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STORIA
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Nel 1861 avviene la proclamazione del regno d’Italia grazie all’intersezione di due processi uno guidato dalla monarchia Savoia, con Vittorio Emanuele II e Cavour, e uno guidato dalla democrazia con a capo Garibaldi e Mazzini. L’unificazione non avviene solo grazie all’unificazione delle loro volontà, ma deriva dagli scontri politici tra le due fazioni.
Nel 1857 Garibaldi aderisce alla Società Nazionale Italiana il cui motto era “Italia e Vittorio Emanuele”, perché per ottenere l’unificazione italiana i democratici si subordinarono al potere monarchico.
Ma mancavano al Regno ancora il Veneto e Roma. Il primo fu annesso all’Italia nel 1866 grazie alla III guerra d’Indipendenza che coincideva poi con la guerra austro - prussiana.
La questione romana è invece più complessa, ma viene risolta nel settembre del 1870 quando i prussiani sconfiggono la Francia. In questo modo vengono a mancare le garanzie politico - militari per lo Stato pontificio. Tra il 1861 e il 1870 c’erano già stati altri tentativi di assediare Roma da parte dei democratici, ma sia la campagna del ’62 che quella del ’67 fallirono.
Nel 1864 si tentò anche per via diplomatica con la Convenzione di settembre dove i piemontesi si accordarono con i francesi affinché questi ultimi ritirassero le truppe dallo Stato pontificio in cambio della promessa di non prendere Roma. La capitale fu infatti spostata da Torino a Firenze.
Le conseguenze del ’70 fanno postare la capitale a Roma.
Già nel 1864 il mondo cattolico al seguito del Papa si era opposto alle idee del mondo moderno, in modo ideologico; ora con la formazione del Regno d’Italia il Papa proibisce ai cattolici di partecipare alla vita politica, cioè di non partecipare né come eletti né come elettori. Questo riguardava solo la sfera politica, perché in campo amministrativo comunale i cattolici erano attivi. Era un rifiuto dello Stato dovuto al fatto che il Papa si vedeva privato della sovranità anche se gli rimanevano delle garanzie e un’indennità.
I cattolici si dividevano in intransigenti che rifiutavano categoricamente lo stato, ma che si dimostravano più interessati verso i mali della società come i problemi del mondo contadino o della classe operaia; e i transigenti che cercavano un compromesso con lo Stato e che erano gli eredi di un filone liberale.
Il cattivo rapporto dei cattolici con lo Stato risale alla I^ guerra d’indipendenza quando il Papa partecipa alla guerra mandando alcune truppe. Il ritiro di queste truppe segnano la fine della speranza guelfa che poneva il Papa a capo di un governo federale. I governi della destra avevano chiuso dei conventi, espropriato la Chiesa di alcune terre...perché questi statisti nonostante fossero cattolici mettevano lo Stato al primo posto.
Nel 1876 invece la destra storica sarà formata da anticlericali. Un momento di ritrovamento tra i cattolici e lo Stato si avrà solo nel 1929, quando dopo il patto Gentiloni del 1913 i cattolici si avvicinano allo Stato mantenendo idee conservatrici, alleandosi con i liberali contro il movimento socialista.
Nel 1929 i cattolici si avvicinano allo Stato accettando la dittatura fino a diventare la classe dirigente con la democrazia cristiana tra il 1948 e anni più recenti.
Dal 1870 lo Stato si consolida e il governo della destra arriva al pareggio del bilancio statale nel 1876. Il problema era grave perché il bilancio era andato in rosso per alcune spese fatte per l’impianto dello Stato, per le guerre, per costruire infrastrutture come le ferrovie.
Proprio la questione delle ferrovie è molto discussa.
La destra composta da un personale politico che guardava all’interesse della nazione era contro la privatizzazione delle ferrovie ritenendo che avrebbero reso più forte l’Italia se fossero state affidate allo Stato.
Contro si schierano la sinistra e la destra toscana. La destra cade proprio su questa questione e sale al potere la sinistra storica che convoca delle elezioni per consolidare il suo potere. Le elezioni erano a collegio uninominale a turno doppio, cioè tra tanti candidati di un collegio se ne eleggevano due e poi si faceva i ballottaggio.
Per arrivare al pareggio del bilancio la destra storica aveva attuato due forme di tassazione: una diretta e una indiretta.
Quella diretta grava in modo particolare sul mondo contadino che in Italia è il ceto più numeroso, tanto che si faranno delle inchieste per capire meglio i problemi di questo mondo. (Inchiesta Jacini 1884).
La tassazione indiretta è quella che va a colpire i beni di consumo e perciò tassa indistintamente tutte le classi sociali. Questo metodo è più iniquo soprattutto se tocca beni come il macinato incarando il costo del pane che era la base dell’alimentazione.
Ancora una volta le tasse gravano sul mondo contadino provocando rivolte più o meno organizzate.
C’era già un problema di ordine a partire dal 1861 ed era quello il brigantaggio che aveva ragioni sociali e politiche: malessere delle zone meridionali e conquista del sud da parte del Piemonte.
Si tentò di sopprimere questo fenomeno con la violenza con un vero e proprio intervento militare, con tecniche di rastrellamento da parte dei piemontesi.
La conseguenza è che l’Italia assume l’aspetto di uno Stato accentrato, nelle province esiste un potere che è rappresentato dal Prefetto e che agisce con poteri amministrativi e politici.
Ritornando al problema dei contadini, l’agricoltura in Italia non era così ricca e con un territorio così fiorente come si voleva credere. Alcune zone erano ancora paludose, insalubri, non adatte a essere coltivate; quelle sfruttate a latifondo non erano utilizzate nel modo giusto.
Il governo liberale aveva pensato ad un’Italia impegnata nel settore primario inserita in un discorso economico internazionale, per questo non si sono sfruttate in un primo momento i potenziali industriali della siderurgia e del tessile.
Inoltre l’idea di una specializzazione a livello internazionale garantisce che gli esportatori di prodotti agricoli siano subordinati agli altri.
Solo verso la fine degli anni 70 si ha una mentalità rivolta verso l’industrializzazione.
Dopo la caduta della destra storica sale al governo la sinistra storica che governerà quasi ininterrottamente fino al 1887. Questo periodo si può suddividere in due fasi con un punto di cesura nell’82.
La prima fase è caratterizzata da una spinta innovatrice che si esplica con la legge sull’istruzione elementare per alfabetizzare e svolgere opera di socializzazione nel senso che si educavano le nuove generazioni a pensare secondo gli schemi dominanti.
Inoltre si vuole ampliare il diritto di voto a tutti coloro che sapevano leggere e scrivere, portando la percentuale dei votanti da un 2% a un 8% della popolazione.
A partire dal 1882 nasce il fenomeno del TRASFORMISMO, cioè la capacità da parte del governo di attrarre dei personaggi che erano in origine di destra, ma che vengono inglobati nella maggioranza. Questo può avvenire facilmente perché non esistevano i partiti, ma un insieme di persone si riunivano solo in occasione delle elezioni, quindi aveva carattere temporaneo e ristretto. Inoltre il collegio uninominale era più improntato sulla singola persona piuttosto che su un programma politico preciso.
In Italia poi non può avvenire un’alternanza delle parti dello schieramento politico perché da una parte ci sono i cattolici e dall’altra gli estremisti, che significa una spaccatura dell’Italia. Infatti a differenza di quello che succedeva in Inghilterra non esistevano valori comuni.
Secondo lo storico Salvadori la mancanza di alternanza è tipica del governo italiano infatti alla fine del regime liberali sale al potere il fascismo e quando finisce il fascismo l’egemonia è nelle mani della democrazia cristiana.
I partiti intesi come partiti di massa nascono con l’avvento dei partiti socialisti, in modo particolare di quello socialdemocratico tedesco, e poi si è diffuso anche alle correnti borghesi.
Il partito di massa richiedevano un’adesione cospicua, permanente e avevano un carattere ideologizzato tenuto insieme da una concezione di potere strutturato e organizzato sul territorio. Esisteva un centro direzionale diramato su tutto il territorio. Sono partiti di stampo democratico nel senso che gli organi direzionali venivano eletti dalla base.
All’epoca dell’Italia liberale l’unico partito di massa era il partito socialista.
Dopo il 1882 la spinta progressista si esaurisce, nel 1887 muore Depretis e cambia la politica economica in Italia.
Sale al potere Crispi che governa fino al n’96 con un’interruzione di due anni nel ‘92-’93. Il suo governo si esaurisce con la sconfitta militare coloniale ad Adua.
Nel 1887 viene introdotta una tariffa protezionista contro la politica economica dell’inizio del Regno d’Italia che tendeva ad abolire i dazi doganali.
Ora si introducono tariffe che riguardano alcune merci importate allo scopo di far salire i prezzi per incentivare le vendite di tali prodotti all’interno del Paese. La tendenza al protezionismo è generale in tutta Europa anche a causa della Grande Depressione dovuta non alla diminuzione della produttività, ma al contrario per il suo aumento e la difficoltà a smaltire i prodotti con conseguente calo dei prezzi.
In Italia vengono protetti i prodotti della cerealicoltura e lo zucchero, mentre dal lato industriale la siderurgia, la meccanica e il tessile.
In Italia l’agricoltura è diversificata sia come produzione che come struttura sociale.
La cerealicoltura è ancora arretrata perché esige un’agricoltura estensiva, basata sulla quantità di terreno utilizzato. Viene protetta perché i grandi produttori di cereali sono legati al governo e così anche quelli dello zucchero. In questo modo gli altri produttori sono svantaggiati, per esempio i viticoltori.
Nel 1888 nasce una tensione tra Italia e Francia, la cosiddetta guerra del vino.
Per quanto riguarda la siderurgia e la produzione di acciaio la protezione è sui prodotti di cantiere come quelli navali. Il prezzo dell’acciaio che viene elevato artificialmente si ripercuote sui prodotti della meccanica perché alla fine della lavorazione hanno un costo troppo elevato.
Il settore cantieristico gode di una protezione particolare nel senso che è lo Stato il committente, soprattutto di navi da guerra. Inoltre lo Stato può garantire l’apertura di linee navali civili aumentando la richiesta di prodotti. Vengono aperte nuove linee che attraverso il Canale di Suez arrivino fino all’Eritrea, colonia italiana.
Questo determina un intreccio tra il governo e gli affari, che verrà criticato dagli economisti liberisti.
Crispi inaugura un nuovo stile di politica, dando importanza a quella estera che assume caratteri di aggressività, nazionalismo e si esplicita in una nuova volontà coloniale.
Questo ci fa capire come mai Crispi chiude la sua carriera politica proprio a seguito di una sconfitta coloniale.
Per quanto riguarda la politica interna ha un atteggiamento autoritario nei confronti degli oppositori, soprattutto dei socialisti, tanto che viene messo fuori legge il partito socialista nato nel 1892. Sradica i moti anarchici in Sicilia e Toscana.
Crispi non era un conservatore tradizionale perché aveva un nuovo stile politico che attingeva dal cancelliere tedesco, anche se in Italia non era possibile svincolarsi dalla maggioranza parlamentare.
Lui voleva parlare direttamente al paese senza avere a che fare con le mediazioni parlamentari, senza avere vincili. Assecondava la tendenza anti parlamentare della seconda metà del secolo, cioè quelle nate quando il parlamento assume peso maggiore nelle decisioni politiche.
Crispi non si limita solo ai discorsi ma mette in pratica il suo progetto dando ai ministri nuove funzioni e ripristinando la figura del prefetto, come rappresentante del Governo nelle varie province.
Nel 1889 il ministro della giustizia Zanardelli costituisce un nuovo codice penale più liberale, che garantisce più diritti all’imputato. Però attraverso la prassi amministrativa viene tolta l’autorità al codice.
La politica interna di Crispi era basata sul mantenimento dell’ordine. I metodi più esplicativi erano le repressioni come quelle contro i fasci siciliani e gli anarchici della Lunigiana nel 1894.
La tattica era quella di punire non chi aveva commesso un reato ma tutti quelli che potevano essere sospetti. Questo avveniva soprattutto contro i socialisti, repubblicani e anarchici.
Crispi inoltre era anti clericale e quindi teneva sotto tiro anche i cattolici. Nel 1889 aveva lasciato correre su una aggressione ad un corteo cattolico a Roma e nel 1889 aveva presieduto all’inaugurazione del monumento di Giordano Bruno.
Per quanto riguarda la politica estera prediligeva la conquista delle colonie e questo contribuiva a tenere alte le spese militari.
Nel 1882 si stabilisce la Triplice Alleanza che viene ribattezzata sia nel 1887 che nel 1896.
Questa alleanza era un trattato segreto che legava l’Italia alla Germania e all’Austria. Era stato stipulato dalla sinistra con funzioni conservatrici.
Era a carattere difensivo, l’Italia non guadagnava nulla, mentre i tedeschi cercavano relazioni internazionali contro i francesi.
Inoltre forti legami politici comportano dei legami commerciali; nel 1894 con capitali tedeschi in Italia viene fondata la Banca Commerciale.
Per l’Italia c’è però un vantaggio: si chiude la questione romana. Il Papa rivendicava ancora la sua egemonia su Roma e credeva di poter contare sull’appoggio dell’Austria, nazione cattolica e della Germania. Ma con la Triplice l’imperatore austriaco non poteva permettere che uno stato alleato perdesse la capitale.
Nel 1881 la Francia aveva occupato la Tunisia, un territorio che interessava anche agli italiani.
Il cancelliere tedesco aveva aiutato i francesi a conquistare la colonia tenendo lontano un possibile attacco francese e nello stesso tempo si allea con l’Italia che è contro la Francia.
Nel 1887 il trattato viene rivisto e viene aggiunta una clausola che prevede compensi per l’Italia se l’Austria avesse approfittato della decadenza dell’Impero ottomano per spostare gli equilibri balcanici.
Nel 1389 le truppe turche avevano sconfitto gli sloveni ampliando il loro impero fino ai confini con quello austriaco. Nel 1875 una rivolta di contadini portò a una guerra che durò fino al 1878 e finì con il trattato di S. Stefano che prevedeva la creazione di uno stato Serbo e il protettorato dell’Austria sulla Bosnia Erzegovina.
L’Italia avrebbe ricevuto l’Istria e il Trentino se l’Austria avesse spostato il suo baricentro nei Balcani, ma quando nel 1908 l’Austria occupa la Bosnia l’Italia no riceve nulla in cambio.
Il trattato viene ripreso senza modifiche nel 1896 e durerà per altri 12 anni.
Nel 1896 finisce anche il governo di Crispi e si apre quel periodo chiamato CRISI DI FINE SECOLO e dura dal 1896 al 1900.
E’ una crisi politico-istituzionale perché dal lato economico questi sono anni ferventi per l’industrializzazione. E’ una crisi del sistema liberale che non riesce a imporre la propria egemonia su una società in continuo cambiamento.
Si utilizzano strumenti che guardano al passato: esce un articolo di Sonnino nel 1897 intitolato “Torniamo allo statuto”.
Lo statuto aveva fatto in modo che la monarchia da costituzionale diventasse parlamentare, il sovrano manteneva però un potere influente su questioni militari e di politica estera.
Il Parlamento non riesce a guidare l’Italia in questa trasformazione perché si sente oppressa dall’opposizione.
In questi anni sale al governo il Marchese di Rudinì che era più filofrancese ma concordava con Crispi sulla necessità di un autoritarismo.
Nel 1898 a causa della guerra tra Stati Uniti e Spagna il prezzo del pane si alza provocando manifestazioni e rivolte.
La repressione fu durissima anche perché in quel periodo non esisteva un corpo di polizia ma per mantenere l’ordine venivano utilizzati dei reparti composti da soldati provenienti da ogni parte d’Italia ma non da quella che andava occupata.
