Stress tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Stress tutto di tutto
Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici.
Hans Selye definì come "Sindrome Generale di Adattamento"[1] quella risposta che l'organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell'ambiente sociale).
L'evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:
- Allarme, l'organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento (coping) sia fisici che mentali. Esempi sono costituiti dall'aumento del battito cardiaco, pressione sanguigna, tono muscolare ed arousal (attivazione psicofisiologica).
- Resistenza, il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell'affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole, ad es. le ghiandole surrenali.
- Esaurimento, se gli stressor continuano ad agire, il soggetto può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica
L'ipotalamo secerne fattori di rilascio per l'ipofisi per la produzione di ADH e ACTH.
L'ADH (o vasopressina) fronteggia la diminuita volemia (rapporto tra volume ematico e letto vascolare) mediante la ritenzione idrica (causante l'aumento di volume ematico) e la costrizione dei vasi.
L'ACTH agisce a livello corticale surrenale causando il rilascio di cortisolo e aldosterone.
Il cortisolo stimola la gluconeogenesi (conversione delle proteine in zuccheri) e inibisce l'azione dell'insulina (insulinoresistenza).
L'aldosterone agisce a livello renale stimolando il riassorbimento di sodio, che per osmosi "trascina" con sé acqua, contribuendo al ripristino del corretto livello volemico.
Il riassorbimento del sodio si accoppia all'escrezione di potassio e ioni idrogeno, la cui deplezione provoca l'acidificazione delle urine e l'alcalinizzazione del sangue (causata in sinergia dall'iperventilazione).
Il rene rileva il calo di pressione attraverso la macula densa dell'apparato iuxtaglomerulare e tramite la secrezione di renina attiva il sistema renina-angiotensina-aldosterone; l'angiotensina II è un potente vasocostrittore.
Il sistema ortosimpatico causa il rilascio di adrenalina e noradrenalina, in particolare dalla midollare surrenale. questi ormoni causano:
- una costrizione dei vasi cutanei (pallore) e viscerali addominali (recettori alfa)
- una dilatazione dei vasi muscolari (recettori beta)
- aumento della frequenza cardiaca (conseguente aumento della gittata cardiaca) (recettori beta)
- broncodilatazione
- midriasi
- inibizione del rilascio e dell'efficacia dell'insulina (insulinoresistenza e possibile diabete mellito tipo 2)
- aumento della sensibilità al glucagone
Questi ultimi due effetti causano l'alterazione del metabolismo, spinto verso il mantenimento di alti livelli glicemici.
In breve, un aumento dell'idrolisi proteica muscolare e dei trigliceridi fornisce aminoacidi e glicerolo per la gluconeogenesi e causa un calo ponderale; la glicolisi è inibita.
Fonte Wikipedia
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
COMBATTERE LO STRESS
PER COMBATTERE LA MALATTIA
Il primo a formulare il termine “stress” fu lo psicologo tedesco Hans Seyle e secondo lui “... la completa libertà dallo stress è uguale alla morte”; e prosegue sottolineando che “… noi non dobbiamo, e in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio, imparando di più i suoi meccanismi ed adattando ad esso la nostra filosofia dell’esistenza”.
Perché allora usiamo la parola stress solo con un’accezione negativa? Perché quando i fattori stressanti diventano troppi (e ciò succede sempre di più nella nostra vita quotidiana) allora diventa faticoso reagire a tutti ed a volte possiamo non farcela.
È a questo punto che lo stress diventa cronico e provoca la comparsa di alcuni sintomi, sia fisici che psicologici. Allora è il caso di chiedere aiuto ad un Medico e di intervenire. I
P E R C O R S I D E L B E N E S E R E
Ma quali sono, spesso, i primi sintomi dello stress?
- Sensazione di stanchezza generale, non motivata.
- Disturbi del sonno, che diventa frammentato ed agitato, oppure difficoltà ad addormentarsi, fino alla vera e propria insonnia.
- Scarso controllo delle proprie reazioni emotive con frequenti scatti di rabbia, crisi di pianto, ecc.
- Difficoltà di concentrazione e di attenzione.
- Attacchi di ansia o di panico.
- Confusione mentale con difficoltà a concentrarsi e ad esprimersi.
- Noia, disinteresse, senso di impotenza o di inadeguatezza nei confronti di ogni situazione.
- Accelerazione del battito cardiaco.
- Respirazione irregolare.
- Innalzamento della pressione arteriosa.
- Tensione e rigidità muscolare, in particolar modo del collo, delle spalle e della schiena.
- Crampi allo stomaco.
Lo stress può anche essere definito come una “sindrome generale di adattamento”, in cui possiamo distinguere tre fasi:
- Una reazione di allarme, durante la quale il corpo secerne una certa
quantità di ormoni e subisce modificazioni biochimiche.
- Una fase di resistenza, in cui l’intero organismo prepara ed utilizza le sue difese.
- Una fase di esaurimento, in cui l’organismo non è più in grado di
adattarsi agli elementi stressanti.
Per affrontare questi momenti l’organismo coinvolge una serie di strutture, come le ghiandole dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. La loro attivazione determina la secrezione degli ormoni cortico-surrenalici che, ad alta concentrazione e per lungo tempo, finiscono per causare gravi problemi quali una riduzione delle difese immunitarie o essere determinanti per la formazione, ad esempio, di gastriti ed ulcere duodenali.
È bene comunque sottolineare che le prime due fasi dello stress non costituiscono malattia. Solo nella terza fase si entra nella patologia.
Secondo alcuni esperti, lo stress può essere causato semplicemente da un incalzare troppo frequente di stimoli, non necessariamente negativi. Ma la realtà di questo stato è molto più complessa.
Ognuno di noi reagisce in modo diverso all’ambiente, agli eventi, agli stimoli che si presentano ogni giorno. Questo meccanismo di reazione è chiamato “valutazione conoscitiva”.
Quando la valutazione conoscitiva è distorta rispetto alla realtà possono
insorgere i problemi; la situazione più tipica è quella in cui sentiamo l’ambiente, o le persone, o gli eventi superiori alle nostre capacità di affrontarli, quando c’è un disequilibrio tra quanto ci è chiesto di fare e quanto invece ci sentiamo in grado di fare.
In tutto questo giocano un ruolo importante le emozioni, che scientificamente possiamo definire come un meccanismo di adattamento indispensabile per la conservazione dell’individuo e della specie.
Sappiamo bene quanto le emozioni possono animare o sconvolgere la nostra vita. In una sindrome di adattamento come quella che abbiamo descritto, se le emozioni sono eccessive o sbilanciate, possono sfociare in malattia.
Molto però dipende anche dalla capacità di tollerare gli eventi stressanti. Questa capacità, chiamata “resilienza”, è in effetti, ciò che spiega perché ci siano persone capaci di resistere a livelli di stress anche molto alti e continuativi senza manifestare alcun sintomo, mentre altri sviluppano malattie con livelli stressanti molto più bassi.
Ciascuno di noi ha certamente un proprio “patrimonio” di resilienza, ma questa, fortunatamente, può anche essere incrementata.
Qualche accorgimento utile per ridurre lo stress:
Il primo passo è cercare di capire noi stessi, perché solo noi siamo in grado di individuare le cause e i comportamenti che hanno provocato lo stress.
Ecco poi alcuni consigli pratici da mettere subito in atto:
- Assumetevi tutta la responsabilità dei vostri ritmi di vita e di lavoro.
- Focalizzate l’attenzione sugli obiettivi prioritari.
- Incominciate a dire “no” a chi vi chiede troppo e quando non avete voglia di fare qualcosa.
- Non concentrate impegni e cambiamenti in un periodo troppo breve.
- Dedicatevi regolarmente a qualcosa che vi piace molto o vi diverte, possibilmente senza provare sensi di colpa.
- Fate un adeguato e specifico esercizio fisico.
- Imparate alcune tecniche di rilassamento.
- Controllate la dieta.
Quest’ ultimo punto riveste una grande importanza tra le cose che ciascuno di noi può fare da subito. Ecco alcuni semplici ma efficaci consigli su come mangiare per ridurre lo stress:
- Se riconoscete in voi i sintomi dello stress, evitate innanzitutto di sottoporvi a diete troppo drastiche o privative.
- Ricordate che, in chi è soggetto a stress, il livello di zuccheri nel sangue si alza e si abbassa rapidamente e in modo irregolare, quindi è consigliabile assumere zuccheri sotto forma di carboidrati complessi:
cereali, riso, pasta, pane, perché rilasciano gli zuccheri in modo lento,
evitando invece gli zuccheri semplici e raffinati, quali il comune
saccarosio o lo sciroppo di glucosio.
- Evitate pasti troppo abbondanti, cibi troppo conditi, intingoli e salse.
- Fate piuttosto pasti piccoli, frequenti e controllati, per non sovraccaricare l’organismo.
- Masticate lentamente ed a lungo ogni boccone, evitando di assumere il cibo in fretta, o magari in piedi.
- Quando possibile, preferite sempre mangiare seduti ed in un ambiente tranquillo e rilassante.
- Mangiate frutta e verdure fresche in abbondanza, in particolare quelle ricche di vitamine B e C. La B è molto diffusa in natura e si trova anche nei cereali e nei legumi. La C, oltre che negli agrumi, si trova in elevate quantità anche nei peperoni verdi, broccoli, verza, spinaci, cavoli e pomodori.
- Bevete almeno un litro al giorno di liquidi che non contengano zucchero.
- Limitate il consumo di tè, caffè, coca cola, cacao, tutte bevande che contengono eccitanti.
- Prima di andare a letto bevete una bevanda tiepida e moderatamente
dolcificata: una tisana oppure del latte scremato hanno un’azione
rilassante.
Comunque, tra tutti i consigli pratici che si possono dare per prevenire o curare lo stress, il più importante è però “staccate la spina” ogni tanto.
Quando possibile, allontanatevi temporaneamente da tutto ciò che può generare o ha generato lo stress, magari cercando di immergervi in un ambiente naturale dove cui trascorrere un po’ di tempo. Infatti, anche il contesto abitativo/lavorativo contribuisce ad aumentare o ridurre il vostro benessere, ed esiste una vera e propria terapia dell’habitat, che si esprime attraverso l’architettura degli edifici, la scelta dei materiali, la presenza di piante verdi e di acqua. Perché l’armonia con ciò che ci circonda è un ingrediente fondamentale per combattere lo stress e raggiungere il benessere psico-fisico.
Questo aspetto, ignorato per anni, torna oggi ad avere tutto il suo valore, perché ormai si sa che è la perdita di equilibrio che provoca l’insorgenza della malattia e richiede strumenti integrati, per poter essere recuperato.
Vi sono poi una serie di attività mentali che possono contribuire grandemente ad un controllo dello stress. Tra queste, una facilmente praticabile, anche in completa autonomia, e costituita dal training autogeno.
Il termine “Training Autogeno” significa, letteralmente “allenamento che si genera da sè”. Ciò significa che attraverso alcuni esercizi mirati si creano spontaneamente delle sensazioni psicosomatiche utili.
Questa tecnica è stata inventata nella prima metà del ’900 dal medico austriaco Johannes Schultz, che ha messo a punto due tipi di esercizi, definiti “inferiori” e “superiori”. I primi, estremamente semplici, sono i più usati ed hanno il vantaggio che, una volta acquisiti, possono essere eseguiti senza terapista e quindi ognuno è in grado di rilassarsi in qualunque momento ed in qualsiasi luogo.
Gli esercizi, 6 in tutto, vengono potenziati attraverso la ripetizione mentale di formule specifiche. Il principio su cui si basa il training autogeno è la concentrazione passiva, che è l’esatto opposto di quella attiva che tutti conosciamo come “sforzo mentale”.
Si tratta invece di eliminare l’attenzione e gli sforzi, ripetendo mentalmente le formule e facendo gli esercizi. In questo modo saremo in grado di percepire pienamente ciò che accade nel nostro corpo, ascoltando finalmente il suo linguaggio.
Si possono utilizzare anche altre tecniche di rilassamento, volte a stimolare l’unicum mente-corpo attraverso esercizi di respirazione, relax, visualizzazioni positive e movimenti yoga.
Infine, dobbiamo considerare anche l’uso/abuso dei farmaci.
Molte persone ricorrono in maniera indiscriminata alle benzodiazepine, i cosidetti “tranquillanti”, per ridurre, o meglio per non sentire gli effetti dello stress.
Premesso che, in linea generale, un farmaco non è di per se stesso “buono” o “cattivo”, ma che questi aggettivi sono invece da riferirsi solo all’uso che ne viene fatto, bisogna considerare che l’unico effetto che essi hanno è quello di non far “sentire” l’ansia.
Ma è facile capire che, da soli, essi non sono certo in grado di non far “venire” l’ansia, esattamente come un’aspirina è capace di ridurre un mal di testa ma non può far nulla per evitare che esso si ripresenti.
È chiaro, dunque, che i tranquillanti (salvo casi di gravi crisi dove è importante ridurre la sintomatologia in breve tempo e sempre sotto indicazione e stretto controllo del medico proscrittore) non rappresentano una soluzione, che è solo nelle mani di ciascuno di noi; anzi, spesso ritardano la presa di coscienza del problema sottostante e la conseguente importante decisione di iniziare a riprendere in mano il filo della propria vita.
Fonte: www.contattoemotivo.net
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
Articolo pubblicato su “Dirigenza Bancaria” ed.EDIMANAGER
STRESS E PSICOSOMATICA
UN CONNUBIO PERICOLOSO PER LAVORATORI E NON
di Cristina Miliacca
Da diversi anni ormai il termine stress è entrato nel nostro vocabolario quotidiano e viene usato ogni volta in cui si manifesta una situazione di disagio o sofferenza, sebbene questo uso sia a volte un po’ improprio e spesso piuttosto un abuso. Una volta era assai diffusa l’espressione esaurimento nervoso , sono esaurito , oggi è quasi del tutto scomparsa, soppiantata da formule quali il lavoro stressante, il mio capo mi stressa, sono stressato …
Di vero c’è che lo stress è un concetto chiave nel comprendere molti accadimenti di malessere ed anche di malattia. Tanto più esso va tenuto in considerazione quanto più analizziamo attentamente lo stile ed i ritmi della vita moderna, primariamente nell’ambito lavorativo ma anche in quello privato.
Inutile ribadire, credo, evidenze che sono davanti agli occhi di tutti, quali il senso di mutevolezza, competitività, precarietà, disgregazione di alcuni valori che caratterizzano il mondo lavorativo attuale. Non intendo soffermarmi sulla descrizione sociologica di come la nostra vita moderna stia cambiando da alcuni decenni a questa parte e di quanto sia in aumento il disagio esistenziale. Ciò che, invece, credo interessante focalizzare è la relazione tra eventi di vita e malattia, il cui trait d’union è stato segnalato – dalla medicina psicosomatica – nello stress.
Stress: definizione operativa e modello interpretativo
L’esperienza quotidiana che abbiamo del termine stress nella comunicazione del cosiddetto uomo della strada è quella di un uso in negativo del termine. Esso viene adottato soprattutto per indicare uno stato di tensione a cui è sottoposto in modo massiccio l’organismo, ovvero l’azione di eventi negativi che premono e mettono in sofferenza l’individuo sino a debilitarlo.
Nella ricerca della medicina moderna, a partire da Selye fino alle rielaborazioni recenti, stress è un concetto in sé privo di connotazioni negative. Infatti con il termine stress identifichiamo la risposta che l’organismo emette di fronte ad una richiesta di cambiamento effettuata su di lui da un evento esterno. L’evento esterno, in tal senso, è denominato agente stressore o stressor .
La definizione operativa di stress più aggiornata e completa è quella di Pancheri, che accoglie e integra in una sintesi organica le teorie di Selye, di Mason e di Lazarus . Riprendendo i contributi originali di questi tre autori, Pancheri identifica lo stress in una risposta dell’organismo sia a livello comportamentale che fisiologico, mediata da una attivazione emozionale, a sua volta indotta da una valutazione cognitiva del significato dello stimolo. In altre parole, l’organismo di fronte ad una esigenza di cambiamento reagisce con una risposta emotiva determinata dal significato dato cognitivamente dal soggetto alla situazione attivante. L’emozione è a sua volta attivatrice di una reazione comportamentale e fisiologica. Pertanto la risposta di stress da una parte è aspecifica, nel senso che può essere determinata da una serie di differenti stimoli, dall’altra parte è invece molto specifica poiché dipende dal significato che lo stimolo assume per il singolo individuo e dalle personalissime modalità di reazione psicofisiologica.
Da quanto sopra si evince che di per sé lo stress è una reazione, una reazione adattiva che l’organismo mette in atto per affrontare i diversi momenti e cambiamenti della vita. Tuttavia questa reazione può diventare fonte di malattia quando il suo svolgimento risulta irregolare oppure quando si protrae in maniera intensa per lungo tempo, alterando in maniera cronica il naturale funzionamento psicofisiologico dell’organismo. Quando la risposta dell’organismo è di tipo adattivo parliamo di eustress , se invece la pressione dello stressor soverchia le capacità di coping dell’organismo parliamo di distress . Il distress è un fattore predisponente alla malattia.
Il circolo vizioso dello stress
Se lo stress è presente in ogni individuo per tutta la durata della vita, ed anzi è indispensabile alla sopravvivenza, ciò che per noi diventa cruciale comprendere è se e quando lo stimolo supera le capacità di adattamento dell’organismo provocando alterazioni che possono essere patogenetiche. In questo senso stress e ansia sono strettamente legati.
Ogni situazione della nostra esistenza può diventare agente stressore e o induttore di ansia: fattori fisici (freddo, caldo eccessivo, vento…), metabolici (ipoglicemia, malattia…), psichici (matrimonio, divorzio, nascita di un figlio, lutto…), psicosociali (pressione lavorativa, disoccupazione…). Lo stimolo esercita una maggiore richiesta psicoemotiva sul soggetto, ma nel determinare la eventuale malattia entrano in gioco altri fattori cruciali, quali la valutazione cognitiva dello stimolo, la predisposizione genetica (debolezza d’organo), la personalità e carattere del soggetto, l’ambiente. Tutto questo induce una risposta soggettiva unica che include anche una sintomatologia somatica esacerbata, fino alla malattia.
Nella risposta acuta allo stress sono coinvolti il sistema neurovegetativo e il sistema endocrino (aumento della secrezione di ormoni di tipo catabolico, quali adrenalina, noradrenalina, cortisolo, GH, tiroxina, ecc.), nonché il sistema immunitario (diminuzione degli anticorpi), in reciproca circolarità tanto che possiamo parlare di sistema neuroendocrinoimmunologico. E’ ad esso, con la considerazione anche dell’aspetto psicologico o cognitivo, che ci si riferisce quando in medicina psicosomatica si parla di sistema PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologico) .
Vediamo schematicamente come avviene il processo di attivazione fisiologica. Gli stimoli esterni vengono sottoposti a valutazione cognitiva, ovvero il soggetto dà un significato a quanto sta accadendo. Questa valutazione determina una reazione emotiva, la quale, assieme alla memoria di esperienze precedenti (che influisce sull’attribuzione stessa di significato allo stimolo) ed alla struttura genetica del soggetto, a sua volta attiva il Sistema Nervoso Centrale e Vegetativo. Il SNC determina una risposta comportamentale; il SNV, oltre a produrre delle modificazioni somatiche (aumento della frequenza cardiaca, dilatazione pupillare, aumento della sudorazione, ecc.), attiva il sistema endocrino. Il sistema immunitario viene attivato contemporaneamente sia dal sistema endocrino che dal sistema neurovegetativo. L’attivazione di SNV, SE e SI produce delle modificazioni somatiche che influiscono circolarmente sulla valutazione cognitiva dello stimolo, con conseguenze anche patogenetiche. Nel disturbo da attacchi di panico, ad esempio, il soggetto manifesta una sensibilità particolare ai segnali d’ansia (tachicardia, respiro affannoso, ecc.), che egli interpreta in senso catastrofico come perdita di controllo, malattia o addirittura morte imminente. Questa valutazione cognitiva dei sintomi pone in maggiore ansia il soggetto, creando un loop e influendo in senso aumentativo sui sintomi stessi, fino all’esplosione panicosa.
Dottore, sto male ! … sarà una questione di stress ?
Dopo la fase di allarme e resistenza, in mancanza di adeguata soluzione all’evento stressante, e dunque di cronicizzazione della pressione di questo sull’organismo, segue una fase di esaurimento delle energie, nella quale subentra la spossatezza e diversi malesseri psicofisici, fino alla patologia somatica vera e propria. Nello stress cronico, infatti, anche la variazione ormonale ed immunologica diventano croniche, comportando l’insorgenza di alterazioni rispetto al programma genetico ed una senescenza precoce dell’organismo. Ad esempio, il ricambio e la riparazione dei tessuti vengono ritardati, si può aggravare la caduta dei capelli, nelle donne aumenta l'acne e qualche ciclo viene saltato, c’è una maggiore facilità ad ammalarsi.
Alcuni dei problemi somatici a cui lo stress cronico può contribuire in modo determinante sono i seguenti:
1) a livello cardiaco, tachicardia, irregolarità del battito cardiaco (extrasistole), dolore al centro del petto, ipertensione, infarto;
2) a livello polmonare, asma bronchiale (crisi asmatica mantenuta dall’ansia), iperventilazione;
3) a livello gastrointestinale, colon irritabile (diarrea, stipsi, dolori), dispepsia (senso di pienezza dopo il pasto, acidità, eruttazioni, dolori, ecc.), ulcera gastroduodenale (aumento della secrezione acida), morbo di Chron, crampi allo stomaco, colite;
4) a livello endocrino, attivazione abnorme di ghiandole surrenali, pancreas e reni, malfunzionamento della tiroide, alcuni studi ipotizzano l'insorgenza del diabete;
5) a livello uro-genitale, eiaculazione precoce (nell'ansia cronica), diminuzione del desiderio (nella depressione), bisogno frequente di urinare;
6) a livello dermatologico, iperidrosi (eccessiva sudorazione, di solito al palmo della mano o alla pianta del piede), prurito, tricotillomania (movimenti stereotipati e ripetitivi che consistono principalmente nello strapparsi i capelli, spesso anche le ciglia, ecc.);
7) a livello psicoemotivo, difficoltà di concentrazione, crisi di pianto, depressione, attacchi di ansia o attacchi di panico, difficoltà ad esprimersi, iperattività, confusione mentale, irritabilità, disturbi del sonno, sensazione di noia nei confronti di ogni situazione, cefalea.
