Biografia Karl Marx
Biografia Karl Marx
Tratto da wikipedia : Karl Heinrich Marx (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883) è stato un filosofo, economista e rivoluzionario tedesco.
Il suo pensiero è interamente retto, in chiave materialista, sulla critica all'economia, alla politica, alla società e alla cultura contemporanea. È stato il fondatore e primo teorico del Socialismo scientifico, del Materialismo storico e del Materialismo dialettico. Marx è considerato uno tra i filosofi maggiormente influenti sul piano politico e filosofico nella storia del Novecento.
Biografia Karl Marx

Gli elementi fondamentali del pensiero di Karl Marx (1818-1883) in una prospettiva sociologica
La vita e le opere principali
1818: Marx nasce a Treviri (Renania prussiana)
1839: studia diritto e filosofia alle università di Bonn e Berlino
1841: scrive la sua tesi di dottorato, Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro
1842: redattore capo della Gazzetta renana
1843: Marx si trasferisce a Parigi; fonda gli Annali franco-tedeschi, dove nello stesso anno pubblicherà La questione ebraica e L’introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel
1844: scrive i Manoscritti economico-filosofici (che saranno ritrovati e pubblicati nel 1932) e comincia la sua collaborazione con Engels, con il quale pubblica La sacra famiglia
1845: è espulso da Parigi e si trasferisce in Belgio; scrive la Tesi su Feuerbach e, insieme con Engels, L’ideologia tedesca, il cui manoscritto verrà lasciato in cantina alla “critica roditrice dei topi” e sarà scoperto e pubblicato molto tempo dopo la morte di Marx
1846: aderisce alla Lega dei Giusti, che poi diventerà Lega dei Comunisti; scrive, in polemica con Proudhon, Miseria della filosofia
1847: insieme con Engels scrive, per conto della Lega dei Comunisti, Il manifesto del partito comunista
1848: rientra in Germania, dove diviene redattore capo della Nuova gazzetta renana, un giornale democratico rivoluzionario
1849: dopo la riconquista della Germania da parte degli eserciti dei principi, Marx si trasferisce a Londra, dove scrive Lavoro salariato e capitale
1850: scrive Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850
1852: scrive il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, dedicato al colpo di stato in Francia da parte di Luigi Napoleone Bonaparte
1857-58: scrive i Grundrisse
1859: Per la critica dell’economia politica
1862-63: Teorie del plusvalore
1865: Salario, prezzo e profitto; comincia a scrivere il terzo volume del Capitale
1867: esce il primo volume de Il Capitale. Critica dell’economia politica. Il processo di produzione del capitale
1870: guerra franco-prussiana, proclamazione dell’impero tedesco a Versailles; Comune di Parigi; scrive La guerra civile in Francia
1875: scrive La critica del programma di Gotha
1883: muore a Londra
Tre elementi del pensiero di Marx:
- un’analisi delle possibilità di una conoscenza storica – idealismo, vale a dire un sistema di pensiero entro il quale si afferma l’identità fra pensiero e realtà
- un modo attraverso cui conoscere la storia – storicismo, vale a dire una concezione della conoscenza storica che difende l’autonomia di tale conoscenza sia dal determinismo delle scienze naturali sia dalle speculazioni della metafisica. Inoltre, e più importante, in Marx, così come in Hegel, l’impostazione storicista serve per concepire il processo storico come caratterizzato da un disegno, una direzione, una struttura nomologica
- un esito (o un contenuto) profetico di tale conoscenza storica
- un’analisi della storia come processo di alienazione, vale a dire separazione. Per Marx, la storia è storia dell’alienazione umana
Il pensiero di Marx si fonda su una sintesi creativa della filosofia idealistica tedesca di derivazione hegeliana, della teoria politica francese e dell’economia classica inglese. In questo senso, possono distinguersi tre fasi principali del pensiero di Marx:
- La fase giovanile, caratterizzata per il forte legame con i temi della filosofia di Hegel e, soprattutto, con i temi dell’hegelismo cosiddetto di sinistra, formato da giovani studiosi – come appunto Marx, Feuerbach e Ruge soprattutto – che si differenziavano dai vecchi hegeliani di destra per dissensi di natura politica e religiosa piuttosto che filosofica.
Il senso generale dell’operazione che Marx intraprende in questa prima fase è quello di ribaltare la concezione hegeliana che aveva ridotto il mondo a filosofia; Marx, nel ribaltare questa posizione, produce una riduzione altrettanto completa della filosofia a mondo
In questa fase - che racchiude soprattutto gli scritti fino al 1844, pubblicati sulla Deutsch-Französische Jahrbücher e che comprendono i saggi Sulla questione ebraica, l’Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel e i Manoscritti economico-filosofici – Marx si confronta con Hegel attraverso uno scritto di Feuerbach, L’essenza del Cristianesimo.
In questo libro, Feuerbach tenta di capovolgere l’idealismo hegeliano sostenendo che il punto di partenza per lo studio dell’umanità dev’essere l’uomo reale che agisce nel mondo reale. Il reale, l’essere e l’esistenza precedono per Feuerbach il pensiero, laddove invece Hegel interpretava il reale come un’emanazione del divino, facendo precedere la realtà dal divino e concependo la storia dell’umanità come il prodotto dell’alienazione di Dio da se stesso.
Marx utilizza Feuerbach al fine di capovolgere la filosofia di Hegel mantenendo quella prospettiva storica che era centrale nel pensiero hegeliano e che Feuerbach aveva smarrito.
In questo senso, già a partire dalla critica alla filosofia del diritto di Hegel, Marx va alla ricerca del vero soggetto della storia, vale a dire l’individuo che vive e agisce nel mondo reale.
Non è a partire dall’ideale che è possibile derivare il mondo reale ma, al contrario, l’ideale – sia esso lo Stato o la Religione – altro non è che il risultato storicamente determinato del reale.
La critica di Marx all’idealismo hegeliano, comincia dalla constatazione che la critica della religione, in quanto presupposto di qualsivoglia critica del mondo reale, è un compito già esaurito dopo che è stata svelata la funzione della religione che, in quanto prodotto dello stato, rappresenta una “coscienza capovolta del mondo”.
“Il compito della storia – scrive a questo proposito Marx -, una volta scomparso l’al di là della verità, consiste quindi nello stabilire la verità dell’al di qua. Compito della filosofia, che è al servizio della storia, è lo smascheramento, dopo che la figura sacra dell’estraniazione dell’uomo è già stata smascherata, dell’autoestraniazione dell’uomo nelle figure non-sacre. La critica del cielo si trasforma quindi nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica”
In questo modo, Marx spezza l’equilibrio del pensiero esistenziale, esemplificato dall’equilibrio fra “vita ed opinioni” a cui Hegel aveva mantenuto fede per tutta la sua vita, distinguendo tre specie di relazioni fra questi due termini:
“Alcuni fra gli uomini posseggono una vita e non hanno nessuna opinione; altri hanno soltanto opinioni e mancano di vita; infine vi sono quelli che posseggono entrambe, vita ed opinioni. I più rari sono gli ultimi, poi vengono i primi, e i più comuni sono come al solito quelli di mezzo”
Marx si rivolge così alla politica, trovando nel proletariato quella universalità che Hegel aveva trovato negli ideali incarnati nello stato razionale.
Sul proletariato, emblema dell’”ingiustizia di per sé, assoluta” si riversa secondo Marx tutta l’irrazionalità della società moderna; la sua emancipazione significa per ciò l’emancipazione della società nel suo complesso.
E’ con questo spirito che Marx intraprende lo studio dell’economia politica classica. Nei Manoscritti economico-filosofici, in cui si occuperà del fenomeno dell’alienazione, Marx indirizzerà agli economisti classici due critiche:
- non è vero che le condizioni di produzione che caratterizzano il capitalismo siano valide in assoluto, ma sono il risultato di un processo storico, essendo il capitalismo una modo di produzione storicamente determinato
- i rapporti “puramente” economici non possono essere studiati in astratto: il capitale, le merci, i prezzi, di cui parlano gli economisti classici non sono indipendenti rispetto alla mediazione umana. Ogni fenomeno economico è sempre un fenomeno sociale, perché qualsiasi tipo di economia presuppone sempre un determinato tipo di società
Una conseguenza di tutto ciò è che gli oggetti materiali prodotti sono considerati allo stesso livello del lavoratore stesso, trasformando il lavoratore in una merce. Il fenomeno dell’alienazione sorge allorché il soggetto produttivo perde il controllo sui prodotti del suo lavoro
L’oggettivazione, che caratterizza qualsiasi processo lavorativo in quanto trasferisce forza-lavoro nell’oggetto da essa creato, viene così a coincidere con l’alienazione
Oltre che perdere il controllo sui prodotti del suo lavoro, il lavoratore è alienato anche all’interno della stessa attività produttiva, trasformandosi il lavoro in un mezzo rivolto ad un fine piuttosto che essere un fine in se stesso
Se ogni rapporto economico è anche un rapporto sociale, il lavoro così caratterizzato (quindi: alienato) avrà delle implicazioni sociali.
Questo vuol dire, ad esempio, che i rapporti umani saranno subordinati ai movimenti del mercato, che il ruolo che il denaro riveste nelle relazioni umane crescerà, e così via
Il lavoro alienato degrada l’attività produttiva alla sua semplice funzione di adattamento alla natura, separando così l’essere umano dalla sua vera natura, da ciò che lo differenzia dalla specie
Alcuni temi di questa prima fase del pensiero di Marx si ritroveranno anche nelle sue opere mature:
- l’idea, hegeliana, dell’autocreazione dell’uomo
- il concetto di alienazione
- la teoria dello stato come emanazione di “una coscienza capovolta” e il suo necessario superamento
- una impostazione di tipo storico-sociologica piuttosto che filosofica nell’analisi dei fenomeni legati al lavoro, alla politica e alla cultura
- l’idea che l’analisi delle possibilità di trasformazione nella storia non possa essere disgiunta da un programma di azione che consenta concretamente di realizzare tali trasformazioni
- Il distacco dall’hegelismo di sinistra: la concezione materialistica della storia, i rapporti di produzione e la struttura di classe
Le critiche al materialismo di Feuerbach:
- La sua impostazione è astorica, in quanto concepisce l’uomo come preesistente alla società, smarrendo la possibilità di inserire l’individuo che analizza all’interno di una determinata forma di società
- Il suo materialismo è di natura filosofica, in quanto non considera le idee come semplici riflessi della realtà materiale, ignorando le modificazioni del mondo prodotte dall’azione umana
- Il suo materialismo è di natura contemplativa o passiva, avendo dimenticato il rapporto dialettico fra il soggetto – vale a dire l’uomo nella società – e l’oggetto, ossia il mondo materiale, che gli uomini cercano di sottomettere ai loro scopi, trasformando in continuazione i loro scopi e creando così nuovi bisogni
- la sua critica della religione parte dal presupposto che sia possibile scoprire un nucleo “terreno” della religione, a partire dal quale si sviluppa la “mondanità”; per Marx si tratta di percorrere la direzione inversa, vale a dire un’analisi storica dei rapporti materiali di vita, delle miserie, delle sofferenze e delle contraddizioni di questo mondo che rendono possibile e necessaria la religione
- spostandosi sul terreno degli “uomini” così come essi sono sotto determinate e specifiche condizioni storiche, sociali ed economiche (in una parola: materiali), non si tratta per Marx di “umanizzare” la religione, così come sostenuto da Feuerbach, ma di operare affinché sia superato uno stato di fatto che produce da sé, naturalmente, la religione
- si tratta, così, di combattere non più gli dei ma gli idoli. Nel mondo moderno, secondo l’analisi che Marx comincerà a sviluppare dell’economia politica, questi idoli coincidono con il carattere feticistico delle merci, vale a dire la forma di merce assunta da tutti gli oggetti del mondo moderno – compreso l’uomo. Si tratta, adesso, di abbattere la supremazia delle “cose” sull’uomo che le produce, non più la forza religiosa superiore all’uomo
- la capacità di creazione di miti è molto più forte nel mondo moderno che non nell’epoca cosiddetta mitica dell’umanità. Come scrive Marx in una lettera del 27 luglio 1871 a Kugelmann, “si è sinora creduto che la creazione cristiana di miti sia stata possibile soltanto nell’epoca dell’Impero romano, poiché non era stata ancora scoperta la stampa. E’ vero proprio l’inverso. La stampa quotidiana e il telefono, che in un attimo trasmettono in tutta la terra le loro invenzioni, fabbricano più miti in un giorno che non potessero esserne costruiti un tempo in un secolo”
Queste idee saranno riprese con maggiore forza ne L’ideologia tedesca, laddove Marx sosterrà con nettezza che:
- Le idee sono il prodotto del cervello umano, il quale si trova in un rapporto continuo con il mondo materiale conoscibile
- La coscienza umana è condizionata dal rapporto fra il soggetto e l’oggetto, vale a dire che il mondo (o la società) plasmano gli individui i quali, con la loro azione, li plasmano a loro volta
- La storia altro non è che un processo in cui i bisogni vengono creati e ricreati senza soluzione di continuità
- Essendo l’uomo in origine un essere totalmente comunitario, il processo di individualizzazione è un prodotto storico, legato ad una specifica divisione del lavoro, la cui complessità è connessa alla produzione di beni il cui numero è di gran lunga superiore a quanti ne servirebbero per soddisfare i bisogni fondamentali
- Questa eccedenza comporta lo scambio dei prodotti, il quale determina la progressiva individualizzazione dell’uomo
- Questo processo si attua nella storia, non può essere studiato pertanto in astratto
- L’attività produttiva è alla base della società sia in senso storico che in senso logico
- Ciascun individuo, nelle sue azioni quotidiane, riproduce la società, e questo garantisce sia la stabilità della società che il suo continuo mutamento
- L’autocreazione dell’uomo implica un processo di sviluppo sociale. Gli uomini non producono singolarmente ma in quanto membri di un determinato tipo di società. Questo significa che ciascun tipo di società si fonda su un determinato insieme di rapporti di produzione
- I rapporti di produzione che implicano una specializzazione nella divisione del lavoro sono la base per la costituzione delle classi, le quali sono determinate dal rapporto che si stabilisce fra gruppi di individui e la proprietà dei mezzi di produzione
- Le classi rappresentano un anello di congiunzione fra i rapporti di produzione e il resto della società. I rapporti di classe sono il veicolo principale da cui dipende la distribuzione e l’organizzazione del potere politico
- L’analisi del capitalismo: il plusvalore, le contraddizioni economiche, l’impoverimento, la concentrazione, il suo superamento
E’ con Il capitale che Marx si occupa più specificamente della dinamica della produzione tipica della società moderna (o borghese), che definisce capitalismo
Il capitalismo è, per Marx, un sistema di produzione di merci, vale a dire un sistema di produzione orientato allo scambio piuttosto che al semplice soddisfacimento di un bisogno
Ogni merce presenta sia un aspetto legato al soddisfacimento di un bisogno – che Marx chiama valore d’uso – che un aspetto orientato allo scambio – il suo valore di scambio. La sua determinazione, a differenza della determinazione del valore d’uso, avviene allorché un prodotto è scambiato con un altro prodotto
Acquistando valore solo in relazione alle altre merci, il valore di scambio implica necessariamente un mercato di scambio, vale a dire un rapporto economico determinato
La nozione di valore è applicabile ad un oggetto/merce solo nella misura in cui per la sua produzione è stata utilizzata forza-lavoro umana: è questa la cosiddetta teoria del valore-lavoro, che Marx riprende dagli economisti classici. La quantità di lavoro “oggettivata” ne determina il valore
Dato che il valore di scambio non può essere derivato dal valore d’uso di una merce (ad es. il grano e il ferro) e poiché una data quantità di una merce può essere scambiata con una data quantità di un’altra merce, allora vuol dire che esiste una qualche caratteristica del lavoro che, potendo essere espressa in termini quantitativi, consente la determinazione del valore di scambio
A questo proposito, Marx introduce il concetto di lavoro astratto generale, vale a dire la quantità di tempo spesa da un qualsiasi lavoratore nella produzione di una merce. Questa quantità di tempo fra riferimento al tempo socialmente necessario per la produzione di una merce in una situazione di normali condizioni del ciclo produttivo e del livello medio di abilità e intensità del lavoro, non al tempo che un lavoratore specifico impiega per la produzione di una merce
Il lavoro astratto rappresenta la base del valore di scambio, mentre il lavoro utile lo è del valore d’uso
Dato che il lavoro astratto è relativo solo alla produzione di merci, e dato che la sua esistenza dipende dalle caratteristiche specifiche del capitalismo, il lavoro astratto si configura come una categoria storica
Al fine di sgomberare il campo da tutti i fenomeni che nascondono la logica di funzionamento del moderno capitalismo, Marx immagina sia una fase di equilibrio fra domanda e offerta sia un tipo di capitalista che compra forza lavoro e vende merci ai loro valori reali
Questo dà luogo ad un paradosso: se il capitalista “deve comperare le merci al loro valore, le deve vendere al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ne abbia immesso”, qual è la fonte del profitto?
Per Marx, la fonte del profitto è data dal plusvalore, il quale deriva dallo scarto fra il tempo di lavoro necessario per produrre l’equivalente del valore della forza-lavoro e la produzione complessiva della forza-lavoro in una determinata unità di tempo: “la parte del capitale convertita in forza-lavoro cambia il proprio valore nel processo di produzione. Riproduce il proprio equivalente e inoltre produce un’eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo”. Questa parte del capitale è chiamata da Marx capitale variabile
Questo rapporto fra il lavoro necessario e il pluslavoro viene chiamato da Marx saggio del plusvalore o saggio di sfruttamento; esso ha un fondamento sociale, in quanto la determinazione del tempo di lavoro necessario a produrre forza-lavoro rimanda alle specifiche condizioni materiali di una determinata società
Marx distingue fra il capitale costante e il capitale variabile.
Il capitale costante è “quella parte del capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro … e non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione”
Il rapporto fra capitale costante e capitale variabile costituisce la composizione organica del capitale. Mentre il saggio del plusvalore è dato dal rapporto fra plusvalore e capitale variabile, il saggio del profitto dipende dalla composizione organica del capitale: minore è il rapporto fra capitale costante e capitale variabile, maggiore è il saggio del profitto
Fra il saggio del plusvalore e quello del profitto si crea una situazione paradossale: più cresce la concorrenza fra i capitalisti – in termini di innovazione tecnologica, ossia di investimenti di capitale costante, più decresce il saggio del profitto. E’ questa, per Marx, una contraddizione interna al capitale, che definisce “legge della caduta tendenziale del saggio del profitto”
Per ovviare a questo paradosso, i capitalisti hanno tre possibilità:
- Aumentare la produttività e/o l’intensità del lavoro
- Ridurre i costi del lavoro
- Ridurre i costi delle materie prime attraverso l’espansione coloniale
Tutti e tre questi rimedi sono per Marx dei palliativi, destinati a crollare nel lungo periodo
Da questa situazione deriva sia un conflitto fra operai e capitalisti sia un progressivo impoverimento della forza-lavoro
KARL MARX
(Capitolo 4)
Il pensiero di Hegel si presta ad essere sviluppato in una duplice direzione: da un lato sono stati accentuati gli aspetti critici (dialettica) mentre dall’altro sono stati ripresi gli aspetti apologetici nei confronti dell’ordine costituito e quindi conservatori.
Per quanto riguarda la storia del pensiero sociologico ciò che è rilevante in Hegel è l’impulso critico presente nella sua dialettica e ad esso si rifaranno una serie di autori, che costituiscono la cosiddetta sinistra Hegeliana. Alcuni di questi, in particolare, si porranno il dubbio circa il carattere veramente critico di una critica meramente filosofica: essi allora sosterranno l’esigenza di portare questa critica anche nel mondo dell’azione, nel mondo dell’economia e della politica. Tra di essi il più noto è Karl Marx.
Tanto Marx quanto Poudhon mossero dall’idea che era necessario realizzare sul terreno concreto dei rapporti economici quella libertà che era stata attuata solo nell’astrattezza giuridica e filosofica (= principale critica di Marx ad Hegel) ma la elaborarono in modo tanto diverso da giungere a conclusioni inconciliabili e ad arrivare addirittura a rompere la loro amicizia. Essi, tuttavia dell’idealismo tedesco, accettarono l’idea di “progresso” (l’uomo muove verso la realizzazione delle proprie potenzialità, della ragione e della libertà) e della necessità del progresso e l’idea secondo cui la stessa storia è opera dell’uomo, costruzione umana non riducibile allo stato di natura.
Il contesto sociale nel quale le idee di Marx e di Engels si svilupparono era quello dei moti rivoluzionari che si diffondevano in Europa attorno alla metà del 1800: si richiedeva che si traducessero sul piano economico quei diritti all’uguaglianza e alla libertà che la Rivoluzione Francese aveva sancito giuridicamente e politicamente nella consapevolezza che essi erano stati attuati solo formalmente e che una loro attuazione sostanziale richiedeva una trasformazione nella struttura economica.
Quanto alle influenze più strettamente culturali, importantissima è quella della filosofia di Hegel (e dell’interpretazione che di essa avevano dato gli esponenti della sinistra hegeliana) ma anche le concezioni dei socialisti utopisti (Saint Simon). Va ricordata inoltre la costante polemica sostenuta soprattutto da Marx nei confronti dell’economia politica: se da un lato questa è criticata come quella scienza che, fondandosi sul principio della libera concorrenza tra forze economiche e considerandola come storicamente superabile, era diventata un valido sostegno ideologico della classe borghese e delle sue specifiche esigenze, va detto anche che molte categorie interpretative di cui Marx si serve sono riprese proprio da essa.
Nel pensiero marxiano distinguiamo due tappe e possiamo rendercene conto se esaminiamo uno schema delle sue opere più importanti. Esse sono importanti perché costituiscono lo scheletro della critica dell’economia politica dell’800 e della confluenza dell’economia politica nella sociologia di fine secolo, con Weber e Durkheim) – In questo schema, distinguiamo due tappe del pensiero marxiano: una prima parte, del Marx filosofo; un secondo segmento (1857/58), del Marx critico dell’economia politica.
- 1844 - Manoscritti economico-filosofici – Opera giovanile di Marx. In essa Marx traccia i germi della teoria generale dell’alienazione.
- 1845 - Le tesi su Feuerbach – Si tratta di una critica dell’ideologia tedesca e della religione cattolica. Feuerbach era uno studioso della religione. C’è già l’idea di Marx secondo la quale esiste un livello strutturale dei rapporti sociali ed un livello sovrastrutturale dei rapporti sociali (Stato, cultura, religione)
- 1845/46 – L’ideologia tedesca (scritto insieme ad Engels) – E’ una delle opere più importanti perché in essa gli autori criticano sostanzialmente la filosofia di Hegel. E’ una critica dell’idealismo tedesco che viene identificato con il concetto di ideologia, cioè nel concetto di “falsa coscienza”. Secondo Marx ed Engels, l’ideologia è sinonimo della falsa coscienza e, per essi, la filosofia idealistica di Hegel è una falsa coscienza cioè una deformazione della rappresentazione della realtà.
- 1846/47 – Miseria della filosofia – Molto simile, nel contenuto, all’Ideologia tedesca. Il titolo è il capovolgimento di quello di un’opera di Porudhon, intitolata “Filosofia della Miseria”. Questa opera è importante perché in risposta ad essa, Popper ha scritto “Miseria dello storicismo” (testo fortemente critico nei confronti della filosofia della storia di Marx). In essa, Marx cerca di destituire di fondamento l’ideologia tedesca; in Miseria dello Storicismo, Popper farà vedere come in realtà sia destituita di fondamento la visione storica di Marx. La tesi di Popper è che in realtà Marx sia molto più hegeliano di quanto lui stesso non creda: nonostante la critica ad Hegel, tutta la produzione marxiana resta una produzione fondamentalmente hegeliana;
- 1848 – Il Manifesto del Partito Comunista – scritto insieme ad Hengels – chiude la fase filosofica della produzione intellettuale di Marx. E’ la realizzazione di un programma politico ispirato alla critica dell’ideologia tedesca. (La Terza);
- 1857/58 – Grundrisse – Sono gli appunti di Marx, importantissimi, sui fondamenti della critica dell’economia politica.
- 1860 – Storia delle teorie economiche (teorie del plusvalore) – E’ un’analisi delle teorie economiche;
- 1863/67 – Il Capitale – in tre libri.
- 1884/91- Le origini della proprietà privata, della famiglia, dello Stato - Scritto con Hengels. E’ un libro che ha lasciato una traccia profonda nella sociologia della famiglia agli albori del 900. In esso, sostanzialmente, le categorie dell’economia e della critica dell’economia politica vengono applicate alla storia ed alla evoluzione della famiglia. E’ interessante notare che nella struttura di questo testo di Engels, c’è un uso abbastanza esteso dello schema di L. Morgan. Gli autori cercano di dimostrare come l’evoluzione del concetto di proprietà privata nel diritto e nella cultura occidentale sia legata a una particolare forma che i rapporti di classe hanno nell’ambito della organizzazione della famiglia.
Per ricapitolare, due sono i grandi spezzoni della produzione marxiana: quella relativa alla filosofia marxiana (Marx giovanile) e quella relativa alla critica dell’economia politica (Marx maturo).
Il problema dell’alienazione
Nei Manoscritti economico-filosofici (1844), opera giovanile, Marx traccia i germi della teoria generale dell’alienazione movendo da una critica ad Hegel proprio per il modo in cui questi aveva trattato tale problema. Secondo il pensiero di Hegel, l’uomo opera nel mondo oggettivo, lo trasforma, lo rende adeguato a sé in un processo ininterrotto e siccome questo mondo gli appare trasformato in seguito alla sua attività, egli lo riconosce come momento di sé (lo Spirito si estranea da sé nel mondo oggettivo per poi riconoscersi in esso come momento di sé). Marx rimprovera a Hegel di non aver distinto tra l’oggettivazione, come momento necessario del lavoro umano in cui l’uomo si realizza nel mondo esterno (l’uomo, attraverso il lavoro, si esprime nel mondo esterno, oggettivo, per trasformarlo e renderlo adeguato a sé), e l’alienazione che si ha invece quando, nella società capitalistica, l’uomo è estraniato dal prodotto finito del suo lavoro, dalla sua attività, da sé e dagli altri uomini.
Vediamo in particolare.
In Hegel il pensiero astratto oppone l’oggetto al soggetto e li considera separatamente ma la riflessione filosofica riconosce nell’oggetto il risultato del lavoro dell’uomo. Proprio attraverso questo riconoscimento della sostanziale unità di oggetto e soggetto da parte della filosofia, si ha il superamento dell’alienazione nel senso che ciò che l’uomo avverte come oggetto che gli si oppone gli appare estrinsecazione di sé ed è quindi interamente riportato a sé. Per Hegel, dunque, il ricongiungimento di soggetto e oggetto è solo un problema filosofico perché per l’appropriazione dell’oggetto da parte del soggetto è sufficiente che il soggetto prenda coscienza di sé, della sua presenza nel mondo oggettivo. Nessuna modificazione reale pertanto è richiesta ma solo una presa di coscienza filosofica. La critica idealistica pertanto è sostanzialmente acritica in quanto non incide concretamente sulla realtà dell’uomo e rimane dunque un’astrazione.
In Hegel, la riduzione dell’alienazione è un processo che si compie attraverso lo spirito assoluto: l’uomo acquista sempre più, attraverso la storia autoconsapevolezza. L’eliminazione dell’ alienazione (cioè la separazione dell’uomo da se stesso) avviene, per Hegel, attraverso la civilizzazione verso la cultura germanica, in cui l’uomo acquisisce questa massima autoconsapevolezza. Quindi, l’alienazione (alienazione = separazione) dell’uomo dalla propria coscienza si riduce via via che ci si avvicina alla cultura germanica.
Per Marx, invece, l’alienazione è massima via via che ci si avvicina alla modernità perché in questo percorso diviene massima la separazione che l’uomo ha tra la propria capacità produttiva e il proprio modo di organizzarsi la vita. Egli direbbe, contrariamente a quanto avrebbe detto Hegel: nel mondo moderno l’alienazione è massima perché in esso è massima la capacità produttiva dell’uomo in rapporto a quello che l’uomo potrebbe essere se non avesse dei rapporti sociali di produzione legati allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per Marx, quindi, l’alienazione è massima nella modernità e non nell’antichità (esatto contrario di quanto diceva Hegel). Ecco perché, secondo Marx, la risoluzione finale di questo processo dovrebbe essere legata alla liberazione dell’uomo dalle sue catene attraverso la dittatura del proletariato.
In Marx, c’è l’idea di un processo storico che è un processo di alienazione (l’alienazione è massima nella modernità perché in essa è massima la frattura fra ciò che l’uomo è e ciò che l’uomo potrebbe essere: per lui l’uomo moderno è più alienato dell’uomo antico che si illude di vivere in una specie di comunità con la natura). E’ una idea capovolta rispetto a quella di Hegel che, invece, vede la storia come un processo dell’autocoscienza dell’uomo che, attraverso la cultura, arriva al mondo germanico inteso come mondo della massima civilizzazione.
Anche in Marx, però, esiste l’idea che la storia è un compimento, nel senso che è compimento di questo processo di liberazione in cui, alla fine, nella società borghese, è massima la separazione dell’uomo rispetto alla natura e quindi è massima l’intolleranza di questa separazione. Per Marx, dunque, la liberazione finale, aveva un significato apocalittico cioè un significato di rivolgimento del significato stesso della storia.
Hegel si era reso conto che non sempre l’attività umana rappresentava la realizzazione dell’uomo e che, anzi, portava l’individuo all’abbrutimento ma Marx fa riferimento ai fondamenti idealistici del discorso hegeliano sull’alienazione e ad esso contesta che l’alienazione (= separazione dell’uomo da sé stesso) va intesa come quella situazione specifica in cui il lavoratore non ha la possibilità di attuarsi nel lavoro ma, essendo costretto a vendere ad altri la propria attività, che è la sua stessa umanità, si trova conseguentemente dinanzi al risultato del suo lavoro come dinanzi a un oggetto estraneo.
