Biografia Napoleone Bonaparte

     

    Biografia Napoleone Bonaparte


    Tratto da wikipedia : Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Isola di Sant'Elena, 5 maggio 1821) fu un politico e militare francese, nonché fondatore del Primo Impero francese.

    Ufficiale d'artiglieria e quindi generale durante la rivoluzione, governò la Francia a partire dal 1799: fu Primo Console dal novembre 1799 al maggio 1804 e Imperatore dei francesi, con il nome di Napoleone I (Napoléon Ier), dal dicembre 1804 al 14 aprile 1814 e nuovamente dal 20 marzo al 22 giugno 1815. Fu anche presidente della Repubblica Italiana dal 1802 al 1805 e re d'Italia dal 1805 al 1814, «mediatore» della Repubblica Elvetica dal 1803 al 1813 e «protettore» della Confederazione del Reno dal 1806 al 1813.

    Grazie a una serie di brillanti campagne militari e alleanze, conquistò e governò larga parte dell'Europa continentale, esportando gli ideali rivoluzionari di rinnovamento sociale e arrivando a controllare numerosi Regni europei tramite i membri della sua famiglia (Spagna, Napoli, Westfalia e Olanda). La disastrosa Campagna di Russia (1812) segnò la fine del suo dominio sull'Europa. Sconfitto a Lipsia dagli alleati europei nell'ottobre del 1813, Napoleone abdicò il 14 aprile 1814 e fu esiliato all'Isola d'Elba. Nel marzo del 1815, abbandonata furtivamente l'Elba, sbarcò vicino ad Antibes e rientrò a Parigi «senza sparare un sol colpo», riconquistando il potere per il periodo detto dei Cento Giorni, finché non venne definitivamente sconfitto a Waterloo dalla settima coalizione, il 18 giugno 1815. Trascorse gli ultimi anni di vita in esilio all'isola di Sant'Elena, sotto il controllo degli inglesi. Dopo la sua caduta, il Congresso di Vienna ristabilì in Europa i vecchi Regni pre-napoleonici (Restaurazione). Fu il primo regnante della dinastia dei Bonaparte. Sposò Giuseppina di Beauharnais nel 1796, e in seconde nozze l'arciduchessa Maria Luisa d'Austria, l'11 febbraio 1810, dalla quale ebbe l'unico figlio legittimo, Napoleone Francesco, detto il re di Roma (1811-1832). La sua figura ha ispirato artisti, letterati, musicisti, politici e storici, dall'ottocento sino ai giorni nostri.

 

Biografia Napoleone Bonaparte

 

 

Napoleone bonaparte

 

 

L’ascesa di Napoleone Bonaparte

 

 

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1.1 Il Direttorio

Privo di un'ampia base sociale e politica, il Direttorio cercò di mantener­si in equilibrio attraverso frequenti spostamenti della sua linea politica: a sinistra quando il governo era messo in difficoltà dalle manovre e dall'of­fensiva dei monarchici e degli aristocratici, a destra quando la pressione popolare e giacobina si faceva più pesante. A uno dei poli dell'oscillazio­ne si pone una esperienza che, malgrado la sua ristrettezza e l'arcaicità delle idee di eguaglianza a cui si ispirava, lasciò in eredità alcune formu­le politiche e ideologiche fortunate ai movimenti socialisti del XIX e XX secolo.

Dopo il tentativo insurrezionale monarchico del 5 ottobre il Direttorio mu­tò atteggiamento nei confronti dei giacobini; la minaccia più grave veniva, per il momento, da destra. Fu ridata libertà a numerosi giacobini che erano stati imprigionati e furono riaperti a Parigi alcuni clubs. I neo-giacobini for­marono un nuovo gruppo attorno a Gracco Babeuf e al giornale che egli di­rigeva, il «Tribun du peuple», in cui sembrò rivivere la violenza polemica e il radicalismo popolare di Marat. Le idee di Babeuf differivano però da quel­le dei montagnardi. Costoro, anche quando avevano assunto posizioni estre­mistiche, avevano cercato di conciliare le rivendicazioni popolari con la difesa della proprietà privata. Il Manifeste des plébéiens, pubblicato il 30 no­vembre 1796 dal «Tribun du peuple», si basava invece sul presupposto del­la negazione della proprietà privata, come solo mezzo per raggiungere l'ef­fettiva eguaglianza tra i cittadini. Babeuf proveniva dal mondo contadino. Le sue idee egualitarie avevano trovato una prima espressione in un opuscolo del 1789, nel quale egli aveva sostenuto la necessità di dividere le terre tra i contadini. In seguito aveva superato queste posizioni e, ripudiando l'idea della «legge agraria» livellatrice, aveva indicato la soluzione del problema nella «socializzazione dei mezzi di produzione» e nella distribuzione dei prodotti non attraverso il meccanismo del mercato ma secondo i bisogni dei lavoratori.

Babeuf intendeva realizzare il suo programma con un colpo di forza che avrebbe dovuto attuare la dittatura della minoranza che si proclamava de­vota al bene pubblico. Nell'inverno del 1796 costituì un comitato insurre­zionale, del quale fecero parte alcuni ex montagnardi e giacobini e l'italia­no Filippo Buonarroti, che già come commissario nazionale a Oneglia aveva manifestato il suo orientamento «egualitario» confiscando le terre del barone locale. Il governo ebbe facilmente ragione del tentativo ba­buvista. La congiura fu scoperta e alcuni suoi promotori, tra i quali il Ba­beuf, furono condannati a morte e ghigliottinati nel maggio del 1797.

Per dissipare la preoccupazioni che lo spettro dell'eguaglianza sociale aveva suscitato, la politica del Direttorio inclinò nuovamente verso destra, favorendo l'inserimento di elementi monarchici nella macchina del potere e il rientro degli emigrati e dei preti refrattari. L'agitazione realista poté svi­lupparsi sul piano legale, mentre fino allora si era basata soprattutto sui com­plotti organizzati all'estero e sulla lotta armata nelle province.

A questo punto, però, le manovre politiche si dimostrarono controprodu­centi. Nelle elezioni dell'aprile 1797 i monarchici ottennero un successo ta­le da mettere in pericolo l'esistenza stessa della repubblica. I progressi che fecero nei mesi successivi, ottenendo la presidenza del Consiglio degli An­ziani e del Consiglio dei Cinquecento, spinsero la maggioranza del Diretto­rio (Barras, Larévellière, Reubell) a realizzare, con l'aiuto dei generali re­pubblicani, un colpo di Stato, il 18 fruttidoro dell'anno V (4 settembre 1797). Parigi fu occupata dall'esercito, le elezioni furono annullate in 49 diparti­menti. La repubblica era salva, a costo di sostanziali deroghe al regime co­stituzionale rappresentativo nel cui nome i termidoriani avevano abbattuto Robespierre; ma il ricorso all'esercito si rivolse in definitiva contro lo stes­so Direttorio, determinando un mutamento di regime che sostituì al potere civile e alla lotta tra i partiti il potere di un geniale e fortunato generale, Napoleone Bonaparte. Ciò avvenne non solo perché nessuna delle forze politi­che era in grado di assicurare uno sbocco stabile al processo rivoluzionario nell'ambito del regime liberale-costituzionale, ma anche perché il Diretto­rio, più che a grandi iniziative sul piano interno, affidò il proprio prestigio al successo militare, alla guerra, all'espansione.

 

1.2 La  campagna del generale Bonaparte in Italia

Creato durante il periodo giacobino, l'esercito rivoluzionario costituiva an­cora uno strumento eccellente a questo fine, anche se per alcuni aspetti la sua organizzazione era decaduta e il suo entusiasmo si era attenuato. Prote­so alla conquista piuttosto che all'affermazione della libertà, l'esercito era devoto più ai suoi capi che al potere civile. Esso restava tuttavia animato da spirito repubblicano, continuava a essere democratico nella sua struttura (l'accesso ai gradi superiori era aperto a tutti), era numericamente forte gra­zie alla leva in massa: aveva, insomma, diversi fattori di superiorità rispetto agli eserciti delle potenze conservatrici e offriva garanzie di fedeltà alle grandi linee della rivoluzione.

Uno dei suoi punti deboli era la mancanza di un sistema di rifornimenti as­sicurato dallo Stato. A risolvere questo problema contribuì l'orientamento che il Direttorio impresse alla guerra. Una volta che l'obiettivo della conquista si sostituì a quello della liberazione dei popoli oppressi, la guerra finanziò se stessa; e i generali poterono addirittura con una parte del bottino realizzato durante le campagne militari sovvenzionare l'opera civile del governo.

Con i trattati del 1795 la prima coalizione si era dissolta, ma restavano in guerra l'Inghilterra e l'Austria con gli alleati italiani. Il piano di attacco con­tro l'Austria, elaborato dal Direttorio, aveva il suo perno nelle due armate che operavano alla frontiera franco-germanica, comandate da Jourdan e Mo­reau. A esse era affidato il compito di sferrare l'attacco che avrebbe dovuto portare la minaccia francese direttamente contro Vienna. L'armata d'Italia, comandata da Schérer, aveva il compito subordinato di impegnare una par­te dell'esercito austriaco, alleggerendo la pressione sul fronte del Reno.

Dopo l'annessione della Savoia e di Nizza, le operazioni di guerra condotte dai Francesi in Italia si erano limitate per lungo tempo a una serie di scara­mucce lungo le Alpi e a una puntata offensiva in Liguria. Alla ripresa delle operazioni, l'armata d'Italia non avrebbe dovuto avere una funzione diversa da quella che aveva avuto fino a quel momento. Ma la sostituzione dello

Schérer col generale Bonaparte nel marzo del 1796 e le sconfitte subite dal Jourdan e dal Moreau sul fronte del Reno mutarono la situazione e le pro­spettive militari. Nel momento in cui il Bonaparte assunse il comando, l'ar­mata d'Italia raggiungeva appena 36.000 uomini ed era in disastrose condi­zioni di equipaggiamento. Nel giro di pochi mesi i successi che Bonaparte riuscì a conseguire furono tali da attribuire al fronte italiano un'importanza fondamentale nel quadro della guerra e da assegnare al giovane generale il posto di maggiore rilievo tra i capi dell'esercito repubblicano. Fatto non se­condario, le sue truppe divennero le meglio rifornite ed equipaggiate tra tut­te quelle di cui disponeva la repubblica: «Soldati – diceva un suo proclama scritto alla vigilia della campagna italiana – siete nudi, mal nutriti; ma io vo­glio condurvi nelle pianure più fertili del mondo. Ricche province, grandi città saranno in vostro potere; vi troverete onore, gloria e ricchezza».

Bonaparte aveva allora ventisette anni. L'offensiva ebbe inizio ai primi di aprile del 1796 e fu coronata da un immediato successo. Il 15 maggio, dopo aver costretto il re di Sardegna Vittorio Amedeo III ad arrendersi e gli Au­striaci a sgomberare la Lombardia e rinchiudersi a Mantova, Bonaparte en­trò trionfalmente a Milano. L'ulteriore avanzata dei Francesi, che giunsero a cento chilometri da Vienna, costrinse poi l'Austria alla pace di Campofor­mio (17 ottobre 1797) e al riconoscimento del dominio francese sulla Lom­bardia, sul Belgio e sul territorio alla riva sinistra del Reno. In cambio l'Au­stria fu autorizzata ad annettersi la repubblica di Venezia che, pur essendo rimasta estranea alla contesa, perdette in quella occasione la sua secolare indipendenza. Contemporaneamente crollarono uno dopo l'altro, in seguito agli attacchi delle truppe francesi e alle agitazioni interne, gli altri governi e le dinastie del Nord e del Centro della penisola italiana, compreso la Sta­to della Chiesa; poco più tardi, nel dicembre del 1798, anche i Borboni ab­bandonarono il regno di Napoli e si rifugiarono in Sicilia.

 

1.3 Le esperienze repubblicane in Italia

Quando a Bonaparte e al governo francese si pose il compito di dare un'or­ganizzazione politica a questi territori, i giacobini italiani dovettero con­statare che il crollo dei vecchi regimi, avvenuto per le vicende della guer­ra, non era premessa sufficiente per la creazione di quelle repubbliche in­dipendenti che essi vagheggiavano. La pace di Campoformio, con il sacri­ficio imposto a Venezia, fu un episodio altamente significativo. La Francia considerava popoli e paesi alla stregua di merce di scambio nelle trattati­ve diplomatiche, e cercava la sua sicurezza e la base della sua potenza nell'oppressione dei popoli piccoli e deboli più che nella solidarietà con gli oppressi. In particolare furono decisamente scoraggiate le tendenze al­l'unificazione della penisola, che cominciarono allora a manifestarsi diffu­samente per la prima volta nella storia italiana. Alla volontà di dominio politico e militare si accompagnò, tuttavia, anche il desiderio di trasfor­mare l'interna organizzazione dei territori conquistati, di estendere a essi leggi e ordinamenti che in Francia erano stati creati dopo la rivoluzione. Il Direttorio acconsentì alla creazione di governi civili repubblicani, im­ponendo a essi una tutela militare e politica tale da ridurre drasticamen­te i margini di autonoma iniziativa politica, che le massicce requisizioni e imposizioni di contributi finanziari limitarono ulteriormente. La resistenza dei repubblicani italiani contro questa pressione fu spesso vivace e, in qualche caso, poté approfittare dei contrasti che dividevano le forze diri­genti della Francia, ma senza poter conseguire importanti e concreti ri­sultati. La prima importante battaglia di rinnovamento condotta in diffici­li condizioni dai repubblicani italiani ebbe soprattutto un valore ideale e di indicazione per il futuro.

Nelle repubbliche giacobine che furono create in Lombardia (la Transpa­dana), a Genova, a Bologna (la Cispadana, comprendente i territori di Mo­dena, Reggio, Bologna e Ferrara), a Roma e a Napoli, più che le iniziative legislative e i tentativi di riforma costituzionale furono importanti il dibatti­to politico e il fermento di idee. Nei circoli costituzionali e nei giornali fu­rono posti in discussione i più importanti problemi sociali e politici, e si co­minciò a discutere e ad affermare l'esigenza di unificazione politica del pae­se. Nella Cisalpina – in cui si fusero, nel luglio del 1797, la Cispadana e la Transpadana, e alla quale furono annessi, dopo la pace di Campoformio, i territori di Bergamo, di Brescia e della Valtellina – il «Monitore italiano» eb­be tra i suoi collaboratori Melchiorre Gioia, il Foscolo, il Lauberg, il Custo­di; esuli di altre regioni, come il napoletano Matteo Galdi, vi svolsero una intensa attività pubblicistica. A Napoli la figura principale fu quella di Ma­rio Pagano, ispiratore ideale e politico di tutto il movimento; accanto a lui emersero Francesco Conforti, erede e rinnovatore del patrimonio intellet­tuale dell'anticurialismo, Eleonora de Fonseca Pimentel, che diresse il «Mo­nitore napoletano», Vincenzio Russo, che fu il rappresentante più significa­tivo delle tendenze radicali.

 

1.4 La spedizione in Egitto

Nel disegno del Bonaparte e del Direttorio, l'Italia doveva essere la base del più vasto impegno militare che, una volta concluso il conflitto con l'Austria, aveva come obiettivo l'Inghilterra. I progetti di uno sbarco si erano dimostra­ti irrealizzabili ed era fallito un tentativo di portare aiuto agli Irlandesi in ri­volta. Nell'impossibilità di risolvere il contrasto su un campo di battaglia, la lotta si era spostata sul piano economico, con la proibizione delle merci in­glesi nel territorio della Francia e dei paesi sui quali essa aveva esteso la sua influenza. Per rendere più efficace la lotta economica, estendendola al di là del continente europeo, Bonaparte propose al Direttorio di organizzare una spedizione in Egitto, Stato vassallo dell'impero turco. Da lì, difatti, avrebbe­ro potuto essere colpiti gli interessi commerciali inglesi in Oriente. L'impresa avrebbe fornito al Bonaparte nuove possibilità di gloria militare; il Diret­torio, da parte sua, fu ben contento di allontanare dalla scena politica euro­pea il generale che aveva dimostrato, nelle trattative di Leoben e nella pace di Campoformio, una eccessiva indipendenza dal potere civile.

La spedizione partì da Tolone il 19 maggio 1798. È degno di nota il fatto che a essa fu aggregata anche una commissione di studiosi che diede un con­tributo fondamentale alla conoscenza storica dell'antichissima civiltà egi­ziana. Nella battaglia delle Piramidi (21 luglio), i Francesi ottennero una netta vittoria sulle truppe dei Mamelucchi, le forze che avevano in Egitto il potere locale sotto la sovranità turca. Bonaparte poté entrare vittorioso al Cairo e accingersi immediatamente a dare al territorio occupato una nuova organizzazione politica e amministrativa.

Ma la flotta che aveva trasportato le sue truppe e che assicurava il colle­gamento con la Francia fu disfatta ad Abukir dalla flotta inglese comandata dall'ammiraglio Nelson. Il corso della guerra subì una svolta. La parte mi­gliore dell'esercito francese e il suo più prestigioso generale rimasero bloc­cati nel territorio egiziano proprio nel momento in cui si formò una seconda coalizione antifrancese, con la partecipazione di Inghilterra, Russia, Austria, impero turco e Borboni di Napoli.

Nella primavera del 1799 le forze russe e austriache concentrarono la lo­ro offensiva sull'Italia, conseguendo una serie di grandi vittorie tra l'aprile e il giugno. I Francesi furono rapidamente ricacciati dalle regioni occupate e l'autorità degli antichi governi fu ristabilita in tutta l'Italia centro-setten­trionale.

A Napoli il ritorno dei sovrani fu altrettanto rapido, ma ebbe un carattere più drammatico che negli altri Stati italiani. La repubblica non fu abbattuta, infat­ti, dall'esercito della coalizione ma da una insurrezione popolare organizzata e diretta da un emissario dei Borboni, il cardinale Fabrizio Ruffo. Sbarcato clan­destinamente in Calabria dalla Sicilia (dove i sovrani di Napoli si erano rifu­giati), egli rivolse un appello alle popolazioni invitandole a insorgere in nome del re e della fede cattolica. Le masse contadine si raccolsero in grosse bande, guidate da capi locali (il più famoso dei quali fu il bandito Michele Pezza, soprannominato fra' Diavolo), e confluirono nell'esercito della Santa Fede, sotto il comando del cardinale Ruffo. Mentre la reazione divampava in tutto il regno, dando luogo a massacri e saccheggi, le bande sanfediste attraversarono la Calabria e la Basilicata ed entrarono a Napoli il 20 giugno 1799. Una feroce re­pressione, preordinata e istigata specialmente dalla regina Maria Carolina e dal Nelson, seguì il ritorno dei Borboni a Napoli. A migliaia furono arrestati e processati coloro che avevano aderito al regime repubblicano. Mario Pagano, Vincenzio Russo, Eleonora de Fonseca Pimentel, Francesco Caracciolo, in­sieme a molti altri che avevano cercato di aprire al loro paese la via del pro­gresso civile, furono giustiziati. Scomparvero, in questo eccidio, i migliori esponenti della cultura e del pensiero politico napoletano.

Dopo i successi militari della coalizione, la situazione della Francia diven­ne difficilissima. Una vittoria dei Francesi a Zurigo, il 25-26 ottobre 1799, fer­mò i Russi che erano in procinto di invadere il suolo francese. Il pericolo fu al­lontanato, tanto più che, in seguito a questo avvenimento e all'insuccesso di un tentativo anglo-russo in Olanda, lo zar ritirò le sue truppe dalla coalizione.

 

1.5  Il Consolato

Restava critica, però, la situazione interna. Tra i motivi di polemica contro il Direttorio non ultima era l'accusa di aver dilapidato il patrimonio di conqui­ste che Bonaparte aveva realizzato nel 1796-1797. Il Direttorio era stato co­stretto ad annullare con un nuovo colpo di forza i risultati elettorali in alcune circoscrizioni (1798) e a sostituire gli eletti con deputati fedeli al governo. Si fece strada l'idea di rafforzare l'esecutivo e di modificare la Costituzione dell'anno III, ritenuta eccessivamente liberale. Il Sieyès, nominato nel 1799 membro del Direttorio, era il principale sostenitore di questo programma.

La crisi interna era arrivata a questo punto quando il Bonaparte decise di rientrare in Francia, lasciando il comando della spedizione al generale Kléber, subito dopo avere annientato un corpo di spedizione turco sbarcato ad Abukir. Il suo ritorno fu salutato con entusiasmo dalla popolazione. I fauto­ri della revisione costituzionale videro in lui lo strumento attraverso il qua­le avrebbero potuto realizzare il loro programma, mentre fra le stesse cor­renti giacobine, profondamente disorientate, vi era chi non escludeva che un governo autoritario potesse attuare una svolta a sinistra, contro speculatori, trafficanti e monarchici. In pochi giorni, per iniziativa del Sieyès e con l'ap­poggio dei Direttori Ducos e Barras, fu messo a punto il piano di un colpo di Stato.

L'operazione, che ebbe inizio il 18 brumaio (9 novembre 1799), si conclu­se con la creazione di un Consolato formato da Bonaparte, Sieyès e Ducos. Gli organizzatori politici del colpo credevano di essersi serviti del prestigio di Bo­naparte per una operazione politica che avrebbe concentrato il potere nelle loro mani. Invece, una volta abbattuto il sistema rappresentativo, Bonaparte diventò il padrone della situazione. Egli infatti riuscì facilmente ad assicu­rarsi la preminenza sugli altri membri del nuovo governo. La Costituzione dell'anno VIII, redatta entro un mese dal colpo di Stato, ratificò il nuovo assetto politico, dando al primo console, che fu lo stesso Bonaparte, il potere effettivo e agli altri due semplicemente il voto consultivo e creando un complicatissimo meccanismo elettorale e di elaborazione delle leggi che assicurava in so­stanza il potere personale del generale. L'aspetto più importante dell'opera realizzata nella prima fase del governo consolare fu il riordinamento ammini­strativo. La divisione del paese in dipartimenti fu mantenuta, ma fu soppres­sa l'autonomia locale, con l'abolizione delle assemblee e delle cariche eletti­ve. Tutta la vita amministrativa locale fu sottoposta ai prefetti, che rappre­sentavano il governo in ogni dipartimento e dipendevano direttamente dal mi­nistro dell'Interno: un modello di accentramento amministrativo che fu poi largamente seguito e imitato in quasi tutti i paesi europei che ebbero nel se­colo XIX un regime liberale-costituzionale.

Tracciate le linee della riorganizzazione interna, Bonaparte riprese la guerra contro l'Austria sul fronte del Reno e su quello italiano. Egli stesso venne in Italia con un'armata di 60.000 uomini e riportò a Marengo, il 14 giugno 1800, una vittoria che ebbe un valore decisivo non soltanto dal pun­to di vista militare, ma anche sul piano politico interno, in quanto servì egre­giamente a consolidare la dittatura da poco instaurata. Il 3 dicembre 1800 una nuova vittoria ottenuta dal Moreau a Hohenlinden consolidò il succes­so. Bonaparte rivolse allora i suoi sforzi al settore diplomatico, nell'intento di realizzare una pace vantaggiosa. Egli aveva come collaboratore in questo campo un ottimo diplomatico, il principe di Talleyrand, che fu l'artefice delle trattative che condussero alla pace con l'Austria (Lunéville, 9 febbraio 1801). Furono riconfermati i termini del trattato di Campoformio e quindi riconosciuti alla Francia i territori del Belgio, della regione renana e della re­pubblica cisalpina (che mutò il suo nome in quello di repubblica italiana e nominò come suo presidente lo stesso Bonaparte). La repubblica batava (Olanda) e la repubblica elvetica furono ricostituite e il Piemonte fu nuova­mente annesso alla Francia. La Toscana, divenuta regno d'Etruria, fu data al duca di Parma.

Il capolavoro diplomatico di Bonaparte e del suo ministro fu poi il rove­sciamento delle posizioni dello zar Paolo I: un capolavoro che però rimase incompiuto perché, mentre si stava elaborando un progetto di alleanza franco-russa in funzione anti-inglese, lo zar fu assassinato. Il fallimento di que­sto progetto e la successiva capitolazione del corpo di spedizione in Egitto (dove Kléber era stato ucciso in un attentato) costrinsero Bonaparte a cercare un accomodamento con l'Inghilterra. Anche in questo paese, d'altron­de, non mancavano difficoltà interne (carestia, crisi finanziaria, questione irlandese) e gran parte dell'opinione pubblica era favorevole alla pace. Le trattative iniziate dopo le dimissioni del ministero Pitt si conclusero con la pace di Amiens (25 marzo 1802).

Subito dopo, la Francia, per ristabilire il suo dominio coloniale nelle Antille, dovette domare la popolazione nera di Santo Domingo che, nel corso della guerra, si era ribellata contro la schiavitù sotto la guida di Toussaint­-Louverture e aveva di fatto affermato l'indipendenza della colonia. Era il pri­mo esempio di un movimento politico di schiavi, al quale non era estranea l'influenza ideale della rivoluzione francese. Un'armata di 10.000 soldati fu inviata nell'isola per soffocare la rivolta e restaurare la schiavitù. Toussaint­-Louverture, arrestato, fu mandato in Francia e fatto morire in prigione.

L’opinione pubblica francese era profondamente soddisfatta delle prime esperienze del Consolato. Bonaparte aveva assicurato alla Francia i «confini naturali», la pace, la tranquillità interna. Il primo console poteva tentare di legare al nuovo regime anche quella parte del paese che nutriva ancora simpatie per la monarchia, isolando così i realisti più pervicaci all'interno e togliendo ai fautori esterni della Restaurazione borbonica ogni possibilità di manovra.

L'abbandono della politica anticlericale e la riconciliazione con la Chiesa erano condizioni indispensabili per la piena attuazione di questo programma. Nella situazione creata dalla vittoria di Marengo, il papa Pio VII accettò le proposte che venivano dal governo francese. Il concordato, negoziato per la parte pontificia dal cardinale Consalvi, fu stipulato il 16luglio 1801. Il cattolicesimo fu riconosciuto come religione della maggioranza dei Francesi, e quindi protetta e sostenuta dallo Stato, che si assunse l'onere di stipendiare il clero. Al primo console spettava la nomina dei vescovi, ai quali il papa dove­va dare l'investitura spirituale. Da parte sua il papa riconobbe la repubblica e rinunciò alla rivendicazione dei beni confiscati alla Chiesa. Al momento della ratifica, il concordato incontrò la decisa opposizione di una parte dei de­putati delle assemblee. Bonaparte epurò il Tribunato (una delle assemblee che, con il Corpo legislativo e il Senato aveva il compito di discutere le leggi nel regime consolare) escludendo gli oppositori; nello stesso tempo, però, fe­ce approvare gli Articoli organici del culto cattolico (inseriti in una legge ge­nerale dei culti), con i quali si attribuiva allo Stato un ampio potere di con­trollo sulla vita ecclesiastica secondo le tradizioni gallicane.

L'istruzione pubblica fu riorganizzata durante il Consolato. Abbandonato il principio dell'istruzione gratuita e obbligatoria (l'insegnamento elementa­re restò affidato al clero e ai Comuni), lo Stato si occupò esclusivamente dell'insegnamento secondario e universitario, che doveva formare professioni­sti, dirigenti dell'amministrazione pubblica, tecnici e quadri dell'esercito. Il fulcro della nuova organizzazione scolastica furono i licei. L'istruzione su­periore rimase di fatto riservata ai giovani appartenenti alle classi elevate, e un rigido controllo sull'insegnamento e sulla disciplina assicurò la fedeltà di studenti e docenti al governo.