La situazione si placa quando sale al potere il generale Pelloux, gradito dalla sinistra perché durante le repressioni aveva avuto buon senso.
Presentò però in Parlamento gli stessi decreti di Di Rudinì cioè leggi repressive che vietavano lo sciopero e controllavano le associazioni e la stampa.
Si crea così del malcontento che contagia anche la sinistra liberale, perché nel contesto politico avevano assunto un valore politico reazionario.
Conto il generale si schierano quindi la sinistra estrema e quella liberale con una tattica ostruzionistica, cioè usavano il regolamento della Camera per ritardare le votazioni di certi decreti.
Il generale allora ricorse a decreti legge, cioè decreti del governo con valore legislativo e ne posticipò l’entrata in vigore.
Zanardelli e Giolitti si opposero al governo perché non si possono fare decretazioni di urgenza su argomenti costituzionali.
Questo portò alle elezioni del giugno 1900 e il governo venne affidato provvisoriamente a Saracco. Intanto viene ucciso Umberto I da un anarchico, ma Vittorio Emanuele III evitò manovre repressive e diede il governo a Zanardelli, che era uno degli ultimi liberali.
Inizia così l’era giolittiana perché Giolitti fu ministro di questo governo fino al 1914.
IL NOVECENTO
Nel 1896 finisce la Grande Depressione provocando un fenomeno di nuova espansione produttiva e ripercussioni politiche. Ci fu una trasformazione che ha provocato cambiamenti in alcuni settori dell’economia.
All’inizio della rivoluzione industriale il settore più sviluppato era quello tessile, mentre ora è quello che comprende il campo siderurgico, l’industri elettrica e chimica. L’industria chimica permette la trasformazione di materiale naturale o la sinterizzazione di quello che non si trova in natura: sviluppo della gomma, raffinazione del petrolio...
L’industria elettrica fa cambiare il paesaggio soprattutto urbano per l’introduzione di illuminazioni pubbliche e private e a livello rurale per la creazioni di dighe o centrali idroelettriche.
Visto che aumentano le unità produttive, aumentano le masse di operai e di tecnici addetti alla produzione.
Si espande il modello FORDIANO che vuole una grande quantità di operai ma con una organizzazione del lavoro che faccia risparmiare tempo e che espropri gli operai delle loro conoscenze. Prima l’industrializzazione avveniva grazie alle capacità tecniche degli operai, ora tempi e modi vengono imposti dall’alto attraverso l’inserimento di catene di montaggio.
Si cercava inoltre di inserire nelle industrie un operaio non specializzato (unskilled) perché può essere sostituito molto facilmente.
Queste condizioni di lavoro erano più dure e per questo la trasformazione dell’industria è seguita da conseguenze sociali e sindacali.
Ford introdusse anche un salario più elevato che serviva a stimolare i consumi. Questo può avvenire nella sua industria perché i suoi prodotti possono essere acquistati dagli stessi operai (auto di massa).
Una degli aspetti della politica di Giolitti sarà quella di lasciare una sana conflittualità sociale, così che gli operai avendo un salario maggiore incrementino le vendite.
Nascono in questo periodo i grandi magazzini prima nelle grandi città e poi diffuse in più parti.
E nasce anche al pubblicità subito vista come una nuova forma di arte.
Nel 1889 nasce una organizzazione sindacale: la Seconda Internazionale.
La Prima Internazionale del 1864 era un’associazione a cui si poteva aderire solo individualmente; alla Seconda invece è possibile aderire come partiti nazionali. C’è uno sviluppo del movimento operaio che va via via crescendo dopo lo sviluppo del capitalismo e del socialismo.
Le radici nazionali avranno importanza alle soglie della Prima Guerra Mondiale, perché i partiti operai vengono inglobati nei movimenti nazionali, dando il loro voto per i crediti di guerra assumendo valori nazionali e bellici.
Questo avviene perché le strutture all’interno della società avevano creato una cultura che non consentiva una mentalità rivoluzionaria. O si accettava la guerra o si prendevano posizioni di intransigenza che subivano una forte repressione.
I sindacati e i partiti non si sovrappongono infatti il primo è a carattere economico-sociale, mentre l’altro a scopo politico. In Germania nel 1912 gli operai che erano iscritti ai sindacati erano 10 milioni mentre solo 3500000 erano iscritti al partito.
La 3^ Internazionale nel 1919 era a carattere comunista e coincideva con lo Stato Sovietico. La 4^ Internazionale alla metà degli anni 20 assuma un carattere bolscevico.
Un carattere della 2^ Internazionale era quello di informare il popolo del pensiero di Marx.
Il Marxismo è una corrente che si richiama al pensiero di Marx e non è necessariamente uguale, mentre Marxiano si richiama alle opere di Marx e a lui stesso.
Nel periodo della 2^ Internazionale non tutte le opere di Marx sono note e il suo pensiero è complesso e pesante perché scrisse soprattutto di economia.
Subentra quindi una forma di divulgazione che può essere a due livelli. Quella più “alta” è una traduzione di Engels del pensiero di Marx in termini filosofici, utilizzando la corrente positivista che non era propriamente adatta a rendere il pensiero marxista.
Una divulgazione più “bassa” avviene grazie ad una volgarizzazione e una semplificazione fatta da vari intellettuali e diffusa nei sindacati anche attraverso le biblioteche di partito.
Anche la 2^ Internazionale, come la 1^, deve fare i conti con gli anarchici che però vengono emarginati con l’introduzione delle idee marxiste.
Verso la metà degli anni 90 il marxismo viene messo in crisi da un teorico della SPD, Bernstein.
La sua tecnica è il revisionismo che viene applicato ad una filosofia che ormai era diventata un’ideologia.
Con la fine della Grande Depressione viene a mancare un presupposto del marxismo, cioè la crisi del capitalismo.
Marx diceva che c’erano delle contraddizioni nel capitalismo che avrebbero portato ad una crisi dello stesso e alla nascita del socialismo. Il proletariato si sarebbe allargato mentre la classe borghese sarebbe diminuita. A questo punto la rivoluzione era facilitata e legittima e legata alla diminuzione dei profitti dei capitalisti.
La fine della Grande Depressione smentii questa previsione.
Per Bernstein lo scopo della socialdemocrazia è quello della riforma del capitalismo e non il suo abbattimento.
Dopo il 90 in Germania cessano le leggi antisocialiste e si consente al socialismo di organizzarsi e quindi non si sente più così forte l’esigenza di una dittatura del proletariato.
Il socialismo non è subordinato alla rivoluzione ma diventa accettazione della democrazia.
La socialdemocrazia si inserisce quindi in modo positivo.
Nei fatti la prassi della SPD era revisionista, cioè accettava la situazione dello stato borghese.
Bernstein da una dignità teorica a questo comportamento.
Con la crisi del 1929 gli Stati Uniti sono percossi dalla crisi e il capitalismo sembra cadere e sembra avverarsi il pensiero di Marx .
Correnti che si richiamano al marxismo dibattono su questi temi.
Norberto Bobbio dice che il comunismo non ha una teoria dello stato che si adatta alle condizioni della società presente.
Marx credeva in uno stato transitorio governato dal socialismo che sarebbe durato poco perché la comunità comunista doveva essere astatale.
Lo sviluppo della tecnologia avrebbe portato alla mancanza delle classi sociali e dell’esigenza di uno stato .
Le leggi antisocialiste propugnate alla fine degli anni 70 non mettono fuori legge il movimento, ma regolano la loro organizzazione e le loro possibilità associative.
Il nuovo imperatore Guglielmo II nel 1890 le scioglie perché questo sistema non dava frutti perché il movimento socialista aveva dato vita a organizzazioni anche culturali e sindacali e si era radicata sul territorio.
IMPERIALISMO è un fenomeno che coinvolge quasi tutti i paesi del mondo tra gli anni 70-80 e la I^ Guerra Mondiale. E’ un’età in cui ritornano i grandi imperi coloniali che vengono o creati o ripristinati e ampliati.
Dopo la Conferenza di Berlino del 1884 tutta l’Africa viene coperta dalla dominazione coloniale. Partecipano tedeschi, inglesi, francesi, belgi, italiani, spagnoli...
La Francia prende possesso di quasi tutti gli stati che si trovano sulla costa settentrionale e della fascia subsahariana , i belgi con la presenza di Leopoldo II prendono possesso personale del Congo Belga, i tedeschi occupano la Libia e lo Zambia, mentre gli inglesi occupano la fascia che taglia l’Africa da nord a Sud attraverso gli stati: Egitto, Sudan, Kenia, Rhodesia, Sud Africa.
Nel 1896 gli inglesi e i francesi si scontrano in un villaggio del Sudan, ma la guerra è scongiurata perché la Francia decide di cedere il territorio agli inglesi.
Nel 1904 Francia e Inghilterra stringono le premesse per l’Alleanza alla quale si aggiungerà la Russia che sarà importante durante la I^ Guerra Mondiale.
L’imperialismo si differenzia dal colonialismo da fatto che non è solo un’acquisizione di nuovi territori, ma ci sono motivazioni e cause diverse.
Ci sono due forme di imperialismo: formale e informale.
Per esempio l’America del Sud non è direttamente dominata, ma lì si concentrano gli interessi degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Il predominio non avviene attraverso una forma politico militare, ma si tratta di uno sfruttamento economico governato dal paese colonizzatore.
L’imperialismo ha quindi motivazioni soprattutto economiche , ci si ripropone di trarre dal paese colonizzato una serie di vantaggi economici.
Si pensa di spostare nelle colonie merci, capitali e uomini.
Uomini per dare sfogo alla eccedenza demografica, come in Italia che per un eccesso della popolazione si sono verificate forti emigrazioni negli Stati Uniti, in America Latina ma anche nel resto dell’Europa.
L’esportazione dei capitali si ha quando questi in patria non danno profitto e così si cerca di impiegarli all’estero.
Per quando riguarda le merci, in Europa è il periodo del protezionismo, per cui si pensa di smaltire i prodotti eccedenti all’estero.
Lo scambio avviene anche in senso contrario, cioè si esportano dalle colonie i prodotti esotici, come il thè, la gomma, il petrolio...Inoltre si possono avere a basso prezzo anche minerali che sono o preziosi come l’oro, l’argento, i diamanti, o di utilizzo come il rame.
Esistono delle motivazioni ideologiche per giustificare l’imperialismo: l’uomo bianco è superiore degli indigeni oppure l’uomo bianco vivendo in una società progredita si sente in dovere di portarla anche nelle colonie; si sente un senso di responsabilità.
L’aspetto politico strategico serviva allo Stato per tenere a bada la parte povera della popolazione, creando il mito dell’Imperialismo o reinvestendo i proventi dello Stato per le classi disagiate.
La conquista delle colonie ha anche una funzione strategica, per esempio gli Inglesi negli anni ’80 controllavano l’Egitto per avere l’utilizzo del canale di Suez.
Quindi l’imperialismo non è solo un gioco economico ma anche politico - strategico.
L’Imperialismo viene analizzato e diventa oggetto di scontro politico all’interno del marxismo.
Ci sono differenze di analisi anche all’interno del pensiero stesso.
Rosa Luxemburg dice che l’Imperialismo è legato all’incapacità delle metropoli di assorbire la produzione. Ipotesi sottoconsumistica.
Lenin nel 1916 dice che l’Imperialismo è legato alla caduta del tasso di profitto delle imprese. L’Imperialismo è la fase suprema del capitalismo, cioè il capitalismo deve passare necessariamente attraverso l’imperialismo e questa è la fase massima.
Altri autori come Kautsky dicono che l’imperialismo non è la fase suprema del capitalismo, ma una possibile via di sviluppo del capitalismo. Esiste cioè una possibilità di scelta, di indirizzare il capitalismo verso certe scelte.
La teoria dell’ultraimperialismo vede economie mondiali che tentano di unificarsi.
Appare chiaro che quindi il capitalismo e l’imperialismo sono legati da fattori economici.
Nel 1919 Schumpeter dice che l’imperialismo non è legato al capitalismo ma è esattamente il suo contrario. L’imperialismo è ATAVISMO, cioè una forma primitiva di relazione tra uomini basate sul potere, sul puro dominio, è quindi una forma di arretratezza.
L’imperialismo deve essere quindi un legame commerciale e non di scontro politico e militare.
Il capitalismo deve essere caratterizzato da un razionalismo economico, ma senza poterer.
La tesi di Cont dice che l’industrializzazione porta alla fine della guerra , perché questa non è legata a questioni economiche.
Angel nella “Grande illusione” parla di legami economici che non possono portare a guerre perché la guerra può essere solo una perdita.
Esistono delle dottrine sociali anche nel mondo cattolico. A partire dalla prima metà dell’800 i termini di questa dottrina cambiano perché sono cambiate le situazioni sociali con l’industrializzazione.
All’inizio la reazione della Chiesa è quella puramente diffidente perché si pensava che alcune teorie portassero turbamento nel mondo cattolico; infatti vengono messi nel Sillabo nel 1764 alcune dottrine.
Nel 1891 il Papa Leone XIII promulga l’enciclica Rerum Novarum che arriva al mondo cattolico con una forza prorompente. Si occupa infatti della questione operaia, si accetta che gli stessi si organizzino in forme di organizzazione indipendenti, diversi dalle Società di mutuo soccorso.
Il Papa accetta queste organizzazioni solo se non sono finalizzate alla lotta di classe, senza lo sciopero, perché l’idea è quella che tutti sono cristiani e tutti devono attenersi agli insegnamenti del Vangelo, sia gli imprenditori che gli operai.
La prospettiva è interclassista che porti allo stemperamento dei conflitti sotto l’ala della Chiesa.
Qui nasce l’idea della democrazia cristiana che però ha idee classiste e si avvicina molto al socialismo.
INGHILTERRA: avviene una alleanza tra conservatori e liberali unionisti, cioè i liberali che abbandonavano il partito perché non vogliono l’autonomia dell’Irlanda.
All’inizio del 900 le elezioni premiano i liberali laburisti. La prospettiva politica porta all’inizio di una legislazione sociale e all’introduzione della pensione di vecchiaia. Questa riforma porta un aumento delle tasse che ora vengono pagate con il metodo della progressività dell’aliquota.
Prima le percentuali erano proporzionali al reddito, ma l’aliquota del 10% sul reddito era uguale sia per il ricco che per il povero. Ora con la progressività la percentuale incide in modo diverso.
Lo scontento delle classi ricche porta a un conflitto costituzionale. La Camera dei Lord poteva porre il veto alle leggi. Questa legge viene rivista dal governo, che proibisce alla Camera dei Lord di imporsi sulle leggi. Questo può avvenire perché in Inghilterra la Costituzione non è scritta.
FRANCIA : la Francia viene sconvolta dal caso Dreyfuss, capitano ebreo che viene ingiustamente accusato mettendo in luce negativa l’affidabilità degli ebrei.
La Francia si spacca in due: una visione repubblicana e laica con in più i socialisti e una visione cattolica e conservatrice opposti al comandante.
Nel 1899 i repubblicani vincono le elezioni grazie all’intervento dei socialisti.
Negli anni ’80 la Repubblica francese che era nata dalla guerra franco-prussiana è scossa da scandali finanziari nei quali sono coinvolti anche esponenti ebrei e questo basta a dare il via a una visione antisemita.
Il caso Dreyfuss capita in una Francia già antigiudaica in cui la destra voleva riprendersi il governo. Una parte della destra era formata dall’esercito, che nella società aveva un ruolo importante anche perché esisteva, e non solo in Francia, una mentalità militarista, nazionalista, propensa verso le armi.
