradevole per trascorrere il tempo libero, e quindi per un uso domestico del grammofono, della pianola, della fotografia amatoriale, senza recarsi nello spazio pubblico che ha avuto sinora il monopolio dell’intrattenimento e dello spettacolo.

3. Il cinema

Questo è l’ambiente in cui nasce il cinema. Fra le diverse attrazioni del varietà, nasce un’ attrazione meccanica. Le prime proiezioni cinematografiche in pubblico dei fratelli Lumière si svolgono infatti al Gran Cafè di Parigi. Il cinema riproduce e industrializza l’immagine in movimento. Utilizzando la pellicola, esso produce molte immagini al secondo (16 fotogrammi al secondo per il cinema muto e di 24 per il cinema sonoro, mentre la televisione ne avrà 25) che, fissandosi sulla retina dell’occhio, ci danno l’impressione del movimento. Di ogni pellicola si possono fare molte copie; l’industrializzazione e la riproducibilità tecnica giungono anche nello spettacolo.
Fin dall’inizio infatti il cinema è presentato come una forma di spettacolo pubblico. All’inizio prevalgono quelli che oggi chiameremmo “documentari”, ma già nella prima serata a pagamento c’è la scenetta umoristica dell’annaffiatore innaffiato”.
Il film imboccherà decisamente la strada della finzione; il documentario e l’informazione rimarranno genere minori. La lentezza dello sviluppo e del montaggio tolgono al cinema la possibilità della diretta. La diretta ci sarà solo con la televisione.
Dal 1910 il cinema di dota di sale di proiezioni fisse, e rimane così un medium pubblico fino all’avvento delle videocassette.
Il cinema, ha istituito una divisione del lavoro rigorosa. Il cinema obbedisce a standard di formato, di lunghezza, di tempi e modalità di lavorazione che ne fanno un prodotto industriale, sia pure non seriale. Nel Novecento non vi saranno mass media a carattere individuale. Tutta la loro produzione sarà il frutto di un lavoro di èquipe e standardizzato. Perfino i mezzi di espressione tipicamente individuali (il romanzo, il racconto) incontreranno, al momento di essere riprodotti e diffusi in forma di libro stampato, il lavoro collegiale delle case editrici.

4. Lo spettacolo riprodotto

Le differenze di forma culturale fra teatro e cinema sono per questo molto profonde. Siamo di fronte alla comparsa di una forma nuova, lo spettacolo riprodotto. Lo spettacolo teatrale di ogni sera è un originale, un’opera autentica.  “La prestazione artistica dell’interprete teatrale – scrive Benjamin – viene presentata definitivamente al pubblico sa lui stesso in prima persona; la presentazione artistica dell’attore cinematografico viene invece presentata attraverso un’apparecchiatura. Quest’ultimo elemento ha due conseguenze diverse. L’apparecchiatura che propone al pubblico la prestazione dell’autore cinematografico non è tenuta a rispettare questa prestazione nella sua totalità. Manovrata dall’operatore, essa prende costantemente posizione nei confronti della prestazione stessa. La seconda conseguenza dipende dal fatto che l’interprete cinematografico, poiché non presenta direttamente al pubblico la sua prestazione, perde la possibilità, riservata all’attore di teatro, di adeguare la sua interpretazione al pubblico durante lo spettacolo.”
Il teatro è dunque un evento rituale unico, autentico, il cinema un prodotto sintetico e composito, riproducibile tecnicamente.
Il cinema si rivolge ad un’utenza popolare urbanizzata, perché i biglietti possono avere un costo modesto. Lo sviluppo del cinema di fiction rappresenta l’esigenza sociale di una rappresentazione narrativa industrializzata e standardizzata, diversa dallo spettacolo “artigianale” del teatro. La diffusione e la popolarità del teatro  subirono un ridimensionamento, simile a quello che subirà la radio dopo l’avvento della televisione. Il limite del teatro rispetto al cinema è l’impossibilità di divenire un fenomeno industriale riproducibile; ma questa è stata anche, paradossalmente, la sua salvezza: infatti è la chiave del suo fascino.
Il cinema coltiva il nuovo tipo di pubblico, rappresentando la prima forma di svago industriale comprensibile a tutti, perché fondato sull’immagine e non sulla parola scritta. L’immagine comincia così la sua risalita nei confronti della scrittura, che lo porterà a conquistare in Novecento, alimentandosi anche con il divismo, il culto delle attrici e degli attori che già era stato anticipato dal teatro ma che troverà nel cinema popolare la sua sede più geniale. All’inizio del Novecento il cinema è già uno strumento potentissimo, capace di orientare interi gruppi sociali: è proprio quello che succede in America, dove i moltissimi immigrati trovano nel cinema un fondamentale elemento socializzante.
Si cerca quindi di realizzare un prodotto medio, capace di mobilitare il grande pubblico e di superare le frontiere, proponendosi in paesi diversissimi tra loro.