Sulla stessa linea si colloca l'opera fondamentale del periodo consola­re, il Codice civile dei Francesi, più tardi designato come Codice Napo­leone. Una ristretta commissione di giuristi cominciò a prepararlo fin dall'agosto 1800; la promulgazione avvenne il 21 marzo 1804. A una legisla­zione frammentaria, redatta nel corso di tutto il periodo rivoluzionario, si sostituì un corpo organico e unitario di leggi. Esso rispecchiava l'evolu­zione storica che aveva portato al potere la borghesia, confermando la soppressione dei privilegi feudali e dei vincoli alla proprietà, l'eguaglianza da­vanti alla legge, la libertà personale, la tutela della proprietà privata e del­la libertà di iniziativa.

Mentre l'opera legislativa era in corso di realizzazione, l'ordinamento co­stituzionale subì una rapida evoluzione che trasformò la repubblica fondata sul predominio dei «notabili» in una vera e propria monarchia. Dopo la pa­ce di Amiens, infatti, come «pegno di riconoscenza nazionale», il Senato ri­elesse Bonaparte per dieci anni; poco dopo fu proposto che egli assumesse il consolato a vita. La proposta, sottoposta a plebiscito, raccolse una grande maggioranza di voti favorevoli (3.500.000 contro 8374). Proclamato console a vita (2 agosto 1802) Bonaparte fece subito approvare la Costituzione del‑

l'anno X, con la quale accrebbe i propri poteri e si attribuì il diritto di desi­gnare il candidato alla successione. Il regime consolare non differiva più se non di nome dalla monarchia. Il consenso dei cittadini più ragguardevoli per ricchezza e autorità sociale e dei ralliés (gli aristocratici che aderirono al nuovo regime) compensava il risentimento e la delusione dei repubblicani.

 

L’ascesa di Napoleone di Gabriele De Rosa

   Napoleone nacque ad Ajaccio (corsica) il 15 agosto 1769 da una famiglia della piccola nobiltà. Intraprende la carriera militare diventando sottotenente dell’artiglieria nel 1785. Messosi in luce nel 1793 durante l’assedio di Tolone l’allora capitano napoleone era stato promosso generale di brigata. Dapprima vicino all’ambiente di Robespierre , successivamente era passato al servizio della Convenzione Nazionale. Napoleone incarnava la perfezione ed il modello militare a cui la politica del direttorio ambiva. Nonostante le sue, indiscusse, virtù militari, Napoleone univa la sua capacità politica, alla sua abilità di creare, per le masse, il mito di se stesso.

   La campagnia d’Italia diede modo a Napoleone di rivelare in pieno tutte queste sue capacità. Dall’aprile al maggio 1796 Napoleone era al comando di 38mila uomini, quanti ne contava l’armata d’Italia, e sconfisse gli Austo Piemontesi a Millesimo e Mondovì ottenendo da Vittorio Amedo III la cessione di Nizza e della Savoia. Eliminate le truppe piemontesi entrò in Lombardia dove sbaragliò gli austriaci a Lodi, entrò a Milano e puntò su Mantova che si arrese il 3 febbraio 1797. La strada verso Vienna era spianata.

I duchi di Parma, Modena le Repubbliche di Genova e Lucca, il granducato di Toscana avevano chiesto l’armistizio. Napoleone non incluse nel trattato di pace, stipulato con queste zone, Papa Pio VI, poiché con la firma dell’armistizio avrebbe preteso che il Sommo Pontefice revocasse tutti i brevi e le bolle che aveva emesso contro la Rivoluzione, cosa che non avvenne.

   In meno di un anno Napoleone aveva spazzato via i deboli governi italiani. Nel marzo 1797 gli austriaci stavano per piegare le armate francesi e la guerra si riaprì in territorio italiano. L’arciduca Carlo con un gruppo di legioni scendeva ad affrontare Napoleone, ma fu sorpreso dall’imminente avanzata francese che sconfiggeva nuovamente gli austriaci. Napoleone poteva, quindi puntare su Vienna.

   La potenza di Napoleone era data da un fine e geniale stratega militare alle sue spalle: Lazzaro Carnot che durante il Terrore aveva fatto parte del comitato di Salute Pubblica. L’armata di Napoleone avanzava con quaderni topografici alla mano e con tutte le informazioni necessarie sulla popolazione e su qant’altro potesse servire loro.

   Le vittorie italiane di Napoleone avevano disorientato il direttorio, esse conferivano prestigio allo stesso Direttorio il quale dilaniato da lotte interne aveva concesso al “generale di brigata” la risoluzione del conflitto italico.

   Napoleone fu favorevole alla nascita di una serie di repubbliche nell’Italia centro-settentrionale sotto il suo controllo politico e militare. Nacquero quindi la Repubblica Cispadana e la Repubblica Transpadana, e in un secondo tempo la Repubblica Ligure che aveva definitivamente posto fine al regime oligarchico.

   Con il Trattato di Campoformio (17ottobre 1797) Napoleone cedeva Venezia all’Austria, assieme a grandi possedimenti sulla terraferma in cambio otteneva isole e possedimenti veneziani in Albania. Ciò provocò grandi delusioni per i Veneziani (tra cui anche l’illustre Foscolo) e si annunciava una quanto mai vicina fine della Repubblica Veneta.

   Napoleone si fece sentire anche a Roma dove venne fondata la Repubblica Romana sempre ad opera di Giacobini sostenuta dall’armata Francese, il papa abbandonò Roma e rifiutò il potere temporale. Si poneva fine alla prima coalizione.

   Non essendo riuscito ad attaccare direttamente l’Inghilterra il Direttorio pensò di attaccarla nei suoi domini coloniali. Il Direttorio aveva istituito una flotta per trasportare un corpo di spedizione in Irlanda, allo scopo di tagliare le comunicazioni dell’Inghilterra con le colonie atlantiche. Il tentativo per condizioni ambientali fallì.

  La flotta francese al comando di Napoleone sbarcava in Egitto dopo aver conquistato Malta e sconfiggeva l’esercito turco ai piedi delle piramidi, mentre Napoleone camminava vittorioso, la flotta inglese distruggeva le navi francesi nella rada di Abukir. Ciò provocò la formazione di una seconda coalizione sotto l’impulso dell’Inghilterra, a cui aderirono Austria, Russia Turchia ed il Regno di Napoli. Il Direttorio trasformò la Svizzera (occupata prima) nella Repubblica Elvetica, occupò Roma e conquistò il napoletano. Tutta la flotta inglese e tutta l’Italia (Sicilia esclusa) erano sotto il controllo Francese.

   La notizia della formazione di una seconda coalizione e della sconfitta degli eserciti francesi sorprese Napoleone in Egitto, tornò con pochi uomini in Francia dove il Dittatorio era allo stremo delle sue forze. All’interno della Francia si andava contro una catastrofe finanziaria provocata dall’aumento delle spese belliche, il colpo di stato era l’unica soluzione per il ripristino dell’ordine. Il 17 Brumaio dopo aver conseguito dagli anziani un’approvazione Napoleone si presentava al consiglio dei 500 che insorgeva contro il nuovo despota. L’intervento comandato da Gioacchino Murat che invase la sala salvò Napoleone e gli conferì il dominio della Francia.

   I vecchi istituti vennero aboliti il potere andava a diversi:

  • Legislativo: Consiglio di Stato -  Tribunato (discuteva le leggi senza votarle);
  • Esecutivo: Consolato di Tre Membri il cui capo era il primo console: Napoleone
  • Giudiziario: Tribunali

   Venne creata dalla Banca di Francia sotto il controllo dello Stato che pose fine alla circolazione immensa di cartamoneta.

 

 

  Napoleone

 

    L'ultima fase di vita della Convenzione vide il predominio dei termidoriani (degli uomini cioè che avevano abbattuto Robespier­re> che, in gran parte, rappresentavano i nuovi ricchi, quel segmento della borghesia per il quale la rivoluzione era stata un affare vantaggioso per le speculazioni monetarie, i prestiti allo Stato, le forniture all'esercito, l'acquisto di beni nazionali e che era interessata ad una stabilizzazione della situazione.

 

  I termidoriani erano repubblicani convinti, ma condividevano con i monarchici costituzionali l'obiettivo di ritornare ai principi dell'89 e ben presto si accinsero a smantellare le leggi adottate dal Comitato di salute pubblica, soprattutto per un ritorno alla libertà economica.

 

  L'abbattimento di Robespierre era stato qualcosa di più di un evento politico. Aveva segnato la fine di un clima e l'inizio di un mutamento d'opinione caratterizzati dalle intimidazioni e dalle bravate di bande di giovani reclutate fra la classe media bene­stante (la '~gioventù dorata'~), dal diminuire della partecipazione alla vita politica delle sezioni e dalle divisioni interne del movi­mento popolare dei sanculotti e dei giacobini.

 

  Nel marzo 1794 la Polonia, sotto la guida di Kosciuszko, insorse per rivendicare la propria indipendenza e la propria unità nazionale. La rivolta polacca, schiacciata nel novembre dai Russi, incise negativamente sulla coalizione antifrancese. Le truppe di Parigi ottennero importanti vittorie e invasero le Provin­ce Unite. Contemporaneamente all'interno della Francia venne firmata la pace con i ribelli vandeani e ribadita la libertà di culto. A causa della galoppante inflazione, le condizioni di vita dei ceti popolari peggiorarono sensibilmente, ma il movimento sanculotto che tentò di far leva su questa situazione venne duramente sconfitto e s'intensificò il "terrore bianco".

 

   L'architrave del progetto di stabilizzazione, cui aspiravano i termidoriani, fu fissato nell'agosto 1795 nella Costituzione del­l'anno III che si richiamava a quella del 1791, ripristinando il suffragio censitario secondo il principio che "un paese governato dai proprietari è proprio dell'ordine sociale", istituendo il bicame­ralismo e un complicato sistema che rafforzava la separazione dei poteri. lì potere esecutivo era affidato a un Direttorio di cinque membri. Garantitisi sul versante sociale con il suffragio ristretto e su quello politico con una rete di precauzioni volte a evitare il ripetersi di una situazione simile a quella del governo del Comitato di salute pubblica, i termidoriani poterono ribadire le fondamentali libertà conquistate dai francesi: al primo posto tuttavia non stava più l'eguaglianza, ma la libertà e in particolare veniva ribadito che l'eguaglianza non è un diritto naturale, ma consiste nel fatto che «la legge è uguale per tutti». I diritti erano accompagnati da una Dichiarazione dei doveri che richiamavano al rispetto della legge e ad una vita regolata: "si può essere un buon cittadino solo se prima si è un buon figliolo, buon padre, buon fratello, buon amico, buon marito".

 

  L'inflazione continuava a crescere e all'ostilità popolare con­tro il potere termidoriano si affiancava quella di alcune fasce della borghesia anch'esse colpite dall'inflazione. Da tale clima traevano profitto soprattutto i monarchici che il 5 ottobre 1795 tentarono un colpo di Stato represso dalla Convenzione con l'appoggio della guardia nazionale delle sezioni parigine di sini­stra, guidate da alcuni ufficiali ex giacobini, tra cui c'era Napo­leone Bonaparte. A fine ottobre si insediò il Direttorio che, dopo aver tentato di sostituire l'assegnato con una nuova carta mone­ta, nel febbraio 1797 ritornò alla moneta metallica determinando la fine dell'inflazione ma l'avvio di un pesante processo deflat­tivo.

 

   La guerra che continuava con Inghilterra e Austria diventava per la Francia sempre più guerra di conquista, anche se si saldava con la volontà dei patrioti, minoranze rivoluzionarie locali, che guardavano alla presenza francese come a una sorta di necessità per sconfiggere la società degli ordini, per deporre i principi, per abolire gli oneri feudali e la schiavitù, per introdurre costituzioni e leggi modellate su quelle francesi. La Francia fece propria la tesi delle frontiere naturali: oltre il mare, il Reno, le Alpi, i Pirenei: e cominciò a fare sempre più affidamento sulle risorse dei paesi conquistati.

 

    Alla ricerca di denaro e premuto da un esercito scontento, il Direttorio decise, nella primavera 1796, di scatenare un'offensiva antiaustriaca per assicurarsi il possesso della riva sinistra del Reno. La campagna doveva essere condotta da 5 armate, ma il ruolo principale doveva essere svolto dalle truppe del fronte tedesco. Le capacità militari e politiche di Bonaparte, che guida­va l'armata d'italia, sconvolsero questi piani e procurarono meriti eccezionali al generale, che da solo svolse poi trattative di pace con l'Austria a Campoformio. L'asse della strategia francese si spostò così verso il Mediterraneo. Il Direttorio affidò a Bonaparte il comando di una spedizione in Egitto, ma tale politica espansio­nistica, provocando reazioni in tutta Europa, fece nascere, nel dicembre 1798, la seconda coalizione antifrancese che la Fran­cia riuscì a sconfiggere a metà dell 800.

 

  Il Direttorio, nonostante la vittoria nella guerra in Europa, non riuscì a raccogliere intorno a sé forze sufficienti per realizzare un progetto di stabilizzazione politica. L'equilibrio politico fondate sull'appoggiarsi alternativamente a destra e a sinistra era infaui troppo instabile. Il direttore del giornale "Il Tribuno del popolo' Babeuf, insieme all'esule italiano Buonarroti, organizzò una rete rivoluzionaria segreta che avrebbe dovuto, al momento opportu­no, impàdronirsi con la forza del governo del paese. Si chiamò la «congiura degli eguali», poiché Babeuf era convinto che per realizzare una vera democrazia bisognasse perseguire l'ideale di un'eguale ripartizione dei frutti del lavoro comune, possibile scie dopo l'abolizione della proprietà privata. Denunciati da un delato­re, tutti i capi babuvisti furono arrestati e Babeuf fu giustiziato nel maggio 1797.

 

    Le elezioni della primavera del 1797 videro il soprawento della destra monarchica: il Direttorio chiese allora aiuto ai gene­rali Hoche e Bonaparte e sotto la minaccia armata impose l'annullamento dell'elezione di circa 180 deputati. I veri vincitori risultarono in questo modo i generali - e in particolare Bonapar­te - i quali contavano su truppe fedeli ed erano diventati decisivi con le conquiste di guerra per l'equilibrio delle finanze statali.

 

    All'indomani del colpo di Stato, il secondo Direttorio chiamò agli esteri Talleyrand, sancì la bancarotta dei due terzi del debito pubblico, introdusse riforme fiscali. Con tre annate (1796-1797. 1798) di buoni raccolti, i prezzi delle derrate agricole diminuirono in modo notevole: migliorarono così le condizioni materiali di vìta degli strati meno abbienti, mentre la deflazione colpiva soprattut­te gli interessi di coloro che vivevano dei redditi della terra ed anche il mondo manufatturiero. lì secondo Direttorio si trovò così ad avere ostili proprio i ceti sul cui appoggio contava, Per garantirsi da sorprese elettorali decise che fossero i consigli uscenti a convalidare i risultati elettorali e riuscì ad invalidare l'elezione di 106 nuovi eletti, ma l'anno successivo i consigli non accettarono più di farsi strumento di un nuovo colpo di Stato.    

   

  Si aprì così la via per un nuovo colpo di Stato, quello che Napoleone Bonaparte, di ritorno in segreto dall'Egitto, attuò nel novembre dell 799, sulla strada spianatagli da Sieyés (entrato a far parte del Direttorio) che era un convinto assertore detta revisione dei meccanismi costituzionali. Si arrivò così alla Costi­tuzione dell'anno VIII il cui principio fondamentale era che ta fiducia dovesse venire dal basso, l'autorità dall'alto. Tale Costitu­zione affidava il governo a tre consoli nominati per dieci anni e indicava Napoleone Bonaparte come primo console. Tale nomina venne sanzionata a larghissima maggioranza da un plebiscito.

   

    Nel maggio 1802, dopo le vittorie di Marengo e di Hohenlinden, venne sottoposto agli elettori il seguente testo: «Napoteone Bonaparte sarà console a vita?» Solo lo 0,2% dei votantì si pronunciò contro. Napoleone pose allora mano alla riorganizzazione dello Stato. Molti dei provvedimenti e delle istituzioni da lui volute tra il 1800 e il 1804 furono destinati a durare a lungo e a segnare profondamente la Francia: la centralizzazione e il sistema prefettizio; il codice civile denominato poi Codice Napoleonico; il liceo: la Legion d'onore: la Banca di Francia: la nuova unità monetaria di 5 grammi d'argento.

 

   Nel dicembre 1804, nella cattedrale di Notre-Dame alla pre­senza del papa Pio Vii, Napoleone cinse la corona imperiale. il suo impero resistette fino all'aprile 1814. La ragione profonda della stabilità francese durante il regno di Napoleone sta nel piano politico che guidò le scelte dell'imperatore, convinto che occorresse un amalgama delle differenti tendenze politiche: in questo modo ad esempio scelse i suoi collaboratori, privilegiando la loro fedeltà e le loro capacità piuttosto che il loro passato, e ricondusse all'interno della legalità due tendenze eversive: quella dei cattolici tradizionalisti (con la pacificazione religiosa sancita con il concordato del luglio 1801, ribadendo la libertà religiosa ma affermando che la religione cattolica era quella della maggio­ranza dei francesi e organizzandone l'esercizio) e quella dei monarchici (accordando l'amnistia agli emigrati, abolendo nel 1805 il calendario rivoluzionario, reintroducendo nel 1808 la nobiltà e, infine, sposando nel 1810 Maria Luisa d'Austria e divenendo così nipote acquisito di Luigi XVI e Maria Antonietta giustiziati dalla rivoluzione).

 

   Il modello culturale di cui Napoleone si servì era quello dell'antichità classica: l'instaurazione dell'impero nell'antica Ro­ma non aveva spazzato via le istituzioni repubblicane: semplice­mente le aveva svuotate ma aveva anche portato Roma ai suoi massimi traguardi. L'appello al popolo e l'affermazione che la sovranità stava nella nazione furono elementi che concorsero a far accettare a molti repubblicani l'ordine imperiale. Del resto era stato il popolo, attraverso un referendum, ad acclamare Bona­parte primo console, poi console a vita, infine imperatore.

 

   L'organizzazione dell'università e del liceo e l'istituzione della nobiltà imperiale consentirono a Napoleone di accrescere e di consolidare la sua base sociale borghese stimolando i meriti personali e la competitività in campo militare e civile. Nè mancò a Napoleone l'appoggio dei ceti popolari sia per l'accordo rag­giunto con la Chiesa, sia per la tensione patriottica e l'orgoglio nazionalista determinato dalle vittorie in guerra che egli ottenne per 10 anni.   

 

    Lo stato di guerra servì a Napoleone a mantenere compatta dietro di sé la Francia, ad impinguare le finanze statali con i tributi imposti, ad alimentare il suo mito in patria e all'estero.

 

    Napoleone riprese la guerra in Europa nella primavera del 1803. La pace di Amiens non aveva retto sia perché la Francia aveva continuato una politica espansiva e protezionistica, sia per il rifiuto di Londra di evacuare, come stabilito, l'isola di Malta. Nel 1805 il Regno Unito riuscì a dar vita alla terza coalizione con Russia, Svezia, Austria e Napoli. Napoleone ebbe successo sull'intera coalizione e pose mano alla riorganizzazione politica dell'Europa: ridisegnò la carta italiana, trasformò la repubblica bàtava in regno di Olanda sul cui trono pose il fratello Luigi: ridusse a 38 il numero degli Stati tedeschi: creò la Confederazio­ne del Reno con 16 principati germanici. L'unica insidia veniva dalla supremazia navale inglese come aveva dimostrato la pe­sante sconfitta subita dai francesi a Trafalgar.

 

    Irritata per la creazione della Confederazione del Reno, la Prussia entrò nel conflitto a fianco degli Stati ancora in guerra con la Francia: si formò la quarta coalizione della quale Napoleo­ne ebbe rapidamente ragione. Il trattato di pace con la Russia fu una sorta di alleanza con la quale lo czar riconobbe le soluzioni territoriali e dinastiche di Napoleone in Europa e aderì alle misure economiche anti-ingiesi, in cambio del diritto di espander­si in Romania e in Finlandia. Con i territori strappati alla Prussia tra l'Elba e il Reno, Napoleone formò il regno di Westfalia e il granducato di Varsavia. Procedette contemporaneamente ad una politica di annessione di territori non francesi alla Francia: nel 1811 il territorio sotto la diretta amministrazione francese era formato da 130 dipartimenti di cui 44 fuori dalla Francia: l'impero si estendeva da Lubecca ai Pirenei, dalla Bretagna al confine fra Lazio e Campania.

 

    Alla fine del 1810, la Russia mutò il suo atteggiamento politico passando da una sostanziale alleanza ad una aperta ostilità. Napoleone reagì stringendo alleanze con Berlino e Vien­na e organizzando una grande armata di 600000 uomini. Nel giugno 1812 la grande armata entrò nel territorio russo. i Russi ritirandosi fecero dietro di sé terra bruciata e, di scontro in scontro, lasciarono che l'esercito di Napoleone entrasse a Mo­sca: infine, prima di abbandonare la città, la incendiarono. Per l'incalzare dell'inverno, nell'ottobre Bonaparte dette l'ordine di ritirata generale. Il freddo, la fame, le malattie e gli attacchi della cavalleria cosacca fecero enormi stragi. Della grande armata restarono meno di 50000 uomini.

   

     La catastrofe russa fu il segnale per una riscossa antinapo­leonica dell'Europa intera. Mentre Napoleone raccoglieva un nuovo esercito, nell'aprile 1813 Vienna dichiarava decaduta l'alleanza con la Francia, la Gran Bretagna firmava un trattato con i governi russo e prussiano, gli Spagnoli obbligavano le truppe francesi a ripassare i Pirenei. Si formò la quinta coalizio­ne, cui si unì anche la Svezia. Dopo la vittoria di Dresda contro i Prussiani, Napoleone fu sconfitto a Lipsia dalle armate di Au­stria, Prussia, Russia, Svezia che col protocollo di Langres del gennaio 1814 decisero dì riportare la Francia alle frontiere del 1792. Napoleone fu costretto ad abdicare e fu inviato all'isola d'Elba. La Francia perdeva l'italia, la Germania, il Belgio, la riva sinistra del Reno: sul trono francese era posto il fratello minore di Luigi XVI col nome di Luigi XVIII. Il nuovo re emanò una carta costi­tuzionale sul modello inglese, quale benevola concessione sovrana.

    

   Nel settembre 1814 le potenze europee si riunirono a con­gresso a Vienna per dare un nuovo assetto all'Europa. in Francia la situazione non era tranquilla: borghesi e strati bene­stanti del mondo contadino temevano il comportamento dei monarchici più accesi e del clero antirivoluzionario: facendo leva su questo clima Napoleone pensò che fosse possibile un suo ritorno ai potere. Ebbe inizio l'awentura dei "cento giorni" che si concluse per Napoleone con la sconfitta di Waterloo e l'esilio a Sant'Elena.

 

Napoleone non fu sconfitto solo dai sovrani e da interessi di potenza. in molte zone occupate dalla Francia, a partire dal 1808, si era sviluppata una resistenza attiva che, dopo la catastrofe di Russia, fu sempre più vissuta anche come guerra dì liberazione, ove si mescolavano motivi nazionali e democratici:

così fu in Spagna, in italia, ad Amburgo e infine in Olanda.

   

    Ma il nemico vero, irriducibile, cui Napoleone dovette la sua sconfitta fu l'inghilterra. Tutta la politica di Napoleone fu tesa a battere l'inghilterra con politiche attente di alleanze contro di essa con la Spagna, gli Stati Uniti, la Russia (e anche con sogni d'invasione>. Non riuscendo a piegarla sul terreno militare, Napo­leone pensò di batteria sul piano economico col blocco continentale al suo commercio decretato nel 1806. L'Europa era infatti per gli inglesi un mercato essenziale d'esportazione dei loro manufatti e di riesportazione delle loro merci coloniali. Le conse­guenze economiche dei blocco furono all'inizio di un certo rilievo. Nel 1808 le esportazioni britanniche diminuirono del 25%, ma non pochi furono i problemi anche per l'economia continentale che doveva sostituire i prodotti di provenienza coloniale il cui commercio era fortemente ritardato e sviluppare le attività manu­fatturiere in modo da poter fare a meno dei prodotti britannici. Perché il blocco funzionasse c'era bisogno di un ferreo controllo del continente: in questo senso vanno intese le iniziative di attacco nel 1807 al Portogallo, la destituzione nel 1808 del legittimo sovrano spagnolo, l'arresto del pontefice nel 1809, gli accordi imposti all'Austria: in questa logica va inquadrata la decisione di attaccare la Russia col disegno di controllare l'intera Europa in un momento di difficoltà interne per l'inghilterra (falli­menti a catena nel settore commerciale: difficoltà nella produzio­ne industriale: luddismo. A ciò s'aggiungono alcuni cattivi raccolti e la forte tensione con gli USA che sfociò nella guerra).

 

  • Napoleone e la Sfinge

    Il naso della Sfinge..

    Come si sa, in Egitto, di norma, viene assegnata una guida ufficiale ad ogni gruppo turistico. Queste guide, conseguita una minilaurea di tre anni, sono bravissime nell'illustrare i monumenti visitati e le principali iscrizioni, ma, purtroppo, spesso manca loro una visione d'insieme. Nel mio primo viaggio da turista in Egitto, negli anni ottanta, ci accompagnava una giovane molto carina - assomigliava in modo impressionante alla 'suonatrice d'arpa' dell'affresco nella tomba di Nakht a Tebe - ma che era molto sciovinista ed infarcita di cultura islamica. Costei, di fronte alla Sfinge, sosteneva con enfasi che il volto era stato sfigurato dalle cannonate delle truppe di Napoleone. Invece, sono proprio stati gli islamici Mamlouk a compiere quest'atto vandalico (anche se la cosa, alla guida, non stava bene!). La prova è data da una lettera, scritta da un abate a Luigi XV e conservata negli archivi storici di Parigi, in cui, secondo l'uso del tempo, questi relaziona il sovrano su un suo viaggio in Egitto e dice: ". vicino alle piramidi, dalla sabbia, emerge un splendido viso di uomo su un corpo di iena (sic!). Peccato che gli manchi il naso e la barba!".
    Napoleone è stato senz'altro uno dei più grandi ladri della storia. Ovunque andasse, portava via tutto quello che poteva, però, proprio perché ne apprezzava il valore. E queste guide dimenticano che è stato proprio lui ad inviare in Egitto il primo nucleo di studiosi che ne hanno rilevato e censito tutti i monumenti e che da questa iniziativa nasce, in seguito, con Mariette, il primo museo del Cairo e la storia archeologica dell'Egitto, che costituisce, ad oggi, la principale fonte di reddito del paese.
    Certo, è molto più comodo attribuire i vandalismi ad uno straniero piuttosto che ai propri antenati. Però, la verità è un'altra!

 

La Giovinezza di Napoleone Bonaparte

Secondo figlio dell'avvocato còrso Carlo Maria Buonaparte (Napoleone muterà il cognome in Bonaparte durante la campagna d'Italia) e di Letizia Ramolino, proveniva dalla piccola nobiltà locale che aveva seguito Pasquale Paoli nella sua lotta per l'autonomia dell'isola. Frequentò il collegio militare di Brienne, nella Champagne, per poi passare alla scuola militare di Parigi, dove ottenne il grado di sottotenente d'artiglieria (1785). Condivise gli ideali di libertà e di eguaglianza della Rivoluzione francese, al cui scoppio rientrò in Corsica, ricoprendo la carica di tenente colonnello della Guardia nazionale còrsa. Quando nel 1793 la Corsica dichiarò la propria indipendenza, Napoleone, considerato patriota francese e repubblicano, dovette rifugiarsi in Francia.