Conclusione per un… inizio
Definito – in questa prima parte – lo stress, il substrato psicofisiologico e le alterazioni somatiche che lo stress cronico può indurre, nel prossimo numero approfondirò l’aspetto psicoemotivo che entra in gioco nell’insorgenza della malattia psicosomatica, un modello clinico per la diagnosi e il trattamento, gli strumenti che è possibile adottare per fronteggiare gli eventi stressanti nel corso della vita quotidiana.
Fonte: www.videoconf.it
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
LO STRESS LAVORATIVO
Le pressioni lavorative, le scadenze, il sovraccarico, le difficoltà con i colleghi, le richieste a cui è difficile rispondere possono incidere profondamente sui modi con cui un lavoratore percepisce e considera il proprio lavoro.
L'uomo è in salute se le sollecitazioni dell'ambiente sono proporzionate alle sue capacità di risposta: in tale condizione si può parlare di stress positivo o "eustress". Lo stress è invece distruttivo, "distress", in due condizioni opposte: quando la sollecitazione eccede le capacità di risposta o quando la sollecitazione è troppo povera e fa sperimentare noia e monotonia.
Il termine stress significa "pressione" e venne introdotto in medicina per analogia con la metallurgia dove indica la pressione che viene applicata ad un metallo per metterne alla prova le doti di resistenza sotto sforzo. Nello specifico occorre distinguere tra "stress", termine che descrive la reazione da parte dell'organismo, e "stressor" (evento o fattore stressante), che descrive i fattori di stimolo che causano tale reazione da parte dell'organismo. I fattori stressanti possono essere gravi (la morte di una persona cara), minori (quotidiani intasamenti nel traffico), acuti (un incidente), cronici (ambiente di lavoro competitivo e ostile).
Hans Selye ha introdotto nel 1936 la nozione di "sindrome generale di adattamento" per descrivere il modo in cui l'organismo fa fronte ad eventi stressanti; egli distingue tre fasi successive:
1. Fase di allarme: momento di shock iniziale in cui la resistenza si abbassa seguito da
un contro shock che intensifica le reazioni fisiologiche;
2. Fase di resistenza: consente un adattamento massimo accompagnato da un
progressivo riequilibrio delle funzioni;
3. Fase di esaurimento: se il fattore di stress permane o se l'organismo non è in grado di
mettere in atto risposte adeguate, l'organismo va incontro a danni irreversibili.
Secondo Selye la reazione di stress ha un carattere fondamentalmente adattivo, che consente all'organismo di far fronte a nuove e più impegnative sollecitazioni ambientali: non è una condizione patologica, anche se può produrre patologia, in determinate condizioni, ove protratto. Inoltre l'autore considera la reazione allo stress altamente individualizzata nelle persone e di carattere aspecifico.
Il concetto di evento stressante sfugge ad una precisa definizione; numerose ricerche si sono occupate delle caratteristiche ambientali squilibranti ovvero degli stressors. Di fatto, la lista dei fattori stressanti rischia di includere quasi tutte le variabili in gioco nella prestazione lavorativa (livello di ambiguità dei ruoli lavorativi, elementi di insicurezza lavorativa, relazioni scadenti...). Chiaramente ciascuno di tali fattori potenziali non opera in modo automatico, ma sono necessarie certe condizioni di interazione con la persona.
A questo proposito assai noto è il contributo di Holmes e Rahe (1967). Essi, studiando sistematicamente gli avvenimenti riguardanti cambiamenti di vita dei loro pazienti, occorsi oltre un anno prima dello sviluppo della malattia, hanno costruito una scala di valutazione del riadattamento sociale, la Social Readjustment Rating Scale. Essa consiste in una serie di 43 eventi, apparsi con frequenza significativa, riportati in ordine decrescente (dalla morte del coniuge a una piccola infrazione della legge). Accanto a ciascun evento è indicato un valore medio ricavato dalla valutazione soggettiva di un campione rappresentativo americano di 400 soggetti, che valutarono ciascun evento lungo una scala 0-100.
La Social Readjustment Rating Scale di Holmes e Rahe (1967)
1 morte del coniuge |
100 |
23 figlio o figlia che lascia la famiglia |
29 |
2 divorzio |
73 |
24 dissidi con i parenti acquisiti |
29 |
3 separazione dal coniuge |
65 |
25 notevole successo personale |
28 |
4 fine di un periodo di carcerazione |
63 |
26 inizio o fine dell'attività lavorativa |
|
5 morte di un familiare |
63 |
del coniuge |
26 |
6 lesione o malattia grave |
53 |
27 inizio o fine della scuola |
26 |
7 matrimonio |
50 |
28 cambiamento nelle condizioni di vita |
25 |
8 licenziamento dal lavoro |
47 |
29 modificazione delle abitudini personali |
24 |
9 riconciliazione con il coniuge |
45 |
30 dissidi con il principali |
23 |
10 pensionamento |
45 |
31 cambiamento dell'orario o delle condizioni |
|
11 problemi di salute di un familiare |
44 |
di lavoro |
20 |
12 gravidanza |
40 |
32 cambiamento di residenza |
20 |
13 difficoltà sessuali |
39 |
33 cambiamento di scuola |
20 |
14 acquisizione di un nuovo componente |
|
34 cambiamento degli svaghi |
19 |
della famiglia |
39 |
35 cambiamento delle attività parrocchiali |
19 |
15 riassestamento degli affari |
39 |
36 cambiamento delle attività sociali |
18 |
16 modificazione della situazione finanziaria |
38 |
37 mutuo o prestito inferiore |
17 |
17 morte di un amico intimo |
37 |
38 cambiamento delle abitudini |
|
18 cambiamento del tipo di lavoro |
36 |
del sonno |
16 |
19 cambiamento nella frequenza delle |
35 |
39 cambiamento nella frequenza delle riunioni familiari |
15 |
20 mutuo superiore ai 10.000 dollari |
31 |
40 cambiamento delle abitudini alimentari |
15 |
21 preclusione del diritto di estinguere |
|
41 vacanza |
13 |
un'ipoteca o un prestito |
30 |
42 natale |
12 |
22 cambiamento delle responsabilità |
|
43 piccole infrazioni alla legge |
11 |
sul lavoro |
29 |
|
|
Il limite di questa classificazione consiste nel trascurare le differenze individuali nel valutare le situazioni. Questo perché non è immediato decidere se un fattore, descritto come potenzialmente stressante, produca effettivamente strain (sentirsi sotto tensione grave) per un individuo; talvolta questi potrà considerarlo persino attraente, come occasione di sfida. In altri casi, brevi episodi di strain elevato potranno essere sopportati senza pericolo in relazione ad importanti obiettivi da raggiungere.
La situazione di lavoro può essere considerata come un "reattivo" che rivela differenze di tratti e stili personali e di maturità psicologica degli individui. I soggetti orientati internamente (che credono nel potere personale di controllare e influenzare gli eventi) dimostrano di reggere meglio situazioni ambigue e di rispondervi più efficacemente che non i soggetti orientati esternamente (che ritengono di non avere influenza sugli eventi e li vedono dominati dal potere di altri) la cui durata di percezione dello stress è in genere più protratta nel tempo.
La variabile personale che più di frequente viene considerata importante fattore di rischio coronarico è il cosiddetto "comportamento di tipo A", connotato da:
- competitività estrema,
- agonismo per il successo (con obiettivi autoselezionati e spesso mal definiti),
- aggressività repressa con sforzo,
- fretta,
- impazienza,
- attività incessante,
- ipervigilanza,
- alterazioni del tono di voce,
- tensione nella muscolatura facciale,
- sentimento di urgenza del tempo,
- sfida delle responsabilità.
Questo tipo di persona ha per lo più un impegno nel lavoro talmente sentito che esclude l'impegno in altre sfere di vita.
Il tipo opposto, il “tipo B”, è:
- ”disteso”,
- fiducioso,
- conciliante,
- rilassato,
- paziente,
- pacato nell’espressione,
- a suo agio nell’impiego del tempo,
- a suo agio nel reggere le responsabilità.
Le verifiche empiriche su questa tipologia non hanno portato a risultati definitivi: la forza attivatrice di queste condotte può essere attribuita a credenze sociali, fattori culturali e organizzativi, differenze di mansioni e di responsabilità lavorativa, ovvero si tiene conto del ruolo provocatorio di un contesto sociale e lavorativo inadeguato, a compensazione di una sorta di fatalismo genetico implicito nella definizione dei tipi A e B di persona.
Le conseguenze dello stress sono raggruppabili in 6 grandi categorie:
- la morbilità e la mortalità: dati epidemiologici. Nelle società di benessere l'incidenza di malattie croniche e da stress risulta statisticamente maggiore che nelle società sottosviluppate. L'aumento del tasso di suicidio, di malattie mentali, di patologie cardiovascolari costituisce un indicatore epidemiologico dei costi personali e sociali per l'adattamento a condizioni di vita ad alto tasso di stress, con forti differenze in ragione delle risorse sociali, culturali, professionali ed economiche.
- Il costo finanziario e organizzativo dello stress. Lo stress ha rilevanti conseguenze economiche sulle organizzazioni e la collettività: il tempo per diagnosi e "psiconevrosi" raggiunge centinaia di milioni di giornate lavorative. Nell'ambito lavorativo gli effetti consistono in perturbazioni del clima psicosociale, delle relazioni intragruppo e con i capi, in una conflittualità spesso latente, ecc.
- Motivazione e rischio di stress. Spesso un elevato livello di motivazione fa mantenere alto il livello di prestazione a dispetto di condizioni stressanti normalmente ritenute intollerabili. In condizioni di stress, invece, vi è una correlazione negativa fra livello motivazionale e percezione delle conseguenze patogene. L'individuo fortemente motivato a portare avanti un compito lavorativo persevera infatti in questo rimuovendo i sintomi di fatica e pagandone spesso in seguito le conseguenze.
- Le somatizzazioni. Già Selye segnalava le malattie indicative di strain, ossia di rottura: esse sono prevalentemente somatiche fra i lavoratori manuali e prevalentemente psichiche fra quelli intellettuali. Assai comuni nella ricerca ma meno generalizzabili i risultati che collegano lo stress a disturbi digestivi, cutanei, tiroidei, scheletrici, all'asma, all'obesità, al diabete. E' stata osservata anche una connessione tra stress e menomazione del sistema immunitario con conseguenza di aumento della suscettibilità a malattie infettive.
- Il disagio psichico. Gli effetti dell'affaticamento cronico (la fatica cumulata e non riparata dal normale riposo quotidiano) sono considerati spesso come collegati alla situazione di stress. Così pure sono state messe in luce le con notazioni emozionali (ansia, paura, senso di colpa, depressione...) della situazione di minaccia di sovraccarico e stress o quelle derivanti dall'insignificanza del lavoro. Un contesto lavorativo percepito come alienante e incontrollabile implica un'esperienza di impotenza e ciò riduce la capacità di far fronte allo stress. Una forma particolare di disagio professionale nell'ambito delle professioni d'aiuto viene denominato BURN-OUT. Esso appare caratterizzato da crisi d'identità, sentimenti di impotenza a risolvere i problemi, consumo delle illusioni professionali in precedenza elaborate creativamente; ciò si esprime in risposte difensive espresse senza mediazioni, fino ai limiti tollerabili dall'organizzazione: indifferenza, apatia, distacco, sospettosità, ostilità.
- L'esistenza impoverita. Oltre che compromettere la salute mentale o fisica lo strani incide anche sull'assetto della vita. I segnali di un'esistenza segnata dallo stress possono essere così riassunti:
- Il superlavoro: la quantità di ore dedicate al lavoro, considerata come fattore di stress, può essere al tempo stesso una conseguenza dell'apprensione del lavoratore di non farcela se dedica al lavoro un tempo normale.
- La devalorizzazione del lavoro: l'adattamento al lavoro come a un "male necessario" per rispondere a esigenze primarie di sopravvivenza e sicurezza, rinunciando a soddisfare esigenze più profonde implicano spesso una riduzione di aspettative e aspirazioni riferite alle altre sfere di vita.
- L'impoverimento della vita famigliare: le tensioni della vita coniugale, il raffreddamento e la rottura della continuità di questa risultano avere come concausa la negligenza affettiva di origine lavorativa, spesso conseguente all'incomunicabilità tra vita lavorativa e vita famigliare.
- La riduzione della vita sociale: quando il lavoratore non ha tempo per attività significative fuori del lavoro ne consegue una restrizione degli interessi e dei desideri e il tempo libero diviene spesso evasione futile.
- I propositi e i progetti degradati: alla riduzione di desideri e aspettative al di fuori della vita professionale consegue una condizione di attesa passiva, di povertà di proposte per conseguire scopi significativi con orientamenti spesso ambiziosi e instabili verso le possibilità future.
A fronte di fattori inequivocabilmente stressanti, persone diverse reagiscono con modalità e stili diversi. Lazarus distingue due tipi fondamentali di strategie di reazione:
- strategie focalizzate sul problema, con le quali l’individuo intraprende azioni dirette alla soluzione del problema;
- strategie focalizzate sull’emozione, nelle quali la persona si sforza di ridurre le reazioni emotive negative, per esempio distogliere la mente e distrarsi.
I comportamenti e gli interventi intesi a prevenire il distress costituiscono una gamma abbastanza ampia individuata con il termine inglese di coping, proposto da Lazarus: essa include atteggiamenti, attività cognitive e comportamenti a livello dell'ambiente ed a livello personale.
Queste modalità per affrontare la situazione stressante possono definirsi come comportamenti di preservazione, riconducibili a due grandi categorie: l'azione, più o meno immediata, per rispondere alle pressioni ambientali; la riflessione. Secondo Lazarus l'individuo adotta in prima istanza un comportamento di azione e se questo è impossibile o non ha esito, riflette per "ridefinire" la situazione. Ciò significa non evitare il confronto con la realtà, valutare gli aspetti della situazione stressante a cui si è più vulnerabili e cercare di capire le ragioni della propria vulnerabilità, misurare il livello di tolleranza, il grado e il modo con cui ci si può esporre alla situazione, assumere una strategia di condotta adeguata o decidere di abbandonare il campo. Si acquisisce così un controllo cognitivo che dovrebbe ridurre l'ansietà.
Quali altre risorse possono essere utilizzate per gestire con efficacia una situazione stressante? Il sostegno di altre persone viene ritenuto cruciale per reggere lo stress. Poter disporre di sostegni sociali adeguati sia sul lavoro che in ambito extralavorativo può essere intesa colme una variabile che influenza direttamente le cause di stress (effetto preventivo), le misure di rimedio (effetto curativo) e che modera l'azione del fattore di stress (effetto "cuscinetto"). Non bisogna poi dimenticare specifici programmi di azione per alleviare lo stress, centrati sull'addestramento delle persone ad assumere comportamenti di preservazione (comprensione della natura e delle conseguenze dello stress, individuazione dei fattori di rischio, insegnamento di tecniche di controllo, quali training autogeno, tecniche di rilassamento, ecc.).
L'attenzione dei ricercatori si è, quindi, rivolta alla misurazione dello stile di reazione allo stress ed alla valutazione del coping; il principale test disponibile al riguardo è denominato COPE, un acronimo che significa Coping Orientation to Problems Experiences. Il questionario pone domande relative a ben 15 possibili modalità di coping; esse si possono distinguere grossolanamente in tre categorie: meccanismi focalizzati sul problema, sull'espressione emotiva, meccanismi potenzialmente disadattivi. " test è stato sviluppato a partire da un gruppo di donne alle quali era stato diagnosticato da poco un tumore al seno; le donne che reagirono con accettazione, strategie adattive ed ottimismo mostrarono sia meno angoscia, sia un'evoluzione più favorevole rispetto alle donne che reagirono con strategie disadattive.
Oggi il concetto di stress ha molto rilievo storico e poca attualità: lo sviluppo della ricerca ha scomposto e sottoarticolato il problema nelle sue molteplici componenti. L'opinione comune tra gli esperti è che il termine stesso di stress sia diventato generico e ambiguo "una coperta che ciascuno tira dalla propria parte a coprire qualcosa di diverso" - e vada abbandonato.
Lo stress è uno dei grandi fattori legati al mobbing: è allo stesso tempo una causa e una conseguenza del mobbing. Lo stress è come il vapore che si accumula in una pentola: da principio si raccoglie all'interno, poi, a mano a mano che aumenta, anche la pressione diventa maggiore e la pentola esplode. Nel caso dello stress l'esplosione si manifesta sotto forma di aggressione, depressione, frustrazione o, nei casi più gravi, di disturbi fisici.
Esistono lavori particolarmente stressanti, e in questo caso non c'è niente da fare. Lo stress logora e, quando sono tutti con i nervi a pezzi, è difficile parlare con calma e manca il tempo per discutere in modo esauriente dei problemi e cercare di risolvere i conflitti. In un'atmosfera del genere il mobbing trova un terreno favorevole in cui svilupparsi. Possiamo, quindi, concludere che stress e mobbing, sono due concetti inseparabili, saldamente legati.
BIBLIOGRAFIA
Birgit Rupprecht-Stroell: MOBBING: NO GRAZIE! Strategie di difesa contro aggressioni, boicottaggi, provocazioni, diffamazioni e umiliazioni sul posto di lavoro (TEA, 2003).
Daniel Goleman: LAVORARE CON INTELLIGENZA. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro (BUR SAGGI, 2002)
Fonte: www.mantrain.it
Stress tutto di tutto
RISCHIO DA STRESS LAVORO-CORRELATO
L’articolo 28 obbliga il datore di lavoro a valutare tutti i possibili rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori tra cui anche quelli collegati allo Stress lavoro-correlato
Lo stress lavoro correlato, viene valutato secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004 da cui derivano le precisazioni che seguono.
Lo stress lavoro correlato è considerato a livello internazionale, europeo e nazionale un problema sia per i datori di lavoro che per i lavoratori, circa il 30% delle assenze dal lavoro è dovuta alle conseguenze dello stress.
Lo stress, potenzialmente, può colpire in qualunque luogo di lavoro e qualunque lavoratore, a prescindere dalla dimensione dell’azienda, dal campo di attività, dal tipo di contratto o di rapporto di lavoro; sembra dunque correlato più al “Lavoratore” che al “Lavoro”.
Valutare il problema dello stress sul lavoro può voler dire una maggior efficienza e un deciso miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro, con conseguenti benefici economici e sociali per le aziende, i lavoratori e la società.
Nel caso specifico non ci si riferisce né alla violenza sul lavoro, né alla sopraffazione sul lavoro, né allo stress post-traumatico.
Lo stress di cui si parla, è uno stato che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche , psicologiche o sociali che consegue dal fatto che le persone non si sentono in grado di superare il gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti.
La stessa persona può reagire in maniera diversa nei diversi momenti della vita.
Lo stress non è una malattia, ma una esposizione prolungata allo stress può ridurre l’efficienza sul lavoro e causare problemi di salute.
Lo stress indotto da fattori esterni all’ambiente di lavoro può condurre a cambiamenti nel comportamento e ridurre l’efficienza sul lavoro.
Tutte le manifestazioni di stress sul lavoro non vanno considerate causate dal lavoro stesso.
I sintomi che possono rivelare la presenza di stress sono difficili da individuare; possono essere ad esempio: alto assenteismo, conflitti interpersonali o lamentele frequenti.
L’individuazione di un problema di stress da lavoro può avvenire attraverso l’analisi dei fattori che lo possono causare.
Nel caso specifico, per la valutazione dello stress lavoro-correlato sono stati presi in considerazione vari fattori quali: l’assenteismo, il turnover, mancanza di un piano di sviluppo professionale per tutti i lavoratori, il contenuto e l’organizzazione del lavoro (rigidità dell’orario di lavoro, grado di autonomia, grado di coincidenza tra esigenze imposte dal lavoro e capacità/conoscenze del lavoratore, carico di lavoro ecc.), le condizioni e l’ambiente di lavoro (esposizione al rumore, ecc.) la comunicazione (incertezza circa le aspettative riguardo al lavoro, prospettive di occupazione, un futuro cambiamento, ecc.).
Riscontrata la presenza di stress lavoro-correlato, il datore di lavoro ha predisposto uno studio approfondito per individuare la percezione che i lavoratori hanno dello stress attraverso un questionario indirizzato sia ai docenti che al personale ATA.