La radio della telegrafia al broadcasting
1 Wireless

La radio è stata inventata nel 1895. Essa è un’applicazione pratica della scoperta delle onde elettromagnetiche da parte del fisico tedesco Hertz negli anni Ottanta dell’Ottocento. Hertz scopre che l’etere può essere percorso da onde, di varia frequenza, che l’uomo può generare artificialmente. Guglielmo Marconi, come molti altri inventori, ingegnerizza questo principio.
La radio è il primo strumento di comunicazione di massa che non richiede alcun tipo di supporto materiale. Esso infati si fonda esclusivamente su una trasmissione di natura immateriale, cioè sulla generazione di onde elettromagnetiche che vengono ricevute da un apparecchio ricevente e decodificate.
L’invenzione di Guglielmo Marconi non è in realtà la radio che conosciamo oggi. Marconi aveva chiamato il suo ritrovato “telegrafo senza fili”; la sua intenzione era quella di superare le difficoltà di applicazione del telegrafo in particolari contesti. Il telegrafo elettrico infatti poteva comunicare solo con luoghi già collegati con il “filo”, escludendo quindi le zone più remote ed impervie ma soprattutto le navi in mare aperto; in Italia la Marina ed il ministero delle Poste rifiutarono il suo progetto che fu invece accettato in Inghilterra.
In seguito all’accettazione del suo dispositivo, Marconi fondò la Compagnia Marconi che in Gran Bretagna esiste ancora. Le applicazioni navali della nuova invenzione furono immediate e vastissime, tanto che ancor oggi il radiotelegrafista di una nave si chiama marconista. La prima dimostrazione dell’utilità della radio nota al grande pubblico si ebbe al momento dell’affondamento del Titanic quando il SOS venne intercettato da un giovane marconista dell’American Marconi di nome David Sarnoff, che poi sarebbe diventato il presidente della Radio Corporation of America. La radio fu utilizzata massicciamente durante la prima guerra mondiale. Questa radio non ha comunque quasi nulla a che vedere con quella odierna. Il telegrafo senza fili è un mezzo di comunicazione punto a punto, da un mittente a un destinatario che sono intercambiabili, mentre la radio moderna è una forma di comunicazione di massa, tra una stazione emittente ed un pubblico ascoltatore.