E’ dunque necessario distinguere tra oggettivazione – che è il modo in cui l’uomo si esprime nella sua attività di trasformazione del mondo oggettivo – ed estraniazione – che per l’operazio non è la riduzione dell’oggetto a sé ma, al contrario, la perdita dell’oggetto da se.
Inoltre, secondo Marx, l’uomo è tanto un essere storico quanto un essere naturale. La natura rappresenta lo strumento per l’attività vitale dell’uomo: attraverso la sua attività nell’ambito della natura (che è suo strumento) l’uomo entra in rapporto con gli altri uomini per cui egli non si realizza come individuo isolato ma come specie e, pertanto, non come essere particolare ma universale. Ora, nel lavoro estraniato, l’uomo non si realizza più nella specie ma fa di quest’ultima uno strumento della sua vita individuale (= usa gli altri uomini a fini prettamente di utilitarismo individualistico).
Ciò che rende possibile il decadimento dell’attività umana è il fatto che il lavoro non appartiene più a chi lo svolge. L’alienazione del lavoro crea la proprietà privata e allo stesso tempo ne è la conseguenza.
Secondo Marx, dunque, la critica non può essere solo critica filosofica ma deve essere guida alla trasformazione dello stato di cose che consente la divisione tra proprietà e lavoro e conduce necessariamente al lavoro alienato. La critica di per sé è attività, modificazione di una situazione creatasi storicamente e dunque storicamente superabile. Ma la scienza che si occupa dei problemi della produzione – l’economia politica – accetta aproblematicamente ciò che dovrebbe spiegare: considera la proprietà privata, la divisione del lavoro, la concorrenza, come dati di fatto ed accetta la riduzione dell’operaio a merce senza porsi il problema della sua umanità.
Come già aveva detto Proudhon, l’economia politica considera il lavoratore solo dal punto di vista della produttività e non dal punto di vista della sua umanità.
Dunque, Marx nei Manoscritti Economico-filosofici (1944) critica tanto il pensiero di Hegel (perché risolve il problema dell’alienazione all’interno del discorso filosofico) quanto l’economia politica (che studia le leggi economiche di una società costituitasi storicamente come leggi immutabili) perché non hanno la possibilità di trasformarsi in critica attiva, per la trasformazione dell’ordine economico costituito.
Le “Tesi su Feuerbach” e” l’Ideologia tedesca”
L’opera “Tesi su Feuerbach” (1845) – è costituita da una serie di appunti che Marx prese a proposito di Feuerbach, che era uno degli esponenti da lui più ammirati, pur nella critica, della sinistra hegeliana ed in essa troviamo i fondamenti del materialismo storico.
Nella filosofia di Feuerbach vi era ancora una forte eredità di stampo illuministico, specialmente nella sua concezione della natura umana, come essenza priva di storia e nell’interpretazione materialistica di tale essenza. Il materialismo di Feuerbach concepisce l’uomo come entità naturale dotata di corporeità e sensibilità e quindi fondamentalmente passiva, non come prassi attiva trasformatrice della natura; di conseguenza esso considera la realtà sensibile come oggetto già costituito, non prodotto dall’attività sensibile umana. Feuerbach, dunque, secondo Marx, aveva opposto all’idealismo un materialismo che attribuiva al mondo degli oggetti una realtà autonoma rispetto all’attività umana. Marx non è d’accordo e rifiuta questa concezione del materialismo affermando che il mondo oggettivo è fatto dall’uomo (come prodotto dell’attività umana) quindi non gli è estraneo. Di conseguenza, le condizioni oggettive in cui noi ci troviamo, anche se le avvertiamo come estranee, come “natura” (altro da noi) sono pur sempre il risultato dell’attività dell’uomo nella storia. Se, dunque, il mondo è fatto dall’uomo è anche vero, di conseguenza, che l’uomo può cambiarlo. E’ a questo proposito che viene ricordata l’11^ tesi su Feuerbach che costituisce anche una della frasi più famose di Marx: “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo”. Il m
Questo concetto (come altri già espressi nelle Tesi su Feuerbach) è più volte ribadito, ripreso ed ampliato nell’ L’ideologia tedesca (1845/46, scritto insieme ad Engels) pur rimanendo i filosofi della sinistra hegeliana il bersaglio dei due autori. In particolare, in quest’opera, Marx ed Engels intendono spiegare come sia sorta l’illusione idealistica circa l’indipendenza della teoria e della cultura in genere dal mondo della realtà dei rapporti economici (l’ideologia).
Marx scrive: “… si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per il sentimento religioso, per quello che si vuole. Ma essi cominciano a distinguersi dagli animali in quanto essi cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza, passo questo che è condizionato dalla loro materiale organizzazione. In quanto gli uomini producono i loro mezzi di vita, essi producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Gli individui sono quali li fa il modo di esplicarsi della loro vita. Ciò che essi sono, dipende dunque dalla loro produzione e cioè tanto da quello che producono quanto dal come lo producono. Pertanto, ciò che gli individui sono, dipende dalle condizioni materiali della loro produzione”.
Questo è il principio del materialismo storico secondo il quale sono le condizioni della vita stessa che rappresentano l’elemento che spiega ciò che gli uomini sono dal punto di vista della coscienza.
Il fatto che gli uomini producano i loro mezzi di sussistenza organizzandosi socialmente e che la divisione del lavoro sia una divisione ineguale costituisce la base della vita umana e condiziona anche la “produzione spirituale”, cioè tutte le manifestazioni della cultura, che dunque vanno intese non come indipendenti dalla produzione e dai rapporti di produzione ma in stretta correlazione con questi, come da questi condizionate. La coscienza sorge attraverso l’attività degli uomini in rapporto tra loro per la produzione dei mezzi di sussistenza e questo condiziona ogni espressione della vita culturale. Marx ed Engels scrivono “La coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita”.
Per Marx, il cinema, l’arte, la cultura, lo Stato, il modo di amarsi, così come il costume e il diritto, non sono altro che il riflesso di qualcosa che è allo loro base e questo qualcosa che è alla loro base è la struttura dei rapporti di produzione.
Marx ed Engels aggiungono poi che il fatto che la cultura venga intesa come qualcosa di puro, non contaminato da problemi materiali, è un’illusione resa possibile dalla divisione del lavoro che distingue – ma è solo un’illusione – il lavoro materiale da quello intellettuale e la coscienza si illude che ciò possa essere possibile: anche qui è evidente, secondo gli autori, che alla base dell’illusione della “teoria pura” vi è una particolare situazione materiale della vita”.
Quando questo rapporto di condizionamento, questa presenza costante dell’attività economica nelle espressioni culturali, viene negata e la cultura stessa si presuppone come “pura”, autonoma, indipendente da qualsiasi attività pratica, economica, politica, si ha l’ideologia. Ed ideologia è anche lo storiografia ufficiale in quanto vede eventi legati a questioni politiche o religione o solo gesta di grandi uomini senza pensare che queste ragioni teoriche sono in realtà conseguenza ed espressione della prassi reale.
Le idee che si pretendono pure e come tali dotate di validità universale celano interessi specifici di determinate classi. Tali interessi, non potendosi dichiarare apertamente, devono manifestarsi implicitamente come interessi generali e collettivi. In realtà esiste un interesse collettivo che è quello di tutti gli individui che hanno rapporti reciproci ed è un interesse reale come dipendenza reciproca degli individui fra i quali il lavoro è diviso. Ora, le istituzioni politiche, lo stato, rappresentano illusoriamente gli interessi collettivi ma nella realtà sono sostegni della classe dominante che lotta contro le altre classi per mantenere il potere.
La società civile è costituita dall’insieme dei rapporti di produzione determinati dallo sviluppo della produzione stessa. Ad determinate fasi di sviluppo dei rapporti di produzione corrispondono modi diversi di organizzare i rapporti sociali. Questi diversi modi di organizzare i rapporti sociali di produzione non sono che le diverse forme che ha assunto ed assume nella storia la divisione del lavoro attraverso la proprietà. Marx ed Engels parlano di “società naturale” per indicare la società in cui la divisione del lavoro non è volontaria ma coercitiva (intendendo dunque il termine “naturale” nel senso coercitivo in quanto non scelto liberamente). Diversamente accade nella società comunista, dove, invece, la divisione del lavoro diverrebbe volontaria: in essa ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e, appunto, in tal modo rende possibile svolgere ogni attività a piacere.
Classi sociali e mutamento rivoluzionario
Nell’Ideologia tedesca, Marx ed Engels fanno riferimento ad una società nuova, libera, lasciandosi andare a descrizioni di essa quasi poetiche: nelle opere successive abbandoneranno questo stile e si dedicheranno a studiare i processi economici che nel passato hanno portato al passaggio da un’epoca all’altra (es. dalla società feudale alla società borghese) e soprattutto si concentreranno sull’analisi di quelle contraddizioni presenti nella società borghese che, necessariamente, condurranno al suo superamento
Il Manifesto del Partito Comunista (1848, scritto insieme ad Hengels) chiude la fase filosofica della produzione intellettuale di Marx. E’ la realizzazione di un programma politico ispirato alla critica dell’ideologia tedesca ed è stato scritto dai due autori in occasione del secondo congresso dei comunisti a Londra. Dunque, il Manifesto non è un testo scientifico ma un opuscolo in cui però compaiono i tratti principali di quanto poi ripreso ed ampliato in maniera scientifica in altri scritti come il Capitale o Per la critica dell’economia politica.
Pur non precisando mai il significato di “classe”, in quanto Marx non scrisse mai quel capitolo del Capitale che a tale termine doveva essere dedicato, i due autori iniziano con l’affermare che la storia è sempre stata caratterizzata dalle lotte di classe ma che solo con la società borghese la lotta di classe si definisce some netta contrapposizione tra due classi: la borghesia ed il proletariato.
Nelle epoche anteriori della storia troviamo quasi ovunque una società articolata in differenti ordini (tanto nella Roma antica quanto nel medioevo) ma poi, con la scoperta dell’America e la conseguente apertura di nuovi mercati e la conquista di nuove terre fino allora inesplorate, favorita anche dai grandi progressi della tecnica, si ha l’inizio della divisione del lavoro all’interno delle stesse officine e poi, via via, un forte sviluppo dell’industria fino ad arrivare alla grande industria moderna.
I mezzi di produzione e di scambio, l’organizzazione dell’agricoltura e della manifattura e poi tutta l’organizzazione dei rapporti della proprietà propri della società feudale, ad un certo punto, divennero inadeguati alle forze produttive ormai sviluppate: essi inceppavano la produzione anziché promuoverla. All’organizzazione feudale subentrò così la libera concorrenza e questo è il processo storico che ha condotto al sorgere e all’imporsi della borghesia e, di conseguenza, ad un mutamento politico in quanto la borghesia stessa conquista anche il potere statale: lo stato non è altro che “un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”.
Gli autori mettono ben in evidenza le differenze tra la borghesia come classe dominante e le classi dominati delle epoche precedenti:
- la borghesia ha reso più esplicito e brutale l’interesse economico che sta alla base dei rapporti tra uomini; con essa, ogni aspetto della vita umana si rivela più direttamente basato sull’interesse;
- dal punto di vista più strettamente economico la borghesia si distingue dalle classi dominanti precedenti perché è costretta a rivoluzionare continuamente i propri modi di produzione e, conseguentemente, i rapporti di produzione al suo interno. Nelle epoche precedenti, le classi dominanti avevano il problema di mantenere immutati i suoi modi di produzione e la sua organizzazione, la borghesia, per reggere alla concorrenza con gli altri borghesi, deve sempre cercare nuovi e più efficienti modi di produrre e nuovi mercati verso cui ampliare i propri commerci.
La necessità di maggiore produzione ha comportato la concentrazione della massa degli operai nelle città ed il formarsi delle metropoli e la ricerca di nuovi mercati rende l’intero mondo soggetto alle leggi economiche della società borghese: tendono così a cedere le barriere nazionali che precedentemente servivano da protezione al potere politico.
Siccome però i mutamenti all’interno della società borghese sono molto veloci e radicali, si giungerà presto ad un grado di sviluppo in cui la stessa organizzazione borghese della società, fondata sulla libera concorrenza, non risulterà più adeguata a far fronte alla nuova situazione economica sorta al suo interno.
C’è da considerare, inoltre, la borghesia, per mantenere il potere, ha bisogno del lavoro della classe operaia. Ora, con l’evolversi della tecnologia, il lavoro dell’operaio dipende sempre più dalle macchina diventando oltre che più tedioso sempre meno apprezzato: così le condizioni economiche del proletariato tendono a peggiorare. Il proletariato oltre a farsi più povero si fa anche più numeroso in quanto quei borghesi che non sono riusciti a reggere alla concorrenza sono anch’essi precipitati nel proletariato.
Ora, attraverso questo processo e in seguito all’intensificarsi dei rapporti tra loro, dovuti al loro lavoro nelle officine l’uno vicino all’altro, alla vita metropolitana e alla maggiore facilità di comunicazione, i proletari tendono a prendere coscienza della loro esistenza come classe sociale sfruttata e si organizzano politicamente.
E’ chiaro ora che sono gli stessi sviluppi intrinseci alla borghesia a portare al suo superamento: “Con lo sviluppo della grande industria viene tolto alla borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti: essa produce soprattutto i suoi seppellitori”.
I temi trattati nel Manifesto (cioè i tratti essenziali della concezione materialistica della storia) sono ormai segnati e questi stessi temi saranno ripresi, approfonditi e rielaborati scientificamente nel Capitale e nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica.
In Per la critica dell’economia politica Marx scrive:
“…nella produzione sociale della loro vita, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, rapporti, questi, di produzione i quali corrispondono ad un grado determinato dell’evoluzione delle forze produttive materiali”
Il primo concetto di Marx, importante, che poi ritroviamo sotto certi aspetti nella sociologia contemporanea, è il fatto che la volontà e la soggettività dell’azione, si scontra con fatto che esistono delle condizioni dell’azione stessa che sono indipendenti dall’azione e indipendenti dalla volontà, che sono la struttura, cioè il carattere strutturale della vita. Gli uomini, secondo Marx, fanno la storia ma la storia non si realizza come gli uomini la vogliono. .
Continua Marx “… la struttura economica della società è costituita dall’insieme di quei rapporti di produzione i quali formano la base sui quali si eleva la sovrastruttura giuridica e politica, cui corrispondono determinate forme della coscienza sociale ….”
Marx, quindi, distingue tra struttura e sovrastruttura. La struttura sono i rapporti sociali di produzione che stanno in un certo grado di adeguatezza con lo sviluppo delle forze produttive, cioè col grado di tecnologia. La sovrastruttura sono la rappresentazione di questi rapporti attraverso la vita normativa (quindi, attraverso il diritto, attraverso la religione, l’arte ed ogni altra forma di espressione e rappresentazione).
“ Non è la coscienza, negli uomini, che determina il loro essere ma, per converso, è il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.
Dunque, l’essere è il risultato dell’attività dell’uomo nella società eppure in esso gli uomini singoli entrano in rapporti “determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà”: ciò, secondo Marx non è solitamente riconosciuto e si crede invece che una società sia il risultato di determinati atti di coscienza e di volontà.
Se le cose fossero limitate a questo, però, non si capirebbe come avviene il mutamento sociale e come avviene il processo storico, il quale, appunto, viene ora introdotto:
“… Da un certo punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con i rapporti di produzione dei sistemi, cioè a dire, con i rapporti di proprietà nel cui ambito sin qui si erano mossi. Tali rapporti sociali, che sin qui furono forme evolutive delle forze di produzione, si trasformano in loro catene. Allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale….”
In sostanza si ha un continuo mutamento delle forze materiali di produzione (cioè di quelle forze della natura che possono essere controllate attraverso l’uso appropriato di tecnologie e capacità umane) e ad un certo punto entrano in conflitto con gli esistenti rapporti di proprietà (cioè con le esistenti divisioni tra proprietari e non proprietari). Quando ciò si verifica, i rappresentanti delle classi emergenti giungono a percepire i rapporti di proprietà esistenti come un impedimento ad ogni ulteriore sviluppo e quelle classi che ritengono di ottenere, attraverso il mutamento del rapporto di proprietà, una più larga partecipazione al potere, diventano rivoluzionarie. Questa adeguatezza tra condizioni di vita e rapporti sociali è sempre soggetta ad una tensione. Questa tensione è governata da un rapporto dialettico, quindi da un rapporto conflittuale, che fa portare sempre più avanti questa tensione fino al punto in cui essa si risolve in cambiamento storico.
Abbiamo già visto che manca nella teoria di Marx un’analisi sistematica del concetto di classe. Tuttavia, sue suoi molti scritti, egli procede a una serie di specificazioni in proposito da cui è possibile dedurre i tratti essenziali di questo concetto.
Già nel Manifesto i due autori iniziano con l’affermare che la storia è sempre stata caratterizzata dalle lotte di classe ma che solo con la società borghese la lotta di classe si definisce come netta contrapposizione tra due classi: la borghesia ed il proletariato. Ecco come la teoria di Marx relativa alle classi sociali mostra il carattere sempre più dicotomico di tale società. La classe, poi, è definita in termini economici in relazione alla proprietà privata o meno dei mezzi di produzione. Però, aggiunge Marx, per l’esistenza di una classe sociale in senso pieno è necessaria anche la coscienza di classe cioè la consapevolezza che una classe ha di esistere come forza sociale capace di rivoluzionare l’ordine economico e politico esistente. Nella società borghese questa condizione è propria solo del proletariato urbano ed industriale cui si contrappone un sottoproletariato definito da Marx come composto “dagli strati più infimi della società”. Nemmeno i contadini si possono definire “classe” in quanto il loro lavoro, i loro interessi, i loro legami locali, non sono tali da portarli a formare una comunità, un’unione politica su scala nazionale.
I proletari, invece, acquisendo coscienza dello sfruttamento cui sono sottoposti e soprattutto della possibilità di cambiare la loro condizione, da “classe in sé” diventano “classe per sé”.
Marx afferma a volte che sono i proletari stessi ad avere coscienza delle proprie potenzialità rivoluzionarie (mentre i contadini, non avendo coscienza di classe debbono farsi rappresentare) mentre altre volte egli sostiene che “come gli economisti sono rappresentanti scientifici della classe borghese, i socialisti ed i comunisti sono i teorici della classe proletaria”. Sembra dunque che anche la classe proletaria abbia necessità di teorici che la rappresentino.
Al proletariato spetta la trasformazione della società borghese in società senza classi in quanto essa non è portatrice di interessi particolari ma gli interessi del proletariato sono interessi di tutta l’umanità. La rivoluzione è inevitabilmente un fatto violento perché la borghesia non cede senza resistere il proprio privilegio. Ma una volta conquistato il potere, per attuare il proprio compito il proletariato si costituisce in dittatura.
La dittatura del proletariato è soltanto una fase verso la realizzazione della nuova società senza classi ma è necessaria per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione definitiva di tutte le forme di vita e di mentalità borghesi che non possono scomparire senza una fase intermedia e per reprimere tutti i tentativi messi in atto dalla borghesia per riemergere.
Al proletariato è garantito l’effettivo esercizio del potere tramite il diritto di revocare in qualsiasi momento il mandato ai suoi rappresentati (Marx guardava alla Comune di Parigi del 1871) e questa classe non governa in nome dei propri interessi particolari ma in nome degli interessi dell’umanità. Ciò condurrà ad una società senza classi, al regno della libertà, alla possibilità di realizzare liberamente se stessi lasciando liberi gli altri da quelle situazioni costrittive, economiche e politiche, che avevano caratterizzato tutta la precedente storia dell’umanità.
La mercificazione dei rapporti
Si ammette che il pensiero di Marx, nella sua maturità, sia per lo più rivolto alla critica dell’economia piuttosto che ai problemi filosofici, trattati invece prevalentemente nella fase giovanile. E’ fuori di dubbio, però, che nel primo libro del Capitale, che è poi quello scritto per ultimo, Marx riprende alcuni temi che erano già apparsi nei Manoscritti economico-filosofici (1844) e saranno proprio alcune pagine di tale ultimo libro ad influenzare profondamente molti sociologi tedeschi, anche non marxiani, quali Toennies e Simmel.
Marx critica la mercificazione dei rapporti umani, la caduta del rapporto tra uomini a rapporto strumentale, la quantificazione del lavoro umano e lo fa riprendendo alcune categorie proprie dell’economia politica quale quella di valore d’uso e valore di scambio.
Marx afferma che fintanto che si tratta di apprezzare un prodotto per il suo valore d’uso, non vi è nulla di misterioso perché esso è diverso per ciascun individuo in relazione al singolo prodotto ed è rapportabile soltanto alle diverse esigenze dell’individuo stesso. Pertanto, in riferimento al suo valore d’uso, un prodotto non può essere messo sullo stesso piano di un altro.
Il problema sorge invece quando si considera il valore di scambio perché in base ad esso, qualsiasi attività umana è riducibile a quantità misurabili e scambiabili e quindi è importante individuare in quali termini e su quale base avviene la determinazione di tale valore di scambio. Marx risponde che il valore di scambio è determinato dal lavoro umano presente nell’oggetto-merce (cioè la quantità di lavoro umano che è mediamente necessaria per produrre tale merce).
Il fatto di considerare gli oggetti come merce (cioè cose che possono essere scambiate con altre cose) e non come prodotti del lavoro umano (quindi non cogliendo più in essi l’elemento umano) conferisce loro il carattere di feticcio: queste merci, cioè, appaiono all’uomo come cose esistenti indipendentemente da esso, cose con un proprio carattere, con una vita autonoma.
Ma dato che anche il lavoro dell’uomo è quantificato è esso stesso ridotto a merce quindi a cosa.
Nella società capitalista, dato che l’uomo è alienato dal proprio lavoro (egli non si riconosce nel prodotto del proprio lavoro), la sua socialità non si realizza più nella produzione ma nello scambio in cui gli uomini stessi entrano in rapporti mercificati. Nello scambio le stesse singole merci appaiono non tanto nella loro specificità di prodotti particolari che soddisfano particolari esigenze, ma semplicemente come oggetti scambiabili: esse appaiono perdere anche il loro contenuto.
L’economia politica cade in errore perché considera fisse ed immutabili le leggi dell’economia borghese: se esse si sono realizzate storicamente (quindi ad opera dell’uomo) storicamente possono essere cambiate.
CRITICA
- DETERMINISMO ECONOMICO – e questa una delle critiche che più note e ripetute alla concezione materialistica della storia. Secondo tale critica, il marxismo avrebbe presupposto che a segnare il cammino della storia siano sempre e comunque i fattori legati alla produzione e ai rapporti di produzione e, inoltre, esso avrebbe addirittura indicato le tappe necessarie di tale corso.
- DETERMINISMO – l’accento sul sostantivo è posto da Dilthey. Egli accusa Marx (ma più in generale la filosofia della storia) di aver negato alla storia la sua infinità e di averla costretta in un unico schema esplicativo. La storia però, secondo Dilthey, non si lascia rinchiudere entro schemi prestabiliti ed il marxismo si porrebbe sullo stesso piano delle altre concezioni deterministiche e, nonostante la sua volontà di indicare il cammino della storia verso la libertà finirebbe con il negare la stessa possibilità della libertà. Esso dunque non sarebbe altro che una espressione della concezione romantica della storia che ne prevede il necessario progresso verso una fase finale che ne rappresenta la massima perfezione. E’ anche vero che Marx indica i determinismi economici del passato proprio al fine di negarli e superarli ma si può anche replicare che non è detto che poi il superamento del sistema doveva verificarsi necessariamente come indicato da lui.
- GLI ELITISTI
La preoccupazione costante degli elitisti fu sempre quella di dimostrare come il materialismo storico non aveva concrete possibilità di realizzarsi storicamente e costituiva a sua volta un’illusione. L’idea centrale degli elitisti, infatti, è incompatibile con una “società completamente libera e senza classi” perché essa prevede che inevitabilmente “una minoranza organizzata, la quale agisce sempre coordinatamente, trionfa sempre sopra una maggioranza disorganizzata”.
Gaetano Mosca
Come si forma una classe politica - Rispondere a questa domanda sembra essere la principale difficoltà di Mosca. Sebbene egli critichi il marxismo (perché la sua concreta applicazione farebbe coincidere potere politico e potere economico e la classe politica trasmetterebbe questo suo potere agli eredi secondo un principio inderogabile; si avrebbe dunque non maggiore libertà ma maggiore coercizione) egli accetta l’idea del marxismo secondo cui la classe politica viene spesso a formarsi in base all’eredità economica perché essa comporta superiorità culturale.
Vilfredo Pareto
Pareto riconosce a Marx l’esattezza della sua critica delle ideologie, il carattere sovrastrutturale della morale e della religione, ma è un irriducibile avversario del marxismo per quanto riguarda la teoria della lotta di classe e della vittoria finale del proletariato in quanto vede in essa un’utopia, un desiderio non suffragato da alcuna prova empirica.
In Pareto, così come in Marx, va visto il grande demistificatore delle ideologie con i quali gli uomini celano la realtà. La differenza, però, è che per Marx la critica alle ideologie ha una funzione pratica, rivoluzionaria, mentre per Pareto è patrimonio di una ristretta cerchia di scienziati
4) KARL MANNHEIM
Egli considera come antecedente teorico della sociologia della conoscenza la teoria dell’ideologia di Marx e distingue tra una concezione parziale (secondo la quale le ideologie sono affermazioni particolari e specifiche circa argomenti determinati, distorte in seguito agli interessi di parte che i loro assertori più o meno coscientemente intendono difendere) ed una concezione totale dell’ideologia (che implica l’idea secondo cui a una determinata posizione sociale di un gruppo corrisponde un modo unitario di interpretare la realtà, una visione del mondo che rende unito questo gruppo e al tempo stesso lo distingue dagli altri). Un’epoca storica, una nazione, una classe sociale, un gruppo, hanno ognuna una concezione del mondo che la caratterizza.
Mannheim però ha qualche dubbio sulla possibilità che una sola classe sia portatrice di una verità scientifica, dei canoni scientifici per l’interpretazione della storia, mentre l’altra classe esprimerebbe soltanto ideologie. Mannheim sostiene che sarebbe più corretto affermare che i diversi interessi condizionano le espressioni culturali di entrambe le classi e che pertanto non si può stabilire a priori quale tra le due sia portatrice di una verità scientifica e dunque corretta. A questo punto è fondamentale il contributo di Lucaks.
5) GIORGY LUCAKS
Lucaks, afferma che da parte del materialismo storico si vuole affermare non il carattere puramente scientifico del punto di vista del proletariato piuttosto, fermo restando il principio secondo cui il concreto legame con la prassi socio-economica valeva tanto per la borghesia quanto per il proletariato, quest’ultimo, in quanto classe che lotta per il raggiungimento di un potere che non ha e per realizzare diritti non attuati (anziché per difendere le posizioni acquisite) aveva maggiore possibilità di cogliere i fattori dinamici intrinseci alla società borghese, ovvero quell’elemento contraddittorio su cui far leva per attuare il mutamento rivoluzionario.
- MAX WEBER
La critica di Weber a Marx è soprattutto una critica metodologica. Weber afferma che essendo la realtà storico-sociale infinita e non esauribile da un unico punto di vista, l’errore della concezione materialistica della storia non consiste nell’analisi, scientificamente legittima, dei condizionamenti economici ma nell’aver presupposto che tale analisi sia l’unica valida da un punto di vista scientifico, cadendo tutte le altre nell’ideologia. Non è dunque l’analisi ad essere errata ma la presunzione che il punto di vista assunto e il conseguente metodo adottato siano gli unici validi quando invece la medesima realtà storico sociale può essere validamente studiata con pari legittimità e scientificità da punti di vista diversi.
7) ERRORE DELLA SUA PROFEZIA
Molti contestano al marxismo di aver sbagliato la sua profezia: il proletariato industriale non ha subito un processo di pauperizzazione (= diffusione della miseria in uno strato della società), non ha potuto perciò assumere maggiore coscienza delle sue possibilità rivoluzionarie; le rivoluzioni, semmai tendono a verificarsi nelle zone del mondo meno sviluppate economicamente e non certo in quelle maggiormente sviluppate come Marx ed Engels avevano sostenuto. Il problema è anche più complesso in quanto la pauperizzazione del proletariato non va intesa in senso assoluto ma, piuttosto, in senso relativo: si creerebbe cioè un sempre maggiore divario economico tra capitale e lavoro e ciò sarebbe realizzato nonostante le condizioni del proletariato urbano e industriale siano migliorate (in questo caso sarebbe ancora possibile una ulteriore presa di coscienza da parte del proletariato delle proprie potenzialità rivoluzionarie). Altri ancora hanno sostenuto che la pauperizzazione si è verificata non in senso economico ma in senso morale, in termini di maggiore alienazione (in questo caso ogni possibilità di ulteriore presa di coscienza da parte del proletariato delle proprie potenzialità rivoluzionarie è esaurita). C’è poi il fatto che Marx aveva previsto che il processo di liberazione dovesse iniziare dalle nazioni più ricche e, diffondendosi oltre le frontiere nazionali, liberare il mondo. Anche questa previsione è fallita. Si può certamente considerare il Terzo Mondo come l’attuale proletariato e può essere questo un nuovo modo di intendere il marxismo.
8) SCARSA IMPORTANZA ALLA CLASSE MEDIA
Il marxismo non ha attribuito la giusta importanza alla classe media perché per la teoria marxista le classi sono due: borghesia e proletariato e sono determinate dalla proprietà privata o meno dei mezzi di produzione. Marx ed Engels pensavano che il tenore di vita delle classi medie si sarebbe abbassato a quello del proletariato mentre ciò non appare essersi verificato. Ciò ci riporta al problema della pauperizzazione relativa, delle migliorate condizioni del proletariato nelle attuali società industriali avanzate.