Fonte: www.istruzione.lombardia.it
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
STRESS OSSIDATIVO
E’ una condizione patologica causata dalla rottura dell'equilibrio fisiologico, in un organismo vivente, fra la produzione e l'eliminazione, da parte dei sistemi di difesa antiossidanti, di specie chimiche ossidanti. Tutte le forme di vita fanno reazioni di ossido riduzione, ossia reazioni chimiche in cui uno dei reagenti perde elettroni (ossidante) e l’altro acquista elettroni (riducente). Alll' interno della cellula l’ambiente cellulare redox, ossia un ambiente idoneo a questo tipo di reazioni è preservato da enzimi che mantengono lo stato ridotto attraverso un costante input di energia metabolica. Eventuali disturbi in questo normale stato redox possono causare effetti tossici per la produzione di perossidi e radicali liberi, ossia potenti agenti ossidanti che danneggiano tutti i componenti della cellula, incluse proteine, lipidi e DNA. Le specie ossidanti ed i radicali liberi svolgono importantissimi ruoli fisiologici, quali la difesa dai batteri, la trasmissione dei segnali biochimici fra le cellule, il controllo della pressione arteriosa ecc. È solo il loro eccesso, generalmente riferito ad una o più classi di ossidanti, ad essere implicato nello stress ossidativi. Le specie chimiche ossidanti possono esibire o meno una natura radicalica, a seconda che possiedano o meno, rispettivamente, almeno un elettrone spaiato in uno degli orbitali più esterni (il che le rende enormemente instabili aumentandone la reattività, e quindi la tendenza ad attaccare strutture biologiche) o contenere atomi di vari elementi (ossigeno, carbonio, azoto, ecc.). Quindi, i responsabili dello stress ossidativo non sono solo i radicali liberi dell'ossigeno. Possono provocare questa patologia specie sia radicaliche che non radicaliche (come, ad esempio, l'anione superossido e il perossido d'idrogeno) o di altri elementi, quali lo zolfo (ad esempio il radicale tiile) o il cloro (ad esempio acido ipocloroso. E’ noto, infatti, che un’accentuazione dei processi ossidativi, di cui è spesso espressione un’aumentata produzione di radicali liberi, può accelerare il fisiologico processo dell’invecchiamento e risulta associata ad almeno 50 patologie, dall’ictus cerebrale all’infarto del miocardio, dal diabete mellito all’obesità, dal morbo di Parkinson alla malattia di Alzheimer, dal morbo di Crohn all’artrite reumatoide, dall’AIDS al cancro, e così via. Tuttavia, al contrario di queste condizioni morbose, abbastanza ben definite sotto il profilo nosografico, lo stress ossidativo non esibisce una propria sintomatologia, non dà luogo ad un vero e proprio quadro clinico e, pertanto, al medico che non ne sospetta l’esistenza, non fornisce elementi tali da suggerire un adeguato approfondimento diagnostico. A rendere più complesso questo quadro – già di per sé poco confortante – c’è da aggiungere che se il medico, per una serie di ragioni, non sempre è adeguatamente “informato” sull’argomento, l’analista di laboratorio non è generalmente “attrezzato” per l’esecuzione di test miranti alla valutazione dello stress ossidativi,
e, intanto – paradossalmente – terapisti, farmacisti, allenatori sportivi e persino estetisti continuano a prescrivere e/o suggerire al soggetto potenzialmente a rischio di stress ossidativo l’assunzione di integratori ad attività antiossidante. E non importa se quest’ultima sia reale o presunta. Infatti, secondo una prassi ormai consolidata, non è abitualmente prevista l’esecuzione preliminare di test di laboratorio, pur disponibili per la routine clinica, per dimostrare – tramite l’identificazione e la quantificazione nei fluidi extracellulari e/o nei tessuti di adeguati marker biochimici – la necessità oggettiva di tali formulazioni.
In altri termini, mentre è ormai acquisito che un farmaco ipocolesterolemizzante va assunto solo dopo che un test abbia documentato inequivocabilmente una condizione di ipercolesterolemia, è diffusa la tendenza all’uso di antiossidanti anche quando non è necessario, proprio perché non è ancora diventata buona prassi eseguire preliminarmente una valutazione di laboratorio dello stress ossidativo. Oggi si rende disponibile il d-ROMs test, che consente la valutazione del livello sierico degli idroperossidi, marker ed amplificatori del danno ossidativo tissutale, con cui si può valutare le condizioni di eventuale stress ossidativi dell’individuo. Per quanto concerne lo stile di vita idoneo a contrastare gli eccessi di ossidanti con tutte le conseguenze sulla qualità nonché eventuale durata dell’esistenza sicuramente abbiamo una corretta alimentazione, un giusto peso corporeo, una regolare attività fisica, una corretta integrazione nutrizionale, la stimolazione del cervello. Per quanto riguarda l’alimentazione l’università di Boston ha quantificato il potere antiossidante dei vari cibi appartenenti al mondo vegetale tramite una unità di misura della loro capacità antiossidante, l’ORAC. Una alimentazione appropriata dovrebbe fornire un quantitativo complessivo di 5000 Orac al giorno. Tra gli alimenti ad alto potere antiossidante abbiamo gli spinaci, i fagiolini, i cavoli, i pomodori, le mele, albicocche, frutti di bosco. Nella dieta quotidiana occorre ridurre le porzioni per diminuirel’introito calorico, assumere alimenti a basso indice glicemico per diminuire la risposta insulinica, consumare frutta e verdura in quantità, bere molta acqua, assumere cibi ricchi in acidi grassi omega 3, ridurre il sale, preferire gli alimenti integrali. Per quanto riguarda l’esercizio fisico è bene praticare almeno 30 minuti al giorno di attività aerobica come una camminata a ritmo sostenuto accoppiata a 5/10 minuti di flessioni sulle braccia e sulle gambe per mantenere la massa muscolare. Bisogna però rapportare l’attività fisica all’età in quanto se eccessiva, l’attività fisica produce a sua volta danno cellulare. Tra gli integratori alimentari ansietà ricordiamo l’acido alfa lipoico, il coenzima q10, il glutatione, oltre alle vitamine antiossidanti a, c ed e. Riguardo al cervello c’è un detto americano “o lo usi o lo perdi” che rende bene l’idea. Praticare un vero e proprio “fitness mentale” mantenendo vivi interessi ed hobby contribuirà a mantenere il cervello sano più a lungo possibile.
Maria Teresa Carani
Fonte: www.farmaciaverbano.com/
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
Valutazione e prevenzione psicologica dello stress lavoro-correlato
Dal 1° agosto 2010 decorre l’obbligo della valutazione dello stress lavoro-correlato,
infatti ai sensi del Comma 1-bis art. 28 D.lgs 81/2008 (modificato dall'articolo 18 del d.lgs. n. 106 del 2009) la valutazione dei rischi dei luoghi di lavoro, deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche i rischi collegati allo stress lavoro-correlato. Vari studi in Italia ed all’estero condotti su operai ed impiegati (controllati in ASL ed in ospedali), pubblicati sulle riviste mediche mostrano che nei lavoratori meno appagati dal proprio dirigente, aumentano i sintomi di stress e la percentuale di infarto: la permanenza dello stesso datore di lavoro, (percepito come poco adatto al proprio ruolo di manager) accresce i rischi di malattie cardiache.
E’ fonte di stress anche il sentirsi sottovalutati da un capo ingiusto, egoista e incompetente; tale stress psicologico comporta e favorisce la depressione delle motivazioni che sfocia nella vita sedentaria ed in comportamenti antigienici che si accompagnano all’abuso di alimenti ipercalorici, alcol e fumo.
Alcune persone più deboli e fragili o le persone con un’aggressività repressa, per effetto di componenti ed aspetti caratterologici ed intellettivi individuali, risultano più sensibili, insofferenti, impazienti e reattive alle condizioni avverse che si determinano sul posto di lavoro e quindi si ammalano maggiormente per lo stress.
L’aumento della pressione sanguigna (protratto nel tempo) riscontrato nei dipendenti esposti allo stress, sarebbe uno dei principali fattori di rischio-infarto.
Un lavoratore europeo su quattro sarebbe sofferente di stress e la metà di tutte le assenze per malattia sarebbe imputabile allo stress.
Mettendo a norma l’azienda attraverso l’applicazione delle nuove disposizioni di legge sulla sicurezza del lavoro (prevenzione dello stress lavoro-correlato) le imprese conseguiranno dei vantaggi economici e gestionali.
Mediante la sorveglianza sanitaria del medico del lavoro e dello psicologo i datori di lavoro, i lavoratori e i loro rappresentanti iniziano un processo di osservazione continua, di consapevolezza e di analisi dei fattori dello stress e dell’insorgenza di sintomi di affaticamento, a tutto vantaggio del miglioramento del rendimento del lavoratore.
Ogni azienda, eseguendo l’analisi di tutti gli elementi della sua organizzazione, deve stilare un protocollo per la prevenzione del rischio stress lavoro-correlato, al fine di ottenere il miglioramento dell’autostima psicologica e della concentrazione dei lavoratori e di prevenire anche il morbo di burnout, l’irritabilità, l’eccitazione, l’iperattività comportamentale, il mobbing, l’assenteismo, a tutto vantaggio dei dipendenti e dell’aumento della produttività.
.
Valutazione e prevenzione dello stress lavoro-correlato nelle aziende.
Il datore dei lavoro in sintonia col medico competente (medico del lavoro) lo psicologo aziendale, i lavoratori e l’ RSPP provvede a:
- comunicare e spiegare diffusamente gli obiettivi salutari, benefici e condivisibili delle iniziative, utilizzando avvisi, manifesti, opuscoli, dischetti e vignette sull’avvio della valutazione e prevenzione dello stress lavoro-correlato,
- recepire tutte le informazioni utili alla sicurezza ed al miglioramento delle condizioni lavorative,
- delegare il medico competente e lo psicologo a proseguire per tutto l’anno con controlli, verifiche, diagnosi e prescrizioni, cadenzati nel tempo, al fine di individuare ed eliminare il cosiddetto “rischio residuo”.
L’osservazione dei sintomi dello stress lavoro-correlato in azienda.
Il datore dei lavoro in sintonia col medico competente (medico del lavoro) lo psicologo aziendale, i lavoratori e l’ RSPP, dispone:
- la realizzazione di interviste strutturate mirate, l’applicazione di questionari e colloqui informali con i dipendenti,
- l’effettuazione (previa adesione volontaria) di controlli e visite mediche,
- l’esame di statistiche, conteggi, valutazioni, confronti (rivendicazioni, proteste, assenteismo, incidenti, abbassamento del rendimento e della qualità della lavorazione).
La preparazione tecnica del documento del rischio stress lavoro-correlato.
Il datore di lavoro dà mandato, alla commissione tecnica antirischio interna dell’azienda, integrata da medico competente (medico del lavoro) e dallo psicologo, di preparare il documento annuale sullo stress lavoro-correlato e in sintonia con l’ RSPP ed i lavoratori.
Il Documento Valutazione Rischi (DVR), corredato da una checklist, diventa strumento protocollare di guida dell’attività antirischio e di verifica del processo, teso ad assicurare la correttezza delle procedure e a controllare e verificare gli obiettivi raggiunti, avendo nella lista di controllo (checklist) un elenco esaustivo delle cose da fare e da verificare per ottimizzare la prevenzione del rischio:
- tutte le norme e le prescrizioni di legge sullo stress lavoro-correlato,
- l’elenco (checklist) di tutti i rischi fissi analizzati dettagliatamente,
- l’elenco (checklist) di tutti i rischi legati agli errori possibili, analizzati dettagliatamente,
- l’elenco dei sintomi più comuni indicanti l’insorgenza di problemi di stress da lavoro, (ansia, disattenzione, dimenticanza, irrequietezza, irritabilità, sonnolenza, sete, patologie gastrointestinali, senso di oppressione, asfissia, aumento della pressione sanguigna, irregolarità del ritmo cardiaco, abbagliamento della vista, crampi agli arti, patologie muscoloscheletriche, perdita della mira e dell’equilibrio),
- l’elenco e descrizione (checklist) di tutte le misure e le azioni interne già predisposte per eliminare o ridurre al minimo il rischio stress lavoro-correlato;
- tutti gli avvertimenti tecnici diretti al personale, intesi a prevenire lo stress lavoro-correlato,
- tutti gli avvertimenti intesi a migliorare ulteriormente le condizioni lavorative, (tenendo presente i dati emersi dalle precedenti osservazioni effettuale, con questionari, interviste, colloqui e studi di settore),
- la descrizione delle procedure da effettuare in caso di manifestazioni, segni o sintomi di stress,
- la descrizione di tutti gli strumenti utilizzati per la stesura del documento per la prevenzione del rischio e di tutti i risultati registrati.
La prevenzione psicologica dello stress attraverso l’individuazione e la riduzione delle cause.
Le Cause di stress lavoro-correlato emergono dalla insufficiente accettazione del lavoro a volte per problematiche endogene del lavoratore, ma principalmente dalla insufficiente capacità di sopportazione del peso del lavoro, delle sue condizioni e della sua organizzazione.
Le cause più frequenti di stress lavoro-correlato sono le seguenti:
- adeguamento problematico personale al tipo ed agli obiettivi del lavoro,
- percezione dello scarso valore sociale attribuito al tipo di lavoro,
- adeguamento problematico al tipo di organizzazione del lavoro,
- adeguamento problematico alla precarietà del lavoro a causa dell’insicurezza del lavoro, della stasi e dell’incertezza nella carriera, della promozione insufficiente o della promozione eccessiva,
- adeguamento problematico all’aumento del carico di lavoro e al ritmo di lavoro,
- adeguamento problematico alle pressioni emotive elevate,
- reazione alle violenze e molestie psicologiche da parte dei colleghi,
- presenza di fattori soggettivi (percezione di una mancanza di aiuto accompagnata alla sensazione di non poter sopportare le pressioni emotive interne e sociali esterne),
- incompatibilità tra lavoro e vita privata,
- adeguamento problematico alla sede ed all’ambiente di lavoro,
- senso di isolamento,
- scarsa comunicazione, rapporti insufficienti e conflittuali con i superiori,
- incertezza di prospettive di cambiamento riguardo al futuro occupazionale e lavorativo,
- adeguamento problematico alla retribuzione bassa,
- adeguamento problematico alle caratteristiche stressanti del lavoro (ritmi di lavoro irregolari, carichi di lavoro eccessivi, turni imprevedibili o notturni , mancanza di flessibilità,
- adeguamento problematico alle condizioni ed all’ambiente di lavoro, a causa di freddo, caldo, rumore, sostanze nocive.
La quantizzazione ed il risarcimento del danno da stress lavoro-correlato.
Lo stress non è definito “un malanno”, ma una sofferenza indotta da una “esposizione” psico-ficica ad una condizione esterna avversa (negativa, intensa, prolungata, osservabile), pertanto è malessere indotto da cause esterne, (raramente è prodotto da cause interne psicosomatiche, che qui non esaminiamo).
La quantizzazione, come più volte chiarito in sede giudiziaria, deve sempre riferirsi ad un danno osservabile e, poiché il danno psichico oggi è descritto soprattutto attraverso le conseguenze funzionali organiche che comporta, perché esse sono più facilmente osservabili e descrivibili, anche il danno da stress lavoro-correlato viene individuato in riferimento ai mutamenti organico-funzionali patologici ed ai danni fisici secondari che comporta.
Pertanto, ove accertato, viene risarcito, ordinariamente, il danno fisico secondario che si evidenzia a seguito di esposizione a stress lavoro-correlato, secondo le tabelle relative alle invalidità fisiche temporanee e permanenti.
Gennaro Iasevoli
(Data: 09/06/2010 10.10.00 - Autore: Prof. Gennaro Iasevoli)
Fonte: www.infermieriforensitrento.it
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
IL MAGNESIO CONTRO STRESS E ASTENIA PSICOFISICA
Stanchezza e stress sembrano una costante della vita d’oggi. Il ritmo di vita accelerato, i molteplici impegni, le difficoltà crescenti nel gestire gli impegni familiari e lavorativi spesso mettono a dura prova l’equilibrio psicofisico. Se in condizioni normali l’organismo combatte lo stress azionando meccanismi compensatori, particolari situazioni psicologiche, cambiamenti ambientali, periodi di ansia possono indebolire la capacità di controbilanciare gli stimoli dall’esterno, con il risultato di una sensazione di affaticamento generalizzato, spossatezza, ansia, iperemotività, cefalea. In molti casi questi sintomi possono essere imputati a una carenza di magnesio. Un deficit di questo elemento a livello intracellulare può infatti comportare uno stato di ipereccitabilità e risposte anomale agli stimoli che comportano disturbi di tipo neuropsichico e neuromuscolare. Particolarmente esposti a questi problemi appaiono le donne, a causa di variazioni ormonali, gli anziani e i bambini.
Lo stress e la carenza di magnesio.
Lo stress tende a determinare un deficit di magnesio attraverso vari meccanismi come l’ipersecrezione di adrenalina, di un ormone antidiuretico, l’ADH, di ormoni corticosteroridi e tiroidei. Lo stress inoltre comporta una ridotta secrezione di insulina e la perdita attraverso le urine di una proteina importante la taurina, entrambe fattori di riserva di magnesio. Sembra inoltre che il deficit di magnesio sia responsabile della cosiddetta sindrome di ipereccitabilità muscolare, un quadro clinico complesso. I sintomi associati a questo disturbo possono essere divisi in tre gruppi principali:
- neuro-vegetativi: palpitazioni, pallore, cefalea, vertigini, colite spastica;
- neuro-psichici: ansia, iperemotività, inquietudine;
- neuro-muscolari: crampi, la sindrome delle ‘gambe senza riposo’.
Il trattamento con pidolato di magnesio è in grado di prevenire e controllare questi sintomi perché permette di normalizzare il livello di eccitabilità cellulare.
Fonte: www.medinews.it
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
Accordo europeo dell´8 ottobre 2004 ACCORDO EUROPEO SULLO STRESS SUL LAVORO (8/10/2004) Bruxelles 8 ottobre 2004 1. Introduzione Fonte: www.apav.it/ |
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
RIVERBERI DELLO STRESS E DELLA DEPRESSIONE IN AMBITO ANDROLOGICO
-G. COMERI-
Introduzione
Ormai un’ampia letteratura scientifica documenta l’intima associazione fra stress, ansia, depressione e diverse malattie andrologiche anche se non sempre è facile stabilire se ansia e depressione siano nel singolo caso una conseguenza della malattia piuttosto che la causa principale della stessa patologia andrologica.
I dati sono univoci nel considerare l’impatto negativo di queste affezioni andrologiche sul tono dell’umore e sull’ansia non solo per quanto riguarda il rapporto di coppia ma anche per quanto attiene all’affronto degli impegni in ogni altro campo della vita, sia relazionale che lavorativa, con riduzione significativa e quantificabile della Qualità della Vita dei soggetti interessati.
Resta il fatto che in tutte le patologie della sfera sessuale si è visto come l’approccio psicologico sia in grado, in monoterapia o nell’ambito di trattamenti integrati, di migliorare o risolvere tali patologie in discreta percentuale dei casi.
Oltre che nella Disfunzione Erettile e nei disturbi dell’eiaculazione e dell’orgasmo, vi sono aspetti psicopatologici importanti nell’ambito di altre patologie andrologiche quali l’infertilità di coppia, la malattia di La Peyronie, la “sindrome del pene piccolo” e l’ipospadia, una malformazione congenita in cui il canale uretrale può sboccare nella regione ventrale del pene e comportare problemi estetici e funzionali soprattutto nell’ambito riproduttivo.
La Disfunzione Erettile
La Disfunzione Erettile (DE), che interessa il 10-12% della popolazione maschile, con punte che superano il 50% fra i 40 e i 70 anni, e con percentuali in ulteriore aumento per il diffondersi della terapia chirurgica radicale del cancro della prostata e della vescica oltre che per l’aumento dell’aspettativa di vita, è senz’altro la patologia andrologica più studiata soprattutto dopo l’immissione in commercio negli ultimi anni dei farmaci orali attivi nella terapia di tale affezione .
Nel campo della DE, la ricerca in questi ultimi anni è stata fondamentalmente orientata verso le cause organiche e specialmente sui fattori di rischio cardiovascolare al punto che si è giunti a ritenere che la stragrande maggioranza delle disfunzioni erettili sia di origine organica in contrapposizione ad un passato non molto lontano in cui si vedevano le cause psicopatologiche come prevalenti se non unica spiegazione di tale disfunzione, allorché le conoscenze sulla fisiologia dell’erezione erano ancora ridotte e alquanto frammentarie.
Quello che è certo è che la Disfunzione Erettile ha un profondo effetto sull’autostima del soggetto e sulla sua qualità della vita (Latini et Al, 2002), investendo non solo l’ambito della relazione sessuale di coppia ma anche i rapporti interpersonali con altre le altre donne o altri potenziali partners dal momento che, al di là dell’impatto sull’esperienza sessuale, l’ED finisce per creare per molti uomini uno stress psicologico in grado di condizionare le loro relazioni con i propri familiari e con gli amici.
Un recente lavoro presentato al Congresso Europeo di Medicina Sessuale dello scorso anno ha studiato questo disturbo mediante un nuovo strumento di intervista strutturata (SIEDY =Structured Interview on Erectile Disfunction) con un punteggio in base alle risposte a 13 domande su vari domini ( fattori organici, relazionali e psicopatologici) e ha dimostrato per la prima volta che differenti gradi di disturbo nel dominio relazionale sono associati con forme più severe di disfunzione erettile, indipendentemente dagli altri domini patogenetici.(Corona e Maggi, 2006)
Lo stress che può derivare da una patologia di questo tipo è riscontrabile e quantificabile in percentuali elevate di pazienti, attorno al 30% stando ad una recentissima ricerca pubblicata nell’agosto di quest’anno (Mihalca et Al, 2007), da dove emerge che lo stress è più frequente nei soggetti con danni vascolari. Nello stesso lavoro è stato anche notato come siano più frequenti in questi casi di danno vascolare anche i comportamenti ossessivo-compulsivi che risultano indipendentemente associati ad arteriosclerosi subclinica e alle forme più severe di disfunzione erettile
L’ansia e in particolare l’ansia da prestazione, con lo stress che ne consegue, ha un ruolo molto chiaro nella genesi di molte forme di DE e ne costituisce la più comune causa intrapsichica.
Se l’ansia è riconosciuta all’origine di molti casi di disfunzione sessuale, anche la depressione viene ritenuta una possibile causa di questi disturbi: in un lavoro del Kinsey Institute (Bancroft et Al, 2003) è stato rilevato come, fra coloro che soffrivano di depressione, il 42% aveva sperimentato un ridotto interesse per il sesso a fronte del 28% di coloro che presentavano ansia e stress. Ma senz’altro la depressione è più spesso la conseguenza dei disturbi sessuali e alcuni di essi sono particolarmente a rischio di vedere comparire forme depressive anche gravi.
In un recentissimo lavoro pubblicato in agosto su un’importante rivista Internazionale di ricerche sull’impotenza è stato riportato come, al di là della già nota correlazione fra Disfunzione Erettile (DE) e Depressione, sia possibile stabilire una correlazione più stretta fra queste patologie allorché sia possibile diagnosticare un ipogonadismo (testosterone < 300 mg/dl) alla base della DE, per cui gli Autori (Makhiouf et Al, 2007) raccomandano di dosare il testosterone in tutti i casi di depressione riscontrata in soggetti che presentino anche disfunzione erettile.
D’altra parte appaiono sempre più numerose le segnalazioni di alterazioni delle funzioni sessuali, dalla perdita della libido alla disfunzione erettile e all’anorgasmia, come conseguenza della terapia farmacologica della depressione, al punto da richiedere lo studio di nuove molecole per il trattamento di questa condizione: la Tianeptina sembrerebbe avere i requisiti migliori per annullare o almeno ridurre gli effetti negativi sulla sessualità (El-Shafey et Al, 2006).