2 On air

Nel 1906 Lee de Forest inventò una valvola elettronica, il triodo (che lui chiamò audion) che permetteva di trasmettere la voce umana invece dell’alfabeto telegrafico Morse utilizzato da Marconi; durante la prima guerra mondiale si trovò il modo di produrre industrialmente il triodo come una comune lampadina. Dopo la guerra mondiale le industrie avevano sviluppato tecnologie e linee di produzione, ma non avevano più le commesse militari. Gli Stati Uniti ritennero allora conveniente lanciarsi nella produzione di semplici apparecchi radio solo riceventi per uso domestico. La complessità dell’apparato radiotelegrafico si scindeva in due corpi asimmetrici, in un apparato trasmittente molto complesso (la stazione radio) ed in uno ricevente molto semplice (la radio di casa). Era nata la radio come mezzo di comunicazione di massa.
Ma che cosa si poteva ascoltare con la radio? Un contenuto era necessario, perché la gente sentisse il bisogno di acquistarla. Si pensò di rifornire questi apparecchi con musica e parole, trasmessi da una potente stazione e ricevuti da tutti gli apparecchi sparsi nell’area di ricezione, senza bisogno di alcun collegamento materiale. Questa è una rete piramidale solo discendente, con un vertice che è la stazione emittente e una base costituita da apparecchi solo riceventi che non possono comunicare né con l’emittente né tra di loro. La trasmissione via etere in questa forma fu chiamata “broadcasting”, un termine inglese che significa propriamente “semina larga”. Il neologismo “narrowcasting”, “semina stretta”, sarà coniato negli anni Ottanta del Novecento per definire invece la trasmissione delle televisioni a pagamento.
Il broadcasting è una forma di comunicazione in grado di penetrare nel domicilio, con la differenza che se il telefono è una comunicazione punto a punto ed una rete “vuota”, la radio assolverà a ben altre funzioni perché trasmette  “piena” di contenuto. Mentre il cinema si assesta saldamente nello spazio pubblico e costruisce le sue sale sempre più grandi ed imponenti, la radio tesse una rete immateriale, che arriva gradualmente in tutte le case, inserendosi nella vita privata ed aggiungendosi alle altre reti a cui è collegata.
La radio diventa un servizio “a flusso”: è disponibile in casa quando lo si desidera e viene erogato finchè non si chiude il collegamento. L’unico effettivo atto di acquisto, ormai dimenticato, è quello iniziale di quando abbiamo acquistato l’apparecchio. La fruizione è domestica e quindi ciascuno ne usufruisce come e quando crede, anche in contemporanea con altre attività.
I concetti di pubblico e privato ne escono stravolti. Lo spettatore era sempre stato associato allo spazio pubblico. Parliamo di “pubblico della radio” quando i membri che lo compongono non sono fisicamente compresenti e si trovano tutti nel privato. Parliamo di “comunicazione di massa” , ma in realtà la massa non c’è più. Per essere più precisi , una massa che ascolta c’è, ma non è riunita nello stesso posto: ciascuno è a casa sua.
Inizialmente della radio (come della televisione) è stato fatto un uso collettivo poiché gli apparecchi costavano ancora molto e per questo ci si recava nei pochi luoghi in cui essi erano presenti, in un bar o anche da un vicino di casa più facoltoso. Ma appena si è potuto, si è realizzato un ascolto familiare e poi individualizzato.
Di questa dimensione collettiva per necessità fu fatto negli anni Trenta un uso politico: il fascismo ed il nazismo hanno usato la radio come forma di informazione in tempo reale del regime, come un altoparlante per i propri comizi.
La radio rappresenta il trionfo dell’uso domestico della comunicazione e della quotidianità rispetto al giornale che presuppone alfabetizzazione e “impegno”. Il livello di attenzione e di concentrazione che richiede e che le viene prestato è minore rispetto ad altri mezzi di comunicazione di massa, come avverrà anche per la televisione. Si tratta di una rivoluzione sociale di notevole portata, perché in grado di raggiungere le fasce sociali più basse, perché è gratuita, perché non richiede la capacità di saper leggere e scrivere, perché è compatibile con le attività quotidiane e non richiede uno spostamento nello spazio pubblico né un atto di acquisto.

 