Poco dopo, ormai pienamente convinto dell'impossibilità dell'attuazione del progetto di liberazione della Corsica, gli si presentò la sua prima occasione di farsi strada tra i ranghi dell'esercito francese poiché la popolazione del sud della Francia era insorta contro la Convenzione e i rivoltosi, appoggiati dagli inglesi e dai monarchici si erano impossessati di Lione e Marsiglia. Qualche giorno dopo anche Tolone aprì le porte agli inglesi e Parigi decise dunque di inviare il generale Carteaux per liberare la città. Ma l'operazione non ebbe ottimi risultati a causa delle scarse qualità dell'alto ufficiale e proprio in quei giorni, Napoleone, che già apparteneva alla guarnigione di Nizza, si sentì offrire dal suo amico e compatriota Saliceti il comando dell'artiglieria a Tolone. Il suo progetto per liberare la città fu chiaro fin dall'inizio e il nuovo generale Dugommier, sostituto di Carteaux, non oppose alcun freno al giovane ufficiale corso. In breve tempo conquistò il forte di Eguillette e da lì con l'artiglieria seppe aprire la strada ai soldati francesi, che il giorno dopo, entrarono vittoriosi a Tolone. Grazie alla straordinarietà dell'impresa che nasceva dalle sue innate doti tattiche, Napoleone, a soli 24 anni, venne promosso generale di brigata. In seguito alla vittoria riportata a Tolone, per Napoleone si apriva una strada tutt'altro che facile in quanto sorsero nuovi problemi politici che lo portarono alla carcerazione nel 1794 a causa di un probabile progetto liberticida organizzato con il fratello del tiranno Robespierre. Napoleone venne cancellato dall'albo dei generali e, uscito dal carcere, visse un periodo di crisi fino al 1795. Ma fu ancora una volta la rivoluzione a offrirgli "la grande occasione" poiché, approfittando della morte di Robespierre i filomonarchici parigini si erano insediati nuovamente nella Convenzione pronti a rovesciarla e ciò portò nel 1795 allo scoppio della rivolta. Intervenne allora il generale Barras che, avendo notato le speciali doti militari di Napoleone dimostrate a Tolone, non esitò ad affidargli l'incarico. Bonaparte ordinò subito ai suoi soldati di sparare sui parigini davanti alla chiesa di S. Rocco dimostrando che in lui "la voce dell'ambizione era più forte di quella della coscienza". La Convenzione era salva e i monarchici avevano subito un duro colpo, ma il maggior beneficiario di tale vittoria fu di sicuro il giovane generale di brigata che si meritò prima la nomina di generale di divisione e, dieci giorni dopo, quella di capo dell'Armata dell'Interno.
La prima campagna d'Italia

Nello stesso anno sposò Giuseppina di Beauharnais, vedova di un aristocratico ghigliottinato durante la Rivoluzione. Ella era stata costretta a consegnare la spada del suo defunto marito a causa dell'ordine di disarmo della popolazione parigina emanato dal direttorio, ma il giovane Napoleone, con un gesto galante, gliela fece restituire. Da qui nacque l'amore tra i due che partirono per il consueto viaggio di nozze. Ma la luna di miele durò pochi giorni in quanto Napoleone ottenne la nomina a comandante dell'armata d'Italia con l'ordine di raggiungere subito il suo posto di comando. Arrivato a destinazione Napoleone trovò una certa aria di diffidenza da parte degli altri generali come, in particolare, Augereau che aveva promesso che "con lui avrebbe usato le maniere forti". Ma il giovane Bonaparte si impose subito impartendo ordini ben precisi e perentori ai quali nessuno osò replicare tant'è che al termine della prima riunione di vertice lo stesso Augereau disse: "Questo piccolo generale corso mi ha messo paura!". Egli era diventato già l'idolo dei soldati poiché era in grado di trasmettere quella carica morale indispensabile prima della battaglia. Nel frattempo in tutta l'Europa si stava attuando una politica di alleanza con la Francia vista l'enorme potenza della Grande Armèe e sia l'Inghilterra sia la Russia di Paolo I tentarono di avviare nuove trattative con il Direttorio.

Perciò il nemico numero uno da sconfiggere rimaneva soltanto l'Austria e Napoleone l'attaccò senza indugiare. L'austriaco Beaulieu, generale dell'esercito avversario, fu battuto in pochi giorni dall'esercito di Napoleone, che, con metà delle truppe rispetto a quello austriache, riuscì a conquistare Nizza e la Savoia, costringendo anche i piemontesi alla resa. Pur con un esercito mal equipaggiato, Napoleone seppe far leva sullo spirito rivoluzionario e patriottico dei soldati e portò a effetto un'azione fulminea contro gli austro-piemontesi, sconfiggendoli a Cairo Montenotte, Lodi, Arcole e Rivoli, e costringendo così il Piemonte all'armistizio di Cherasco (28 aprile 1796). In seguito conquistò Modena, Reggio, Bologna e Ferrara, che riunì nella Repubblica Cispadana (15 ottobre 1796), e prese Mantova, ultima fortezza austriaca (febbraio 1797). Gli stati italiani mostrarono tutta la loro debolezza di fronte all'arrivo dei francesi anche se poco prima di quella data vi era stato, sotto la spinta del regno di Sardegna di Vittorio Amedeo III, il tentativo di formazione della prima "lega Italiana" per far fronte alle super potenze europee, ma il progetto era fallito malamente per la titubanza di alcuni stati e soprattutto del re di Napoli che rimase terrorizzato alla vista delle prime navi francesi all'orizzonte.

Nel frattempo gli austriaci stavano subendo dure sconfitte non solo da sud, ma anche da nord dove i generali francesi Hoche e Moreau stavano tentando di impossessarsi della riva sinistra del Reno, obiettivo sempre ambito e desiderato da Napoleone. Egli allora tentò di anticipare i colleghi e nella primavera del 1797 puntò su Vienna, ma la precarietà della situazione nel Veneto, dove gli austriaci fomentavano sollevazioni antifrancesi, lo indusse all'armistizio di Leoben (aprile 1797), poi sfociato nel trattato di Campoformio (17 ottobre 1797).
L'accordo prevedeva che l'Austria entrasse in possesso dei territori della Repubblica di Venezia, mentre la Lombardia, gran parte dell'Emilia e della Romagna e i territori della Repubblica Cispadana furono uniti nella Repubblica Cisalpina.
Ancora una volta i patrioti italiani rimasero ampiamente delusi poiché i loro sogni e i loro sforzi per la nascita di un'Italia unita erano infranti e con essi il principio di libertà e sovranità popolare affermatosi durante la Rivoluzione Francese.

In seguito le truppe francesi invasero il Lazio e occuparono Roma, fondando la Repubblica Romana (15 febbraio 1798). Più tardi venne proclamata (il 23 gennaio 1799) dai giacobini napoletani la Repubblica Partenopea che durò soltanto pochi mesi. Il territorio fu presto riconquistato dal re Ferdinando di Borbone, aiutato dalla flotta inglese e dalle bande di contadini sanfedisti assoldate dal cardinale Fabrizio Ruffo. L'ultimo problema lo forniva Genova nella quale Napoleone tentò di favorire la crescita di un forte partito giacobino e, visto che il progetto fallì amaramente, al generale non rimase altro che imporre con la forza una costituzione che in realtà mascherava il protettorato francese.

Come si legge in alcuni documenti storici il progetto di Napoleone era molto profondo: "Voleva stringere nelle proprie vele il vento impetuoso del movimento nazionale italiano, aveva in animo di utilizzare gli entusiasmi dei patrioti per costruire il sistema delle repubbliche sorelle e satelliti". Tutto ciò avvenne ancora una volta, come durante il dominio dell'ancien regime, a discapito dei patrioti italiani poiché i popoli erano ancora merce di scambio tra i potenti della terra e l'obiettivo principale del Direttorio rimaneva sempre quello di espandere i territori francesi in quelle regioni nelle quali esisteva una forza politica in grado di trasformarle in "repubbliche sorelle".

 

La repubblica cispadana e la nascita del tricolore

Fu proclamata il 27 dicembre 1796 dai deputati delle città di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, riuniti a Reggio Emilia per decisione di Napoleone. In quella circostanza fu adottato come bandiera il tricolore (verde, bianco e rosso). Nel congresso di Modena (21 gennaio 1797), a cui parteciparono anche deputati di Massa, Carrara e Imola, fu approvata la costituzione sul modello di quella francese del 1795, e deliberata la formazione del governo.

 

La campagna d'Egitto

Tuttavia Napoleone avvertiva una certa aria di diffidenza nelle autorità governative e propose allora una nuova impresa: la conquista dell'Egitto. Tale impresa aveva il pretesto di distruggere la potente armata inglese sia militarmente sia economicamente tagliando il passaggio obbligato verso la colonia indiana. Giunto in Egitto attaccò l'armata dei mamelucchi e la vinse in poche ore di combattimento; nel mentre, però, il comandante inglese Nelson distruggeva la flotta francese giunta in Egitto, rendendo così "prigioniero" Napoleone della sua stessa conquista. Egli allora seppe mantenere la calma anche se la situazione non era delle più rosee essendo intrappolato in Egitto e si dedicò all'organizzazione di tale stato, ma, quando venne a sapere dell'intenzione turca di portare un attacco proprio in Egitto, decise di compiere una missione militare in Siria che durò circa un anno, senza un esito definitivo. Al termine della battaglia le decimate truppe francesi furono in grado di tornare in Egitto e di vincere, sotto il comando di Napoleone, le armate Turche che si erano messe subito all'inseguimento dell'esercito Francese.

 

La campagna archeologica d'Egitto

Spetta alla spedizione di Bonaparte nel 1798 la gloria della riscoperta dell'Egitto. Le ripercussioni culturali di quest'avventura hanno assai più vasto successo che i suoi successi militari e lo stesso Bonaparte promosse fortemente tale spedizione, probabilmente per accrescere la sua fama. La fondazione di archeologi creata sarà di grande importanza sia per la scoperta dell'antico Egitto sia per lo sviluppo delle popolazioni arabe; il primo successo importante arriva dalla scoperta della "stele di Rosetta" da parte di un anonimo soldato. Tale stele riporta tre scritture: una in corsivo tardo antico, una in geroglifico e una in greco: è stato facile così decifrare finalmente il geroglifico.

Certamente Napoleone non si accontentava delle pure scoperte archeologiche, ma colse l'occasione per pubblicare diverse opere riguardanti la campagne d'Egitto tra le quali la più importante è "la descrizione dell'Egitto" che riporta anche numerose cartine e illustrazioni dell'impresa napoleonica; purtroppo per l'imperatore tale opera verrà pubblicata soltanto nel 1822, un anno dopo la sua morte.

 

Il colpo di Stato: Primo Console il 9 novembre 1799

L'avventura egiziana però fu presto interrotta. Lentamente i filomonarchici parigini prendevano sempre più piede in Francia e durante l'elezione del marzo-aprile 1797 conquistarono la maggioranza nel consiglio degli Anziani e nel Consiglio dei Cinquecento intenti a restaurare un regime di semi-monarchia. Inoltre a Parigi erano sorti problemi nuovi. I parigini, che con il sangue della rivoluzione avevano voluto fondare una nuova Francia, si trovano a combattere contro il comportamento corrotto e negativo tenuto dai capi del Direttorio: Sieyès, Ducos, Barras, Moulin e Gohier. Napoleone tornato in Francia, vedendo la possibilità di iniziare la sua scalata al potere, si alleò con Sieyès e Ducos, Barras si dimise e gli altri due capi del direttorio rimasero così in minoranza. Il suo progetto era chiaro ed inquietante. Infatti, egli fin dall'inizio aveva mostrato il desiderio di imporre il suo comando personale in Francia e addirittura, al contrario dei monarchici, non era propenso a sviluppare alcuna politica di pace.

I tre alleati decisero più tardi di comune accordo di trasferire la sede del direttorio fuori Parigi per evitare interventi di carattere popolare. Da questo momento in poi la strada per il colpo di stato era pronta. Il consiglio dei Cinquecento non vedeva di buon occhio Napoleone, dopo un tentativo di pestaggio nei suoi confronti e nonostante stessero votando per un procedimento giudiziario a suo carico, il giovane generale, con l'appoggio del fratello che aveva il compito di simulare un attentato nei sui confronti così da sollevare una rivolta militare, riuscì a scacciare i cinquecento rappresentanti francesi e a fondare una sorta di triunvirato con i suoi due sostenitori, anche se, poco dopo, si fece eleggere Primo Console in assoluto, velando la presenza di Ducos e Seyes. Venne modificata di proposito la costituzione repubblicana, detta dell'anno VIII, che assegnò il potere esecutivo ad un Consolato, mentre quello legislativo fu assicurato alla ricca borghesia attraverso un macchinoso sistema di organi rappresentativi; si tornò ad un apparato statale accentratore. La Repubblica, dopo aver rinnegato con il colpo di stato il principio del governo rappresentativo e democratico, entrava risolutamente, su piano internazionale, sulla via dell'imperialismo e calpestava "il diritto dei popoli di decidere di se stessi", che essa aveva solennemente affermato nel 1790.

 

Stampa e propaganda

Napoleone è tra i primi a capire l'importanza della stampa come strumento di governo e arma da guerra. La massima attenzione viene da lui dedicata ai giornali, probabilmente perché fin da giovanissimo è stato testimone dell'enorme efficacia della stampa in epoca rivoluzionaria. Fin dalle prime campagne, Bonaparte ha cura che escano giornali destinati alle sue truppe, ma anche ai nuovi paesi occupati e, persino, alle popolazioni arabe d'Egitto. Napoleone attua una fortissima censura nei confronti della stampa e nel 1800 fa chiudere più di cinquanta redazioni giornalistiche soltanto a Parigi, mentre sulle rimanenti esercita un forte controllo attento a non far diffondere alcuna idea rivolta contro la repubblica o contro i paesi alleati.

La "cultura" del giornale diventa per Napoleone un punto di forza della sua politica tant'è che rende obbligatoria la lettura del Moniteur, bollettino ufficiale dell'imperatore, nelle scuole superiori. In questo giornale sono contenute le parole dirette di Napoleone che spesso si celava dietro l'anonimato e i bollettini ufficiali di guerra nei quali si minimizzavano le sconfitte e si ingigantivano le vittorie.
Ma la politica di diffusione della cultura non riguarda solo i giornali, ma anche il teatro che subisce una drastica riduzione di spettacoli, a causa del loro negativo effetto sulla figura dell'imperatore o della Francia. Napoleone attua così una vera e propria campagna pubblicitaria favorendo ogni forma di manifestazione culturale in suo onore e censurando drasticamente le altre.

 

La seconda campagna d'Italia

Napoleone non abbandonò però la politica internazionale. Gli Austriaci costituivano ancora un forte pericolo soprattutto in Italia dove avevano ancora il controllo di buona parte della pianura padana. La seconda campagna d'Italia, durata soltanto due mesi, portò alla sconfitta austriaca e alla conquista definitiva del nord Italia da parte della Francia. I nemici attendevano l'esercito napoleonico al passo del Cenisio, ma il generale si rese subito protagonista di una storica impresa sorprendendo tutti nel passare attraverso il valico del San Bernardo. Nella discesa in Italia il potentissimo forte di Bard venne costretto alla resa, improvvisando per fanteria e cavalleria un piccolissimo passaggio attraverso un sentiero scavato nella roccia che aggirava le posizioni. Per l'artiglieria attese la notte e mosse i cannoni solo dopo aver ricoperto le loro ruote con la paglia per non creare rumori sospetti. L'attacco a sorpresa fu l'arma vincente.

Entrò poi a Milano ed in seguito si diresse verso Marengo dove ebbe luogo lo scontro decisivo con gli Austriaci. Fu uno scontro incerto e sanguinoso e alle ore tre del pomeriggio del 14 giugno del 1800 Napoleone sembrava aver perso, ma l'intervento immediato e risolutore del generale Desaix cambiò il volto della battaglia essendo arrivato direttamente da Parigi con forze fresche. Così il comandante Austrico, che era già partito per Alessandria a dare la notizia della vittoria austriaca, dovette tornare indietro ad assistere impotente alla disfatta. Il valoroso e decisivo Generale Desaix venne ferito a morte durante gli scontri e le sue ultime parole, rivolte al primo Console Napoleone, rimpiangevano il fatto di aver agito troppo poco per passare alla storia della Francia.

L'obbiettivo di Napoleone non era soltanto quello di distruggere l'Austria. Infatti, con l'appoggio del Direttorio l'esercito francese conquistò Roma, considerata da sempre un punto nevralgico se "si voleva rendere vassalla l'Italia". L'altro obiettivo fu poi la Svizzera che in poco tempo venne posta sotto il controllo dell'esercito francese e le sue istituzioni aristocratiche presenti nei cantoni vennero eliminate.

 

Napoleone si esprime al meglio in politica

Napoleone non è solo una "macchina da guerra" è anche un abile politico come ha dimostrato al rientro dalla seconda campagna d'Italia. Prima di partire aveva emanato una circolare con la quale dichiarava: "Il Governo non vuole più, non riconosce più i partiti: vede in Francia soltanto i francesi". In base a queste parole sviluppò le sue azioni successive e proprio nel periodo compreso tra l'elezione a console ed il 1804, data in cui venne promulgata la costituzione imperiale, egli riuscì ad esprimere il meglio di se stesso da un punto di vista politico. Sulla base della brutta esperienza di Luigi XIV, che aveva sempre davanti agli occhi, Napoleone seppe ascoltare i consigli degli uomini che avevano amministrato lo stato durante la rivoluzione che di certo, come ammetteva lo stesso Bonaparte, "ne sapevano più di lui". Con il consenso del consiglio di Stato, l'organo più attivo durante il nuovo regime, Napoleone promulgò il Codice civile che sanciva la scomparsa della aristocrazia feudale e garantiva la libertà personale, l'uguaglianza davanti alla legge, la laicità dello stato, la libertà di coscienza e la libertà di lavoro.

Tuttavia il governo di Napoleone risultava sempre più impopolare e non era più sostenuto né dagli aristocratici né dai giacobini, mentre la borghesia non vedeva di buon occhio il nuovo Direttorio poiché favoriva "scandalosi" guadagni ottenuti con la guerra e non assicurava una pace in grado di accrescere le sue possibilità di commercio. In seguito alle elezioni del 1798 nelle quali vinsero i giacobini, il governo fu ancora una volta costretto al colpo di stato annullando l'elezione di 98 deputati giacobini e testimoniando così che il Direttorio era soltanto una maschera dietro la quale si celava il regime autoritario di Napoleone.

 

Il codice civile

Esso è stato redatto dalla borghesia, vale a dire da una classe possedinte e ricca che analizzava tutti gli aspetti della vita, e ciò è evidente anche nel codice, sotto l'angolo visuale della proprietà come diritto assoluto, indiscutibile, inviolabile e sacro.
Proprietà privata: consacra l'abolizione del feudalesimo e l'affrancamento della terra esaltando la proprietà fondiaria.

Organizzazione della famiglia: ribadisce la secolarizzazione del matrimonio e del divorzio. Per quanto riguarda la figura della donna il codice compie un enorme passo indietro poiché la considera direttamente ed incondizionatamente subordinata al marito, non può percepire stipendio ed non ha alcun diritto di chiedere la separazione dei beni. Era scomparso il principio rivoluzionario di eguaglianza.

 

I rapporti con la Santa Sede

Napoleone avverte a questo punto che il piano riorganizzativo dello stato francese abbisognava non solo di armi e di abilità politica, ma anche di quell'elemento che Machiavelli chiamava "forte collante per le coscienze popolari": la religione. La rivoluzione aveva rotto i buoni rapporti con la Santa sede romana a causa di sospetti legami con la monarchia francese. Anche Bonaparte, durante la prima campagna d'Italia era stato molto duro con il Vaticano, sottraendogli numerosi territori, tra i quali Avignone, e permettendo che Papa Pio VI morisse in carcere come un prigioniero. Ma l'abile statista si accorse che i rapporti con il cattolicesimo andavano ristabiliti, altrimenti le coscienze umane sarebbero diventate un imbattibile nemico e avrebbero ostacolato le sue azioni. Inviò, allora, suo fratello Giuseppe come ambasciatore alla Santa sede per tentare di raggiungere un concordato. Le operazioni furono lunghe, ma, dopo due mesi, si giunse ad un accordo: il Concordato del 1801. In seguito il documento venne presentato alle Assemblee per l'approvazione e, nel 1802 per testimoniare la pace raggiunta tra Stato Francese e Chiesa Cattolica, Napoleone presenziò alla S. Messa nella cattedrale gotica di Notre Dame celebrata alla presenza di venti vescovi con la partecipazione del legato del Pontefice, Cardinale Caprara. L'importanza ed il motivo di tale azione da parte di Napoleone si può riassumere con le sue stesse parole: "Una società senza religione è come un vascello senza bussola."

 

Concordato del 1801

Questo patto fu l'Accordo concluso tra Napoleone Bonaparte, primo console, e papa Pio VII allo scopo di regolare i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in Francia e di riportare la pace religiosa nel paese dopo la crisi seguita alla Rivoluzione. In base ad esso lo Stato riconosceva il cattolicesimo come la "religione della maggioranza dei francesi" e consentiva il ristabilimento dell'autorità pontificia in Francia. Lo Stato francese si riservava la facoltà di nominare i vescovi e di provvedere al mantenimento del clero, mentre il papa manteneva il potere di consacrare i vescovi e rinunciava alle proprietà della Chiesa confiscate durante la Rivoluzione.

 

L'incoronazione

Ormai la strada verso il potere era spianata. Lo sfarzo di cui Napoleone si circondava a corte era gradito dal popolo dopo anni di carestie e miserie. Il Senato lo nominò prima Console per dieci anni e, poco dopo, Console a vita. I suoi nemici a questo punto tentarono di giocarsi le ultime carte, ma il principale cospiratore, il duca di Condè, fallì il colpo di stato e a farci le spese fu un suo lontano parente, il duca di Enghien. La fucilazione del giovane duca aveva evidenziato i moti cospiratori alla spalle del Console, il quale acquistò così sempre più potere. Nel 1804 il senato, dopo una lunga riunione, decise di affidare il comando della repubblica Francese a Napoleone Bonaparte, imperatore ereditario, che venne riconosciuto tale anche dalla rinnovata Costituzione francese. Dopo il successo riscosso in patria ed al termine del suo giro in Europa, Napoleone "invitò" (costrinse) il papa a giungere a Parigi per essere incoronato ufficialmente imperatore dei francesi. Il piccolo Corso era fiero di superare l'esempio di Carlo Magno, il quale si era dovuto recare a Roma per ricevere l'incoronazione, mentre, in questo caso, fu il Papa ad andare a Parigi. I preparativi furono molto lunghi perché bisognava allestire "il più grande spettacolo della storia". Ci fu un attimo di suspance quando il Papa venne a sapere del matrimonio civile di Napoleone con Giuseppina, per cui i due dovettero ricevere la consacrazione religiosa in fretta e furia. Quando tutta la coreografia fu pronta il Papa diede inizio ad un'interminabile funzione religiosa che portò alle ore 19 del 2 dicembre del 1804 alla consacrazione del titolo Imperiale di Napoleone. Al termine della S. Messa napoleone si ritirò nelle sue stanze private e per alcune settimane dovette sottostare (atteggiamento che non gli era familiare) agli sfarzosi festeggiamenti organizzati da Giuseppina, la quale aveva perso letteralmente la testa per la nomina ad imperatrice.

Sostenuto dagli elementi più filomonarchici del suo apparato, riprese la politica centralizzatrice dell'Ancien Régime: rafforzò la burocrazia sia a livello nazionale sia a livello dipartimentale, individuando nella figura del prefetto, posto a capo del dipartimento, l'elemento fondamentale a garanzia dell'accentramento; semplificò il sistema giudiziario e riorganizzò il sistema scolastico con particolare attenzione alla scuola secondaria (fondamentale fu la nascita del liceo, che doveva formare la futura classe dirigente) e all'università.

 

La religione come strumento di regno

L'opera sociopolitica di Napoleone continua anche in campo religioso. Nel 1806 viene posto in circolo nella diocesi di Francia un "Catechismo comune" secondo il quale tra i doveri del buon cristiano doveva esserci anche l'amore di patria, il pagamento dei tributi, il servizio militare e l'obbedienza al trono di Francia. Napoleone deve essere servito e onorato come Dio e chi non attende a codesto servizio è destinato alla dannazione eterna. In omaggio del dittatore, addirittura venne inserito nell'almanacco la festa di S. Napoleone, nome assente negli Acta Sanctorum. Il qual disguido genera lo stupore dei fedeli, anche se venne prontamente smorzato dagli abili collaboratori dell'imperatore che ritrovarono tale nome in un ufficiale romano martirizzato all'epoca di Diocleziano, la cui immagine apparì ben presto su tutte le vetrate delle più importanti strutture. Il compleanno di Napoleone, 15 Agosto, oscurò la festa dell'Assunzione di Maria, mentre la festa pagana della presa della Bastiglia venne sostituita da San Napoleone.

 

Trafalgar e Austerliz

Napoleone non perse di vista però i suoi obiettivi militare e proprio in questo periodo partorì l'idea dell'invasione dell'Inghilterra. Nonostante le numerose forze spiegate lungo il Canale della Manica, a causa del cattivo risultato dell'operazione navale dal generale Villeneuve chiuso a Cadice dall'astuto generale inglese Nelson, il progetto fallì ancor prima di cominciare perché la flotta inglese comandata da Nelson era troppo forte per consentire lo sbarco dei Francesi nel sud dell'Inghilterra. Napoleone non si perse d'animo e concentrò le sue forze contro la nuova coalizione anti-francese capeggiata dall'Austria. Il genio tattico dell'imperatore era basato soprattutto sulla velocità di spostamento delle truppe che ben presto si diressero verso il fronte austriaco proprio nel momento in cui giunse la notizia della sconfitta della flotta francese di Villeneuve a Trafalgar, poco lontano da Cadice nella quale perse la vita anche il valoroso generale inglese Nelson che aveva già causato grossi problemi a Napoleone.

Superato lo spavento momentaneo, l'imperatore seppe organizzare la campagna del 1805 che costituisce il suo capolavoro tattico. Avendo compreso che l'Italia settentrionale era per l'Austria un territorio di vitale importanza strategica, Napoleone vi inviò Massena, il migliore dei suoi marescialli, ordinandogli di assumere una condotta offensiva malgrado disponesse della metà dell'esercito austriaco. Riuscì così ad inchiodare le forze nemiche e a catturare 50000 soldati in Baviera. Poi riuscì ad attirare il rimanente esercito austriaco in un territorio di battaglia presso Austerliz, che il grande generale aveva già studiato. All'inizio degli scontri l'esercito francese si dispose sulla difensiva invogliando i Russi ed Austriaci ad attaccare e a tentare di circondare la Grand Armèe disposta sull'altopiano del Pratzen. Ma proprio quando gli avversari sembravano avessero la meglio, Napoleone ordinò l'attacco e l'annientamento del nemico con il grosso delle truppe e, in breve tempo lo costrinse alla resa. Dalla vittoria di Napoleone nacque la "pace imperiale" che ridisegnò la mappa Europea. Ma i suoi limiti di statista vennero subito a galla: con lo smembramento della Prussia ed il fatto di aver stimolato la nascita del nazionalismo tedesco e con la nascita di un blocco continentale, avrebbe perso i titubanti alleati che gli rimanevano; con la repressione ideologica effettuata in particolare modo in Spagna si sarebbe inimicato grandi pensatori ed intellettuali.