Anche la Chiesa è antigiudaica, però non nell’accezione di antisemitismo, cioè i convertiti venivano integrati. Il discorso non riguarda le razze ma è solo religioso.
Quando entra al governo un socialista inserisce una teoria possibilista, cioè la possibilità che i socialisti collaborino con i radicali.
Una conseguenza del corso Dreyfuss è la laicizzazione dello Stato con la sconfitta della Chiesa che viene messa al margine. Anche questa era una tendenza forte della storia della Francia.
Sorel crea il mito politico come quello dello sciopero di massa in modo da bloccare tutta la società.
Prevale la componente irrazionale che fa leva sulla componente emozionale al contrario del mito del progresso che è razionale.
Nel 1908 nasce un movimento di estrema destra che avrà dei contatti con i fascisti che se la prende con i protestanti, gli ebrei, i massoni, gli stranieri giudicati distruttivi per la Francia.
E’ anche antistituzionale come in Germania nel I^ dopoguerra con la Rivoluzione conservatrice si voleva andare contro l’istituzione per creare un governo di estrema destra.
In Francia nascono le squadre d’azione con elementi giovanili di destra che erano gli anticipatori del fascismo.
IMPERO TEDESCO: a partire dalla fine del secolo in Germania nasce una nuova concezione della politica internazionale per lo sviluppo di un certo ceto sociale che pensa all’espansionismo del Paese.
Nel 1898 si vuole armare una flotta da guerra che concorra con quella inglese. Questo porta proprio a un conflitto con l’Inghilterra.
All’interno della Germania si formano gruppi pangermanisti di estrema destra che hanno mire espansionistiche.
AUSTRIA: gli austriaci sono più antisemiti dei tedeschi.
I problemi più gravi sono dati dalla popolazione slava che abitavano tutti i Balcani fino al cuore dell’Europa.
Nel 1867 si era istituita la duplice monarchia, cioè l’imperatore regnava sia sull’Ungheria che sull’Austria. Ora si vuole creare una triplice monarchia accorpando sotto un’unica monarchia i paesi slavi, ma questo non è possibile a causa dei vari nazionalismi.
L’ETA’ GIOLITTIANA
L’età giolittiana inizia con un governo in cui Giolitti era ministro degli interni, mentre era presidente Zanardelli. Durante tutto il periodo tra il1901 e il 1914 non giudò lo Stato sempre Giolitti, ma anche alcuni suoi luogotenenti come Tittoni e Fortis.
Capitò anche al governo uno dei suoi più accaniti oppositori cioè Sonnino, che governò solo pochi mesi.
Oltre a questo periodo denominato età giolittiana, Giolitti governò incastonato nel governo Crispi tra il 1892 e il 1893 e poi nel 1920-21 per ristabilire le sorti dell’Italia postbellica prima dell’inizio del fascismo.
La presenza del partito socialista condiziona parecchio la politica di Giolitti.
Il movimento operaio non esisteva e al suo posto c’erano le associazioni di muto soccorso che erano alla classe borghese dei partiti progressisti. Avevano un intento solidaristico, ma non erano associazioni di resistenza o sindacali.
Il partito socialista deriva da una spaccatura delle file anarchiche.
Nel 1882 nasce l’organizzazione del partito operaio italiano dove c’era una forte matrice operaistica che vedeva la classe operaia come la classe cui interessi erano fondamentali per tutta la società.
Nel 1882 viene eletto al governo il primo socialista, Andrea Costa, ma è un episodio circoscritto.
Il partito socialista vero e proprio nasce a Genova nel 1892 mentre si festeggiavano i quattrocento anni dalla scoperta dell’America..
Dopo la divisione dagli anarchici, il problema per il partito nascente è quale strategia politica adottare. Ci si richiama a l marxismo ma anche alle teorie di Turati che vengono dal positivismo. L’idea del socialismo viene affiancato a un programma di opere concrete che presupponevano l’inserimento del partito nella struttura politica dello Stato.
Durante l’età giolittiana avvengono entrambe le possibilità: sia un periodo diretto da una maggioranza riformista insieme a Turati, sia una fase guidata dalla maggioranza massimalista capeggiato da Ferri.
Il socialismo in Italia si è affermato a livello comunale per esempio con un progetto di creazione di servizi pubblici organizzati dal comune.
Il periodo iniziale dell’età giolittiana vede Giolitti favorevole alle riforme fino al 1904 anno in cui ci furono degli eccidi da parte dell’esercito in Sardegna e in Sicilia ai quali i lavoratori avevano risposto con uno sciopero nazionale. Questa situazione porta ad una radicalizzazione delle parti che fa tendere Giolitti verso il conservatorismo.
Nel 1903 Giolitti aveva chiesto a Turati di entrare nel governo, ma lui aveva rifiutato perché era cosciente che il partito si sarebbe diviso in due parti.
La fase progressista è tipica degli anni tra il 1901 e il 1904 quando Giolitti accetta la neutralità dello stato nelle questioni dei conflitti riguardanti il lavoro se questo si mantiene in un ambito economico e non deborda in disordini o atti sovversivi. Aumentano così gli scioperi con un conseguente aumento dei salari e una redistribuzione dei redditi e della produzione in sovrappiù.
Ci sono però dei limiti: non sono possibili scioperi in alcuni settori come quello dei pubblici servizi e poi l’alleanza politica di Giolitti con la rappresentanza del partito si limita solo alla fascia dell’Italia del Nord. Questo inoltre è un periodo in cui si accentuano gli squilibri tra Nord e Sud anche perché lo stesso Giolitti ha degli atteggiamenti diversi verso le due zone.
Al Sud Giolitti utilizza dei prefetti che organizzavano la Malavita per influenzare la vita politica.
Secondo Giolitti non è possibile un’Italia senza una forte base industriale, mentre Sonnino voleva basare l’economia italiana sull’agricoltura.
La condizione economica dell’Italia era basata sulle industrie cantieristiche, siderurgiche, meccaniche e ora con nuovi settori che si aggiungono: la produzione elettrica (edison) e chimica (montecatini).
Giolitti promulga le cosiddette Leggi Speciali per le aree del Mezzogiorno sia per creare infrastrutture che portino sviluppo sia per aiutare la popolazione colpita da calamità.
Esiste anche una cassa per il Mezzogiorno che però non risolve i problemi di sottosviluppo, ma che tendono a ingigantirli provocando grandi ondate migratorie verso i Paesi al di là dell’oceano.
Spesso questi trasferimenti erano permanenti e così si rompevano vincoli familiari e si sbarcava carichi di speranze.
In America l’immigrazione era regolata in modo ferreo e non c’era possibilità di sfuggire ai controlli.
Si svolgono così una serie di attività pastorali da parte di Monsignor Scolabrini per garantire che l’emigrazione forzata non fosse un modo per perdere i legami con la famiglia e la fede.
Nel 1905 avvenne al nazionalizzazione delle ferrovie che non crea nessuno scompiglio perché ormai le ferrovie sono pronte per la gestione nazionale.
Nella seconda fase la politica giolittiana si concentra su due argomenti: uno di politica interna e uno di politica estera.
La prima è la riforma elettorale del 1912-13 che porta al suffragio universale maschile.
La richiesta di questa riforma non viene solamente dai socialisti, ma anche dal mondo cattolico moderato. La riforma significa possibilità di voto per il mondo rurale e un’accentuata egemonia dei proprietari. I socialisti credevano che fosse giusto allargare la possibilità di voto, mentre i conservatori erano favorevoli per altri motivi.
Comunque questa decisione è un’idea sconvolgente nella società gerarchica di allora.
La possibilità di voto è data a tutti gli uomini che hanno almeno 30 anni o a chi più giovane aveva già prestato il servizio militare.
I riflessi politici furono sconvolgenti, come nell’82 si era provveduto a lavorare con il trasformismo, qui si reagisce con il PATTO GENTILONI. Gentiloni era il presidente dell’Unione elettorale cattolica che aveva sostituito nel 1904 l’opera dei congressi e ha lo scopo di garantire la presenza sociale dei cattolici.
Nel 1913 in occasione delle elezioni i cattolici nei singoli collegi stipulavano patti con i deputati liberali che rischiavano di non essere eletti per la presenza dei socialisti. Erano patti segreti che presupponevano che i liberali non accettassero provvedimenti che andavano contro le idee cattoliche per avere i voti.
La presenza politica dei cattolici è indiretta ma condiziona la situazione in modo antisocialista.
C’è una presenza di cattolici deputati, una pattuglia di persone non elette perché cattoliche, ma per sé stessi, non rappresentano la Chiesa.
Nel 1919 le cose cambiano ulteriormente , ci sono deputati popolari che si collocano su posizioni non di sostegno, ma facendo una politica propria, di centro.
Le elezioni del 13 hanno un impatto politico forte perché permettono di contenere l’avanzata dei socialisti ma poi vengono resi noti i nomi che avevano sottoscritto il patto. Nasce la polemica perché tra questi c’erano alcuni deputati anticlericali.
Giolitti decide per la caduta del suo governo, che viene sostituito da Salandra che porterà l’Italia in guerra.
Per quanto riguarda la politica estera nel 1911-12 si intrecciano interessi economici e politici.
L’Italia si lancia alla conquista della Libia grazie alla crisi dell’Impero Ottomano e gli interessi di alcuni gruppi nella colonizzazione economica che coinvolgevano alcuni istituti del mondo cattolico.
Era una motivazione economica tutelata dallo Stato.
Nel 1911 anno della 2^ crisi marocchina (la 1^ è del 1906) si cera il problema del protettorato che si risolve in favore della Francia. Questo ha ripercussioni sulla politica interna della Germania che crede che non è possibile affermare le mire espansionistiche senza ricorrere alle armi.
L’Italia prende una posizione che favorisce la Francia anche se è legata alla Triplice Alleanza.
I francesi avrebbero contribuito a dare all’Italia una retribuzione se non si fosse intromessa nel mantenimento della situazione mediterranea.
I problemi con la Triplice Alleanza si creano nel 1898 con l’estensione dell’Impero asburgico in Bosnia. Questo avrebbe implicato un contributo per l’Italia che però non riceve nulla. Questo favorisce l’atteggiamento dell’Italia nei confronti della Francia.
Nel caso della Libia i francesi accettano che l’Italia estenda la sua influenza nel mediterraneo.
L’Italia occupa la Libia in breve tempo, prima le coste e poi l’interno. Qui però trovano problemi perché la popolazione interna comincia una guerriglia che avrà conseguenze fino alla prima guerra mondiale.
E’ importante perché segna uno spostamento a destra del governo di Giolitti.
La guerra di Libia sfrutta e accresce le difficoltà dell’Impero Ottomano.
Nel 1912 inoltre l’Italia occupa le isole del Dodecanneso.
Questo indebolimento dell’Impero Ottomano accelera i processi delle guerre balcaniche che nel 1912-13 ridisegnano la situazione politica con l’espulsione dei turchi.
Giolitti vide come oppositori gli intellettuali, anche di appartenenze politiche differenti, alcuni che si riuniscono intorno a riviste nazionalistiche come “Il regno”.
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
- DEFINIZIONE GENERALE DI PROTAGONISTI, SCHIERAMENTI, TEMPI E SPAZI: in che cosa consiste il fenomeno, le alleanze, i tempi e dove si combatte.
- CAUSE, RESPONSABILITA’, ORIGINE
- CARATTERISTICHE DELLA GUERRA: cosa la distingue dalle guerre antiche?
- MOBILITAZIONE IDEOLOGICA: perché si combatte? Cosa pensano le varie forze politiche? Quale è il consenso popolare all’inizio, durante e alla fine della guerra? Quale è la reazione del fronte esterno e del fronte interno? Quale è il ruolo della propaganda e degli intellettuali?
- GUERRA MODERNA E PRIMITIVA: PROBLEMA DEGLI ARMAMENTI E TECNICHE DI GUERRA: vengono impiegati nuovi armamenti anche se la guerra rimane per certi versi antica.
- MOBILITAZIONE TOTALE DELLE RISORSE UMANE: esperienza della guerra da parte dei soldati; costo della guerra in vite umane e ruolo delle donne.
- MOBILITAZIONE DELLE RISORSE ECONOMICHE: ruolo dello stato nella produzione bellica, organizzazione della produzione di materiale a fine bellico.
- SIGNIFICATO STORICO: valore della guerra nel corso della storia, interpretazione della guerra come cesura, paradigma e completamento.
- COME CAMBIA IL SISTEMA DEGLI STATI
- I TRATTATI DI PACE
- CONSEGUENZE POLITICHE, SOCIALI, ECONOMICHE.
- GUERRA ITALIANA
- ENTRATA IN GUERRA 1914-15
- MOMENTI DI GUERRA SUL FRONTE
- VITA POLITICA
- ITALIA ALLA CONFERENZA DI PACE
CRONOLOGIA
1914
28 giugno: assassinio di Francesco Ferdinando e della moglie a Sarajevo. La Serbia aveva sconsigliato all’Austria questa visita dei sovrani, anche se in realtà l’attentato non fu un complotto né dello stato serbo né di quello austriaco.
28 luglio: dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia; l’ultimatum era pesante e fu accolto quasi interamente tranne nel punto in cui le indagini sull’attentato dovevano essere lasciate all’Austria.
4 agosto: tutti i principali stati europei entrano in guerra. L’ultima è l’Inghilterra che entra quando la Germania invade il Belgio distruggendo l’idea dell’Inghilterra di invadere la Francia attraverso il Belgio.
Agosto: entra in guerra anche il Giappone a fianco dell’Intesa a spese die tedeschi per motivi economici e di espansionismo.
Inizio settembre: le forze tedesche vengono fermate dai francesi sulla Marna e in questo modo si stabilizza il fronte occidentale e inizia la guerra di trincea dalla Francia del nord fino alla Svizzera (800 km circa di trincee). Anche il fronte orientale si stabilizza grazie alla vittoria dei tedeschi sui russi a Tannenberg. Grazie alla sua estensione non tutto il fronte fu trincerato.
Novembre: entra in guerra la Turchia a fianco degli Imperi centrali che porta ad un intervento inglese a Bassora, zona strategica per la presenza di pozzi petroliferi.
1915
Aprile : sbarco degli inglesi a Gallipoli che avrà scarsa fortuna. Dopo l’insurrezione in Armenia la Turchia deporta parte della popolazione armena nel deserto e la massacra: è il primo genocidio della storia moderna. Questo fatto si sa in breve tempo e infervora la propaganda dell’Intesa che denuncia gli Imperi centrali di crimini contro l’umanità.
Inizio maggio: viene affondato un piroscafo inglese da un sommergibile tedesco per bloccare gli scambi mercantili con i paesi neutrali che vengono accusati di passare le armi all’Intesa.
La guerra tedesca con i sommergibili si riapre poi nel 16, il blocco mercantile ha valore politico perché impedisce la navigazione e ha come conseguenza l’entrata in guerra degli Stati Uniti.
Autunno: La Bulgaria entra in guerra dalla parte degli austriaci che fanno capitolare la Serbia.
1916
Agosto: la Romania entra in guerra a fianco dell’Intesa ma viene subito eliminata.
Presa di Gorizia sul fronte italiano.
1917
6 aprile: entrano in guerra gli Stati Uniti perché la Germania aveva ripreso la guerra sottomarina. Gli USA erano neutrali anche s e facevano parte della retrovia degli inglesi e gli Stati alleati contrassero debiti di guerra con questa potenza. Gli Imperi centrali ritenevano che la mobilitazione degli Stati Uniti sarebbe stata lenta e quindi il blocco dei beni avrebbe fatto cedere l’Inghilterra; nella realtà invece gli americani si organizzarono velocemente.