9) UTOPIA DELLA SOCIETA’ SENZA CLASSI
Molti contestano al marxismo di avere un carattere utopistico nonostante le sue pretese scientifiche perché una società senza classi non potrà mai esistere. E’ vero che se ci si attiene strettamente alla terminologia marxista, società senza classi dovrebbe voler dire società senza proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi questa critica cadrebbe. Generalmente, però, si intende far riferimento al principio che si può far risalire a Roberto Michels e alla sua “legge di ferro dell’oligarchia” secondo la quale in qualsiasi società per le sue caratteristiche intrinseche di organizzazione si ha la tendenza al formarsi di minoranze che governano sulla base di conoscenze specifiche che non possono essere alla portata di tutti. Vi è dunque sempre una minoranza organizzata che domina su una maggioranza disorganizzata.
10) PROUDHON
Proudhon afferma che se le idee di Marx fossero realizzate comporterebbero necessariamente la centralizzazione del potere e la conseguente mancanza di libertà individuale. La stessa idea della dittatura del proletariato non può non risolversi in un grande sistema con un potere centralizzato e un alto grado di burocratizzazione.
11) INCERTEZZE CIRCA IL CONCETTO DI COSCIENZA DI CLASSE
Marx sostiene che gli operai, stando fianco a fianco nelle fabbriche, riconoscono la loro condizione di sfruttamento e dunque prendono coscienza delle loro possibilità di cambiare la situazione e rivoluzionare l’ordine esistente. In altre pagine, sembra che Marx faccia riferimento non tanto a ciò che gli operai pensano effettivamente ma piuttosto alla coscienza, da parte degli intellettuali che li rappresentano, della negatività della situazione in cui gli operai vivono e della conseguente necessità di trasformare in modo rivoluzionario la situazione in atto. Questa duplice visione della coscienza di classe comporterà poi dei problemi alle successive elaborazioni da parte dei marxisti.
SIMMEL
Per quanto riguarda il marxismo Simmel ne subì una profonda influenza soprattutto in riferimento al problema della reificazione dei rapporti anche se, in coerenza con lo storicismo tedesco, ne ebbe a rifiutare la filosofia della storia (l’idea di uno schema di interpretazione della realtà storico-sociale valido universalmente).
Problemi della filosofia della storia (1892) - In quest’opera Simmel ribadisce il suo rifiuto delle filosofie della storia proprie di positivisti, idealisti e marxisti secondo quanto già affermato da Dilthey. In particolare, egli sostiene che il marxismo, come strumento per comprendere l’azione di singoli uomini e gruppi in società si rivela utilissimo, ma va rifiutato come filosofia onnicomprensiva perché non vi è fenomeno storico il quale non possa essere ridotto alla psicologia degli individui e la comprensione storica si ha per un processo di immedesimazione con i soggetti da studiare. Poiché questa immedesimazione e questa proiezione sono limitate al singolo studioso ne consegue che la conoscenza storica è sempre relativa. Simmel vuole cercare le categorie che rendono possibile la conoscenza storica così come Kant aveva ricercato le categorie che rendono possibile la conoscenza della natura. Egli però conclude che in storiografia non vi sono categorie di validità universale quanto piuttosto principi che orientano lo studio i quali rimangono sempre ipotetici e relativi.
Filosofia del denaro (1920) - Simmel critica l’idea che Marx aveva ereditato da alcuni economisti secondo cui è il tempo medio di lavoro necessario per produrre una merce a stabilirne il valore sul mercato. Secondo Simmel per stabilire il valore della merce è necessario lo scambio: la forza lavoro assume valore soltanto al momento dello scambio. Il valore si crea nello scambio, cioè in una relazione e non è intrinseco negli oggetti stessi. Lo stesso discorso vale anche per la “scarsità di beni”: è solo nel momento dello scambio che la scarsità assurge a momento di formazione di valore.
- DURKHEIM
In una recensione del libro di Antonio Labriola (1897) La concezione materialistica della storia, possiamo trovare espressioni interessanti che ci aiutano a capire fino in fondo le convinzioni di Durkheim in merito al materialismo storico.
Innanzitutto egli riconosce al materialismo storico di far dipendere i fenomeni sociali dallo stato raggiunto dell’attività umana (e non dalla fame, dalla sete, dal desiderio genetico); poi condivide con esso la convinzione che la storia può essere spiegata solo ricercando le sue cause profonde che sfuggono alla coscienza: la sociologia ha un senso ed una funzione specifica proprio in quanto ricerca le cause profonde e non esplicite degli eventi storico-sociali.
Durkheim critica il marxismo perché a fondamento della società non vi è l’attività economica ma la partecipazione religiosa: la religione è il primo di tutti i fenomeni sociali. Però quando egli afferma questo, cade in contraddizione perché egli aveva anche affermato che quanto è esplicito nel comportamento dell’uomo non corrisponde del tutto alle motivazioni dell’azione che, invece sono profonde. Egli così dimostra di dare più importanza a ciò che è esplicito ed evidente, a ciò che è cosciente a coloro che fanno parte della società che non ai fattori sociali come motivazioni reali e inconsce. Infatti, si potrebbe obiettare che la maggiore importanza iniziale della religione potrebbe dipendere proprio dal fatto che l’economia e la tecnica erano scarsamente sviluppate e che, invece, con lo sviluppa di queste la funzione della religione potrebbe essere diventata meno rilevante. Religione dunque come tentativo di dominare una realtà non ancora dominata dal lavoro umano.
BIOGRAFIA DI KARL MARX
Di Frederick Engels
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Karl Marx nacque a Treviri il 15 maggio 1818 da Heinrich, avvocato, e da Henriette Pressburg, casalinga, entrambi di origine ebraica. Tuttavia, quando nel 1816 -17, in seguito alle leggi antisemitiche in vigore in Renania, dovette scegliere tra la sua professione e la fede, Heinrich optò per la professione.
Il giovane Karl compì gli studi liceali a Treviri e poi si recò a Bonn per studiare legge, ma, attratto dalla vita goliardica, tralasciò lo studio fino a quando il padre decise di farlo trasferire nella più austera facoltà di Berlino. Qui Marx conobbe e frequentò in segreto Jenny von Westphalen, ragazza di famiglia aristocratica che sposerà nel 1843 (e il cui fratello fu ministro degli Interni prussiano in un periodo estremamente reazionario, 1850-58). Nello stesso periodo si avvicinò al "Doktorclub", un circolo di giovani aderenti alla sinistra hegeliana (tra i quali vi era Bruno Bauer) che cercava di trarre conclusioni di carattere ateo e rivoluzionario dagli insegnamenti di Hegel. Conseguì la laurea in filosofia il 15 aprile 1842 con una tesi dal titolo: "Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro". La speranza di Marx di ottenere la docenza all'università di Berlino fu ben presto vanificata dai provvedimenti del governo che osteggiavano gli esponenti della sinistra hegeliana. Si dedicò quindi al giornalismo e divenne in poco tempo caporedattore della "Gazzetta Renana" (cui collaboravano anche Bruno Bauer e Max Stirner), che sotto la sua direzione accentuò il suo carattere democratico-rivoluzionario e venne ufficialmente bandita il 21 gennaio 1843 (per quanto Marx avesse precauzionalmente, per evitarne la chiusura, dato le dimissioni come redattore). L'attività giornalistica fece comprendere a Marx le sue carenze in campo economico, cominciò quindi ad intraprendere un metodico studio dell'economia politica. In seguito si avvicinò alle teorie di Feuerbach rimanendone profondamente affascinato. Dopo essersi sposato nel marzo ed aver passato un breve periodo con la moglie a Kreuznach, nell'autunno del 1843 Marx si recò a Parigi per pubblicare, con Arnold Ruge, un giornale radicale all'estero, il "Deutsch-Französische Jahrbücher". Di questo giornale uscì però un solo numero, sia a causa della difficoltà relativa alla sua distribuzione segreta in Germania, sia a causa dei frequenti disaccordi tra Marx e Ruge. Gli articoli di Marx in questo giornale (La questione ebraica e Critica alla filosofia del diritto di Hegel. Un introduzione) mostrano che egli già allora era divenuto quel rivoluzionario che applicava una "spietata critica all'esistente", che considerava la "critica come arma" e che si richiamava alle masse e al proletariato. Il segno più profondo dell'arricchimento intellettuale tratto da questo primo soggiorno parigino furono gli Scritti economico-filosofici del 1844 (rimasti incompiuti e pubblicati postumi nel 1932). A Parigi inoltre ebbe modo di conoscere intellettuali quali Proudhon, Blanc, Bakunin, ma soprattutto Friedrich Engels, che gli sarà amico e collaboratore per tutta la vita. Fallito il tentativo di alleanza politico-intellettuale con la democrazia rivoluzionaria francese ed il radicalismo filosofico tedesco, cui si ispirava il programma degli Jahrbücher e costretto a causa di un decreto di espulsione ad abbandonare la Francia, Marx si trasferì a Bruxelles, dove scrisse, con la collaborazione di Engels, La sacra famiglia. In questo scritto, e più ancora ne L'ideologia tedesca (redatta insieme ad Engels nel corso del 1845-46 e lasciata inedita), maturò il suo definitivo distacco non solo dai giovani radicali hegeliani, come Bauer e Stirner, ma anche dal materialismo di Feuerbach e dai "veri socialisti" (Moses Hess e Karl Grün) che s'ispiravano all'umanesimo feuerbachiano. E' in questo periodo che Marx ed Engels hanno posto le basi della concezione materialistica della storia, rompendo definitivamente con l'idealismo della sinistra hegeliana.
Nella metà degli anni 40 i due iniziarono a prendere una parte sempre più attiva all'interno dei gruppi rivoluzionari parigini, all'epoca in forte fermento e assai influenzati dalla dottrina di Proudhon. Proprio in reazione alla concezione piccolo-borghese e utopistica di Proudhon, Marx scrisse "Miseria della filosofia, risposta alla filosofia della miseria di Proudhon"(1847).
Nel frattempo Marx, su insistente richiesta del governo prussiano, fu espulso da Parigi nel 1845 (essendo considerato da entrambi i governi come un pericoloso rivoluzionario) e si trasferì a Bruxelles; qui, con Engels, si unì nella primavera del 1847 alla società segreta "Lega dei Comunisti". I due ebbero un ruolo di primo piano nel secondo congresso della Lega (Londra, novembre 1847), e furono incaricati di redigere quello che diverrà il famoso "Manifesto del partito comunista" (che sarà pubblicato nel febbraio 1848). Con eccellente chiarezza, questo lavoro delinea una nuova concezione del mondo basata sul materialismo e sull'analisi delle lotte tra le classi, individuando quali debbano essere i compiti politici dei comunisti e del crescente proletariato.
Dopo i moti insurrezionali del '48 Marx fu espulso dal Belgio e, dopo un breve periodo a Parigi (fino alla Rivoluzione di marzo), tornò a Colonia, in Germania; qui riprese la pubblicazione della Neue Rheinische Zeitung (dal 1° giugno 1848 al 19 maggio 1849) con Marx come caporedattore. La vittoria della controrivoluzione ebbe come risultato l'istigazione di processi contro Marx (dai quali fu assolto il 9 febbraio 1849) e la sua espulsione dalla Germania (16 maggio 1849). A questo punto Marx tornò a Parigi, ma venne nuovamente espulso il 13 giugno 1849; si trasferì quindi definitivamente in Inghilterra, a Londra, dove visse tutto il resto della sua vita.
In questo periodo comincia per lui lo studio sistematico e l'approfondimento dell'economica politica classica inglese e, in particolare, dell'opera di Smith e Ricardo, cui la sua attenzione s'era già volta in precedenza. Al centro di questa seconda e più matura fase del suo pensiero vi è l'acquisizione della teoria del valore-lavoro, già in parte elaborata da Smith e da Ricardo, secondo la quale il "valore" delle merci è dato dal tempo socialmente necessario speso nella produzione di esse. A Londra Marx riuscì, tra difficoltà di ogni genere e grazie all'aiuto economico dell'amico Engels, a condurre in porto tutte quelle ricerche di economia, storia, sociologia e politica che costituiscono la base de "Il Capitale", libro composto da tre volumi, due dei quali pubblicati postumi da Engels.
Il Capitale è certo l'opera più importante di Marx, ed il suo valore è stato ed è tuttora riconosciuto da tutti coloro che si sono opposti e si oppongono alla società capitalistica. Ecco per esempio come quest'opera è giudicata da Bakunin:
"Das Kapital, Kritik der politischen Oekonomie, di Karl Marx…contiene un'analisi veramente profonda, luminosa, scientifica e decisiva e, se posso esprimermi in tal via, un'esposizione spietata della formazione del capitale borghese e del sistematico e crudele sfruttamento che il capitale continua ad esercitare sul lavoro dei proletari. L'unico difetto di questo lavoro… positivista nella sua direzione, basato su un profondo studio dell'economia e che non ammette nessun'altra logica se non quella dei fatti - l'unico difetto, dicevo, è che è stato scritto, in parte, ma solo in parte, in uno stile eccessivamente metafisico e astratto… che rende difficile la sua spiegazione e la sua comprensione per la maggior parte dei lavoratori, e sono principalmente i lavoratori che nondimeno devono leggerlo. I borghesi non lo leggeranno mai o, se lo leggessero, loro non vorranno mai comprenderlo, e se anche lo dovessero capire essi non diranno mai niente a proposito e lo ignorerebbero; questo lavoro essendo nient'altro che una sentenza di morte, scientificamente motivata ed irrevocabile, non contro di essi in quanto individui, ma contro di essi come classe".
Senza mai smettere di dedicarsi allo studio della società capitalistica e alla stesura della sua opera principale, non tralasciò mai l'attività politica pratica e partecipò alla creazione, avvenuta nel settembre 1864 a Londra, della Associazione Internazionale dei Lavoratori ("Prima Internazionale"). In qualità di membro del segretariato di questa organizzazione, redasse e pubblicò nel 1871 l'indirizzo generale (La guerra civile in Francia), nel corso del quale, analizzando la Comune di Parigi, mise appunto le sue tesi sulla questione dello Stato nella società comunista, identificado negli istituti della democrazia diretta prodotti dalla Comune la forma politica entro la quale doveva esercitarsi la "dittatura del proletariato" nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo. Scopo dell'organizzazione era non solo creare un collegamento tra i lavoratori di tutti gli Stati, ma soprattutto quello di lottare contro il settarismo ancora esistente (l'Internazionale comprendeva varie correnti dalle diverse concezioni più o meno socialistiche: Mazzini, Proudhon, Bakunin, trade-unionisti inglesi, lassalliani di destra ecc.) e portare a maturazione il movimento della classe proletaria.
La Prima Internazionale è quella che segna il definitivo distacco tra socialisti ed anarchici. Tra i due leader di queste due diverse correnti di pensiero (Marx e Bakunin), non correva certo buon sangue. I loro rapporti erano contraddistinti tanto da reciproco rispetto, quanto da diffidenza e rivalità politica. Ecco come Bakunin ebbe a giudicare Marx in diverse occasioni:
"Marx era, ed è ancora, incomparabilmente più preparato di me. Io non sapevo niente a quel tempo di politica economica, io non mi ero ancora liberato delle aberrazioni metafisiche, ed il mio socialismo era solo istintivo. Per quanto più giovane di me, egli era già un ateo, un conscio materialista e un informato socialista. Era precisamente a quel tempo che egli stava elaborando i fondamenti del suo sistema così come lo conosciamo oggi. Noi ci vedevamo spesso. Io provavo un grande rispetto per lui per quanto studiava e per la sua appassionata devozione - per quanto sempre intrisa di vanità - alla causa del proletariato. Io cercavo ardentemente la sua conversazione, ch'era sempre istruttiva e intelligente, quando non era ispirata da piccolo odio, cosa che, ahimè!, accadeva fin troppo spesso. Non c'è mai stata una franca intimità tra di noi - i nostri temperamenti non lo consentivano. Egli mi considerava un'idealista sentimentale, ed aveva ragione; io lo definivo vanitoso, perfido e scaltro, ed anche io avevo ragione".
"Marx come pensatore è nel giusto. Egli ha stabilito il principio che l'evoluzione giuridica nella storia non è la causa, ma bensì l'effetto dello sviluppo economico, e questo è un grande e fecondo concetto. Per quanto non lui l'ha per primo originato - ma è stato formulato in modo più o meno chiaro da molti altri prima di lui - a Marx appartiene il merito di averlo solidamente posto alla base del sistema economico. D'altra parte, Proudhon comprendeva e sentiva la libertà molto meglio di lui… molto probabilmente Marx avrebbe potuto costruire un ancor più razionale sistema di libertà, ma a lui mancava l'istinto della libertà - egli resta da capo a piedi un autoritario".
Dopo la sconfitta della Comune di Parigi (1871) e la rottura con gli anarchici, l'organizzazione non poté esistere a lungo in Europa. Dopo il Congresso di Hague dell'Internazionale (1872), gli scopi principali dell'organizzazione poterono considerarsi realizzati: partiti proletari di massa stavano sorgendo in tutte le nazioni. Marx partecipò, da lontano, alle lotte del partito tedesco, dettando nel 1875 la Critica del programma di Gotha in occasione dell'unificazione avvenuta tra il Partito operaio socialdemocratico (i cosiddetti eisenachiani, diretti da W. Liebknecht e A. Bebel) e l'Associazione generale operaia tedesca, diretta dai seguaci di Lassalle.
Nel frattempo la salute di Marx diveniva sempre più cagionevole e, il 14 marzo 1883 (meno di un anno e mezzo dopo la morte di sua moglie), morì.
"Per molti anni Marx è stato il "più calunniato" degli scrittori tedeschi, e nessuno negherà ch'egli fu risoluto nella sua rappresaglia e che tutti i suoi attacchi abbattevano case furiosamente. Ma la polemica, in cui egli "si occupava" così tanto, era per lui principalmente un mezzo di autodifesa. In ultima analisi il suo reale interesse risiede nella sua scienza, per la quale egli ha studiato e riflettuto per venticinque anni con una coscienziosità che non ha rivali, una coscienziosità che lo ha potato a non presentare al pubblico le sue scoperte in forma sistematica fino a che esse non erano per lui pienamente soddisfacenti tanto nella forma quanto nei loro contenuti, fino al momento in cui egli era convinto di non aver trascurato la lettura di neppure un libro sull'argomento e nessuna possibile obiezione, e di aver considerato ogni punto di tutti gli aspetti. Pensatori originali sono molto rari in quest'era di epigoni; se, inoltre, un uomo è non solo un pensatore originale, ma è anche esperto senza eguali nella sua materia, allora egli merita un doppio riconoscimento'.
Frederick Engels "Karl Marx", 1878.
Vita e opere
by Andrea Cannella
Karl Marx è uno dei filosofi più importanti dell’età moderna.
Nacque a Treviri nel 1818 da una famiglia ebrea (ma comunque su posizioni agnostiche), convertitasi al protestantesimo per ragioni di opportunità politiche. Il padre era avvocato e fu grazie a lui che a Karl venne impartita un’educazione di stampo razionalistico-liberale.
Terminati gli studi liceali si iscrisse (1835-1836) alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bonn e successivamente a Berlino, dove, nel 1839, entrò in contatto con il club dei “Giovani Hegeliani” tramite il quale cominciò lo studio della filosofia (soprattutto l’idealismo hegeliano). Cambia facoltà e si iscrive in Filosofia, dove si laurea (a Jena) nel 1841 discutendo una tesi dal titolo “Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro”. Abbandona qualsiasi sogno di carriera universitaria ed intraprende l’attività di giornalista. Scrive diversi articoli sulla condizione operaia nella neonata industria tedesca oltre che su altre tematiche correlate al lavoro ed allo sfruttamento. Diviene caporedattore della “Gazzetta Renana”, ma a seguito della censura governativa ad opera di Guglielmo IV è costretto ad emigrare in Francia(1843). Nello stesso anno sposa Jenny von Westphalen, una giovane appartenente all’aristocrazia renana, dalla quale avrà numerosi figli e che gli starà accanto durante la sua vita travagliata. Comincia ad affrontare i temi della filosofia politica che esplicita nel suo scritto “Critica della filosofia del diritto di Hegel”. Nel 1844 vengono pubblicati gli “Annali Franco Tedeschi” diretti dallo stesso Marx e da Ruge. Pubblica, inoltre due suoi scritti importanti che segnano il suo passaggio all’ideologia comunista: “La questione ebraica” e “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”. Introduzione.”.
E’ questo l’anno della stesura de “I Manoscritti economico filosofici” e dell’amicizia con Engels.
Nel 1847 scriverà in collaborazione con Engels un documento programmatico per la Lega dal titolo “Manifesto del partito comunista” (che verrà pubblicato nel 1848).
L’ultimo scritto importante del filosofo sarà “Il Capitale”. La stesura di questo scritto, fra i più corposi del filosofo, cominciò nel 1866. Il primo libro del Capitale fu pubblicato nel 1867 ad Amburgo, gli altri due vennero pubblicati postumi nel 1885 e 1894 grazie al lavoro di interpretazione dei manoscritti lasciati da Marx.
Karl Marx morì infatti nel 1883 (due anni dopo la morte della moglie Jenny).
Il primo aspetto della filosofia di Marx che balza subito ai nostri occhi è la sua irriducibilità in una dimensione esclusivamente filosofica, sociologica, o economica. Il pensiero di Marx è, infatti, un’analisi complessiva dei processi della società e della storia. Il filosofo analizza in modo particolare e scrupoloso i meccanismi che regolano la vita borghese: le strutture e le sovrastrutture. Un altro aspetto del marxismo è la “prassi”. Prassi deriva dal greco praxis (compiere) e nel marxismo non è altro che la tendenza a rivoluzionare la società. A tal proposito Engels pronuncerà le seguenti parole sulla tomba dell’amico Karl: “lo scienziato non era neppure la meta di Marx… Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario”. L’ideale, secondo Marx, era infatti l’unione tra teoria e prassi.
Per poter comprendere a fondo il pensiero di Marx è opportuno confrontarlo con il sistema filosofico Hegeliano e con i filosofi della "Sinistra Hegeliana" suoi contemporanei. Hegel è indubbio il maestro di Marx: ricordiamo che Marx si approcciò allo studio della filosofia studiando proprio Hegel ed entrando nel Club dei giovani Hegeliani. Il primo scritto tramite il quale Marx comincia a "misurarsi" con il Maestro è la "Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico"(1843). Questo scritto è stato rivalutato dagli studiosi solo da poco. La sua importanza risiede nell'aver in esso stravolto il sistema filosofico hegeliano. Marx afferma che Hegel ha usato, nella sua filosofia, uno "stratagemma", che consiste nel fare delle ealtà empiriche manifestazioni dello Spirito. Questo significa che ad esempio un regime monarchico non è altro che la personificazione dello Spirito, e di conseguenza Hegel deduce anche la "logicità" della monarchia, identificandola con la razionalità politica (identità ragione-realtà-Assoluto). Questo procedimento viene definito da Marx "misticismo logico". Sulla scia di Feuerbach, Marx arriva alla conclusione che Hegel aveva capovolto idealisticamente soggetto e predicato, concreto e astratto. A tal proposito Marx usa una dimostrazione naturale: "mentre l'uomo comune ed il filosofo realista pensano che prima esistano le mele, le pere, le fragole e le mandorle "reali" e poi il "concetto" di frutto, il pensatore idealista ritiene che prima esista "il frutto" e poi, in seguito, a titolo di sue manifestazioni derivate, la mela, la pera, ecc." Al metodo "mistico" di Hegel, Marx contrappone, ispirandosi a Feuerbach, il metodo "trasformativo" che consiste nel ri-capovolgere ciò che l'idealismo ha capovolto. Oltre che essere fallace sul piano filosofico e gnoseologico, il metodo hegeliano è anche "conservatore" sul piano politico, in quanto tende a "santificare" la realtà esistente.
Nonostante le critiche mosse ad Hegel, Marx riconosce comunque al maestro dei meriti notevoli, che si assommano nella visione dialettica, ossia nella concezione della realtà come elementi concatenati fra loro e mossi dalle opposizioni. Come già abbiamo anticipato, anche Feuerbach svolge un ruolo cardine nella formazione del filosofo. A Feuerbach Marx si rifà sia nella critica a Hegel, come anche nell'interpretazione della religione. Marx tributa al suo contemporaneo il fatto di aver "scoperto" il meccanismo dell'alienazione religiosa, in base alla quale l'uomo "proietta" in Dio i suoi bisogni. Tuttavia, secondo Marx, Feuerbach non era riuscito a cogliere le cause reali del fenomeno religioso, né ad offrire mezzi per il suo superamento. Secondo Marx l'origine non va ricercata nell'uomo, ma nella società. Marx elabora la teoria della religione come "Oppio dei Popoli" (Opium des Volks). Secondo questa dottrina la religione è il prodotto di un'umanità alienata e sofferente per causa delle ingiustizie sociali che cerca illusoriamente nell'aldilà ciò che le è negato di fatto nell'aldiquà. L'unico modo per eliminare la religione è quindi una trasformazione rivoluzionaria della società.
Il termine “Alienazione”
Nei "Manoscritti economico-filosofici" del 1844 Marx si approccia allo studio dell'economia politica.
La contraddizione di fondo del sistema è qui espressa con il concetto di "alienazione".
Hegel aveva già usato questo termine. In lui l'alienazione assumeva un significato negativo, in quanto rappresentava il secondo momento (lo Spirito che esce fuori da se), ma essendo un momento del processo triadico, aveva anche una radice positiva al suo interno, in quanto era un contributo necessario al raggiungimento della sintesi.
In Feuerbach l'alienazione era intesa in senso religioso.
In Marx l'alienazione diviene un fatto di natura socio-economica in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nell'ambito della società capitalistica.
L'alienazione dell'operaio viene espressa da Marx in quattro punti:
- Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della propria attività, in quanto non gli appartiene;
- Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività, che prende la forma di un lavoro forzato e diventa strumento per il profitto del capitalista, con la conseguenza che l'uomo si sente "bestia" quando lavora;
- Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa essenza (Wesen) che è quella del lavoro libero e creativo e non del lavoro forzato e ripetitivo;
- Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo, perché ha un rapporto conflittuale con il capitalista e quindi con l'umanità in generale.
La causa dell'alienazione sta nella proprietà privata dei mezzi di produzione, in virtù della quale il capitalista può utilizzare il lavoro dei salariati per accrescere la propria ricchezza, secondo quella che Marx definirà nel "Capitale" logica del profitto e dello sfruttamento.
La concezione della storia
Obiettivo dell'indagine Marxiana è svelare, al di là delle ideologie, la verità sulla storia mediante il raggiungimento di un punto di vista obiettivo sulla società che permetta di descrivere ciò che gli uomini sono realmente. Questo comporta la distruzione della vecchia filosofia idealistica a vantaggio di una nuova "Scienza" in relazione alla quale la filosofia diventa il mezzo attraverso il quale fare sintesi dei risultati ottenuti.
Cerchiamo di dare una definizione di umanità dal punto di vista scientifico. Marx la definisce come una specie evoluta di individui che lottano per la sopravvivenza. Di conseguenza la storia diviene un processo "materiale" fondato sulla lotta per la sopravvivenza.
Gli uomini cominciarono a distinguersi dagli animali per la loro capacità di di produrre i mezzi necessari allo loro sussistenza. Alla base della storia vi è dunque il "lavoro".
Alla base di esso bisogna distinguere due elementi di fondo: le forze produttive e i rapporti di produzione.
Le forze produttive sono gli elementi necessari al processo di produzione e cioè gli uomini che costituiscono la forza lavoro, i mezzi di produzione (le macchine) e le conoscenze tecnico-scientifiche necessarie a migliorare la produzione e a migliorarla.
I rapporti di produzione sono i rapporti che si instaurano tra gli uomini che costituiscono la forza lavoro e regolano il possesso dei mezzi di lavoro. I rapporti di produzione trovano quindi espressione giuridica nei rapporti di proprietà.
L'insieme dei rapporti di produzione costituisce la "struttura", ovvero lo scheletro economico della società.
L'insieme delle istituzioni politico-culturali viene definito da Marx "sovrastruttura" (Uberbau - uber=sopra bau=costruzione). Il termine sta ad indicare che secondo il materialismo storico le istituzioni non vanno intese come delle realtà a se stanti, ma come espressione dei rapporti che definiscono la struttura di una società.
Secondo Marx la struttura economica determina le istituzioni, cioè la struttura determina le sovrastrutture.
Oltre a rappresentare una chiave di lettura della staticità della società, le forze produttive e i rapporti di produzione rappresentano anche lo strumento per interpretarne la sua dinamicità, ossia come legge stessa della storia.
A un determinato grado di sviluppo delle forze di produzione, secondo Marx, tendono a corrispondere determinati rapporti di produzione. Questi ultimi si mantengono fino a quando favoriscono le forze di produzione e vengono distrutti quando diventano ostacoli. La rivoluzione coincide con uno stato di scontro tra forze produttive e rapporti di produzione e tra la classi che le rappresentano.
"Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura".
Karl Marx
Vita
Marx con il suo pensiero dà origine a una delle componenti intellettuali e politiche più importanti dell'età moderna: il marxismo. Oltre a essere stato "il filosofo del comunismo", è anche un classico della cultura, il cui pensiero riveste quindi una portata universale.
Un primo aspetto molto importante del marxismo ci è mostrato da uno studioso, K. Korsch. Korsch mette in evidenza che Marx vuole essere analisi e spiegazione globale della società in tutti i suoi aspetti: economico, sociale, politico, culturale, e per questo motivo non sappiamo dire con precisione se sia stato un politico o uno storico o un filosofo. In Marx troviamo una consapevole tensione a considerare tutti gli aspetti (concetto che troviamo per primo in Hegel: "il vero è l'intero").
Il secondo aspetto che caratterizza il marxismo è il legame tra teoria e prassi, e la spiegazione ci viene data dallo stesso Marx che ci dice che i filosofi fino a quel momento avevano solo interpretato il mondo, ora si trattava di cambiarlo (contrasto con la funzione giustificatrice della filosofia di Hegel). Marx vuole una filosofia che agisca sul presente per preparare il futuro.