 

Se avessero vinto gli Austro-Russi?

La vittoria degli alleati ad Austerliz non sarebbe stata affatto possibile, anzi, a detta di numerosi specialisti, se l'attacco a sud fosse stato portato con meno truppe il primo attacco sul Pratzen sarebbe stato respinto. La battaglia sarebbe stata decisa dal logoramento più che dalla manovra ed, in quel caso, i 3000 cannoni degli alleati avrebbero avuto un peso contro i valorosi combattenti francesi. La vittoria degli alleati si sarebbe potuta verificare soltanto nel settore meridionale e l'Imperatore, in questo caso, avrebbe dovuto affrontare, subito dopo la sconfitta, gravi problemi come l'entrata in guerra della Prussia al fianco degli Alleati.

 

Napoleone attacca Russia e Prussia

Dalla vittoria di Austerliz emerse un esercito francese altamente galvanizzato dalle vittorie e presto avrebbe combattuto con l'esercito Prussiano. In Europa, dopo la sconfitta austriaca si credette in lungo periodo di pace, ma l'idea di Federico Guglielmo III, re di Prussia, di attaccare la Francia, suscitò l'ira di Napoleone che in poco tempo rase totalmente al suolo l'esercito Prussiano a Jena. I dati parlano chiaro: 30000 tra feriti e morti, 35000 prigionieri tra cui 30 generali prussiani e 300 pezzi di artiglieria conquistati. Napoleone poté marciare trionfante da Weimar a Berlino distruggendo ogni ricordo di sconfitte francesi subite a causa dei prussiani nel corso della storia; però, l'obiettivo principale nella testa dell'imperatore rimaneva sempre l'Inghilterra che fu costretta a subire il Blocco continentale emanato dallo stesso Bonaparte direttamente da Berlino. Convinto di aver posto un grosso freno alla potenza Inglese con il Blocco, Napoleone si dedicò all'incognita Russia. Nonostante il primo tentativo di attacco fallì malamente con "un inutile macello" a causa delle pessime condizioni meteorologiche, al secondo attacco la macchina da guerra francese non fallì e riuscì a distruggere il 14 giugno 1807 alle ore 22.00 l'esercito dello Zar Alessandro a Friedland. Ma l'abilità diplomatica dello Zar riuscì ad addolcire Napoleone nel firmare il trattato di Tilsit, che era favorevole ad entrambe le nazioni. Chi ha fatto le spese di queste veloci e ripetute battaglie dell'esercito napoleonico fu la sconfitta Prussia che, oltre a rimborsare economicamente le spese della guerra, dovette cedere parte dei suoi territori che vennero divisi in granducato di Varsavia e regno di Vestfalia.

 

I problemi con la Spagna

I problemi per Napoleone non erano finiti. Sistemato l'est e il centro Europa, l'esercito francese si concentrò sulla penisola iberica a causa del fatto che i ribelli spagnoli e portoghesi decisero di non aderire al Blocco continentale perché ciò avrebbe danneggiato anche la loro economia. Presto il Generale Junot venne inviato a conquistare Lisbona, mentre il re di Spagna Ferdinando VII veniva destituito in favore del fratello di Napoleone, Giuseppe. La rivolta popolare degli spagnoli "nel nome di Cristo e del re Ferdinado" non si fece attendere e nella giornata del Dos de Mayo a Madrid tutta la popolazione insorse contro l'esercito francese prendendolo molte volte di sorpresa come accadde ai 20000 uomini di Dupont che furono costretti alla resa. Stessa sorte per Junot in Portogallo, costretto a firmare la convenzione di Cintrab che sanciva la sconfitta francese fino all'arrivo della Grande Armèe guidata da Napoleone che, non senza difficoltà, conquistò Madrid e Saragozza, ma non fu in grado di sedare completamente le insurrezione appoggiate, tra l'altro, dall'Inghilterra. Tali tumulti stimolarono anche il tentativo di rivincita dell'Austria che dichiarò guerra al decimato esercito francese che fu comunque in grado di sostenere la battaglia e di dirigersi verso Vienna. Tuttavia il progetto di conquistare la riva opposta del Danubio fallì duramente e l'invincibile esercito francese dovette constatare il fatto di essere "battibile". Dopo la sconfitta di Essling, l'Imperatore non si diede per vinto e tra il 4 ed il 6 Luglio 1809 ordinò il passaggio del Danubio su ponti di fortuna. Giunto a Wagram, Napoleone diresse in prima persona le operazioni nella battaglia decisiva contro l'Austria che fu presto annientata e costretta a chiedere al pace. Il 14 ottobre a Vienna venne firmato l'accordo con il quale l'Austria avrebbe rispettato il blocco continentale, avrebbe ceduto alla Francia la Carinzia, la Carnia e la Croazia e non avrebbe tenuto un esercito superiore alle 150000 unità. La Francia era ora il più grande stato dai tempi di Carlo V.

 

Crisi con la Santa Sede

Napoleone però, dovette per un momento abbandonare le sue imprese militari e dedicarsi nuovamente ai rapporti con la Santa Sede. Dopo che l'Imperatore aveva conquistato Ancona ed aveva sottratto numerosi territori dello stato Pontificio, Papa Pio VII cominciò a non vedere di buon occhio Napoleone il quale lo costrinse anche a rispettare il blocco continentale. Al rifiuto del Papa la Francia rispose con la conquista di Roma e l'arresto di Pio VII che venne portato nel carcere di Savona, anche se ciò costò a Bonaparte la scomunica. Più tardi si tentò comunque di ristabilire i buoni rapporti e si giunse al secondo Concordato il 25 gennaio del 1812 ed, un anno più tardi, Pio VII tornò in Vaticano.

Al termine di tanti problemi, dopo aver ripudiato Giuseppina e aver sposato Maria Luisa d'Austria, a Napoleone mancava soltanto un erede maschio per consolidare il suo potere. In un clima di enorme festa in tutta la Francia il 20 Marzo del 1811 nacque il sogno di Napoleone: suo figlio, re di Roma.

 

Il "grande flop" in Russia e l'ecatombe della ritirata

Ma la festa durò poco. Il nemico Russo guidato da Alessandro si faceva sempre più minaccioso. L'imperatore decise allora di infliggere ai Russi una dura sconfitta e per far ciò partì con mezzo milione di uomini. Il 23 Giugno 1812 cominciò la battaglia, ma il nemico non si fece incontro ritirandosi nell'entroterra russo. Il 5 settembre al sorgere del sole napoleone disse: "ecco il sole di Austerliz", ma questa volta lo aveva contro, svelando ai russi gli obiettivi francesi. Alla fine però Napoleone vinse sulla Moscova, anche se dato il numero di perdite e la condizione dell'esercito, tale azione militare somigliasse maggiormente ad una sconfitta. La Grande Armèe entrò a Mosca dove contava di trovare rifornimenti, ma trovò soltanto fiamme e fumo perché per la mentalità russa c'era "solo terra bruciata per l'invasore". Dopo aver tentato di giungere ad un accordo Napoleone, chiuso in un pericolosissima morsa dal generale Inverno, si vide costretto ad ordinare la ritirata per non perdere anche il controllo dell'Europa. In Russia Napoleone cominciò pensare tra i saloni del Cremlino che l'essere vincitore prigioniero del nemico vinto fosse l'inizio della fine. Infatti anche la ritirata fu un ecatombe, descritta così dal conte Rochechouart agli ordini dell'esercito russo: "mi trovavo sul posto dove l'esercito Francese aveva passato la Beresina. Nulla avrebbe potuto essere più straziante. Si vedevano montagne di cadaveri di tutte le armi e di diverse nazioni, che giacevano ancor lì gelati, schiacciati dai fuggiaschi e finiti dalla mitraglia russa".

 

Il primo esilio per l'Elba

Dopo la sconfitta dell'esercito francese Parigi era diventata l'obiettivo principale di Russia, Prussia, Austria, Inghilterra e Svezia. Napoleone dovette riorganizzare un esercito costituito, per la maggior parte da ragazzi ventenni i quali si videro costretti ad affrontare il nemico a Weissenfels e a Luzten. Nonostante i "Maria Luisa", nome dato al nuovo esercito francese in onore dell'imperatrice, si fosse comportato valorosamente su tutti i fronti, gli scontri furono persi e Napoleone, pressato da ogni parte a causa dell'incapacità dei suoi luogotenenti che non seppero mantenere salda la vittoria di Dresda, si dichiarò sconfitto. Il 25 gennaio del 1814 alle tre del mattino Napoleone lasciò la Parigi e tentò una inutile resistenza, ma gli invasori furono presto in grado di conquistarla il 31 marzo. L'imperatrice ed il re di Roma furono costretti a rifugiarsi a Bloise, mentre Napoleone si ritirò nella sua sede di Fontainebleau per meditare una nuova marcia su Parigi con l'aiuto dei suoi generali i quali, però, gli voltarono le spalle e lo spinsero verso un'inevitabile abdicazione a favore del figlio e della moglie, il 20 aprile 1814, prime di partire per l'Elba.

 

La sua attività non si ferma: si prepara per i cento giorni

Durante l'esilio all'Elba, l'imperatore non seppe trattenersi dal suo spirito di comando. In breve tempo riorganizzò l'isola intera stupendo gli abitanti del luogo. Nel frattempo rimaneva sempre informato su ciò che accadeva in Francia, dove la popolazione cominciava ad avere il rimpianto di Napoleone ed aveva già organizzato alcune rivolte. Logicamente, attorniato dai suoi generali fedelissimi, Bonaparte non esitò a tornare in Francia e a dirigersi verso il centro mentre, lungo il cammino, interi reggimenti si ponevano liberamente sotto il suo comando tanto da costringere il re Luigi XVIII, che dall'esilio di Napoleone aveva preso il trono di Francia, a ritirarsi senza opporre resistenza. Il vecchio imperatore era tornato al comando, ma questa volta, al contrario di quanto pensassero le altre nazioni, aveva intenti pacifici espressi esplicitamente in una sua celebre affermazione : "io sono l'imperatore dei soldati, ma anche del popolo".

 

La definitiva sconfitta: Waterloo

La clamorosa fuga di Napoleone dall'Elba sorprese i capi alleati riuniti a Vienna per il congresso per la ricostruzione europea. L'imperatore venne dichiarato fuori legge e per affrontarlo venne fatta un'alleanza tra Russia, Inghilterra, Austria e Prussia. Egli allora decise di attaccare per primo sulla piana di Waterloo dove si trovò a fronteggiare l'esercito inglese di Wellington e quello prussiano di Blucher. Alle ore 11 del 18 giugno 1815 la battaglia ha inizio e dalle prime battute sembra del tutto favorevole alla Francia quando però alle ore 19 arrivava in aiuto degli inglesi il generale Blucher che in tre ore capovolse le sorti della battaglia. Napoleone è stato definitivamente sconfitto forse a causa della minoranza di uomini, forse per il tradimento del generale Bourmont o, forse, perché, in qualsiasi caso, aveva raggiunto l'apice della sua "parabole discendente".

Tornato in patria, la Francia gli voltò le spalle e lo costrinse all'Abdicazione in favore del figlio Napoleone II. Poco prima che Napoleone firmasse il documento il consiglio dei ministri gli aveva inviato una deputazione di cinque persone tra le quali il Vicepresidente La Fayette che disse: "Dite a Bonaparte di inviarci la sua abdicazione , altrimenti gli manderemo la sua deposizione".

 

Approfondimento: il linciaggio di Prina

Al crollo del regime napoleonico il ministro delle finanze Giuseppe Prina cadde vittima di una sommossa a Milano. Tecnico competente ed energico, Prina scontava con la vita il rancore che si era guadagnato tra la popolazione con le sue durissime misure fiscali (aveva tra l'altro ripristinato l'odiata tassa sul macinato), tese a risanare il debito pubblico e a raccogliere i fondi necessari ad alimentare un esercito, quello francese, sempre più dispendioso.

Il 20 aprile 1814 i milanesi presero atto del crollo del regime napoleonico massacrando uno dei suoi più qualificati esponenti, Giuseppe Prina, che era stato ministro delle Finanze per dodici anni. Quel giorno la città era stata abbandonata a se stessa: le autorità si erano dileguate, numerosi uomini politici avevano preferito mettersi in salvo con la fuga e i militari erano rimasti senza ordini. Anche al Prina era stato consigliato di abbandonare la città prima che insorgessero disordini, ma egli aveva rifiutato perché si sentiva la coscienza tranquilla. In realtà si comportò come un temerario: aveva legato il proprio nome ai provvedimenti più impopolari dell'epoca napoleonica; era a lui che si addebitavano le tasse che erano state introdotte. I milanesi lo consideravano "l'anima dannata di Napoleone".

La mattina di quel 20 aprile un numero insolitamente alto di contadini affluì in città e questo fu un sintomo certo che gli oppositori del regime meditavano di prendersi una rivincita. La folla cominciò con l'invadere il senato, dove si cercava di favorire il trapasso pacifico dei poteri. In realtà i senatori erano tutti legati al potere napoleonico: la gente li disperse e gettò i mobili dal palazzo fuori dalle finestre. Quando non ci fu più nulla da devastare, dalla folla scatenata si levò un grido: "Vogliamo Prina!".

Appena la moltitudine cominciò a tumultuare sotto le finestre del suo palazzo, a San Fedele, Prina tentò di nascondersi ma presto il portone d'ingresso fu sfondato e gli scalmanati rovistarono tutte le stanze: il ministro fu scoperto, spogliato, picchiato a sangue e poi gettato dalla finestra. Lo sventurato tentò di rialzarsi ma la folla gli si avventò contro nuovamente. Fu formato un corteo e Giuseppe Prina fu trascinato nel fango mentre continuava a essere picchiato.
Ci fu, a onor del vero, chi cercò di metter fine a quel supplizio facendo nascondere la vittima in una casa, ma i più assetati di vendetta ebbero il sopravvento e di nuovo il poveretto fu riportato per strada. Alla fine non fu più in grado di reggersi in piedi e allora lo stesero su di un'asse e lo portarono fino in piazza Cordusio, dove restò esposto al ludibrio generale. Stava agonizzando ma l'energumeno che a quel punto lo colpì sulla testa, forse con una martellata, sfondandogli il cranio, non lo fece per alleviare le sue sofferenze. Soltanto a cose fatte un reparto di soldati sopraggiunse a disperdere la folla.

 

Il triste esilio a S. Elena

Dopo l'abdicazione Napoleone aveva raggiunto la sua preferita residenza estiva a Malmaison, dove trascorse i suoi giorni progettando un grande ritorno o una fuga verso l'America. La decisione del governo francese si protrasse a lungo e nonostante, lui avesse avuto la possibilità di fuggire sfondando il blocco inglese, decise di consegnarsi alla corona di Inghilterra. Giunto in Inghilterra a bordo della Bellerophon, però, gli venne data la triste notizia della decisione di esiliarlo nell'isoletta di S. Elena, sperduta nell'atlantico meridionale. Dopo due mesi di viaggio a bordo della Northumberland, arrivò al porto di Jamestown e per lui e per i suoi ultimi e fedelissimi seguaci e servitori cominciò un duro periodo reso ancor più aspro dalla presenza sull'isola di un rigidissimo governatore inglese: Hudson Lowe. Dal 1816 al 1819 Napoleone ha passato tutto il suo tempo in angosciose cavalcate accompagnato sempre da un ufficiale inglese, fino a quando si ammalò gravemente e perse le forze. Pienamente convinto di riprendersi, ma dopo aver scritto il testamento per "sicurezza", il 10 aprile del 1820 l'imperatore disse: "Sono ancora abbastanza forte, il desiderio di vivere mi soffoca". Il 4 maggio riuscì ad inghiottire soltanto un po' d'acqua zuccherata. Poi una crisi di vomito. All'alba si calmò e rimase tutto il 5 maggio immobile con lo sguardo fisso. Alle 17.51 si spense e con lui morì pezzo importante di storia che riesce, ancora oggi, a trasmettere, attraverso le sue imprese militari ed il suo genio politico, tutto il suo fascino. Dopo essere stato seppellito a S. Elena nel 1821, nel 1840 il suo corpo venne riesumato per essere restituito alla Francia, e, per uno strano scherzo del destino, agli occhi di tutti, il corpo di Napoleone dopo 19 anni dalla sua morte, avvolto soltanto dall'uniforme della guardia nazionale, era intatto.

 

 

 

 

Napoleone in Italia e in Piemonte

 

 

Le vicende della Rivoluzione francese successive al 1792 portano la Francia ad entrare in guerra contro tutte le maggiori potenze europee, prime fra tutte l’Austria e la Prussia.

Anche il Piemonte viene interessato da queste vicende a causa dell’occupazione francese della

Savoia e del Nizzardo; inoltre, nello stesso anno i Francesi tentano alcuni sbarchi in Sardegna: a capo di queste spedizioni c’è un giovane generale ancora sconosciuto, Napoleone Bonaparte.

La guerra procede con fasi alterne, fin quando nel 1796 Napoleone verrà nominato comandante

supremo dell’Armata d’Italia, quell’esercito che doveva condurre un’azione di disturbo nei confronti degli eserciti piemontese e austriaco, mentre altre due parti dell’esercito francese, guidate dai generali Jourdan e Moreau, avevano il compito di dirigersi verso la Germania e l’Austria.

La vittoriosa campagna napoleonica fu fulminea: il generale attaccò le truppe austriache a Monte-notte, Dego, Millesimo, costringendo il loro coman-dante, Beaulieu, a ritirarsi in Lombardia e a isolare l’esercito sabaudo; quindi, vinse le truppe piemontesi a Ceva, a San Michele e a Mondovì.

A questo punto, Vittorio Amedeo III è costretto a chiedere una tregua al futuro imperatore: il 28 aprile fu firmato l’armistizio di Cherasco, sancito poi a Parigi da un successivo trattato di pace, con il quale il re sabaudo cedeva Nizza, la Savoia e Tenda ai Francesi, che ottennero anche alcune fortezze militari piemontesi e un cospicuo contributo in denaro.

Ora il generale Bonaparte non ha più resistenze davanti a sé e può dilagare nella pianura Padana,

verso la Lombardia, dove il 14 maggio, dopo aver vinto gli Austriaci a Lodi, può entrare trionfalmente a Milano, e poi a Pavia, Brescia, Peschiera; assedia Mantova, ultimo rifugio austriaco in Lombardia, ma nel febbraio dell’anno successivo gli Austriaci sono costretti a lasciare definitivamente la Lombardia.

Nel frattempo, già nel mese di giugno, Napoleone firma anche un accordo con il Regno di Napoli, al quale impone di cessare i rapporti di aiuto militare alla flotta inglese, costringe al negoziato Parma e Modena e le sue truppe entrano in Romagna, regione che allora costituiva il limite settentrionale dello Stato Pontificio. Quest’ultimo ottiene un parziale ritiro delle truppe francesi in

cambio di un oneroso contributo in denaro e della cessione di un centinaio di opere d’arte e di circa

cinquecento codici della Biblioteca Vaticana. I rapporti con lo Stato Pontificio verranno poi regolati

dalla pace sancita a Tolentino nel febbraio 1797, che costringe il pontefice a una nuova contribuzione in denaro, permette lo stanziamento dei Francesi ad Ancona e la cessione di alcuni territori.

Nella fase conclusiva della guerra in Italia, Napoleone si scontra nuovamente con gli Austriaci,

entrando per la prima volta nel loro territorio e incalzando verso Vienna. Durante questa marcia

trionfale venne a conoscenza della disponibilità degli Austriaci a accettare una tregua.

Napoleone in un primo tempo si presentò in Italia come un liberatore, come colui che portava i

grandi ideali di libertà che avevano mosso la Rivoluzione francese, e per questo motivo sul suo

passaggio si formavano dei gruppi giacobini in aperto contrasto con le case regnanti dei vari stati

italiani e in appoggio all’azione francese.

A Reggio Emilia nell’agosto 1796 si era formato un governo provvisorio democratico, in aperta ribellione al duca Ercole III d’Este, il quale fu dichiarato deposto.

Ben presto però deluse queste aspettative: la prima a farne le spese fu la Repubblica di Venezia,

destinata a scomparire già nel novembre del 1797, quando Napoleone firmò il trattato di Campoformio con gli Austriaci: con questo accordo, infatti, l’Austria otteneva oltre alla Dalmazia e all’Istria anche il Veneto.

Malgrado questa cocente delusione, i giacobini e i riformisti italiani continuarono ad appoggiare

Napoleone, soprattutto nella fondazione delle Repubbliche democratiche, in un complesso progetto di riordinamento politico e amministrativo dell’Italia: nel 1797 fu fondata la Repubblica cisalpina, l’anno seguente quella romana, dopo che il papa fu costretto a ritirarsi in Toscana; nello stesso anno fu invaso il regno borbonico e a Napoli venne fondata la Repubblica partenopea, nata con la carneficina di 3000 popolani napoletani che si ribellarono all’occupazione francese; nel 1799 anche Ferdinando III, granduca di Toscana, dovette arrendersi all’invasione e riparare a Vienna.

Solo il Piemonte non poté dotarsi di una propria repubblica, in quanto Napoleone pensava piuttosto alla sua annessione alla Francia. L’unico tentativo, fallito, di creare una municipalità repubblicana in Piemonte risale al 1796, qualche mese prima dell’armistizio di Cherasco e ha come teatro proprio la città di Alba: qui, due patrioti, Ignazio Bonafous e Giovanni Ranza, fondarono una repubblica, che nei loro progetti doveva diventare l’avamposto della diffusione degli ideali di libertà portati dalla Francia, che di qui avrebbero dovuto diffondersi in tutto il nord Italia. Il trattato di Cherasco prima, e l’annessione del Piemonte alla Francia poi, impedirono il concretizzarsi di questo progetto e trasformarono la repubblica di Alba in un’esperienza effimera.

In realtà, anche quando i Francesi permettevano la nascita di repubbliche formalmente indipendenti, imponevano un regime di occupazione che richiedeva continui tributi, sia in denaro, sia sotto forma di requisizioni del patrimonio artistico.

Inoltre, l’esperienza repubblicana dell’Italia non durò a lungo: dopo la breve parentesi delle vittorie

della coalizione sul finire del secolo, che approfittarono del momentaneo impegno di Napoleone in

Egitto, e la vittoria napoleonica a Marengo, le repubbliche subirono una vera e propria definitiva

occupazione con la trasformazione in regni, affidati a parenti o uomini di fiducia del nuovo imperatore dei Francesi.

Questa situazione, come è noto, muterà solo con le sconfitte napoleoniche di Lipsia e Waterloo,

quando il Congresso di Vienna, restituirà alle dinastie deposte da Napoleone i loro troni.

La prima sezione della mostra vuole documentare questa situazione storica, presentando, oltre che un acquerello con l’entrata delle truppe francesi ad Alba, anche i ritratti di alcuni personaggi protagonisti della convulsa storia di quegli anni, a partire da Napoleone stesso e dai suoi principali generali: Menou, che divenne governatore della Toscana e Soult, un generale dai raffinati gusti artistici, grazie ai quali creò una propria importante collezione iniziata a Torino e perfezionata in Spagna. Alla sua morte essa era talmente consistente che il re di Francia Luigi Filippo la utilizzò per dar vita alla celebre “Galleria spagnola” del Louvre.

Anche Camillo Borghese, cognato di Napoleone in quanto marito di Paolina Bonaparte, fu in Italia e proprio in Piemonte, in funzione di governatore generale dei dipartimenti al di là delle Alpi. Raffinato collezionista, quando si trasferì nella capitale sabauda, fece trasportare nella sua nuova residenza anche parte della sua ricca collezione, compreso il famoso ritratto di Paolina Borghese come Venere vincitrice realizzato da Antonio Canova. Della bella e capricciosa moglie del principe Borghese è presente in mostra un busto, calco in gesso tratto dalla celebre scultura ad opera dello scultore veneto.

Alla fine di questo percorso è presente anche un ritratto di Ludovico Costa, l’erudito allievo di Giuseppe Vernazza, che larga parte ebbe nel richiedere il rientro dei tesori artistici confiscati dai francesi, dopo che l’avventura napoleonica era terminata.

 

Le istituzioni napoleoniche

 

Le vittorie militari ottenute durante la supremazia giacobina conducono nel 1795 alcune delle potenze contrarie alla Francia a trattare. Nell’aprile del 1795 a Basilea la Prussia firma la pace; l’iniziativa è seguita dall’Olanda e dalla Spagna. Inghilterra, Austria e alcuni Stati della Penisola italiana continuano a contrastare le armate francesi, ottenendo risultati positivi. Le armate impegnate sul fronte del Reno, ritenuto il più importante in Francia per la definitiva vittoria, non riescono ad avanzare verso Vienna. I generali al loro comando, Jourdan e Moreau, risultano ripetutamente sconfitti, obbligando a predisporre nuovi piani strategici che diano particolare importanza alle armate impegnate in Italia.

Qui, nel 1796, il generale Schérer, viene sostituito dal giovane Napoleone Bonaparte che in breve riesce a capovolgere le sorti della guerra. Il fronte italiano, lungi dall’essere soltanto un diversivo, diviene infatti la linea principale dell’avanzata antiaustriaca. Napoleone, infatti, firmato con Vittorio Amedeo III di Savoia l’armistizio di Cherasco, seguito dal trattato di Parigi, grazie al quale Nizza e Savoia passano alla Francia, punta deciso verso la Lombardia, dove nella battaglia di Lodi sconfigge gli austriaci. Dopo l’occupazione di Milano, il giovane generale conquista Mantova, punto strategico dal quale minacciare direttamente Vienna. La sua avanzata, scandita da battaglie vittoriose, è fermata nel 1797 dal trattato di Campoformio, con il quale si stabiliva che Belgio, Lombardia e i territori alla sinistra del Reno vanno alla Francia, mentre rimangono nelle mani degli austriaci l’Istria, la Dalmazia e la Repubblica di Venezia, indipendente fino alla conquista napoleonica.

I territori italiani conquistati, già organizzati nel 1796 in una Confederazione cispadana, nel 1797 formano la Repubblica cisalpina. A partire da questo momento, malgrado Napoleone lasci la Penisola con non poco sconcerto di coloro che speravano nel suo intervento e gli hanno visto cedere Venezia all’Austria, l’influenza francese diviene sempre più forte. Il 15 febbraio 1798 viene proclamata la Repubblica romana; successivamente i francesi occupano il Piemonte e la Toscana. Nel gennaio 1799, dopo che le armate francesi al comando del generale Championnet hanno preso Napoli, viene proclamata la Repubblica napoletana, mentre il re e la regina fuggono in Sicilia. Il nuovo regime costituzionale ha fra i suoi sostenitori diverse persone di cultura illuministica – Mario Pagano, Domenico Cirillo, Francesco Caracciolo, Vincenzio Russo, Eleonora Fonseca Pimentel – che sperano in un radicale rinnovamento culturale e civile. Significativamente una delle riforme più importanti, varata il 25 aprile 1799, è costituita dall’abolizione dei diritti e delle istituzioni feudali.