Tutti gli studi sulla Qualità della Vita sia in generale che patologia-correlata hanno portato alla conclusione che i maschi con ED presentano un peggioramento significativo nelle relazioni sociali, limitazioni del ruolo secondarie a problemi emozionali, peggiore benessere emotivo, minore soddisfazione fisica ed emozionale e in generale maggiore infelicità di quella misurata nei soggetti sani (Litwin, 1998).
Più grave è la DE peggiore è l’impatto sui riscontri psicopatologici (Latini et Al, 2006).
Ovviamente i problemi interpersonali, fra cui quelli sessuali, possono essere la causa o il risultato di una relazione di coppia disfunzionale o insoddisfacente.
Questi risultati suggeriscono che il medico debba sempre considerare il contesto nel quale il sintoma sessuale si origina, analizzando la relazione di coppia e il comportamento del partner. Risolvendo o almeno migliorando il background relazionale e la struttura sessuale del soggetto, c’è infatti la possibilità di aiutare il trattamento della Disfunzione Erettile, divenuto oggi quasi esclusivamente farmacologico con la pretesa di medicalizzare completamente anche il rapporto sessuale. Resta il fatto che, nonostante la provata efficacia degli inibitori della PDE5, cioè dei farmaci orali di cui il Sildenafil (Viagra) è il capostipite, non è raro osservare fallimenti o anche un discreto tasso di drop out, cioè di abbandono della terapia farmacologica, in questi pazienti per cui la psicoterapia sessuale dovrebbe essere considerata sempre un’utile chance.
Allorché i problemi emotivi e la componente intrapsichica sono predominanti sui fattori organici, e questo avviene in una percentuale di casi non inferiore al 20%, un approccio psicologico adeguato potrebbe di per sè risolvere il problema.
In questi casi la terapia farmacologica può essere usata o meno come adiuvante per aumentare la compliance del paziente o della coppia.
Uno studio pilota pubblicato quest’anno, prendendo in considerazione la terapia di forme di DE senza cause organiche evidenti, confronta il trattamento con Sildenafil da solo (il primo e più studiato degli inibitori della PDE5) con un protocollo di trattamento integrato (IPT) in cui lo stesso Sildenafil viene associato ad una combinazione della terapia cognitiva di Beck (1976) con quella comportamentale sviluppata e modificata da Meichenbhaum(1993) (Cognitive Behaviour Sex Therapy = CBST) , protocollo fortemente raccomandato dalla Consensus Conference sull’Impotenza sponsorizzata dal National Institute for Health statunitense nel 1993. Anche se entrambi i gruppi dello studio hanno avuto miglioramenti significativi, confermando l’efficacia del Sildenafil, il gruppo trattato con l’associazione Sildenafil + terapia sessuale cognitivo-comportamentale ha raggiunto le percentuali più elevate di successo clinico entro le prime 4 settimane di trattamento (45% versus 75% di soddisfazione rispettivamente, con p<0.003).(Banner et Al, 2007): anche se l’assenza di un gruppo trattato esclusivamente con la terapia psicosessuale costituisce un’ evidente limitazione di questo studio.
E’ interessante notare come anche quando un problema organico si riveli determinante nell’indurre la condizione di DE, il counseling psicoterapeutico possa avere un ruolo ancillare ma pur sempre importante, facendo da supporto alla terapia farmacologica e riducendo il peso delle altre componenti patogenetiche, consentendo di migliorare la risposta al farmaco.
Diversi lavori dimostrano infatti come, per esempio nel campo della DE derivata da chirurgia radicale non nerve sparing, in cui l’impotenza sessuale deriva dalla sezione dei nervi deputati all’erezione sfiorando il 100% dei casi, vi sia la possibilità, con la riabilitazione farmacologia intracavernosa (PGE1), proseguita con costanza e a dosi adeguate, di ottenere una ripresa della attività sessuale dopo 12-24 mesi in una percentuale del 12-15%. Ebbene questa percentuale può quasi raddoppiarsi, raggiungendo il 27%, allorché si associ alla terapia farmacologica un trattamento psicologico adeguato protratto nel tempo ( Titta et Al, 2006), potendosi in tal caso rimuovere le componenti di stress, depressione e di disistima di sé che giocano un ruolo importante nel mantenimento della Disfunzione Erettile, anche se non ci si riesce a spiegare al momento con quali meccanismi possa restaurarsi una situazione funzionale in cui l’anatomia sia stata irrevocabilmente menomata.
Disturbi dell’Eiaculazione
Ancora più diffusi della DE sono i Disturbi dell’Eiaculazione, soprattutto l’Eiaculazione Precoce (EP) con percentuali di prevalenza che tendono verso il 30% della popolazione maschile ( Mc Mahon, 2005), coinvolgendo soprattutto i giovani, senza considerare che i dati verosimilmente sono inferiori alla realtà per la difficoltà da parte di molti uomini di affrontare il problema prima di tutto con se stessi e poi con il loro medico.Solo il 12% dei pazienti iparla infatti con il proprio medico o con uno specialista del disturbo eiaculatorio e solo il 2% finisce per ricevere un aiuto psicologico ( Rosen et Al, 2004).
Resta il fatto che la EP è senz’altro il disturbo sessuale maschile più diffuso, caratterizzato da perdita o assenza del controllo eiaculatorio, stress accentuato, difficoltà interpersonali e ridotto tempo di latenza eiaculatoria intravaginale (IELT), che può interferire sostanzialmente con la Qualità di Vita dei soggetti che ne soffrono e con quella delle loro partners.
I soggetti con EP riportano esperienze di frustrazione, di rabbia, di disappunto, di fallimento, di insicurezza, di inadeguatezza, di umiliazione, di imbarazzo e di paura e tutto ciò comporta difficoltà notevoli nelle loro relazioni come risulta da un recente studio osservazionale di Patrick et Al. (2005) oltre a causare calo dell’autostima e della fiducia in se stessi ( Symonds et Al. 2003).
Possibili fattori di rischio psicogeno per l’EP sono costituiti dall’ansia, da eventuali esperienze sessuali molto precoci, dalla frequenza molto ridotta di rapporti sessuali, dalle tecniche di controllo dell’eiaculazione e dai problemi relazionali.
Solo negli ultimissimi anni l’EP è divenuta oggetto di ricerche serrate in campo neurobiologico, soprattutto da parte dell’industria farmaceutica, a caccia di qualche prodotto che possa uguagliare o superare il business dei farmaci attivi sull’erezione. Così, mentre l’approccio psico sessuologico, a partire dalle ricerche di Master e Johnson degli anni ’50, era stato visto come fondamentale e, fino a qualche anno fa, esclusivo per il trattamento di tale disfunzione, oggi gli studi sui mediatori chimici cerebrali e le nuove conoscenze sul ruolo della Serotonina e della Dopamina nei vari momenti dell’evento eiaculatorio, hanno portato all’utilizzo in questo disturbo dei farmaci antidepressivi, proprio per il loro meccanismo di azione a livello dei recettori della Serotonina, in attesa di farmaci specifici. La Clomipramina e gli altri inibitori del re-uptake della Serotonina (SSRIi) hanno dimostrato in effetti una discreta efficacia nel ritardare l’eiaculazione nei pazienti con EP, specialmente in associazione alla psicoterapia, anche se hanno il grosso limite di richiedere una somministrazione cronica , quotidiana, per il raggiungimento delle le risposte ottimali, comportando per questo alte percentuali di reazioni avverse che ne limitano molto l’utilizzo clinico.
Il farmaco ideale dovrebbe invece essere ben tollerato, incospicuo, efficace alla prima assunzione, ad azione rapida e metabolizzabile rapidamente.
Una molecola che si avvicina a questi requisiti sembra essere la Dapoxetina che è al vaglio della FDA dopo il completamento degli studi di fase III. I dati preliminari di efficacia e tollerabilità sembrano confermare che la Dapoxetina sia in grado di migliorare i tempi di eiaculazione intravaginale, il senso di controllo dell’eiaculazione, e la soddisfazione di entrambi i partners con l’uso “on-demand” del farmaco. La dapoxetina si appresta così ad entrare sul mercato come primo farmaco studiato espressamente per il trattamento dell’EP.
Tuttavia anche un trattamento di questo tipo, se utilizzato con lo scopo di risolvere con una pillola tutti i problemi sottesi ad una condizione complessa come quella dell’eiaculazione precoce primaria, sarebbe candidato ad un sicuro fallimento e in effetti la comunità scientifica è oggi ancora concorde sul ruolo di assoluto rilievo da riconoscere alla terapia psico-sessuale in questa affezione.
Anche nelle forme secondarie di EP, dove ha notevole peso il riscontro di prostatiti croniche batteriche e abatteriche, benefici terapeutici possono sicuramente venire dalle terapie messe in campo per queste ultime ma senza la pretesa di risolvere completamente il problema: anche qui infatti l’approccio psicologico resta fondamentale e non può essere omesso se si vuole perseguire un successo sulla manifestazione clinica della EP.
Ancora più oscura appare la patogenesi degli altri disturbi dell’eiaculazione (ritardo e mancata eiaculazione con anorgasmia) dove mancano al momento possibilità di trattamento farmacologico e dove solo una psicoterapia efficace può condurre a risultati concreti.
Si tratta piuttosto di valutare quale sia l’approccio psicologico più idoneo ad individuare, fare emergere e curare lo stress e le altre manifestazioni psicopatologiche che finiscono per avvitarsi fra di loro nel mantenere e peggiorare nel tempo la penosa situazione dei tantissimi soggetti con disturbi eiaculatori e delle loro partners, conducendo non infrequentemente nel tunnel della depressione e talora dei disturbi alimentari.
Anche se dopo i lavori della Kaplan (1974) sembra spesso sufficiente, tanto nella DE quanto nei disturbi dell’eiaculazione, un approccio cognitivo-comportamentale, molti Autori suggeriscono oggi una psicoterapia più adeguata ad affrontare le molteplici ferite a livello di personalità e di autostima connesse con queste disfunzioni sessuali. Nei casi più gravi i problemi psicologici possono infatti coinvolgere la mascolinità stessa, la personalità e l’identità del soggetto oltre che la relazione di coppia, e ci vorranno ancora molti sforzi e ulteriori ricerche per arrivare a cogliere appieno tutte le conseguenze psicologiche e psicosociali dei disordini andrologici. Anche qui terapia medica e approccio psicoterapeutico non possono essere considerati entità terapeutiche distinte o opposte fra loro da utilizzare in situazioni diverse e con indicazioni ben precisabili di fronte a quadri clinici diversi, ma sono da considerare importanti risorse da considerare e da utilizzare simultaneamente nella maggioranza dei casi per restituire pienamente al singolo e alla coppia identità e soddisfazione sessuale. E in effetti diversi sono gli Autori che negli ultimi anni hanno dimostrato il valore aggiunto della combinazione della psicoterapia con la terapia farmacologica (Phelps et Al, 2004; Lottmann et Al, 1998; Wylie et Al 2003; Melnik e Abdo, 2005).
Infertilità di coppia
L’altro grosso capitolo delle patologie andrologiche di interesse multidisciplinare, cui accenniamo di sfuggita, è l’infertilità di coppia dove non solo la figura del ginecologo è necessariamente implicata ma dove i risvolti psicopatologica sul maschio infertile e sulla coppia nel suo insieme sono fondamentali come è facilmente intuibile. Accanto alle cause organiche, anche i fattori emozionali possono influenzare negativamente la fertilità maschile conducendo a oligospermia (Seybel e Taymor, 1982), ma anche qui i maggiori problemi psicologici insorgono come reazione alla scoperta dell’infertilità e recenti studi osservazionali dimostrano che il problema interessi molto più la donna, che può sviluppare sia problemi di personalità che disturbi sessuali nell’ambito della relazione di coppia, che non il maschio stesso, che pure può andare incontro a problematiche psicologiche profonde, non necessariamente correlate a disfunzioni sessuali, per le quali è il più delle volte indispensabile il ricorso a una adeguata psicoterapia.
Conclusioni
La medicalizzazione in atto di tanti aspetti della vita di relazione che, con la sessualità, coinvolgono le valenze più profonde della personalità del singolo individuo e della coppia, rischia di far perdere di vista l’integralità della persona e di parcellizzare sempre di più le risposte alle istanze più profonde che sono essenzialmente istanze di unità e di affronto olistico della salute.
Perché il ruolo dell’intervento del terapeuta possa essere vissuto come relazione di aiuto centrato sulla persona e non come intervento meccanicistico atto a rappezzare situazioni di difficile lettura nell’ambito dei vari disturbi andrologici che abbiamo visto, occorre riservare all’affronto degli aspetti psicologici di queste patologie quel ruolo primario che questi disturbi richiedono. Se gli interventi terapeutici in questo campo possono, in un primo tempo, avvalersi anche di un supporto farmacologico, chiedono , se possibile, di portare a delle soluzioni definitive, ove la patologia sia vinta senza la schiavitù di trattamenti farmacologici cronici e talora invalidanti.
Castellanza, settembre 2007.
Fonte: www.giancarlo-comeri.com
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
IL GALATTOSIO
di K. Mosetter
In questo articolo trovi informazioni sul galattosio
Che cos’è il galattosio?
Il galattosio appartiene alla stessa famiglia dello zucchero di canna, del fruttosio e del lattosio
Dove è presente il galattosio?
Nel latte e nel siero di latte, ma anche nell’organismo umano
Da che cosa si ottiene il galattosio?
Il galattosio è un distillato, privo di proteina, di siero di latte e lattosio
Il galattosio ha degli effetti collaterali?
Se si assume in dose eccessiva il galattosio può avere effetto purgante
Dati del galattosio:
Un uomo sano produce da 2 fino a 10 g α-D+ di galattosio. α-D+ galattosio è una struttura zuccherina semplice, un elemento vitale fondamentale.
Un vantaggio del galattosio è che raggiunge la cellula indipendentemente dall’insulina e così risparmia il pancreas.
Il galattosio ha un effetto disintossicante che elimina ammoniaca tossica o meglio gli ammoni, e pure purga sintetizzando gli aminoacidi utili all’organismo.
Questa è allo stesso tempo l’altra particolarità di questa struttura zuccherina. Gli aminoacidi vitali vengono risparmiati ed anche rigenerati.
Il contributo più importante del galattosio è comunque il contributo rigenerativo e la funzione riparatrice nel metabolismo cellulare. E’ cioè utile per la stabilità della parete delle cellule e il loro contatto con le altre e pure con l’esterno – nella forma di capacità di concentrazione, livello di attenzione, memoria a breve e lungo termine e competenze sociali.
Dosaggio
Se non diversamente prescritto: 3 volte al giorno un cucchiaino da tè (3g) per 4 settimane, poi 1 volta al giorno 1 cucchiaino da tè, al mattino.
Effetti:
Lo stress cronico trova la sua corrispondenza nella vita delle cellule. Il glucosio carburante sotto stress viene utilizzato in modo eccessivo, così che brucia per la produzione il tessuto più importante. In questo modo la parete delle cellule diviene porosa, indebolita e danneggiata nella sua stabilità. I recettori e punti di contatto con l’esterno degenerano sempre più. Essenzialmente le sostanze delle cellule e le sostanze nutritive non riescono più ad entrare all’interno delle cellule. Il glucosio ora non arriva improvvisamente più dal sangue nell’interno della cellula e quindi sale la glicemia. Attraverso la combustione delle proprie sostanze delle cellule e del combustibile di emergenza non sorgono soltanto danni nelle pareti delle cellule, ma anche veleni come l’ammoniaca che attirano a se ulteriori degenerazioni.
Le conseguenze di questo metabolismo da stress possono condurre a malattie come la demenza, alzhaimer, diabete, parkinson, depressioni e stati dolorifici. Il galattosio agisce come elemento vitale naturale, sia in caso di malattia, nonché come prevenzione per lo stress cronico – ed anche prima dell’emergere e inizio delle malattie sopra citate.
Componenti:
Galattosio-D
A che cosa si deve fare attenzione con i bambini?
Poiché con i lattanti e i bambini piccoli non è stata ancora riconosciuta un eventuale intolleranza al latte ereditaria combinata con un'intolleranza galattosio (1 : 55000) , questi dovrebbero consumare il galattosio solo dopo aver consultato il medico/terapista.
A che cosa si deve fare attenzione durante la gravidanza e l’allattamento?
Non sono stati ancora segnalati effetti nocivi del galattosio in gravidanza e allattamento. Il galattosio può essere assunto anche in gravidanza e allattamento.
Interazione con altri medicinali
Non conosciuti
Cosa fare se si è assunto troppo poco galattosio oppure si è dimenticato di prenderlo
Anche assumendo la giusta dose consigliata di galattosio può essere necessario un po’ di tempo prima di ottenere gli effetti desiderati. Qualora ne abbiate assunto troppo poco, passerà più tempo prima di ottenere degli effetti; il trattamento può anche non dare risultati.
Qualora abbiate dimenticato una volta una dose di galattosio, proseguite la terapia come consigliato senza aumentare la dose di propria iniziativa. In caso di dubbio chiedere consiglio al proprio medico/terapista.
Cosa fare se è stato interrotto il trattamento oppure terminato anticipatamente
Qualora il trattamento con galattosio venga interrotto anticipatamente oppure terminato, si deve tener presente che non si avranno gli effetti desiderati, lo stato della malattia peggiorerà nuovamente. Si consiglia di parlare con il proprio medico/terapista qualora vogliate interrompere o terminare il trattamento.
Effetti collaterali che possono emergere durante l’assunzione di galattosio
All’inizio del trattamento con galattosio possono emergere, in alcuni casi, dolori di stomaco o flatulenze.
Qualora si osservino effetti collaterali non contenuti in questo foglio illustrativo, si prega comunicarlo al proprio medico/terapista oppure farmacista.
Quali precauzioni prendere in caso di effetti collaterali
Gli effetti medicinali indesiderati osservati all’inizio di un trattamento con galattosio, che possono manifestarsi come mal di stomaco o flatulenze, scompaiono in genere da soli nel seguito del trattamento.
Qualora si osservino questi effetti indesiderati, informare il proprio medico/terapista curante. Questi deciderà se è consigliabile una riduzione della dose oppure, in alcuni casi, un’interruzione dell’assunzione di galattosio.
Indicazioni terapeutiche
Morbo di parkinson, demenza, morbo di alzheimer, metabolismo diabetico, fibromialgia, dolore cronico, disturbi posttraumatici, disturbi metabolici a causa di stress, stato post apoplessi, depressione, disturbi di concentrazione.
Dott. Kurt Mosetter, Prof. Werner Reutter
Effetto delle somministrazioni orali di galattosio sulla concentrazione di aminoacidi e chetoacidi nel plasma e in prodotti di decomposizione di catecolamine nell’urina di pazienti con dolori cronici, depressione, PTBS e demenza.
Le disfunzioni dell’omeostasi degli ormoni e sostanze delle cellule “Botenstoffen” determinano il metabolismo da stress e allo stesso tempo lo riflettono. In primo luogo i cambi di CRH-, ACTH-, cortisone, catecolamine e insulina, vengono portati fuorviati e procedono immediatamente con cambiamenti dei contenuti di idrogeno di carbone e aminoacidi.
Con tutta probabilità i lipolisi e proteolisi aumentati portano, attraverso proprietà ricettive variate, ad una diminuita sensibilità degli organi nei confronti dell’insulina.
Poiché il galattosio viene riassorbito indipendentemente dall’insulina, questo 4. parente del glucosio, anche in condizioni di metabolismo deviato, è in grado di trovare la strada verso le cellule stressate. Nel metabolismo da stress il glucosio determinato viene comunque immesso nella glucolisi per ottenere energia equivalente, cioè ATP. In questo modo viene trascurata la formazione del galattosio UDP. Il galattosio UDP è comunque una delle componenti centrali del metabolismo, il quale viene trascurato in condizioni di stress metabolico a favore del metabolismo energetico. Senza galattosio nessuna parte costitutiva della membrana, come i ricettori, alcuni enzimi e gangli, può essere sintetizzata Attraverso la dose aggiuntiva di galattosio viene contrastata questa controindicazione, poiché il galattosio da galattosio-1-fosfato viene tramutato in galattosio UDP. Con ciò questo sostrato essenziale è di nuovo disponibile per il metabolismo e la struttura della cellula può restare in piedi. Allo stesso tempo il galattosio dispone anche delle proprietà del glucosio, da utilizzare come fornitore di energia, poiché l’eccedenza di galattosio può sfociare attraverso il glucosio UDP nella decomposizione del glucosio e quindi, nel metabolismo energetico, nella produzione di ATP. Poiché l’eccedenza di galattosio sfocia nel ciclocitrato attraverso il glucosio, diviene possibile la sintesi di aminoacidi glucoplasmatici. A questo scopo l’equivalente ammonio (ammoniaca tossica) viene trasformato in forma non tossica, gli aminoacidi. Soprattutto il galattosio, in questo dosaggio elevato, viene incorporato nel glicogeno sostenendo la sua funzione di immagazzinamento (capacità di accumulare), poiché il galattosio quale parte costituente del glicogeno non viene dissociato attraverso la cellula veloce glicogenofosforica. (Glykogenphosphorylase).
I valori di misurazione dovrebbero essere la concentrazione di aminoacidi e chetoacidi nel plasma, prima e dopo il trattamento. Dovrebbero inoltre essere esaminati i prodotti di decomposizione di catecolamine, serotonina, cortisone e urea nell’urina.
Con o senza trattamento, entro i primi tre giorni, la ridotta concentrazione di aminoacidi aumenta di nuovo. Nel plasma dei pazienti trattati con galattosio, rispetto al sangue di pazienti non in trattamento, le concentrazioni di glutammato, alfa-chetoglutammico chetoisocapruvato e alfa-chetometilvaleriato sono più forti rispetto a glutammina, acido piruvico, lisina, istidina, tirosina, triptofano le cui concentrazioni mancano. Vista come funzione di disintossicazione attraverso il galattosio, nel plasma dei pazienti in trattamento con galattosio mancava la concentrazione di ammoniaca. Evidentemente gli equivalenti di ammoniaca vengono rimossi nella metabolizzare il galattosio in aminoacidi; molto probabilmente attraverso alfa-chetoglutammico del ciclo citrico, che viene effettivamente alzato dopo la dose di galattosio.