Critica della società
La società moderna per Marx era caratterizzata da un lato dalla scissione, dall'altro dall'individualismo o atomismo.
- la scissione: lui dice tra "cielo e terra" (metafora) quindi rispettivamente tra Stato e società civile (motivo hegeliano). Lo Stato è il cielo perchè il pensiero moderno dice che esso è la sfera in cui si realizza il bene comune e comporta l'uguaglianza giuridica e la libertà; la terra rappresenta la sfera degli interessi privati e questi comportano la divisione in classi che produce disuguaglianza e non libertà. I valori dello Stato sono illusioni, la realtà effettiva è quella terrestre della lotta tra le classi e della disuguaglianza sociale.
-l'individualismo: la società civile si esprime nell'individualimo che è un atteggiamento tipico della borghesia ed è sostenuto dalla proprietà privata: è la separazione del singolo dal tessuto comunitario.
Marx concentra la sua attenzione sulla proprietà privata capitalistica quella, cioè, dei mezzi di produzione: infatti per lui l'attività fondamentale dell'uomo è quella di produzione dei mezzi per vivere: chi è proprietario di questi ha in mano tutta la società.
La battaglia da combattere deve colpire quindi la proprietà privata: solo abolendo essa è possibile cambiare la società moderna.
L’uomo alienato
Il concetto di alienazione lo troviamo in due filosofi precedenti a Marx e sono Hegel e Feuerbach.
In Hegel l'alienazione è l'idea che esce fuori di sè e diventa natura per potersi riappropriare di sè in modo arricchito, ha quindi un significato negativo e uno positivo, per Feuerbach l'uomo è alienato perchè colloca la propria essenza fuori di sè e la trasferisce in Dio, ha quindi un significato tutto negativo; Marx si avvicina più a Feuerbach da cui accetta la struttura formale del meccanismo dell'alienazione come condizione di "scissione", "autoestraniazione".
L'alienazione dell'uomo di Marx è di natura socio-economica e dipende quindi da un fatto reale: è la condizione storica del salariato nell'ambito della società capitalistica ed è descritta sotto quattro aspetti fondamentali:
-Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività in quanto non è proprio ma è del capitalista .
-Il lavoratore è alienato rispetto alla sua attività perchè nella fabbrica non lavora in modo umano ma in modo ripetitivo e meccanico (è appendice della macchina).
-il lavoratore è alienato rispetto alla propria essenza: gli uomini si realizzano nellavoro ma non in modo obbligato e meccanico come nel capitalismo.
-il lavoratore è alienato rispetto al prossimo e agli altri uomini per la concorrenza tra di loro: nel sistema capitalistico non sono possibili autentici rapporti umani.
L’uomo alienato
Alcune analogie con l'"uomo alienato" di Marx le possiamo trovare nell' "uomo represso" di Freud.
Oltre agli scritti sulla psicoanalisi, Freud intorno al 1905 scrive tre saggi sulla sessualità o libido che indica come una chiave per spiegare la psiche umana e la intende come una carica di energia che tende alla soddisfazione secondo la teoria del piacere (vuole manifestarsi senza compromessi). Una parte di questa energia sessuale può essere indirizzata attraverso il meccanismo della sublimazione per altre attività utili per la società umana.
Secondo Freud non può esistere la civiltà senza una relativa repressione dei nostri istinti di origine libidica in attività conoscitive e produttive
Il grado di repressione però nella nostra civiltà tende a divenire eccessivo e a produrre nevrosi, quindi la società pesa sull'individuo con le sue regole e lo schiaccia; troviamo qui un collegamento con Max Weber che esaminò la società contemporanea e ne parlò come una gabbia d'acciaio che gli uomini hanno costruito e nella quale sono rimasti chiusi.
La Guerra Civile in Francia
Karl Marx (1871)
Terzo indirizzo del Consiglio generale
III
All'alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: "Vive la Commune!". Che cos'è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi?
"I proletari di Parigi," diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo, "in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l'ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari... Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto di rendersi padroni dei loro destini, impossessandosi del potere governativo."
Ma la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini. Il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura - organi prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica - trae la sua origine dai giorni della monarchia assoluta, quando servì alla nasciente società delle classi medie come arma potente nella sua lotta contro il feudalesimo. Il suo sviluppo però fu intralciato da ogni sorta di macerie medioevali, diritti signorili, privilegi locali, monopoli municipali e corporativi e costituzioni provinciali. La gigantesca scopa della Rivoluzione francese del secolo decimottavo spazzò tutti questi resti dei tempi passati, sbarazzando così in pari tempo il terreno sociale dagli ultimi ostacoli che si frapponevano alla costituzione di esso dell'edificio dello stato moderno, elevato sotto il I impero, il quale a sua volta fu il prodotto delle guerre di coalizione della vecchia Europa semifeudale contro la Francia moderna. Durante i successivi regimes il governo, posto sotto il controllo parlamentare, cioè sotto il controllo diretto delle classi possidenti, non diventò solamente l'incubatrice di enormi debiti pubblici e di imposte schiaccianti; con la irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni, esso non solo diventò il pomo della discordia tra fazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; ma anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le trasformazioni economiche della società. A misura che il progresso dell'industria moderna sviluppava, allargava, accentuava l'antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, lo stato assunse sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe.
Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello stato risultava in modo sempre più evidente. La rivoluzione del 1830, che fece passare il potere dai grandi proprietari fondiari ai capitalisti, lo trasferì dai più lontani antagonisti degli operai ai loro antagonisti più ristretti. I borghesi repubblicani che avevano preso il potere statale in nome della rivoluzione di febbraio, se ne valsero per i massacri di giugno, allo scopo di convincere la classe operaia che la repubblica "sociale" significava repubblica che assicurava la loro soggezione sociale, e per convincere la massa monarchica della classe borghese e dei grandi proprietari fondiari che poteva tranquillamente lasciare ai borghesi "repubblicani" le cure e gli emolumenti del governo.
Dopo la loro unica eroica impresa di giugno i repubblicani borghesi dovettero però retrocedere dalla prima fila alla retroguardia del "partito dell'ordine", combinazione formata da tutte le frazioni e fazioni rivali della classe appropriatrice nel loro antagonismo ormai aperto con le classi produttrici. La forma più adatta per il loro governo comune fu la repubblica parlamentare, con Luigi Bonaparte presidente. Esso fu un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberato insulto alla "vile multitude". Se, come diceva Thiers, la repubblica parlamentare era il regime che "meno divideva [le differenti frazioni della classe dirigente]", essa apriva un abisso tra questa classe e l'intero corpo della società, escluso dalle sue ristrette file. Gli impedimenti posti ancora al potere statale sotto i precedenti regimi dalle divisioni fra le frazioni della classe dirigente, furono rimossi dalla loro unione; ed ora, in vista della minaccia di sollevamento del proletariato, esse usarono del potere dello stato, senza riguardi e con ostentazione, come strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro. Nella loro ininterrotta crociata contro le masse dei produttori esse furono costrette, però, non solo ad attribuire all'esecutivo poteri di repressione sempre più vasti, ma in pari tempo a spogliare la loro stessa fortezza parlamentare - l'Assemblea nazionale - di tutti i suoi mezzi di difesa contro l'esecutivo, l'uno dopo l'altro. L'esecutivo, nella persona di Luigi Bonaparte, le mise alla porta. Il frutto naturale della repubblica del "partito dell'ordine" fu il II impero.
L'impero, con un colpo di stato per certificato di nascita, il suffragio universale per sanzione e la spada per scettro, pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di produttori non direttamente impegnati nella lotta tra capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe operaia distruggendo il parlamentismo, e, insieme con questo, l'aperta sottomissione del governo alle classi possidenti; pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia economica sulla classe operaia. Finalmente, pretendeva di unire tutte le classi risuscitando per tutte la chimera della gloria nazionale. In realtà era l'unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto la facoltà di governare la nazione e il proletariato non l'aveva ancora acquistata. Esso fu salutato in tutto il mondo come il salvatore della società. Sotto il suo dominio, la società borghese, libera da preoccupazioni politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva mai sperato; la sua industria e il suo commercio assunsero proporzioni colossali; la truffa finaziaria celebrò orgie cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo da una ostentazione sfacciata di lusso esagerato, immorale, abietto. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in pari tempo il vero e proprio vivaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione e la decomposizione della società che esso aveva salvato vennero messe a nudo dalla baionetta prussiana, ben disposta per conto suo a trasferire il centro di gravità di questo regime da Parigi a Berlino. L'imperialismo è la più prostituita e insieme l'ultima forma di quel potere statale che la nasciente società della classe media aveva incominciato ad elaborare come strumento della propria emancipazione dal feudalesimo, e che la società borghese in piena maturità aveva alla fine trasformato in strumento per l'asservimento del lavoro al capitale.
La Comune fu l'antitesi diretta dell'impero. Il grido di "repubblica sociale", col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di febbraio, non esprimeva che una vaga aspirazione a una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe. La Comune fu la forma positiva di questa repubblica.
Parigi, sede centrale del vecchio potere governativo e, nello stesso tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era sorta in armi contro il tentativo di Thiers e dei rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere governativo trasmesso loro dall'impero. Parigi poteva resistere solo perchè, in conseguenza dell'assedio, si era liberata dell'esercito, e lo aveva sostituito con una Guardia nazionale, la cui massa era composta di operai. Questo fatto doveva, ora, essere trasformato in un'istituzione permanente. Il primo decreto della Comune, quindi, fu la soppressione dell'esercito permanente e la sostituzione ad esso del popolo armato.
La Comune fu composta dai consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti dalla classe operaia. La Comune doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo. Invece di continuare a essere l'agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune, revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello stato scomparvero insieme con i dignitari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà privata delle creature del governo centrale. Non solo l'amministrazione municipale, ma tutte le iniziative già prese dallo stato passarono nelle mani della Comune.
Sbarazzarsi dell'esercito permanente e della polizia, elementi della forza materiale del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza della repressione spirituale, il "potere dei preti", sciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto enti possidenti. I sacerdoti furono restituiti alla quiete della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. Tutti gli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della chiesa e dello stato. Così non solo l'istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le avevano imposto i pregiudizi di classe e la forza del governo. I funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro abietta soggezione a tutti i governi che si erano succeduti, ai quali avevano, di volta in volta, giurato fedeltà, per violare in seguito il loro giuramento. I magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili come tutti gli altri pubblici funzionari.
La Comune di Parigi doveva naturalmente servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il regime comunale, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere il posto anche nelle provincie all'autogoverno dei produttori. In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo, e che nei distretti rurali l'esercito permanente doveva essere sostituito da una milizia nazionale, con un periodo di servizio estremamente breve. Le comuni rurali di ogni distretto avrebbero dovuto amministrare i loro affari comuni mediante un'assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali avrebbero dovuto loro volta mandare dei rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in qualsiasi momento e legato al mandat impératif (istruzioni formali) dei suoi elettori. Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in malafede ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili. L'unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla Costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un'escrescienza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante nella società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare il popolo nel parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni, così come il suffragio individuale serve a ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda. Ed è ben noto che le associazioni di affari, come gli imprenditori singoli, quando si tratta di veri affari, sanno generalmente come mettere a ogni posto l'uomo adatto, e se una volta tanto fanno un errore, sanno rapidamente correggerlo. D'altra parte, nulla poteva essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale una investitura gerarchica.
E' comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei Comuni medioevali, che prima precedettero questo stesso potere statale e poi ne divennero sostrato. La Costituzione della Comune è stata presa a torto per un tentativo di spezzare in una federazione di piccoli stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai girondini, quella unità delle grandi nazioni, che se originariamente è stata realizzata con la forza politica, è ora diventata un potente fattore della produzione sociale. L'antagonismo tra la Comune e il potere statale è stato preso a torto per una forma esagerata della vecchia lotta contro l'eccesso di centralizzazione. Speciali circostanze storiche possono aver impedito in altri paesi lo sviluppo classico della forma borghese di governo che si è avuta in Francia e possono aver permesso, come in Inghilterra, di completare i grandi organi centrali dello stato con corrotti consigli parrocchiali, con consiglieri comunali trafficanti, feroci custodi della legge dei poveri nelle città e magistrati virtualmente ereditari nelle campagne. La Costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le energie sino allora assorbite dallo stato parassita, che si nutre alle spalle della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia. La classe media francese delle provincie vide nella Comune un tentativo di restaurare il controllo che il suo ceto aveva avuto sul paese sotto Luigi Filippo, e che, sotto Luigi Napoleone, era stato soppiantato dal preteso sopravvento delle campagne sulle città. In realtà la Costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. La esistenza stessa della Comune portava con sè come conseguenza naturale la libertà municipale locale, ma non più come un contrappeso al potere dello stato ormai diventato superfluo. Soltanto nella testa di un Bismarck - il quale, quando non è preso dai suoi intrighi di sangue e di ferro, ama sempre ritornare al vecchio mestiere così adatto al suo calibro mentale di collaboratore del Kladderadatsch [1] (il Punch di Berlino) - soltanto in una testa così fatta poteva entrare l'idea di attribuire alla Comune di Parigi l'ispirazione a quella caricatura della vecchia organizzazione municipale francese del 1791 che è la Costituzione municipale prussiana, la quale riduce le amministrazioni cittadine alla funzione di ruote puramente secondarie della macchina poliziesca dello stato prussiano. La Comune fece una realtà dello slogan delle rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l'esercito permanente e il funzionalismo statale. La sua esistenza stessa supponeva la non esistenza della monarchia che, in Europa, almeno, è l'abituale zavorra e l'indispensabile maschera del dominio di classe. Essa forniva alla repubblica la base per vere istituzioni democratiche. Ma né il governo a buon mercato né la "vera repubblica" erano la sua meta finale, essi furono solo fatti concomitanti.
La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro.
Senza quest'ultima condizione, la Costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del loro asservimento sociale. La comune doveva dunque servire da leva per svelare le basi economiche su cui riposa l'esistenza delle classi, e quindi del dominio di classe. Con l'emancipazione del lavoro tutti diventano operai, e il lavoro produttivo cessa di essere un attributo di classe.
E' un fatto strano: nonostante tutto il gran parlare e l'immensa letteratura degli ultimi sessant'anni sull'emancipazione del lavoro, non appena gli operai, in un paese qualunque, prendono decisamente la cosa nelle loro mani, immediatamente si leva tutta la fraseologia apologetica dei portavoce della società presente, con i suoi due poli di capitale e schiavitù del salario (il proprietario fondario è ora soltanto il socio passivo del capitalista), come se la società capitalista fosse ancora nel suo stato più puro di verginale innocenza, con i suoi antagonismi non ancora sviluppati, con i suoi inganni non ancora sgonfiati, con le sue meretricie realtà non ancora messe a nudo. La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, la base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l'espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato. Ma questo è comunismo, "impossibile" comunismo! Ebbene, quelli tra i membri della classi dominanti che sono abbastanza intelligenti per comprendere la impossibilità di perpetuare il sistema presente - e sono molti -sono diventati gli apostoli seccanti e rumorosi della produzione cooperativa. Ma se la produzione cooperativa non deve restare una finzione e un inganno, se essa deve subentrare al sistema capitalista; se delle associazioni cooperative unite devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il loro controllo e ponendo fine all'anarchia costante e alle convulsioni periodiche che sono la sorte inevitabile della produzione capitalistica; che cosa sarebbe questo o signori, se non comunismo, "possibile" comunismo?
La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par dècret du peuple. Sa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese. Pienamente cosciente della sua missione storica e con l'eroica decisione di agire in tal senso, la classe operaia può permettersi di sorridere delle grossolane invettive dei signori della penna e dell'inchiostro, servitori dei signori senza qualificativi e della pedantesca protezione dei benevoli dottrinari borghesi, che diffondono i loro insipidi luoghi comuni e le loro ricette settarie col tono oracolare dell'infallibilità scientifica.
Quando la Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della rivoluzione; quando per la prima volta semplici operai osarono infrangere il privilegio governativo dei "loro superiori naturali", e, in mezzo a difficoltà senza esempio, compirono l'opera loro con modestia, con coscienza e con efficacia - e la compirono per salari il più alto dei quali era appena il quinto di ciò che, secondo un'alta autorità scientifica, è il minimo richiesto per il segretario di un consiglio scolastico in una metropoli - il vecchio mondo si contorse in convulsioni di rabbia alla vista della Bandiera Rossa, simbolo della Repubblica del Lavoro, sventolante sull'Hotel de Ville.
Eppure, questa fu la prima rivoluzione in cui la classe operaia sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale, persino della grande maggioranza della classe media parigina - artigiani, commercianti, negozianti - eccettuati soltanto i ricchi capitalisti. La Comune li aveva salvati con un regolamento sagace del problema che è causa eterna di contrasti all'interno stesso della classe media, il conto del dare e avere [2].
Questa stessa parte della classe media, immediatamente dopo aver aiutato a schiacciare la insurrezione operaia del giugno 1848, era stata sacrificata ai suoi creditori dall'Assemblea nazionale, senza tante cerimonie. Ma questo non era il solo motivo per cui ora queste classi medie si schieravano attorno alla classe operaia. Esse sentirono che vi era una sola alternativa: o la Comune o l'impero, sotto qualsiasi nome questo potesse ripresentarsi. L'impero le aveva rovinate economicamente con lo sperpero delle ricchezze pubbliche, con le truffe finanziarie su larga scala che esso aveva favorito, con l'impulso dato all'accelerazione artificiale della concentrazione del capitale e con la concomitante espropriazione di una grande parte del loro ceto. Le aveva soppresse politicamente, le aveva scandalizzate moralmente con le sue orge, aveva offeso il loro volterianismo affidando l'istruzione dei loro figli ai Frères Ignorantins [3], aveva rivoltato il loro sentimento nazionale di francesi precipitandoli a capofitto in una guerra che per le rovine provocate aveva lasciato un solo compenso: la scomparsa dell'impero. Di fatto, dopo l'esodo da Parigi di tutta l'alta bohème bonapartista e capitalista, il vero partito dell'ordine della classe media si era presentato nelle sembianze dell'Union républicaine, schierandosi sotto le bandiere della Comune e difendendola dalle premeditate falsificazioni di Thiers.
Se la riconoscenza di questa grande massa della classe media resisterà alle difficili prove odierne, il tempo solo lo mostrerà.
La Comune aveva perfettamente ragione di dire ai contadini che "la sua vittoria era la sola loro speranza". Di tutte le menzogne escogitate da Versailles e riprese come un'eco dai gloriosi giornalisti europei penny-a-liner, una delle più colossali fu che i rurali rappresentassero i contadini francesi. Basta pensare all'amore del contadino francese per gli uomini a cui, dopo il 1815, aveva dovuto pagare il miliardo di indennità. Agli occhi del contadino francese la sola esistenza di un grande proprietario fondario è di per se stessa una violazione delle sue conquiste del 1789. I borghesi, nel 1848, avevano imposto al suo piccolo pezzo di terra l'imposta addizionale di 45 centesimi per franco; ma allora lo avevano fatto in nome della rivoluzione, mentre ora avevano fomentato una guerra civile contro la rivoluzione, per far cadere sulle spalle dei contadini il peso principale dei cinque miliardi di indennità da pagarsi ai prussiani. La Comune, d'altra parte, dichiarò in uno dei soui primi proclami che le spese della guerra dovevano essere pagate da quelli che ne erano stati i veri autori. La Comune avrebbe liberato il contadino dall'imposta del sangue; gli avrebbe dato un governo a buon mercato; avrebbe trasformato le odierne sanguisughe, il notaio, l'avvocato, l'usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati eletti da lui e davanti a lui responsabili; lo avrebbe liberato dalla tirannide della garde champetre [4], del gendarme e del prefetto; avrebbe sostituito all'instupidimento ad opera dei preti l'istruzione illuminata del maestro elementare. Il contadino francese è, sopratutto, un calcolatore. Egli avrebbe trovato assolutamente ragionevole che la retribuzione dei sacerdoti, invece di essere estorta dagli agenti delle imposte, dipendesse solo dalla azione spontanea ispirata dai sentimenti religiosi dei parrocchiani. Questi erano i grandi benefici immediati che il governo della Comune - ad esso solo - offriva ai contadini francesi. E' dunque del tutto superfluo diffondersi qui sugli altri problemi più complicati, ma di vitale importanza, che soltanto la Comune era capace di risolvere e nello stesso tempo costretta a risolvere in favore del contadino, come per esempio quello del debito ipotecario, che pesa come un incubo sul suo piccolo appezzamento di terreno, quella del prolétariat foncier (proletariato rurale) di giorno in giorno in aumento per questa ragione e della sua espropriazione che è messa in atto con la forza, a un ritmo sempre più rapido dallo stesso sviluppo dell'agricoltura moderna e dalla concorrenza dell'azienda agricola capitalista.
Il contadino francese aveva eletto Luigi Bonaparte presidente della repubblica, ma il partito dell'ordine creò l'impero. Quel che il contadino francese desidera veramente, incominciò a mostrarlo nel 1849 e nel 1850, contrapponendo in suo maire [5] al prefetto del governo, il suo maestro di scuola al prete del governo e se stesso al gendarme del governo. Tutte le leggi fatte dal partito dell'ordine nel gennaio e febbraio 1850 furono misure di repressione aperta contro il contadino. Il contadino era bonapartista perchè ai suoi occhi la grande Rivoluzione, con i suoi vantaggi per lui, era personificata in Napoleone. Come avrebbe potuto questa illusione, rapidamente crollata sotto il II impero (e per la sua stessa natura ostile ai rurali), resistere all'appello della Comune agli interessi vitali e ai bisogni urgenti dei contadini?
I rurali - ed era questa, di fatto, la loro apprensione principale - sapevano che tre mesi di libere comunicazioni tra Parigi della Comune e le provincie avrebbero portato a una insurrezione generale dei contadini. Di qui la loro preoccupazione di stabilire attorno a Parigi un cordone poliziesco come se si fosse trattato di impedire il diffondersi della peste bovina.
Se la Comune era dunque la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, e quindi il vero governo nazionale, era in pari tempo un governo internazionale in tutto il senso della parola, poichè era governo di operai e campione audace della emancipazione del lavoro. Sotto gli occhi dell'esercito prussiano, che aveva annesso alla Germania due provincie francesi, la Comune annettè alla Francia gli operai di tutto il mondo. Il II impero era stato la festa della furfanteria cosmopolita, le canaglie di tutti i paesi essendo accorse al suo appello per prender parte alle sue orge e al saccheggio del popolo francese. In questo momento stesso, braccio destro di Thiers è Ganesco, l'immondo valacco, e il suo braccio sinistro è Makovski, la spia russa: la Comune ammise tutti gli stranieri all'onore di morire per una causa immortale. Tra la guerra esterna perduta per il suo tradimento e la guerra civile provocata dalla sua cospirazione con l'invasore straniero, la borghesia aveva trovato il tempo di manifestare il suo patriottismo organizzando battute di caccia poliziesche contro i tedeschi in Francia. La Comune fece di un operaio tedesco il suo ministro del lavoro. Thiers, la borghesia, il II impero, avevano continuamente ingannato la Polonia con rumorose professioni di simpatia, mentre in realtà la tradivano e la abbandonavano alla Russia, di cui facevano il sordido servizio. La Comune onorò i figli eroici della Polonia ponendoli a capo dei difensori di Parigi. E per dare chiaramente rilievo alla nuova èra della storia ch'essa era consapevole di iniziare, la Comune sotto gli occhi dei prussiani conquistatori da una parte, e dell'esercito bonapartista condotto da generali bonapartisti dall'altra, abbattè il simbolo colossale della gloria militare, la colonna Vendome. La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo. Tali furono l'abolizione del lavoro notturno dei panettieri; la proibizione, pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i salari imponendo ai loro operai multe coi pretesti più diversi, procedimento nel quale l'imprenditore unisce nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed esecutore, e per di più ruba denaro. Altra misura di questo genere fu quella di consegnare alle associazioni operaie, sotto riserva d'indennizzo, tutte le fabbriche e i laboratori chiusi, tanto se i rispettivi capitalisti s'erano nascosti, quanto se avevano preferito sospendere il lavoro. Le misure finaziarie della Comune, notevoli per la loro sagacia e moderazione, non potevano andare al di là di quanto fosse compatibile con la situazione di una città assediata. Considerando le ruberie colossali commesse ai danni della città di Parigi, sotto la protezione di Haussmann, dalle grandi compagnie finanziarie e dai grandi appaltatori, la Comune avrebbe avuto titoli, per confiscarne le proprietà, incompatibilmente più validi di quelli che avesse Napoleone per confiscare le proprietà della famiglia d'Orléans. Gli Hohenzollern e gli oligarchi inglesi, che hanno tratto entrambi una buona parte delle loro tenuta dal saccheggio delle chiese, furono naturalmente molto scandalizzati dal fatto che la Comune non ricavasse più di 8000 franchi dalla secolarizzazione dei beni ecclesiastici.
Mentre il governo di Versailles, appena ripreso un pò di coraggio e di forza, ricorreva contro la Comune ai mezzi più violenti; mentre esso sopprimeva la libera espressione delle opinioni in tutta la Francia, arrivando sino a proibire le riunioni di delegati delle grandi città; mentre esso assoggettava Versailles e il resto della Francia a uno spionaggio che sorpassava di gran lunga quello del II impero; mentre faceva bruciare dai suoi gendarmi inquisitori tutti i giornali stampati a Parigi e censurava tutte le lettere da e per Parigi; mentre l'Assemblea nazionale i più timidi tentativi di dire una parola in favore di Parigi erano soffocati da urla sconosciute persino alla Chambre introuvable del 1816; mentre Versailles conduceva dal di fuori una guerra selvaggia e all'interno di Parigi tentava di organizzare corruzione e complotti, non avrebbe la Comune tradito vergognosamente la sua missione se avesse affrettato di osservare tutte le convenzioni e le apparenze del liberismo, come in tempi di perfetta pace? Se il governo della Comune fosse stato dello stesso stampo di quello del signor Thiers, non vi sarebbero stati meno pretesti di sopprimere i giornali del partito dell'ordine a Parigi che di sopprimere quelli della Comune a Versailles.
Certo però era cosa irritante per i rurali che, nel momento in cui essi dichiaravano il ritorno della chiesa solo mezzo di salvezza per la Francia, la miscredente Comune dissotterrasse gli strani misteri del convento del Picpus e quelli della chiesa di San Lorenzo [6]. Era una satira contro Thiers il fatto che, mentre egli copriva di gran croci i generali bonapartisti come riconoscimento della loro capacità di perdere battaglie, firmar capitolazioni e farsi le sigarette a Wilhelmshohe, la Comune destituisse e arrestasse i suoi generali al minimo sospetto di negligenza nell'adempimento dei loro doveri. L'espulsione dalla Comune e l'arresto di uno dei suoi membri che vi si era introdotto con nome falso, e aveva scontato a Lione sei giorni di prigione per bancarotta semplice, non era forse un deliberato insulto scagliato contro il falsario Favre, che continuava ad essere ministro degli esteri della Francia, a vendere la Francia a Bismarck, a dettare ordini all'incomparabile governo belga? Ma ciononostante la Comune non pretendeva all'infallibilità, attributo invariabile di tutti i governi del vecchio stampo. Essa rendeva pubblici i suoi atti, le sue parole, essa rendeva noti al pubblico tutti i suoi difetti.
In tutte le rivoluzioni si intrufolano, accanto ai loro rappresentanti autentici, individui di altro conio; alcuni sono superstiti e devoti di rivoluzioni passate, che non comprendono il movimento presente, ma conservano una influenza sul popolo per la loro nota onestà e per il loro coraggio, o per la semplice forza della tradizione; altri non sono che schiamazzatori i quali, a forza di ripetere anno per anno la stessa serie di stereotipe declamazioni contro il governo del giorno, si sono procacciata la fama di rivoluzionari della più bell'acqua. Anche dopo il 18 marzo vennero a galla alcuni tipi di questo genere, e in qualche caso riuscirono a rappresentare parti di primo piano. Nella misura del loro potere, essi furono di ostacolo all'azione reale della classe operaia, esattamente come uomini di tale specie avevano ostacolato lo sviluppo di ogni precedente rivoluzione. Questi elementi sono un male inevitabile: col tempo ci si sbarazza di loro; ma alla Comune non fu concesso tempo.
Meravigliosa, in verità, fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della Parigi meretricia del II impero! Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dai latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex negrieri e loschi affaristi americani, degli ex proprietari di servi russi e dei boiardi valacchi. Non più cadaveri alla Morgue, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero, per la prima volta dopo i giorni del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure e senza nessun servizio di polizia. "Non sentiamo più parlare - diceva un membro della Comune - di assassinii, furti e agressioni. Si direbbe davvero che la polizia abbia trascinato con sé a Versailles tutti i suoi amici conservatori". Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori, gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e sopratutto della proprietà. Al posto loro ricomparvero alla superficie le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e devote come le donne dell'antichità. Parigi lavoratrice, pensatrice, combattente, insanguinata, raggiante nell'entusiasmo della sua iniziativa storica, quasi dimentica, nella incubazione di una nuova società, dei cannibali che erano alle sue porte!
Di fronte a questo nuovo mondo di Parigi, il vecchio mondo di Versailles - questa Assemblea di iene di tutti i regimi defunti, legittimisti e orleanisti, avidi di nutrirsi del cadavere della nazione - con un codazzo di repubblicani antidiluviani, che sanzionavano con la loro presenza nell'Assemblea la rivolta dei negrieri, si rimettevano per il mantenimento della loro repubblica parlamentare alla vanità del senile ciarlatano che era alla loro testa, e facevano la caricatura del 1789 tenendo le loro riunioni spettrali nel Jeu de Paume. Eccola, questa Assemblea, la rappresentante di tutto ciò che in Francia era morto, puntellato e mantenuto con un sembiante di vita unicamente dalle spade dei generali di Luigi Bonaparte! Parigi, tutta la verità; Versailles, tutta la menzogna, e questa menzogna sprigionata dalla bocca di Thiers.