 

L’abolizione della feudalità

Il Governo provvisorio considerando che il sostegno e il fondamento di una libera Costituzione è la sicurezza che hanno gli individui di godere de’ loro diritti naturali e di tutti gli altri beni di cui l’Autore di ogni esistenza gli ha ricolmi, e che i primi diritti dell’uomo, che sono inalienabili ed imperscrittibili, sono la libertà, l’eguaglianza e la proprietà; e che perciò niun Cittadino può essere astretto a far quello che la Legge non prescrive e che niuna distinzione esiste fra loro né di nascita, né di potere ereditario, e che ciascuno debba godere de’ suoi beni e del prodotto di sue fatighe, come sua proprietà, senzacché altri possa per la di lui utilità privata toglierne alcuna parte.

Considerando inoltre che tutte le istituzioni della feudalità, immaginate nell’ignoranza e fondate sull’usurpazione, sono violenze fatte all’umanità e che quindi tutti i dritti giurisdizionali, personali e reali che esercitavano in così detti Baroni sono contrari ai primi dritti dell’uomo e al libero vivere civile, contro il quale non possono opporsi né contratti, né prescrizioni, e che nel felice momento della rigenerazione di questa Repubblica è d’uopo restituire al libero Cittadino ogni suo dritto; stabilisce ed ordina quanto segue:

  1. Resta abolita qualunque istituzione e qualificazione feudale, ugualmente, che tutt’i dritti di feudalità di qualunque natura possano essere. Tutt’i Cittadini per lo innanzi denominati principi, duchi, baroni, ecc. rientreranno nella classe degli altri Cittadini, né potranno assumere altra denominazione.

                                                           (da L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-1815,

a cura di C. Capra, Loescher, Torino, 1978)

 

L’arrivo di un nuovo esercito austro-russo nel Nord Italia fa rifluire verso il fronte di guerra le armate francesi, che abbandonano Napoli. La Repubblica partenopea tenta di resistere autonomamente al ritorno del sovrano. Tuttavia lo sforzo è destinato a risultare fallimentare. I rivoluzionari sono sostanzialmente isolati. I provvedimenti presi hanno lasciato indifferenti contadini e popolani, propensi a credere alla propaganda borbonica, clericale e nobiliare, che presenta i francesi e i loro sostenitori come nemici giurati della religione, atei e profanatori di chiese. Incaricato dal sovrano di riconquistare il regno, il cardinale Fabrizio Ruffo riesce ad arruolare migliaia di contadini, inquadrati nelle bande sanfediste o esercito della Santa Fede. La notizia della sconfitta francese nel Nord Italia conduce alla resa della Repubblica partenopea, che soccombe nel giugno del 1799. I promotori del regime rivoluzionario vengono imprigionati e giustiziati o condannati all’ergastolo.

Qualche anno più tardi, nel 1801, nel Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, Vincenzo Cuoco analizza con spregiudicatezza le ragioni del crollo della Repubblica , rinvenendone le cause nella distanza fra colta élite rivoluzionaria e masse contadine e cittadine.

 

Vincenzo Cuoco

Le ragioni di un fallimento

La rivoluzione di Francia s’intendeva da pochi, da pochissimi si approvava; quasi nessuno la desiderava, e se vi era taluno che la desiderasse, la desiderava invano, perché una rivoluzione non si può fare senza il popolo, ed il popolo non si move per raziocinio, ma per bisogno.

I bisogni della nazione napolitana erano diversi da quelli della francese: i raziocini de’ rivoluzionati era divenuti tanto astrusi e tanto furenti, che non li potea più comprendere. Questo per popolo. Per quella classe poi che era superiore al popolo, io credo, e fermamente credo, che il maggior numero de’ medesimi non avrebbe mai approvate le teorie dei rivoluzionari di Francia. [...]

Io forse non fo che pascermi di dolci illusioni. Ma se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la Costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un’autorità, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de’ beni reali, e liberato lo avesse da que’ mali che soffriva; forse allora il popolo, non allarmato all’aspetto di novità contro delle quali avea inteso dir tanto male, vedendo difese le sue idee ed i suoi costumi, senza soffrire il disagio della guerra e delle dilapidazioni che porta seco la guerra; forse ... chi sa? ... noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata, e degna di una sorte migliore.

La nostra rivoluzione, essendo una rivoluzione passiva, l’unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l’opinione del popolo. Ma le vedute de’ patrioti, e quelle del popolo non erano le stesse: essi aveano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse. Quella stessa ammirazione per gli stranieri, che avea ritardata la nostra coltura ne’ tempi del re, quell’istessa formò nel principio della nostra repubblica il più grande ostacolo allo stabilimento della libertà. La nazione napolitana si potea considerare come divisa in due popoli, diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima. Siccome la parte colta di era formata sopra modelli stranieri, così la coltura diversa da quella di cui abbisognava la nazione intera, e che potea sperarsi solamente dallo sviluppo delle nostre facoltà. Alcuni erano divenuti Francesi, altri Inglesi; e coloro che erano rimasti Napolitani, e che componevano il massimo numero, erano ancora incolti. Così la coltura di pochi non avea giovato alla nazione intera; e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l’era utile, e che non intendeva. [...]

Tutto si può fare, la difficoltà è solo nel modo. Noi possiamo giungere col tempo a quelle idee, alle quali sarebbe follia voler giugner oggi: impresso una volta il moto, si passa da un avvenimento all’altro, e l’uomo diventa un essere meramente passivo. Tutto il segreto consiste in saper donde si debba incominciare.

Non si può mai produrre una rivoluzione, a meno che non sia una rivoluzione religiosa, seguendo idee troppo generali, né seguendo un piano unico. Mille ostacoli tu incontrerai ad ogni passo, che non si erano preveduti; mille contraddizioni d’interessi, che, non potendosi distruggere, è necessità conciliare. Il popolo è un fanciullo, e vi fa spesso delle difficoltà alle quali non siete preparato. Molte nostre popolazioni non amavano l’albero della libertà, che i Francesi piantavano su ogni piazza, perché non intendevano l’oggetto, e talune, che s’indispettivano per non intenderlo, lo biasimavano come magico; molte, invece dell’albero, avrebbero voluto un altro emblema. È indifferente che una rivoluzione abbia un emblema o un altro; ma è necessario che abbia quello che il popolo intende e vuole. In molte popolazioni eravi un male da riparare, un bene da procurare per poter allettare il popolo: le stesse risorse non vi erano in altre popolazioni; né potevano la legge o il governo occuparsi di tali oggetti, se non dopo che la rivoluzione era già compiuta. Le rivoluzioni attive sono sempre più efficaci, perché il popolo si dirige subito da se stesso a ciò che più da vicino l’interessa. In una rivoluzione passiva conviene che l’agente del governo indovini l’animo del popolo e gli presenti ciò che desidera, e che da se stesso non saprebbe procacciarsi. Talora il bene generale è in collisione cogl’interessi de’ potenti.

L’abolizione de’ feudi, per esempio, reca un danno notabile al feudatario; ma, più del feudatario, sono da temersi coloro che vivono nel feudo. Il popolo trae ordinariamente la sussistenza da costoro; comprende che, dopo un anno, senza il feudatario vivrebbe meglio, ma senza di lui non può vivere un anno; il bisogno del momento gli fa trascurare il bene futuro, quantunque maggiore. Il talento del riformatore è allora quello di rompere i lacci della dipendenza, di conoscer le persone egualmente che le cose, di far parlare il rispetto, l’amicizia, l’ascendente che taluno, o bene o male, gode talora su di una popolazione.

(da V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799,

Roma-Bari, Laterza, 1976)

 

Il confronto delle armate francesi con l’esercito della cosiddetta «seconda coalizione», che ha uno dei suoi punti di forza nelle truppe russe, è impari. Nel 1799, mentre Napoleone si trova in Egitto per combattere su quel terreno l’Inghilterra, la Francia viene ripetutamente sconfitta in Germania e in Italia. Anche la situazione interna appare particolarmente effervescente: le elezioni dell’aprile 1799 fanno segnare un successo delle forze estremiste, giacobini da una parte e monarchici dall’altra, che minacciano il fragile sistema politico dominato dal Direttorio. Matura così, al ritorno di Napoleone in Francia, nell’autunno dello stesso anno, un colpo di stato: il 18 brumaio l’Assemblea dei 500 viene sciolta con la forza, mentre il Direttorio viene reso impotente; il 19 brumaio si costituisce un nuovo organo di governo, il Consolato, formato dallo stesso Bonaparte, primo console, da Emmanuel Sieyés e Roger Ducos. Viene varata una nuova costituzione, che entra in vigore il 25 dicembre del 1799 dopo la sua approvazione mediante un referendum. Il potere esecutivo è concentrato nelle mani del primo console, il quale ha l’iniziativa delle leggi e la facoltà di nominare consiglieri di Stato, ministri e funzionari nonché il potere di dichiarare la guerra e di stringere accordi di pace. Gli altri componenti del triumvirato hanno esclusivamente funzione consultiva. Il potere legislativo è frammentato in quattro assemblee: il Consiglio di Stato, composto da un numero variabile da 30 a 40 di persone scelte dal primo console, che ha il compito di formulare i progetti di legge; il Tribunato, composto da 100 persone scelte dal Senato che ne rinnova 20 componenti l’anno, che discute i progetti di legge; il Corpo legislativo, composto da 300 persone, di cui 60 rinnovate ogni anno, scelte all’interno di una lista di notabili eletti a suffragio universale, che ha la facoltà di approvare o respingere le leggi; il Senato, composto da 60 persone, 20 delle quali – scelte da uno dei consoli – hanno la facoltà di nominare le restanti 40, che deve giudicare la costituzionalità delle leggi emesse.

 


La Costituzione del 25 dicembre 1799

Il Consolato

 

Potere esecutivo

Primo console (iniziativa legislativa; nomina di consiglieri di Stato, ministri e funzionari; potere di dichiarare guerra e di firmare la pace)

 

Potere consultivo: Due consoli

 

Potere legislativo

 

Consiglio di Stato                                                                              Tribunato

(30-40 persone scelte dal Primo console)                              (100 persone scelte dal Senato che ne rinnova 20 l’anno)

Formulazione dei progetti di legge                                           Discussione dei progetti di legge

 

 

 

Corpo legislativo                                                                               Senato

(300 persone, di cui 60 rinnovate                                          (60 persone, 20 delle quali annualmente, scelte all’interno di una lista                                                      sono scelte da uno dei

di notabili eletti a suffragio universale)                                             consoli e procedono

                                                                                              alla nomina dei restanti 40)

Approvazione o respingimento delle leggi                             Giudizio di costituzionalità

 

Potere giudiziario

Giudici nominati dal Primo console

 

Amministrazione periferica

Prefetti, sottoprefetti e sindaci rispettivamente a capo di dipartimenti, circondari e comuni nominati dal Primo console

 

Il centralismo voluto da Bonaparte è coronato da una serie di riforme amministrative attraverso le quali si stabilisce una precisa gerarchia di poteri fra il centro e le diverse periferie. Il potere esecutivo centrale nomina direttamente prefetto, sottoprefetto e sindaco, rispettivamente a capo di dipartimenti, circondari e comuni. Anche i magistrati sono funzionari nominati direttamente dal primo console. Nella pagina seguente, che riporta una relazione al corpo legislativo, il consigliere di stato Pierre Louis Roederer analizza il ruolo dei prefetti, funzionari che hanno il delicato compito di tradurre nelle periferie le decisioni dell’autorità centrale.

 

Pierre Louis Roederer

I prefetti, nuovi funzionari dello Stato

La funzione amministrativa deve essere cosa di un solo uomo; mentre quella giudiziaria deve essere cosa di molti [...]. L’amministrazione propriamente detta consiste in tre cose.

  1. La funzione di trasmissione delle leggi agli amministrati e delle lamentele degli amministrati al governo; in altre parole, la sede delle reciproche comunicazioni tra la volontà pubblica e gli interessi particolari.
  2. L’azione diretta sulle cose e sulle persone private, in tutte le parti sottoposte all’immediata autorità degli amministratori.
  3. Infine, la procura d’azione nelle parti dell’amministrazione delegate a subordinati. Procurare l’azione è la funzione principale dell’amministrazione di dipartimento. Esattamente come per ministri, il numero di cose che deve fare direttamente è minore di quelle che deve far eseguire all’amministratore sottoposto; e questi a sua volta è mano obbligato ad agire che a garantire l’azione delle municipalità, le quali pure hanno quali altrettanto da ordinare che da fare.

La procura d’azione è dunque una parte importante delle funzioni e dell’arte dell’amministrazione, a tutti i livelli della scala amministrativa.

Ecco un’analisi sintetica delle diversissime funzioni che sono comprese in questa sola parola, funzioni che finora disgraziatamente sono state distinte solo con queste due parole molto vaghe: ordinare e sorvegliare.

La prima è quella di spiegare ai magistrati inferiori il senso delle leggi, regolamenti o ordini che devono essere eseguiti. Questa funzione è l’istruzione.

La seconda è quella di dare ordini speciali che le circostanze di tempo e di luogo possono esigere per la loro esecuzione. Questa funzione può essere chiamata direzione.

La terza è quella di affrettare e determinare tale esecuzione: è l’impulso.

La quarta è quella di verificarne l’esecuzione: è l’ispezione.

La quinta è di farsi render conto di tale esecuzione, di ricevere i reclami delle persone interessate e le osservazioni dei preposti. Questa funzione è la sorveglianza.

La sesta è quella di autorizzare o respingere le proposte di interesse pubblico alle quali può estendersi il potere dell’amministratore: è la stima o valutazione.

La settima è quella di approvare e convalidare oppure di lasciare senza validità gli atti che hanno bisogno della sua verifica: è il controllo.

L’ottava è quella di richiamare ai loro doveri le autorità inferiori per gli agenti immediati che le misconoscono o le trascurano: è la censura.

La nona è quella di annullare gli atti contrari alle leggi o agli ordini superiori: è la riforma.

La decima è quella di far riparare le omissioni o le ingiustizie: è la riparazione.

L’undicesima, infine, è quella di sospendere i funzionari incapaci, di destituire o fare destituire i negligenti, di perseguire per via giudiziaria i prevaricatori: è la correzione o punizione.

Così, istruzione, direzione, impulso, ispezione, sorveglianza, ratifica delle proposte utili, controllo degli atti sospetti, censura, riforma, riparazione, punizione: ecco le funzioni pertinenti a quella parte dell’amministrazione che si può chiamare procura d’azione.

 (da A. De Bernardi – S. Guarracino, L’operazione storica. L’età moderna,

Milano, Bruno Mondadori, 1992, pp. 1044-1045)

 

Il ritorno in Italia di Napoleone a capo delle truppe francesi, nella primavera del 1800, cambia le sorti del conflitto: le armate austriache vengono sconfitte e l’Austria addiviene alla pace di Lunéville nel 1801. Con essa vengono riconfermati gli accordi già sottoscritti a Campoformio: la penisola italiana è nuovamente sotto la pesantissima influenza francese. Nell’autunno dello stesso anno vengono firmati accordi di pace con l’Inghilterra, la Russia e la Turchia. Corona l’opera diplomatica napoleonica la pacificazione con la Chiesa cattolica. In patria i successi sono festeggiati con un plebiscito che conferisce a Napoleone la nomina di console a vita. Si spiana così la strada all’instaurazione di una nuova monarchia. Nel maggio 1802 viene creata la Legion d’onore, un’onorificenza che crea una sorta di nobiltà di regime. Il 18 maggio 1804 viene varata la Costituzione dell’anno XII, che consacra Napoleone «imperatore dei Francesi», con diritto di trasmissione del titolo ai propri discendenti ad esclusione delle donne, e che crea nuove forme di distinzione sociale (i grandi dignitari, i grandi ufficiali, i grandi marescialli dell’impero). Un nuovo plebiscito popolare sancisce il nuovo ordine costituzionale, riconosciuto anche dalla Chiesa di Roma. Il 2 dicembre 1804 nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi Napoleone prende dalle mani del papa la corona e si cinge il capo da solo, quasi a ridurre il papa a testimone di un potere che ha ricevuto dal popolo francese. Nel 1808 viene creata una nobiltà ereditaria imperiale, articolata in principi, duchi, conti, baroni, che a differenza di quella di antico regime è soggetta ai principi di eguaglianza in materia fiscale e giudiziaria.

 

Senato-consulto del 18 maggio 1804

Titolo I

Art. 1 – Il Governo della Repubblica è affidato a un Imperatore, che prende il titolo di Imperatore dei Francesi. – La giustizia è resa in nome dell’imperatore, dagli ufficiali che egli istituisce.

Art. 2 – Napoleone Bonaparte, attuale Primo console della Repubblica, è Imperatore dei Francesi.

 

Titolo II

Dell’eredità

Art. 3 – La dignità imperiale è ereditaria nella discendenza diretta, naturale e legittima di Napoleone Bonaparte, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura, e ad esclusione perpetua delle donne e della loro discendenza.

Art. 4 – Napoleone Bonaparte può adottare i figli o nipoti dei suoi fratelli, purché abbiano compiuto l’età di diciotto anni ed egli stesso non abbia figli maschi al momento dell’adozione.

– I figli adottivi entrano nella linea della sua discendenza diretta. – Se, posteriormente all’adozione, gli sopravvengono dei figli maschi, i figli adottivi non possono essere chiamati che dopo i discendenti naturali e legittimi.

– L’adozione è vietata ai successori di Napoleone Bonaparte e ai loro discendenti.

 


Titolo III

Della famiglia imperiale

Art. 9 – I membri della famiglia imperiale, nell’ordine dell’eredità, portano il titolo di Principi francesi. – Il figlio maggiore dell’Imperatore porta quello di Principe imperiale.

Art. 10 – Un Senato-consulto regola il modo dell’educazione dei principi francesi.

Art. 11 – Essi sono membri del Senato e del Consiglio di Stato, quando hanno raggiunto il diciottesimo anno.

Art. 12 – Non possono sposarsi senza l’autorizzazione dell’imperatore. – Il matrimonio di un principe francese, fatto senza l’autorizzazione dell’imperatore, comporta la privazione di ogni diritto all’eredità, tanto per colui che l’ha contratto tanto per i discendenti. – Tuttavia, se non esiste prole da questo matrimonio ed esso viene a sciogliersi, il principe che lo aveva contratto riacquista i suoi diritti all’eredità.

Art. 13 – Gli atti constatanti la nascita, i matrimoni e i decessi dei membri della famiglia imperiale, sono trasmessi, dietro un ordine dell’Imperatore, al Senato, che ne ordina la trascrizione sui suoi registri e il deposito negli archivi.

Art. 14 – Napoleone Bonaparte stabilisce con degli statuti, ai quali i suoi successoti sono tenuti a conformarsi: – 1) I doveri degli individui di ogni sesso, membri della famiglia imperiale, verso l’Imperatore; – 2) Un’organizzazione del palazzo imperiale conforme alle dignità del trono e alla grandezza della Nazione.

 

            Titolo V

            Delle grandi dignità dell’impero

            Art. 32 – Le grandi dignità dell’Impero sono quelle: – di grande-elettore. – D’arcicancelliere dell’Impero. – D’arcicancelliere di Stato. – D’arcitesoriere. – Di conestabile. – Di grande ammiraglio.

            Art. 33 – I titolari delle grandi dignità dell’Impero sono nominati dall’Imperatore. – Godono gli stessi onori dei principi francesi, e prendono posto immediatamente dopo di essi. – L’epoca della loro ammissione determina il rango che essi occupano rispettivamente.

            Art. 34 – Le grandi dignità dell’Impero sono inamovibili.

            Art. 35 – I titolari delle grandi dignità dell’Impero sono senatori e consiglieri di Stato.

            Art. 36 – Essi formano il Grande consiglio dell’Imperatore; – Sono membri del Consiglio privato; – Compongono il Grande consiglio della Legion d’onore; – Gli attuali membri del Grande consiglio della Legion d’onore conservano, per la durata della loro vita, i loro titoli, le loro funzioni, e prerogative.

            Art. 37 – Il Senato e il Consiglio di Stato sono presieduti dall’Imperatore. Quando l’Imperatore non presiede il Senato o il Consiglio di Stato, egli designa fra i titolari delle grandi dignità dell’Impero chi deve presiedere.

            Art. 38 – Tutti gli atti del Senato e del Corpo legislativo sono resi in nome dell’Imperatore, e promulgati o pubblicati sotto il sigillo imperiale.

(da A. Saitta, Costituenti e costituzioni della Francia moderna,

Torino, Einaudi, 1952, pp. 204-218)

 

 

Le istituzioni politiche poggiano saldamente su un grande monumento giuridico apprestato da Napoleone: il Codice civile, promulgato il 21 marzo 1804, dopo un lungo periodo di preparazione, iniziato sin dall’agosto 1800 ed esteso a tutti i paesi che entrarono successivamente a far parte dell’impero napoleonico. Il decreto imperiale del 16 gennaio 1806 stabilisce che esso sarebbe entrato in vigore nel regno d’Italia a partire dal successivo 1° aprile. Il Codice mette pienamente in luce un progetto di organizzazione sociale che va incontro agli interessi dei ceti possidenti e imprenditoriali, da un lato stabilendo un preciso legame di continuità con l’opera della rivoluzione prima della fase democratico-giacobina, e dall’altro respingendo ogni principio di «democrazia sociale» e di limitazione della proprietà. Risultano quindi affermati e difesi quei principi che hanno scardinato l’antico regime: la libertà delle persone, l’uguaglianza giuridica, l’autonomia dello Stato dalla Chiesa, la libertà di lavoro.

Un netto arretramento nella concezione dell’uguaglianza si ha in relazione ai problemi della famiglia. Viene molto rafforzata l’autorità del padre sui figli e del marito sulla moglie. La donna viene posta in una condizione di inferiorità, come i figli naturali rispetto a quelli legittimi: principi che continueranno a rimanere in vigore per centosettant’anni. Il testo del articolo 214 ritornerà identico nell’articolo 131 del Codice civile del regno d’Italia del 1852 e ancora nell’articolo 144 del nuovo Codice civile del 1942, venendo cancellato soltanto nel 1975.

 

La famiglia nel Codice Napoleone

 

Art. 148 – Il figlio che non è giunto all’età di venticinque anni compiti, la figlia che non ha compito gli anni ventuno, non possono contrarre matrimonio senza il consenso del padre e della madre; in caso che siano discordi, il consenso del padre è sufficiente [...].

Art. 151 – I figli di famiglia giunti alla maggiore età, determinata dall’articolo 148, sono tenuti prima di contrarre matrimonio a chiedere con un atto rispettoso e formale il consiglio del padre e della madre loro [...].

Art. 152 – Dopo la maggiore età determinata dall’articolo 148 fino all’età dei trent’anni compiti per i maschi, e degli anni venticinque compiti per le femmine, l’atto rispettoso prescritto dall’articolo precedente, se non sarà susseguito dal consenso per il matrimonio, dovrà rinnovarsi altre due volte di mese in mese, e scaduto un mese dopo il terzo atto, si potrà procedere alla celebrazione del matrimonio.

Art. 214 – La moglie è obbligata ad abitare col marito, e a seguitarlo ovunque egli crede opportuno di stabilire la sua residenza [...].

Art. 215 – La moglie non può stare in giudizio senza l’autorizzazione del marito, quand’anche ella esercitasse pubblicamente la mercatura, o non fosse in comunione o fosse separata di beni [...].

Art. 217 – La donna, ancorché non sia in comunione e sia separata di beni, non può donare, alienare, ipotecare, acquistare, a titolo gratuito od oneroso, senza che il marito concorra nell’atto, o presti il consenso per iscritto.

Art. 229 – Potrà il marito domandare il divorzio per causa d’adulterio della moglie.

Art. 230 – Potrà la moglie domandare il divorzio per causa d’adulterio del marito, allorché egli avrà tenuto la sua concubina nella casa comune.

Art. 375 – Il padre avendo gravi motivi di malcontento per la condotta di un figlio, avrà i seguenti mezzi di correzione.

Art. 376 – Se il figlio non sarà ancora giunto al principio dell’anno sedicesimo di sua età, il padre potrà farlo tenere in arresto per un tempo non maggiore di un mese, e a tale effetto il Presidente del tribunale del circondario dovrà ad istanza del padre rilasciare il decreto d’arresto.

Art. 377 – Dall’incominciamento dell’anno sedicesimo sino alla maggiore età, o alla emancipazione, il padre potrà soltanto domandare la detenzione del figlio per sei mesi al più.

Art. 378 – Nell’uno e nell’altro caso, non avrà luogo veruna scrittura, o formalità giudiziale: il solo ordine d’arresto sarà ridotto in scritto, senza esprimere i motivi.

(da Codice di Napoleone il Grande,

Firenze, presso Guglielmo Piatti, 1809, pp. 36-37, 42, 47-51, 79)

 

Un altro pilastro fondamentale della politica di Napoleone è costituito dall’istruzione. mentre si dà poca importanza ai percorsi scolastici dei ceti popolari, egli riserva molta cura alla cultura dei futuri dirigenti. A carico dello Stato viene posta la rete dei «licei», mentre le scuole secondarie private sono sottoposte al controllo statale. Numerose borse di studio vengono rese disponibili per i figli dei funzionari e degli ufficiali e per i migliori studenti. Nelle scuole di ogni ordine e grado vengono impartiti insegnamenti improntati ai principi del regime: laicità dello Stato, scarsa attenzione alla cultura storica e politica, grande spazio alla tecnologia e alla matematica.

Nel primo decennio dell’Ottocento gran parte dell’Europa, dal Portogallo alla Russia, cade sotto il dominio napoleonico. La campagna di Russia, nel 1812, segna l’inizio del suo declino militare e politico. Dopo la sconfitta di Lipsia, tra il 16 e il 19 ottobre 1813, il territorio francese viene invaso dagli eserciti stranieri. La stessa Parigi capitola il 30 marzo 1814. Napoleone si rifiuta di abdicare; ma il Senato, il 3 aprile, per salvare la continuità delle istituzioni, dichiara la sua decadenza, in termini che sembrano risuonare a quelli del Bill of Rights: Napoleone ha violato il patto costituzionale con la Nazione e si è macchiato di colpe enormi.