Questi ritrovati inattesi e ben promettenti mostrano una direzione nella quale si rendono necessari ulteriori esami nei pazienti a sostituzione di galattosio intensa.
Ipotesi di lavoro
- Nel plasma dei pazienti trattati con galattosio le concentrazioni di acido glutammico, aspartato, alfa-chetoglutammico, alfa-chetoisovalorato, alfa-chetoisocapruvato, alfa-chetometilvaleriato aumentano.
- Le concentrazioni di triptofano, tirosina, istidina, lisina e piruvico dovrebbero diminuire.
- Nell’ambito della disintossicazione, la concentrazione di ammoniaca nel plasma di pazienti in trattamento con glucosio dovrebbe diminuire. Gli equivalenti di ammoniaca vengono utilizzati nella metabolizzazione del galattosio in aminoacidi attraverso alfa-chetoglutammico del ciclo citrico.
- Le concentrazioni di acidi (Vanillinmandel), 5 Hydroxyendolessigsaure, cortisone e urea nell’urina dei pazienti trattati dovrebbero calare ed attivarsi corrispondenti nuove vie metaboliche.
Fonte: www.wolfgangfasser.ch/
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
SAHAJA YOGA
SAHAJA YOGA E LO STRESS
Dr. IvanoHammarberg Ferri
Cos’e lo stress?
Tutti ne parlano, al bar, sul lavoro, in palestra, a scuola!!!!
Dovunque si va c’e’ qualcuno pronto a parlare dello stress e ad additarlo come causa di ogni male. Ma e’ cosi’?
La parola stress, esattamente come la parola Yoga, e’ usata con frequenza, anzi, abusata direi, poiche’ il reale significato sfugge ai piu’, ma chi identifica lo stress come la causa di ogni male non e’ lontano da una grande verita’!
Lo stress e’ una sindrome da adattamento a degli stimoli detti “STRESSOR” .
L’ adattamento a cui il nostro essere va incontro, puo’ essere fisiologico o assumere carattere patologico.
L’ADATTAMENTO e’ il momento chiave iniziale.
E’ una attivita’ molto complessa che si articola nella messa in atto di azioni, destinate alla gestione o soluzione dei problemi, alla luce della risposta emotiva soggettiva, suscitata da tali eventi.
Sono coinvolte in tale attivita’ di adattamento le seguenti sfere: neuropsichica, emotiva, locomotoria, ormonale e immunitaria.
Ciascuna di queste comunica con tutte le altre grazie ad una complessa rete di interazioni destinate a mantenere fini e delicati equilibri da cui scaturiscono salute o malattia.
Perchè ci si stressa in modo diverso?
Sulla capacita’ adattativa Influiscono diversi fattori:
- Temperamento,
- Personalita’
- Capacita’ intellettive
- Livello culturale
- Condizioni socio-economiche
- Risonanza soggettiva dell’evento.
Questo lungo elenco di fattori trova riscontro nella vita quotidiana di ciascuno di noi.
Alcuni esempi chiariranno ancora piu’ a fondo il perche’.
Una persona che sia di temperamento o indole aggressiva esposta a stressor, reagira’ sviluppando maggiore stress rispetto ad una persona calma.
Un soggetto con personalita’ instabile o fragile subira’ piu’ stress di una con personalita’ forte e sicura di se.
Livello culturale e capacita’ intellettive non sono da meno, ma uno degli elementi chiave, anche in questa sindrome, e’ la risonanza emotiva soggettiva data all’ evento stressante. Spesso siamo noi stessi la causa della perdita della nostra gioia e serenita’.
Vivere infatti gli stressor con il giusto distacco salverebbe l’individuo da inutile sofferenza e dallo sviluppo di una sindrome da adattamento di tipo patologico.
Fisiologia dello stress
Þ Lo stressor stimola l’individuo; tale evento viene registrato in area limbica.
Þ L’area limbica trasmette lo stimolo all’ipotalamo il quale stimola l’ipofisi.
Þ L’ipofisi produce gli ormoni ADH e ACTH, che a loro volta stimolano rene e surrene.
Þ Il surrene produce cortisolo e aldosterone e in contemporanea, il rene produce renina,
Þ mentre il sistema simpatico produce adrenalina e noradrenalina.
Questo schema semplificato indica una successione di eventi che a cascata generano altri eventi di risposta ad un semplice stimolo.
Avviene dunque una fisiologica amplificazione di segnali che in successione attivano un sempre maggior numero di meccanismi fino ad aver coinvolto l’intero organismo.
Non e’ necessario praticare il decathlon per attivare tutto il nostro essere fisico ed interiore: e’ sufficiente mangiare un panino o meglio ancora, udire un suono o vedere una immagine.
Tutto cio’ e’ reso possibile dalla rete comunicazione che ospitiamo in noi. Un perfetto esempio di lavoro collettivo tra cellule nervose, parenchimali, immunitarie capaci di produrre una moltitudine di messaggi che integrano le attivita’ di ciascune, con tutte le altre.
Modifiche ormonali
Numerose sono le modifiche nella secrezione ormonale. Tra i primi ormoni a risentirne:
- la SEROTONINA: ormone che conosciamo perche’ responsabile di donare il senso di pace, contribuire al controllo di sonno, la temperatura, la contrattilita’ della muscolatura liscia e pressione arteriosa. Coinvolta inoltre nel controllo dei meccanismi dell’ allergia e dell’infiammazione. Un’osservazione importante riguardo l’infiammazione e le allergie e’ che coloro che soffrono a causa dello stressor, incapaci di fronteggiarlo in modo adeguato, sono piu’ frequentemente soggetti a sviluppare allergie, ma anche patologie di natura infiammatoria e dolorosa.
Fondamentale il rapporto di equilibrio con la melatonina.
- la NORADRENALINA: controlla la muscolatura liscia, il tono dei vasi del sangue, della replezione della milza, la contrattilita’ della muscolatura dell’iride, la produzione di insulina, la scissione del glicogeno epatico.
- la DOPAMINA: ormone noto per il suo effetto salvavita e per contribuire nello sviluppo della determinazione è inoltre coinvolto nella produzione di endorfine e nella regolazione della percezione del piacere.
Questi dunque, solo alcuni degli ormoni la cui sintesi viene sregolata dallo stress.
Viste le numerose funzioni in cui sono coinvolti non e’ difficile comprendere le conseguenze!
Impatto sul sistema immune
Di particolare interesse è l’impatto che subisce il sistema immunitario.
E’ ormai datata l'osservazione che pazienti affetti da depressione, consumano maggiori quantita’ di farmaci e vanno soggetti ad un numero maggiore di ricoveri per malattia. Non e’ infatti recente l’intuizione che qualcosa lega lo stato depressivo del paziente alla apparente minore capacita’ difensiva del suo sistema immune.
Ben piu’ recente e’ invece l’osservazione che lo stress possa essere responsabile di un calo delle difese immunitarie, e che vada a determinare uno squilibrio grave del sistema immune, responsabile della genesi di malattie autoimmuni (come la vitiligine) o di iperreattivita’ anticorpale con sviluppo di allergie fino alla sindrome asmatica da stress.
Lo schema che segue, illustra una piramide che vede all’apice il SISTEMA LIBICO dal quale discendono informazioni le quali, attraverso IPOTALAMO e IPOFISI giungono alle GONADI ed alla TIROIDE, alla MIDOLLARE del surrene ed alla CORTICALE del surrene e di qui, giungono alle cellule del sistema immune.
STRESSOR agisce su: 
SISTEMA IMMUNE
Le cellule del sistema immune a loro volta comunicano con sistema limbico, ipotalamo, ed ipofisi.
In questo sistema dunque, ogni segnale parte dal sistema limbico, termina nel sistema immune e di li ritorna modulato al sistema limbico.
Questo semplice schema illustra il percorso attraverso il quale una semplice emozione e’ in grado di causare un cambiamento nel funzionamento del sistema immune.
Attraverso questa via, le emozioni negative generate durante lo stato di stress, causano una riduzione delle nostre difese o allergie o malattie autoimmuni.
SISTEMA NERVOSO VEGETATIVO O AUTONOMO
Cio’ che accade a livello di sistema nervoso autonomo simpatico e parasimpatico e’:
- Iperattivazione del sistema nervoso simpatico
- Inibizione del sistema parasimpatico
Cio’ spiega come lo stress sia in grado di determinare quel ricco e variegato corredo di sintomi che il paziente lamenta quando incapace di far fronte allo stress.
Passiamo: dai disordini della minzione al colon irritabile, dall’impotenza sessuale alla tachicardia, dalla iperidrosi alla gastrite e alla digestione impossibile.
L’elenco sarebbe immenso, tale che la sua sola stesura provocherebbe stress a chi scrive ma anche a chi legge!!!!
Stress e malattia
Se lo stress e’ solo una sindrome da adattamento che l’organismo mette in atto per fronteggiare una difficolta’. Cosa e’ che lo trasforma in una “noxa patogena”.?
La soluzione sta nell’antica origine del nostro cervello, solo capace infatti di concepire e sostenere il fenomeno stress per breve durata.
Distinguiamo quindi:
- Lo STRESS ACUTO determina una reazione fisiologica ad un cambiamento. “Attacca o fuggi”. E’ fondamentale che sia di breve durata per non determinare danno.
- Lo STRESS CRONICO è una condizione quotidiana. o comunque continua che determina un cambiamento non piu’ fisiologico dello stato mentale e fisico dell’individuo.
Le due fasi
- FASE FUNZIONALE: e’ la fase di adattamento temporanea senza sviluppo di danno d’organo. Si puo’ guarire.
- FASE ORGANICA: e’ la fase in cui il cronico mantenimento di uno stato, non piu’ fisiologico, ha causato danno d’organo. Si puo’ curare
Noi in che fase siamo?
Se riscontriamo alcuni sintomi tipici dello stress possiamo chiederci se sono continui o se compaiono in particolari situazioni, momenti della giornata o stagioni dell’anno.
La stabilità o intermittenza di un sintomo non è diagnostica di una fase funzionale o organica.
Quali le patologie da stress piu’ comuni ??
- APPARATO CARDIACO: tachicardia, extrasistoli, ipertensione arteriosa, dolore precordiale, infarto del miocardio.
- APPARATO BRONCOPOLMONARE: iperventilazione, asma bronchiale.
- APPARATO GASTROINTESTINALE: colon irritabile, stipsi, diarrea, morbo di Chron, acidita’, eruttazione, ulcera gastroduodenale.
- SISTEMA IMMUNE: depressione, alterazione TH1/TH2 con sviluppo di autoimmunita’ e allergie.
- APPARATO ENDOCRINO: si ipotizza diabete
- EQUILIBRIO EMOTIVO: ansia, depressione, invecchiamento precoce.
- FISIOLOGIA CELLULARE: uscita dal programma della apoptosi e ossidazione cellulare
In parole povere ecco cosa può produrre lo stress?
- Perdita’ di espressione delle nostre qualita’ e della nostra reale identita’.
- Invecchiamento precoce non fisiologico dovuto alla perdita del senso della nostra esistenza.
Quali le risposte della medicina convenzionale?
I consigli del medico
- Eliminare le cause
- Modificare lo stile di vita
- Modificare ritmi di lavoro
- Tecniche di rilassamento
- Farmaci appropriati
Noi vorremmo aggiungere che le medicine “non convenzionali”, (leggasi ad esempio omeopatia-omotossicologia, fitoterapia, agopuntura) svolgono egregiamente un ruolo terapeutico nel controllo dello stress e dei problemi fisici che da esso derivano.
A volte la medicina non convenzionale e’ sufficiente, a volte necessita di integrazione con la medicina allopatica e viceversa.
(La varieta’ costituisce ricchezza, specie se saggiamente amministrata.!!!!)
Una piccola curiosita’ per coloro che percorrono la strada di Sahaja Yoga e’ il confronto con l’approccio terapeutico proposto in OMOTOSSICOLOGIA.
In omotossicologia, lo stress si cura come segue:
- BERBERIS = rene e vie urinarie ( Swadhisthana e Mooladhara)
- TEREBINTHINA= surrene dx ( Swadhisthana dx)
- VERATRUM = apparato gastroenterico ( Nabhi e Void)
- AURUM = Cuore ( Anahat)
- VALERIANA = sistema limbico, (Ego e superego e Sahasrara)
Interessante e’ anche l’ordine con cui i farmaci vengono proposti, partendo dallo Swadhisthana chakra per terminare attraversando ego e superego nel Sahasrara.
- GALIUM = drenare-disintossicare
- RHODODENDRO = controllare il dolore da intossicazione
Oppure?
Ci sono altri possibili approcci???
SAHAJA YOGA
“La realizzazione del Se e’ il primo incontro con la realtà”. (Shri Mataji Nirmala Devi)
Alcuni perche’
- Lo YOGA e’ universalmente riconosciuto per le capacita’ di rilassamento e ANTISTRESS.
- SAHAJA YOGA porta in uno stato meditativo piu’ profondo documentato con l’EEG.
- SAHAJA YOGA porta immediatamente nel canale centrale, il sistema parasimpatico, abbattendo l’effetto dello stress mediato dalla iperattivita’ del sistema simpatico.
- SAHAJA YOGA riduce il livello di allerta esercitato dal SRA, ma anche della corteccia cerebrale frontale e temporoparietale.
- SAHAJA YOGA ci porta nella dimensione di modulazione delle emozioni nel sistema libico
- SAHAJA YOGA resettando il nostro stato ormonale.Vedi melatonina, serotonina, dopamina, beta endorfine ed endocannabinoidi endogeni.
- SAHAJA YOGA ci fornice una chiave di lettura, diagnostica e di trattamento unica e chiara.
- SAHAJA YOGA potenzia il sistema immunitario.
Tecniche SAHAJA efficaci contro lo stress
- Abbassare il lato dx equilibrando col sx.
- Mano dx sulla gamba e sinistra nell’etere.
- Mano dx sulla gamba e sx in handsoak con ghiaccio.
- Ghiaccio sul fegato, il lato dx e l’ego.
- Footsoak
- Shoebeat
- Mantra
Shri Mataji consiglia:
no sole, si alla luce lunare, illuminazione tenue, niente orologi e nessuna attenzione al tempo, no pianificazione, no hatha yoga, si alla lettura della poesia, pisolino postprandiale e canto di “songs of Bhakti”. Una dieta alimentare ricca di carboidrati e zuccheri, scarsa in carne rossa. (Il cardamomo verde rallenta il lato dx).
Perche’ funzionano le tecniche sahaj ???
- FOOTSOAK: i piedi svolgono una importante funzione di supporto all’emuntorio renale nell’ eliminare scorie e cataboliti
- GIACCIO SUL FEGATO: rinfresca l’organo che in condizione di stress e’ continuamente costretto a scindere il glicogeno epatico per mantenere alta la glicemia
- L’USO DEI MANTRA favorisce la concentrazione ed aiuta a modificare il pattern di pensiero e la attivita’ elettrica cerebrale.
- La GESTUALITA’ RITUALE aiuta a controllare l’attenzione.
- Lo SHOEBEAT aiuta lo sviluppo del distacco dal fattore stressante.
“Lo yoga e’ uno stato di dilatazione della coscienza di natura trascendentale”
ovvero,
l’ingresso in uno stato di assoluta lucidita’ e benessere
in assenza di vincoli a pensiero ed emozione
“Dio, colui il cui sapere, il tutto trascende” Dante Alighieri
…“Dio, Colui la cui conoscenza a noi e’possibile in uno stato che il tutto trascende: lo yoga spontaneo… SAHAJA YOGA
“La kundalini vi cura, vi migliora, vi accorda tutte le grazie. Vi porta lontano dalle inquietudini piu’ grossolane.”
JAI SHRI MATAJI NIRMALA DEVI
Fonte: www.sahajayogaabruzzo.it
Stress tutto di tutto
STRESS, INNOVAZIONE E CAMBIAMENTO
di Ettore Rispoli ( ERNetwork:Management Consulting e Formazione – www.ernetwork.it)
pubblicato su: Persone & Conoscenze- n.53,ottobre 2009.
Come spesso accade nelle nostre imprese, l’avvento di una nuova normativa determina iniziali perplessità, una diffusa sottovalutazioni degli effettivi impatti ed infine la speranza/certezza che interverranno provvidenziali rinvii per consentirci di affrontare adeguatamente il problema. Nel frattempo si corre il rischio di perdere l’opportunità di anticipare quegli interventi che potrebbero dare vantaggi competitivi o ridurre i danni di malesseri latenti, nascosti dalle tante emergenze quotidiane. La valutazione dello stress lavoro-correlato può essere esemplificativa di un tale atteggiamento. Ma di cosa si tratta?
In linea con i contenuti di un Accordo Interconfederale siglato a livello europeo tra associazioni datoriali e sindacali l’8 ottobre 2004 ,il D. lgs 81/08 (Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro) ha introdotto l’obbligo di integrare nel documento di valutazione dei rischi anche quella relativa allo stress lavoro-correlato (art.28,comma1,D). La scadenza ,inizialmente prevista per il maggio 2009, è stata prorogata al giugno 2010.
Nel citato Accordo europeo (tradotto ed interamente recepito in Italia, nel giugno 2008, ) è stato condiviso un quadro di riferimento utile ad individuare e prevenire i problemi di stress da lavoro. Sulla applicazione delle direttive ci si è mossi con un certo ritardo, ed ora si sta finalmente lavorando per promuovere una piena consapevolezza del problema. Su questo tema l’AIDP Campania, raccogliendo stimoli e provocazioni emersi nel Convegno Nazionale di Torino, ha recentemente promosso un seminario che ,attraverso l’illustrazione di approcci, metodologie ed esperienze concrete, consentisse di orientare efficacemente gli interventi per l’eliminazione e/o gestione del rischio da stress.
Ma oggi, con la crisi che mina le capacità competitive delle nostre imprese e la stessa stabilità occupazionale, è veramente utile occuparsi dei lavoratori stressati? Ancora: nel momento in cui si fanno oggettivamente complesse le relazioni industriali nel gestire problemi di immediato impatto (cassa integrazione, mobilità, esodi,..), non si corre il rischio di stimolare microconflittualità e rivendicazioni diffuse quanto di difficile misurabilità?
In alcuni articoli pubblicati sul sito INAIL, l’European Fondation for the Improvement of living and working condition individua lo stress lavoro-correlato come una delle cause più comuni delle malattie professionali, colpendo oltre 40 milioni di persone, pari al 10% della popolazione. Questo indice appare destinato a salire (25)% a causa delle preoccupazioni indotte dalla crisi finanziaria.
Il problema nasce allora da una forte spinta sociale? Non solo. Uno studio (Niosh- National Institute for Occupational Safety and Health) condotto negli USA su 46.000 lavoratori stima in 600 $/persona il costo per l’organizzazione (assenze, cure e perdita di produttività) generato dai lavoratori sottoposti a forte stress. Benessere e performance organizzativi sono quindi due fattori interconnessi. In un’organizzazione che elimina le situazioni di stress negativo (distress), per privilegiare solo quegli elementi che siano tollerabili e/o stimolino positivamente (eustress) le persone, facilita certamente lo sviluppo ed il cambiamento.
Esiste inoltre un terzo fattore che tra poco impatterà fortemente sui nostri scenari gestionali: l’innovazione. Nel dibattito sul come superare la crisi, si va affermando sempre più la consapevolezza che il rilancio competitivo potrà realizzarsi solo mettendo radicalmente in discussione i paradigmi abitualmente utilizzati per progettare e gestire le organizzazioni. Ogni Persona si troverà quindi ad affrontare situazioni lavorative in continua evoluzione, in cui cambieranno, più o meno sostanzialmente, i modi di lavorare e le competenze richieste. Il problema riguarda sia chi già lavora, sia coloro che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro con una professionalità strutturalmente obsolescente, in quanto costruita su archetipi superati.
Il già citato Accordo Interconfederale (art.3.1) propone una definizione dello stress: “ Lo stress è una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o alle aspettative riposte in loro”.
In un contesto organizzativo dinamico e poco prevedibile, potremo allora prevenire lo stress condividendo meglio le informazioni e supportando l’acquisizione delle nuove skill.Ciò significa rinnovare profondamente i processi di comunicazione interna/esterna e di apprendimento.La formazione così potrà essere una chiave gestionale fondamentale purchè sappia anch’essa rinnovarsi divenendo:
- sincrona e non successiva e/o subalterna al cambiamento
- un efficace canale di comunicazione interna, basato sull’apprendimento dall’esperienza (action leaning), sull’attenzione alle persone (coaching e counselling), sulla costruzione di nuovi stili di leadership.
Fonte: www.ernetwork.it
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
I fattori di stress nella pallovolo
Relatore dott. Stefania Traini
Psicologa, Università Bicocca di Milano
La pallavolo in quanto sport di squadra e di situazione, a forte componente tecnico-tattica, presenta molti fattori di stress, che possono avere un andamento e un esito positivo o negativo in funzione dell’interazione che si verifica tra le diverse variabili in gioco, sul versante ecologico/situazionale e su quelli psicofisico-individuale e interpersonale.
In particolare, la pallavolo è una disciplina sportiva:
- con una struttura e una processualità ciclica: è contraddistinta da una ricorsività di situazioni tattiche e tecniche;
- a open skills : le informazioni in continua e rapida variazione sono una funzione dell’azione dei compagni e di quella degli atleti della squadra avversaria; il che richiede flessibilità e alta reattività attentive, rapidità di processamento delle informazioni e modulazione retroattiva dei piani comportamentali,
- importanza dell’aspetto tattico-strategico: che richiede e sollecita uno stile attentivo fluttuante. In alcuni momenti l’attenzione sarà rivolta alla gara con focus attentivo prevalentemente ampio ed esterno (es. gestire le dinamiche contingenti di gioco per ottenere il risultato), in altri sarà orientata alle proprie sensazioni propriocettive e cinestesiche e ai propri gesti, con focus interni ristretti;
- di squadra: la prestazione risente dell’interazione tra le strategie di gioco del singolo, dei compagni di squadra e degli avversari. Sono, dunque, importanti, per il raggiungimento di una performance efficace, caratteristiche quali la coesione, il clima e la cultura di gruppo, le motivazioni individuali, la leadership; le consegne organizzative (la società di appartenenza);
- giocata da squadre interagenti, in quanto la meta comune e competitiva (fare punto sulla squadra avversaria) è raggiunta con l’impegno coordinato dei giocatori.