3 Il broadcasting in USA e in Europa: due modelli

Negli Stati Uniti, dove la radio è nata, un primo tentativo di farne un monopolio della Marina da guerra fallì sul nascere. Essa costituì sempre un’attività commerciale, svolta da un colosso come la RCA (Radio Corporation of America), costituita nel 1919. La radio era vista come un affare: si distribuivano gratuitamente i programmi perché i cittadini-clienti comprassero gli apparecchi radio. Quando il mercato degli apparecchi fu saturo, il ruolo del finanziatore sarebbe stato preso dalla pubblicità. Per la prima volta, questa rappresentava l’unica fonte di entrata di un mezzo di comunicazione.
Nel 1927 fu emanata una legge, il Radio Act, che diceva: chiunque può effettuare trasmissioni radiofoniche purchè in possesso di una licenza, che assegnava anche le frequenze su cui trasmettere. Poco dopo fu creata per questo un’autorità federale, la FRC (Federal Radio Commission dal 1934 FCC, Federal Communication Commission)
La radio americana si organizzò in tre grandi network: NBC, CBS, ABC, che poi diventarono anche televisivi. Ciascun network è collegato con un gran numero di stazioni locali affiliate che ripetono il loro segnale. I network forniscono solo una parte della programmazione giornaliera, comprensiva di pubblicità; nelle altre fasce orarie le emittenti locali mandano in onda programmi propri con pubblicità locale. Possono anche consorziarsi con altre stazioni per la produzione di programmi o la ricerca di pubblicità; questi consorzi prendono il nome di “syndication”
In Europa la radio si sviluppò secondo un modello opposto. La radio si consolida come un monopolio diretto o indiretto dello Stato che si sovvenziona attraverso una tassa o un canone d’abbonamento ed esclude o lascia ai margini la pubblicità. In nessuno dei paesi europei, l’industria radioelettrica avrebbe avuto le dimensioni necessarie a finanziare, come in America, la nascita dei programmi radiofonici.
L’esempio più tipico fu quello inglese. Nel 1926 viene costituita un’impresa pubblica, la BBC che aveva il monopolio delle trasmissioni radiofoniche ed era dotata di una precisa missione: “istruire, informare, intrattenere”. La BBC non ammetteva la pubblicità e si finanziava soltanto attraverso fondi pubblici. La radio è vista come un “servizio culturale” che lo Stato eroga potenzialmente a tutti i cittadini; si parla per questo di una “impostazione” pedagogica del servizio pubblico.
Il carattere pubblico della radio e poi della TV europea favorisce la costituzione di grandi apparati culturali legati alla politica, che governa gli enti radiotelevisivi.
I paesi autoritari non si lasciarono sfuggire le opportunità propagandistiche proprie del nuovo mezzo. In Italia il governo fascista esercitava un controllo di fatto sull’EIAR (Ente italiano per le audizioni radiofoniche) che operava in regime di monopolio. L’uso più persuasivo della radio fu operato tuttavia dal nazismo tedesco. Dopo la seconda guerra mondiale anche l’Italia e la Germania si ispirarono al modello della BBC. In Italia l’EIAR lasciò il posto alla RAI (Radio audizioni italiane, 1944- poi Radiotelevisione italiana).

La televisione
1. Nasce la tv

Tra la radio e il cinema muto si era stabilita una tacita spartizione di campi. Il cinema era il leader dello spettacolo nello spazio pubblico, la radio era la regina dell’intrattenimento domestico. L’uno aveva le immagini, l’altra i suoni. Dal 1927 però il cinema diventò sonoro, con immediato successo. Le aziende radiofoniche compresero che il loro spazio sociale non era più intoccabile ed era minacciato. La televisione apparve loro come una risposta efficace e insieme un’evoluzione desiderata della radio. Per questo quando la nuova invenzione fu pronta, essa ebbe come contenitore naturale le stesse imprese, la medesima filosofia aziendale, lo stesso quadro di riferimento giuridico della radio. La televisione, diversamente da altre invenzioni, non ebbe bisognosi cercare un uso sociale che le permettesse di crescere: essa aveva una funzione sociale già stabilita, quella di perfezionare e allargare il ruolo già svolto dalla radio. Il gradimento popolare della televisione è dovuto al fatto che essa offre una percezione quasi completa. La televisione non affatica, permette di seguire i programmi senza sforzo e senza particolare concentrazione, dando una sensazione di verità e di completezza.
Nel corso degli anni Trenta vari paesi effettuarono esperimenti di televisione che in Germania, Inghilterra, Stati Uniti portarono all’inizio ufficiale delle trasmissioni tra il 1936 e il 1939. La guerra però bloccò tutto. Soltanto nel dopoguerra si verificarono le condizioni sociali di sfondo che potevano rendere plausibile la televisione. Tra l’altro, solo nel dopoguerra il nome “revisione” prevalse nell’uso generale rispetto a “radiovisione”.
Negli Stati Uniti il decollo della tv fu rapido tra il 1948 e il 1952. In Europa la televisione giunge negli anni ’50, insieme allo motorizzazione privata. In Italia il servizio televisivo inizia il 3 Gennaio 1954 ed è svolto dalla RAI in regimi di monopolio e sotto controllo governativo. La grande espansione della tv in Italia avviene tra il 1956 ed i primi anno ’70; dal 1961 ci sarà un secondo canale, dal 1979 un terzo.