Febbraio/Ottobre: la Russai subisce due rivoluzioni che portano turbamenti interni e la perdita di incisività della potenza nello sforzo militare.
Dicembre: la Russia si ritira dalla guerra con un armistizio e nel marzo la pace di Brest-Litovsk.
Le truppe tedesche impiegate sul fronte orientale vengono ritirate e impiegate sul fronte italiano dove vincono a Caporetto costringendo le truppe italiane a ripiegare sul Piave.
La presenza degli USA e la ritirata delle truppe russe sono importanti anche dal punto di vista politico. Gli Stati Uniti sono la potenza leader dell’Intesa anche se non aderiscono agli stessi scopi di guerra cioè quelli stabiliti con il “patto di Londra”.
L’influenza delle rivoluzioni russe si fa sentire verso la fine della guerra quando nascono anche negli altri stati tumulti creando la paure dell’espansione di un’ideologia comunista.
I soldati si rifiutano di combattere in linea e si diffondono gli ammutinamenti, cioè la disobbedienza agli ordini e nasce anche una forma di fraternizzazione, cioè una solidarietà tra i soldati delle due trincee. Questi comportamenti provocano problemi negli alti comandi ma vengono presto risolti con la tecnica della decimazione.
La guerra termina tra l’ottobre e il novembre del 1918 con la caduta degli Imperi centrali, che nel marzo dello stesso anno erano riusciti a far retrocedere i nemici sfondandone le linee, che però vengono subito tamponate.
La guerra era totale cioè impiegava tutte le risorse, per cui termina non quando sono distrutte le linee ma quando dall’interno non c’è più la possibilità di supportarla.
CAUSE, RESPONSABILITA’ E ORIGINI
Le responsabilità si cominciano a ricercare appena la guerra viene dichiarata. Ogni Stato è convinto della necessità della guerra ma nessuno vuole essere responsabile. Durante i primi giorni di guerra vengono pubblicati documenti diplomatici che dimostravano che uno stato era stato trascinato in guerra contro la propria volontà.
Solitamente i trattati di alleanza erano segreti mentre questi documenti fanno riferimento all’opinione pubblica.
Nel 1919 il problema delle responsabilità si ripropone in modo pesante. Nell’art. 231 del Trattato di pace con la Germania gli Imperi centrali vengono considerati responsabili dello scoppio della guerra e perciò devono pagare le riparazione di guerra.
Le cause vengono ricercate dalla storiografia che risente delle giustificazioni dei vari stati.
Per la propaganda degli Alleati la guerra era giustificata dalla lotta del principi nazionale contro gli Imperi centrali che opprimevano perché non erano democratici, ma autoritari.
Dall’altra parte gli Imperi centrali hanno la tendenza a negare la validità delle rivendicazioni nazionali.
La Germania ha l’idea che gli Imperi centrali combattano per la “cultur” contro la barbarie della Russa; mentre Francia e Inghilterra vogliono soffocare le aspirazioni della Germania di avere un posto al sole. Tutte le potenze hanno ideali imperialistici che sono opposti ai grandi ideali democratici e nazionali e questo si capirà durante le spartizioni territoriali.
Le origini della guerra si ritrovano invece nella seconda metà dell’800, nella fine del Concerto europeo.
Fino alla metà dell’800 era prevalsa l’idea della santa Alleanza che fosse necessario un equilibrio diplomatico per evitare che qualche stato potessero aspirare all’egemonia sul continente. Era quindi una politica internazionale fluida.
Nella seconda metà dell’800 invece questa politica si cristallizza in due blocchi di alleanza: la Triplice Alleanza (Germania e Austria Ungheria) e l’Intesa che lega Francia, Russia e Inghilterra.
Sono schieramenti rigidi tanto da far scoppiare la guerra. Infatti l’ultimatum alla Serbia non viene rispettato e questo comporta la mobilitazione dell’esercito russo che ha interessi comuni con la Serbia e questo porta alla mobilitazione a catena degli altri stati. Esiste un sistema automatico per cui a una situazione di pericolo corrisponde una mobilitazione degli alleati.
Questo è possibile per la presenza degli schieramenti.
Anche i cambiamenti dell’economia possono essere all’origine della guerra. La situazione di uno Stato è legata all’estensione della propria economia che può essere causa di uno scontro militare.
C’è chi (Angel, 1910) dice che le guerre non possono nascere per motivi economici perché sarebbero una perdita per tutti , ma questo viene smentito.
La storiografia porta varie interpretazioni. Per esempio verso l’inizio degli anni ’60 Fischer nel testo “assalto al potere mondiale” svolge in modo storicamente tradizionale la sua tesi. Vengono presi in considerazione i documenti diplomatici e si sostiene la tesi per la quale la Germania ha una grande responsabilità nello scoppio della guerra perché voleva dare l’assalto al potere mondiale. Questa tesi porta alla convinzione che il comportamento militarista della Germania guglielmina sono le premesse per la Germania nazista. La storia tedesca viene vista quindi in un’ottica di continuità.
In contrapposizione si trova la tesi di Ritter secondo la quale il nazismo è stato solo un momento di follia in uno stato giusto.
La Germania stava riprendendo un posto in Europa e nelle istituzioni europee, per cui l’immagine che i tedeschi potevano avere di sé potevano dipendere da una delle due tesi.
Le opere storiografiche interpretano la coscienza delle comunità nazionali.
IDEOLOGIA, CONSENSO E RUOLO DEGLI INTELLETTUALI
Nel testo di Benda “Il tradimento dei chierici”, il tradimento degli intellettuali è da intendersi nel senso che gli intellettuali non perseguano più il fine conoscitivo e critico, ma si schierano verso la guerra e ne fanno una propaganda allo scopo di impressionare le masse.
Per intellettuali si intendono i grandi intellettuali, nomi che sono conosciuti e hanno un certo prestigio. Nessuno li ha costretti a prendere una determinata posizione dinanzi alla guerra, anche se il clima politico non permetteva delle scelte libere. Comunque gli intellettuali sono a favore della guerra; coloro che non collaborano sono messi al bando della società, vengono isolati rendendo impossibile schierarsi contro. L maggior parte aderiva spontaneamente, altri, come Freud, sostenevano che la guerra fosse frutto delle pulsioni di morte insite nell’uomo.
Il consenso quindi diventa generale, popolare. Il fenomeno della “Comunità di agosto” mostra come in quei giorni ci fosse un affratellamento di tutti i cittadini entusiasti di fronte alla prospettiva della guerra. Tutte le barriere sociali e di classe erano abbattute e sembrava che si fosse formata una comunità di individui che si riconoscevano uniti senza differenze sociali e culturali, ma come popolo universale sotto la guida di un progetto.
Una interpretazione non puramente storica fa riflettere sulla aggressività dell’uomo come caratteristica insita in ogni individuo e che si esprime o attraverso la guerra o altre forme violente.
E’ necessario spiegare il perché l’aggressività delle masse si sfoghi proprio con la guerra e proprio in quel momento. La risposta è da ricercare nel fenomeno di nazionalizzazione delle masse.
Negli anni precedenti i cittadini di uno stato si erano riconosciuti in una serie di valori proposti come sacri e unici. L’adesione spontanea alla patria porta ad accettare l’idea della guerra.
Il problema è che nessuno aveva l’idea della guerra, perché le guerre combattute in precedenza erano di breve durata anche se portavano a grandi cambiamenti.
Per esempio la guerra franco-prussiana del 1870 era durata poche settimane ma aveva portato alla caduta dell’Impero francese, la possibilità dell’unità tedesca e italiana.
Le guerre coloniali invece non erano conosciute perché si svolgevano lontano dall’Europa.
Per questo motivo il consenso alla guerra varia con il passare del tempo sia all’interno delle società nazionali, sia dalla parte dei combattenti.
Le condizioni della popolazione civile erano precaria già prima della guerra e con questa i disagi aumentano tanto che nel 1917 nascono tumulti e una sommossa guidata dalle donne per il prezzo del pane e per migliorare le condizioni di vita.
GUERRA ANTICA E MODERNA : ARMAMENTI E TECNICHE DI GUERRA
Gli armamenti sono moderni, l’unica nuova arma è il carro armato, anche vengono utilizzate alcune armi già esistenti ma mai sfruttate in modo significativo come l’aereo.
E’ importante notare come nel giro di pochi anni ci sia stato uno sviluppo tecnologico notevole nel settore delle armi. Vengono migliorate alcune armi come le mitragliatrici.
Accanto all’aereo vengono utilizzati anche dirigibili, sommergibili, corazzate e armamenti terrestri come mitragliatrici (usate anche nelle guerre coloniali), lanciafiamme, gas asfissianti.
La Prima Guerra Mondiale è stata sia una guerra primitiva che moderno. Primitiva perché i modi di combattere riportavano gli uomini a modi di vita primitivi sia in senso psicologico sia per le condizioni di vita.
La guerra è primitiva perché la vita di trincea riporta a modi di vita primitivi.
La modernità della I^ Guerra mondiale è sia negli armamenti, ma anche nel ruolo fondamentale dello Stato nell’organizzazione della guerra stessa.
Anche l’industria ha un ruolo consistente perché organizza la produzione delle risorse umane, trasformando le proprie tecniche di produzione di un bene a quella della morte.
La guerra è importante per una nuova organizzazione industriale più scientifica. Questo avviene anche durante la II^ Guerra mondiale, quando lo stato tedesco organizza una produzione industriale di morte che è lo sterminio degli ebrei.
La guerra inoltre è un trauma tale che produce un modo diverso di pensare la vita, soprattutto dal punto di vista politico.
COSTI UMANI
La Germania alla fine della guerra conta 1.800.000 morti, la Francia 1.600.000, l’Inghilterra 800.000, gli Stati Uniti 116.000 e l’Italia circa 570.000. A questi bisogna aggiungere 1.100.000 morti civili non tanto per le operazioni belliche, ma a causa di epidemie e condizioni di vita disagiate, 6.000.000 di invalidi e 15.000.000 di feriti.
Di tutti i soldati tedeschi il 33% sono morti, degli uomini in età militare francesi il 20% sono morti. Solo a Verdun morirono 1.000.000 di soldati. L’8% dei mobilitati italiani muoiono.
Ci sono due fasi della guerra sul fronte italiano, uno che si conclude nell’ottobre del 1917 con la sconfitta di Caporetto quando il generale Cadorna perde il comando. L’esercito è governato dal pugno di ferro , sono in vigore punizioni severe e si spara ai soldati che tentennano durante l’assalto.
La linea di comando era autoritaristica che prediligeva una disciplina rigida perché erano anni di offensiva, che è più rischiosa della difensiva.
Quando avviene il ripiego sul Piave la tattica diventa difensiva e al comando c’è il generale Diaz. Ora non si cerca di vincere solo per il concetto astratto di patria, ma questo si concretizza in un’unità a favore della resistenza.
Diaz capisce che bisogna essere più umani con i soldati per tenere alto il morale delle truppe.
Negli altri paesi non esistono queste fasi, però in generale l’esercito era gerarchizzato, rigido e classista. Gli ufficiali facevano parte della borghesia mentre i soldati del proletariato.
L’ufficialità inferiore viveva più a contatto con le truppe per cui erano più solidali con loro, mentre i militari di carriera hanno un rapporto distaccato con i soldati, visti proprio come facente parte del proletariato e quindi utilizza la forza per mantenere quella disciplina che durante la vita civile non potevano imporre. Non avevano quindi problemi a mandare a morte i soldati.
Il problema è capire perché i soldati disertavano o avevano comportamenti negligenti.
RUOLO DELLE DONNE
Con l’avvento della guerra le donne cominciano a lavorare nei campi, ma anche in fabbrica.
STATO
percentuale di donne nel 1914
percentuale di donne nel 1918
Germania
22%
35%
Francia
33%
40%
Inghilterra
26%
35%
Italia
22%
C’è quindi un processo di socializzazione delle donne, che le strappa dalle loro occupazioni domestiche e le porta in fabbrica . E’ un momento di svolta perché la presenza femminile nel mondo del lavoro crea diversi modi di pensare. Le donne ora dispongono di soldi e diventano più indipendenti, frequentano luoghi di socializzazione , cambiano il modo di vestire.
Questo processo tocca tutte le classi sociali, sebbene in modo diverso, ma con effetti devastanti sulla morale.
MOBILITAZIONE DELLE RISORSE ECONOMICHE
La guerra fu totale anche per quanto riguarda l’aspetto economico.
La produzione nei vari stati doveva essere finalizzata a scopi bellici, per cui doveva esserci una organizzazione tesa a questo scopo. Ogni stato deve provvedere ad una propria produzione perché è evidente che la guerra taglia i rapporti con gli altri paesi.
Lo Stato interviene maggiormente nella produzione bellica e indirettamente negli altri settori industriali.
Questo processo non è una novità assoluta, già alcuni decenni prima lo Stato interviene nel settore industriale attraverso il protezionismo, le commesse....
Dove era forte il liberismo gli stati sono meno propensi, mentre gli stati più all’avanguardia sono quelli che avevano già abbracciato il protezionismo.
Lo stato in cui la produzione è meglio organizzata è la Germania.
Nascono in tutti i Paesi nuove organizzazioni industriali:
negli USA nel1917 la War Industries
in Italia nel 1915 l’Istituto per la mobilitazione industriale (prima legato a un sottosegretariato e poi diventa un ministero per le armi)
in Germania nasce il KRA : ufficio per le materie prime di guerre. Nel 1918 esce un opuscolo “La nuova economia” che prefigura forme di economia legato allo stato anche in tempi di pace.
SIGNIFICATO STORICO
Ci sono tre interpretazioni della I^ Guerra mondiale che la vedono come: compimento, rottura, compendio.
La guerra è vista come conclusione di processi storici iniziati nel 19^ secolo. Prima di tutto avviene la fine del processo risorgimentale con la liberazione dei popoli. Inoltre si ha la speranza della fine del totalitarismo per la democrazia, ma questa è un’illusione di chi vuole la guerra.
La guerra è anche un elemento di rottura nel senso che finisce l’epoca del Concerto europeo e della guerra limitata. Avvengono trasformazioni politiche, territoriali e economiche disastrose. Crollano quattro imperi, avviene la rivoluzione russa e avviene una dislocazione del potere economico con l’ascesa degli USA e la discesa dell’Inghilterra.
Inoltre la guerra porta esperienze di società di massa, come esperienza di morte di grandi masse di uomini. Questo è un elemento tipico del ‘900 (sono sia morti per la guerra, per carestia, per genocidi....). Ci sono forme di morti primitive accanto a quelle dovute al progresso tecnologico.
CONSEGUENZE
Crollano quattro imperi: asburgico, zarista, ottomano e tedesco con conseguenze disastrose che vengono riassunte in una letteratura di rimpianto per il mondo perduto.
Ci sono quindi trasformazioni rispetto ai valori e alle istituzioni che devono orientarsi verso un nuovo contesto.
Sul piano politico ed economico le conseguenze sono diverse nei diversi paesi.
La Francia è il paese che ha subito di più tra i vincitori, perché il territorio è devastato per decine di Km da nord a sud e il sistema produttivo è a pezzi.
Per la Francia la guerra finisce troppo tardi perché quattro anni di guerra hanno distrutto l’intera nazione, ma è finita troppo presto perché avrebbe voluto sconfiggere completamente la Germania.
La pace del ’19 fu definita “cartaginese” perché fu una pace punitiva per la Germania, alla quale viene impedita una politica militare tele da condizionare la politica internazionale successiva.
L’Inghilterra invece nel novembre del ’18 aveva raggiunto i suoi obiettivi: la Germania era stata ridimensionata e la flotta tedesca era diventata una presenza insignificante. Inoltre l’Inghilterra acquista le colonie perse dalla Germania. Infatti gli inglesi non avevano interessi sul continente e non volevano una Germania prostrata perché avrebbe significato una perdita per i prodotti inglesi.