Cerchiamo di focalizzare quali possano essere i potenziali stressor nell’attività agonistica di un atleta e di una squadra.
POTENZIALI STRESSOR:
- INDIVIDUALI
- Livello tecnico (prevalente determinazione tattico-situazionale): implica la gestione contemporanea di differenti richieste ambientali, diversi gradi di responsabilità e la messa in opera simultanea e consecutiva di più abilità
- Ruolo in campo (attaccante/difensore/alzatore).
- Ruolo nella squadra (titolare, turnover, panchina.)
- Ruolo nel “gruppo – squadra” (es. leader, capitano)
- Supporto sociale: - Da parte dello staff e della famiglia
- Caratteristiche psicologiche: stile cognitivo, il controllo percepito, il sostegno sociale percepito, , lo stile attribuzionale, lo stile di problem solving, la motivazione intrinseca e alla riuscita, l’impegno, la reattività emozionale, l’ottimismo/pessimismo.
Nelle dinamiche di gioco l’atleta è chiamato a orientare e modulare con flessibilità l’attenzione sulle fasi separate del processo di esecuzione di un‘azione, processando simultaneamente e in parallelo gli stimoli ambientali, le informazioni propriocettive e cinestesiche e il feedback sullo svolgimento della prestazione. n base alla teoria dello sforzo mentale (Kanheman,1973). La risposta a più impegni può comportare un decremento nella qualità della performance, anche se tale inflessione dipende anche dalle caratteristiche del compito e dalla stima ostacoli/risorse ambientali. Se l’a persona percepisce uno squilibrio, intenso, frequente e/o prolungato, tra le richieste ambientali e interne, soverchianti, e le proprie capacità e risorse, ne può risultare una condizione di mobilitazione psicofisica massiva di energie e strategie di coping che, se inadeguate e inefficaci, provocano affaticamento mentale, ansia, rabbia e manovre elusive, che sfociano in una situazione di stress con rischio di burnout.
La risposta personale agli stressors è fortemente condizionata dalla mediazione cognitivo/emotiva operata dal soggetto (stile cognitivo/emotivo).
Lo stress si correla, infatti, con caratteristiche individuali dell’atleta: per esempio un’elevata ansia di tratto competitiva (Martens, 1977; Martens, Vealey e Burton,1990), unita a bassa autostima (Brustad, 1988) e scarsa motivazione intrinseca possono avere risvolti negativi. Inoltre, l’esperienza di frequenti insuccessi sportivi, uniti a modalità attributive dei risultati negativi caratterizzate da locus interno e più in generale uno stile attribuzionale prevalentemente esterno, stabile e globale, e quando interno, accompagnato da un senso di non controllabilità, di stabilità temporale e situazionale e di intenzionalità (Weiner 1972, 1979, 1985,1986) riducono il senso di autoefficacia (Bandura, 1977), di motivazione intrinseca (Deci, 1975; Frederick e Ryan, 1995) e di autostima (Harter, 1982)
Lo stress troppo intenso e prolungato provoca burnout, - risultato non tanto dello stress, ma di quella sensazione di hopelessness (di perdita della speranza) e di essere senza via di uscita (Lazarus, 1991), causa di danni psicofisici e comportamentali.
- DI SQUADRA:
- variazione del focus attentivo: in direzione (es.passaggio della palla a un compagno, seguire lo schema di gioco) e in intensità (es. situazione di attacco o di difesa).
- Goal Setting: programmazione di obiettivi a breve (es. affrontare una partita alla volta), medio (es. aggiudicarsi il girone di andata) e lungo termine (es. vincere il campionato). La prestazione aumenta quando gli obiettivi sono moderatamente difficili per i seguenti tre fattori. Il primo si riferisce al rapporto tra abilità e obiettivo: se un atleta valuta di non essere sufficientemente in grado di raggiungerlo, difficilmente sarà motivato a impegnarsi in un’attività frustrante (es. la squadra si presenta a una gara con la prima in classifica senza alcuni giocatori importanti infortunati o malati); il secondo riguarda la relazione fra difficoltà dell’obiettivo e una dimensione psicologica, la fiducia in sé stesso o self efficay (Bandura, 1977). Pertanto, l’autoefficacia influenza direttamente la percezione della difficoltà del compito, la motivazione, il livello di aspirazione e la successiva prestazione. Il terzo fattore fa riferimento agli obiettivi troppo facili e poco incentivanti (es.confronto con una squadra nettamente inferiore), che inducono demotivazione.
- La situazione di interdipendenza: il risultato e la qualità della a prestazione dipende non dal contributo isolato dei singoli, ma dal gioco interattivo dei compagni di squadra e degli avversari. La percezione della condizione di dipendenza reciproca e dalla situazione contingente può essere fonte di forti dinamiche conflittuali e di ansia.
- Clima organizzativo della società: comunicazione e organizzazione tra i membri dello staff e tra questi e la dirigenza
- Pressioni esterne: da parte dei famigliari, degli sponsor, dei tifosi,dei mass media, della società in generale.
- Stressors ambientali:
- Caratteristiche fisiche della palestra: temperatura, luce, dimensioni complessive dell’area di gioco.
- Carichi di lavoro: - es. allenamento aerobico e anaerobico
- DERIVANTI DALLA PARTITA
- Partita importante: finale, lotta per la salvezza, qualificazioni, sono partite in cui è necessario ottenere un ottimale livello d’ansia ( arousal.) In queste occasioni difficilmente si riesce a controllare la paura e l’eccitazione (es. una schiacciata sbagliata in un momento cruciale può essere dovuta all’incapacità di controllare le proprie azioni).
- Trasferimenti e trasferte: -la qualità del viaggio, l’incognita del campo avversario, i tifosi al seguito e avversari.
Tali fattori di stress possono provocare nell’atleta una serie di sintomi psicofisici (es. ansia, depressione, demotivazione, isolamento dal gruppo-squadra, affaticamento e tensione muscolare) e comportamentali (disturbi alimentari, alterazione del ciclo sonno-veglia, difficoltà di concentrazione, fumo, alcool e uso di sostanze dopanti), a loro volta destinati a causare scarso rendimento, conflitti in squadra, assenteismo, burnout, tendenza all’infortunio e dropout.
Tra le cause di bornout vi sono: alta conflittualità emotiva soprattutto se prolungata, overtraining, noia da eccessiva ripetizione dei gesti motori, esaurimento fisico con insufficiente tempo di recupero, perdita di motivazione intrinseca. La sintomatologia più ricorrente dei casi di atleti con diagnosi di sindrome di Burnout è la seguente
- Scadimento della prestazione (es. difficoltà di concentrazione, scarsa flessibilità del focus attentivo, mancanza di adeguato controllo sensomotorio, confusione relativa agli schemi di gioco etc.)
- Disagio psicofisico ( riduzione di autostima e self efficacy, deterioramento dell’immagine di sé, disturbi alimentari, alterazione del ritmo sonno-veglia, tendenza all’infortunio in allenamento e in partita etc.).
In determinate occasioni questi disturbi possono favorire l’abbandono della pratica sportiva (fenomeno del dropout) vista come unica via d’uscita.
EUSTRESS, DISTRESS E FLOW
Gli attuali orientamenti, prevalenti nell’ambito della psicologia clinica dello sport, tendono a privilegiare un approccio teoretico ed operativo finalizzato all’ottimizzazione delle strategie di coping (gestione ottimale delle risorse disponibili, personali e ambientali in relazione ai compiti/richieste da affrontare). L’assunto alla base di questa opzione teorica e clinica è che la qualità della performance agonistica è il risultato dell’interazione circolare tra lo stile cognitivo-emozionale del soggetto e le caratteristiche dell’ambiente. L’interesse si è quindi spostato dallo studio della prestazione, della personalità e degli aspetti motivazionali, considerati separatamente, ad un approccio sempre più sistemico all’atleta considerato nel suo contesto di vita e agonistico. Ciò ha portato all’elaborazione di tecniche mirate al miglioramento della prestazione agonistica (Singer, 1984; Unesthal, 1987, Swinn, 1986).
Il modello d’intervento è così andato orientandosi da quello tradizionale di “counseling psicoterapeutico” ad uno finalizzato all’ottimizzazione del rendimento.
All’interno di questo nuovo paradigma di ricerca, si inserisce l’interesse teorico ed applicativo, per lo stato di “flow” (“esperienza ottimale”, teoria del flusso di coscienza, Csikszentmihalyi 1975): Esso, in quanto stato soggettivo positivo e gratificante, riveste un ruolo centrale nello sviluppo del comportamento e nell’evoluzione del sé (Massimini et al., 1996). Si identifica con il momento in cui l’atleta è coinvolto a tal punto nel gesto agonistico, da escludere dalla mente qualsiasi altra cosa. E’ reso possibile dalla completa fusione tra azione e coscienza (“immersione” nella situazione attuale), in una situazione di completo investimento delle risorse attentive sull’attività in atto ed è caratterizzato da regole interne chiare (mete esplicite, precisa gerarchia di obiettivi, rapporto funzionale tra mezzi-fini) e feedback immediati. L’equilibrio tra le richieste della situazione e le capacità/risorse personali percepite favoriscono l’insorgenza del flow. Il senso di equilibrio interno e di sintonia ambientale che ne deriva induce l’individuo a ricercare e potenziare i vissuti positivi sperimentati.
Dalle ricerche emerge che l’esperienza ottimale risulta essere condizione predisponente per il raggiungimento della peak performance (“prestazione eccellente”, Berger e Mc.Inman 1993). In altre parole maggiormente l’atleta riesce ad esperire e mantenere le condizioni di flow, più tendono ad aumentare le probabilità di conseguire risultati di peak performance- che a loro volta si ripercuotono positivamente sulle possibilità future di produrre prestazioni agonistiche eccellenti.
Inoltre, da alcune delle ricerche condotte nel campo, è emerso che alcuni fattori emotivo- cognitivi risultano costanti e basilari nella genesi e nello sviluppo dello stato di esperienza ottimale, al di là delle caratteristiche dello stato di flow sport-specifiche.
I dati emersi, sebbene relativi a discipline differenti, hanno fornito interessanti indicazioni per l’impostazione delle fasi di preparazione ed allenamento in un’ottica preventiva rispetto a stress, rendimento sportivo e ciclo negativo.
Si tratta, infatti, di impostare il lavoro in maniera tale da favorire lo sviluppo e il potenziamento di quelle caratteristiche cognitive motivazionali ed emotive che contraddistinguono lo stato di flow (chiarezza degli obiettivi, unione tra azione e coscienza, soddisfazione intrinseca all’attività, equilibrio tra difficoltà della sfida e abilità individuali).
L’equilibrio tra sfida ed abilità (difficoltà del compito adeguate alle capacità dell’atleta) e la pianificazione per obiettivi sul breve, medio e lungo periodo (mete chiare) possono favorire il massimo investimento delle risorse dell’atleta sull’attività (unione tra azione e coscienza).
Inoltre, l’esperienza prolungata di piacere intrinseco, legato all’attività (percezione autotelica), funge da risorsa altamente motivante. L’atleta evolve così in un continuo processo di crescita, basato su progressivi miglioramenti ed aggiustamenti rispetto agli obietti e al livello di complessità e difficoltà delle sfide.
L’interesse legato a tali componenti richiede non si esaurisce nel campo della pianificazione di adeguate strategie di preparazione e allenamento dal punto di vista atletico e tecnico- tattico, ma si estende all’ambito della programmazione e impostazione delle tecniche di preparazione mentale (mental training”; Haase, Hansel 1995).
La conoscenza di specifici aspetti legati alla percezione, alla cognizione e reattività emotiva individuale nei momenti di flow e peak performance consente di individuare quali fattori siano funzionali al successo sportivo.
Ovviamente, ogni modello di intervento che miri ad essere efficace dovrà prevedere degli strumenti diagnostici di rilevazione e monitoraggio costante dei fattori cognitivi-emotivi individuali, delle variabili interpersonali e ambientali che si ritiene giochino un ruolo cruciale nel rendimento agonistico personale e di squadra.
Il MENTAL TRAINING
Il “Mental Training” può essere definito come un programma articolato di allenamento mentale, composto da diverse tecniche selezionate in base alla specificità del compito, degli obiettivi da raggiungere e delle caratteristiche di personalità dell’individuo (Haase, Hansel 1995). I più recenti interventi di mental training si basano sul modello cognitivo-comportamentale (Unesthal 1986; Singer 1986, 1988), mirato alla considerazione di aspetti strutturali (analisi e rispetto della organizzazione psicologica specifica di una persona), funzionali (ottimizzazione dei processi di elaborazione delle informazioni nel sistema cognitivo) e psicofisiologici (modulazione della reattività psicofisica e ottimizzazione del livello di arousal, cioè attivazione, in condizioni di criticità, ansia o stress).
Un programma di preparazione mentale, teso allo sviluppo delle abilità necessarie per il controllo e l’ottimizzazione della performance, può essere composto dai seguenti elementi operativi:
- Screening psicodiagnostico, mirato alla valutazione delle caratteristiche psicologiche generali e dello stile cognitivo dell’atleta. Lo scopo è quello di individuale le risorse e i vincoli di coping di quell’individuo, di evidenziare o escludere la presenza di tratti o sintomi patologici manifesti o latenti e di fornire indicazioni circa le capacità attentive e mnemoniche, visuo-immaginative, nonché relativamente allo stile cognitivo preferenziale.
- Pensiero positivo e Goal Setting, acquisizione della self-confidence, della capacità di utilizzare pensieri positivi (“ristrutturare, rifocalizzare e ridirigere”, Yates, 1994) e della programmazione di obiettivi a breve, medio e lungo termine con lo scopo di incrementare nell’atleta la motivazione intrinseca e non solo quella estrinseca, cioè la tendenza al successo (Atkinson) .
- Training propriocettive: in base allo stile percettivo-cognitivo dell’atleta, si mira a valorizzare e potenziare le modalità di rapporto con il proprio corpo, favorendo la progressiva acquisizione delle capacità di concentrazione e presa di coscienza somatica. L’obiettivo è quello di portare l’atleta ad apprendere e affinare gradualmente le capacità di autopercezione e monitoraggio della propria funzionalità corporea e operativa (Martens, 1993).
- Concentrazione: modulazione dello stile attentivo al fine di orientare e mantenere l’attenzione sugli elementi critici del gioco, escludendo gli stimoli esterni o interni che possono fungere da distrattori (Schmid, Paper, 1986).
- Rilassamento: controllo del livello di attivazione al fine di gestire stati d’ansia e di tensione psicofisica. Nel training si abbinano esercizi di contrazione-decontrazione muscolare e di modulazione del ritmo respiratorio, per l’acquisizione della consapevolezza e del controllo del proprio corpo (Jacobson, 1983)
- Visualizzazione: rappresentazione immaginativa di situazioni tipiche di gioco. Simulazione mediante immagini mentali polisensoriali e immersive (Corbin, 1972)
- Self-talk: dialogo interno mediante parole stimolo (”promemoria psicologico”, Yates 1994) mirate a favorire nell’atleta l’ottimizzazione della modalità di affrontare specifiche situazioni ed eventuali problemi intervenenti. L’obiettivo consiste nel focalizzare l’attenzione su aspetti chiave del compito ed evocare volontariamente stati psicologici positivi e produttivi, comportando una percezione di autocontrollo e di autoinduzione emotiva, che promuove il senso di self-efficacy.
- Autonomizzazione delle strategie: capacità di autoinduzione e controllo delle tecniche precedentemente apprese.
- Valutazione: accertamento dei risultati raggiunti e della validità del programma realizzato.
Fonte: www.pallavolosantanna.com
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
LO STRESS
Trattamenti con fitoterapia, aromaterapia e oligoelementi
di
Donatella Ciardulli
Anno 2003
Sommario
Nel 1936, nel corso di una conferenza, il fisiologo H. Seley introdusse il concetto di stress nella sua forma moderna. Fu proprio la formulazione di tale concetto a determinare un sostanziale mutamento nell’approccio a talune patologie e ad avviare un processo di revisione del pensiero organicista che era stato a fondamento della scienza medica fino ad allora.
Egli definì lo stress “una risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”
in altre parole, di fronte a stimoli di varia natura, l’organismo produce una medesima reazione sostanzialmente adattiva. Tale risposta alla molteplicità degli stimoli è volta a migliorare la capacità di sopravvivenza ma può diventare patogena se protratta con eccessiva intensità per lunghi periodi di tempo. Secondo Seley la reazione alla sollecitazione ambientale si articola in tre fasi, reazione di allarme, stadio di resistenza, stadio di esaurimento, coinvolgendo organi e funzioni. Attraverso di esse si sviluppa la risposta somatica all’agente stressogeno, il cosiddetto “stressor”.
Principalmente implicati nel rapporto con lo stress sono il Sistema nervoso centrale, che ha funzioni di coordinamento e collegamento, il Sistema Neurovegetativo, il Sistema Neuroendocrino, il Sistema Immunitario.
Il SNV è presente nell’organismo con una vasta innervazione; pertanto nella risposta allo stressor coinvolge tutti gli organi e i tessuti. Esso agisce attraverso la liberazione di neurotrasmettitori specifici (adrenalina e acetilcolina) e si compone di due sezioni antagoniste (simpatica e parasimpatica). Alcuni organi estesamente innervati rispondono particolarmente all’attività neurovegetativa (cute, apparato gastroenterico, sistema cardiocircolatorio, pupilla, secrezione salivare).
Il SNE è caratterizzato da una pronta reattività e da un rapido adattamento all’ambiente. Perciò, in condizioni di emergenza, questo sistema costituisce uno dei principali strumenti che l’organismo possiede per far fronte alla stimolazione derivata dallo stress. Due sono i sistemi neuroendrocrini coinvolti sul piano fisiologico: il sistema ipotalamo-ipofisi-corticosurrene (HPA) e il sistema midollosurrenale
Il SI ha il compito di difendere l’organismo da elementi estranei (virus, batteri, sostanze chimiche) che sono detti antigeni; tale difesa si esplica attraverso la produzione di anticorpi, sostanze proteiche che vengono messe in circolo da cellule specializzate, i linfociti B, e attraverso linfociti T.
Nel rapporto con lo stress questo sistema è il più rigido e lento probabilmente perché il suo coinvolgimento nell’evento minaccioso è indiretto, conseguente alle modificazioni determinate dallo stressor nel sistema endocrino e neurovegetativo; infatti l’effetto inibitorio dello stress sul sistema immunitario passa attraverso l’azione di ormoni specifici (corticosteroidi, somatotropo, catecolammine).
Il soggetto sottoposto ad una situazione di emergenza che non riesce ad affrontare adeguatamente può reagire in diversi modi, mettendo in atto meccanismi psicologici o comportamentali di compensazione, sviluppando una reazione di conversione, sviluppando disturbi funzionali o addirittura patologie che si accompagnano a lesioni tissutali o di organo.
Le sintomatologie più comuni da me esaminate che investono l’individuo che affronta lo stress sono l’ansia, la depressione, le malattie cardiocircolatorie, malattie gastrointestinali, malattie della pelle, cefalea, insonnia.
Le piante officinali possono svolgere un ruolo importante nel lenire e sostenere il soggetto che a seguito di conflitti, traumi, eventi dolorosi si trova in una condizione psicofisiologica di squilibrio
La diversa estrazione e lavorazione le distingue in tinture madri, gemmo derivati e oli essenziali.
Tra le tinture madri abbiamo: Avena sativa, Ballota foetida, Leonorus cardiaca, Matricaria camomilla, Eleutherococcus senticosus, Panax ginseng meyer, Hypericum perforatum, Melissa officinalis, Passiflora incarnata, Valeriana officinalis.
Tra i gemmoderivati abbiamo: Betula verrucosa, Crataegus oxyacantha, Ficus carica, Sequoia gigantea, Tilia tomentosa.
Tra gli oli essenziali abbiamo: Citrus aurantium bergamia, Lavandula officinalis, Melissa officinalis, Origanum majorana, Citrus aurantium, Salvia sclarea, Santalum album, Cananga odorata.
Altre sostanze che possono consentire il ripristino dell’equilibrio nel soggetto sottoposto a stressor di varia natura sono gli oligoelementi e i litoterapici.
In conclusione le piante, i minerali, gli oli essenziali possono costituire un valido aiuto al superamento di problematiche complesse dal punto di vista psichico e fisiologico insieme.
BIBLIOGRAFIA
Boni U.- Patri G. Le Erbe. Fabbri Editore 1997
Bottaccioli F. Psiconeuroimmunologia. Ed. Red 1995
Brigo B. Ansia e Depressione. Ed. Tecniche Nuove 1996
Caniggia A. Compendio di Medicina interna. Ed. Minerva Medica 1978
Dodd G. H.- Van Troller S. Fragranze. Ed. Aporie 1997
Dychwald K. Psicosoma. Ed. Astrolabio 1978
Fischer Rizzi S. Profumi Celestiali. Ed. Tecniche Nuove 1995
Engel G. Medicina Psicosomatica e sviluppo psicologico. Ed. Cappelle 1981
Lowen A. Amore, Sesso, Cuore. Ed. Astrolabio 1988
Lowen A. La Depressione e il Corpo. Ed. Astrolabio 1980
Luban B.- Plozza – Poldinger W.- Kroger F. Il Malato psicosomatico e la sua cura. Ed.Astrolabio 1989
Mearelli F. – Sgrignani M. Terapia moderna con Tinture madri, Gemmoderivati e Oligoelementi. Ed. Planta medica 1992
Pancheri P. Stress, Emozione, Malattia. Ed. Mondadori 1980
Pignatelli M. F. Viaggio nel mondo delle Essenze. Ed. Franco Muzio 1991
Ruggeri V. Mente, Corpo, Malattia. Ed. Il Pensiero scientifico 1988
Valnet J. Cura delle malattie con le Essenze delle piante. Ed. Giunti 1976
Varela F.J. Il Sonno, il Sogno, la Morte. Ed. Neri Pozza 1997
Weiss R. Trattato di Fitoterapia. Ed. Aporie 1996
Fonte: www.naturopatia.it/
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
La tendenza all’integrazione delle varie strutture della conoscenza di sé – tendenza intrinseca all’apparato conoscitivo umano nella sua operatività relazionale e cosciente – è dunque sostenuta da una precisa qualità di relazione meglio che da qualunque altra: una relazione fra pari, definita come tale da una comune intenzionalità, in cui la comunicazione sia aperta e libera, la volontà di piegare l’altro a un qualunque proprio fina sia ridotta al minimo e la ricerca di condivisione o sintonia durante ogni atto comunicativo sia bilaterale e continua.