Thiers dice a una deputazione di sindaci della Seine-et-Oise: "Potete contare sulla mia parola, alla quale non ho mai mancato". Dice all'Assemblea stessa che "era l'Assemblea più liberamente eletta e più liberale che la Francia avesse mai avuta", dice alla sua soldatesca variopinta ch'essa era " l'ammirazione del mondo e il più bell'esercito che mai avesse avuto in Francia", dice alle provincie che il borbardamento di Parigi da lui ordinato era un mito: "Se alcuni colpi di cannone sono stati tirati, non è stato per opera dell'esercito di Versailles, ma degli insorti , i quali volevano far credere che combattevano, mentre non osavano mostrare il naso". E dice ancora alle provincie che "l'artiglieria di Versailles non bombarda Parigi; la cannoneggia soltanto". Dice all'arcivescovo di Parigi che le pretese esecuzioni e rappresaglie attribuite alle truppe di Versailles sono fantasie. Dice a Parigi che era soltanto ansioso di "liberarla dai ripugnanti tiranni che l'opprimevano" e che di fatto la Parigi della Comune era "solo un pugno di criminali".
La Parigi del signor Thiers non era la Parigi reale della "vile moltitude", era una Parigi spettrale, la Parigi dei franchi truffatori, la Parigi dei boulevards, maschi e femmine: la Parigi ricca, capitalista, coperta d'oro, infingarda, che ora ingombrava, coi suoi lacchè, coi suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes, Versailles, Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain; che considerava la guerra civile soltanto come una gradevole diversione; che seguiva lo sviluppo della battaglia coi boccoli, contava i colpi di cannone e giurava sul suo onore e su quello delle sue prostitute che lo spettacolo era allestito molto meglio di quanto non si usasse al teatro delle Porte St. Martin. Gli uomini che cadevano erano veramente morti, le grida dei feriti eran grida sul serio; e tutto l'assieme, poi, era così intensamente storico! Questa è Parigi del signor Thiers, come la emigrazione di Coblenza [7] era la Francia del signor De Calonne.
Note
1. Kladderadatsch, settimanale satirico-umoristico, fondato a Berlino nel 1848.
2. Il 18 aprile la Comune pubblicò un decreto di moratoria triennale dei debiti.
3. Frati Ignorantini, ordine religioso.
4. Guardia campestre.
5. Sindaco.
6. Nel convento di Picpus furono trovate donne trattenute dai monaci sotto l'accusa di pazzia e destinate ad essere violentate e sepolte vive. Nella chiesa di S. Lorenzo furono rinvenuti scheletri di donne che già avevano subìto quella sorte.
7. Dove, scoppiata la rivoluzione del 1789, i fugiaschi costituiscono il principale centro della reazione aristocratica.
Il Manifesto del Partito Comunista
II. Proletari e Comunisti
In che rapporto sono i comunisti con i proletari in genere?
I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai.
I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato.
I comunisti non pongono princìpi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario.
I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia.
Quindi in pratica i comunisti sono la parte progressiva più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, e quanto alla teoria essi hanno il vantaggio sulla restante massa del proletariato, di comprendere le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento proletario.
Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato.
Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su princìpi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo.
Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. L'abolizione di rapporti di proprietà esistiti fino a un dato momento non è qualcosa di distintivo peculiare del comunismo.
Tutti i rapporti di proprietà sono stati soggetti a continui cambiamenti storici, a una continua alterazione storica.
Per esempio, la rivoluzione francese abolì la proprietà feudale in favore di quella borghese.
Quel che contraddistingue il comunismo non è l'abolizione della proprietà in generale, bensì l'abolizione della proprietà borghese.
Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e la più perfetta espressione della produzione e dell'appropriazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nella frase: abolizione della proprietà privata. Ci si è rinfacciato, a noi comunisti che vogliamo abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto del lavoro diretto e personale; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale.
Proprietà frutto del proprio lavoro, acquistata, guadagnata con le proprie forze! Parlate della proprietà del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non c'è bisogno che l'aboliamo noi, l'ha abolita e la va abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell'industria.
O parlate della moderna proprietà privata borghese?
Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea proprietà a questo proletario? Affatto. Il lavoro del proletario crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. La proprietà nella sua forma attuale si muove entro l'antagonismo fra capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due termini di questo antagonismo. Essere capitalista significa occupare nella produzione non soltanto una pura posizione personale, ma una posizione sociale.
Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo mediante una attività comune di molti membri, anzi in ultima istanza solo mediante l'attività comune di tutti i membri della società.
Dunque, il capitale non è una potenza personale; è una potenza sociale.
Dunque, se il capitale viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti i membri della società, non c'è trasformazione di proprietà personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere sociale della proprietà. La proprietà perde il suo carattere di classe.
Veniamo al lavoro salariato.
Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoro, cioè è la somma dei mezzi di sussistenza che sono necessari per mantenere in vita l'operaio in quanto operaio. Dunque, quello che l'operaio salariato s'appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza. Noi non vogliamo affatto abolire questa appropriazione personale dei prodotti del lavoro per la riproduzione della esistenza immediata, appropriazione che non lascia alcun residuo di profitto netto tale da poter conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, nella quale l'operaio vive solo allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l'interesse della classe dominante.
Nella società borghese il lavoro vivo è soltanto un mezzo per moltiplicare il lavoro accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è soltanto un mezzo per ampliare, per arricchire, per far progredire il ritmo d'esistenza degli operai.
Dunque nella società borghese il passato domina sul presente, nella società comunista il presente domina sul passato. Nella società borghese il capitale è indipendente e personale, mentre l'individuo operante è dipendente e impersonale.
E la borghesia chiama abolizione della personalità e della libertà l'abolizione di questo rapporto! E a ragione: infatti, si tratta dell'abolizione della personalità, della indipendenza e della libertà del borghese.
Entro gli attuali rapporti di produzione borghesi per libertà s'intende il libero commercio, la libera compravendita.
Ma scomparso il traffico, scompare anche il libero traffico. Le frasi sul libero traffico, come tutte le altre bravate sulla libertà della nostra borghesia, hanno senso, in genere, soltanto rispetto al traffico vincolato, rispetto al cittadino asservito del medioevo; ma non hanno senso rispetto alla abolizione comunista del traffico, dei rapporti borghesi di produzione e della stessa borghesia.
Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà dell'enorme maggioranza della società.
In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà.
Certo, questo vogliamo.
Appena il lavoro non può più essere trasformato in capitale, in denaro, in rendita fondiaria, insomma in una potenza sociale monopolizzabile, cioè, appena la proprietà personale non può più convertirsi in proprietà borghese, voi dichiarate che è abolita la persona.
Dunque confessate che per persona non intendete nient'altro che il borghese, il proprietario borghese. Certo questa persona deve essere abolita.
Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione.
Si è obiettato che con l'abolizione della proprietà privata cesserebbe ogni attività e prenderebbe piede una pigrizia generale.
Da questo punto di vista, già da molto tempo la società borghese dovrebbe essere andata in rovina per pigrizia, poiché in essa coloro che lavorano, non guadagnano, e quelli che guadagnano, non lavorano. Tutto lo scrupolo sbocca nella tautologia che appena non c'è più capitale non c'è più lavoro salariato.
Tutte le obiezioni che vengono mosse al sistema comunista di appropriazione e di produzione dei prodotti materiali, sono state anche estese alla appropriazione e alla produzione dei prodotti intellettuali, come il cessare della proprietà di classe è per il borghese il cessare della produzione stessa, così il cessare della cultura di classe è per lui identico alla fine della cultura in genere.
Quella cultura la cui perdita egli rimpiange, è per la enorme maggioranza la preparazione a diventar macchine.
Ma non discutete con noi misurando l'abolizione della proprietà borghese sul modello delle vostre idee borghesi di libertà, cultura, diritto e così via. Le vostre idee stesse sono prodotti dei rapporti borghesi di produzione e di proprietà, come il vostro diritto è soltanto la volontà della vostra classe elevata a legge, volontà il cui contenuto è dato nelle condizioni materiali di esistenza della vostra classe.
Voi condividete con tutte le classi dominanti tramontate quell'idea interessata mediante la quale trasformate in eterne leggi della natura e della ragione, da rapporti storici quali sono, transeunti nel corso della produzione, i vostri rapporti di produzione e di proprietà. Non vi è più permesso di comprendere per la proprietà borghese quel che comprendete per la proprietà antica e per la proprietà feudale.
Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti.
Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica.
La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la scomparsa del capitale.
Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l'educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari.
E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l'influenza della società sull'educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l'educazione all'influenza della classe dominante.
La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.
Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne.
Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente farsi venire in mente se non che la sorte della comunanza colpirà anche le donne.
Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.
Del resto non c'è nulla di più ridicolo del moralissimo orrore che i nostri borghesi provano per la pretesa comunanza ufficiale delle donne fra i comunisti. I comunisti non hanno bisogno d'introdurre la comunanza delle donne; essa è esistita quasi sempre.
I nostri borghesi, non paghi d'avere a disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non parlare neppure della prostituzione ufficiale, trovano uno dei loro divertimenti principali nel sedursi reciprocamente le loro mogli.
In realtà il matrimonio borghese è la comunanza delle mogli. Tutt'al, più ai comunisti si potrebbe rimproverare di voler introdurre una comunanza delle donne ufficiale e franca al posto di una comunanza delle donne ipocritamente dissimulata. del resto è ovvio che, con l'abolizione dei rapporti attuali di produzione, scompare anche quella comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.
Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.
Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.
Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.
Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.
Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni.
Non meritano d'essere discusse in particolare le accuse che si fanno al comunismo da punti di vista religiosi, filosofici e ideologici in genere.
C'è bisogno di una profonda comprensione per capire che anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale?
Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.
Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza.
Quando il mondo antico fu al tramonto, le antiche religioni furono vinte dalla religione cristiana. Quando nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alle idee dell'illuminismo, la società feudale dovette combattere la sua ultima lotta con la borghesia allora rivoluzionaria. Le idee della libertà di coscienza e della libertà di religione furono soltanto l'espressione del dominio della libera concorrenza nel campo della coscienza.
Ma, si dirà, certo che nel corso dello svolgimento storico le idee religiose, morali, filosofiche, politiche, giuridiche si sono modificate. Però in questi cambiamenti la religione, la morale, al filosofia, la politica, il diritto si sono sempre conservati.
Inoltre vi sono verità eterne, come la libertà, la giustizia e così via, che sono comuni a tutti gli stati della società. Ma il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle; quindi il comunismo si mette in contraddizione con tutti gli svolgimenti storici avuti sinora.
A cosa si riduce quest'accusa? La storia di tutta quanta la società che c'è stata fino ad oggi s'è mossa in contrasti di classe che hanno avuto un aspetto differente a seconda delle differenti epoche.
Lo sfruttamento d'una parte della società per opera dell'altra parte è dato di fatto comune a tutti i secoli passati, qualunque sia la forma ch'esso abbia assunto. Quindi, non c'è da meravigliarsi che la coscienza sociale di tutti i secoli si muova, nonostante ogni molteplicità e differenza, in certe forme comuni: forme di coscienza, che si dissolvono completamente soltanto con la completa scomparsa dell'antagonismo delle classi.
La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di proprietà; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale.
Ma lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo.
Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s'eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.
Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.
Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi despotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell'economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell'intero sistema di produzione.
Queste misure saranno naturalmente differenti a seconda dei differenti paesi.
Tuttavia, nei paesi più progrediti potranno essere applicati quasi generalmente i provvedimenti seguenti:
1.- Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.
2.- Imposta fortemente progressiva.
3.- Abolizione del diritto di successione.
4.- Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
5.- Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.
6.- Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.
7.- Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.
8.- Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.
9.- Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e della industria, misure atte ad eliminare gradualmente l'antagonismo fra città e campagna.
10.- Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell'istruzione con la produzione materiale e così via.
Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d'esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.
Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.
KARL MARX (Treviri 1818 – Londra 1883)
E’ considerato insieme a Nietzsche e Freud uno dei maestri del sospetto.
Di famiglia ebrea, convertitasi al protestantesimo per ragioni di opportunità politica.
Per mezzo del padre riceve un’educazione di stampo razionalistico e liberale.
S’iscrive prima a Giurisprudenza, poi passa a Filosofia e si laurea con la tesi sulla differenza tra Democrito ed Epicuro.
Abbandonati i progetti di carriera universitaria, si dedica al giornalismo politico.
Divenuto caporedattore della “Gazzetta renana” è costretto a trasferirsi a Parigi in seguito all’interdizione del giornale da parte del governo prussiano di Guglielmo IV, perché aveva affrontato temi politici radicali per la libertà di stampa.
Nel 1843 termina la stesura “critica della filosofia del diritto di Hegel”.
A Parigi stringe con Engels una amicizia che durerà tutta la vita e che gli sarà di conforto intellettuale, morale e materiale. Sempre in quest’anno diventa teorico del comunismo, quindi passa dal liberalismo al comunismo.
Marx inizialmente fece parte anche della sinistra hegeliana, poi con Engels scrive testi prendendo le distanze dalla filosofia tedesca e dalla sinistra hegeliana ritenuta troppo astratta. Viene espulso anche dalla Francia. Nel 1847 si tiene a Londra il primo congresso della “Lega dei Comunisti” e Marx, che non può parteciparvi, viene rappresentato da Engels. Esce nel 1848 il “Manifesto del Partito Comunista” (scritto teorico per la lega di Londra).
Viene espulso anche dalla Germania, dove aveva fondato la “Nuova Gazzetta renana”.
Emigra a Londra, dove inizia a lavorare alla British Museum aiutato anche da Engels.
Nel 1864 viene fondata l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, nella quale Marx è figura dominante. Nel 1867 esce il primo libro del tre del “Capitale”. Nel 1883 muore a Londra.
CARATTERISTICHE DEL MARXISMO
MERITI E CRITICHE DELLE INFLUENZE CULTURALI CHE NE STANNO ALLA BASE
Il Marxismo si pone come l’analisi globale della società e della storia, quindi non si pone come una filosofia teorica, ma come filosofia della prassi. Infatti l’interpretazione dell’uomo e del suo mondo, deve sfociare in un impegno di trasformazione rivoluzionaria.
- ECONOMIA CLASSICA INGLESE (Smith, Ricardo) 1700-1800.
Marx fa una critica globale della civiltà moderna e dello stato liberale.
Mentre nella polis greca l’individuo si trovava in “un’unità sostanziale” con la comunità di cui faceva parte e non conosceva antitesi tra sfera individuale e sfera sociale, fra società e stato, nel mondo moderno l’uomo è costretto a vivere come due vite:
- una “in terra” come “borghese”, cioè nell’ambito dell’egoismo e degli
interessi particolari;
- l’altra “in cielo” come “cittadino”, ovvero nella sfera superiore dello
Stato e dell’interesse comune.
Quindi, la civiltà moderna rappresenta da una parte la società dell’egoismo e delle particolarità “reali” e dall’altra la società della fratellanza e delle universalità “illusorie”.
Il tratto essenziale della civiltà moderna è “l’individualismo”, cioè la “separazione” del singolo dal tessuto comunitario. E siccome lo Stato post-rivoluzionario legalizza questa situazione, riconoscendo, quali “diritti dell’uomo”, la libertà individuale e la proprietà privata, esso non è altro che la proiezione politica di una società strutturalmente a-sociale o contro-sociale.
Di conseguenza, criticando la società moderna, rifiuta la civiltà liberale (basata sulla proprietà privata, sulla libertà individuale e sul principio di rappresentanza); Marx ha un’ideale di società che ha come modello la democrazia sostanziale o totale, che si fonda sull’eliminazione delle disuguaglianze tra gli uomini e in particolare della proprietà privata. Per attuarla concretamente Marx pensa che sia necessaria la rivoluzione sociale, che deve essere eseguita dal proletariato.
Infatti per Marx è proprio la classe priva di proprietà, ovvero la classe che soffre maggiormente “dell’alienazione” prodotta dalla società borghese, quella destinata a realizzare la democrazia comunista.
Di conseguenza, all’ideale dell’emancipazione politica, che mira alla democrazia e all’uguaglianza formale, Marx contrappone l’ideale di una emancipazione UMANA che mira alla democrazia e all’uguaglianza sostanziale, ovvero al recupero “dell’essenza sociale dell’uomo”.
I teorici dell’economia classica sono criticabili anche perché non hanno tenuto conto della STORICITA’ e di una VISIONE DIALETTICA della realtà.
Infine considerano il sistema capitalistico non come un sistema economico fra i tanti, ma come il modo naturale, immutabile e razionale di produrre e di distribuire la ricchezza (quindi si basano su categorie sovrastoriche eterne).
Pensano che possa esistere solo il loro tipo di società, non ammettendo alternative.
Mentre Marx pensa che la storia si fondi invece sui rapporti di produzione destinati ad esaurirsi, perché il capitalismo si rovescerà in comunismo.
- PENSIERO SOCIALISTA – UTOPISTICO (Saint-Simon, Owen)
Pensano che per migliorare le condizioni della classe lavoratrice della seconda rivoluzione industriale si debba pensare al miglioramento globale della società.
Questo miglioramento si dovrebbe attivare attraverso la statalizzazione dei mezzi di produzione, dei beni, dell’economia; quindi in contrasto con i liberisti.
Vogliono la statalizzazione delle risorse economiche per garantire l’uguaglianza.
Teorizzano anche l’eliminazione della proprietà privata (es. le comuni).
Quindi anche loro criticano la società borghese, proponendo il rovesciamento del liberismo nel comunismo, ma Marx li critica perché sono utopisti e quindi non attuano una lotta concreta. Si appellano solo ai principi morali dell’uomo.
- CRITICA E PUNTI DI CONTATTO CON LA FILOSOFIA TEDESCA (Hegel e Feuerbach)
Hegel: il pensiero di Marx deve essere compreso a partire da quello di Hegel.
I suoi meriti sono la visione dialettica della realtà, l’importanza della storia, lo stato etico, la democrazia sostanziale, la critica al liberismo (anche se dice che lo stato migliore in cui vivere è lo stato borghese e quindi capitalista).
Mentre critica la sua astrattezza, infatti non pone come soggetto l’uomo nella sua concretezza. Secondo Marx l’uomo dipende dalla struttura della società, mentre in Hegel prevale una visione conservatorista (santifica la realtà esistente e le istituzioni sociali in cui essa s’incarna.
Feuerbach: Marx pensa che sia il <<vero superatore della vecchia filosofia>> perché rivendica la naturalità e la concretezza degli uomini.
Però lo critica perché non considera l’uomo come un essere storico, quindi critica la sua astoricita’.
Per Marx infatti l’uomo cambia a seconda dei rapporti economici e quindi sociali.
I bisogni dell’uomo cambiano in rapporto delle epoche storiche. Inoltre anche se Feuerbach ha “scoperto” il meccanismo generale dell’alienazione religiosa - per cui non è Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a “proiettare” Dio sulla base dei propri bisogni – egli non è stato in grado di cogliere le cause reali del fenomeno religioso, né di offrire dei validi mezzi per il suo superamento.
Infatti chi produce la religione non è un soggetto astratto, ma un individuo che è un “prodotto sociale”. Quindi per Marx le radici del fenomeno religioso vanno cercate nella condizione storica. La religione è per Marx “l’oppio dei popoli”, è il prodotto di un’umanità alienata e sofferente a causa delle ingiustizie sociali, che cerca illusoriamente nell’aldilà ciò che gli è negato di fatto nell’aldiqua.
L’unico modo per sradicarla è quello di distruggere le strutture sociali che la producono. Quindi la disalienazione religiosa ha come presupposto disalienazione economica.
Anche Feuerbach ha ignorato l’aspetto attivo e pratico della natura umana e ha cercato la soluzione dei problemi reali nella dimensione della teoria, trascurando completamente l’aspetto della PRAXIS rivoluzionaria.
Quindi Marx considera la filosofia di Feuerbach un’ideologia (in senso negativo, in senso di astrattezza). Marx gli oppone un nuovo materialismo, che considera l’uomo soprattutto come PRASSI, ritenendo che la soluzione dei problemi non sia da ricercarsi nelle speculazione, ma nell’azione: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo”
La concezione materialistica della storia
L’intento di Marx è quello di svelare la verità della storia, attraverso un’analisi scientifica. Concepisce la storia come processo “materiale” alla cui base sta il lavoro. Pensa la storia basata sui rapporti di produzione, sui rapporti economici. Infatti l’uomo si differenzia dall’animale per il lavoro e produce esso stesso i suoi beni di sussistenza (MATERIALISMO STORICO).
L’uomo soddisfa i propri bisogni con il lavoro che è quindi l’essenza dell’uomo.
Il lavoro dell’uomo modifica l’ambiente, quest’ultimo diventa sempre più complesso e necessita della divisione del lavoro in manuale e intellettuale, che è molto negativa per Marx. La base materiale, economica della società si chiama “STRUTTURA”. Questa è in particolare il modo di produzione. La struttura è data da: FORZE DI PRODUZIONE (produttori, mezzi, conoscenze tecniche) e da RAPPORTI DI PRODUZIONE (rapporti tra le persone coinvolte nel ciclo produttivo, tra lavoratori e chi detiene la proprietà, e la ripartizione di ciò che si produce. Giuridicamente esprimono i rapporti di proprietà).
Il modo di produzione condiziona il processo sociale, politico e spirituale della vita, quindi determina la SOVRASTRUTTURA, che è l’apparato critico che deve la sua esistenza a quella materiale. E’ il riflesso della base materiale, ma la sovrastruttura non può cambiare il mondo, perché solo se l’economia cambia, cambiano le idee. Quindi solo cambiando la struttura vi sarà un cambiamento di classe. Quando la sovrastruttura perde i contatti con la base economica e pensa quindi di poter cambiare la società senza confrontarsi con la struttura, allora diventa IDEOLOGIA. Infatti non si può cambiare l’ordine delle idee senza sconfiggere la struttura, che va distrutta attraverso la rivoluzione. La dialettica è quindi interna alla struttura.
CICLO DIALETTICO:
Le forze di produzione generano i rapporti di produzione, quindi ad un determinato grado di sviluppo delle forze di produzione tendono a corrispondere i rapporti di produzione. Ma oltre a questa corrispondenza, c’è anche una contraddizione interna, insita nella struttura: infatti le forze di produzione cambiano volto più rapidamente dei rapporti di produzione, per cui il dinamismo delle forze di produzione fa sì che si producano contrasti tra classe emergente e classe dominante.
Infatti se i rapporti di produzione rappresentano un ostacolo per le forze di produzione, questi vengono distrutti, cambiati.
Quindi la rivoluzione coincide con un stato di scontro tra le forze di produzione e i rapporti di produzione e tra le classi che le incarnano e rappresentano (MATERIALISMO DIALETTICO).
Questo modello teorico trova la sua esemplificazione nella Francia del ‘700, dove vi fu uno scontro fra borghesia (espressione delle nuove forze produttive di tipo capitalistico) e l’aristocrazia (espressione dei vecchi rapporti agrario-feudali).
Vinse alla fine la borghesia, che riuscì ad imporre i suoi rapporti di proprietà e la sua visione del mondo. Quindi la classe in ascesa instaurerà una nuova struttura, che porterà ad una nuova sovrastruttura.
Quindi Marx per analizzare la storia, analizza i tipi di economia che l’hanno caratterizzata, che si sono succeduti in modo dialettico:
- Comunismo primitivo.
- Epoca antica.
- Epoca feudale (nascita proprietà privata).
- Capitalismo.
- Comunismo.
Marx pensa che si tornerà al comunismo primitivo superando lo stadio capitalista.
La borghesia ha moltissimi pregi (dinamicità), però questi pregi diventano difetti, perché aprendo sempre più mercati, tentando di portare il progresso ovunque, ha portato anche il lavoro ovunque, rendendolo sociale.
Quindi le forze di produzioni sociali sono entrate in contraddizione con il carattere privato dei rapporti di produzione.
Nel “MANIFESTO” è contenuta l’analisi della classe borghese.
Quindi la storia è mossa dalla contraddizione e trova la sua chiave interpretativa nella dialettica della base socio-economica. Quindi riprende la dialettica hegaliana, ma la pone “sui piedi” anziché “sulla testa”:
- In quanto il soggetto della dialettica storica non è più lo spirito, ma la struttura economica e le classi;
- In quanto la dialettica è osservabile scientificamente nei fatti stessi;
- In quanto le opposizioni che muovono la storia sono concrete e determinate.
IL CAPITALISMO
Ha due caratteristiche: la produzione di merci e il plus-valore.
La merce: deve avere l’utilità di soddisfare i bisogni quindi il VALORE D’USO; viene scambiata con qualcosa di equivalente (VALORE DI SCAMBIO) calcolato sulla base del lavoro sociale necessario per produrre.
La merce viene considerata come un FETICCIO e quindi come un’entità avente valore di per sé, dimenticando che essa è invece il frutto dell’attività umana e di determinati rapporti sociali.
Il capitalismo come finalità la produzione di sempre più denaro: il proletario produce con il suo lavoro non solo la merce, ma anche il denaro, quindi si ottiene sempre più denaro sfruttando i lavoratori. Quindi il ciclo economico capitalistico è dato da D.M.D’. (denaro – merce – più denaro). Infatti il capitalista investe del denaro in una merce per ottenere più denaro.
Il PLUS-VALORE, cioè l’incremento sul valore originario deriva dalla possibilità, da parte del capitalista, di “comprare” ed “usare” una merce PARTICOLARE, che risulta in grado di produrre valore (corrispondente alla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla).
Questa è la “merce umana”, l’operaio, che producendo ad esempio 10, mentre a lui viene corrisposto un salario corrispondente a 6, è costretto a “regalare” al capitalista l’eccedenza di 4.
Il plus-valore discende quindi dal plus-lavoro dell’operaio e s’identifica con la porzione di valore da lui gratuitamente offerta al capitalista (sfruttamento: riduzione dell’uomo a mezzo).
Il capitalista dispone dei mezzi di produzione, mentre il lavoratore dispone unicamente della propria energia lavorativa ed è costretto, per vivere, a “vendersi” sul mercato, in vista del salario.
Dal plus-valore deriva il profitto, che è dato da: PLUS-VALORE/CAPITALE VARIABILE (salari) + CAPITALE COSTANTE (macchinari).
Ci sono varie contraddizioni nel capitalismo che dipendono dalla contraddizione di fondo, cioè dal contrasto tra le forze produttive sempre più sociali e il carattere privatistico dei rapporti di produzione e di proprietà (la proprietà privata è infatti la base del capitalismo, è la fonte di diseguaglianze: pochi che detengono tutte le proprietà e molti che non hanno niente).
Per accrescere il profitto si comincia a pensare ad una maggiore produttività del lavoro. Quindi occorre introdurre in continuazione nuovi più efficienti metodi e strumenti di lavoro; nasce perciò l’industria meccanizzata, nella quale possono introdurre anche donne e bambini. Ma proprio l’aumento di produttività conseguita con l’uso delle macchine genera, accanto alla conflittualità operaia, il fenomeno delle crisi cicliche di sovrapproduzione.
Questo risulta dal fatto che il capitalismo o almeno quello “classico” dei tempi di Marx, è caratterizzato dal fenomeno dell’anarchia della produzione, la quale fa sì che i capitalisti si precipitano “alla cieca” nei settori dove il profitto è più alto, facendo sì che si verifichi un eccesso di produzione rispetto alle esigenze del mercato. Tutto ciò che genera la crisi, che ha come effetti sia la distruzione capitalistica dei beni (spesso quelli di cui avrebbero più bisogno le classi povere) che la disoccupazione.
Inoltre con il continuo rinnovamento tecnologico si genera anche la caduta tendenziale del profitto: accrescendo smisuratamente il capitale costante rispetto a quello variabile, diminuisce il profitto. Quindi si arriva alla SCISSIONE DELLA SOCIETA’ IN DUE SOLE CLASSI ANTAGONISTE e si prospetta quindi la fine del capitalismo, perché i capitalisti sono la minoranza industriale mentre i proletari sono la maggioranza sfruttata: c’è perciò lo scoppio inevitabile della rivoluzione.
LA RIVOLUZIONE E I CARATTERI DELLA SOCIETA’ COMUNISTA
- Il proletariato dovrà quindi attuare il passaggio dal capitalismo al comunismo, quindi è investito di una missione storico-universale. Infatti la rivoluzione comunista non abolisce soltanto un tipo particolare di proprietà privata, di divisione del lavoro e di dominio di classe, ma ne cancella ogni forma, dando origine a un’epoca nuova nella storia del mondo.
La rivoluzione viene garantita dal partito comunista, che funge da coscienza di classe e suggerisce quindi come muoversi.
Lo strumento della trasformazione rivoluzionaria è la SOCIALIZZAZIONE dei mezzi di produzione e di scambio, che passando dalle mani dei privati a quelle della comunità pongono fine al fenomeno del plus-valore e dello sfruttamento di classe. Marx ipotizza anche la possibilità di una via “pacifica” per attuare la rivoluzione.
La rivoluzione proletaria deve in ogni modo abbattere lo stato borghese e le sue forme istituzionali.
Il compito del proletariato, però, non è quello di impadronirsi della macchina statale borghese, manovrandola per i propri scopi, ma quello di “spezzarne” i meccanismi istituzionali di fondo. Infatti lo stato è visto come “macchina” al servizio della borghesia.
Infine si arriva al “superamento” dello stato. Stati storicamente esistiti si sono sempre configurati come strumento di oppressione e come dittature di classe, quindi il proletariato deve abolire le classi.
- In Marx non c’è un modello dettagliato della futura società. Rifiuta comunque il comunismo “rozzo” (Rousseau) in cui la proprietà viene abolita solo per essere trasformata in proprietà di tutti.
Infatti la proprietà, invece di venire soppressa, viene universalizzata o nazionalizzata, cioè attribuita alla comunità, mentre gli uomini sono tutti ridotti ad operai, con un medesimo salario.