Gli USA combattono dal ’17 come potenza associata all’Intesa. Non aderiscono al patto di Londra dell’aprile del ’15, che definiva i compensi dell’Italia. Quindi alla fine della guerra l’Italia non può far conto dell’appoggio degli USA né sul piano giuridico né su quello politico.
Gli USA combattono per conto proprio e nel gennaio ’18 propongono i 14 punti di Wilson : chiedono la libertà di navigazione e di commercio che fa degli USA il paese egemone in senso commerciale, la fine della diplomazia segreta e la nascita di una Società di Nazioni che raccogliesse tutti gli Stati del mondo per evitare i conflitti militari.
La Società delle Nazioni viene depotenziata subito perché le elezioni dell’ottobre del ’18 danno una maggioranza repubblicana al Senato.
Il Senato si occupava di politica estera e i repubblicani erano contrari al fatto che gli USA si assumessero impegni importanti nella politica internazionale. Perciò la Società delle Nazioni non ha neanche il sostegno di chi l’aveva proposto.
Dal 1920 al 1932 i repubblicani sono al Senato e optano per una politica di isolazionismo politico, ma non economico.
Alcuni Stati europei vedono fermenti di sommossa politica e sociale all’interno, che fanno pensare a movimenti rivoluzionari come in Russia. Questo avviene sia in Germania, che in Italia, che in Austria. Tra il 1919 e il 1920 questi tumulti sociali che non sono sempre rivoluzionari, ma che creano scosse politiche.
TRATTATI DI PACE
Si tratta soprattutto di trattati di pace con la Germania.
Si prevedono varie clausole:
art. 231 stabilisce la responsabilità della Germania dello scoppio della guerra e deve pagare i danni.
Le clausole militari prevedono la consegna della flotta e un esercito formato da un massimo di 100 mila uomini senza armamenti per un tempo determinato.
I tedeschi però organizzano un esercito di ufficiali tali da essere in grado di addestrare un esercito più numeroso. Lo stesso avviene per la marina: si progettano navi civili che possono essere trasformate in navi militari. Si riorganizzano anche i corpi aerei facendo addestrare i piloti all’estero, soprattutto in Unione Sovietica.
La Germania dei primi anni del dopo guerra è politicamente conservatrice, ma le necessità politiche di entrambe le nazioni portano una collaborazione tra Germania e Unione sovietica, perché entrambe sono escluse dalla Società delle nazioni.
Una collaborazione simile si avrà anche nel 1939 quando firmeranno il patto di non aggressione.
I francesi chiedono che la zona del Reno sia smilitarizzata e che non possano essere istallate postazioni militari nella zona di confine.
Inoltre ottengono il permesso di creare teste di ponte francesi lungo il Reno e postazioni all’interno della Germania.
CONDIZIONI TERRITORIALI
Sul fronte occidentale la Germania perde l’Alsazia e la Lorena che tornano francesi. La Francia vorrebbe lo smembramento della Germania. Alcuni territori tedeschi passano sotto altre istituzioni ma poi tornano tedeschi, come la Slesia che torna alla Germania nel 1921 e la zona della Sahar (?) che passa sotto la protezione della Società delle Nazioni e torna tedesca nel 1935 con un referendum.
Il punto dolente è però la parte orientale : non c’è più l’Austria-Ungheria, ma stati successori come la Jugoslavia, la Cecoslovacchia e si ricostituisce la Polonia.
I confino orientali della Germania sono poco definiti: è una zona di aspri scontri armati per la presenza militare della Germania e di altri stati.
Agiscono milizie dell’esercito imperiale che si aggregano intorno a ufficiali e sono una sorta di compagnie di ventura di estrema destra per il mantenimento dei confini della Germania.
Non c’è continuità territoriale tra la Germania ovest e i territori tedeschi dell’est, ma solo un’area neutra che li unisce ed è la città di Danzica.
Un altro problema importante è quello delle riparazioni di guerra. La Germania deve pagare una somma enorme di denaro per i danni di guerra subiti dagli Alleati.
Queste condizioni pesanti a cui è sottoposta la Germania sia militari che territoriali ed economici fanno nascere un forte nazionalismo.
Tra il 1918-19 ci sono all’interno dei moti rivoluzionari che fanno rinascere l’idea dei partiti conservatori della pugnalata alle spalle inferta dai socialisti all’esercito.
Gli USA finanziano la Germania che può così pagare le riparazioni di guerra agli Alleati. Questi stati usano questi soldi per pagare i debiti di guerra agli USA.
Questo favorisce la circolazione monetaria e il riavviarsi dell’economia tedesca.
La potenza dominante ormai sono gli Stati Uniti, chi vince davvero la guerra sono loro, che sono un gigante economico, ma ancora un nano politico.
La Società delle Nazioni è debole per la mancata partecipazione degli USA e per l’esclusione della Germania e dell’Unione sovietica. Infatti volere una società che regoli i conflitti mondiali escludendone gli Stati più problematici vuol dire limitare le capacità di azione.
Negli anni ’30 infatti per risolvere alcune questioni ci si rivolge ad atre organizzazioni, perché per ricorrere alla Società delle Nazioni bisognava convocare un consiglio di sicurezza che però poteva decidere solo per sanzioni economiche, ma non aveva potere politico.
Per esempio l’aggressione dell’Italia nei confronti della Libia viene sanzionata attraverso provvedimenti economici, quindi l’Italia dopo aver pagato può concludere la sua azione militare.
GUERRA ITALIANA
L’Italia vive tre momenti durante la guerra:
- la neutralità: perché non entra in guerra? Perché dovrebbe e con quali schieramenti? Perché poi entra in guerra?
- periodo di guerra: avvenimenti e prospettive dell’Italia dalla guerra.
- conferenza di pace: problema delle discordanze tra le richieste dell’Italia e la concessione dei paesi alleati.
Nel momento in cui tutti i Paesi entrano in guerra l’Italia si dichiara neutrale senza contravvenire alla Triplice Alleanza che prevedeva interventi difensivi.
Da una parte c’è l’impreparazione dell’esercito italiano alla guerra, perché una parte dell’esercito è impegnato in Libia e non c’è un’idea politica della guerra che maturerà con il tempo.
Sull’entrata in guerra ci sono due posizioni: una neutralista di Giolitti, che si rendeva conto dell’impreparazione dell’esercito e degli sconvolgimenti politici e sociali che la guerra avrebbe portato in Italia. Giolitti era l’unico personaggio che non era offuscato dall’ideologia.
Dal neutralismo si potevano ricavare vantaggi , ma sembrava che l’Italia rimanesse neutrale per motivi mercantili. Ma più procedeva la guerra più era impossibile restarne fuori, perché erano interrotti tutti i legami con gli altri paesi.
La guerra dà una scossa al sistema politico dell’Italia.
Gli interventisti volevano la guerra proprio per affondare il sistema politico di Giolitti. Questo vale sia per i nazionalisti che in realtà erano fautori di un potere autoritario e antiparlamentare all’interno e nazionalista verso l’esterno. Questo vale sia per la destra che per la sinistra.
Ci sono inoltre motivazioni economiche: arrivavano pressioni da parte dell’Inghilterra e della Francia per entrare in guerra nel loro schieramento.
Il mondo industriale era quindi favorevole alla guerra perché sarebbero aumentate le commesse e e il commercio con le due potenze dell’Intesa.
La Chiesa sia all’inizio della guerra sia nell’agosto del 1917 era ostile alla guerra sia per motivazioni religiose sia per motivi politici, perché metteva a repentaglio l’Impero asburgico che era di fede cattolica.
C’erano però divergenze di opinione: la parte dei cattolici legata al mondo contadino era contrario alla guerra perché prevedeva costi umani troppo elevati che sarebbero ricaduti sul popolo, mentre i borghesi erano favorevoli per i legami economici con le altre potenze.
La posizione di Padre Agostino Gemelli (fondatore dell’Università Cattolica), cappellano dell’esercito è favorevole nei confronti della guerra per motivi di obbedienza all’autorità, che è una tradizione del mondo cattolico. Grazie a queste idee Padre Gemelli sarà una figura importante del clero fascista.
Altri esponenti del mondo cattolico erano contrari alla guerra per motivi di intransigenza nei confronti dello Stato. Ma ormai erano minoritari.
Anche la posizione di Mussolini è particolare. Nel 1912 assume posizioni massimaliste e nel 1914 invece cambia schieramento e fonda il “Popolo d’Italia” che sarà un organo del Partito fascista.
Passa quindi da una posizione contraria alla guerra ad una favorevole.
Mussolini è coerente con le sue idee socialiste, perché in realtà era un sovversivo e vedeva nella guerra un elemento per sovvertire il governo.
Il salto di ideologia si spiega con la sua psicologia e la sua cultura: era capace di cogliere le situazioni politiche che si presentavano, anche se erano posizioni contrastanti, era capace di affermarsi all’interno delle varie situazioni.
Il ministro degli esteri fino al ’14 fu Di San Giugliano che si era mostrato favorevole ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa. Il suo successore fu Sonnino che invece voleva entrare a fianco degli Imperi centrali.
L’impressione era quindi che l’Italia si schierasse in base ai vantaggi che avrebbe ricevuto.
L’Italia sigla nell’aprile del ’15 il patto di Londra nel quale era racchiuso ciò che l’Italia avrebbe ricevuto combattendo a fianco dell’Intesa. In realtà era semplice per l’Inghilterra e la Francia promettere territori che erano di proprietà austriaca.
Comunque l’Italia secondo gli articoli 4 e 5 avrebbe avuto: Trentino, Alto Adige, Trieste e l’Istria, Dalmazia e altre terre sparse in territorio slavo e turco.
Il patto è però segreto e il Parlamento ne viene a conoscenza solo il 7 maggio. I deputati allora chiamano Giolitti per far sapere che non sono d’accordo con l’entrata in guerra e Salandra si dimette.
Ma il re gli ridà l’incarico anche senza avere la maggioranza e il 20 maggio il Parlamento approva i crediti di guerra. L’Italia entra in guerra senza l’approvazione del Parlamento, se non solo formale.
Manifestazioni nazionaliste iniziano il 5 maggio quando D’Annunzio proclama un discorso da Quarto. Sono manifestazioni di tipo interventista che avevano lo scopo di imporsi all’opinione pubblica e assumevano aspetti piuttosto violenti.
Esistevano anche manifestazioni anti interventista, ma la polizia aveva gli ordini di disperderle, secondo un modello che sarà forte nel dopoguerra.
Lo stato tende a supportare le manifestazioni interventiste in modo anti democratico; in realtà chi vuole che l’Italia entri in guerra è solo una minoranza di industriali e persone del governo.
Non esisteva uno spirito popolare come negli altri stati, ma anzi c’erano divisioni perché i socialisti per esempio erano contrari alla guerra.
Il governo era fortemente di destra e una destra autoritaria, che non guardava ai soldati perché sapeva che non c’era la volontà di combattere e che l’esercito italiano non era pronto alla guerra.
Non ci si rendeva conto per esempio che le zone del Carso si prestavano di più a manovre di tipo difensivo e inoltre l’Austria aveva avuto tutto il tempo per prepararsi.
Salandra voleva rafforzare lo Stato italiano consolidandone la legittimità all’interno e all’esterno facendo diventare l’Italia una grande potenza.
Per Salandra lo Stato italiano poteva anche rimanere in piedi, ma con qualche taglio territoriale. Anche perché la Germania e l’Austria erano due stati conservatori e quindi facevano da scudo all’Italia.
Un altro obiettivo italiano era quello di contenere l’espansionismo russo nei Balcani, in modo tale che con alcuni territori italiani tra le terre slave la Serbia avrebbe perso il suo peso e con essa anche la Russia. Questo stava bene anche agli inglesi.
In realtà questi obiettivi di guerra avrebbero portato allo smembramento dell’Austria, ad una conflittualità con gli slavi che si organizzano nel ’15 nel Comitato della Iugoslavia e ad una italianizzazione e militarizzazione della costa dalmata.
MOMENTI DI GUERRA
La tendenza italiana era quella all’offensiva, tranne in alcuni casi come a Caporetto.
L’anno più importante è il 1917 perché avvengono dei cambiamenti che fanno rivedere gli obiettivi di guerra italiani: per esempio la rivoluzione russa nel marzo e la conseguente ritirata delle truppe russe nel dicembre. Non c’è più bisogno a questo punto dell’Austria per trattenere gli slavi che quindi può essere spazzata via anche se contro le idee di Sonnino. La posizione degli alleati però non è più favorevole all’espansione italiana nei Balcani perché ha perso lo scopo.
Il 6 aprile entrano in guerra gli USA. Questo intervento non è molto significativo per l’Italia perché non avendo aderito al patto di Londra gli USA non hanno vincoli con l’Italia.
Però nei 14 punti di Wilson si trattava della sistemazione dei confini italiani che avrebbe fatto acquistare all’Italia il Trentino ed inoltre gli americano guardavano con occhio di riguardo la situazione slava.
Con Caporetto si ha però un ridimensionamento degli obiettivi dell’Italia. Ci sono vari elementi che salvano l’Italia in questa situazione: l’allungamento delle linee di rifornimento austriache che impediscono all’Austria di proseguire l’attacco, la solidità della linea del Piave che era più breve e quindi meglio difendibile e inoltre i rifornimenti mandati dagli alleati.
Emergono possibilità di accordo tra italiani e slavi con il Patto di Roma del 8 aprile 1918, che dà diritto ai popoli oppressi di avere un’indipendenza e un’unità statale.
Questa politica però non è accettata dal governo. Il presidente Vittorio Emanuele Orlando è favorevole ad una politica più flessibile nei confronti dagli slavi, mentre Sonnino è contrario. Il presidente è troppo debole ed esce vincitore dallo scontro politico proprio il ministro degli esteri.
Quando si arriva alla Conferenza di pace di Parigi sorge un nuovo problema: l’annessione di Fiume.
Il 30 ottobre 1918 le truppe italiane entrano a Fiume e la città proclama la propria italianità.
A Parigi Orlando sarà disposto a lasciare alcuni territori del Patto di Londra per avere Fiume mentre Sonnino no. Il risultato è che l’Italia chiede tutti i territori del Patto di Londra più Fiume, ma l’Italia non è abbastanza potente per permettersi questa posizione.
L’ITALIA ALLA CONFERENZA DI PACE
Alla conferenza di pace l’Italia si scontra sia con gli Stati Uniti sia con la Francia che con l’Inghilterra e gli slavi. Un elemento rilevante che viene rinfacciato all’Italia è l’impressione che si occupi solo delle proprie faccende e sembri disinteressata alle atre questioni.
Nell’aprile del 1919 c’è un momento di stallo alla Conferenza e i due rappresentanti dell’Italia, Orlando e Sonnino, tornano in Italia dopo che il presidente americano Wilson prende una posizione pubblica sulla questione italiana.
Dal punto di vista interno questa ritirata sembra favorevole, ma il vero risultato è che se Sonnino e Orlando non tornano al più presto a Parigi il patto di Londra nei confronti dell’Italia perde la sua validità. Così il 7 maggio tornano a Parigi.
Nel giugno però non aderendo ad una soluzione che prevedeva uno stato libero di Fiume i rappresentanti italiani tornano nuovamente a Roma, ma questa volta hanno contro tutto il Parlamento.
Il governo cade su una questione di politica estera, ma la questione politica si risolve in fretta con l’ascesa al governo di Francesco Saverio Nitti.