 

Atto di deposizione di Napoleone Bonaparte

 

Considerando che, in una monarchia costituzionale, il monarca esiste soltanto in virtù della Costituzione o del patto sociale; che Napoleone Bonaparte, durante qualche tempo di un governo fermo e prudente aveva dato alla Nazione argomenti per contare in futuro su atti di saggezza e giustizia, ma che successivamente egli ha strappato il patto che l’univa al popolo francese, specialmente riscuotendo delle imposte, stabilendo delle tasse in altro modo che in virtù della legge, contro il tenore esplicito del giuramento che aveva prestato al suo avvento al trono, conformemente all’art. 53 dell’atto costituzionale del 28 floreale anno XII; che egli ha commesso questo attentato ai diritti del popolo mentre aggiornava, senza necessità, il Corpo legislativo e faceva sopprimere come delittuoso un rapporto di questo Corpo, al quale contestava il suo titolo e la sua parte alla rappresentanza nazionale; che egli ha intrapreso una serie di guerre in violazione dell’art. 50 dell’atto costituzionale del 22 frimaio anno VIII, che vuole che la dichiarazione di guerra sia proposta, discussa, decretata e promulgata al pari delle leggi; che egli ha incostituzionalmente emesso parecchi decreti pronuncianti pena di morte, specialmente i due decreti del 5 marzo scorso, che tendono a far considerare come nazionale una guerra che non aveva luogo se non nell’interesse della sua smisurata ambizione; che egli ha violato le leggi costituzionali con i suoi decreti sulle prigioni di stato; che egli ha annientato la responsabilità dei ministri, confuso tutti i poteri e distrutta l’indipendenza dei corpi giudiziari; considerando che la libertà della stampa, stabilita e consacrata come uno dei diritti della Nazione, è stata costantemente sottoposta alla censura arbitraria della sua polizia e che nello stesso tempo si è sempre servito della stampa per riempire la Francia e l’Europa di fatti inventati, di massime false, di dottrine favorevoli al dispotismo, e di oltraggi contro i governi stranieri; che atti e rapporti ascoltati dal Senato hanno subito delle alterazioni nella pubblicazione che ne è stata fatta; considerando che, invece di regnare nella sola mira dell’interesse, della felicità e della gloria del popolo francese secondo i termini del suo giuramento, Napoleone ha portato al massimo le sventure della patria con il rifiuto di trattare a delle condizioni che l’interesse nazionale obbligava ad accettare, e che non compromettevano l’onore francese; con l’abuso che ha fatto di tutti i messi in uomini e in denaro affidatigli; con l’abbandono dei feriti senza medicine, senza soccorsi, senza sussistenze; con diverse misure le cui conseguenze erano la rovina delle città, lo spopolamento delle campagne, la carestia e le malattie contagiose; considerato che, per tutte queste cause, il governo imperiale stabilito dal Senato-consulto del 28 floreale anno XII ha cessato di esistere e che il voto manifesto di tutti i Francesi chiama un ordine di cose il cui primo risultato sia il ristabilimento della pace generale, e che sia pure l’epoca di una riconciliazione solenne tra tutti gli Stati della grande famiglia europea; il Senato dichiara e decreta quanto segue:

  1. – Napoleone Bonaparte è decaduto dal trono, e l’eredità stabilita nella sua famiglia è abolita.
  2. – Il popolo francese e l’esercito sono sciolti dal giuramento di fedeltà verso Napoleone Bonaparte.
  3. Il presente decreto sarà trasmesso con un messaggio al Governo provvisorio della Francia, inviato successivamente a tutti i dipartimenti e agli eserciti, e proclamato immediatamente in tutti i quartieri della capitale.

(da Lex facit regem. Rex facit legem, a cura di G.G. Floridia, R. Orrù, L.G. Sciannella, A. Ciammariconi, Fast Edit, Teramo, 2005, p. 209)

           

Pochi giorni dopo, il 6 aprile, mentre Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI, viene richiamato sul trono, Napoleone abdica senza condizioni. Il trattato di Fontainebleau gli concede la sovranità sull’isola d’Elba, dove egli si stabilisce all’inizio di maggio. Meno di un anno dopo ha inizio l’avventura dei Cento giorni: Napoleone sbarca in Francia, trionfalmente accolto dalla popolazione e dai soldati inviati per arrestarne la marcia verso Parigi. La costituzione della settima coalizione, da parte delle potenze nemiche, che si scontra con l’esercito napoleonico a Waterloo mette fine a ogni avventuroso progetto: sconfitto Napoleone viene deportato nella sperduta isola di Sant’Elena, nell’Atlantico, dove morirà il 5 maggio 1821.

 

Napoleone e l’Europa

(contraddizione tra rivoluzione e dispotismo nel ventennio di potere di Napoleone Bonaparte)

il poter di Bonaparte fu ottenuto dal popolo attraverso i plebisciti.

Centralismo burocratico e amministrativo con i prefetti.

Lo stato allargò le sue competenze (sociali, scuola,…).

Il consolidamento per Napoleone arrivò con la stipula della pace, prima con l’Austria (1801) e poi con l’Inghilterra (1802).

Fece il concordato con la chiesa (1801) e si fece nominare console a vita. Nel 1804 promulgò il codice civile, che rappresentò il coronamento della sua opera riformatrice.

Nel 1804 si fece nominare imperatore.

Allargò l’influenza in Europa e fece altre guerre, dal 1804 al 1809.

Nel 1805 la rep italiana si trasformò in Regno d’Italia.

Sconfisse gli austro-russi e fu sconfitta dell’Inghilterra.

Nel 1806 creò la confederazione del Reno e sconfisse la Prussica, nel 1807 la pace con la Russia. Sconfitta nel 1808 in Spagna. Nel 1810 sposò Maria Luisa d’Austria, per legittimare il suo dominio in Europa.

Ma ovunque vi furono ostilità antifrancesi, che permisero il risveglio delle coscienze nazionali.

Cercò di invadere la Russia nel 1812 (dopo la rottura dell’alleanza da parte dello zar) ma fu una secca sconfitta.

Inghilterra, Russia, Prussica e Austria sconfissero a Lipsia i francesi.

Venne occupata Parigi, nel 1814 e Napoleone dovette abdicare, e ricevette il possesso dell’isola d’Elba.

Al trono di Francia saliva Luigi XVIII mentre il congresso di Vienna iniziava la ridefinizione della carta d’Europa.

Nel marzo 1815 Napoleone, tornato in Francia, cercò di cavalcare il malcontento, ma, sconfitto a Waterloo, venne deportato sull’isola di Sant’Elena (morì il 5\5\1821).

 

NAPOLEONE

 

A contribuire all’espansione militare della Francia repubblicana ci fu un giovane generale, Napoleone Bonaparte, nato ad Ajaccio nel 1769. Napoleone si era distinto nell’esercito durante la rivoluzione francese, salendo velocemente tutti i gradini del comando. Nel 1796 a Napoleone venne affidato un compito dal Direttorio che sembrava secondario, quello di impegnare le truppe austriache in Italia. Quella che doveva essere una modesta azione di disturbo si trasformò in una clamorosa vittoria. Napoleone sconfisse i piemontesi e gli austriaci con rapide azioni militari e fece firmare il trattato di Campoformio, con il quale l’Austria e il Piemonte cedevano alla Francia Nizza, la Savoia, la Lombardia e il Belgio. In cambio l’Austria riceveva Venezia, che perse definitivamente l’indipendenza. 

 

L’ingresso dell’esercito napoleonico in Italia favorì la nascita di alcune repubbliche alleate, dette “sorelle”, che si ispiravano agli ideali e alle conquiste della rivoluzione francese. La più importante di queste fu la Repubblica Cisalpina, sorta in Lombardia con capitale Milano. Nel 1798 le truppe napoleoniche conquistarono Roma e Napoli e deposero il papa Pio VI. A Roma e a Napoli si formarono la Repubblica Romana e la Repubblica Partenopea. Tuttavia queste due repubbliche ebbero vita molto breve perché vennero entrambe abbattute nel 1799. Le repubbliche sorelle si dettero una Costituzione simile a quella francese. L’arrivo delle truppe napoleoniche e la nascita delle repubbliche sorelle suscitarono una reazione controrivoluzionaria, soprattutto nel sud, dove si formò l’esercito “sanfedista”, formato in gran parte da contadini, che combatteva in nome del papa. In breve quest’esercito abbatté la repubblica romana e la repubblica partenopea, ristabilendoci l’autorità del papa. Nel 1798 Napoleone venne inviato in Egitto a colpire i traffici inglesi nel Mediterraneo. Mentre l’esercito francese conquistava l’Egitto, l’ammiraglio inglese Orazio Nelson sconfisse la flotta francese nella baia di Abukir e Napoleone rischiò di restarvi isolato. Tornato in Francia, nell’aprile del 1799 attuò, con l’appoggio del popolo, un colpo di stato, sciogliendo il Direttorio e instaurando un governo capeggiato da tre consoli, con a capo Napoleone. Durante il suo consolato, Napoleone attuò delle riforme molto importanti, tra cui l’istituzione di un nuovo tipo di scuole, i Licei. Inoltre approvò il Codice Civile, che riordinava le leggi della Costituzione in un libro. Napoleone nel 1804 fu proclamato dal Senato imperatore, e la Francia dalla repubblica tornò ad un regime assolutistico. Dopo aver fatto approvare la decisione da un plebiscito popolare, si fece incoronare anche dal papa Pio VII. Napoleone allora istituì un corpo di polizia per diffondere la sua autorità. Dal 1799 al 1815, durante il consolato e l’Impero , continuò ad essere impegnata in guerre contro le altre potenze europee, che si erano alleate fin dal 1792. Dal 1799 al 1709 Napoleone affrontò vittoriosamente alcune coalizioni guidate da Austria e Inghilterra e nel giro di pochi anni riuscì a consolidare un Impero senza precedenti nella storia francese. Alcune delle principali vittorie di Napoleone furono quelle di Marengo (1800) e Austerlitz (1805), contro gli eserciti austro-russi. Nel 1812, Napoleone dominava ormai gran parte dell’Europa continentale, dalla Spagna alla Germania. Napoleone aveva posto sui troni delle varie nazioni i suoi familiari o suoi rappresentanti. L’unico stato che continuava ad essere nemico di Napoleone e immune dalla sua influenza politica era l’Inghilterra. Dopo la spedizione d’Egitto Napoleone aveva preparato altra offensive contro l’Inghilterra, ma davanti alla vittoria inglese di Trafalgar, proclamò il blocco del commercio tra Europa e Inghilterra. Il blocco non danneggiò l’Inghilterra, perché l’Europa era solo un terzo dei suoi commerci globali, ma danneggiò invece i paesi europei, perché ridusse i commerci e aumentò i prezzi. Per cercare di bloccare il contrabbando del Portogallo con l’Inghilterra, Napoleone invase la penisola iberica e nel 1808 depose il re di Spagna Carlo IV. Gli spagnoli si ribellarono, appoggiati dagli inglesi, e Napoleone si ritirò. A Oriente si crearono nuove difficoltà per Napoleone. Infatti lo zar di Russia Alessandro I decise di riprendere i commerci con l’Inghilterra e di indebolire la sua alleanza con la Francia. Napoleone allora mobilitò una grande armata composta da 700.000 uomini che nel giugno del 1812 iniziò ad avanzare in territorio russo. Ma il generale russo Kutuzov preferì ritirarsi e bruciare i depositi alimentari invece di combattere. E così quando Napoleone arrivò a Mosca dopo la grande battaglia di Borodino, dal quale uscì vittorioso, cominciò il grande inverno russo. Senza più viveri e con le truppe russe che non si erano ancora arrese, Napoleone ordinò la ritirata. Mentre le truppe francesi, decimate del freddo e dalla fame, stavano guadando la Beresina, le truppe russe li attaccarono di sorprese e vinsero. Allora Napoleone, con i pochi uomini che gli rimanevano, tornò a Parigi. Nel frattempo gli altri stati europei si erano organizzati e con un grande esercito Napoleone venne sconfitto a Lipsia. Allora Napoleone fu costretto ad abdicare a favore di Luigi XVIII e gli venne concesso di ritirarsi all’isola d’Elba, concessagli come principato personale. Ma un anno dopo Napoleone fuggì e tornò in Francia. La popolazione e l’esercito si schierarono ancora una volta con lui. Napoleone riorganizzò un esercito e si scontrò contro gli altri stati europei ,il 18 giugno 1815, a Waterloo. Allora Napoleone si consegnò agli inglesi che lo esiliarono nell’isola di Sant’Elena, nell’Oceano Atlantico. Qui morì il 5 maggio 1821. Con l’Impero napoleonico si erano diffusi i principi della rivoluzione e il peso politico della Chiesa diminuì notevolmente. Il Codice Civile rimase in vita in tutti gli stati europei da lui conquistati. Questi fatti furono alla base delle rivoluzioni nazionali dell’Ottocento.  

 

 

Aforismi di Napoleone Bonaparte :

 

1- È molto meglio aver nemici dichiarati che amici celati. 2- O si abbatte altrui, od altri abbatte noi. 3- Non vi può essere Stato politico fisso quando non vi è un corpo insegnante che professi principii politici fissi. 4- Un uomo di stato non dovrebbe mai introdurre una donna nel suo gabinetto. 5- I più forti non trattano, ma dettano le condizioni e ne sono obbediti. 6- Non bisogna essere severo e debole nello stesso tempo. 7- Vi ha nulla di più tirannico di un governo che pretende di essere paterno. 8- Gli uomini sono rari. 9- Chi non arrischia qualche cosa non guadagna mai nulla. 10- Bastano pochi grandi uomini per fare la reputazione morale di una nazione. 11- L'onore di un sovrano non deve mai essere in contraddizione con la felicità del suo paese. 12- Siccome vi è un Dio solo, così nello stato ci vuole una sola giustizia. 13- Io do un ordine, o taccio. 14- La politica deve essere paziente, e condotta sempre secondo lo spirito dei tempi e le circostanze attuali. 15- Chiunque combatte contro la patria è un figlio che vuole uccidere sua madre. 16- Non vi è condizione peggiore per un popolo di quella di divenire soggetto ad un altro popolo. 17- La polizia inventa più di quel che scopra. 18- Bisogna parlare agli occhi per persuadere il popolo. 19- Le rivoluzioni distruggono tutto in un istante e non ricostruiscono se non col lungo avvenire. 20- Le rivoluzioni sono paragonabili ai letami più ributtanti che promuovono la crescita dei più bei vegetabili. 21- In tempi di rivoluzione un soldato non deve mai disperare di nulla quando ha perseveranza e coraggio 22- Un trono non si rovescia con parole. 23- Quando la vittima è sgozzata, non è più tempo di revocare una condanna a morte. 24- Le armi non si devono mai impugnare per vani disegni di grandezza né per l'avidità di conquiste. 25- Quei soli che capiscono tutta l'amarezza dei dolori di spirito possono consolare gli afflitti. 26- Lo spirito si migliora col cangiare di alimento. La diversità delle letture piace all'immaginazione come piace all'orecchio la diversità dei suoni. 27- Vi sono certe calunnie contro cui l'onniscenza stessa smarrisce. 28- Le sole conquiste che non lasciano nell'animo amarezza sono quelle che si vincono contro l'ignoranza. 29- Non ci fu dato un cuore per vedere impassibilmente piangere il prossimo. 30- In una circostanza straordinaria ci vuole una risoluzione straordinaria. 31- Il coraggio militare ha nulla a che fare col coraggio civile. 32- Un uomo non più dipende da altri quando non vuole più dipenderne. 33- Il divorzio è una legge che concorda con gli interessi degli sposi. 34- Il dolore ha certi limiti che non conviene oltrepassare. 35- L'uguaglianza deve essere il primo cardine dell'educazione dei giovani. 36- Lo splendore è un nulla senza la durata. 37- L'esistenza è piuttosto una maledizione che un bene. 38- Tranquillizzando lo spirito si guarisce il corpo. 39- Nelle grandi crisi la parte delle donne consiste nel raddolcire i nostri infortunii. 40- Nulla è fatto finché vi rimane qualche cosa da fare. 41- La guerra è crudele per i popoli e terribile per i vinti. 42- Colui il quale teme di perdere la gloria, è sicuro che la perderà. 43- Meglio varrebbe non aver vissuto che vivere senza gloria. 44- Tutto ha un limite, anche le passioni umane. 45- Per non piangere degli uomini conviene riderne. 46- Bisogna saper vincere il nostro cattivo umore. 47- Gli uomini sono ben mutati dal loro stato naturale. Sono diventati codardi, vili e triscianti. 48- L'incertezza è penosa per tutti i popoli e per tutti gli uomini. 49- Libertà, uguaglianza, sono parole magiche. 50- Quando uno è solo cammina più rapidamente. 51- Siamo forti quando siamo risoluti e pronti a morire. 52- La morte può essere l'espiazione delle colpe ma non può mai ripararle. 53- L pace è il primo dei bisogni e la prima delle glorie. 54- I preti debbono restringersi a dirigere le cose del culto. 55- Bisogna saper perdonare e non rimanere in un atteggiamento ostile, offensivo per il vicino e per noi stessi. Bisogna conoscere le debolezze umane, piegarvisi anziché combatterle. 56- Per poter far bene la polizia conviene essere senza passioni. 57- Ogni giorno ha il suo lavoro. 58- Un padre deve sempre dividere il suo pane coi figli, in qualsiasi fortuna egli si trovi. 59- Spetta agli uomini onesti illuminare il governo. 60- Le rappresaglie sono una misera risorsa. 61- Una religione che si limita alla vita terrestre dell'uomo senza dirgli donde viene e dove va, non può sostenersi. 62- La vera saggezza generalemnte consiste in una determinazione energica. 63- Non ha forse il sole anch'esso le sue macchie? 64- Dal sublime al ridicolo vi è appena un passo. 65- Nella storia e nella filosofia lo scetticismo è una virtù. 66- L'uomo non ha mai il diritoo di uccidersi. 67- Non vi è al mondo Costituzione che sia osservata letteralmente. 68- La sovranità del popolo è inalienabile. 69- Gli uomini hanno un cuore, le leggi non l'hanno. 70- Senza giustizia non vi è forza. 71- Se l'orgoglio richiede che si umilii il nemico, la carità, virtù caratteristica della religione di Cristo, vuole che ci riconciliamo coi nemici. 72- La pubblica istruzione è la prima molla del governo. 73- La pubblica stima è la ricompensa degli uomini dabbene. 74- Indecisione e anarchia al vertice danno cattivi risultati. 75- I popoli non hanno vantaggi con un re solo poeta, o musico, o naturalista, o chimico, o tornitore, o fabbroferraio. 76- L'amore deve essere un piacere, non un tormento. 77- La menzogna passa, la verità resta. 78- Niente è più contrario all'istituzione della famiglia, di una famiglia divisa. 79- Non si possono giudicare gli uomini dal volto: essi si conoscono bene solo alla prova. 80- La vera saggezza delle nazioni è l'esperienza. 81- Che romanzo, però, la mia vita!!! 82- Una testa senza memoria è una piazzaforte senza guarnigione. 83- L'abilità dell'operaio consiste nel saper impiegare i materiali che ha sotto mano. 84- Esistono governi per i quali niente è sacro. 85- Caterina II era una donna fatta per comandare e degna di avere la barba al mento. 86- Il destino è stato più forte di me. 87- I desideri degli uomini non sono così smodati come si crede. Rendere gli uomini felici è più facile di quanto non si pensi! 88- La felicità sociale sta nell'impiego pacifico e nell'armonia dei godimenti dei singoli. 89- La libertà moderna è essenzialmente morale. 90- Chi non ama i cani non ama la fedeltà. 91- Ho portato il mondo sulle mie spalle, e questo mestiere, dopotutto, non lascia che stanchezza. 92- La natura è sempre la migliore consigliera. 93- A fare le cose a mezzo si perde sempre. 94- Bisogna non vedere, ma quando si è visto, è necessario saper punire. 95- Spesso un uomo apatico può diventare terribile. 96- Il malvolere è sempre più attivo del bene. 97- Non sempre dipende dal maestro fare buoni allievi. Occorre l'aiuto della natura: il seme deve trovare il terreno adatto. 98- Per gli stomaci vuoti non esistono né obbedienza nè timore. 99- La pace generale è una chimera. 100- La verità storica è una favola convenzionale.

 

 

 

Repertorio di fonti in rete su

 

Napoleone Bonaparte

 

 

Di Giacomo De Rosa

 

 

La figura di Napoleone Bonaparte è una delle più affascinanti che la storia del passato ci abbia consegnato. Pochi uomini, come lui, sono stati capaci di mietere straordinari successi politici e militari e, allo stesso tempo, di lasciare un’impronta così profonda nell’immaginario collettivo dell’umanità. La leggenda di Napoleone, iniziata al culmine del suo potere, prosegue ancora oggi, dopo due secoli, sulle pagine di Internet e sui siti web degli appassionati, dove si ricostruiscono battaglie, si raccoglie materiale originale, si propongono interpretazioni e riflessioni.

Vorrei sottolineare un aspetto che mi ha sorpreso, prima di passare al repertorio vero e proprio. La navigazione telematica da me compiuta ha messo in luce un fatto importante: mentre esistono moltissimi siti costruiti da ammiratori del condottiero corso, non vi è traccia alcuna dei suoi detrattori. Certo, non mancano studiosi che evidenzino gli errori tattici, politici o umani di Napoleone, ma l’antibonapartismo vero e proprio, quello che dipingeva l’imperatore francese come un pazzo assetato di potere, sembra scomparso. Insomma, pare che in questo caso la storia non la stiano scrivendo i vincitori. Sarà una peculiarità della rete? O forse è l’effetto di una personalità come quella di Napoleone, una personalità contraddittoria, a tratti detestabile, ma indubbiamente ricca di fascino?

Un’ultima nota: l’elenco dei siti avrebbe potuto, in teoria, essere molto più ampio. Tuttavia, molti di essi non contenevano che brevi biografie o accenni alle campagne militari. Ho preferito pertanto limitare la scelta ai siti più originali, quelli che non affrontano gli aspetti canonici del tema, o ai più approfonditi, quelli dedicati in toto a Napoleone Bonaparte.

 

 

 

SITI ITALIANI

 

  • http://www.cronologia.it/crononap1.htm

 

Questo sito ospita una cronologia dettagliata della vita di Napoleone, contenente sia gli eventi principali che le tappe meno note. Vi è molta attenzione sia alla storia della famiglia Buonaparte che alle campagne militari, seguite scontro per scontro. Si tratta di una vera e propria miniera di informazioni, ricca di citazioni e contenente anche una delle più importanti opere scritte di Napoleone, il memoriale di Sant’Elena. Purtroppo, la veste grafica del sito è carente e le pagine sono poco curate dal punto di vista sintattico. In questo sito predomina la visione di Napoleone come eroe, una visione abbastanza parziale ed acritica.

 

 

  • http://www.leg.it/moderna/napoleone.htm

 

Pagina dedicata ai libri su Napoleone, ad ognuno dei quali viene dedicata una breve descrizione. Di per sé non contiene grandi informazioni, ma può dare ottimi suggerimenti a chi desideri documentarsi. Lo stile sobrio facilita la consultazione.

 

 

  • http://www.ilromanziere.com/napoleone.htm

 

Questo sito ospita una collezione di cento aforismi napoleonici, l’ultimo dei quali potrebbe suonare sinistro per i nostri interessi: “La verità storica è una favola convenzionale”. Non vi sono altre informazioni, né storiche né biografiche. Si tratta, insomma, di un viaggio nel Napoleone meno conosciuto, non il generale ma il pensatore.

 

 

  • http://utenti.lycos.it/napoleonebonaparte/

 

Sito amatoriale (almeno a giudicare dalle apparenze) contenente svariato materiale su Napoleone. Si può scegliere tra tre lingue differenti, italiano, inglese e francese, ma, a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, le pagine non sono traduzioni l’una dell’altra, ma contengono materiali diversi. Quella italiana è di qualità piuttosto scadente: contiene una biografia incompleta e una descrizione della campagna d’Italia, oltre a due link rotti.

 

 

  • http://www.lafortezzaclub.it/nappypre.html

 

Sito completo e ben realizzato che focalizza l’attenzione sull’esercito napoleonico. Oltre ad una descrizione della vita e dell’organizzazione dell’esercito, vi si può trovare una descrizione delle principali battaglie (con tanto di mappe e cifre), una presentazione dei marescialli di Napoleone e qualche breve notizia sugli eserciti avversari. È anche presente una bibliografia, ovviamente incentrata su temi militari.

 

  • http://www.elbasun.com/Storia/Napoleone.htm

 

Il sito in sé è il portale turistico dell’isola d’Elba, ma vi è una parte completamente dedicata a Napoleone e ai suoi rapporti con l’Italia. In particolare, si parla del confino di Napoleone sull’isola, della vita che vi condusse nel primo, breve esilio. Un diversivo interessante, facilmente consultabile e originale per chi non voglia conoscere soltanto il Napoleone statista.

 

 

  • http://guide.supereva.it/scacchi/interventi/2001/06/51008.shtml

 

Pagina piccola ma curiosa, contenente due presunte partite a scacchi di Napoleone. Nulla a che fare con le fonti storiche, ma comunque interessante.

 

 

  • http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/autographs/index4.htm

 

La pagina ospita poche foto della scrittura e della firma di Napoleone. Non è molto curata, anzi, piuttosto spoglia.

 

 

 

SITI STRANIERI

 

  • http://www.napoleonbonaparte.nl/

 

Sito olandese (ma in lingua inglese, per fortuna) che funge sia da portale verso numerose pagine dedicate al nostro argomento, sia da raccoglitore per articoli risalenti all’era napoleonica. La grafica è accattivante, mentre la consultazione non è semplicissima. La mole di collegamenti è davvero ragguardevole e renderebbe il sito insostituibile, se non fosse che molti link risultano rotti.

 

 

  • http://www.napoleon.org/en/home.asp

 

Sito in inglese e francese, molto ben realizzato, contenente moltissime informazioni di diverso genere. Pur riferendoci ad un ambito specifico, potremmo definirlo un sito “generalista”. Da segnalare una riproduzione dell’albero della famiglia imperiale, una mappa dei luoghi più importanti della vita di Napoleone e le biografie dei personaggi a lui vicini. Il sito si distingue anche per l’interattività: propone infatti dei quiz e ospita un forum.

 

 

  • http://www.napoleonseries.com/

 

Sito “dedicato allo studio di Napoleone Bonaparte e dell’era in cui visse”. Si autodefinisce “un progetto educativo del tutto volontario”. Ci troviamo di fronte ad una miniera di informazioni, comprese alcune faq di carattere più o meno storico (“quanto era alto Napoleone?”). Vi sono raccolti moltissimi documenti ufficiali dell’epoca. Sicuramente un sito interessantissimo, anche se la veste un po’ troppo fredda e sobria potrebbe distoglierne l’attenzione.

 

  • http://www.wtj.com/archives/napoleon/

 

Questa pagina contiene alcune lettere scritte di proprio pugno da Napoleone. Non si tratta di corrispondenza privata, bensì di resoconti militari durante e dopo le battaglie. Quasi tutti i documenti sono disponibili in inglese e in francese. Non è una vasta collezione, ma può essere interessante per comprendere meglio la visione strategica del generale.

 

 

  • http://perso.club-internet.fr/ameliefr/

 

Sito disponibile in ben quattro lingue (ma non in italiano) che offre numerose informazioni, anche se non è completo come altri. L’impressione che si riceve è di una visione eroica dell’imperatore. La caratteristica più interessante è la ricchezza di fotografie ed immagini; da segnalare una pagina dedicata alle monete dell’età napoleonica.

 

 

  • http://kodaman-empire.kir.jp/Napoleon/nh.html

 

Segnalo questo sito per curiosità: si tratta infatti di un sito giapponese, che sembra essere ricco di informazioni e ben realizzato. Purtroppo gran parte del materiale è soltanto in lingua nipponica.

 

 

  • http://www.napoleonguide.com/

 

Sito di notevoli dimensioni, che non si limita a Napoleone in sé ma abbraccia tutta l’era di cui egli fu protagonista. Contiene un enorme archivio di battaglie – non solo dell’esercito francese – con relativa descrizione e, a volte, mappa. Tra le curiosità, vi si trova una pagina dedicata agli amori di Napoleone, un’area dedicata alle recensioni di film ambientati nell’epoca in questione, ed infine la possibilità di acquistare… una t-shirt di Napoleone!

 

 

  • http://www.newadvent.org/cathen/10687a.htm

 

Pagina dell’enciclopedia cattolica che approfondisce i rapporti di Bonaparte con la Santa Sede e, più in generale, con la religione cattolica. Vi si trovano parecchie citazioni, anche se il contesto non dà l’idea di totale imparzialità.

 

 

  • http://www.pbs.org/empires/napoleon/

 

Una sorta di documentario online su Napoleone. Non ha la quantità di informazioni di altri siti, ma supplisce con l’ottima realizzazione grafica e la facilità di consultazione. Contiene una pagina dedicata alla didattica.

 

 

  • http://www.ifrance.com/napoleonbonaparte/

 

Sito francese completamente dedicato al nostro argomento. Gran parte del materiale lo si può trovare anche su altri siti, eccezion fatta per un paio di pagine, una dedicata a Madame de Stael e l’altra alla demistificazione del paragone tra Napoleone e Hitler.