 

2. TV all’americana

Il modello televisivo americano è fondato sulla competizione tra più catene televisive indipendenti (Network), finanziate dagli investitori pubblicitari e gratuite per lo spettatore.
L’obiettivo di un network è quello di realizzare il massimo di ascolto e di farlo diventare costante e fedele. Dal 1950 la società di ricerche di mercato Nielsen diffuse negli USA indici di ascolto delle tv che concorrevano a formare le tariffe pubblicitarie e, più in generale affermavano l’attendibilità della televisione.
Per conseguire questi obiettivi i programmi della tv americana sono basati sull’intrattenimento, su giochi e quiz su varietà, sulla fiction. I network non hanno dunque preoccupazioni pedagogiche.
La centralità dell’intrattenimento, tuttavia, lascia un ampio spazio ai notiziari, che sono svolti con l’indipendenza di giudizio e l’alto livello propri della stampa americana, e all’approfondimento delle notizie ad opera di un “anchorman”, un giornalista dalla forte personalità, connotato anche politicamente, che conduce uno spazio fisso. All’informazione si aggiunge il periodico inserto di eventi spettacolari, sportivi, o anche politici, in diretta. La televisione americana raggiunge e talvolta supera la qualità dei servizi pubblici europei, che pagano il prezzo di un più stretto legame con la politica.

3. TV all’europea

Anche le televisione europee s’ispirarono per i loro programmi all’esperienza radiofonica e ne proseguirono le caratteristiche di monopolio e di sevizio pubblico. Era un’offerta televisiva limitata e senza concorrenza, in bianco e nero, e su un solo canale, disponibile in un ristretto numero di ore. Solo negli anni ’60 arriverà in Italia il secondo canale RAI che obbedirà a regole di complementarità rispetto al primo,e negli anni ’70 il colore.
Questa televisione aveva un palinsesto settimanale e non giornaliero. Nel palinsesto. Ogni serata era dedicata ad un diverso genere: si pensava dunque ad una televisione di appuntamenti attesi con ansia, che veniva accesa quando si era interessati ad un determinato programma, non alla fruizione continua del televisore acceso come in USA. L’indice di ascolto non interessava i dirigenti delle tv europee.
La televisione europea trasmetteva in diretta grandi eventi, produceva in studio “rubriche”. In Italia lentamente si fanno strada i “rotocalchi”, dedicati all’approfondimento delle notizie.
L’intrattenimento era rappresentato sa misurati spettacoli di varietà, con cadenza settimanale, realizzati in grandi studi con la presenza del pubblico, e da quiz e giochi che erano il genere più “americano”: spesso prodotti acquistando il “format” negli USA. Inoltre comparvero da subito prodotti di fiction americani. Il film in Tv fu un genere scarso, per l’intenzione di non fare concorrenza al cinema nelle sale, anche quando la RAI diventò un produttore cinematografico di qualità. Infine la pubblicità: esigua in Italia, considerata risorsa accessoria e rigorosamente messa in parentesi.