La crisi più forte nasce però quando comincia a diffondersi il mito della “vittoria mutilata”, cioè l’idea che l’Italia avrebbe avuto una grande vittoria se la Francia e l’Inghilterra non avessero impedito questo per i loro appetiti imperialistici.
Il mito è incoraggiato anche da azioni di letterati come D’Annunzio con la “Preghiera di Sermaglia”
Il mito è importante perché ha conseguenze politiche che si riassumono nell’impresa di Fiume: il 12 settembre 1919 D’Annunzio riunisce una truppa di legionari che occupano militarmente la città.
Il governo italiano si trova di fronte ad una situazione difficile da risolvere perché non sapeva se assecondare la spedizione attirandosi le ira delle altre potenze oppure convincere D’Annunzio a desistere dall’impresa. Era inoltre impensabile un intervento armato perché l’esercito guardava con simpatia a questa manovra e si temevano episodi di insubordinazione di fronte all’ordine di sparare contro i legionari.
L’insubordinazione dell’esercito sarà un problema anche quando si deve decidere se intervenire per bloccare la marcia su Roma delle camicie nere.
E’ vero che D’Annunzio era l’ispiratore della rivolta ma è anche vero che questa congiura era stata progettata da tempo negli ambienti nazionalisti come l’organizzazione “Trento e Trieste” presieduta da Giuriati. A sostenere l’occupazione di Fiume oltre all’esercito c’erano gli industriali.
L’esercito dopo alcuni anni di guerra doveva essere smobilitato e questo significava la perdita di lavoro e di prestigio sia di soldati che di ufficiali. Mantenendo viva la tensione in politica estera questo non sarebbe accaduto.
Un ragionamento simile vale per gli industriali perché la riconversione industriale era un problema, era difficile ritornare a produrre qualcosa che non fosse materiale bellico.
Gli obiettivi dei legionari erano quelli di mantenere un controllo italiano sulla città di Fiume. Inoltre si voleva far cadere il governo Nitti ritenuto troppo democratico, e questo avviene a metà del 1920 lasciando in sospeso un possibile compromesso tra l’Italia e la Iugoslavia, che prevedeva che Fiume diventi stato libero e una parte porto diventi zona iugoslava.
Questa soluzione viene rifiutata da D’Annunzio e a questo punto scattano le repressioni militari da parte del governo che è guidato da Giolitti.
Il risultato è che il 24 dicembre l’esercito italiano viene inviato a Fiume, la città è cannoneggiata e la questione è risolta.
(La paura di un governo Giolitti rimarrà anche nei fascisti quando per risolvere la crisi interna decidono di intraprendere la marcia su Roma).
Dopo questo periodo a Fiume rimane la propensione all’uso della violenza che ha come conseguenza la preparazione dei presupposti per la nascita del fascismo.
Mussolini non partecipa all’occupazione di Fiume anche se dà il suo consenso formale. Infatti da quest’impresa aveva solo da perdere: se fosse andata male sarebbe finito in galera, se fosse andata bene il merito sarebbe ricaduto su D’Annunzio.
Nel 1924 viene accettato il patto italo-iugoslavo che prevedeva la sovranità italiana sulla città e su parte del porto, mentre veniva lasciato agli slavi il territorio circostante e una parte del porto.
RIVOLUZIONE RUSSA
La Rivoluzione russa ha caratteristiche precise in quando rimanda al comunismo e all’espansione di questa ideologia in una parte consistente del continente. Ma bisogna ben distinguere i due fenomeni.
La Rivoluzione Russa si situa alla confluenza di due fiumi: la storia del marxismo e la storia generale e particolare della Russia.
C’è bisogno di un innesto delle idee marxiste nell’alveo della storia russa.
E’ necessario distinguere tra il termine marxismo che è l’insieme delle teorie elaborate dopo Marx e marxiano che invece riguarda il pensiero di Marx stesso.
Nel brano di Salvadori si dice che un conto è il pensiero di Marx che al suo interno presenta delle tensioni e un conto è il corpus dottrinale che parte da Marx ma va anche oltre.
L’evoluzione del marxismo è sempre vista sotto la luce del pensiero di Marx che il riferimento legittimante. Molti personaggi pur innovando o elaborando solo parti del pensiero marxiano si ritengono veri interpreti. Chi non è fedele al pensiero di Marx viene scomunicato, perché il marxismo è considerato una specie di religione laica.
All’interno del marxismo si trova anche la figura di Bernstein che è un revisionista.
Lenin elabora un pensiero che dovrebbe essere modernizzante rispetto a quello di Marx, ma bisogna chiedersi quanto il leninismo abbia inverato il marxismo e il pensiero marxiano.
Gli aspetti caratterizzanti della Rivoluzione russa sono stati riconosciuti anche durante l’elaborazione del pensiero di Marx da parte degli anarchici che con le loro critiche prefigurano l’andamento della rivoluzione.
E’ vero che il pensiero di Marx ha avuto importanza nella rivoluzione, ma non c’è una linea diretta perché il marxismo si inserisce in particolari situazioni storiche.
Lo stato per Marx era dittatura di una classe sociale su un’altra per cui con la rivoluzione comunista lo stato non sarebbe servito perché le classi sociali sarebbero state abolite. Ma per spezzare il dominio borghese è necessario un periodo di dittatura del proletariato.
Gli anarchici invece volevano un’abolizione immediata dello stato.
Contro le idee degli anarchici inoltre Marx voleva attuare manovre repressive. Il duello tra Marx e gli anarchici risale al periodo della 1^ Internazionale quando gli anarchici accusano Marx di essere autoritario. Un’altra differenza si rileva nel fatto che il marxismo si diffonde tra il proletariato di fabbrica, mentre l’anarchia nel sottoproletariato, ai margini della vita produttiva.
Non si può pensare che alla base di tutto ci siano solo le idee di Marx.
Il problema principale della Russia dell’800 è l’arretratezza economica, sociale, politica determinata sulla base3 di un riferimento che è la società occidentale, perché i russi stessi si misuravano con l’occidente.
Il fenomeno più evidente è l’economia che è quasi esclusivamente agricola, mentre nel resto dell’Europa si diffonde l’industria; inoltre anche questa agricoltura era arretrata perché non tecnologica. I riflessi sociali sono legati alla presenza di un massa di contadini servi della gleba o dipendenti dai nobili o dallo stato.
La Russia era governata da un sistema politico autocratico, cioè lo zar governava facendo riferimento alla sua volontà.
I sudditi non hanno diritti: la legge è lo zar.
Questa situazione era quella dei paesi arretrati perché negli altri regimi autoritari c’era almeno uno stato di diritto e una costituzione.
All’interno della Russia ci sono due linee di pensiero: gli occidentalisti che si riferiscono all’Europa per definire la propria identità e gli slavofili che trovavano questa identità nell’etnia e nella religione slava.
Sembrava che la situazione russa non potesse essere intaccata da nulla: l’unico modo era un attacco dall’esterno: per esempio la guerra perché mette in relazione gli uomini.
La guerra di Crimea (1853-56) nasce dal desiderio russa di espansione nell’Impero ottomano. Ma agli stati europei non fa piacere la disgregazione dell’Impero ottomano per cui intervengono contro i russi. Il risultato è che la Russia perde la guerra e si rende conto della sua debolezza nei confronti degli altri stati. Inoltre con la guerra i contadini si rendono conto della loro miseria.
Nasce quindi una voglia di cambiamento che si esplica nella liberazione egli schiavi.
Nel 1861 gli schiavi vengono liberati e il provvedimento è tale da suscitare reazioni da parte dei nobili. In realtà la situazione non cambia in misura drastica: i servi sono liberati dai vincoli personali e vengono date loro delle terre comprate dallo stato ai nobili, ma che vengono ripagate dalle tasse di contadini nel giro di 50 anni.
La condizione dei contadini non migliora perché non possono essere indipendenti e in più devono pagare le tasse. Gli aristocratici ottengono denaro che viene investito in attività finanziarie produttive come la creazione di ferrovie.
L’industrializzazione in Russia si ha solo verso la fine dl secolo con un intervento dall’alto, cioè grazie all’intervento statale e di privati esteri.
Ma l’industrializzazione è arretrata perché si affiancano elementi avanzati e arretrati e poi dal punto di vista territoriale avviene a macchia di leopardo cioè soprattutto intorno alle uniche grandi città: Mosca e Pietroburgo, mentre le campagne sono ancora arretrate.
Negli anni 1904-05 la Russia si impegna nella guerra contro il Giappone, ma anche in questo caso perdono. La sconfitta diventa un momento di riflessione e le difficoltà della guerra causano una crisi di legittimazione del potere. Nasce la rivoluzione del 1905 che ha come episodio determinante la “domenica di sangue” il 22 gennaio.
Una folla si riunisce davanti al Palazzo d’Inverno per chiedere allo zar la concessione di alcune riforme e viene mitragliata.
Il popolosi affida allo zar in modo tradizionale; non ci sono posizioni marxiste e la repressione dura è ingiustificata.
Si crea quindi una frattura tra monarchia e popolo e nasce la rivoluzione che però non ha risvolti determinanti. A seguito della rivoluzione ci sono concessioni come il Parlamento e la costituzione che però sono privi di potere elettivo e sono sciolti quando causano fastidi.
Non sono quindi possibili interventi di tipo democratico e la rivoluzione del 1905 non porta cambiamenti dal punto di vista politico e questo comporta il fatto che chi vuole cambiare è spinto verso la strada del terrorismo e della radicalizzazione politica.
Gli attentati erano l’unica forma di espressione politica in Russia, perché altri metodi erano impossibili.
Nel 1905 nasce anche il primo SOVIET degli operai: una organizzazione spontanea degli operai che assume anche funzioni di governo e quindi è diverso da un sindacato.
All’inizio riguarda solo gli operai mentre nel 1917 riguarderà anche i soldati e i contadini.
Il soviet è una assemblea rappresentativa dove si sperimentano forme di democrazia diretta.
Nel 1914 scoppia la Prima Guerra Mondiale e questa crisi porta alle due rivoluzioni.
Prima ci fu un ultimo tentativo riformista da parte di Stolypin di creare una classe contadina di piccoli proprietari che fosse in grado di sostenere l’economia agricola e un connettivo tra il popolo e lo zar.
Questo progetto fallisce perché il suo ideatore viene ucciso nel 1911 e perché non c’è tempo per attuare una riforma agraria di quelle dimensioni.
Esiste in Russia la presenza di un contronazionalismo dovuto alla presenza di territori che non hanno origine slava ai quali vengono imposti lingua e costumi russi.
Sono presenti anche ebrei che non hanno una zona fissa di insediamento. Vengono presi di mira dal potere perché considerati infidi e una sorta di capro espiatorio su cui sfogare le tensioni popolari.
Gli ebrei si raggruppano nella Lega: una associazione politica socialista che aderisce al partito socialdemocratico russo alla fine dell’800.
Questa adesione fa sì che i conservatori possano considerare la Rivoluzione russa una congiura mondiale degli ebrei. Questa era un’idea divulgata dalla polizia zarista con la pubblicazione di falsi che riguardavano protocolli dei saggi ebrei che avevano pianificato una dominazione mondiale.
In realtà poi l’elemento ebraico verrà perseguitato in forme dure durante la Rivoluzione comunista e l’antisemitismo è ancora oggi una caratteristica dello stato russo sia nella componente conservativa sia in quella comunista.
Lettura 1 Il pensiero di Marx e i suoi sviluppi Salvadori
Quanto il marxismo ha influito nella Rivoluzione?
Il pensiero di Marx si sviluppa in varie fasi: una fase giovane e una matura.
Negli anni ’40 c’è la fase giovanile in cui buona parte dei suoi libri non vengono pubblicati o finiti.
Solo a partire dal 1920-30 questi scritti vengono conosciuti e entrano nel panorama storico-filosofico. Il Marx maturo è invece quello del Capitale (per la critica dell’economia politica), meno filosofo e più economista.
Nel personaggio di Marx ci sono tre figure: filosofo, economista e rivoluzionario.
La filosofia marxista non è solo teoria della conoscenza, ma la conoscenza viene studiata in quanto porta all’azione. L’importanza è la prassi che esplica la teoria con finalità rivoluzionarie.
I successori di Marx non interpretano il pensiero solo dal punto di vista teoretico, ma in base alla situazione politica, come Lenin in Russia.
Secondo il Revisionismo il marxismo doveva svilupparsi dal nucleo del pensiero marxiano, che però doveva essere rivisto. Il pensiero di Marx era fonte di legittimità per cui secondo il pensiero dell’epoca i revisionisti insultavano il pensiero di Marx.
Anche i marxisti facevano del revisionismo, ma non apertamente, si cercava di adattare il pensiero di Marx alle nuove situazioni.
Salvadori rifiuta che il comunismo realizzato sia frutto del pensiero di Marx perché non può esserci un risultato univoco.
Il pensiero di Marx è visto come un’utopia per cui non contiene in sé la possibilità di essere realizzato. Ma l’idea di Marx è quella di creare un’opera di scienza. Riteneva di aver trovato la chiave delle leggi dello sviluppo storico.
Marx ha un atteggiamento di tensione verso il futuro. Salvadori dice che il contributo di Marx alla conoscenza non deriva dal complesso del suo pensiero, ma ogni singolo aspetto della teoria è importante.
Il marxismo inoltre assume un carattere religioso perché grandi masse di persone hanno seguito l’ideologia senza discutere la fede.
Lettura 2 : Il leninismo Settembrini
Questa lettura mette in relazione il populismo russo con il pensiero e la pratica di Lenin, che ha la responsabilità nella organizzazione della Rivoluzione russa.
Quella di Lenin è un’interpretazione teorico pratico del marxismo. Lenin fu soprattutto un rivoluzionario per un paese arretrato.
Quella di Marx è una teoria per gli Stati capitalistici. Per la Russia quindi il problema è l’arretratezza del capitalismo., quindi secondo Marx in Russia non sarebbe stata possibile la rivoluzione.
La soluzione di Lenin prevedeva situazioni di quelle diverse da quelle del populismo anche se risentono di questa teoria.
Il soggetto politico sono i contadini. Il rifiuto della industrializzazione avviene perché vogliono evitare la perdita di alcune caratteristica della Russia, volevano mantenere l’assetto sociale e un socialismo di tipo agrario.
Il compito teorico di Lenin era quello di dimostrare lo sviluppo dell’industria in Russia e la creazione di un capitalismo con la creazione della classe operaia che per Marx è il soggetto politico per eccellenza per fare la Rivoluzione.
La coscienza di classe nella classe operaia va innestata, perché quando diventa forte cerca condizioni di vita migliore e sviluppa una coscienza solo sindacale.
I populisti dicevano però che non si poteva realizzare l’industrializzazione.
L’obiettivo di Lenin invece era quello di creare una società capitalista e inoltre si faceva sempre più incalzante l’idea della rivoluzione.
I populisti offrivano uno sbocco politico più rapido e anche i marxisti speravano in un anticipo della Rivoluzione. Lenin accetta l’idea dello sviluppo del capitalismo, ma nei paesi occidentali questa forma economica è legata ad una politica basata sulla democrazia.
Secondo il revisionismo di Bernstein il quadro politico dei Paesi occidentali erano la condizione all’interno dei quali si doveva muovere la classe operaia.
Nel 1902 esce il libro di Lenin “Che fare?” che tratta l’argomento principale della concezione leniniana.
Il partito inteso come organizzazione composta da pochi che si autonominano avanguardia possono portare la coscienza di classe dall’esterno.
Per Lenin il partito comunista è formato da rivoluzionari di professione, da un nucleo compatto che conosce il dogma ed è in grado di educare e trascinare la classe operaia.
L’idea organizzativa del centralismo democratico ha un certo futuro e prevede le decisioni seguite da tutti senza frammentare il partito in linee di idee diverse.