Questa “rozzezza” è svelata anche dalla pretesa comunanza delle donne.
Mentre Marx ha l’ideale di un comunismo autentico basato sulla effettiva soppressione della proprietà, dato dal fatto che l’uomo cessa di intrattenere con il mondo rapporti di puro possesso e consumo. All’HOMO ECONOMICUS Marx contrappone un uomo “NUOVO” considerato come un essere “onnilaterale” e “totale”, che esercita in modo creativo l’insieme delle sue potenzialità, intrattenendo un rapporto poliedrico con la realtà e con gli altri uomini.
Marx distingue due fasi per la futura società comunista:
- Nella prima, ancora imperfetta, abbiamo una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base, ma come emerge dalla società capitalista;
- Mentre nella seconda fase si arriva a una forma “superiore” di comunismo.
I caratteri della società comunista sono quindi: l’abolizione della divisione del lavoro e dell’antitesi fra occupazione “manuale” e “intellettuale”; l’idea di un lavoro non costrittivo (mezzo di vita) bensì creativo (bisogno di vita), l’idea di un’umanità “onnilaterale”, il rilievo attribuito allo sviluppo delle forze produttive per portare ad uno stato in cui ognuno possa avere secondo i suoi bisogni: l’abolizione di proprietà privata, di classe, di stato; deve essere inoltre senza sfruttamento, senza miseria e senza divisioni fra gli uomini.
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Karl Marx
I suoi scritti più importanti sono “L’ideologia tedesca”, il “Manifesto del partito comunista” e “Il Capitale”.
Marx critico di Hegel
Sin dai primi scritti di Marx si può notare il distacco dalla filosofia di Hegel. Marx si oppone a Hegel dicendo che le istituzioni giuridiche, politiche e lo Stato stesso non possono spiegarsi da sé in virtù dello sviluppo dello Spirito umano, ma risultano dalle condizioni materiali di vita.
Marx respinge l’ideologia di Hegel e lo accusa di due cose fondamentalmente: a) di subordinare la società civile allo Stato; b) di invertire il soggetto e il predicato: gli individui umani, cioè i soggetti reali, diventano in Hegel predicati della sostanza universale. Ma, ribadisce Marx, come non è la religione che crea il popolo ma il contrario, così non è la costituzione a creare l’uomo, ma l’uomo a creare la costituzione.
Marx critico della Sinistra hegeliana
La Sinistra trasformò l’idealismo in materialismo e fece della religione cristiana un fatto puramente umano, ma ciò non bastò secondo Hegel. Marx sottolinea il fatto che i Giovani hegeliani siano comunque idealisti: il loro errore o meglio il loro limite è stato nel non ricercare il nesso tra la filosofia tedesca e la realtà tedesca, il nesso tra la loro critica e l’ambiente materiale.
Marx critico degli economisti classici
L’anatomia della società civile è fornita dall’economia politica. Marx deve molto agli economisti precedenti a lui che gettarono le basi della teoria secondo cui il valore deriva dal lavoro. Marx continuò il loro lavoro e sviluppò questa teoria, infatti egli dimostrò che il valore di ogni merce è determinato dalla quantità di lavoro necessario. Ma un passo avanti fu fatto da Marx: là dove gli economisti borghesi vedevano dei rapporti tra oggetti (scambio di una merce con l’altra) Marx scoprì dei rapporti tra gli uomini. Dallo studio degli economisti classici Marx ricava che alla massima produzione corrisponde l’impoverimento dell’operaio. L’economia politica classica dice che le cose vanno così ma non le spiega, come non dà spiegazioni riguardo la proprietà privata. Marx invece tenta di spiegare l’origine di essa, tenda di mostrare che non è una legge ma un fatto. Marx afferma che il capitale è la proprietà privata dei prodotti del lavoro altrui. Essa non è un dato assoluto da presupporre in ogni argomentazione, ma piuttosto una conseguenza
dell’espropriazione del lavoro dell’operaio.
Marx critico del Socialismo utopistico
Marx distingue il suo socialismo dagli altri tipi, in particolare dal socialismo e comunismo utopistico. Gli ideatori di questi movimenti hanno gli indubbi meriti di aver visto l’antagonismo delle classi e di aver fornito materiale per illuminare gli operai. Tuttavia scivolano nell’utopismo perché sì criticano la società capitalistica ma non sanno trovare vie d’uscita.
Marx e la critica alla religione
Feuerbach aveva sostenuto che la teologia è antropologia (à umanesimo materialista) e su questo punto Marx è d’accordo con lui. Tuttavia Feuerbach si è fermato davanti al problema di capire perché l’uomo crea la religione. Marx dà una risposta: gli uomini alienano il loro essere proiettandolo in un Dio immaginario quando la società non permette loro lo sviluppo e la realizzazione della loro umanità. Anche Feuerbach, come la sinistra hegeliana, non inserisce la sua filosofia nel contesto storico e sociale del tempo. La religione secondo Marx è l’opera di una umanità sofferente ed oppressa.
Marx e l’alienazione del lavoro
Spostando lo sguardo dalla religione alla società Marx trova uomini alienati, espropriati del loro valore di uomini ad opera dell’espropriazione o alienazione del loro lavoro. Se guardiamo la società vediamo che il lavoro non viene fatto più per oggettivare la propria umanità, le proprie idee e progetti nella materia prima. Vediamo invece che l’uomo lavora per la sua pura sussistenza. La proprietà privata rende il lavoro costrittivo. L’operaio viene mutilato nella sua creatività e umanità; è una merce nelle mani del Capitale. Il superamento di questa alienazione del lavoro avviene attraverso la lotta di classe che eliminerà la proprietà privata e il lavoro alienato.
Cos’è l’alienazione del lavoro? Essa consiste nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere. Il suo lavoro non è il soddisfacimento di un bisogno ma un mezzo per soddisfare bisogni estranei. Perciò l’uomo si sente libero solo nelle sue funzioni animali (bere, mangiare, riprodursi..) e si sente una bestia nel lavoro.
L’alienazione fa sì che l’operaio diventi tanto più povero quanto più produce.
Il materialismo storico
L’alienazione del lavoro introduce un’altra fondamentale teoria di Marx, il materialismo storico: consiste nella tesi secondo cui non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è il loro essere sociale che determina la loro coscienza.
Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni ma sono condizionati dal modo della loro produzione. Ciò che gli individui sono dipende dalle condizioni materiali della loro produzione. L’essenza dell’uomo sta nella sua capacità produttiva. La storia vera e fondamentale è quella di individui reali, della loro azione per trasformare la natura e delle loro condizioni materiali di vita. La coscienza e le idee seguono da questa storia, si intrecciano ad essa: non sono autonome e propriamente non hanno una storia
Il materialismo dialettico
Il materialismo di Marx è storico e offre come filo conduttore per lo studio della storia la teoria per cui le idee (giuridiche, filosofiche, religiose,…) sono il riflesso della struttura economica; cosicché si avrà un mutamento di idee quando muterà la situazione economica. Esiste dunque un condizionamento da parte della struttura economica sulla sovrastruttura della coscienza dell’uomo. Ma il materialismo di Marx è anche dialettico: Marx riconosce il merito ad Hegel di aver cominciato ovunque con l’opposizione di determinazioni e la trasporta dalle idee alla storia. Con essa Marx può comprendere il movimento reale della storia e anche lo stato attuale delle cose. Ma essa ci permette di capire anche la necessaria fine dello stato attuale delle cose: lo scontro tra lo stato di cose esistente e la negazione di esso è inevitabile e tale scontro si risolverà con il superamento dello stato di cose esistente. A suo avviso ogni momento storico genera contraddizioni che sono la molla dello sviluppo storico. Marx sostiene che la dialettica è la legge di sviluppo della realtà storica e che tale legge esprime la necessità del passaggio dalla società capitalistica alla società comunista, con la conseguente fine della proprietà privata e dell’alienazione.
LA LOTTA DI CLASSE
L’antagonismo tra borghesia e proletariato
La storia di ogni società esistita fino al nostro tempo è la storia di lotta tra classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei,…, furono continuamente in lotta e ogni volta è finita o con una trasformazione della società o con la rovina di entrambi le classi. La nostra epoca non ha eliminato la lotta, ma ha semplificato i vari fronti, riducendoli a 2: borghesia e proletariato. Per borghesia s’intende la classe dei moderni capitalisti, proprietari di mezzi di produzione e assuntori di salariati. Per proletariato si intende la classe dei moderni salariati i quali non avendo mezzi di produzione propri devono vendere la loro forza-lavoro per vivere.
Dalla società feudale a quella borghese
…to be written
Dalla società borghese all’egemonia del proletariato
Proprio secondo la legge della dialettica, come la borghesia è la contraddizione interna del feudalesimo così il proletariato è la contraddizione interna della borghesia. La borghesia si sviluppa e cresce alimentando il proletariato. La borghesia produce i suoi seppellitori.
$$ IL CAPITALE $$
Il valore delle merci è determinato dal lavoro
L’analisi del “Capitale” inizia con l’analisi della merce. La merce ha un duplice valore: valore di uso e valore di scambio. Il valore d’uso si basa sulla qualità della merce che proprio grazie alla sua qualità soddisfa un bisogno piuttosto che un altro. Vediamo che nel mercato le merci vengono scambiate, per esempio venti kg di caffè con 20mt di tela. Queste due merci hanno in comune per poter essere scambiate il valore di scambio. Il valore di scambio è qualcosa di identico che esiste in merci differenti. Questo valore è dato dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla. Una merce si può scambiare con un'altra, anche per mezzo di moneta, solo se il lavoro impiegato è lo stesso. Quindi si capisce bene perché Marx vede nel commercio un rapporto tra uomini.
Anche la forza-lavoro è un merce che il proprietario (il proletario) vende in cambio del salario al proprietario del capitale. Il capitalista paga giustamente per mezzo del salario la forza lavoro che acquista.
Il concetto di plusvalore
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La forza lavoro è una merce fonte di valore. Il datore di lavoro, avendo acquistato questa merce ha il diritto di sfruttare la sua particolare caratteristica, cioè fa lavorare il dipendente. Se l’operaio in 6 ore produce beni del valore del suo stipendio, tutto ciò che produce nelle 6 rimanenti è un prodotto che il capitalista non paga. Questo prodotto supplementare è chiamato da Marx plusvalore.
Il processo dell’accumulazione capitalistica
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Il processo di accumulazione capitalistica è D-M-D’: D è il denaro speso per l’acquisto della merce M (macchinari vari e forza lavoro) e D’ è il denaro ricavato dalla ventita dei beni prodotti, che grazie al plusvalore sarà sempre maggiore di D.
-L’avvento del consumismo-
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Il passaggio necessario da una società classista a una società senza classi
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La borghesia, come è stato per il feudalesimo, per esistere e svilupparsi deve produrre al suo interno la classe che la porterà alla morte, il proletariato. Il passaggio dalla società borghese al comunismo non è frutto della realizzazione di alcun ideale, ma è un passaggio obbligato, necessario. Il comunismo è il ritorno dell’uomo a se stesso.
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La dittatura del proletariato
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Il passaggio al comunismo non si realizzerà subito. Innanzitutto si avrà una dittatura del proletariato, la quale accentrerà tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, governato dal proletariato.
IL CAPITALE DI KARL MARX
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compendio di Carlo Cafiero
I - MERCE, MONETA, RICCHEZZA E CAPITALE
La merce è un oggetto che ha un doppio valore: valore di uso e valore di scambio, o valore propriamente detto. Se posseggo, per esempio, 20 chili di caffè, io posso, sia consumarli per mio proprio uso, sia scambiarli con 20 metri di tela, o con un abito, o con 250 grammi di argento, se, invece di caffè, ho bisogno di una di queste tre merci.
Il valore di uso della merce è basato sulle qualità proprie della merce stessa, la quale è, da quelle sue qualità, destinata a soddisfare il tale, e non il tal altro bisogno nostro. Il valore d'uso dei 20 chili di caffè è basato sulle qualità che il caffè possiede; le quali qualità sono tali, che lo rendono atto a darci quella bevanda nota a tutti, ma non lo rendono capace a vestirci, né a servirci di materia per una camicia. È perciò che noi possiamo profittare del valore d'uso dei 20 chili di caffè, solamente se sentiamo bisogno di bere il caffè; ma se invece sentiamo il bisogno di una camicia, o di vestire un abito del valore d'uso dei 20 chili di caffè, non sappiamo che farne; o, per meglio dire, non sapremmo che farne, se accanto al valore d'uso, non vi fosse, nella merce, il valore di scambio. Noi infatti troviamo un altro che possiede un abito, ma che non ne ha bisogno, ed ha bisogno invece di caffè. Allora si fa subito uno scambio. Noi gli diamo i 20 chili di caffè ed egli ci dà l'abito.
Ma succede che le merci, mentre differiscono tutte fra loro per le loro qualità diverse, cioè per il loro valore di uso, si possano poi tutte scambiare fra di loro in date proporzioni? Noi lo abbiamo già detto.
Perché, accanto al valore di uso, trovasi nella merce il valore di scambio. Ora, la base del valore di scambio, o valore propriamente detto, è il lavoro umano richiesto per la produzione. La merce è procreata dal lavoratore; il lavoro umano è la sostanza generativa che le dà l'esistenza. Tutte le merci adunque, benché diverse fra loro per le qualità, sono perfettamente simili nella sostanza, perché, figlie di un medesimo padre, hanno tutte il medesimo sangue nelle loro vene. Se 20 chili di caffè si scambiano con un abito, o con 20 metri di tela, egli è appunto perché per produrre 20 chili di caffè ci vuole tanto lavoro umano, quanto ce ne vuole per produrre un abito, o 20 metri di tela. La sostanza dunque del valore è il lavoro umano, e la grandezza del valore è determinata dalla grandezza dello stesso lavoro umano. La sostanza del valore è la stessa in tutte le merci; dunque non resta che eguagliarne la grandezza, perché le merci siano, come espressione di valore, tutte uguali fra loro, tutte scambiabili cioè l'una con l'altra.
La grandezza del valore dipende dalla grandezza del lavoro; in 12 ore di lavoro si produce un valore doppio di quello che si produce in sei ore solamente. Dunque, direbe alcuno, più un operaio è lungo a lavorare, per inabilità o per pigrizia, pi
valore produce. Niente di più falso. Il lavoro, che forma la sostanza del valore, non è il lavoro di Pietro o di Paolo, ma un lavoro medio, che è sempre uguale, e che è detto propriamente lavoro sociale. Esso è quel lavoro, che, in un dato centro di produzione, può farsi in media da un operaio, il quale lavori con una media abilità ed una media intensità.
Conosciuto il doppio carattere della merce, di essere, cioè, un valore di uso e un valore di scambio, si comprenderà che la merce può nascere solamente per opera del lavoro, e di un lavoro utile a tutti. L'aria per esempio, le praterie naturali, la terra vergine ecc. sono utili all'uomo, ma non costituiscono per lui alcun valore, perché non sono il prodotto del suo lavoro e, per conseguenza, non sono merci. Noi possiamo fabbricarci oggetti per i nostri propri usi, ma che non possono essere utili per gli altri; in tal caso non produciamo merci; come ancor meno ne produciamo quando lavoriamo intorno ad oggetti, che non hanno alcuna utilità né per noi né per gli altri.
Le merci, dunque, si scambiano tra loro; l'una, cioè, si presenta come l'equivalente dell'altra. Per la maggiore comodità degli scambi si comincia a servirsi sempre di una data merce come equivalente; la quale esce così dal rango di tutte le altre, per mettersi di fronte ad esse quale equivalente generale, cioè moneta. La moneta perciò è quella merce che, per la consuetudine e per la sanzione legale, ha monopolizzato il posto di equivalente generale. Così è avvenuto da noi per l'argento. Mentre prima 20 chili di caffè, un abito, 20 metri di tela e 250 grammi di argento erano quattro merci, che si scambiavano indistintamente fra loro, oggi invece si ha che 20 chili di caffè, 20 metri di tela ed un abito sono tre merci, che valgono 250 grammi di argento, cioè 50 lire.
Però, sia che lo scambio si faccia immediatamente da merce a merce, sia che lo scambio si faccia mediante la moneta, la legge degli scambi resta sempre la stessa. Una merce non si può mai scambiare con un'altra, se il lavoro che ci vuole per produrre l'una non è uguale al lavoro che ci vuole per produrre l'altra. Questa legge bisogna tenerla bene in mente, perché sopra di essa è fondato tutto ciò che verremo a dire in seguito.
Venuta la moneta, gli scambi diretti od immediati, da merce a merce, finiscono. Gli scambi devono farsi tutti, d'ora in poi, mediante la moneta; dimodoché una merce che voglia trasformarsi in un'altra, deve, prima, da merce trasformarsi in moneta, poi da moneta ritrasformarsi in merce. La formula degli scambi, dunque, non sarà più una catena di merci, ma una catena di merci e moneta. Eccola:
Merce-Moneta-Merce-Moneta-Merce-Moneta.
Ora, se in questa formula troviamo indicati i giri che fa la merce, nelle sue successive trasformazioni, troviamo egualmente segnati i giri della moneta. È da questa stessa formula dunque che ricaveremo la formula del capitale.
Quando noi ci troviamo in possesso di un certo cumulo di merci, o di moneta, che è la stessa cosa, noi siamo possessori di una certa ricchezza. Se noi a questa ricchezza possiamo far prendere un corpo, cioè un organismo capace di svilupparsi, avremo un capitale. Prendere un corpo, od un organismo capace di svilupparsi, vuol dire nascere e crescere; e infatti l'essenza del capitale è riposta appunto nella natura possibilmente prolifica della moneta.
La risoluzione del problema (trovare il modo di far nascere il capitale) è contenuta nella risoluzione dell'altro problema: trovare il modo di far aumentare il danaro progressivamente.
Nella formula, che segna i giri delle merci e della moneta, aggiungiamo, al termine moneta, un segno di aumento progressivo indicandolo, per esempio, con un numero e avremo:
Moneta-Merce-Moneta1-Merce-Moneta2-Merce-Moneta3
Ecco la formula del capitale.II - COME NASCE IL CAPITALE
Esaminando attentamente la formula del capitale, rileva che in ultima analisi la questione della nascita del capitale si risolve nell'altra questione seguente: trovare una merce che ci dia più di quanto ci è costata; trovare una merce la quale, nelle nostre mani, possa crescere di valore, dimodoché, vendendola, noi venissimo a prendere più denaro di quanto ne spendemmo per comprarla. Deve essere insomma una merce elastica che, nelle nostre mani, stirata alquanto, possa ingrandire il volume del suo valore. Questa merce tanto singolare esiste davvero e si chiama potenza del lavoro, o forza del lavoro.
Ecco l'uomo del denaro, l'uomo che possiede un cumulo di ricchezza, dalla quale vuol far partorire un capitale. Egli viene sul mercato, in cerca appunto di forza di lavoro. Seguiamolo. Egli gira per il mercato, ed incontra il proletario, venutovi appunto per vendere la sua unica merce, la forza del lavoro. Il proletario però non vende la sua forza di lavoro in blocco, non la vende tutta, ma solamente in parte, per un dato tempo, cioè per un giorno, per una settimana, per un mese, ecc. Se egli la vendesse interamente, allora, da mercante, diventerebbe egli stesso una merce; non sarebbe più il salariato, ma lo schiavo del suo padrone.
Il prezzo della forza del lavoro si calcola nel modo seguente. Si prenda il prezzo dei viveri, abiti, abitazione e di quanto altro occorre in un anno al lavoratore per mantenere la sua forza di lavoro, sempre nel suo stato normale; si aggiunga, a questa prima somma, il prezzo di quanto occorre in un anno al lavoratore per procreare, allevare ed educare, secondo la sua condizione, i suoi figli; si divida il totale per 365, quanti sono i giorni dell'anno, e si avrà quanto, ciascun giorno, si richiede per mantenere la forza del lavoro, il suo prezzo giornaliero, che è il salario giornaliero del lavoratore.
Se fa parte di questo calcolo anche ciò che occorre al lavoratore per procreare, allevare ed educare i suoi figli, è perché questi sono la continuazione della sua forza lavoro. Se il proletario vendesse non in parte ma in tutto la sua forza lavoro, allora, divenuto egli stesso una merce, cioé schiavo del suo padrone, i figli che egli procreerebbe sarebbero eziandio una merce, cioè schiavi, al pari di lui, del suo padrone; ma, alienando il proletario solamente una parte della sua forza lavoro, egli ha diritto a conservare tutto il resto, che si trova parte in lui e parte nei suoi figli.
Con questo calcolo noi otteniamo l'esatto prezzo della forza lavoro. La legge degli scambi, esposta nel precedente capitolo, dice che una merce non si può scambiare che con un'altra del suo stesso valore, cioè che una merce non si può scambiare con un'altra se il lavoro che ci vuole per produrre l'una non è uguale al lavoro che ci vuole per produrre l'altra. Ora, il lavoro che ci vuole per produrre la forza lavoro è uguale al lavoro che ci vuole per produrre le cose necessarie al lavoratore, e per conseguenza il valore delle cose necessarie al lavoratore è uguale al valore della sua forza lavoro. Se dunque il lavoratore ha bisogno di 3 lire al giorno per tutte le cose che gli sono necessarie, è chiaro che 3 lire sarà il prezzo della sua forza lavoro per una giornata.
Ora supponiamo - e il supposto in nulla ci nuoce - che il salario giornaliero di un operaio, ricercato nel modo testé esposto, ammonti a 3 lire. Supponiamo eziandio che, in 6 ore di lavoro, si possano produrre 15 grammi d'argento, il cui equivalente è 3 lire. L'uomo del denaro ha intanto stretto il contratto col proletario, pagandogli la sua forza lavoro al suo giusto prezzo di 3 lire al giorno. Egli è un borghese perfettamente onesto ed anche religioso, per cui si guarderebbe bene di defraudare la mercede all'operaio. Né si potrà fare l'appunto che il salario viene pagato all'operaio alla fine della giornata o della settimana, cioè dopo che egli ha già prodotto il suo lavoro; perché questo è quanto si pratica anche con altre merci, il cui valore si realizza nell'uso, come è per esempio il fitto di una casa, o di un podere, il cui prezzo si può pagare allo spirare del termine.
Tre sono gli elementi del processo del lavoro: 1° forza del lavoro, 2° materia del lavoro e 3 mezzo del lavoro. Il nostro uomo del denaro, dopo la forza del lavoro, ha comprato sul mercato anche la materia del lavoro, cioè bambagia; il mezzo di lavoro, cioè l'opificio con tutti gli strumenti, è bello e pronto; e, per conseguenza, altro non gli resta a fare che mettersi la via fra le gambe per dare tosto principio all'opera.
"Una certa trasformazione ci sembra essersi operata nella fisionomia dei personaggi del nostro dramma. L'uomo del denaro prende la precedenza e, in qualità di capitalista, cammina per il primo; il possessore della forza lavoro gli tien dietro, come lavoratore che gli appartiene; quegli, dallo sguardo furbo e dall'aspetto altero e affaccendato; questi, timido, esitante, restìo, come chi, avendo portata la sua propria pelle al mercato, non può aspettarsi ormai che una sola cosa: essere conciato" (K.Marx).
I nostri due personaggi giungono all'opificio, dove il padrone si affretta a mettere il suo operaio al lavoro, consegnandogli 10 chili di bambagia, essendo questi un filatore di cotone.
Il lavoro si risolve in un consumo degli elemente che lo compongono; consumo di forza lavoro, consumo della materia del lavoro e consumo dei mezzi del lavoro. Il consumo dei mezzi del lavoro si calcola nel seguente modo. Dalla somma del valore di tutti i mezzi del lavoro, fabbricato, istrumenti caloriferi, carbone, ecc., si sottragga la somma del valore di tutti i materiali che potranno rimanere dei mezzi di lavoro messi dal consumo fuori d'uso; si divida il risultato di questa sottrazione per il numero di giorni che i mezzi di lavoro possono durare, e si avrà il consumo giornaliero dei mezzi del lavoro.
Il nostro operaio lavora per tutta una giornata di 12 ore. Compiuta la quale, egli ha trasformato i 10 chili di bambagia in 10 chili di filo, che consegna al suo padrone, e lascia l'opificio per ridursi a casa. Strada facendo, però, per quel brutto vizio che hanno gli operai, di voler sempre fare i conti alle spalle dei loro padroni, egli va ricercando nella sua mente quanto il suo padrone potrà guadagnare su quei 10 chili di filo. Non so veramente quanto si paghi il filo, dice fra sé, ma il conto è presto fatto. La bambagia l'ho visto io quando l'ha comprata al mercato a 3 lire al chilo. Tutti i suoi mezzi del lavoro possono avere un consumo di 4 lire al giorno. Dunque:
Per 10 chili di bambagia L. 30,00
Per consumo di mezzi di lavoro L. 4,00
Per salario della giornata L. 3,00
________
Totale L. 37,00
I 10 chili di filo valgono 37 lire. Ora sulla bambagia non ci ha guadagnato nulla certamente, perché l'ha pagata al suo giusto prezzo, né un centesimo di più né un centesimo di meno; tale quale ha agito con me, pagando la mia forza lavoro al suo giusto prezzo di 3 lire al giorno; dunque, il suo guadagno egli lo deve trovare vendendo il suo filo per più di quello che vale. Deve essere assolutamente così; se no egli avrebbe speso 37 lire per prendere giusto 37 lire, senza contare il tempo che ha perduto ed il fastidio che si è preso.
Guarda mò come son fatti i padroni! Hanno un bel voler fare gli onesti con l'operaio dal quale comprano la forza lavoro, col mercante dal quale comprano la materia, ma illoro punto debole ce lo hanno sempre, e noialtri operai, che conosciamo le cose del mestiere, lo scopriamo subito. Ma vendere una merce per più di quello che vale è come vendere coi pesi falsi, il che è proibito dall'autorità. Dunque, se gli operai svelassero le frodi dei padroni, questi sarebbero costretti a chiudere i loro opifici; e per far produrre le merci richieste dai bisogni, forse si aprirebbero grandi stabilimenti governativi; il che sarebbe molto meglio.
Così fantasticando l'operaio è giunto a casa; e là, cenato, si è messo a letto e si è addormentato profondamente, sognando la scomparsa dei padroni e la fondazione delle officine governative.
Dormi, povero amico, dormi in pace, frattanto che ti resta ancora una speranza. Dormi in pace, ché il giorno del disinganno non tarderà a venire.
Presto imparerai come il tuo padrone possa vendere la sua merce con profitto, senza defraudare alcuno. Egli stesso ti farà vedere come si diventi capitalista, e grosso capitalista, rimanendo perfettamente onesto.
Allora i tuoi sonni non saranno più così tranquilli. Tu vedrai nelle tue notti il capitale, come un incubo, che ti preme e minaccia di schiacciarti. Con occhio spaventato lo vedrai ingrossarsi, come un mostro dalle cento proboscidi, che avidamente ricercano i pori del tuo corpo per succhiarne il sangue. E finalmente lo vedrai assumere proporzioni smisuratamente gigantesche, nero e terribile nell'aspetto, con occhi e bocca di fuoco, trasmutare le sue proboscidi in larghissime trombe aspiranti, entro le quali vedrai scomparire migliaia di esseri umani: uomini, donne, fanciulli. Dalla tua fronte colerà allora il sudore della morte, perché la volta tua, della tua moglie e dei tuoi figli starà per arrivare. Ed il tuo ultimo gemito sarà coperto dallo sghignazzare allegro del mostro, felice del suo stato, tanto più prospero, tanto più inumano.
Torniamo al nostro uomo del denaro. Questo borghese, modello di esattezza e di ordine, ha regolato tutti i suoi conti della giornata; ed ecco come ha ricercato il prezzo dei suoi 10 chili di filo:
Per 10 chili di bambagia a 3 lire il chilo L. 30,00
Per consumo di mezzi del lavoro L. 4,00
Ma circa il terzo elemento, entrato nella formazione della sua merce, egli non ha segnato il salario pagato all'operaio. Egli conosce molto bene che passa una grande differenza tra il prezzo del lavoro ed il prodotto della forza lavoro. Il salario di una giornata rappresenta quanto ci vuole per mantenere l'operaio per 24 ore, ma non rappresenta affatto ciò che l'operaio produce in una giornata di lavoro.
Il nostro uomo del denaro sa benissimo che le 3 lire di salario da lui pagate rappresentano il mantenimento per 24 ore del suo operaio, ma non ciò che questi ha prodotto nelle 12 ore che ha lavorato nel suo opificio. Egli sa tutto questo, precisamente come l'agricoltore sa la differenza che passa fra ciò che il mantenimento di una vacca gli costa per stalla, nutrimento, ecc., e ciò che essa gli rende in latte, cacio, burro, ecc. La forza lavoro ha la qualità singolare di rendere più di quanto costa ed è per questo, appunto, che l'uomo del denaro è andato a comprarla al mercato.
Né in ciò l'operaio ha niente da ridire. Egli ha ritirato il giusto prezzo della sua merce; la legge degli scambi è stata perfettamente osservata; ed egli non ha il diritto di ingerirsi dell'uso che il compratore ne farà, come non ne ha il droghiere d'ingerirsi dell'uso che il suo avventore farà dello zucchero e del pepe comprato nella sua bottega.
Noi abbiamo supposto di sopra che, in 6 ore di lavoro, si producono 15 grammi d'argento, equivalenti a 3 lire. Dunqque, se in 6 ore la forza lavoro produce un valore di 3 lire, in 12 ore ne produrrà uno di 6 lire. Ecco dunque il conto, che ci indica il valore dei 10 chili di filo:
Per 10 chili di bambagia a 3 lire il chilo L. 30,00
Per consumo di mezzi del lavoro L. 4,00
Per 12 ore di forza lavoro L. 6,00
________
Totale L. 40,00
L'uomo del denaro ha quindi speso 37 lire ed ha ottenuto una merce che vale 40 lire; ha guadagnato così 3 lire; il suo denaro ha figliato.