4. Radio libera

La televisione tolse rapidamente alla radio il ruolo di medium mainstream,  conquistando un grande successo, prima ancora di diffondersi nelle case. La radio seppe tuttavia trovare un nuovo ruolo, ridefinire i suoi linguaggi e le sue modalità di rapporto con il pubblico. In particolare negli Stati Uniti degli anni Cinquanta la si inserì stabilmente nei consumi di una precisa fascia di pubblico, i giovani, che proprio negli stessi anni cominciavano ad affermare una propria individualità anche con tratti di una forte ribellione nei confronti degli adulti, e ad esercitare proprie scelte di consumo.
Questa ribellione assunse i tratti della nuova musica rock e la radio divenne la sua naturale alleata. Lo stesso nome “rock’n’roll”  fu probabilmente coniato da Alan Freed, conduttore dell’emittente Wins di New York e principale esponente di un nuovo tipo di radio, quasi esclusivamente musicale, fondata sulla ripetizione ciclica di dischi di musica leggera, presentati da un disc jockey.
Dal 1953 si diffonde in America la radio in modulazione di frequenza (FM): più semplice da trasmettere e da ricevere, permette di avere un audio stereofonico. Dal 1957 l’industria giapponese diffonde in Occidente la radio FM a transistor, svincolata da una presa elettrica e quindi dall’obbligo di rimanere a casa. Questo enorme vantaggio del suono sull’immagine aiuta la radio a trovare una nuova strada e un nuovo ruolo. Tascabili ed economiche accompagnano la vita dei giovani fuori dai riti e dai luoghi della famiglia e si insediano nel cruscotto delle automobili. Nel 1979, un’altra tappa fondamentale di questo percorso sarà il walkman. La radio diventa così il primo personal medium e, contemporaneamente , il primo mezzo mobile.
Alla radio si sviluppano presto forme di interattività differita attraverso il telefono. Dalla dedica alla confessione, al dibattito vero e proprio, la radio porta in pubblico elementi di vita personale narrati “ad armi pari”, essendo tutti i componenti del flusso comunicativo dotati esclusivamente delle voce.
In Europa le emittenti radiofoniche del servizio pubblico faticavano a cogliere, per la loro funzione pedagogica, le novità della programmazione musicale americana perché consideravano la musica leggera un genere minore. Per questo la musica americana giunse in Europa attraverso Radio Luxemburg; nacquero però anche radio pirata come Radio Veronica e Radio Caroline. Sistemate su vecchie navi, trasmettevano dalle acque internazionali al largo delle coste inglesi, francesi, olandesi… Il successo di queste emittenti, in cui il ruolo dei dj come collane tra la musica e le parole era decisivo, fu così ampio che sfondò le resistenze inglesi alla musica rock.
La BBC ingaggiò i dj più seguiti di queste radio e trasformò il suo primo canale in una radio musicale e parlata per i giovani. BBC One divenne il mezzo principale di diffusione del rock americano.
La RAI cedette qualche ora di programmazione alla musica giovanile, ma non un flusso continuo. Nell’Italia settentrionale si riceveva però Radio Montecarlo, che trasmetteva in italiano dal 1966 e rappresentò la versione melodica della radio pirata. Dunque una radio straniera, tacitamente riconosciuta dalla RAI, aprì la strada in Italia alla radiofonia privata, pur senza diffondere la cultura del rock, che arrivò invece nella seconda metà degli anni Settanta.

5. La rottura del monopolio pubblico e l’arrivo dell’emittenza privata

Negli anni Settanta i monopoli televisivi pubblici furono messi in discussione in tutta Europa. Con l’elettronica i costi di tutte le fasi dell’attività televisiva si riducevano sensibilmente, telecamere e videoregistratori di ridotte dimensioni e prezzo modesto erano oramai largamente disponibili; l’economia era molto cresciuta ed era possibile pensare di realizzare grandi profitti aprendo alla pubblicità spazi in televisione che il monopolio attribuiva con il contagocce, ma che emittenti private non avrebbero certo lesinato. 
Tutti i paesi d’Europa affrontarono la spinta ad aprire e privatizzare almeno in arte la radiotelevisione, anche ai livelli locale e sopranazionale.
In Italia, dopo molti anni di discussione, una legge del 1975 ribadì il monopolio e modificò largamente al RAI. Il controllo sull’azienda passava dal Governo al Parlamento. La legge introduceva un terzo telegiornale e una terza rete televisiva, dedicata alla cultura e al decentramento regionale. Testate e reti, ciascuna garantita da un partito di riferimento, erano largamente autonome e concorrenziali tra loro.
L’anno successivo, tuttavia, una sentenza della Corte costituzionale ammetteva l’emittenza privata, radiofonica e televisiva, purchè in ambito locale; negando di fatto il monopolio radiotelevisivo. Cominciarono a sorgere come funghi radio e TV private.