La guida del partito si può imporre attraverso uno stato antidemocratico, cioè restringendo gli spazi di libertà.
Secondo il centralismo democratico tutto il partito si deve muovere come un sol uomo.
Quando esiste oltre al partito anche uno stato un dissenso politico rischia di essere sanzionato in modo non solo morale, perché il partito si costituisce come un canone a cui riferirsi.
La teoria di Lenin si può riassumere in “capitalismo di Stato + dittatura del proletariato”, cioè è necessaria la nascita del capitalismo che deve essere statalizzato, ma in un quadro di dittatura del proletariato. La differenza con il populismo è proprio nella fase del capitalismo.
Queste teorie si trovano anche durante la rivoluzione e non solo in precedenza. La presenza della prima guerra mondiale ha un’importanza fondamentale perché porta la crisi del sistema politico che non regge una tensione simile.
Vengono mobilitati migliaia di contadini che armati diventano rivoluzionari e quindi il regime zarista viene sommerso dagli avvenimenti. Il regime cade quindi per un crollo interno. I soldati arrivano inseguito non a sanare la situazione, ma a dare una direzione alla rivoluzione.
Il detonatore è la rivoluzione di febbraio (8 marzo) che si manifesta con una serie di contestazioni contro la guerra e contro il caro vita che richiama molti operai e non vengono repressi dall’esercito, perché i reparti militari si uniscono agli scioperanti. Lo zar abdica e nasce una situazione che non è di anarchia, ma di dualismo di poteri: da una parte i governi provvisori e dall’altra i soviet.
I governi provvisori sono una successioni di governi da quelli più conservatori a quelli rivoluzionari.
La composizione politica dei governi provvisori è diversa dai soviet che detengono oltre che il potere anche la fiducia della popolazione in maggioranza menscevica.
La guerra continua ma in modo difficile in Russia fino all’armistizio del dicembre del 1917 e alla pace del marzo del 1918.
In questo periodo Lenin riesce con l’aiuto dei tedeschi a rientrare dall’esilio in Svizzera e ad arrivare alla capitale Pietrogrado. I tedeschi aiutano Lenin perché sperano che nell’ambito della guerra la rivoluzione facesse ritirare la guerra. In realtà questo avviene, ma i tedeschi si ritrovano focolai di rivoluzione anche in Germania.
L’arrivo di Lenin accelera il processo di rivoluzione , ma non vuole solo seguire il processo degli avvenimenti bensì con le tesi di aprile la teoria viene radicalizzata. L’obiettivo è la rivoluzione socialista. Non tutti però accettano la nuova prospettiva.
Lenin prende in mano il partito grazie alla presenza di Trockij che inizialmente non era bolscevico, ma credeva in una teoria più radicale cioè nella rivoluzione permanente.
Anche Lenin ora crede in una rivoluzione socialista che si può estendere solo se sarà in grado di far scoppiare una rivoluzione europea. Lenin pensa che all’interno dell’esercito tedesco possa dilagare la rivoluzione, ma questo avviene solo dopo la sconfitta definitiva.
Lettura 4 Le quattro fasi del 1917 Malia
Questo testo ha una struttura schematica che discute le varie tesi storiografiche, ma senza narrazione.
Nella prima fase c’è il governo dei liberali. In questo periodo rimane la volontà di combattere in guerra e la struttura politica cambia da autocratica a liberale, ma gli scopi di guerra sono gli stessi.
Il governo liberale mett6e in crisi l’Alleanza, ma segna un periodo breve e senza legittimazione interna. La seconda fase è dominata invece da un governo democratico, anche se in una situazione come quella non era possibile un governo costituzionale e democratico.
Nella terza fase invece si assiste ad un tentativo della destra.
Con l’Ordine n.1, un decreto votato dai rappresentanti dei soviet, avviene un processo di democratizzazione che disgrega l’esercito. Nelle mani di Trotzkij l’esercito diventerà importante perché i soldati saranno convinti di quello per cui combattono.
Gli unici che riescono a mantenere il potere sono i bolscevichi che giungono durante la quarta fase.
L’assemblea costituente sembra un punto di approdo della situazione russa, perché potrebbe date un nuovo assetto al regime.
Gli slogan dei bolscevichi sono “pace”, grazie alla quale si può costruire un potere e “la terra ai contadini”. Lenin supera ogni politica agricola e chiede una distribuzione delle terre ai contadini. Questa è una mossa vincente perché lega le sorti della rivoluzione alla maggioranza del popolo russo.
La NEP è la nuova politica economica che capisce la necessità politica di accettare che le terre dei contadini siano dello stato solo per una quota.
L’obiettivo dell’assemblea costituente ora non viene più accettata anche perché alle elezioni i bolscevichi non risultano la maggioranza.
Ci sarà una dialettica democratica tra i partiti rivoluzionari, ma nel 1921 si chiudono.
Nel periodo che segue la pace si manifesta una guerra civile che aumenta grazie alla presenta dell’Intesa. In realtà questa presenta non è così dominante dato che le truppe sono stanche di guerra, ma ha una finalità politica e pratica. Inoltre le truppe combattono contro un regime politico che guardano con simpatia.
Si formano delle armate bianche in Ucraina, Siberia e Russia Nord che si uniscono alle truppe anglo francesi. L’intervento dell’Intesa ha un significato di ostilità ideologica contro la Russia, ma è anche legata ad una ostilità relativa alla tutela dei loro investimenti della fine dell’800.
Nel 1920 i polacchi attaccano il potere sovietico per motivi politici e nazionalistici. All’inizio le truppe polacche riescono a sfondare le linee dell’armata rossa che però riescono a riportare i confine al luogo originario. La guerra segna una tappa importante per la relazione tra Russi e polacchi.
In precedenza la Polonia era stata spartita tra l’Austria, la Russia e la Prussia, ma nel 1863 era partita una sommossa polacca. Alla fine della prima guerra mondiale la Polonia si ricompone e tenta di allargare il suo territorio verso est.
Questa spiegazione segna l’odio dei polacchi verso i russi durante la seconda guerra mondiale.
Il periodo della guerra civile è segnato da una forte carestia e da una politica chiamata comunismo di guerra che prevedeva la requisizione dei beni che servono a alimentare lo sforzo bellico.
Tra il 1921-28 la guerra civile finisce ma la Russia è segnata da rovine materiali. Lenin rilancia la produzione agricola e industriale e si accorge della necessità di dare fiato alla produzione.
Si lascia quindi più libertà economica ai contadini e ai piccoli proprietari che si sentono stimolati dall’interesse privato alla produzione.
Per quanto riguarda la grande industria questa viene affidata allo Stato che però non ha ancora una competenza dirigenziale.
Il ritorno ad una economia di mercato dà luogo ad una politica economica liberista che però presuppone una politica repressiva per tenere sotto controllo certi movimenti sociali.
Tra il 1921 e il 1928 si svolge la lotta di successione per prendere il posto di Lenin, che nonostante la giovane età era malato e si assenta dalla politica fino alla sua morte nel gennaio del 1924.
Tra il ’22 e il ’24 la chiara assenza di Lenin dalla scena politica porta alla necessità di pensare alla successione. Negli anni precedenti il gruppo dirigente è composto da tre capi massimi, mentre a livello subordinato stava Stalin.
La lotta per la successione sembra ristretta ai primi tre, ma in realtà è una lotta tra Stalin e Trockij.
In un rapporto al partito comunista nel dicembre del 1922 Lenin redige degli appunti nei quali tratteggia le caratteristiche che deve assumere il suo successore.
Di ognuno dei possibili vincitori tratta un quadro che mette in luce sia gli aspetti positivi che quelli negativi.
Di Trockij si dice che aveva un’origine menscevica; invece di Stalin che è “grossolano”, un difetto importante per un segretario generale e anche per il commissario nel popolo alle nazionalità.
Lenin dà a questo trattato un’impostazione che punta all’analisi delle personalità e non bada invece ai problemi strutturali.
Alcuni difetti di Stalin erano accettati da Lenin , ma ora cominciano a scontrarsi su alcuni punti.
Il vero problema è quanto potere si possa accumulare nelle mani di una sola persona, al di là della visione personale. Lenin sembra non accorgersi di questo fattore.
Concentrare la propria critica sulle personalità significa non vedere il problema del fatto che il problema sovietico era nelle mani di un gruppo dirigente ristretto. In occidente e in Russia già in precedenza si era intuito che sarebbe finita così.
Criticare Stalin senza rendersi conto che il problema si rivolge alla struttura del governo significa non ammettere i propri errori.
Lo stesso tipo di analisi torna nel 1956 quando dopo la morte di Stalin nel 1953, si forma il 20°Congresso del partito comunista guidato da Krusciov. Alla fine del congresso vengono riuniti segretamente i delegati, ma il suo rapporto verrà conosciuto anche in America.
Krusciov sosteneva che Stalin era un criminale, una persona che aveva commesso crimini contro gli oppositori. Non dice però come una persona sia riuscita a prendere potere contro la legalità comunista. Ancora una volta si assiste ad un’analisi della personalità, senza prendere in considerazione la struttura del governo.
Dal 1956 si assiste però ad un cambiamento in Russia che però non riesce a vedere le origini della crisi del periodo staliniano. Questo tipo di potere non viene più esercitato, ma fino agli anni ’80 non si assiste ad un cambiamento della struttura statale.
Si tende però a separare la figura di Lenin da quella di Stalin, siccome Stalin si considerava sia durante il periodo della lotta per la successione sia poi, come successore e erede della teoria leniniana, usata anche come arma contro gli avversari.
Diffonde l’idea di un suo essere fedele discepolo di Lenin.
In realtà il legame tra Lenin e Stalin viene scisso considerando il primo un bravo rivoluzionario e il secondo un crudele scellerato.
Vedere la continuità tra i due vorrebbe dire togliere legittimità al pensiero su quale si basa il potere sovietico e vorrebbe dire togliere liceità alla rivoluzione russa.
Ma Lenin era così diverso da Stalin oppure no?
Lenin aveva scritto cose diverse e contraddittorie; tra le due rivoluzioni aveva pubblicato un libro “Stato e rivoluzione” che proponeva tesi radicali sulla necessità che lo Stato cessasse, perché l’apparato statale sarebbe stato guidato dal proletariato, Questa era la visione marxista della Comune di Parigi della primavera del 1871. Questo esperimento francese però fallisce.
In realtà il libro di Lenin assume caratteri propagandistici; in poco tempo le esigenze del governo e di Lenin stesso gli fanno abbandonare questa idea che si sviluppa prima in dittatura del partito, poi di una fazione e alla fine di una sola persona.
Le esigenze di gestione del potere hanno portato Lenin a legittimare anche provvedimenti repressivi anche di grande rigore. La concezione di Lenin grande rivoluzionario e Stalin dittatore crudele non è più tanto valida. Sotto questo aspetto la figura di Stalin succede il pensiero di Lenin.
Su alcune questioni come quella georgiana hanno idee differenti: Stalin era commissario alle nazionalità e aveva la delega a trattare le nazionalità. Aveva proceduto alla russificazione forzata delle diverse etnie imponendo non solo i governi sovietici, ma tutta la cultura. In questo senso Stalin è il successore dell’autocrazia zarista.
Al di là di questo esistevano somiglianze tra i due anche se si cerca di nasconderle per dare legittimazione alla rivoluzione.
I primi giorni della rivoluzione si svolgono senza morti e senza danni; per molto tempo ci fu quindi simpatia verso la rivoluzione che ora è meno evidente perché dal 1990 sono stati aperti gli archivi sovietici e pubblicate fonti e documenti.
Il testamento di Lenin non ha importanza storica, perché Stalin e Trockij bloccano il testo.
Nel 1928 Stalin è padrone della Russia ed è il periodo della NEP.
Vengono alla luce alcune questioni: in primo luogo la democrazia interna al partito, problema sollevato da Trotzkij che si trova in minoranza nel partito dato che molti passano dalla parte di Stalin. Trotzkij ha quindi bisogno di uno spazio democratico.
Altri problemi sono la situazione internazionale della Russia e il rapporta tra i contadini e gli operai.
Le posizioni dei personaggi politici in Russia spesso sono intercambiabili e alcune teorie nel giro di qualche anno diventano opposte.
La situazione internazionale tende a stabilizzarsi. Lenin pensava che la rivoluzione russa avrebbe fatto da detonatore alla rivoluzione tedesca. Di fatto questa non si verifica, prima si pensa ad un ritardo ma poi ci si rende conto che questa rivoluzione occidentale non si verificherà.
In realtà alcuni moti scoppiano in Europa, ma vengono repressi in fretta.
Trotzkij nel 1905 aveva sostenuto la teoria della rivoluzione permanente, mentre Stalin stabilisce la teoria del socialismo in un solo paese.
Secondo Stalin c’era la possibilità da parte dei sovietici di costituire il socialismo anche in un paese arretrato con l’aiuto della III^ Internazionale (internazionale comunista) del 1919. Questa associazione faceva riferimento ai partiti comunisti i cui aderenti erano rigidamente selezionati e doveva essere il braccio d’appoggio dell’URSS. Diventa uno strumento di politica estera e non di rivoluzione.
Verso la metà degli anni ’20 Trockij elabora la teoria dell’industrializzazione forzata, che poteva avvenire attraverso il drenaggio delle risorse dalla campagna alle industrie, attraverso una politica che era ostile ai contadini.
Lenin aveva sostenuto che i contadini fossero divisi in poveri, medi e ricchi. Con i contadini poveri tutti dovevano essere solidali; i contadini medi dovevano collaborare con il governo, contro i ricchi invece non poteva esserci che la guerra civile.
Il problema che viene dal mondo contadino è la questione agraria, perché avevano interessi personali, avevano idea di avere terra propria Nel 1917 avviene l’abrogazione della proprietà privata, ma il governo lasciava le terre ai contadini per coltivarle. Per Lenin questa situazione era solo temporanea.
I contadini non vogliono la nazionalizzazione delle terre, ma Lenin non è disposto a concedere la proprietà privata , ma se avesse proceduto con la nazionalizzazione avrebbe avuto contro i contadini.
Bucharin aveva l’idea dell’accumulazione delle risorse del mondo agrario, per creare con le tasse le risorse per l’industrializzazione. Questa teoria era quindi contro Trockij.
Kamenev e Zinov’ev si rendono conto che non possono competere con Stalin per avere il potere e quindi si staccano da Stalin per creare un’opposizione unificata con Trockij, che viene sradicata da Stalin nel 1927.
Nel 1928 Stalin diventa capo della Russia e nel 1929 Trockij viene esiliato prima in Siberia e poi in Messico. Le posizioni iniziali di Stalin sono vicine a quelle di Bucharin e crede nell’egemonia degli operai sui contadini dando il via all’industrializzazione forzata.
L’EUROPA NEL DOPOGUERRA
Scoppiano alcune situazioni rivoluzionarie legate alle situazioni politiche che vedono la crisi della legittimità dello stato; cioè quei paesi che escono sconfitti dal conflitto mondiale, la Germania e quel che rimane dell’Impero asburgico.
Anche in Italia sono presenti questi moti rivoluzionari nel 1919-20.
La rivoluzione scoppia in Germania il 28 gennaio 1918 a Kiel, il porto dove aveva sede la flotta militare. Il comandante della flotta avrebbe voluto compiere un attacco suicida contro la flotta inglese verso la fine della guerra. L’idea non è condivisa dai marinai che danno il via ad un ammutinamento e organizzano la divisione della marina popolare.
Intanto la rivoluzione scoppia in altre zone della Germania per esempio in Alsazia e in Baviera dove viene proclamata la Repubblica bavarese.