Il problema è sciolto. È nato il capitale.III - LA GIORNATA DI LAVORO
Il capitale, nato appena, sente tosto il bisogno di nutrimento per svilupparsi; ed il capitalista, il quale non vive ora che della vita del capitale, si preoccupa attentamente dei bisogni di quest'essere, divenuto il suo cuore e la sua anima, e trova il modo di soddisfarli.
Il primo mezzo, impiegato dal capitalista a pro' del suo capitale, è il prolungamento della giornata di lavoro. Certamente che la giornata di lavoro ha i suoi limiti. Anzitutto un giorno non consta che di 24 ore; poi bisogna da queste 24 ore toglierne un certo numero, perché l'operaio possa soddisfare tutti i suoi bisogni fisici e morali: dormire, nutrirsi, riposare le sue forze, eccc.
"Ma questi limiti sono per loro stessi molto elastici e lasciano la più grande latitudine. Così noi troviamo giornate di lavoro di 10, 12, 14, 16 e 18 ore, cioè delle più svariate lunghezze. Il capitalista ha comprato la forza lavoro per il suo valore giornaliero. Egli ha dunque acquistato il diritto di fare lavorare, durante tutto il giorno, il lavoratore al suo servizio. Ma che cosa è un giorno di lavoro? In ogni caso esso è minore di un giorno naturale. Di quanto? Il capitalista ha la sua propria maniera di vedere su questo limite necessario della giornata di lavoro. Il tempo nel quale l'operaio lavora è il tempo nel quale il capitalista consuma la forza lavoro che egli ha comprato dall'operaio. Se il salariato consuma per se medesimo il tempo che ha disponibile, egli ruba al capitalista. Il capitalista se ne appella dunque alla legge dello scambio delle merci. Egli cerca, come ogni altro compratore, di tirare dal valore d'uso della merce la più grossa parte possibile. Ma ecco che si leva la voce del lavoratore, e dice:
'La merce che io ti ho venduto si distingue dalla turba di tutte le altre merci, perché il suo uso crea valore, e un valore più grande del suo costo stesso. È perciò che tu l'hai comprata. Ciò che a te sembra accrescimento di capitale, è per me eccedenza di lavoro. Tu ed io non conosciamo sul mercato che una legge, quella degli scambi delle merci. Il consumo della merce appartiene non al venditore che l'aliena, ma al compratore che l'acquista. L'uso della mia forza di lavoro ti appartiene dunque. Ma col prezzo quotidiano della sua vendita io devo ogni giorno poterla riprodurre e vendere di nuovo. Astrazione fatta dall'età e dalle altre cause naturali di deperimento, io devo essere tanto vigoroso e destro dimani come ogi, per riprendere il mio lavoro con la medesima forza. Tu mi predichi costantemente il vangelo del risparmio, dell'astinenza e dell'economia. Benissimo! Io voglio, da amministratore savio e intelligente, economizzare la mia unica fortuna, la mia forza lavoro, ed astenermi da ogni folle prodigalità. Io voglio ciascun giorno metterne in movimento, convertirne in lavoro, spenderne, in una parola, solamente tanto quanto sarà compatibile con la sua durata normale e col suo sviluppo regolare. Con un prolungamento oltre misura della giornata di lavoro tu puoi in un sol giorno mobilizzare una così grande quantità della mia forza lavoro che io non la posso sostituire nemmeno con tre giornate. Ciò che tu guadagni in lavoro io lo perdo in sostanza. Ora, l'impiego della mia forza ed il suo sfruttamento sono due cose interamente differenti. Se l'ordinario periodo della vita di un operario, data una media ragionevole di lavoro, è di trent'anni, e tu consumi in dieci anni la mia forza lavoro, tu non mi paghi che un terzo del suo valore giornaliero, tu mi rubi ogni giorno due terzi della mia merce. Tu paghi una forza lavoro di un giorno, mentre ne consumi una di tre. Io domando dunque una giornata di lavoro di una durata normale, e la domando senza fare appello al tuo cuore, perché in affari non v'ha posto per il sentimento. Tu puoi essere un borghese modello, forse anche membro della Società protettrice degli animali, e per soprammercato in odore di santità; poco importa. Ciò che tu rappresenti di fronte a me è affatto estraneo a ciò che può interessare il mio cuore. Io esigo la giornata di lavoro normale, perché voglio il valore della mia merce come ogni altro venditore.'
Come si vede, siamo entro limiti molto elastici e la natura stessa dello scambio delle merci non impone alcun limite alla giornata di lavoro. Il capitalista sostiene il suo diritto come compratore, quando cerca di prolungare questa giornata il più che gli è possibile e di fare di due giorni uno solo. D'altra parte la natura speciale della merce venduta esige che il suo consumo per il compratore non sia illimitato, e il lavoratore sostiene il suo diritto come venditore, quando vuole restringere la giornata di lavoro ad una durata normalmente determinata. V'ha dunque diritto contro diritto, tutti due portanti il sigillo della legge che regola gli scambi delle merci. Fra due diritti uguali chi decide? la Forza" (K. Marx).
Come agisca la forza, oggi tutta del capitale e per il capitale, ce lo diranno i fatti, che ora verremo esponendo. I fatti citati in questo libro sono presi tutti dall'Inghilterra: primieramente, perché questo è il paese dove la produzione capitalista ha raggiunto il massimo suo sviluppo, verso il quale, del resto, tendono tutti i paesi civili; e, in secondo luogo, perché solamente in Inghilterra si ha un confacente materiale di documenti, riguardanti le condizioni del lavoro, e raccolti per opera di regolari Commissioni governative. I modesti limiti di questo compendio non consentono, però, che la riproduzione di una sola piccola parte dei ricchi materiali raccolti nell'opera di Marx.
Ecco alcuni dati presi dalle inchieste fattesi nel 1860 e 1863 nell'industria ceramica. W. Wood, di nove anni, aveva 7 anni e 10 mesi quando cominciò a lavorare. Egli lavorava tutti i giorni della settimana, dalle 6 del mattino sino alle 9 di sera, cioè 15 ore al giorno. J. Murray, di 12 anni, lavorava a protare le forme e a girare la ruota. Egli cominciava a lavorare alle 6, qualche volta perfino alle 4 del mattino; e il suo lavoro era prolungato, talvolta, sino al giorno susseguente. E non era solo, ma in compagnia di altri 8 o 9 ragazzi, che erano trattati come lui. Il chirurgo Charles Piarson così scrive ad un Commissario governativo: 'Io non posso parlare che basato sulle mie osservazioni personali e non sulla statistica; e certifico che sono stato spesso immensamente nauseato dalla vista di questi poveri fanciulli, la cui salute è sacrificata per soddisfare con un lavoro eccessivo la cupidigia dei loro genitori e di quelli che li impiegano'. Egli enumera le cause di malattia dei vasai e chiude la lista con la causa principale, cioè, le lunghe ore di lavoro. Nelle fabbriche di fiammiferi la metà dei lavoratori sono fanciulli al di sotto di 13 anni e adolescenti al di sotto di 18. È solamente la parte più povera della popolazione, che presta i suoi figli a questa industria tanto malsana e ripugnante. Fra i testimoni che il Commissario White intese nel 1863 ve n'erano 270 al di sotto di 18 anni, 40 al di sotto di 10 anni, 12 di 8 anni e perfino 5 di soli 6 anni. La giornata di lavoro variava fra le 12, 14 e 15 ore. Essi lavoravano la notte, prendendo il cibo ad ore irregolari, e quasi sempre nel medesimo locale della fabbrica, tutto impestato dal fosforo.
Nelle fabbriche di tappezzerie, durante il tempo dei maggiori affari, che è da ottobre ad aprile, il lavoro dura quasi senza interruzione dalle 6 di mattino sino alle 10 della sera; è protratto talvolta anche nella notte. Nel verno 862, su 19 fanciulle, 6 non si videro più a causa di malattie causate dall'eccesso di lavoro. Le altre per tenerle deste bisognava scuoterle. I fanciulli erano tanto stanchi, che non potevano tenere gli occhi aperti. Un operaio depone innanzi alla Commissione d'inchiesta, in questi termini: 'Il mio piccolo figlio che vedete, io soleva portarmelo sulle spalle, quando egli aveva 7 anni, per andare e venire dalla fabbrica, a causa della neve, ed egli lavorava ordinariamente 16 ore!... Ben sovente io mi sono accosciato vicino a lui per farlo mangiare mentr'egli era alla macchina, perché non doveva abbandonarla, né interrompere il suo lavoro'.
Verso la fine di giugno 1863, i giornali di Londra menarono gran rumore per la morte, causata semplicemente da eccesso di lavoro, di una modista di 20 anni, impiegata in una casa che serviva la Corte. Essa, che d'ordinario lavorava 16 ore e mezza al giorno, tempo normale delle modiste, avea dovuto, per un ballo di Corte, lavorare straordinariamente per ben 26 ore e mezza senza interruzione, con altre 60 fanciulle. Ma prima di compiere il suo lavoro era morta. Il medico, giunto troppo tardi al suo letto, la dichiarò morta per lunghe ore di lavoro in un laboratorio troppo pieno di gente ed in una camera da letto troppo stretta e senza ventilazione.
In uno dei quartieri più popolari di Londra, la mortalità dei fabbri, ogni anno, è di 31 su 1000. Quest'arte, che pur tanto concorda con la struttura umana, in causa della esagerazione del lavoro diventa distruttiva dell'uomo.
Ecco come il capitale sferza il lavoro, il quale, dopo molto soffrire, cerca alla fine di resistergli. I lavoratori si coalizzano e dimandano, al potere sociale, la determinazione di una giornata normale di lavoro. Quanto da ciò possano ottenere, si comprende facilmente, considerando che la legge deve essere fatta ed applicata dagli stessi capitalisti, contro i quali gli operai vorrebbero farla valere.IV - IL PLUSVALORE RELATIVO
La forza lavoro, producendo un valore maggiore di quanto essa vale, cioè un plusvalore, ha generato il capitale; ingrossando poi questo plusvalore col prolungamento della giornata di lavoro, ha procurato al capitale nutrimento sufficiente per la sua prima età. Il capitale cresce, ed il plusvalore deve aumentare per soddisfare il cresciuto bisogno. Aumento di plusvalore, però, altro non vuol dire, come abbiamo già visto, che prolungamento della giornata di lavoro, la quale ha pure infine il suo limite necessario, per quanto essa sia una lunghezza molto elastica. Per poco che sia il tempo che il capitalista lascia all'operario per la soddisfazione dei suoi più stretti bisogni, la giornata di lavoro sarà sempre minore delle 24 ore. La giornata di lavoro incontra dunque un limite naturale, e il plusvalore, per conseguenza, un ostacolo insormontabiel. Indichiamo una giornata di lavoro con la linea A B.
A-------D-------C-------B
La lettera A ne indichi il principio e B la fine, quel termine naturale, cioè, oltre il quale non è possibile andare. Sia A C la parte della giornata in cui l'operaio produce il valore del salario ricevuto e C B la parte della giornata in cui l'operaio produce il plusvalore. Il nostro filatore di cotone, infatti, vedemmo che, ricevendo 3 lire di salario, con una metà della sua giornata riproduceva il valore del suo salario, e con l'altra metà produceva 3 lire di plusvalore. Il lavoro A C, con cui si produce il valore del salario, dicesi lavoro necessario, mentre il lavoro C B, che produce il plusvalore, chiamasi sopralavoro.
Il capitalista è assetato di sopralavoro, perché è questo che genera il plusvalore. Il sopralavoro prolungato prolunga la giornata di lavoro, la quale finisce per incontrare il suo limite naturale B, che presenta un ostacolo insormontabile al sopralavoro ed al plusvalore. Che fare allora? Il capitalista trova presto il rimedio. Egli osserva che il sopralavoro ha due limiti, l'uno B, fine della giornata di lavoro, l'altro C, fine del lavoro necessario; se il limite B è irremovibile, non sarà così del limite C. Riuscendo a trasportare il punto C sino al punto D, si avrebbe il sopralavoro C B cresciuto della lunghezza D C, proprio in quanto diminuirebbe il lavoro necessario A C. Il plusvalore troverebbe così il modo di continuare a crescere, non nel modo assoluto come prima, cioè prolungando sempre la giornata di lavoro, ma in relazione del crescere del sopralavoro sul corrispondente diminuire del lavoro necessario. Il primo era plusvalore assoluto, questo è plusvalore relativo. Il plusvalore relativo si fonda sulla diminuizione del lavoro necessario; la diminuzione del lavoro necessario si fonda sulla diminuzione del salario; la diminuzione del salario si fonda sulla diminuzione del prezzo delle cose, che sono necessarie all'operaio; dunque il plusvalore relativo è fondato sul ribasso delle merci che servono all'operaio.
E ci sarebbe pure un mezzo più spiccio per produrre il plusvalore relativo, dirà qualcuno, e sarebbe di pagare al lavoratore un salario minore di quello che gli spetta, cioè non pagargli il giusto prezzo della sua merce, la forza lavoro. Questo espediente, molto usato infatti, non può essere da noi menomamente considerato, perché non ammettiamo che la più perfetta osservanza della legge degli scambi, secondo la quale tutte le merci, e per conseguenza anche la forza del lavoro, devono essere vendute e comprate al loro giusto valore.
Il nostro capitalista, come già vedemmo, è un borghese assolutamente onesto; egli non userà mai, per ingrossare il suo capitale, un mezzo che non sia interamente degno di lui.
Supponiamo che, in una giornata di lavoro, un operaio produca 6 articoli di una merce, che il capitalista vende per il prezzo di L. 7,50, perché nel valore di questa merce la materia ed i mezzi di lavoro ci entrano per L. 1,50 e la forza del lavoro di 12 ore per 6 lire: tutti tre gli elementi, quindi, per L. 7,50. Il capitalista trova sul valore di L. 7,50, che ha la sua merce, un plusvalore di 3 lire e sopra ogni articolo un plusvalore di L. 0,50, perché spende L. 0,75 e ricava L. 1,25 da ognuno di essi. Supponiamo che con un nuovo sistema di lavoro, o solamente con un perfezionamento del vecchio, si giunga a raddoppiare la produzione, e che, invece di 6 articoli al giorno, il capitalista riesca ad ottenerne 12. Se in 6 articoli entravano per L. 1,50 la materia ed i mezzi di lavoro, in 12 vi entreranno per 3 lire, sempre cioè per L. 0,25 in ogni articolo. Queste 3 lire unite alle 6 lire prodotte dalla forza lavoro in 12 ore, formano 9 lire, cioè quanto costano i 12 articoli, ciascuno dei quali viene perciò al prezzo di L. 0,75.
Il capitalista ha oggi bisogno di farsi un posto più largo sul mercato per vendere una quantità doppia della sua merce; e vi riesce restringendone alquanto il prezzo. In altri termini il capitalista ha bisogno di far sorgere una ragione, per la quale i suoi articoli si possano vendere sul mercato nel doppio numero di prima; e la ragione la trova appunto nel ribasso di prezzo. Egli venderà, dunque, i suoi articoli ad un prezzo alquanto minore di L. 1,25, che era il loro prezzo di prima, ma maggiore di L. 0,75 quanto vale oggi ciascuno di essi. Li venderà ad una lira l'uno, e avrà così assicurato il doppio smercio dei suoi articoli, sui quali guadagna oggi 6 lire; 3 lire di plusvalore e 3 lire di differenza tra il loro valore ed il prezzo al quale sono venduti.
Come si vede, il capitalista ricava un grande utile da questo aumento di produzione. Tutti i capitalisti sono quindi altamente interessati ad aumentare i prodotti delle loro industrie, ed è ciò che essi riescono a fare ogni giorno in qualsiasi genere di produzione. Il loro guadagno straordinario, però, quello che rappresenta la differenza fra il valore della merce ed il prezzo al quale si vende, dura poco, perché presto il nuovo od il perfezionato sistema di produzione viene adottato da tutti per necessità. Allora si ha per risultato che il valore della merce diminuisce della metà. Prima ogni articolo valeva L. 1,25; oggi invece vale centesimi 62 e mezzo. Il capitalista però viene sempre ad ottenere l'istesso profitto, avendo raddoppiata la produzione. Prima 3 lire di plusvalore sopra 6 articoli ed oggi 3 lire di plusvalore sopra 12 articoli; ma siccome i 12 articoli sono prodotti nello stesso tempo che erano prodotti i 6 articoli, cioè in 12 ore di lavoro, si ha, come ultimo risultato sempre 3 lire di plusvalore su di una giornata di 12 ore, ma il doppio di produzione.
Quando questo aumento di produzione riguarda le merci necessarie al lavoratore, porta per conseguenza il ribasso del prezzo della forza lavoro, e quindi la diminuzione del lavoro necessario e l'aumento del sopralavoro, che costituisce il plusvalore relativo.V - COOPERAZIONE
È da un pezzetto che non ci siamo più occupati dei fatti del nostro capitalista, il quale ha dovuto certamente prosperare in questo frattempo. Rechiamoci al suo opificio, dove forse avremo il piacere di rivedere il nostro amico, il filatore. Eccoci giunti. Entriamo.
Oh, sorpresa! Non più un operaio, ma una grande quantità d'operai si trovano ora al lavoro: tutti in silenzio ed ordinati come se fossero tanti soldati. Né vi mancano sorveglianti ed ispettori che a guisa di ufficiali passeggiano fra i ranghi, tutto osservando, dando ordini, o sorvegliandone la fedele esecuzione. Del capitalista non se ne vede neppure l'ombra. Si apre una porta a vetri che mette nell'interno, forse sarà lui; vediamo. È un grave personaggio, ma non è il nostro capitalista. I sorveglianti gli si fanno premurosamente intorno, e ricevono con la massima attenzione i suoi ordini. Odesi il suono d'un campanello elettrico; uno dei sorveglianti corre ad applicare il suo orecchio alla bocca di un tubo di metallo, che dalla volta scende lungo il muro; e viene tosto ad annunziare al signor direttore che il padrone lo chiama presso di lui a conferenza. Cerchiamo nella folla degli operai il filatore di nostra vecchia conoscenza; e finalmente ci viene fatto trovarlo in un angolo, tutto dedito al lavoro. Egli è divenuto scarno e pallido in volto: sulla sua faccia si legge un profondo pensiero di tristezza. Un giorno lo vedemmo sul mercato contrattare la sua forza lavoro da pari a pari con l'uomo del denaro; ma quanto è oggi cresciuta la distanza fra loro! Egli è oggi un operaio perduto nella folla dei molti che popolano l'opificio, e oppresso da una giornata di lavoro straordinariamente lunga; mentre l'uomo del denaro, divenuto già grosso capitalista, se ne sta come un dio nell'alto del suo Olimpo, da dove manda gli ordini al suo popolo attraverso una schiera d'intermediari. Che mai dunque è avvenuto? Niente di più semplice. Il capitalista ha prosperato. Il capitale è di molto cresciuto, e, per soddisfare i suoi nuovi bisogni, il capitalista ha stabilito il lavoro cooperativo, che è il lavoro fatto con l'unione delle forze. In quell'opificio, dove altra volta funzionava una sola forza lavoro, oggi vi funziona tutta una cooperazione di forze lavoro. Il capitale è uscito dalla sua infanzia, e si presenta per la prima volta sotto il suo vero aspetto. I vantaggi che il capitale trova nella cooperazione si possono ridurre a quattro. Primieramente è nella cooperazione che il capitale realizza la vera forza lavoro sociale. La forza lavoro sociale essendo, come già dicemmo, la media presa in un dato centro di produzione fra un numero di operai che lavorano con un grado medio di abilità e d'intensità, è chiaro che ogni singola forza lavoro si scosterà più o meno dalla forza media o sociale, la quale si può perciò ottenere solamente riunendo nello stesso opificio un gran numero di forze lavoro; cioè nella cooperazione.
Il secondo vantaggio è l'economia dei mezzi di lavoro. Lo stesso opificio, gli stessi caloriferi, ecc., che servivano ad uno solo, ogi servono per molti operai.
Il terzo vantaggio della cooperazione è l'aumento della forza lavoro.
"Come la forza d'attacco di uno squadrone di cavalleria o la forza di resistenza d'un reggimento di fanteria differiscono essenzialmente dalla somma delle forze individuali spiegate isolatamente da ciascun cavaliere o fantaccino, nella stessa guisa la somma delle forze meccaniche di operai isolati differisce dalla forza meccanica che si sviluppa tosto che essi funzionino congiuntamente e simultaneamente in una medesima operazione indivisa" (K. Marx).
Il quarto vantaggio è la possibilità di combinare in modo le forze da poter eseguire lavori che con le forze isolate o non si sarebbero potuti compiere, o si sarebbero compiuti in modo molto imperfetto. Chi non ha isto come 50 operai possono cambiare di posto enormi masse in un'ora, mentre una forza lavoro non giungerebbe, in 50 ore di seguito, nemmeno a smuoverle di un capello? Chi non ha visto come 12 operai, disposti a scala lungo l'impalcatura di una casa in costruzione, facciano passare in un'ora una quantità di materiali immensamente più grande di quella che un solo operaio farebbe passare in 12 ore? Chi non comprende come 20 muratori possano fare in un giorno assai più lavoro di quanto ne possa fare uno solo in 20 giorni?
"La cooperazione è il modo fondamentale della produzione capitalista" (K. Marx).VI - DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA
Quando il capitalista riunisce nel suo opificio gli operai che eseguiscono le diverse parti di lavoro, le quali componono tutto il lavoro di una merce, allora egli dà alla cooperazione semplice un carattere tutto speciale; egli stabilisce la divisione del lavoro e la manifattura; la quale altro non è che "un organismo di produzione, le cui membra sono uomini" (K. Marx).
Benché la manifattura sia sempre fondata sulla divisione del lavoro, pure essa ha una doppia origine. Infatti in alcuni casi la manifattura ha riunito nel medesimo opificio le diverse lavorazioni richieste per compimento di una merce, le quali prima, come tanti mestieri speciali, rimanevano distinte e divise tra loro; in altri casi essa ha divise, pur conservandole nel medesimo opificio, le diverse operazioni di lavoro, che prima formavano un tutto nel compimento di una merce.
"Una carrozza era il prodotto collettivo dei lavori di un gran numero di artigiani indipendenti gli uni dagli altri, come carradori, sellai, sarti, chiavaiuoli, lavoranti di cinture, tornitori, spinettari, vetrai, dipintori, verniciatori, doratori, ecc. La manifattura carrozziera li ha riuniti tutti in un medesimo locale, dove essi lavorano nel medesimo tempo e mano a mano. Non si può, è vero, dorare una carrozza prima che essa sia fatta; ma se si fanno molte carrozze nello stesso tempo, le une forniscono costantemente lavoro ai doratori, mentre le altre passano per altri processi di fabbricazione" (K. Marx).
La lavorazione dello spillo è stata dalla manifattura divisa in più di venti lavorazioni parziali, che formano le parti della lavorazione totale dello spillo. La manifattura, dunque, talora riunisce più mestieri in uno solo, e talora divide un mestiere in più.
La manifattura moltiplica le forze e gli strumenti di lavoro, ma li rende eminentemente tecnici e semplici, applicandoli costantemente ad una sola ed unica operazione elementare.
Grandi sono i vantaggi che il capitale realizza nella manifattura, destinando le diverse forze lavoro ad operazioni elementari e costantemente le stesse. La forza lavoro acquista moltissimo in intensità e precisione. Tutti quei piccoli intervalli, che a guisa di pori si trovano fra le diverse fasi della lavorazione di una merce eseguita da un solo individuo, scompaiono questo individuo esegue sempre la stessa operazione. L'operaio non deve più d'ora in poi imparare tutto un mestiere ma una semplice, un'unica operazione del mestiere stesso, che egli impara in molto meno tempo e con minore spesa di quanto ne abbisognava per imparare un mestiere intero. Questa diminuizione di spesa e di tempo è una diminuzione di cose occorrenti all'operaio, cioè una diminuzione di lavoro necessario, ed un aumento corrispondente di sopralavoro e plusvalore. Il capitalista, da vero parassita, s'ingrassa sempre più a spese del lavoro, ed il lavoratore ne soffre grandemente.
"La manifattura rivoluziona da cima a fondo il modo di lavoro individuale e attacca nella sua radice la forza lavoro. Essa storpia il lavoratore, essa fa di lui qualche cosa di mostruoso, attivando lo sviluppo fattizio della sua abilità di dettaglio e sacrificando una grande quantità di disposizioni e d'istinti produttori, nella stessa guisa che, negli Stati della Plata, si immola un toro per avere la sua pelle ed il suo sego. Non è solamente il lavoro che è diviso, suddiviso e ripartito fra diversi individui, è l'individuo stesso che è sminuzzato e trasformato in molla automatica in una operazione esclusiva, di guisa che si trova realizzata la favola assurda di Menenio Agrippa, rappresentante un uomo come frammento del suo proprio corpo. Stewart chiama gli operai delle manifatture 'automi viventi impiegati nei dettagli di un'opera'. Originariamente l'operaio vende al capitalista la sua forza lavoro, perché i mezzi materiali della produzione gli mancano. Ora la sua forza lavoro rifiuta ogni servizio se non venduta. Per poter funzionare gli abbisogna quel centro sociale il quale non esiste che nell'opificio del capitalista. Nella stessa guisa che il popolo eletto portava scritto sul suo fronte che egli era proprietà di Jeova, così l'operaio di manifattura è marcato a fuoco col sigillo della divisione del lavoro, che lo rivendica come proprietà del capitale. Storch dice: 'L'operaio che porta nelle sue mani tutto un mestiere può andare dappertutto ad esercitare la sua industria, e trovare i mezzi di sussistere; l'altro (quello delle manifatture) non è che un accessorio il quale, separato dai suoi confratelli, non ha più né capacità né indipendenza e che si trova forzato d'accettare la lege, che si trova opportuno di imporgli'. Le potenze intellettuali della produzione si sviluppano da un lato solo, perché scompaiono su tutti gli altri. Ciò che gli operai particellari perdono, si concentra di fronte ad essi nel capitale. La divisione manifatturiera oppone loro la potenza intellettuale della produzione come proprietà d'altri e come potere che li domina. Questa scissione comincia ad apparire nella cooperazione semplice, dove il capitalista rappresenta, di fronte al lavoratore isolato, l'unità e la volontà del lavoratore collettivo; essa si sviluppa poi nella manifattura, che mutila il lavorato al punto di ridurlo una particella di se stesso; essa si compie infine nella grande industria, che fa della scienza una forza produtiva indipendente dal lavoro e arruola questo al servizio del capitale. Nella manifattura, l'arricchimento del lavoratore collettivo, e per conseguenza del capitale, in forze produttive sociali, ha per condizione l'impoverimento del lavoratore in forze produtive individuali. 'L'ignoranza' dice Ferguson 'è la madre dell'industria come lo è della superstizione. La riflessione e l'immaginazione possono smarrirsi; ma l'abitudine di muovere il piede o la mano non dipende né dall'una né dall'altra. Così potrebbesi dire che la perfezione, rispetto alle manifatture, consiste nel poter fare a meno dell'intelligenza, di maniera che l'officina, non avendo bisogno di forze intellettuali, possa essere considerata come una macchina le cui parti sono uomini'. Gli è per questo che un certo numero di manifatture, verso la metà del 18° secolo, impiegavano di preferenza per certe operazioni, che formavano un segreto di fabbrica, operai mezzo idioti. A. Smith dice: 'L'intelligenza della maggior parte degli uomini si forma necessariamente per mezzo delle loro occupazioni ordinarie. Un uomo, che passa tutta la vita ad eseguire un piccolo numero d'operazioni semplici, non ha nessuna occasione di sviluppare la sua intelligenza, né di esercitare la sua immaginazione... Egli diventa, in generale, tanto ignorante e tanto stupido per quanto è possibile ad una creatura umana il diventarlo'. Dopo aver dipinto l'istupidimento dell'operaio particellario, A. Smith continua così: 'L'uniformità della sua vita stazionaria corrompe naturalmente la gagliardia del suo spirito..., essa degrada perfino l'attività del suo corpo e lo rende incapace di spiegare la sua forza con vigore e perseveranza in un qualsiasi altro impiego che non sia quello per il quale egli è stato educato. Così la destrezza del suo mestiere è una qualità ch'egli pare abbia acquistato a spese delle sue virtù intellettuali, sociali e guerriere. Ora, in ogni società industriale e civile, questo è lo stato nel quale deve necessariamente cadere l'operaio povero, cioè la grande massa del popolo'. Per rimediare a questo deterioramento completo, che risulta dalla divisione del lavoro, A. Smith raccomanda l'istruzione popolare obbligatoria, pur consigliando d'amministrarla con prudenza e a dosi omeopatiche. Il suo traduttore e commentatore francese, G. Garnier, questo senatore predestinato del primo Impero, ha dato prova di logica, combattendo anche questo consiglio. L'istruzione del popolo, secondo lui, è in contraddizione con le leggi della divisione del lavoro e adottarla sarebbe proscrivere tutto il nostro sistema sociale... 'Come tutte le altre divisioni del lavoro, quella che esiste tra il lavoro meccanico ed il lavoro intellettuale si accentua in una maniera sempre più forte e più recisa, a misura che la Società avanza verso uno stato più opulento. (Garnier chiama 'società' lo Stato colla proprietà fondiaria, il capitale, ecc.). Questa diisione, come tutte le altre, è un effetto dei progressi passati ed una causa dei progressi avvenire... Il governo dovrà dunque occuparsi a contrariare questa divisione di lavoro ed a ritardarla nel suo cammino naturale? Dovrà impiegare una porzione delle pubbliche entrate per cercare di fondere e mescolare due generi di lavoro, che tendono da sé stessi a dividersi?'" (K. Marx).
"Ferguson dice: 'L'arte di pensare, in un tempo in cui tutto è separato, può da sé stessa formare un mestiere a parte'" (K. Marx).