6. Neotelevisione

Emittenti televisive private nacquero in tutte le città e le regioni e all’inizio furono un fenomeno di costume.  Presto però cominciarono a rafforzarsi e ad allargare l’area di ricezione potenziando i loro impianti. Intanto la RAI ampliava e rinnovava la propria offerta sotto l’impulso della nuova legge, mentre dal 1977 era stato introdotto il colore, con molto ritardo rispetto al resto d’Europa.
Il monopolio sostanzialmente finì quando, all’inizio degli anni Ottanta, apparvero circuiti nazionali efficienti di televisioni private commerciali. Nel 1984 la Fininvest raggiunse lo stesso numero di reti nazionali della RAI e le superò per fatturato pubblicitario; la televisione italiana cominciò ad essere una partita a due RAI- FIninvest, quello che è stato definito un “duopolio”.
L’effetto combinato di queste novità modificò profondamente i linguaggi della televisione italiana. I modi espressivi e la forma culturale della TV cambiarono radicalmente, e per loro Umberto Eco coniò un nuovo termine “neotelevisone”. Tutta la TV precedente, quella del monopolio, è diventata così paleotelevisione. La televisione che vediamo oggi è al 90% neotelevisione.
Nella neotelevisione il rapporto fra intrattenimento e altre forme di programmazione, come l’informazione e la cultura, si sposta verso l’intrattenimento molto più di quanto fosse possibile per una televisione pubblica in regime di monopolio. L’intrattenimento tende ad inglobare gli altri generi, diventando il vero tessuto connettivo della programmazione.
La concorrenza in cui vive la neotelevisone non è soltanto economica, ma culturale e sociale. Per questo essa tende ad assumere un formato “generalista”, cioè con programmi, argomenti e contenuti rivolti a tutte le età e a tutte le categorie sociali, che si presumono graditi alla grande maggioranza, alla generalità degli spettatori. Dal 1986 anche l’Italia ha una misurazione quantitativa degli indici di ascolto grazie a una società super partes, l’AUDITEL: adesso non sono più i dirigenti del monopolio a decidere cosa gli spettatori devono vedere, e in quali giorni ed orari, ma loro stessi, con un colpo di telecomando: lo strumento che proprio negli stessi anni si diffonde e che permette di “navigare”, comodamente seduti in poltrona. Si entra così in un regime di molteplice e varia offerta televisiva e di maggior potere del pubblico, con cui le emittenti devono scendere a patti, (patto comunicativo) visto che molti agguerriti programmi si contendono lo stesso pubblico. Gli italiani vedono la TV molto più di prima e le ore di trasmissione aumentano in modo esponenziale, ma si tratta spesso di una visione casuale, distratta, disincantata, ripartita tra più canali frequentemente interrotti dalla pubblicità. Ciascuna rete cerca di farsi scegliere e far permanere lo spettatore sul proprio programma, possibilmente anche durante gli spot pubblicitari, tenendo conto dei bassi livelli di attenzione e della pratica dello zapping. La trasmissione viene così suddivisa in brevi frammenti narrativi, ciascuno dotato di un senso proprio, capaci di essere immediatamente compresi dai telespettatori, di invogliarli a rimanere, di non avere cali di tensione e di tono. Ciò permette al pubblico di unirsi al programma anche se è già iniziato da tempo. Le cesure tra una trasmissione e l’altra, o tra il programma e la pubblicità, sono pericolose perché possono invogliare lo spettatore a cambiare canale o a spegnere al tv.
Questa modalità di offerta televisiva è stata chiamata “flusso televisivo” da Williams, uno studioso inglese che durante un soggiorno in California nel 1972, aveva visto con occhi europei la TV commerciale americana. Il flusso televisivo invita non a stabilire particolari nessi tra la realtà e la sua rappresentazione, ma semplicemente a scegliere, fra i molti spettacoli offerti, i frammenti che più ci interessano.

 

 

 

 

 

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Area tematica : Comunicazione | Argomento : Teorie e tecniche dei linguaggi radiotelevisivi | Indice argomenti

Fonte articolo : http://www.scicom.altervista.org/ | Autore : non specificato nel documento | tipo origine articolo : documento word |

Data pubblicazione : 14/1/11

 

     

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