 

 

  • http://www.txdirect.net/users/rrichard/napoleo1.htm

 

Una semplice cronologia degli eventi della Francia rivoluzionaria e napoleonica al 1763 al 1840. Ricca nelle informazioni ma sintetica nell’esposizione, è uno strumento di consultazione molto più veloce rispetto ad altre cronologie.

 

 

  • http://www.crimelibrary.com/terrorists_spies/assassins/napoleon_bonaparte/

 

Per concludere, una pagina dedicata agli appassionati di “misteri” storici: questo sito tratta della morte di Napoleone e delle cause – naturali o meno – che ve lo condussero.

 

Fine articolo su Napoleone

L'Europa dall'impero napoleonico alla Restaurazione

 

2.1 L'Impero  napoleonico

Il trattato di Amiens non fu seguito da una svolta nella politica economica ed estera e dall'effettivo ristabilimento delle relazioni tra l'Inghilterra e la Francia. In fase di intenso sviluppo industriale, l'Inghilterra era più che mai interessata al libero accesso ai mercati europei. I suoi mercanti e i suoi in­dustriali avrebbero potuto accettare le conseguenze economiche negative della pace (ristabilimento del dominio coloniale francese, restituzione di co­lonie, chiusura delle industrie belliche, fine del monopolio commerciale in alcuni settori) soltanto a condizione di trovare un compenso nella ripresa di liberi rapporti di scambio con l'Europa continentale. La politica economica di Napoleone si orientò, invece, in direzione opposta. Anche in Francia la rivoluzione aveva dato un impulso allo sviluppo dell'industria. Un indice di questo sviluppo, nel settore tessile, è l'aumento delle importazioni di coto­ne grezzo, che da 4.700.000 kg nel 1789 passò a 11 milioni nel 1803. Per sostenere l'industria, Bonaparte stabilì elevate tariffe doganali, chiudendo praticamente il mercato francese ai manufatti stranieri. Questa politica si estese anche ai territori e alle zone che erano sotto l'influenza della Francia.

Il pretesto per la ripresa della guerra (maggio 1803) fu la questione di Malta, che l'Inghilterra, in violazione del trattato di Amiens, non volle abbandonare. Il suo rifiuto era giustificato col fatto che la Francia a sua volta non aveva rispettato l'equilibrio stabilito nel trattato, con il mantenimento di truppe in Olanda, le annessioni in Italia, l'azione politica in Germania e in Svizzera. Più che sulle proprie forze militari, il governo inglese contava ini­zialmente ancora sulla possibilità di suscitare e sostenere la controrivolu­zione all'interno della Francia.

Le mene realiste, represse con molta durezza e con qualche iniziativa ar­bitraria (come il rapimento in Germania e la fucilazione del duca di Enghien, che non era coinvolto in nessun complotto), furono prese a pretesto per il raf­forzamento della dittatura. L'instaurazione di una dinastia nuova, legata al­la rivoluzione, apparve alle forze politiche moderate come la migliore ga­ranzia contro il ritorno dei Borboni. Un senatoconsulto del 18 maggio 1804 presentò una nuova Costituzione (dell'anno XII) con la quale il governo ve­niva affidato a «un imperatore ereditario, Napoleone Bonaparte». Un plebi­scito ratificò la decisione. La creazione dell'impero aveva dunque il con­senso popolare, almeno formalmente. Tuttavia l'imperatore volle una consa­crazione di tipo tradizionale, più consona al carattere che egli intendeva im­primere al suo regno. Egli chiese e ottenne di essere incoronato dal papa Pio VII. La cerimonia si svolse il 2 dicembre 1804 nella cattedrale di Notre Da­me. Unico particolare inedito rispetto alle tradizionali cerimonie di incoro­nazione, l'imperatore volle porre da se stesso la corona sul proprio capo e su quello dell'imperatrice Giuseppina. Napoleone I, malgrado tutto, teneva a mostrarsi figlio della rivoluzione nel momento in cui ne rinnegava lo spirito repubblicano. Pare che qualcuno tra i presenti abbia fatto questo commen­to: «Bella cerimonia! Mancano soltanto i trecentomila francesi che si sono fatti uccidere per abolire tutto questo». Vera o inventata, la frase indica qua­li fossero in quel momento i sentimenti dei repubblicani.

La proclamazione dell'impero non portò mutamenti di rilievo nell'orga­nizzazione dello Stato. I poteri personali di Napoleone naturalmente au­mentarono, ma erano già molto estesi durante il consolato; si accentuò la censura sulla stampa, il controllo sull'attività culturale e la repressione dei movimenti di opposizione. Una nuova aristocrazia, i cui quadri si venivano formando già negli ultimi tempi del consolato, si costituì attorno all'impera­tore. I membri della sua numerosa e inquieta famiglia ne furono i più alti esponenti. I suoi fratelli, divenuti prìncipi, furono nominati senatori di di­ritto insieme ad altri grandi dignitari dell'impero; diciotto ufficiali furono no­minati marescialli dell'impero; con l'assegnazione delle numerose cariche di corte furono riesumati vecchi titoli e distinzioni. Più tardi furono rimessi in vigore i titoli nobiliari, che tuttavia non conferivano particolari privilegi.

Sieyès, colui che nel 1789 aveva sostenuto che la nazione si identificava col Terzo stato, divenne conte. Il reinserimento degli aristocratici ex borbonici fu ulteriormente facilitato.

Tra il 1803 e il 1805 la macchina bellica della Francia fu messa in moto per preparare uno sbarco in Inghilterra. La superiorità inglese sul mare e l'entrata in guerra della Russia, dell'Austria, della Svezia e di Napoli (che nell'agosto del 1805 formarono insieme all'Inghilterra la terza coalizione) impedirono l'attuazione del progetto. La flotta francese fu quasi completa­mente distrutta a Trafalgar il 21 ottobre 1805 dall'ammiraglio Nelson, che nella battaglia perdette la vita. Già prima, però, Napoleone aveva deciso di giocare la sua grande partita sul continente. La Grande Armée, che era sta­ta concentrata a Boulogne in attesa che si creassero le condizioni favorevo­li allo sbarco, fu indirizzata verso il centro dell'Europa.

Giunto fulmineamente nel bacino del Danubio, Napoleone affrontò l'eser­cito austriaco e gli inflisse una grave sconfitta a Ulm. I resti dell'esercito au­striaco, che a Ulm lasciò decine di migliaia di prigionieri, si congiunsero in Moravia con l'esercito russo. Napoleone, occupata Vienna, affrontò gli austro-russi ad Austerlitz, ottenendo una vittoria che è una delle più importanti te­stimonianze della sua genialità di stratega. L'imperatore d'Austria dovette ri­tirarsi dalla coalizione e firmare (2 dicembre 1805) la pace di. Presburgo (26 dicembre 1805). Anche la Prussia, entrata in guerra nel 1806 (quarta coali­zione) fu irrimediabilmente sconfitta nelle battaglie di Jena e di Auerstadt; l'esercito francese penetrò nel regno occupandone le città e i luoghi fortifica­ti senza incontrare più nessuna resistenza. A differenza delle sue alleate, la Russia mantenne la sua capacità militare anche dopo le sconfitte subite a Ey­lau e a Friedland nel 1807. Lo zar Alessandro I era ormai sul continente l'u­nico sovrano al quale Napoleone non potesse dettar legge. Il trattato di Tilsit, stipulato nel 1807, rispecchia l'equilibrio di forze tra i due imperi e getta le basi di una alleanza in vista della divisione dell'Europa in due grandi zone di influenza. Prostrata e smembrata, la Prussia restò alla mercé di Napoleone; l'Austria tentò invece di risollevarsi nel 1809. Il suo tentativo (che diede il via alla quinta coalizione) fu stroncato da Napoleone nella battaglia di Wagram e la nazione vinta dovette subire nuove e pesanti imposizioni dal vincitore nel­la pace di Schönbrunn (1809). All'imperatore Francesco II si offrì una possi­bilità di attenuare la durezza della sconfitta quando Napoleone divorziò dal­la moglie Giuseppina Tarcher de la Pagerie e manifestò il proposito di impa­rentarsi con una casa regnante. Il sovrano austriaco fu ben contento di offrir­gli in sposa la figlia diciottenne Maria Luisa. L'erede che Napoleone deside­rava nacque nel 1811 ed ebbe il significativo titolo di «re di Roma».

Quattro anni di successi militari, dal 1805 al 1809, ebbero conseguenze vistose nella geografia politica dell'Europa. L'egemonia o il dominio diretto della Francia si arrestarono soltanto ai confini della Russia. Direttamente o indirettamente tutta l'Italia, escluse le isole, fu posta sotto il dominio fran­cese. Il Veneto, sottratto all'Austria, fu aggregato al regno d'Italia (istituito nel 1805 nel territorio dell'ex repubblica cisalpina: Napoleone ne aveva cin­to la corona e aveva assegnato la carica di viceré al figliastro Eugenio Beau­harnais). Nel 1806 i Borboni di Napoli furono espulsi dal loro regno, la cui corona fu data a un fratello dell'imperatore, Giuseppe. Anche questa volta i sovrani si rifugiarono in Sicilia, sotto la protezione inglese, e da qui tentaro­no inutilmente di suscitare una insurrezione popolare antifrancese come quella del 1799. La Toscana fu riunita all'impero francese e successiva­mente eretta in granducato e affidata a una sorella dell'imperatore, Elisa Baciocchi. Anche lo Stato della Chiesa fu occupato tra il 1807 e il 1808; il pa­pa fu deportato da Roma e tenuto prigioniero, prima a Savona e poi a Fon­tainebleau. Le Marche furono aggregate al regno d'Italia, mentre il resto del­lo Stato pontificio fu annesso alla Francia. Anche la Dalmazia e l'Istria fu­rono tolte all'Austria col trattato di Presburgo e costituirono un dominio di­retto della Francia col nome di Province Illiriche. A esse furono aggregate, dopo Wagram, col trattato di Schönbrunn, Trieste, Fiume, la Carinzia, la Car­niola e la Croazia.

In Germania un gruppo di Stati furono riuniti nella Confederazione del Reno. Il Sacro romano impero scomparve, e Francesco II dovette trasforma­re il suo titolo medievale in quello più modesto di imperatore d'Austria e ri­nunciare alla sua residua autorità sulla Germania. Nell'ambito della Confe­derazione gli Stati più importanti (Baviera, Württemberg, Baden, Sassonia, Berg) erano alleati e vassalli della Francia. A compenso dell'aiuto dato a Na­poleone, la Baviera e il Württemberg furono costituiti in regni e si ingrandi­rono a spese dell'Austria, l'una con l'acquisto del Tirolo e del Trentino, l'al­tro con l'annessione di una parte della Svevia. Anche la Sassonia, divenuta regno, ebbe un compenso: i territori polacchi sottratti alla Russia formarono il granducato di Varsavia, il cui governatorato fu affidato al re di Sassonia. Dallo smembramento della Prussia sorse anche, a occidente dell'Elba, il re­gno di Westfalia, sul cui trono fu posto un altro fratello di Napoleone, Gero­lamo. L'Olanda fu dapprima trasformata in regno, sotto la sovranità di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone (1806). In seguito (1810) fu annessa alla Francia, come era già stato il Belgio.

Dopo Tilsit, Francia e Inghilterra restarono ancora una volta sole a fron­teggiarsi. Napoleone aveva già individuato la linea lungo la quale si sarebbe svolta la lotta: bisognava far leva sul predominio francese nel continente per isolare economicamente l'Inghilterra con un blocco economico, al qua­le avrebbero dovuto partecipare tutti gli Stati del continente. Da Berlino, do­po la disfatta della Prussia, Napoleone aveva interdetto a tutti i paesi euro­pei il commercio con l'Inghilterra. Le disposizioni per il blocco furono via via aggravate con i decreti emanati a Fontainebleau e a Milano (1807); Na­poleone si propose di effettuare ulteriori annessioni per eliminare le teste di ponte commerciali che l'Inghilterra aveva ancora in Europa. In questo qua­dro va considerata l'invasione del Portogallo effettuata nel 1807. La succes­siva occupazione della Spagna fu facilitata da un contrasto scoppiato in se­no alla famiglia reale, tra il re Carlo IV, dominato dall'onnipotente ministro Godoy, e il figlio che intendeva, col nome di Ferdinando VII, assumere la corona. Essi si rivolsero per un arbitrato a Napoleone, che li convocò a Baio-na, ma per trasferirli in Francia, dopo avere imposto loro la rinuncia al tro­no, e per insediare come re il fratello Giuseppe. Questi fu sostituito a Napo­li da un brillante generale, cognato dell'imperatore, Gioacchino Murat. La rivolta di Madrid del 2 maggio 1808, duramente repressa dalle truppe fran­cesi, fu il segno premonitore di un movimento insurrezionale che avrebbe impegnato l'esercito francese in una guerriglia estenuante, sbilanciando la distribuzione delle forze militari all'interno del Grande impero e segnando la prima grave incrinatura nel sistema politico creato da Napoleone.

 

2.2 Riforme istituzionali e sviluppo economico nell'area napoleonica

Lo sconvolgimento della geografia politica europea provocato dalle folgo­ranti vittorie di Napoleone ebbe la sua apparente e preminente giustifica­zione nella volontà di potenza dell'imperatore e nella necessità di mobilita­re il continente nella lotta soprattutto economica contro l'Inghilterra. La nuo­va struttura politica europea corrispondeva, tuttavia, almeno in parte, a esi­genze più profonde e diverse da quelle dell'imperialismo napoleonico. Se la logica dell'espansionismo prevalse nella decisione di annettere territori e creare nuovi regni, in alcuni casi si ebbe un adeguamento dei confini poli­tici degli Stati alla realtà delle nazioni, intese come entità omogenee per lin­gua, costumi, interessi, cultura, posizione geografica. Per quanto arbitrarie siano state le costruzioni politiche napoleoniche (e arbitraria fu soprattutto la pretesa di assoggettare nuovi e vecchi organismi politici agli interessi della nazione francese), in definitiva lo furono meno di quelle elaborate nel cor­so delle guerre e delle operazioni diplomatiche dell'ancien régime, che ri­spondevano al criterio dell'equilibrio tra le grandi potenze o erano basate su interessi dinastici e sul diritto feudale. I casi più significativi sono quelli del­la Confederazione del Reno, dell'Italia (dove una serie di sopravvivenze me­dievali, dalla repubblica di Genova al dominio temporale della Chiesa, fu­rono eliminate) e della Polonia, dove fu ricostituito un primo abbozzo di Sta­to nazionale. Indirettamente, poi, la separazione dell'Europa continentale dalle terre d'oltremare durante le guerre napoleoniche ebbe nei domini co­loniali di Francia, Spagna, Olanda e Portogallo un duplice effetto: consentì all'Inghilterra di impadronirsi di una parte di essi e di crearsi negli altri (spe­cialmente nelle colonie latino-americane) nuovi sbocchi commerciali; ma nello stesso tempo permise il sorgere di movimenti di indipendenza dei popoli soggetti, che costituirono nell'America latina la premessa della crea­zione di nuovi Stati nazionali.

Alcune di queste trasformazioni sopravvissero al crollo dell'impero. Mol­ti principati tedeschi non riacquistarono più la loro autonomia, come non la riacquistarono, in Italia, le repubbliche di Genova e di Venezia; nell'Ameri­ca latina i risultati raggiunti dai movimenti di indipendenza si dimostrarono irreversibili e diedero a breve scadenza i loro frutti.

L'importanza dell'impero napoleonico nella storia della civiltà europea non deve essere misurata, però, semplicemente col metro del suo contributo a una «razionalizzazione» geopolitica del continente. Se abbiamo delineato, sia pu­re sommariamente, i confini di un impero che ebbe soltanto pochi anni di vi­ta e che si dimostrò ben presto una costruzione effimera, lo abbiamo fatto so­prattutto per indicare l'area geografica e politica in cui ebbero luogo, per di­retta influenza e iniziativa della Francia napoleonica, quei mutamenti istitu­zionali e sociali che né le riforme settecentesche, né l'influsso ideale della ri­voluzione francese, né i tentativi rivoluzionari di gruppi di repubblicani ave­vano potuto prima determinare. In quasi tutta questa area fu abolito il feuda­lesimo, fu introdotto il Codice civile francese (che si ispirava ai princìpi dell'89, come abbiamo detto, sia pure filtrati attraverso le esperienze della reazione termidoriana, del Direttorio e del Consolato), fu creata una nuova e più moderna struttura amministrativa, fu laicizzato lo Stato, fu affermata la tol­leranza religiosa. Lo sviluppo del sistema capitalistico (con l'ammoderna­mento dell'apparato produttivo e dei rapporti sociali) ricevette un forte impulso e la borghesia cominciò a fare le prime esperienze di governo e di am­ministrazione pubblica. Anche gli organismi militari furono rinnovati e fu aperto ai non nobili l'accesso ai più alti comandi.

La superiorità del sistema politico-sociale che in tal modo fu creato fu im­plicitamente riconosciuta anche dagli avversari continentali della Francia. Per questo motivo, in alcuni casi, come quello della Prussia, la lotta contro Na­poleone passò attraverso l'adozione di riforme che si ispiravano alla rivolu­zione francese e all'ordinamento creato da Napoleone in Francia e negli Stati vassalli. Una seria analisi del disastro del 1806 non poteva non portare alla conclusione che se l'esercito si era letteralmente polverizzato, se la popola­zione non aveva offerto nessuna resistenza, se il re Federico Guglielmo III ave­va dovuto umiliarsi, ciò era dipeso essenzialmente dall'arretratezza degli or­dinamenti politici e sociali. Così si cercò di riformarli, dapprima per iniziati­va del ministro barone di Stein (che fu poi espulso per ordine di Napoleone) c poi di Hardenberg e Scharnhorst. Fu abolito il servaggio, fu consentito ai con­tadini il diritto al possesso fondiario (fino allora riservato ai nobili), la nobiltà fu assoggettata al pagamento delle imposte, furono redatti nuovi regolamenti militari, fu riorganizzato l'insegnamento universitario sotto la direzione del fi­losofo Wilhelm von Humboldt. Diventò allora professore a Jena Georg Wil­helm Friedrich Hegel. La classe dirigente prussiana rinnovò se stessa, arre­standosi di fronte al provvedimento che era invece il fondamento di ogni ope­ra di riforma nei domini napoleonici: l'abolizione della feudalità e delle di­stinzioni giuridiche tra le classi sociali. In Russia, la volontà riformistica del­lo zar Alessandro I si arrestò ancora prima. I progetti di riforma elaborati dal ministro Speranskij incontrarono una decisa opposizione nella grande aristo­crazia, e il tentativo si concluse con l'esilio del ministro riformatore.

A confronto con questi tentativi e con l'immobilismo e l'arcaicità delle isti­tuzioni civili e politiche in Austria, l'opera di riforma svolta nell'area del Grande impero appare, pur con i suoi limiti e le sue contraddizioni, profon­damente rinnovatrice. Nel regno d'Italia, con l'adozione delle istituzioni e del­le leggi francesi, furono definitivamente liquidati i residui feudali. La bor­ghesia terriera si rafforzò attraverso l'acquisto dei beni ecclesiastici espro­priati, l'abolizione degli istituti feudali e la privatizzazione dei demani pub­blici; commercio e industria furono avvantaggiati dalla soppressione delle barriere doganali interne in una larga parte dell'Italia del Nord, dall'unifica­zione dei pesi e delle misure, dalla creazione di infrastrutture (strade, canali, scuole, ecc.), dal riordinamento fiscale e finanziario. Un esercito nazionale, organizzato attraverso il sistema della coscrizione obbligatoria, partecipò al­le diverse campagne napoleoniche: fu un fattore di rafforzamento dei legami tra Italiani di varie regioni (mentre ancora erano dominanti il municipalismo e lo spirito localistico anche nei ceti più elevati) e terreno di formazione non solo strettamente militare ma anche politica di nuove forze dirigenti.

Una linea non diversa segui l'azione di riforma negli Stati tedeschi fran­cesizzati o posti sotto l'influenza della Francia. Il Codice civile fu adottato, oltre che nei territori annessi, anche nella Confederazione del Reno; all'e­conomia tedesca fu particolarmente utile il superamento dell'eccessivo frazionamento politico-territoriale.

La carica rinnovatrice dell'opera di riforma nell'area napoleonica fu tut­tavia limitata da alcune condizioni sfavorevoli, create dallo stesso dominio francese. Territori annessi e Stati vassalli furono considerati come zone di sfruttamento a vantaggio della Francia (che era allora il paese più indu­strializzato del continente); le loro esigenze furono in ogni caso subordinate a quelle di una guerra che richiedeva una immensa mobilitazione di uomi­ni e di risorse. La posizione della Francia nel sistema imperiale fu assoluta­mente privilegiata, e Napoleone non mancò di ricordare ripetutamente ai re­gnanti suoi familiari e ai suoi rappresentanti che la loro politica doveva ave­re come obiettivo principale, se non esclusivo, il potenziamento dell'appa­rato produttivo e della forza militare della Francia. Questa linea non fu sem­pre puntualmente realizzata, poiché governare Napoli o la Westfalia o l'Olanda tenendo conto soltanto degli interessi francesi non era facile, né, in definitiva, possibile; ma lo fu tanto da costituire un serio contrappeso nega­tivo ai benefici delle riforme, e da ostacolare l'espansione produttiva e l'e­voluzione sociale alle quali l'abbattimento del sistema feudale aveva in qualche misura aperto la strada. Oltre i gravi contributi finanziari, Napoleo­ne impose un sistema doganale e di proibizioni che aveva l'obiettivo di fare svolgere agli Stati satelliti una funzione economica subalterna, in quanto es­si dovevano fornire materie prime alle industrie francesi e costituire a loro volta mercati riservati e privilegiati per i manufatti di quelle industrie.

 

2.3 Le resistenze nazionali

Nel momento in cui ogni possibilità di opposizione all'imperialismo france­se era annientata negli apparati ufficiali (governi, eserciti) degli Stati, la re­sistenza al dominio napoleonico trovò un nuovo e vigoroso alimento nella dif­fusione del sentimento nazionale, in movimenti collettivi di opinione e in spontanee iniziative di lotta armata che contribuirono a mettere in crisi l'e­dificio politico del Grande impero.

Il principio di nazionalità, già affermato da Rousseau e reso operante dal­la rivoluzione francese, fu ripreso, sul piano culturale, dal romanticismo, specialmente in Germania. Di fronte al cosmopolitismo e al razionalismo del secolo XVIII il romanticismo valorizzò tradizioni storiche, lingua, cultura, caratteri peculiari di ciascun popolo, esaltò i valori del sentimento e della religiosità. Il movimento romantico ebbe un duplice aspetto: mentre una par­te di esso sostenne e ampliò la tematica rivoluzionaria, un'altra corrente (che in quel momento fu decisamente più influente) idealizzò il passato, con­trapponendo allo spirito critico dell'illuminismo e alla rivoluzione francese i valori religiosi, politici e civili della tradizione, l'irrazionalità, il mistici­smo. Novalis e Schlegel invitavano a guardare al passato, come fonte di tut­ti i valori; Uhland e Tieck erano invece liberali. Schiller esaltò nel dramma I Masnadieri la difesa individualistica della personalità, la ribellione indi­viduale in nome della giustizia, idealizzando la figura del brigante giusti­ziere e creando uno dei miti più popolari e più persistenti dell'età romanti­ca. Nel nuovo clima si colloca anche l'opera di Foscolo (I Sepolcri sono del 1807). Individualismo, valorizzazione del sentimento e delle realtà naziona­li furono presenti anche nella cultura francese, sia nelle tendenze progres­siste e liberali (Constant, Madame de Stael) che in quelle conservatrici (Chateaubriand): le une e le altre furono però concordi nell'opposizione al regi­me napoleonico e ne subirono la repressione poliziesca.

La rivalutazione culturale delle tradizioni storiche e della nazionalità di­ventò ben presto una piattaforma ideale della lotta politica contro Napoleo­ne. I Discorsi alla nazione tedesca, pronunziati da Fichte nell'inverno del 1807-1808, diedero a questi fermenti culturali la più vigorosa espressione politica. Alla luce di queste idee si formarono società segrete in diversi pae­si, come il Tugendbund (Lega della virtù) in Germania, la Carboneria in Italia e in Francia, l'Eteria in Grecia.

A mano a mano che il risentimento contro il dominio francese guadagna­va terreno, mutava il carattere stesso della guerra anti-napoleonica: non più combattuta e condotta soltanto per decisione politica dei sovrani e con l'u­tilizzazione dell'apparato militare professionale, la guerra si basò sulla par­tecipazione in parte spontanea e volontaria delle popolazioni, che si senti­rono impegnate per la propria difesa, trasformandosi da oggetti e vittime del­le contese politiche in protagoniste e forze attive e principali della lotta. In Spagna (1808-1813), in Russia (1812), nella Germania del Nord (1813) Na­poleone non si trovò di fronte soltanto gli eserciti avversari, ma anche l'in­sidiosa, tenace e attiva ostilità delle popolazioni nemiche, contro le quali non erano più sufficienti le geniali manovre sui campi di battaglia.

La Spagna diede il primo esempio di una guerra di liberazione nazionale di questo tipo. Appena il debole re Carlo IV e suo figlio Ferdinando furono convotati a Baiona, la popolazione di Madrid insorse. Dopo l'insediamento di Giu­seppe l'insurrezione dilagò in tutto il paese; la lotta armata fu organizzata dal­le giunte insurrezionali delle diverse province in forma nuova, alla quale l'e­sercito francese era impreparato. Sottraendosi allo scontro frontale, le forze in­surrezionali condussero una guerra per bande, fatta di imboscate, sabotaggi, colpi di mano, una «guerriglia» (il termine fu coniato proprio allora) nella qua­le era impossibile distinguere le forze combattenti dalla popolazione civile. Di fronte a un nemico inafferrabile le truppe imperiali replicarono con le più indiscriminate rappresaglie contro villaggi e città, con l'effetto di generalizzare e rendere più violenta la guerriglia. Il re Giuseppe dovette abbandonare Madrid. Un'armata di 20.000 uomini, inviata in Andalusia, fu costretta a capitolare a Bailén. L'episodio ebbe una enorme ripercussione: il mito di invincibilità del­la grande potenza imperiale cominciò a essere scosso. L'Inghilterra poté invia­re un corpo di spedizione, sotto il comando del Wellesley, in Portogallo, dove le truppe di occupazione del generale Junot dovettero firmare la resa a Cintra.

Napoleone decise a questo punto di intervenire personalmente in Spagna. Per garantire le proprie posizioni nell'Europa nord-orientale cercò di conso­lidare l'alleanza franco-russa. Un nuovo incontro con lo zar Alessandro a Erfurt non diede però i risultati sperati. Incoraggiato dai successi dell'insurre­zione spagnola e del corpo di spedizione inglese, lo zar non aderì alle richieste francesi.

Il trasferimento della Grande Armée in Spagna ristabilì momentaneamen­te la situazione militare. Fallì invece completamente il tentativo di creare un nuovo rapporto con il paese attraverso l'introduzione del Codice civile e l'at­tuazione delle riforme antifeudali, alle quali tolsero ogni efficacia le violen­ze e le stragi che accompagnarono la riconquista. A Saragozza, che dovette essere conquistata casa per casa, oltre cinquantamila cittadini morirono nell'assedio e nella resistenza. «È una guerra che fa orrore», scrisse uno dei marescialli di Napoleone, dopo la conquista della città.