G. Liotti, 1994
Lavoro e salute psichica
Negli ultimi anni si sta assistendo ad una crescente attenzione ai problemi della salute psichica e delle relazioni interumane nell’ambiente di lavoro
Viviamo in un mondo che cambia in fretta, e soprattutto sta cambiando in fretta il mondo della produzione e del lavoro. L’automazione delle funzioni esecutive e la rapida circolazione delle informazioni ci rendono tutti più responsabili del nostro destino e delle nostre esistenze.
Il mondo del lavoro si orienta verso la flessibilità e l’autonomia decisionale, valorizza il saper fare rispetto al fare.
I mutamenti nell’organizzazione del lavoro e l’incremento dei settori “pensanti” su quelli esecutivi, stanno radicalmente modificando il rapporto tra il lavoratore e l’azienda e il rapporto tra i lavoratori di uno stessa unità produttiva.
Il lavoratore di oggi non vende più le sue braccia per il salario, è invece sempre più parte integrante di un organismo pensante (l’azienda) alla quale partecipa con il suo contributo di competenze, di idee, di motivazioni e di emozioni.
Questo cambiamento di stato sicuramente rende al lavoratore dipendente la dignità e la dimensione soggettiva umana nel lavoro che l’asservimento alla catena di montaggio aveva sottratto all’operaio dell’ ‘800 e della prima metà del ‘900. E’ anche vero però che questo cambiamento, accelerato dall’introduzione dell’informatica e dai rapidi cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e dell’economia, sta presentando in questi anni tutti i suoi problemi e ci sta facendo scoprire nuovi tipi di rischi per la salute, più sfuggenti ma non meno gravi di quelli che riguardano direttamente la salute fisica (infortuni e nocività ambientale in generale).
Stress, burn-out, mobbing sono entrati nel linguaggio corrente e da qualche tempo ci si accorge che nelle società “del benessere” le persone sono più depresse, si ammalano “dentro”.
Stress e mobbing
Lo stress da lavoro e il mobbing sono cose diverse, ma collegate tra di loro.
Lo stress è il risultato di una serie di fattori di organizzazione del lavoro: sforzo richiesto e latitudine dell’autonomia decisionale, comfort fisico e emotivo dell’ambiente di lavoro, meccanismi di distribuzione del lavoro e delle ricompense, e molti altri.
Il mobbing (dando a questa parola il significato ampio che oggi si intende darle) è l’insieme di azioni personali e impersonali, individuali e di gruppo che incidono in modo significativo sulla condizione emotiva di un lavoratore o di un gruppo di lavoratori, comportando grave sofferenza psichica e danni alla salute in genere permanenti.
I due fenomeni non sono indipendenti l’uno dall’altro e molto spesso coesistono: il mobbing produce stress e lo stress da lavoro facilita l’insorgere e il persistere di situazioni di mobbing. Ma è molto importante distinguerli chiaramente perché diversi sono i meccanismi, diverse le cause e diversi i rimedi.
Il danno da stress
Il termine “stress” è stato adottato in medicina dal 1936. Originariamente veniva impiegato in ingegneria per indicare lo sforzo a cui viene sottoposto un materiale rigido in condizioni di sollecitazione.
In medicina è stato impiegato per indicare la reazione messa in atto dall’organismo per adattarsi a condizioni caratterizzate dall’esposizione a stimoli nocivi (di natura sia fisica, sia psicologica). In modo particolare negli anni ’60 il termine è stato utilizzato per indicare la reazione di adattamento dell’organismo indotta dalla reazione emozionale a stimoli (stressors) di varia natura. In quegli anni è stato sviluppato il modello cognitivo dello stress: uno stimolo di natura fisica o socio-relazionale, concreto o simbolico, per produrre una reazione da stress deve essere prima interpretato dalla mente dell’individuo esposto (valutazione cognitiva); successivamente, se il significato attribuito dal singolo individuo a quello stimolo induce una reazione emozionale, si attivano nell’organismo una serie di reazioni adattative (modificazioni endocrine, nervose, fisiologiche) che servono a metterlo in condizioni di affrontare meglio l’esposizione allo stimolo (tab. 1.1)
La reazione adattativa da stress è ovviamente presente anche negli animali e a questi si fa riferimento per capirne il significato fondamentale: un animale predatore affamato e la sua preda hanno bisogno nel momento dell’attacco dell’uno e della difesa dell’altra di utilizzare al meglio le risorse del proprio organismo per poter sopravvivere. In questa situazione ognuno dei due organismi attiverà dei cambiamenti necessari a mettere in atto un comportamento di aggressione o di fuga in modo efficiente.
Nell’uomo, che conserva le funzioni degli animali integrandole in un sistema di elaborazioni cognitive e di comportamenti più complessi, esistono reazioni analoghe a quelle degli animali, ma l’attivazione e lo sviluppo dei comportamenti conseguenti è condizionato dal valore simbolico che la nostra mente e la nostra convenzione sociale attribuisce agli avvenimenti.
Nella nostra vita, come in quella degli animali, la reazione da stress ha una funzione positiva: serve a permetterci di adattarci ai mutamenti dell’ambiente e a metterci in condizione di portare avanti al meglio le funzioni richieste dalla nostra esistenza.
Dunque la nostra vita è normalmente un susseguirsi di diverse situazioni che richiedono sforzi di adattamento; per raggiungere un obiettivo (superare un esame, ottenere un lavoro, andare a cinema, riuscire a prendere l’autobus, corteggiare una persona, ecc…); oppure per evitare un pericolo o qualcosa di sgradito (attraversare una strada senza farsi investire, sorvegliare i figli, non farsi rapinare, etc…); ogni azione richiede che vengano messi in atto complessi programmi di comportamento e il nostro organismo è fatto in modo da governare gli adattamenti necessari. Lo stress è dunque una funzione necessaria alla vita normale.
Tabella 1.1 |
||
- |
||
Fase di allarme |
Fase di resistenza |
Fase di esaurimento |
Modificazioni acute, reversibili ed adattative |
Organizzazione stabile, ma ancora reversibile Limite delle riserve funzionali |
Crollo delle difese, impossibilità di ulteriore adattamento agli stressor |
LIVELLO NEUROTRASMETTITORIALE |
||
Sollecitazione acuta dei sistemi NA, 5-HT, Ach, con modificazione transitoria del loro reciproco equilibrio funzionale (riduz. del rapporto catecolamine/Ach?) |
Sollecitazione cronica dei sistemi neurotrasmettitoriali con riduzione del margine di resistenza funzionale Iperattività recettoriale reversibile |
Insufficienza funzionale non reversibile dei sistemi neurotrasmettitoriali Iperattività non reversibile recettoriale |
LIVELLO NEUROENDOCRINO |
||
Attivazione acuta del sistema ipotalamo-ipofiso corticosurrenale |
Attivazione cronica ma reversibile del sistema ipotalamo-ipofiso-corticosurrenale |
Iperattivazione stabile, non reversibile, del sistema ipotalamo-ipofiso-corticosurrenale Alterazioni stabili a livello di altri sistemi |
LIVELLO COGNITIVO |
||
Elaborazione cognitiva dell’evento perdita; disagio soggettivo (depressione transitoria); motivazione alla ricerca di soluzioni |
Elaborazione cognitiva secondaria dell’evento perdita; organizzazione dei meccanismi di coping: disagio soggettivo (depressione stabile ma reversibile) |
Fallimento dei meccanismi di coping; lutto cronico; perdita della motivazione alla soluzione; depressione grave non reversibile |
LIVELLO COMPORTAMENTALE |
||
Comportamenti attivi di compenso; ricerca attiva di soluzioni all’evento perdita (nuovi legami di adattamento) |
Organizzazione comportamentale di tipo depressivo ma reversibile |
Riduzione dell’attività; organizzazione stabile di tipo depressivo |
Quando si parla allora di patologia da stress?
Nella realtà degli esseri umani le cose sono un po’ più complicate che per gli animali. Innanzitutto la complessità delle nostre relazioni sociali rende più indirette le nostre manifestazioni di aggressione o di fuga e, soprattutto tende a farle durare a lungo nel tempo. La reazione emozionale e i cambiamenti fisiologici adeguati ad una situazione di aggressione fisica possono essere delle risposte non adeguate a situazioni di aggressione simbolica o protratte nel tempo.
Se per esempio una persona viene aggredita per strada, l’emozione di paura o di rabbia intensa che prova attiva la reazione da stress: attraverso variazioni ormonali, aumento della pressione e della frequenza cardiaca e altri cambiamenti della fisiologia (tab. n.1.1), la polarizzazione dell’attenzione sulla fonte del pericolo, la persona viene messa nelle condizioni migliori per difendersi combattendo o per scappare. Cessato il pericolo, dopo pochi minuti la reazione da stress non ha più ragione di esistere e le funzioni tornano alla normalità.
Se invece un lavoratore si accorge, ad esempio, che il suo carico di lavoro è eccessivo, ingiustamente ripartito, e se le sue motivate richieste di equità vengono frustrate può avere un vissuto che, anche se meno intenso, è simile a quello della persona aggredita per strada e provare comunque un’emozione di rabbia. Il suo organismo attiverà comunque la reazione di adattamento all’aggressione come nel caso di un’aggressione fisica, ma in questo caso la reazione di adattamento non è adeguata: innanzitutto perché una reazione fisica di attacco o fuga non è possibile né opportuna, secondo perché la situazione di aggressione si mantiene nel tempo. Se l’attivazione emozionale non viene limitata da un adattamento cognitivo della persona, tenderà a durare nel tempo e a mantenere per troppo tempo i cambiamenti fisiologici e psico-emozionali della reazione di adattamento,determinando così una condizione di sofferenza emotiva protratta e la permanenza di alterazioni della regolazione ormonale e delle altre funzioni fisiologiche coinvolte.
Dunque se lo stress è intenso e protratto, se la reazione emozionale non trova un’adeguata espressione nel comportamento, lo stress può essere fonte di patologia.
Lo stress cronico può indurre delle variazioni permanenti nei principali sistemi di regolazione dell’organismo e causare come conseguenza dei disturbi o delle malattie (tab. 1.2) tutto l’organismo è potenzialmente coinvolto,anche se i danni più frequenti sono a carico dell’apparato cardiocircolatorio, dell’apparato digerente e della pelle.
Tabella n. 1.2(Source: A Melhuish, Executive Health, London Business books. 1978). |
||||
|
Normal (relaxed) |
Under pressure |
Acute pressure |
Chronic pressure. (stress) |
Brain. |
blood supply normal |
blood supply up |
Thinks more clearly |
Headaches or migraines, tremors and nervous tics. |
Mood. |
Happy |
serious |
Increased concentration |
Anxiety, loss of sense of humour. |
Saliva |
Normal |
Reduced. |
Reduced. |
Dry mouth, lump in throat. |
Muscles. |
Blood supply normal |
blood supply up |
improved performance |
Muscular tension and pain. |
Heart. |
Normal rate and blood pressure. |
Increased rate and blood pressure. |
Improved performance |
Hypertension and chest pains. |
Lungs. |
Normal respiration |
Increased respiration rate. |
Improved performance |
Coughs and asthma. |
Stomach. |
Normal blood supply and acid secretion. |
Reduced blood supply and increased acid secretion. |
Reduced blood supply reduces digestion. |
Ulcers due to heartburn and indigestion. |
Bowels. |
Normal blood supply and bowel activity. |
Reduced blood supply and increased bowel activity. |
Reduced blood supply reduces digestion. |
Abdominal pain and diarrhoea. |
Bladder. |
Normal. |
Frequent urination |
Frequent urination due to increased nervous stimulation. |
Frequent urination, prostatic symptoms. |
Sexual organs. |
(Male) Normal. |
(M) Impotence (decreased blood supply) |
Decreased blood supply. |
(M) Impotence. (F) Menstrual disorders. |
Skin. |
Healthy. |
Decreased blood supply. Dry skin. |
Decreased blood supply. |
Dryness and rashes. |
Una considerazione a parte va fatta per le conseguenze psicologiche dello stress cronico: è nozione comune che una condizione di sofferenza protratta può indurre depressione. Questo viene spiegato attraverso due tipi di meccanismi. Dal punto di vista psicologico si sostiene che una persona sottoposta ad una condizione di stress emotivo cronico in una prima fase si attiva per mettere in atto delle reazioni comportamentali che gli permettano di risolvere la condizione di stress (tab. n.1.1) di fronte al fallimento dei primi tentativi si entra in una fase di resistenza in cui si cerca di adattarsi alla condizione stressante e in questa fase si sviluppano dei disturbi (ansia e depressione) definiti “da adattamento”; successivamente se fallisce l’adattamento si può sviluppare una condizione psichica grave che tende ad essere irreversibile.
Questa evoluzione osservata non è sostenuta solo da spiegazioni di tipo psicodinamico (psicologico): sono state prodotte evidenze scientifiche che indicano che il persistere di condizioni di stress può modificare profondamente i sistemi neuronali che regolano gli stati emotivi e il nostro comportamento attraverso variazioni della produzione di neuromediatori e variazioni della regolazione dell’espressione genica. Ne possono risultare sindromi depressive gravi, disturbi d’ansia persistente generalizzata, disturbi da attacchi di panico, fobie e comportamenti evitanti.
Dunque lo stress in una prima fase produce dei sintomi che servono a reagire, in una seconda fase produce dei disturbi finalizzati all’adattamento, infine può produrre un insieme di disturbi fisici e comportamentali che tendono a persistere indipendentemente dalla scomparsa della condizione di vita stressante.
Infine non va trascurato che lo stress cronico può indurre delle variazioni significative nei comportamenti, in particolare nel consumo di sostanze “da abuso”(l’aumento del consumo di tabacco e di alcool in modo particolare), ma anche un’alimentazione irregolare per qualità e quantità, oppure ridurre la motivazione e l’energia necessarie allo svolgimento di une regolare attività fisica nel tempo libero. Risulta evidente che attraverso queste variazioni di comportamento lo stress può diventare un grave fattore di rischio per la salute fisica.
Stress e organizzazione del lavoro
“ Lo stress legato all'attività lavorativa, i fattori che lo determinano e le conseguenze che ne derivano sono realtà alquanto diffuse in tutti e 15 gli Stati membri dell'Unione europea. Dagli studi condotti risulta che oltre la metà dei 147 milioni di lavoratori europei riferisce di lavorare a ritmi molto serrati e di dover rispettare scadenze pressanti. Più di un terzo di essi non è in grado di influire sulle mansioni assegnate e più di un quarto non ha la possibilità di determinare il proprio ritmo di lavoro.
Il 45 per cento riferisce di svolgere lavori monotoni; il 44 per cento non può usufruire della rotazione delle mansioni; il 50 per cento è addetto a compiti ripetitivi. E’ probabile che questi "fattori di stress" contribuiscano a determinare l'attuale quadro di sintomi patologici accusati dai lavoratori: il 13 per cento di essi riferisce di soffrire di cefalea, il 17 per cento di dolori muscolari, il 20 per cento di affaticamento, il 28 per cento di "stress" e il 30 per cento di rachialgia; vengono accusate inoltre numerose altre patologie, alcune delle quali hanno esiti potenzialmente fatali.” (Commissione Europea, 1999).
I dati che ci vengono forniti dai pochi studi autorevoli nel settore ci descrivono ormai una situazione di tipo “epidemico”: la patologia da stress non sembra essere un fenomeno occasionale, limitato nello spazio e nel tempo, ma appare come il risultato di un malessere ampiamente diffuso, intrinseco all’attività lavorativa.
Nella letteratura dedicata allo stress lavorativo si considerano in generale due ordini di fattori all’origine delle condizioni di stress: da una parte ci sono i fattori personali, ovvero lo stile con cui una persona affronta il lavoro e i problemi dell’esistenza, il modo in cui spende le sue energie, definisce i suoi obiettivi, organizza il suo tempo, il modo in cui giudica successi e insuccessi, le emozioni che prova di fronte ai casi della vita. Dall’altra parte ci sono i fatti e le situazioni che generano stress, e tra queste il lavoro occupa un ruolo preminente. Appare evidente che laddove il fenomeno è di ampia diffusione è difficile attribuire ai fattori individuali la causa dello stress. Se il 45 per cento delle persone lamenta sofferenze vuol dire che la situazione ambientale supera le capacità ordinarie di adattamento delle persone.
Gli studi condotti finora sui fattori dell’ambiente lavorativo che generano stress si sono dovuti confrontare con una realtà complessa e difficile da scomporre nei suoi tratti generali.
Da modelli che attribuivano lo stress al carico e ai ritmi di lavoro, si è passato a teorizzazioni più complesse che hanno messo l’accento sulle modalità organizzative del lavoro e sui loro riflessi sulla psiche dei lavoratori. Sono stati generati elenchi più o meno lunghi di fattori organizzativi come quello in tabella 1.3
Tabella 1.3 I fattori di stress al lavoro Kasl (1991) |
o Aspetti temporali della giornata di lavoro e dell'attività lavorativa: |
(a) lavoro a turni, in particolare turni a rotazione; |
o Contenuto dell'attività lavorativa (indipendentemente dagli aspetti temporali): |
(a) lavoro frammentario, ripetitivo, monotono che prevede compiti e competenze poco variati; |
o Rapporti interpersonali nel gruppo di lavoro |
(a) possibilità di interagire con i colleghi (durante il lavoro, nelle pause, dopo il lavoro); |
o Rapporti interpersonali con i supervisori |
(a) partecipazione ai processi decisionali; |
o Condizioni dell'organizzazione: |
(a) dimensione dell'organizzazione; |
Il mobbing
Riprendiamo, per introdurre il concetto di mobbing, le parole con cui lo descrive Heinz Leymann:
“Il terrore psicologico o mobbing nella vita lavorativa comprende modalità comunicative ostili e immorali dirette in un modo sistematico da uno o più individui, in genere verso una sola persona, che, in conseguenza del mobbing, è spinta in una posizione senza difesa e senza aiuto e ed è tenuto là dalla continuazione delle attività di mobbing. Queste azioni vengono agite molto spesso (almeno una volta alla settimana) e per un lungo periodo di tempo (durata di almeno sei mesi). A causa della alta frequenza e della lunga durata del comportamento ostile, questo maltrattamento provoca considerevoli danni sul piano mentale, psicosomatico e sociale”.
Il mobbing sui posti di lavoro non è in generale messo in opera attraverso minacce fisiche (ma talvolta si giunge fino alla lesione fisica): l’azione di mobbing è costituita da un insieme di azioni al limite del consentito, o di semplici modalità di relazione interpersonale, che nel loro insieme determinano una grave sofferenza psichica della persona. Per definizione dello stesso Leymann dunque il mobbing non può essere definito tanto dalle singole azioni attraverso cui viene messo in atto, ma dalla capacità che hanno queste azioni di determinare sofferenza emotiva nella vittima.
In Tab. 2.1 sono descritte le 5 categorie generali delle azioni di mobbing secondo Leymann; in realtà nessun elenco può essere esaustivo, e nessuna situazione di mobbing può essere identificata facendo solo un elenco delle azioni imputabili. Quando si esamina la storia di un caso di mobbing ci si accorge che molto spesso la finalità delle azioni e il senso del disegno persecutorio si può cogliere solo dall’insieme e dallo sviluppo della storia: questo è il motivo per cui la vittima in genere si accorge di essere mobbizzata solo molto tardi, quando già è stata stigmatizzata e il processo è andato tanto avanti che si è raggiunto il punto di non ritorno.
Tabella n. 2.1 |
|
Classificazione generale delle attività mobbizzanti secondo Heinz Leymann |
|
Effetti sulle possibilità della vittima di comunicare adeguatamente |
la dirigenza non dà possibilità di comunicare, il lavoratore viene zittito, si fanno attacchi verbali riguarda le assegnazioni del lavoro, minacce verbali, espressioni verbali che respingono, ecc. |
Effetti sulle possibilità della vittima di mantenere contatti sociali |
i colleghi non comunicano affatto più con il lavoratore o la dirigenza proibisce esplicitamente di comunicare con loro, isolamento in una stanza lontano dagli altri, ecc. |
Effetti sulle possibilità della vittima di mantenere la sua reputazione personale |
mettere in giro voci sul conto della vittima, azioni di messa in ridicolo, derisione circa eventuale handicap o della appartenenza etnica o del modo muoversi o di comunicare, ecc. |
Effetti sulla situazione professionale della vittima |
non viene assegnato alcun compito o solo dei compiti insignificanti, ecc. |
Effetti sulla salute fisica della vittima |
vengono assegnati incarichi pericolosi di lavoro, oppure si fanno minacce di lesioni fisiche, molestie sessuali, ecc. |
Le fasi di sviluppo dell’azione di mobbing sono schematizzate nella Tabella 2.2. L’azione di mobbing inizia spesso da un conflitto che non trova le giusta via di soluzione, ma questa fase non sempre è presente in modo manifesto; soprattutto nei casi di mobbing strategico, quelli finalizzati alla dimissione di un lavoratore o a metterlo in condizione di non aver più forza contrattuale, molto spesso si comincia direttamente dalla fase 2, quella di persecuzione e di stigmatizzazione, anzi accade che l’ostilità e l’intenzione di arrecare danno sono all’inizio attentamente occultate per evitare alla vittima di organizzare per tempo le difese. Solo successivamente, quando il designato comincia a percepire il significato di quello che accade e per l’attivazione emotiva comincia a commettere errori, la persecuzione si fa più manifesta, appoggiandosi sugli errori di comportamento della vittima e con questi giustificandosi. Accade allora che l’intervento di un livello superiore, o di un clinico che fa una diagnosi non corretta può chiudere il cerchio e, convalidando lo stigma, spingere il malcapitato lavoratore nell’angolo. A questo punto in genere siamo già in presenza di un grave danno alla salute del lavoratore che può presentarsi irreversibile.