"Un certo intristimento di corpo e di spirito è inseparabile dalla divisione del lavoro nella società. E siccome il periodo manifatturiero esagera questa divisione sociale e nell'istesso tempo che con la divisione sua particolare attacca l'individuo nella radice stessa della sua vita, così è desso che per il primo fornisce l'idea e la materia d'una patologia industriale. Ramazzini, professore di medicina pratica in Padova, pubblicò nel 1713 la sua opera: 'De morbis artificum' (sulle malattie degli artigiani). Il suo catalogo delle malattie degli operai è stato naturalmente molto aumentato dall'epoca della grande industria, come lo dimostrano gli scrittori che vennero dopo di lui: dottore A.L. Fonterel, Parigi 1858, Eduardo Reich, Erlangen, 1868, ed altri; nonché l'inchiesta iniziata, nel 1854, dalla Società dei mestieri, in Inghilterra, e i Rapporti ufficiali sulla pubblica sanità. D. Urquhart dice: 'Suddividere un uomo, vuol dire giustiziarlo, se egli ha meritato una sentenza di morte; vuol dire assassinarlo, se non la merita. La suddivisione del lavoro è l'assassinio d'un popolo'" (K. Marx).
"Hegel aveva opinioni molto eretiche sulla divisione del lavoro. Nella sua Filosofia del Diritto dice: 'Per uomo colto devesi dunque intendere colui che fa tutto ciò che fanno gli altri'".
'La divisione del lavoro, nella sua forma capitalistica, non è che un metodo particolare di produrre il plusvalore relativo, o di accrescere, a spese del lavoratore, la rendita del capitale, ciò che chiamasi ricchezza nazionale. A spese del lavoratore, essa sviluppa la forza collettiva del lavoro a pro' del capitalista. Essa crea circostanze nuove, che assicurano la dominazione del capitale sul lavoro. Essa è una fase necessaria della formazione economica della società, un mezzo civile e raffinato di sfruttamento!'" (K. Marx).VII - MACCHINE E GRANDE INDUSTRIA
John Stuart Mill, nei suoi 'Principii d'economia politica', dice: "Resta ancora a sapere se le invenzioni meccaniche, fatte insino ad oggi, abbiamo alleggerito il lavoro quotidiano di un essere umano qualunque". Non era questo il loro scopo. Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, l'impiego capitalista delle macchine non tende che a diminuire il prezzo delle merci, a raccorciare la parte della giornata, nella quale il lavoratore lavora per se stesso, affine di allungare l'altra, nella quale egli non lavora che per il capitalista. È un metodo particolare per fabbricare plusvalore relativo.
Ma chi è che pensa mai al lavoratore? Se il capitalista si occupa di lui, è solamente per studiare il modo migliore di sfruttarlo. L'operaio vende la sua forza lavoro, ed il capitalista la compra, come l'unica merce che, con il suo plusvalore, possa fargli nascere e crescere il capitale. Il capitalista, dunque, d'altro non si occupa che di fabbricare sempre più plusvalore. Dopo aver esaurito le risorse del plusvalore assoluto, ha trovato il plusvalore relativo. Egli ora vede che con le macchine si può ottenere nello stesso tempo un prodotto due volte, quattro volte, dieci volte, ecc. più grande di prima; e adotta le macchine. La cooperazione, la manifattura, si trasforma così in grande industria ed il suo opificio in fabbrica. Il capitalista, dopo aver mutilato e storpiato l'operaio con la divisione del lavoro, dopo di averlo limitato ad una sola operazione parziale, ci fa assistere ad uno spettacolo più triste ancora. Egli strappa dalle mani del lavoratore quell'unico arnese, il quale gli ricordava ancora la sua arte, il suo antico stato di uomo completo, e lo affida alla macchina. D'ora in poi il capitalista non ha più bisogno del lavoratore, che come servo delle sue macchine. Con l'introduzione delle macchine, il capitalista realizza a tutta prima un enorme profitto, come facilmente si comprende, ricordando quanto dicemmo a proposito del plusvalore relativo. Con la propagazione però del sistema di produzione meccanica, il guadagno straordinariocessa, e vi resta solamente l'aumento di produzione che, reso generale dalla generalizzazione delle macchine, viene a diminuire il valore delle cose necessarie all'operaio, il tempo di lavoro necessario, e i salarii, e ad aumentare il sopralavoro e il plusvlore.
Il capitale si distingue in costante e variabile. Dicesi capitale costante quello che è rappresentato dai mezzi di lavoro e dalle materie di lavoro.Il fabbricato, i caloriferi, gli strumenti, le materie ausiliarie, come sego, carbone, olio, ecc., le materie di lavoro, come ferro, bambagia, seta, argento, legno, ecc., sono tutte cose che formano parte del capitale costante.
Il capitale variabile è quello che viene rappresentato dal salario, dal prezzo cioè della forza lavoro. Il primo dicesi costante, perché costante resta il suo valore nel valore della merce, del quale viene a far parte; mentre il secondo dicesi variabile, appunto perché il suo valore aumenta entrando a far parte del valore della merce. È il solo capitale variabile che crea plusvalore; e la macchina non può far parte che del capitale costante.
Il capitalista si propone, nella grande industria, di profittare di una enorme massa di lavoro passato, nella stessa guisa che profitterebbe di una massa di forze naturali, cioè gratuitamente. Per riuscire nel suo scopo, però, egli ha bisogno di avere tutto un meccanismo, il quale si comporrà di materie più o meno costose, ed assorbirà sempre una certa quantità di lavoro. Egli non deve certamente comprare la forza del vapore, né le proprietà motrici dell'acqua e dell'aria; non deve certamente comprare le scoperte e le applicazoini meccaniche; né le invenzioni ed i perfezionamenti degli strumenti di un mestiere. Egli può avvalersi di tutto ciò, sempre che voglia, senza la menoma spesa; ma ha bisogno solamente di procurarsi tutto un meccanismo atto a ciò. La macchina entra adunque, come mezzo di lavoro, a far parte del capitale costante; e la proporzione, nella quale essa entra a comporre il valore della merce, è in raginoe diretta del consumo suo e delle sue materie ausiliarie, carbone, grasso, ecc., ed in ragione inversa del valore della merce. Cioè a dire che più si logora una macchina con le sue materie ausiliarie nel produrre una merce, più le comunica del suo valore; mentre più è grande il valore della merce, per la quale la macchina lavora, più è piccola la parte di valore che le perviene dal consumo della macchina.
"Se il logoramento giornaliero di un martello a vapore, il suo consumo di carbone, ecc., si distribuiscono sopra enormi masse di ferro martellato, ogni quintale di ferro non assorbe che una minima parte di valore; questa porzione sarebbe evidentemente considerevole se l'istrumento ciclopico non facesse che conficcare piccoli chiodi" (K. Marx).
Quando, per la generalizzazione del sistema della grande industria, la macchina cessa di essere fonte diretta di profitto straordinario per il capitalista, questi riesce a trovare molte altre vie, per le quali poter continuare a ritrarre grandissima quantità di plusvalore relativo da questo nuovo modo di produzione.
"Il capitale, impossessatosi della macchina, leva tosto il grido: Lavoro di donne, lavoro di fanciulli! Questo mezzo potente di diminuire il lavoro dell'uomo, si cambia tosto in mezzo d'aumentare il numero dei salariati; egli curca tutti i membri d'una famiglia, senza distinzione d'età e di sesso, sotto ilbastone del capitale. Il lavoro forzato per il capitale usurpa il posto dei giuochi d'infanzia e del lavoro libero per il mantenimento della famiglia; ed il sostegno economico del morale della famiglia era appunto questo lavoro domestico. Il valore della forza lavoro era determinato dalle spese di mantenimento dell'operaio e della sua famiglia. Gettando la famiglia sul mercato, distribuendo così sopra diverse forze il valore d'una sola, la macchina, la deprezza. Può essere che le quattro forze, per esempio, che una famiglia operaia vende ora, le diano più che altra volta dava la sola forza del suo capo; ma nello stesso tempo quattro giornate di lavoro ne hanno sostituita una sola, ed il prezzo è ribassato in proporzione all'eccesso del sopralavoro di quattro sul sopralavoro d'uno solo.
Quattro persone devono ora fornire non solamente lavoro, ma ancora sopralavoro al capitale, onde possa vivere una sola famiglia. Gli è così che la macchina, aumentando la materia umana sfruttabile, eleva nel medesimo tempo il grado di sfruttamento. L'impiego capitalista del meccanismo altera fondamentalmente il contratto, la cui prima condizione era che capitalista e operaio dovessero presentarsi in faccia l'uno dell'altro come persone libere, mercanti tutti e due, l'uno possessore di denaro o di mezzi di produzione, l'altro possessore di forza lavoro. Tutto ciò è rovesciato tosto che il capitale compra dei lavoratori. Altra volta l'operaio vendeva la sua propria forza lavoro, della quale egli poteva liberamente disporre, ora egli vende moglie e figli; diventa mercante di schiavi" (K. Marx).
"Mentre la macchina è il mezzo più potente di accrescere la produttività del lavoro, cioè di raccorciare il tempo necessario alla produzione delle merci, essa diviene, come sostegno del capitale, il mezzo più potente di prolungare la giornata di lavoro al di là di ogni limite naturale. Il mezzo di lavoro, divenuto macchina, si leva indipendente innanzi al lavoratore. Una sola passione anima il capitalista: egli vuole forzare l'elasticità umana e stritolare tutte le resistenze. La facilità evidente del lavoro a macchina e l'elemente più maneggevole e più docile, che sono le donne e i fanciulli, l'aiutano in quest'opera di asservimento.
Il logoramento materiale delle macchine si presenta sotto un duplice aspetto. Esse si consumano da una parte in ragione del loro impiego, come i pezzi di moneta per la circolazione; d'altra parte per la loro inazione, come una spada che s'irruginisce nel fodero. In quest'ultimo caso diventano preda degli elementi. Il primo genere di logoramento è più o meno in ragione diretta, l'ultimo è sino ad un certo punto in ragione inversa del loro uso. La macchina è altresì soggetta a ciò che potrebbesi chiamare suo logoramento morale. Essa perde di valore, a misura che le macchine della medesima costruzione sono riprodotte a miglior mercato, o a misura che macchine perfezionate vengono a far loro concorrenza" (K. Marx). Per riparare a questo danno, il capitalista sente il bisogno di far lavorare la sua macchina il più possibile, e comincia anzitutto dal prolungare il lavoro giornaliero, introducendo il lavoro di notte ed il sistema dei rilievi. Come lo indica la parola stessa, usata per indicare il cambio dei cavalli di posta, il sistema dei rilievi consiste nel fare eseguire il lavoro da due squadre di lavoratori, che si danno il cambio ogni dodici ore, o da tre che si scambiano ogni otto ore; in guisa che il lavoro procede sempre senza la menoma interruzione per tutte le 24 ore. Questo sistema, tanto proficuo per capitale, è adottato altresì nel primo momento della comparsa delle macchine, quando il capitalista ha molta premura di riuscire ad ammassare la maggior quantità possibile di profitto straordinario, che tosto dovrà cessare per la generalizzazione delle macchine stesse. Il capitalista, adunque, abbatte colle macchine tutti gli ostacoli di tempo, tutti i limiti della giornata che nella manifattura erano imposti al lavoro. E quando egli è giunto al limite della giornata naturale, ad assorbire cioè tutte le 24 ore del giorno, egli trova il modo per fare di un giorno solo due, tre, quattro e più giorni, intensificando due, tre, quattro e più volte il lavoro. Infatti, se in una giornata di lavoro si trova modo di far eseguire all'operaio un lavoro due volte, tre volte, quattro volte, ecc. più grande di prima, è chiaro che l'antica giornata di lavoro corrisponderà a due, a tre, a quattro e più giornate di lavoro. Ed il capitalista trova il modo di farlo, rendendo, come già abbiamo detto, più intenso il lavoro, stringendo, in altri termini, in una sola giornata il lavoro di due, tre, quattro e più giornate. È con le macchine che egli riesce a questo scopo.
"Perfezionando la macchina a vapore, si riesce ad aumentare il numero dei colpi di stantuffo per minuto e, grazie ad una saggia economia di forze, a spingere con un motore del medesimo volume un meccanismo più considerevole, senza aumentare pertanto il consumo del carbone. Diminuendo l'attrito degli organi di trasmissione, riducendo il diametro ed il peso dei grandi e piccoli alberi motori, delle ruote dei tamburi, ecc. ad un minimum sempre decrescente, si arriva a far trasmettere con più rapidità l'accresciuta forza d'impulsione del motore a tutte le branche del meccanismo d'operazione. Il meccanismo stesso è migliorato. Le dimensioni delle macchine strumenti sono ridotte, mentre la loro mobilità e la loro efficacia sono aumentate, come nel moderno telaio da tessere, ovvero le loro ossature sono ingrandite con la dimensione ed il numero degli strumenti che esse muovono, come nelle macchine da filare. Infine, questi strumenti subiscono incessanti modificazioni di dettaglio, come furono quelle che, circa quindici anni or sono, accrebbero d'un quinto la velocità dei fusi della macchina da filare. Un fabbricante inglese nel 1836 dichiarava: 'Paragonato a quello d'altra volta, il lavoro da eseguirsi nelle fabbriche è oggi considerevolmente accresciuto per l'attenzione e l'attività superiore che la velocità molto aumentata delle macchine esige dal lavoratore'. E, nel 1844, nella Camera dei Comuni si disse: 'Il lavoro degli operai, impiegati nelle operazioni di fabbrica, è oggi tre volte più grande di quanto lo era al momento in cui fu stabilito questo genere d'operazioni. Il sistema meccanico ha, senza alcun dubbio, compiuto un'opera, che richiederebbe i tendini ed i muscoli di molti milioni d'uomini; ma egli ha pure prodigiosamente aumentato il valore di quelli, che sono sottoposti al suo movimento terribile'" (K. Marx).
"Nella fabbrica la virtù di adoperare lo strumento passa dall'operaio alla macchina. La classificazione fondamentale diventa quella di lavoratori di macchine strumenti (compresovi qualche operaio incaricato di riscaldare la caldaia a vapore) e di manovali, quasi tutti fanciulli subordinati ai primi. In mezzo a questi manovali si trovano più o meno tutti gli alimentatori, che forniscono alle macchine le loro materie prime. Accanto a queste classi principali prende posto un personale numericamente insignificante d'ingegneri, di meccanici, di falegnami, ecc., che sorvegliano il meccanismo generale e provvedono alle riparazioni necessarie. È una classe superiore di lavoratori, gli uni formati scientificamente, gli altri possedendo un mestiere, messo al di fuori del circolo degli operai di fabbrica, ai quali essi sono aggiunti come ingrasso. Ogni fanciullo impara molto facilmente ad adattare i suoi movimenti al movimento continuo ed uniforme dell'automa. La rapidità con la quale i fanciulli imparano il lavoro a macchina sopprime radicalmente la necessità di convertirlo in vocazione esclusiva d'una classe particolare di lavoratori. La specialità che consiste a maneggiare durante tutta la propria vita un istrumento parziale diventa la specialità di servire per tutta la propria vita una macchina parziale. Si abusa del meccanismo per trasformare l'operaio, dalla sua più tenera infanzia, in particella di una macchina, che fa essa stessa parte di un'altra. Non solamente le spese, che esige la sua riproduzione, si trovano in tal guisa considerevolmente diminuite, ma la sua dipendenza dalla fabbrica e perciò stesso dal capitale è diventata assoluta. Nella manifattura e nel mestiere, l'operaio si serve del suo istrumento; nella fabbrica, egli serve la macchina. Là, il movimento dell'istrumento di lavoro parte da lui; qui, egli non fa che seguirlo. Nella manifattura gli operai formano tante membra d'un meccanismo vivente. Nella fabbrica, essi sono incorporati ad un meccanismo morto, che esiste indipendentemente da loro. La facilità stessa del lavoro diventa una tortura, nel senso che la macchina non libera l'operaio dal lavoro, ma spoglia il lavoro del suo interesse. Il mezzo di lavoro, convertito in automa, si drizza innanzi all'operaio, durante il processo del lavoro, sotto forma di capitale, di lavoro morto, che domina e inghiotte la sua forza vivente. La grande industria meccanica compie finalmente la separazione tra il lavoro manuale e le potenze intellettuali della produzione, le quali essa trasforma in poteri del capitale sul lavoro. L'abilità dell'operaio appare meschina innanzi alla scienza prodigiosa, alle enormi forze naturali, alla grandezza del lavoro sociale incorporato nel sistema meccanico, che costituisce la potenza del Padrone. Nel cervello di questo padrone, il suo monopolio sulle macchine si confonde con l'esistenza delle macchine stesse. E, come dice Federico Engels, in caso di conflitto coi suoi operai egli getta loro in faccia queste parole sdegnose: 'Gli operai di fabbrica farebbero molto bene a ricordarsi che il loro lavoro è dei più inferiori; che non ve n'ha un altro più facile ad imparare e che sia meglio pagato, vista la sua qualità, poiché basta il menomo tempo ed il menomo insegnamento per acquistare in esso tutta l'abilità voluta. Le macchine del padrone rappresentano infatti una parte ben più importante nella produzione, che il lavoro e l'abilità dell'operaio, che reclamano solamente una educazione di sei mesi, e che un semplice contadino può imparare'. La subordinazione tecnica dell'operaio all'andamento uniforme del mezzo di lavoro e la composizione particolare del lavoratore collettivo con individui dei due sessi e di ogni età, creano una disciplina di caserma perfettamente elaborata nel regime della fabbrica. Là, il così detto lavoro di sorveglianza e la divisione degli operai in semplici soldati e sott'ufficiali industriali sono spinti al loro ultimo grado di sviluppo. Ure, il decantatore della fabbrica, dice: 'La principale difficoltà non consisteva tanto nella invenzione di un meccanismo automatico..., la difficoltà consisteva specialmente nella disciplina, necessaria per far rinunziare agli uomini le loro abitudini irregolari nel lavoro, e identificarli colla regolarità invariabile del grande automa. Inventare e mettere in vigore con successo un codice di disciplina manifatturiera conveniente ai bisogni ed alla celerità del sistema automatico, ecco un'intrapresa degna di Ercole'. Gettando da banda la divisione dei poteri e il sistema rappresentativo, tanto prediletti dalla borghesia, il capitalista formula, da legislatore privato e come meglio gli piace, il suo potere autocratico sui suoi operai, nel suo codice di fabbrica. La frusta del conduttore di schiavi è qui sostituita dal libro delle punizioni, che tutte si risolvono naturalmente in ammende e ritenute sul salario.
F. Engels dice: 'La schiavitù alla quale la borghesia ha sottoposto il proletariato, si presenta sotto il suo vero aspetto nel sistema della fabbrica. Qui ogni libertà cessa di fatto e di diritto. L'operaio deve essere la mattina nella fabbrica alle cinque e mezzo; se viene due minuti più tardi incorre nell'ammenda; se è in ritardo di dieci minuti, non lo si fa entrare che dopo colazione, e perde il quarto del suo salario giornaliero. Il fabbricante è legislatore assoluto. Fa regolamenti come gli salta in testa, modifica ed amplia il suo codice a suo piacere, e se v'introduce l'arbitrio più stravagante, i tribunali rispondono ai lavoratori: Poiché voi avete accettato volontariamente questo contratto, dovete sottomettervici. Questi lavoratori sono condannati ad essere così tormentati fisicamente e moralmente dal loro nono anno sino alla loro morte'. Prendiamo due casi, per esempio, di ciò che dicono i tribunali. A Sheffield nel 1866 un operaio si era impegnato per due anni in una fabbrica metallurgica. Per querela avuta col fabbricante egli lasciò la fabbrica e dichiarò di non volervi ritornare a nessun costo. Accusato di rottura di contratto, è condannato a due mesi di prigione. (Se il fabbricante viola lui il contratto, non può essere che tradotto innanzi ai tribunali civili, e non rischia che un'ammenda). Compiuti i due mesi, il medesimo fabbricante gl'intima di ritornare in fabbrica, secondo l'antico contratto. L'operaio si rifiuta, allegando che egli ha purgato la sa pena. Tradotto nuovamente in giudizio, è di nuovo condannato dal tribunale, benché uno dei giudici dichiarasse pubblicamente essere una enormità giuridica, che un uomo possa venir condannato periodicamente durante tutta la sua vita, pel medesimo delitto. Questo giudizio fu pronunziato da una delle più alte Corti di giustizia di Londra. Il secondo caso avvenne nel Wiltshire, nel novembre 1863. Circa trenta tessitori a vapore, occupati da un certo Harrupp, fabbricante di panni, si misero in sciopero, perché il detto Harrupp, aveva la graziosa abitudine di fare una ritenuta di salario per ogni ritardo del mattino. Egli riteneva dodici soldi per due minuti, uno scellino (ventiquattro soldi) per tre minuti e uno scellino e mezzo per dieci minuti. Ciò fa dodici lire e un quinto di centesimo per ora, l. 112,50 per giorno, mentre che il salario, in media, non sorpassava mai dodici o quattordici lire per settimana. Harrupp aveva appostato un ragazzo per suonare l'ora della fabbrica; il che questi faceva talvolta prima delle sei del mattino; e tosto aveva finito, le porte erano chiuse, e tutti gli operai che si trovavano fuori subivano una ammenda. Siccome non vi era orologio in questo stabilimento, i disgraziati erano a discrezione del bricconcello, ispirato dal padrone. Le madri di famiglia e le giovanette, comprese nello sciopero, dichiararono che esse si sarebbero rimesse al lavoro tosto che il suonatore fosse sostituito da un orologio, e che la tariffa si rendesse più ragionevole. Harrupp citò 19 donne e fanciulle innanzi al magistrato per rottura di contratto. Esse furono condannate ciascuna a mezzo scellino di ammenda e due scellini per le spese, in mezzo allo stupore dell'uditorio. Harrupp, all'uscire dal tribunale, fu salutato dai fischi della folla" (K. Marx).
I tristi effetti della fabbrica e della grande industria sono sempre preveduti dai lavoratori, come lo dimostra l'accoglienza che essi fanno ognora alle prime macchine. Nel diciassettesimo secolo, in quasi tutta l'Europa, scoppiarono sollevazioni operaie contro una macchina tessitrice di nastri e galloni, chiamata Bandmuehle o Muehlenstuhl. Essa fu inventata in Germania. L'abate Lancelotti racconta, nel 1636, che: "Anton Mueller di Danzica ha veduto in questa città, circa 50 anni or sono, una macchina molto ingegnosa, che eseguiva contemporaneamente da quattro a sei tessuti. Ma il magistrato, temendo che questa invenzione convertisse gran numero di operai in mendicanti, la soppresse, e fece soffocare o annegare l'inventore. Nel 1629, questa medesima macchina fu per la prima volta impiegata a Leida, dove le sommosse dei spinettari forzarono i magistrati a proscriverla. Boxhorn dice a questo proposito: 'In questa città alcuni individui inventarono, venti anni or sono, un telaio da tessere, per mezzo del quale un solo operaio poteva eseguire più tessuti e più facilmente che molti altri nel medesimo tempo. Da ciò tumulti e querele da parte dei tessitori, che fecero proscrivere dai magistrati l'uso di questo strumento'" (K. Marx).
Dopo aver lanciato contro questo telaio da tessere editti più o meno proibitivi, nel 1632, 1639, ecc. gli Stati generali di Olanda ne permisero finalmente l'impiego sotto certe condizioni, con l'editto del 15 dicembre 1661.
"Il Bandstuhl fu proscritto a Colonia, nel 1676, mentre la sua introduzione in Inghilterra, verso la medesima epoca, vi provocò turbolenze fra i tessitori. Un editto imperiale, del 19 febbraio del 1685, interdisse il suo uso in tutta la Germania. Ad Amburgo fu bruciato pubblicamente per ordine del magistrato. L'imperatore Carlo VI rinnovò, in febbraio 1719, l'editto del 1685; ed è solamente nel 1765 che l'uso pubblico ne fu permesso nella Sassonia elettorale. Questa macchina, che scosse l'Europa, fu il precursore delle macchine da filare e da tessere, e preludiò la rivoluzione industriale del diciottesimo secolo. Essa permetteve, al ragazzo più inesperto, di far lavorare tutto un telaio con le sue spole, avanzando e ritirando una pertica, e fornendo, nella sua forma perfezionata, da 40 a 50 capi alla volta. Verso la fine del primo terzo del diciassettesimo secolo, una sega a vento, stabilita da un olandese nelle vicinanze di Londra, fu distrutta dal popolo. Al principio del diciottesimo secolo, le seghe ad acqua non trionfarono che difficilmente della resistenza popolare sostenuta dal Parlamento. Quando Everet, nel 1758, costruì la prima macchina ad acqua per tosare la lana, centomila uomini, messi da essa fuori di lavoro, la ridussero in cenere. Cinquantamila operai, che guadagnavano la vita cardando la lana, riempirono il Parlamento di petizioni contro la macchina da cardare. La distruzione di numerose macchine dei distretti manifatturieri inglesi durante i primi quindici anni del diciannovesimo secolo, dette al governo il pretesto di violenze ultra-reazionarie. Ci vuole tempo ed esperienza, prima che gli operai imparino a distinguere fra la macchina ed il suo impiego capitalista, e dirigano i loro attacchi non contro il mezzo materiale di produzione ma contro il suo modo sociale di sfruttamento" (K. Marx).
Ecco, adunque, quali sono i risultati delle macchine e della grande industria per i lavoratori. Questi sono, anzitutto, scacciati in gran numero dalle fabbriche, nelle quali la macchina ha preso il loro posto. I pochi che vi restano devono subire l'umiliazione di vedersi strappare di mano l'ultimo strumento di lavoro e di essere ridotti alla condizione di servi delle macchine; devono sopportare il peso di una giornata di lavoro straordinariamente cresciuta; rinunziare a moglie e figli, divenuti gli schiavi del capitale; e soffrire, finalmente, gl'indescrivibili spasimi, prodotti dalle torture di un lavoro progressivamente intensificato dalla folle libidine di plusvalore, dalla quale è preso il capitalista nel periodo della grande industria. Ma al dio capitale non mancano i teologi, che tutto spiegano, e tutto giustificano con le loro eterne leggi. Al disperato grido dei lavoratori affamati dalle macchine, essi rispondono con l'annunzio di una peregrina legge di compensazione.
"Una falange di economisti borghesi, James Mill, Mac CUlloch, Torrens, Senior, J. St. Mill, ecc., sostengono che, spostando operai occupati, la macchina disimpegna, per questo fatto stesso, un capitale destinato a impiegarli di nuovo in un'altra occupazione qualunque. Mettiamo che in una fabbrica di tappeti s'impieghi un capitale di 6000 lire sterline, delle quali una metà è avanzata in materie prime (si fa astrazione dai fabbricati, ecc.) e l'altra metà consacrata al pagamento di cento operai, ciascuno dei quali riceve un salario annuale di 30 l. st. A un momento dato il capitalista congeda 50 operai, e li sostituisce con una macchina di 1500 l.st. Si disimpegna un capitale per questa operazione? Originariamente la somma totale di 6000 l. st. si divideva in un capitale costante di 3000 l.st. ed un capitale variabile di 3000 l.st. Ora essa consiste in un capitale costante di 4500 l.st., - 3000 l.st. per materie prime e 1500 l.st. per la macchina - e un capitale variabile di 1500 l.st. per la paga di 50 operai. L'elemento variabile è caduto dalla metà a un quarto del capitale totale. Invece di essere disimpegnato, un capitale di 1500 l.st. si trova impiegato sotto una forma nella quale cessa di essere scambiabile contro la forza di lavoro, cioè da variabile è divenuto costante. In avvenire il capitale totale di 6000 l. st. non occuperà mai più di 50 operai e ne occuperà meno ad ogni perfezionamento della macchina. Per compiacere i teorici della compensazione, noi ammetteremo che il prezzo della macchina sia minore della somma dei salari soppressi, che essa non costi che 1000 l.st., invece di 1500 l.st. Nei nostri nuovi dati il capitale di 1500 l.st. altra volta avanzato in salari, si divide ora come segue: 1000 l.st. impegnate sotto forma di macchine e 500 l.st. disimpegnate dal loro impiego nella fabbrica di tappeti, e che possono funzionare come nuovo capitale. Se il salario resta lo stesso, ecco un fondo che servirebbe per occupare circa sedici operai, mentre ve n'ha cinquanta di congedati; ma esso ne occuperà molto meno di sedici, poiché, per trasformarsi in capitale, le 500 l.st. devono in parte essere spese in istrumenti, materie, ecc., in una parola, comprendere un elemento costante, inconvertibile in salari. Se la costruzione della macchina dà lavoro ad un numero addizionale di operai meccanici, sarebbe forse quella la compensazione dei tappezzieri gettati sul lastrico? In ogni caso, la sua costruzione occupa meno operai di quanto il suo impiego ne sposta. La somma di 1500 l.st. che, in rapporto ai tappezzieri licenziati, non rappresenta, in rapporto alla macchina, non solo il valore dei mezzi di produzione necessari per la sua costruzione, ma eziandio il salario di meccanici ed il plusvalore devoluto al loro padrone. Di più, una volta fatta, la macchina non si rifà che dopo la sua morte, e per occupare in modo permanente il numero addizionale dei meccanici, è necessario che le manifatture di tappeti, l'una dopo l'altra, spostino operai con le macchine. Ma non è a ciò che mirano i dottrinari della compensazione. Per essi, l'affare importante è la sussistenza degli operai congedati. Privano di nostri 50 operai del loro salario di 1500 l.st. la macchina impedisce loro il consumo di 1500 l.st. di sostanze. Ecco il fatto nella sua triste realtà! Affamare l'operaio i signori dal ventre pieno lo chiamano rendere dei viveri disponibili per l'operaio, come nuovo fondo d'impiego in un'altra industria. Come si vede, tutto dipende dalla maniera d'esprimersi. Nominibus mollire licet mala. È lecito palliare con delle parole i mali" (K. Marx). -
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