Le difficoltà in cui si trovò Napoleone in Spagna, il diretto intervento in­glese, l'agitazione patriottica in Germania incoraggiarono il tentativo di ri­presa austriaca del 1809, che si concluse con la disfatta di Wagram. In vista dell'iniziativa austriaca Napoleone dovette abbandonare la Spagna, mentre era ancora impossibile prevedere la fine della guerra; oltre centomila solda­ti francesi restarono impegnati sul suolo spagnolo.

Il lealismo dinastico, l'odio contro lo straniero, il fanatismo religioso fu­rono le componenti fondamentali dell'insurrezione spagnola, alla quale aderì la grande massa della popolazione. I fautori delle riforme e di un rinnovamento della società spagnola si divisero in due gruppi: l'uno, formato dai cosiddetti afrancesados, si schierò a favore del regime napoleonico; l'altro, costituito da una schiera non meno esigua di patrioti libera­li, si inserì nel movimento insurrezionale cercando di dare alla lotta anti­napoleonica anche un contenuto di riforma costituzionale e sociale. L'in­fluenza del gruppo liberale si fece sentire nelle Cortes, riunite a Cadice nel 1810 per «ristabilire e migliorare la costituzione fondamentale della monarchia». Per iniziativa delle Cortes, infatti, furono allora aboliti dirit­ti e privilegi feudali, furono decretate confische di beni ecclesiastici, la soppressione dell'Inquisizione, la divisione delle terre demaniali. La Co­stituzione, promulgata nel 1812, affermava il principio che la sovranità ri­siede nella nazione e che spetta esclusivamente a questa il diritto di sta­bilire le proprie leggi attraverso una rappresentanza eletta. La Costituzio­ne si differenziava dal suo modello francese del 1791 soltanto per il fatto che manteneva il cattolicesimo come religione ufficiale ed escludeva gli altri culti. Ciò non fu sufficiente a farla accettare dal clero e dalle classi popolari, le quali avevano più fiducia nel mito del re protettore e garante della giustizia che nell'opera di un gruppo di intellettuali. L'opera legi­slativa e costituzionale delle Cortes di Cadice non rispecchiava certo l'o­rientamento della maggioranza degli Spagnoli, che erano insorti non sol­tanto contro l'oppressione straniera ma anche contro la rivoluzione. Fu dunque agevolmente annullata quando i Borboni tornarono sul trono con Ferdinando VII nel 1813; i patrioti liberali furono colpiti dalla repressio­ne tanto quanto gli afrancesados, mentre il sistema assolutistico veniva pienamente restaurato.

Sul versante russo, l'alleanza stabilita con la pace di Tilsit non era stata mai solida. L'aristocrazia russa non aveva ragioni per desiderare l'accordo con la Francia che, malgrado tutto, restava il focolaio del contagio rivolu­zionario e che creava ostacoli ai rapporti commerciali con l'Inghilterra, la principale acquirente delle materie prime russe (grano, legname). Dopo Til- - sit, l'influenza francese si era ulteriormente allargata alla Svezia, dove era stato insediato come reggente, in previsione della successione a Carlo XIII, un maresciallo napoleonico, Bernadotte. Napoleone si era impadronito del­la Pomerania svedese e non aveva esitato ad annettere alla Francia il terri­torio del duca di Oldenburg, genero dello zar. Aveva, inoltre, accentuato la pressione sulla Confederazione renana ed esigeva, infine, che il blocco fos­se reso più completo ed effettivo nel settore del Baltico, un settore vitale per la Russia.

Alessandro, da parte sua, aveva occupato la Finlandia e iniziato una guer­ra in Turchia; ciò rientrava nel disegno di spartizione delle zone di influenza. Ma si era anche adoperato con successo per staccare la Svezia dall'in­fluenza francese e per assicurarsi l'alleanza di Bernadotte, il quale, divenu­to reggente, aveva rinnegato gli interessi e la politica del suo ex padrone; in­fine, sotto la pressione della nobiltà, aveva adottato una tariffa doganale che ostacolava l'importazione di prodotti francesi in Russia e rifiutava di vieta­re l'importazione di prodotti coloniali provenienti dall'Inghilterra su navi neutrali.

Fin dai primi mesi del 1811 Napoleone ritenne inevitabile lo scontro con la Russia e lo preparò accuratamente. Segni di crisi non mancavano all'in­terno del suo impero. Nella stessa Francia l'opposizione cattolica si era irri­gidita in seguito alla prigionia del papa e si era largamente diffusa una so­cietà segreta realista di ispirazione cattolica, i Cavalieri della fede. La se­verità del regime di polizia e il malcontento per le leve militari rischiavano di creare una frattura insanabile tra il regime e il paese. Tuttavia le difficol­tà non mancavano neanche nel campo avverso. L'Inghilterra attraversò nel 1811 una gravissima crisi economica provocata in parte dall'impossibilità di riversare sul continente la crescente produzione dell'industria tessile. Come conseguenza della crisi, si sviluppò una vasta agitazione sociale che culminò nel movimento luddista (su cui torneremo avanti: cfr. p. 150): gruppi di operai, contadini e artigiani si diedero a distruggere le nuove macchine, la cui introduzione aveva avuto come effetto la riduzione della mano d'opera. Sul piano politico, il governo dei tories aveva bloccato ogni riforma, assicu­rando il predominio di una ristretta oligarchia di grandi proprietari e crean­do un terreno favorevole alle rivalità personali e alla corruzione. Infine, il controllo al quale l'Inghilterra pretese di sottoporre le navi americane per impedire il traffico con la Francia provocò nel 1812 una guerra con gli Sta­ti Uniti, che per qualche tempo alleggerì la pressione inglese in Europa.

Quanto all'Austria e alla Prussia, esse non erano in grado di resistere alla volontà di Napoleone. Nel quadro della preparazione della campagna di Russia, Federico Guglielmo III e Francesco furono obbligati a sottoscrivere un'alleanza militare con la Francia e a fornire contingenti di truppe come gli altri Stati del continente. La Germania divenne una vasta base per l'offensi­va contro la Russia.

Nell'aprile del 1812 Alessandro formulò le richieste che dovevano forni­re l'occasione immediata della guerra: evacuazione della Prussia e della Pomerania svedese da parte delle truppe francesi e stipulazione di accordi commerciali sulla base della libertà di commercio dei neutrali. Nel maggio, lo zar ritirò le sue truppe dalla Turchia, che firmò la pace di Bucarest e ce­dette la Bessarabia.

 

2.4 Dalla campagna di Russia all'abdicazione di Napoleone

L'immenso esercito francese schierato contro la Russia contava oltre 600 mi­la uomini, di cui soltanto la metà erano francesi. Attraversato il Niemen il 24 giugno con la maggior parte delle truppe, Napoleone intendeva agganciare l'e­sercito russo e decidere con una battaglia risolutiva le sorti della guerra. Equi­paggiamento e rifornimento della colossale spedizione erano stati organizza­ti in vista di una breve campagna. La tattica adottata dal comando russo, affi­dato al ministro della guerra Barclay de Tolly, non permise l'attuazione di que­sto piano. I Russi indietreggiarono, deludendo l'aspettativa di Napoleone. Una prima battaglia si svolse soltanto a metà di agosto, a Smolensk, ma solo una parte dell'esercito russo fu impegnata. Il grosso procedeva ordinatamen­te alla ritirata, incendiando dietro di sé villaggi e depositi e lasciando ai Fran­cesi la terra bruciata. Una seconda battaglia, di proporzioni più vaste, si svol­se non lontano da Mosca, nei pressi del villaggio fortificato di Borodino. La resistenza delle truppe russe, che ora erano comandate dal generale Kutuzov, fu accanita. Napoleone poté entrare a Mosca il 14 settembre, ma senza avere annientato l'esercito russo, che ripiegò al di là della capitale. Come era avve­nuto nei paesi e villaggi, anche Mosca fu abbandonata dalla popolazione e quasi completamente distrutta da un incendio, che durò dal 15 al 18 settem­bre. Napoleone tentò senza esito di giungere a trattative con lo zar. Intanto la guerriglia divampava nelle zone in cui erano rimasti distaccamenti francesi. Di fronte al rifiuto dello zar di trattare e all'impossibilità di inseguire ancora l'esercito russo, Napoleone decise di ritirarsi. L'unica alternativa che gli si of­friva (e che la nobiltà russa temeva più di tutto) era quella di suscitare una ri­volta contadina antifeudale, proclamando l'abolizione delle servitù e dei di­ritti feudali. Durante il soggiorno a Mosca, egli pensò a questo e si fece fare relazioni sulla storia della rivolta di Pugacev. Ma ormai era troppo lontano dall'esperienza giacobina per risolversi ad adottare questa linea. La rivolta con­tadina era estranea alla sua concezione della guerra e della lotta politica.

La ritirata fu iniziata mentre cominciava l'inverno. Il freddo, la mancan­za di rifornimenti, i continui attacchi della cavalleria cosacca e dei parti­giani fecero strage dell'esercito napoleonico, i cui resti furono ulteriormen­te decimati dalle truppe russe al passaggio della Beresina: appena ventimi­la uomini riuscirono a riattraversare, il 18 dicembre, il Niemen. Napoleone rientrò subito a Parigi, dove un generale aveva appena tentato di fare un col­po di Stato annunciando la morte dell'imperatore.

Mentre i Russi penetravano nel territorio tedesco, la Prussia diede l'avvio alla sollevazione della Germania contro il dominio napoleonico. Federico Guglielmo, sotto la pressione del movimento nazionale, entrò nella sesta co­alizione, insieme alla Russia e all'Inghilterra. La Confederazione del Reno si dissolse. Napoleone, che intanto aveva ricostituito l'esercito reclutando una leva di giovanissimi, si portò in Germania e ottenne due vittorie sui Prussiani (Lutzen e Bautzen, maggio 1813). Il cancelliere austriaco, princi­pe di Metternich, tentò di farsi mediatore tra le due parti, proponendo alla Francia il ritorno alla situazione fissata con la pace di Campoformio. Al ri­fiuto di Napoleone, anche l'Austria entrò nella coalizione. Gli alleati, che potevano contare su una forza numerica superiore, affrontarono Napoleone e lo sconfissero a Lipsia, dal 16 al 18 ottobre.

Gli Austriaci passarono all'offensiva anche in Italia. Murat abbandonò l'imperatore, nella speranza di conservare il regno, e, come alleato dell'Austria, attaccò da sud il regno d'Italia, difeso dal viceré Eugenio Beauharnais. Gli Inglesi intanto avevano espulso le truppe francesi dalla Spagna e anche l'Olanda era stata evacuata.

La guerra tornava a svolgersi sul suolo francese. Il regime mostrò allora la sua sostanziale debolezza: nel paese, stanco della dittatura e della guerra, non vi fu più quella generale mobilitazione di energie e di sentimenti nazionali e popola­ri che nel 1792-1793 era stata opposta all'invasione straniera. D'altra parte gli alleati – che il 9 marzo 1814, col trattato di Chaumont, si impegnarono a non trat­tare separatamente e a proseguire la lotta fino alla caduta dell'imperatore – pro­clamarono di ritenere soltanto Napoleone e non il popolo francese responsabile della guerra. Parigi fu occupata il 31 marzo da Russi e Prussiani, Talleyrand di­venne capo di un governo provvisorio e il Senato dichiarò decaduto l'imperato­re. Questi avrebbe voluto continuare la resistenza, ma i suoi generali, convinti della irrimediabilità della sconfitta, lo indussero ad abdicare (6 aprile 1814). Gli fu data, come possedimento e luogo di esilio, l'isola d'Elba. Sul trono di Francia fu posto, col nome di Luigi XVIII, un fratello del re ghigliottinato.

 

2.5 Il congresso di Vienna e la Restaurazione

Il compito fondamentale che si presentò agli alleati all'indomani della scon­fitta di Napoleone fu quello di assicurare le basi politiche di una pace du­ratura e di liquidare definitivamente la minaccia della rivoluzione. I due obiettivi erano in larga parte connessi e i sovrani vittoriosi si rendevano ben conto che nuove guerre avrebbero messo in serio pericolo la stabilità del­l'antico regime. Sulle condizioni da imporre alla Francia non vi furono con­trasti: per non suscitare pericolose reazioni, l'integrità del territorio nazio­nale fu rispettata.

La sistemazione dell'Europa fu, naturalmente, più difficile. Bisognava conciliare tra loro, in modo duraturo, gli interessi delle potenze vincitrici. Fu convocato un congresso a Vienna, che iniziò i suoi lavori nel novembre del 1814 e li concluse il 9 giugno del 1815. Anche la Francia fu invitata a partecipare ed ebbe come suo rappresentante il Talleyrand, che fu uno dei maggiori protagonisti del congresso insieme al ministro austriaco Metternich, al cancelliere russo Nesselrode, al rappresentante inglese Castlereagh e al cancelliere prussiano Hardenberg. I rappresentanti degli altri Stati ebbero un ruolo secondario. Le decisioni del congresso si basarono fondamen­talmente sul principio dell'equilibrio tra le cinque maggiori potenze (Russia, Gran Bretagna, Austria, Prussia, Francia). Nella misura in cui poteva conciliarsi con le esigenze dell'equilibrio, si cercò di rispettare anche il principio di legittimità e di far valere i diritti dei sovrani che erano stati spo­destati da Napoleone. Delle aspirazioni nazionali, invece, non si tenne al­cun conto. Gli alleati si erano più volte proclamati, nel corso della guerra, tutori dei popoli oppressi, ma non si erano mai pronunciati a favore del prin­cipio di nazionalità e del costituzionalismo.

L'Inghilterra e la Russia ebbero il peso maggiore nelle decisioni del con­gresso, essendo l'una la nazione più forte economicamente (i finanziamenti inglesi avevano alimentato tutte le coalizioni) e l'altra la più grande potenza militare. Poiché l'Inghilterra non aveva ambizioni territoriali sul continente, il suo rappresentante poté svolgere anche una funzione mediatrice nelle nu­merose controversie tra gli Stati continentali. Ma il suo interesse a contene­re la potenza russa la spinse a favorire il rafforzamento dell'Austria in Italia, in Germania e nei Balcani. Contrastante fu la politica delle due potenze an­che nei confronti dell'impero turco e delle colonie spagnole d'America, do­ve tra il 1811 e il 1813 erano scoppiate le prime rivolte indipendentistiche. Comunque, l'accordo raggiunto fu tale che nessuno di questi contrasti di­venne per lungo tempo causa di conflitti generali.

La Gran Bretagna conservò il possesso di Malta, ed ebbe il protettorato delle isole Jonie e l'isola di Heligoland, tolta alla Danimarca. L'Hannover, divenuto regno, fu restituito a Giorgio III, allora sovrano d'Inghilterra. Ai domini coloniali inglesi si aggiunsero Ceylon, la colonia del Capo, una parte della Guinea, già appartenenti all'Olanda, e alcune delle Antille. L'Austria perdette il Belgio, ma ebbe la Lombardia e il Veneto, uniti in un unico regno, e riottenne le regioni polacche (Galizia, Bucovina), il Trentino, l'Istria e la Dalmazia. La Prussia ottenne la Pomerania svedese, una parte della Sassonia, il bacino della Ruhr e i territori sulla riva sinistra del Reno; dei ter­ritori polacchi che già le appartenevano ebbe soltanto Danzica e il ducato di Bosen. Il ricostituito regno di Polonia fu posto sotto la sovranità dello zar Alessandro ed ebbe una certa autonomia fino al 1831. La Russia conservò la Finlandia ex svedese e la Bessarabia. Il re di Svezia acquistò la corona di Norvegia sottratta alla Danimarca (a compenso della perdita della Finlandia e della Pomerania). Il Belgio, unito all'Olanda, formò il regno dei Paesi Bas­si, sotto Guglielmo I di Orange-Nassau. Al posto del Sacro romano impero (che si era dissolto nel 1806 per la rinunzia dell'imperatore Francesco II e non fu più ricostituito) fu creata la Confederazione germanica, che raggrup­pava trentanove Stati – ognuno dei quali manteneva la piena sovranità – e comprendeva anche una parte dell'Austria e della Prussia, oltre la Sassonia, la Baviera, il Württemberg e l'Hannover. I suoi rappresentanti si riunivano in una Dieta che aveva sede a Francoforte ed era presieduta dall'Austria. Il nuovo organismo confederale non ebbe mai un potere pieno ed effettivo; il suo principale obiettivo fu di impedire che la Francia potesse esercitare un'influenza, com'era avvenuto in passato, sui minori Stati tedeschi.

Il congresso si preoccupò anche di consolidare gli Stati che formavano una sorta di barriera attorno alla Francia. Anche per questo motivo furono uniti in un solo regno il Belgio e l'Olanda; la Confederazione svizzera – la cui neutra­lità fu garantita da tutte le potenze – ricevette tre nuovi cantoni; il regno di Sardegna, sotto Vittorio Emanuele I, fu ampliato con il territorio della repub­blica di Genova e riottenne la Savoia e Nizza. A nord-est la Francia confina­va ora con la Prussia, lo Stato che in proporzione si era maggiormente avvan­taggiato del crollo dell'impero napoleonico. Non vi furono modificazioni ter­ritoriali in Spagna e in Portogallo, dove erano già tornate le vecchie dinastie.

La divisione dell'Italia fu confermata. Oltre le situazioni già indicate (Lombardo-Veneto e regno di Sardegna) furono riconosciuti: il granducato di Toscana, sotto Ferdinando III di Lorena; il ducato di Parma e Piacenza, as­segnato a Maria Luisa d'Asburgo, la moglie di Napoleone (ma col patto che venisse restituito ai Borboni alla sua morte); il ducato di Modena e Reggio, sotto Francesco IV d'Austria-Este (che avrebbe ricevuto in eredità anche il ducato di Massa e Carrara); lo Stato pontificio; il regno delle Due Sicilie. Fu anche riconosciuta l'esistenza temporanea del ducato di Lucca, destinato però a essere aggregato al granducato di Toscana. Su alcuni di questi Stati erano insediati membri della famiglia imperiale degli Asburgo. L'influenza dell'Austria andava quindi al di là dei confini del Lombardo-Veneto, anche per il diritto che le fu riconosciuto di tenere guarnigioni nello Stato pontifi­cio e a Piacenza.

Sulle decisioni finali del congresso (in particolare sul rafforzamento del­le barriere attorno alla Francia) influì l'ultima avventura di Napoleone e l'al­larme che essa suscitò nel mondo. L'ex imperatore non si era rassegnato al­la sorte che gli era stata assegnata e temeva – non senza ragione – che gli al­leati volessero aggravarla deportandolo in un luogo più sperduto. Il malcon­tento suscitato in Francia dalla Restaurazione dei Borboni e dallo spirito di rivincita e di vendetta della vecchia nobiltà, tornata al seguito degli eserci­ti vincitori, lo convinse della possibilità di riguadagnare popolarità e fiducia nel paese. Abbandonata l'isola d'Elba, sbarcò sulla costa francese il 1° mar­zo 1815. La popolazione lo accolse con entusiasmo, le truppe inviate a fer­marlo si misero sotto il suo comando. Il 20 marzo poté entrare a Parigi, che Luigi XVIII aveva abbandonato il giorno prima, e insediarsi nel palazzo rea­le. L'opera politica che egli svolse durante i «cento giorni» cominciò con un tentativo di liberalizzare la Costituzione dell'impero e di risvegliare lo spi­rito rivoluzionario. Benjamin Constant, che era stato uno degli oppositori li­berali del regime, fu chiamato a redigere un Atto addizionale alle Costitu­zioni dell'impero e l'ex repubblicano Carnot fu nominato ministro dell'Interno. Nello stesso tempo Napoleone rivolse agli alleati un invito a non inge­rirsi negli affari interni della Francia, lasciando intendere che non aveva da parte sua intenzioni aggressive. Il congresso di Vienna aveva però anticipa­to la risposta con una dichiarazione del 13 marzo, che metteva Napoleone al bando dall'Europa. L'intervento armato degli alleati in Francia era già deci­so fin da quando si era avuta notizia della fuga. A Napoleone non restò altra possibilità che cercare di prevenire l'attacco, prendendo l'iniziativa contro gli eserciti alleati che si trovavano in Belgio sotto il comando del prussiano Blücher e del Wellesley (divenuto duca di Wellington). L'armata di Blücher fu battuta a Ligny. Lasciato al generale Grouchy l'incarico di inseguirla, Na­poleone si diresse contro il duca di Wellington. Lo scontro avvenne a Wa­terloo, il 18 giugno 1815. Napoleone stava per ottenere la vittoria quando le truppe prussiane, sfuggite all'inseguimento, si congiunsero con quelle in­glesi; le sorti della battaglia furono capovolte. Napoleone tentò la fuga negli Stati Uniti, ma la vigilanza della flotta inglese non gli permise di attuarla. Egli si fece condurre quindi a bordo di una nave inglese, il Bellerofonte, di­chiarando di volersi mettere sotto la protezione dell'Inghilterra. Fu manda­to nell'isola di Sant'Elena, dove morì il 5 maggio del 1821.

In coincidenza con l'inizio dei «cento giorni» un altro episodio di resi­stenza alle decisioni che si venivano elaborando nel congresso di Vienna si verificò in Italia: Gioacchino Murat – al quale, dopo il voltafaccia del 1814, si era fatto sperare il mantenimento del trono di Napoli –, constatando l'andamento per lui negativo delle trattative viennesi, dichiarò guerra all'Austria. Il 30 marzo lanciò da Rimini un proclama agli Italiani esortandoli a impugnare le armi per combattere per l'unità e l'indipendenza, e promettendo di dare al paese un ordinamento costituzionale. Il tardivo (o prematuro) appello rimase senza eco. Murat fu battuto dagli austriaci a Tolentino e dovette abbandonare il regno in base all'accordo di Casalanza (20 maggio 1815). Sul trono di Napoli ritornarono i Borboni. Nell'ottobre seguente Murat sbarcò in Calabria, con la speranza che le popolazioni si sollevassero in suo favore. Fu preso a Pizzo e fucilato dopo un processo sommario.

L'opera del congresso di Vienna, conclusa con l'Atto finale del 9 giugno 1815, non si limitò alla sistemazione politico-territoriale dell'Europa. I rappresentanti delle maggiori potenze intendevano impedire nuovi conflitti, ma volevano anche garantire la stabilità interna degli Stati e liquidare il pericolo della rivoluzione. Il mondo voleva quiete, e questa fu la parola d'ordi­ne del congresso. Ma «quiete» – questa parola che torna con tanta insistenza nei documenti ufficiali dell'epoca – significava soprattutto, nel linguaggio dei Metternich o degli Hardenberg, riaffermazione del diritto divino dei re e della supremazia aristocratica, difesa o Restaurazione dell'antico regime. Al di là delle divergenze, lo spauracchio della rivoluzione – che Metternich agitò con la maggiore costanza e il maggiore impegno, fino al 1848 – contribuì a mantenere la coesione tra le potenze. Un nuovo principio di so­lidarietà internazionale si affacciò nel congresso e fu sostenuto specialmente da Metternich: gli Stati riconobbero la necessità di non isolarsi l'uno dall'altro, di cercare forme permanenti di collaborazione. Era un principio nuovo nella storia delle relazioni internazionali. Ma il suo fine era soprattutto di mantenere l'ordine restaurato anche all'interno degli Stati. Solidarietà in­ternazionale contro la rivoluzione: ciò comportava anche l'intervento milita­re delle grandi potenze in quei paesi nei quali si fosse profilata una minac­cia rivoluzionaria.

Lo zar Alessandro fu il primo a tentare di costruire lo strumento destina­to a mantenere l'ordine internazionale e interno, a creare una garanzia reciproca tra gli Stati, a salvaguardare la «quiete» universale. A questo scopo egli propose il patto della Santa alleanza, che fu sottoscritto anche dai so­vrani dell'Austria e della Prussia. Imbevuto di misticismo e di paternalismo, il testo del patto conteneva più affermazioni di princìpi etico-religiosi che concrete indicazioni politiche. I sovrani firmatari si impegnavano a prende­re per norma di condotta le «verità sublimi che ci insegna l'eterna religione di Dio salvatore» e a praticare la giustizia, la carità e la pace. Ma il patto sti­pulato successivamente (la Quadruplice alleanza, insieme all'Inghilterra) mise più chiaramente in luce la natura della solidarietà che i quattro «gran­di» propugnavano. Il patto della Quadruplice riguardava particolarmente la Francia, ma le intenzioni che esso rivelava avevano valore universale. Il pro­blema era nettamente indicato: «Gli stessi princìpi rivoluzionari che hanno sostenuto l'ultima criminale usurpazione potrebbero ancora, sotto altre for­me, lacerare la Francia e minacciare così la quiete degli altri Stati». In que­sto caso, le potenze avevano il diritto di prevenire il contagio, intervenendo con le armi: la rivoluzione non poteva essere considerata come un fatto in­terno dei singoli paesi.

Protette da questa forza internazionale, le monarchie restaurate si mosse­ro, all'interno di ogni Stato, con lo stesso obiettivo di stroncare ogni possibi­lità di ripresa rivoluzionaria. Ma alcuni mutamenti, provocati dalle vicende storiche iniziate col 1789, erano ormai definitivamente acquisiti. In alcuni casi fu conservato l'ordinamento costituzionale su basi sociali molto ristret­te, anche se all'affermazione dei princìpi si cercò poi di far seguire una le­gislazione positiva e una concreta politica ispirate ai contenuti dell'antico regime, alla discriminazione tra le classi e al paternalismo assolutistico. Così avvenne in Francia, dove Luigi XVIII promulgò il 4 giugno 1814 una Carta costituzionale: una Costituzione concessa dall'alto, non elaborata dai rappresentanti della nazione. In Spagna, invece, non rimase traccia di ciò che avevano fatto le Cortes di Cadice. Il re delle Due Sicilie, Ferdinando I di Borbone, soppresse la Costituzione, estremamente moderata, che nel 1812 il rappresentante inglese lord Bentinck aveva imposto alla Sicilia. Nel Piemonte e nello Stato della Chiesa si cercò di liquidare completamente tutta l'opera di riforma attuata durante il periodo napoleonico.

La reazione aristocratica e assolutistica ebbe larghi consensi nel mondo ecclesiastico e nella cultura. La tesi che la rivoluzione era nata dall'abban­dono della religione, dalla «filosofia» del Settecento, ebbe come suo corol­lario l'invito a una più stretta collaborazione fra trono e altare, invito che fu accolto dall'una e dall'altra parte. Tutto un settore della cultura romantica più conservatrice, che ora aveva la prevalenza, contribuì a valorizzare que­sto legame. Le opere dei reazionari Bonald e de Maistre riaffermavano i va­lori morali dell'assolutismo; Chateaubriand opponeva al costituzionalismo e alle leggi positive la religione, la morale, i «coutumes des nos pères» (costu­mi dei nostri padri), sola base solida del governo.

Inutilmente, dunque, Fichte aveva ammonito nel 1814; «Il sangue tedesco non deve essere versato per ristabilire i privilegi». Nella grande lotta contro Napoleone l'opposizione liberale e nazionale era stata travolta dall'ondata della rivincita assolutistica e reazionaria. Tuttavia la rivoluzione non era passata invano: là dove la sua forza aveva operato in modo più pro­fondo, i capisaldi del regime feudale erano stati distrutti, la società si era tra­sformata, era stato creato un nuovo patrimonio di idee. Su queste basi, nel clima stesso della Restaurazione e nelle difficili condizioni create dalla solidarietà internazionale dell'antico regime, riprese ben presto la lotta per la libertà e per i diritti delle nazioni.

 

 

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