Tabella 2.2 |
||
1 |
Critical incidents: |
|
|
all'inizio c'è un conflitto: il mobbing può essere definito un conflitto esasperato |
|
2 |
Mobbing and stigmatizing: |
|
|
l'attività di mobbing è composta di azioni che prese singolarmente non sono indicative di un aggressione, ma che nel loro insieme e nel loro ripetersi quotidiano tendono a definire o punire una persona |
|
3 |
Personnel management: |
|
|
quando la dirigenza inizia ad occuparsi della faccenda in genere tende ad accettare i pregiudizi costituitisi nella prima fase |
|
4 |
Incorrect diagnoses: |
|
|
Lo specialista consultato spesso etichetta il problema insorto attribuendone l'insorgere a caratteristiche di personalità |
|
5 |
Expulsion: |
|
La persecuzione sul luogo di lavoro si sviluppa nel corso di molti mesi, a volte di anni, con modalità molto diverse a volte esplicite; più spesso accade che l’azione di molestia sia costituita da una serie di atti che presi singolarmente sono senza particolare importanza, e solo considerati nel loro insieme e nel loro sviluppo temporale assumono la loro valenza di atti espulsivi, denigratori, lesivi della dignità e dell’identità del lavoratore.
Molto spesso l’azione di persecuzione viene condotta negando l’esistenza del conflitto, e la vittima viene come “avvolta nelle sue stesse reazioni”: ogni atto di reazione e di intolleranza della vittima viene ridefinito ed etichettato, in modo da cucirgli addosso l’immagine del diverso, del caratteriale.
E’ interessante però qui cercare di capire come accade che una serie di atti che possono apparire innocui e che non hanno similitudini evidenti con gravi traumi acuti possano produrre effetti così devastanti sulla psiche delle persone.
La prima cosa da fare è cercare di capire qual è il valore relazionale degli atti di persecuzione.
Il primo gruppo di azioni di mobbing è quello che corrisponde ad un messaggio interpersonale che espresso in parole sarebbe “Tu non esisti”: molto spesso si osservano azioni del tipo non dare incarichi, lasciare il lavoratore senza mansioni, dimenticarsi di coinvolgerlo in una riunione, lasciare cadere senza risposta alcuna le sue iniziative e persino le sue comunicazioni formali, etc.
Questo tipo di azione è grave proprio perché si basa su omissioni e non su azioni. Nel soggetto si determina un disorientamento, un vissuto di minaccia, ma è praticamente impossibile individuare la fonte della minaccia, che sul piano della relazione formale viene negata. E’ quello che gli psicoterapeuti relazionali chiamano “disconferma
”.
Il secondo tipo di azioni è quello che ridefinisce in modo improprio ogni forma di comunicazione che deriva dalla vittima: si nega il valore sostanziale della comunicazione e le si attribuisce un improprio valore relazionale. In genere questo tipo di azioni interviene in un secondo momento, quando la vittima è già stata frustrata nelle sue modalità ordinarie di comunicazione e comincia a protestare. Succede, ad esempio, che un lavoratore resti senza telefono nella sua postazione di lavoro e questo gli impedisca di lavorare. Le normali richieste informali di risoluzione del problema vengono ignorate; quando il lavoratore passa ad atti formali o alla protesta, il suo gesto viene etichettato come anomalo, la protesta attribuita ad intolleranza o a problemi caratteriali, e così via.
Il vissuto corrispondente a questo tipo di azione è ancora più grave: ogni forma di protesta che serve alla vittima a riaffermare la sua presenza come persona, viene utilizzata per definire una sua diversità e viene utilizzato per confinare il malcapitato in uno spazio relazionale ancora più ristretto.
Il terzo gruppo corrisponde al messaggio “tutto quello che fai o non fai viene utilizzato contro di te”. In questo modo si nega alla vittima ogni possibilità di trovare un comportamento che gli consenta di adeguarsi al suo contesto lavorativo, si nega la possibilità della soluzione.
Gianni Liotti ha così elencato le distorsioni della comunicazione che minacciano la coesione del sé: Occultamento della verità relazionale, cioè impedire all’altro di costruire un’adeguata rappresentazione della relazione in atto; Minacce di abbandono, colpevolizzazioni e paradossi
Utilizzare i sentimenti dell’altro, attraverso manovre interpersonali capaci di suscitare emozioni potenti, al fine di piegarlo ai nostri desideri o di coartarne la libertà; perdita di sintonia nella comunicazioni.
Nel mobbing, e in modo particolare nel mobbing strategico, in genere questi aspetti sono tutti presenti. Se ciò accade nell’ambito di una relazione emotivamente significativa e non evitabile, vengono messe a rischio la coesione del sé e la continuità della coscienza, e si generano sintomi psichici sovrapponibili a quelli osservati nel Disturbo Post-Traumatico da Stress.
Ovviamente bisogna distinguere tra un conflitto e il mobbing. Un conflitto è un’evenienza ricorrente nella vita di tutte le persone, ma di per sé non produce effetti devastanti. La differenza fondamentale tra un conflitto e un’azione di persecuzione o di mobbing è che nel conflitto c’è una possibilità di soluzione, i due contendenti si misurano, si definiscono reciprocamente: alla fine del conflitto ci sarà una nuova forma di relazione tra i due, in cui spesso uno dei due è sconfitto e frustrato ma mantiene la sua dignità di persona nella relazione e nel contesto lavorativo.
Nel mobbing non c’è soluzione, il compimento del processo è la distruzione dell’altro, non fisicamente, ma in quanto soggetto sociale, membro di un gruppo.
Come si può intuire, questo tipo di minaccia è peggiore di una minaccia fisica. La messa in crisi dell’identità sociale della persona disorganizza il senso di sé, costringe la vittima a rimettere in discussione tutto sé stesso, a riorganizzare tutto il sistema di valori su cui si fonda il suo rapporto con il mondo.
Se consideriamo che le azioni di mobbing spesso si sviluppano nell’arco di alcuni anni, che spesso colpiscono buoni lavoratori, cioè persone che attribuiscono un grande valore soggettivo al loro successo lavorativo, che spesso, soprattutto in Italia, non ci sono facili alternative e quindi si è costretti a restare nell’ambiente lavorativo ostile, possiamo capire quanto ciò possa essere distruttivo per una persona.
Se il mobbing colpisce una persona nella parte centrale della sua vita lavorativa, i risultati possono essere particolarmente devastanti e si può generare una ferita insanabile.
Effetti del Mobbing sulla salute:
Il mobbing induce grave sofferenza emotiva.
La durata e la gravità della sofferenza emotiva possono produrre delle sindromi cliniche permanenti e dei cambiamenti nell’organizzazione della personalità.
Nella tabella 2.3 sono riportate le diagnosi che abbiamo riscontrato nel nostro lavoro ambulatoriale e le frequenze relative riscontrate nei circa 300 soggetti esaminati in due anni.
Tabella 2.3 |
|
•Disturbi dell’Adattamento |
49 % |
•Disturbo Post Traumatico da Stress |
42 % |
•Disturbo da Attacchi di Panico |
3 % |
•Depressione |
1,5 % |
•Dist.Ansia General. |
4 % |
•Modificazioni Persistenti della Personalità |
|
I disturbi da noi osservati confermano le osservazioni di Leymann. Si tratta in ampia prevalenza di disturbi d’ansia.
Di questi il meno grave è disturbo dell’adattamento: si tratta di una condizione di sofferenza comunemente riscontrabile nelle persone che sono sottoposte a stress protratto, a cambiamenti importanti in alcuni settori dell’esistenza, a frustrazioni e a tutto ciò che richiede alla psiche di modificarsi per adattarsi alle nuove condizioni. La sintomatologia predominante è caratterizzata da ansia, insonnia, irritabilità, lieve depressione. In generale tende a risolversi nell’arco di alcuni mesi.
La malattia che è risultata seconda in frequenza è il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Questo punto merita alcune considerazioni, perché ci permette di comprendere in che modo il mobbing può generare gravi forme di sofferenza, anche cronica.
Il DPTS è il nome dato al disturbo psichico che si manifesta in persone che sono state esposte a gravi traumi psichici, cioè ad eventi che superano per impatto e gravità la comune esperienza umana.
E’ caratterizzato da sintomi simili a quelli del disturbo dell’adattamento, che in generale si presentano con maggiore gravità. In più è caratterizzato dalla rievocazione o riproposizione ripetitiva, intrusiva dell’evento nei ricordi, nelle immaginazioni diurne o nei sogni.
Si tratta di una condizione di grave sofferenza che può durare anni o persistere in forma cronica, trasformando la vita e il comportamento della persona.
Il modo in cui la psicopatologia si spiega la sofferenza indotta da gravi traumi è illustrata nello schema seguente:

FIG. 3
Quando una persona viene esposta ad un evento di intenso valore emozionale e che travalica le capacità della persona di inserire l’avvenimento nel suo modello di interpretazione della realtà esterna ed interna si determina una condizione psichica caratterizzata da tre gruppi di sintomi:
innanzitutto c’è una condizione di ansia persistente e di iperattivazione, la sensazione di sentirsi come in pericolo; accanto a questo si presentano dei sintomi di natura dissociativa, espressione di fenomeni di discontinuità della coscienza, e infine il continuo ripensare e risperimentare l’evento traumatico, che è quasi patognomonico di questa condizione, è l’espressione del tentativo fallimentare della psiche del soggetto di dare una spiegazione a quello che è accaduto, di trovare delle adeguate modalità di comportamento e di adattamento emotivo, di inserirlo in un modello coerente di sé e del mondo.
Heinz Leymann è stato il primo a sostenere che il mobbing genera una condizione clinica assimilabile al Disturbo Post-Traumatico da Stress; egli ha fondato la sua tesi su un’ampia casistica clinica e su una raffinata analisi statistica dei disturbi osservati. Non è questa la sede per approfondirsi sugli aspetti specifici di questo problema, ma va segnalato che questa definizione diagnostica comporta dal punto di vista teorico una serie di questioni sul valore e sulla genesi delle nevrosi conseguenti ad eventi sulle quali esistono nel mondo scientifico pareri non omogenei.

Una persona mobbizzata è una persona a cui viene messa in discussione la propria identità lavorativa e sociale; molto spesso questo accade dopo un periodo anche lungo di buona carriera, di successi lavorativi o comunque di buon rapporto con l’azienda.

La persona mobbizzata molto spesso non riesce a percepire dall’inizio quello che sta accadendo, né prevede i futuri comportamenti del mobber o dei mobbers. Anche quando è un conflitto esplicito ad aprire la “nuova era”, la futura vittima è convinta che si possa risolvere attraverso i comuni strumenti di comunicazione e di contrattazione interumana. Spesso, nei casi in cui non c’è un motivo strategico preordinato, a determinare la persistenza della situazione mobbizzante è la differenza nella personalità e soprattutto nel modo di intendere la relazione interumana tra il mobber e la vittima. Il mobber ha con l’atro un rapporto strumentale e manipolativo, il mobbizzato crede in una relazione tra simili franca, seppur conflittuale; il primo piega le regole ai propri fini, il secondo crede nel valore delle regole della convivenza umana.
Questo determina un conflitto sbilanciato, durante il quale l’ottimismo e la fede della vittima vengono stroncate dalla tenacia e dall’atteggiamento irriducibilmente persecutorio del mobber. Quando ciò accade la vittima si trova in una situazione che ci piace definire “terremoto cognitivo”: vengono improvvisamente messi in crisi i suoi modelli comportamentali le sue scelte di fondo nella vita, l’immagine che si è fatta del funzionamento del mondo e delle persone, i suoi valori etici. Si instaura una crisi personale profonda e drammatica che si riflette in tutte le altre relazioni sociali e affettive, anche extra lavorative.
Heinz Leymann ha sostenuto che il mobbing può indurre nelle vittime dei cambiamenti permanenti di personalità e ne ha descritto tre tipi fondamentali che sono riassunti nella tabella 2.4
Come si può facilmente comprendere da questi brevi elenchi di sintomi, ci troviamo di fronte a profonde modificazioni del modo di comportarsi e del modo di sentire delle persone. Questi cambiamenti, che Leymann definisce con il termine impegnativo di cambiamenti di personalità, hanno profonda influenza su tutta l’esistenza della persona e in modo particolare sulle sue relazioni extralavorative, familiari e sociali.
Se l’ambiente familiare e sociale non è più che tollerante, molto spesso accade che molto rapidamente, dopo un primo periodo di comprensione e sostegno, compaiono degli atteggiamenti di indifferenza se non di intolleranza: questo fenomeno è stato definito da Hege “doppio mobbing”. La vittima è socialmente espulsa, o perseguitata sul lavoro, da una parte; dall’altra parte, nel mondo extralavorativo, i familiari, gli amici, anche lo stesso medico, non lo tollerano più, non riescono a fronteggiare le sue ripetitive lamentele, il suo essere emotivamente concentrato solo sui problemi lavorativi, e il lavoratore mobbizzato resta così completamente isolato nel suo ossessivo sforzo di ritrovare un accettabile senso di sé.
Tabella 2.4Modificazioni permanenti della personalità nelle vittime del mobbing |
|
Tipo 1: Prevalenza di sintomi ossessivi |
1.atteggiamento ostile e sospettoso nei confronti degli altri |
Tipo 2: Prevalenza di sintomi depressivi |
1. Sensazione di svuotamento e di disperazione (hopelessness). |
Tipo 3:paziente rassegnato |
1. L' individuo si isola |
In tutto questo processo esistono per ogni singolo caso dei fattori individuali e sociali che possono incidere sulla gravità e del decorso del disturbo conseguente al mobbing. Nella tabella 2.5 sono elencati i più evidenti, tratti dalla nostra esperienza e dalla letteratura scientifica sul Disturbo Post Traumatico da Stress.
Tabella 2.5 |
Fattori influenti sulla gravità della sintomatologia |
•Durata e gravità dell’azione di mobbing |
La voce “funzionamento lavorativo nel periodo precedente” richiede qualche considerazione specifica. Nella stampa e nella letteratura non specializzata, talvolta si descrive il mobbizzato come una persona dalla personalità fragile, un debole, poco capace di orientarsi nel mondo, incline a subire senza reagire: una sorta di “Fantozzi”, si è detto.
Nella realtà le persone che ricevono maggior danno dal mobbing sono i buoni lavoratori: persone dal buon rendimento, che sono state capaci di integrarsi e di costruirsi una buona reputazione; si tratta di persone che nel lavoro ci mettono passione e per le quali il successo nel lavoro costituisce un importante elemento di autostima. Quando queste persone vengono esposte ad azioni di mobbing, vedono messo in crisi l’intero sistema di valori che per anni le ha ispirate nel loro rapporto con il datore di lavoro; sono costrette a ripensare tutto, a rimettere in discussione i fondamenti del loro modo di pensare e di agire; e questo, come si può intuire, è devastante.
P. Pappone Il danno da stress e da mobbing
Fonte: db.formez.it/
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
LA DIETA ANTISTRESS:
DUE SETTIMANE DI REGIME ALIMENTARE LEGGERO PER TENERE LONTANE LE TENSIONI E REAGIRE MEGLIO AI RITMI TROPPO INTENSI.
I CIBI Sì:
Ecco gli alimenti che aiutano l’organismo a difendersi dallo stress.
PANE,PASTA,RISO:
Questi alimenti sono molto validi contro lo stress, perché il loro consumo aumenta la produzione di endorfine, sostanze che vengono definite “oppiacei naturali”, in quanto regolano una sensazione di benessere e appagamento.
Sono, quindi,un efficace antidoto contro ansia e depressione.
Sarebbe meglio consumarli nella versione integrale, che aiuta anche l’intestino a funzionare meglio e a liberarsi in fretta dalle tossine.
CARNE BIANCA:
Pollo, coniglio, tacchino,agnello danno tante proteine e ferro, aiutando quindi a mantenere forti tessuti e muscoli.
In più, sono molto digeribili, non appesantiscono la digestione e, pur saziando, danno un senso di leggerezza.
PESCE:
Tutti i tipi di pesce, i molluschi e i crostacei contribuiscono a combattere lo stress, perché contengono sostanze che aiutano l’organismo a trasformare gli alimenti in energia.
Inoltre sono in grado di aumentare l’attività del nervo vago, il più importante del sistema nervoso, mantenendole attive le funzioni.
Quando il nervo vago funziona a dovere, provoca un rallentamento del ritmo cardiaco e stabilizza la pressione: di conseguenza, crea una situazione di calma e tranquillità nell’organismo.
YOGURT:
Ricco di fermenti lattici vivi, rafforza la flora batterica, un patrimonio di microrganismi che vivono nell’intestino e il cui ruolo è quello di proteggere dalle malattie, potenziando il sistema di difesa.
FRUTTA:
E’ ricca di antiossidanti, sostanze in grado di contrastare l’eccesso di radicali liberi, molecole tossiche prodotte dai normali processi metabolici dell’organismo, la cui formazione aumenta notevolmente in situazioni di stress.
I frutti più “utili” sono quelli ricchi di betacarotene (come le pesche, le albicocche e il melone) e quelli che contengono tanta vitamina C (agrumi,kiwi).
Le persone soggette, anche a causa dello stress, a problemi di gonfiore addominale dovrebbero abituarsi a consumare la frutta come spuntino lontano dai pasti; consumata con gli altri alimenti, infatti, fermenta e causa la formazione di gas.
Lamponi, mirtilli, fragole, ribes e more, in particolare, sono ricchi di bioflavonoidi, sostanze capaci di proteggere i capillari.
Contrastano quindi l’effetto di vasocostrizioni (cioè il restringimento del diametro) che lo stress esercita sui vasi sanguigni, ostacolando l’ossigenazione dei tessuti.
VERDURA E LEGUMI:Non solo la frutta, ma anche la verdura e i legumi, aiutano a contrastare lo stress.
La lattuga, in particolare, è ricca di vitamine e di sali minerali che combattono l’invecchiamento dei tessuti e rafforza il sistema immunitario. Inoltre, il succo biancastro contenuto alla base della foglia ha proprietà calmanti e sedative.
Le patate sono ricche di potassio e magnesio, minerali che contribuiscono a mantenere attivo il sistema nervoso e combattere depressione e ansia.
Anche i legumi ( come piselli, fagioli, ceci, e lenticchie) possono essere utili in questa situazione; ricchi di vitamina B6 e di magnesio, svolgono un ruolo fondamentale nella formazione di sostanze che consentono la trasmissione degli impulsi nervosi.
Una carenza di magnesio, inoltre,causa irritabilità e mancanza di concentrazione.
Grazie alle sue proprietà toniche, l’aglio è un ottimo regolatore della pressione sanguigna, che spesso, nelle persone stressate, è troppo alta o tende a subire sbalzi.
Chi non ne ama il sapore forte può ricorrere alle compresse a base di aglio, ugualmente benefiche.
Il peperoncino, infine, contiene la capsacina, una sostanza che stimola l’attività del nervo vago, agendo come naturale regolatore del sistema nervoso.
TISANE:
Alcuni tipi, come quelle a base di camomilla, verbena, tiglio e melissa svolgono un’azione rilassamte e sedativa.
Sono indicate prima di dormire, ma si possono bere anche di pomeriggio o quando ci si accorge che l’ansia da stress tende a salire.
I CIBI NO:
Ecco quali sono gli alimenti che dovrebbero essere evitati, o almeno limitati, se ci si trova spesso sotto pressione o si hanno problemi di stress.
CARNI ROSSE:
La carne di manzo e di cavallo è ricca di ferro, ma e anche difficile da digerire, perché più grassa di quella di pollo o di tacchino; quindi, è poco indicata per le persone sottoposte a stress con uno stomaco già più “delicato”.
Inoltre, soprattutto se cucinata in modo elaborato e grasso, causa la produzione di molte tossine, responsabili dell’invecchiamento dei tessuti.
INSACCATI E PRODOTTI PRONTI:
Questi cibi contengono spesso conservanti, che aumentano le tossine, e grassi, che rendono difficile la digestione.
FORMAGGI GRASSI:Sono di difficile digestione e causano l’aumento della quantità di tossine in circolo nel corpo.
E’ meglio, quindi, limitare il loro consumo preferendo i latticini più magri ( ricotta, mozzarella) o le versioni light.
CROCIFERE:
Broccoli, cavoli, cavolfiori, verze e tutte le verdure appartenenti a questa famiglia andrebbero eliminate (almeno finchè si è sotto stress).
Contengono, infatti, sostanze che favoriscono l’aumento della noradrenalina, una sostanza prodotta in seguito alla formazione di adrenalina e che aumenta l’attività del sistema nervoso.
Possono quindi causare ipereccitazione, ansia, nervosismo, disturbi del sonno.
FRUTTA SECCA:
A piccole dosi è molto salutare, in quanto ricca di antiossidanti e oli benefici.
Se si abbonda, però, affatica la digestione e l’organismo (è ricca di proteine e di grassi), contribuendo anche alla produzione di molte tossine.
DOLCI CONFEZIONATI:
Sono ricchi di grassi e conservanti, quindi aumentano la produzione di tossine e affaticano il fegato.
Preferire qualche piccola porzione di torta fatta in casa.
CAFFE’,TE’, CACAO:
Andrebbero evitati o consumati in dosi minime perché contengono sostanze dette “nervine”, che agiscono sul sistema nervoso e sono responsabili della produzione di molte tossine che causano l’invecchiamento delle cellule.
Inoltre, sono ricchi anche di sostanze eccitanti, che causano insonnia e aumento dell’ansia.
VINO E ALCOLICI:
L’alcol impoverisce l’organismo di magnesio e vitamina B6, indispensabili per la salute del sistema nervoso e, quindi, per combattere lo stress.
Fonte: www.farmaciacipriani.it/
-
Fine articolo Stress tutto di tutto
Stress tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.