La rivoluzione è provocata dalla fine della guerra, ma il fatto che avvenga due settimane prima dell’armistizio dà adito a propagande di destra che predicavano la “pugnalata nella schiena” da parte degli esponenti della sinistra.
In Germania sale al governo un capo socialdemocratico accompagnato da 6 membri detti commissari del popolo tre dei quali facenti parte della SPD e 3 della USPD.
Questo governo riceve legittimità in due forme, la prima attraverso i capi precedenti che danno a Ebert l’incarico di formare il governo e la seconda dai RATE, cioè i consigli degli operai e dei soldati che erano come i soviet russi.
In un unico organismo si sommano due forme di legittimazione: una dall’alto e una dal basso.
Il passaggio da una forma di governo ad un’altra è segnata dalle elezioni dell’Assemblea costituente a suffragio universale, secondo una visuale più tradizionalista. (le elezioni sono fissate per il 19 gennaio). Una visione rivoluzionaria invece sostiene di dare tutto il potere ai RATE e creare una democrazia proletaria e non borghese.
Nella settimana della rivoluzione esistevano solo i partiti SPD, USPD e KPD.
In realtà esisteva un altro potere: il quartier generale di Spai in Belgio. Il potere dell’esercito era ancora forte perché era ancora mobilitato e metteva a disposizione dell’alto comando alcuni reparti operativi. Il problema era che la smobilitazione andava fatta in modo ordinato. Il governo si impegna a riportare l’ordine ed evitare la situazione rivoluzionaria e l’esercito assicura il suo appoggio al governo. Questo patto tra Ebert e il generale dell’esercito è uno dei tre patti sui quali si fonda la Repubblica di Weimar. Il primo patto fu quindi tra il governo e il potere militare in chiave antirivoluzionaria, il secondo avrà valore costitutivo. Anche Ebert voleva uno stato democratico, ma non rivoluzionario.
Il governo si regge quindi su un organo come l’esercito che si fonda su valori lontani dalla democrazia. Questo si vede quando il 5 e il 6 gennaio del 1919 a Berlino il prefetto socialdemocratico Eichorn viene rimosso dall’incarico.
Nascono alcune manifestazioni di massa tra le quali un intervento armato da parte di un gruppo di comunisti che occupano alcuni edifici pubblici.
La repressione è organizzata dall’esercito guidato da Noske, che era socialdemocratico, insieme ad alcuni reparti di soldati che durante la smobilitazione erano rimasti in armi e fedeli ai loro ufficiali. Questi reparti, che spesso combattevano anche battaglie private per esempio contro i comunisti, vengono impiegati contro il moto spartachista, che viene fermato dopo una lunga battaglia per le strade. Nel 1928 si parlerà anche di solcialfascismo , cioè i partiti socialdemocratici che non sono ammessi nell’Internazionale, si schierano dalla parte del fascismo.
Il 19 gennaio viene indetta la Assemblea costituente che darà risultati clamorosi. Contrariamente a quel che si vedeva la sinistra non era così maggioritaria. La democrazia di Weimar si fonda sull’accordo tra i socialdemocratici, la DDP (partito democratico tedesco) e lo Zendrum, cioè i cattolici. La coalizione alle elezioni ha comunque la maggioranza.
Si dà quindi vita ad una costituzione democratica, che prende anche in considerazione i diritti sociali.
Nel giro di un anno si tengono le elezioni politiche (giugno 1920) durante le quali la coalizione perde la maggioranza: passa dal 76% al 48%, mentre la destra passa dal 15% al 29% e i comunisti ottengono il 20%.
C’è quindi una situazione di parità con i partiti antisistema.
Dopo il ’20 Il governo ha bisogno nella coalizione democratica anche i partiti critici.
Tra il ’20 e il ’24 c’è instabilità economica e sociale che porta alla radicalizzazione dei processi politici.
Avviene il terzo patto tra Legen, capo degli industriali e Stingers, capo dei sindacati. Questo patto si svolge a novembre 1918 e prevede degli accordi sugli aumenti dei salari, su una maggiore partecipazione dei sindacati nelle imprese e la rinuncia da parte dei sindacati a chiedere la socializzazione delle imprese. Industriali e sindacati si comportano come forze autonome al governo.
Quando le strutture dello stato cedono queste due forze assumono un rilevante ruolo politico e danno il via alla democrazia corporativa o corporatismo.
Tra i patti di Weimar l’unico patto formale è quello politico costituzionale. Il potere politico si regge quindi su regole non formali e questo avviene quando l’assetto complessivo è debole.
Tra i partiti antisistema è presente anche il DAP, il partito da cui prende le mosse Hitler ed è espressione dell’ideologia militarista. Nonostante questo viene visto con disprezzo dagli ufficiali.
Questo è evidente nel 1938 quando alcuni ufficiali comunicano agli inglesi di non cedere a Hitler.
Lettura 4 La rifondazione dell’ordine borghese Maier
Se si considerano gli anni del I^dopoguerra, ci sono state agitazioni, ma anche una continuità dell’ordine sociale. Quello che bisogna capire è come si sia verificata questa stabilità in un periodo di rivoluzione.
Il corporatismo è il passaggio dal potere eletto a forze organizzate. C’è una dislocazione del potere dalla burocrazia alle forze sociali organizzate.
Questo fenomeno è un’innovazione, ma anche una conservazione, perché c’è una tendenza a conservare l’assetto politico prebellico promuovendo una trasformazione per mantenere l’assetto sociale.
In Germania il parlamento, che era il luogo dove tutti gli individui potevano discutere liberamente e cercavano di perseguire il bene comune, ora conta di meno.
Ora esiste una società di massa dove gli individui non sono più liberi, ma diventano parte di grandi organizzazioni. In parlamento ciò che conta sono i partiti e il bene comune viene visto come l’interesse delle organizzazione.
All’interno della società alcuni contrattano i loro vantaggi.
Questi processi esistono anche prima della guerra, ma assumono la loro veste definitiva quando scoppia la prima guerra mondiale e avviene la mobilitazione economica.
Ci sono due risultati: l’integrazione della classe operaia organizzata sotto la supervisione dello stato che avviene in termini diversi i base al paese (in Italia è subordinato al capitalismo e al fascismo); il secondo è il venir meno della distinzione tra settore pubblico e privato durante la guerra.
In Germania l’economia corporatista è evidente, in Italia assume le caratteristiche del fascismo.
Il decennio dal 1919 al 1929 fu una fase cruciale di trasformazione in senso conservatore.
Le classi dirigenti applicano una trasformazione in senso corporatista per mantenersi al potere.
I processi economici e politici possono o essere spontanei oppure interni al processo storico.
Da una parte ci sono processi autonomi per via della guerra, dall’altro le classi dirigenti operano per trarre profitto da queste trasformazioni.
Dal 1920 al 1925 la Germania ha il problema delle riparazioni che i francesi avevano imposto in modo duro. L’adesione al trattato di pace oltre ad essere un problema a livello internazionale diventa un problema interno perché diventa un elemento di scontro non solo politico in senso democratico, ma anche terroristico. Diventa normale la presenta di assassini politici.
Chi faceva parte dello schieramento democratico veniva ritenuto traditore, mentre chi milita tra i terroristi trova simpatie in ampie fasce della società, compresi i magistrati e la polizia.
Uno dei problemi delle riparazioni è l’indeterminatezza della quantità, coloro che volevano investire in Germania non hanno dati a sufficiente. La richiesta era di 132 miliardi di marchi legati al valore dell’oro più una fornitura di carbone e ferro alla Francia.
Le destre che avevano rifiutato di firmare il trattato di pace ora propendono per non pagare i risarcimenti, al contrario esistono due politiche di adempimento, una leale oppure una che vuole dimostrare che la Germania non è in grado di adempiere ai pagamenti.
La politica cambia a seconda di chi detiene il potere: nel 1921 è al potere un cattolico di destra, Wirth che propende per la seconda possibilità, ma alla fine del 1922 sale al potere un governo tecnico, guidato da Cuno, proprietario di una compagnia di navi, che vuole adempiere ai pagamenti.
Nel gennaio del 1923 i francesi assaltano la Ruhr e i tedeschi rispondono paralizzando la vita della Ruhr con una mobilitazione nazionale che arriva fino ad atti di terrorismo.
Bisogna però che questa politica retribuisca questa astensione dal lavoro motivi patriottici.
Lo stato può retribuire questa manifestazione solo o aumentando le tasse o provocando l’inflazione.
L’inflazione assume però dimensioni spropositate, anche se chi ha i beni di prima necessità viene favorito. Chi ha più difficoltà sono le classi medie, impiegate nelle aziende pubbliche e chi aveva capitali in banca. La classe operaia invece se la cavava perché aveva un sindacato forte ed era necessaria per la produzione, anche se gli stipendi non potevano aumentare.
Nell’ottobre del 1923 sale al potere uno dei maggiori uomini tedeschi, Stresemann, che mette fine alla resistenza passiva.
Uno dei risultati di questa manovra è il tentativo di PUTSCH, di colpo di stato del 8 novembre del 1923 da parte della destra. Si tengono riunioni politiche tra esponenti bavaresi, tradizionalmente conservatori e nazionalisti, tra i quali era presente Hitler.
L’idea di Hitler è di fare pressioni sul governo bavarese perché si risollevasse contro Berlino per non mettere fine allo sciopero.
I nazionalisti escono in sfilata e la polizia spara facendo cadere anche Hitler, che viene arrestato ma rilasciato dopo pochi mesi.
Hitler in questo periodo scrive “La mia battaglia”, un libro teorico dove racconta la sua volontà di azione politica. Ai tempi era solo un oratore di piccoli gruppi di destra, ma con la crisi degli anni ’30 diventa un importante esponente politico.
Su questo libro avviene una disputa storica. Una scuola crede che l’odio antisemita che Hitler dichiara nel libro fa pensare ad una premeditazione del genocidio degli ebrei, mentre la scuola funzionalista prevede che odiare gli ebrei è diverso da ucciderli e che quel che è successo è avvenuto come risposta a situazioni storico politiche.
Il golpe di Hitler viene sventato con facilità perché non c’è un accordo tra la destra radicale e quella moderata. Questo avvenne anche nel 1920 quando si era verificato il golpe di Kapp e il governo era riuscito a far rientrare il golpe grazie all’aiuto degli operai comunisti e socialdemocratici.
La situazione instabile si placa in due anni sia a livello politico che economico.
Dopo aver posto fine alla resistenza passiva si cerca di stabilizzare il marco con l’emissione di nuovi marchi garantiti sui beni tedeschi. Inoltre grazie al piano DAWES gli USA penetrano nel commercio tedesco concedendo dei prestiti che consentono alla Germania di pagare i risarcimenti di guerra. Gli altri paesi con questo denaro pagano agli USA i debiti di guerra.
La stabilizzazione economica diventa politica nel 1925 con l’elezione a presidente della repubblica del generale di destra impegnato sul fronte orientale.
IL DOPOGUERRA ITALIANO
Glia anni 1919 e 1920 vengono chiamati “biennio rosso” per l’apparente prevalenza di una presenza di socialisti e di grandi fermenti anche a carattere rivoluzionario.
Il biennio 1921 e 1922 viene definito in contrapposizione “nero” per l’insorgenza dell’ideologia fascista che attraverso l’uso di sistemi legali o meno rompe l’egemonia socialista e si instaura con il regime fascista.
Il periodo tra il 1923 e il 1924 invece porta alle elezioni dell’aprile del 1924 quando viene ucciso il deputato di sinistra Matteotti. Questo assassinio porta dei problemi a Mussolini che ne esce con il discorso del gennaio del 1925 e le leggi fascistissime del 1926 che danno l’avvio al regime.
In questi anni si alternano al potere Vittorio Emanuele Orlando fino al giugno del 1919, poi in ordine Nitti, Giolitti, Bonomi e i due governi Facta.
Nel gennaio del 1919 nasce il Partito Popolare italiano.
In precedenza la presenza cattolica era molto forte in campo sociale, ma in quello politico si era schierata contro lo Stato assumendo una posizione antisistema. Nel periodo tra il 1904 e il 1913 questa tendenza diminuisce gradualmente fino a diventare un’alleanza con i liberali contro i socialisti durante le elezioni del 1913. Anche questa però fu un’operazione conservatrice che continuava la mancanza dei cattolici nella vita politica.
Ora invece i cattolici si riuniscono in un organo di parte all’interno della democrazia. In realtà la situazione democratica dura poco perché all’interno del partito esiste un’ala legata alla concezione gerarchica della politica.
Il programma del partito mischia rivendicazioni cattoliche come quelle contro il divorzio e per la scuola privata, a rivendicazioni più democratiche come la richiesta di un nuovo sistema elettorale.
Il partito popolare nasce per volontà di don Luigi Sturzo, il quale colloca il partito su un piano non del tutto scisso dalla vita ecclesiastica.
Il partito è autonomo rispetto alla Chiesa sia per organizzazione che per principi.
La figura di Sturzo è unificante perché egli è sia sacerdote, sia segretario di un partito.
Inizialmente la Chiesa non si schiera contro il partito perché questo era utile nella guerra contro i socialisti. In realtà la Chiesa crede che il partito sia un’ipotesi perché l’idea fondamentale era quella di creare una società autoritaria e non democratica.
Nel luglio del 1923 don Sturzo si dimette perché la Chiesa preferisce accordarsi direttamente con il fascismo perché condivide l’idea di una società gerarchica e militare.
Il compromesso con il partito porta una politica a favore della Chiesa a volte simbolica e a volte rilevante. Per esempio viene introdotto il crocefisso nelle scuole che assume un valore forte quando nel 1924 si istituisce la festa di Cristo re, un’idea indiretta del governo della nazione da parte della Chiesa; la riforma della scuola “Gentile” che porta l’istruzione della religione nelle scuole….
Uno dei punti di maggiore debolezza del partito è la limitata laicità e la dipendenza dalla Chiesa.
Dopo le dimissioni di Sturzo il partito è preso da De Gasperi.
Un altro elemento di debolezza è la presenza di più anime che hanno idee differenti: c’è la presenza di una corrente capitanata da Miglieri di estrema sinistra e una di destra che finisce per staccarsi e unirsi al fascismo.
Il partito socialista nasce nel dicembre del 1918 e viene attratto dal modello leninista che viene adottato come fine ultimo. In questo modo il partito si condanna a rimanere al di fuori del gioco politico delle alleanze. In realtà all’interno del partito ci sono anche dei riformisti che sono il gruppo più numeroso in parlamento.
La presenza di due idee differenti porta varie scissioni. La prima è la nascita del partito comunista italiano nel gennaio del 1924 a Livorno. Questo avviene perché nel 1920 la III^ Internazionale aveva posto delle condizioni ai partiti socialisti che volevano aderire: o cambiare il proprio nome in partito comunista o espellere i riformisti.
Le condizioni non vengono accettate dal partito socialista e quindi una parte con a capo Bordige si stacca e dà vita al partito comunista.
Nel vecchio partito socialista i riformisti vengono emarginati e si uniscono a formare il partito socialista unitario PSU.
Ci sono però delle contraddizioni all’interno del partito socialista, si voleva la rivoluzione ma non si era preparati e organizzati. Questo si nota nei riguardi della violenza fascista, salvo alcuni casi come a Sarzana nel 1921.
Nel marzo del 1919 nascono i fasci di combattimento con un impasto di istanza socialiste e autoritarie, un miscuglio di rivoluzionarismo e nazionalismo.
I primi momenti non sono molto significativi perché i gruppi fascisti sono pochi e poco organizzati.
Alle elezioni del novembre 1919 infatti ricevono poche migliaia di voti, ma la sopravvivenza è resa possibile grazie al fatto che i gruppi fascisti erano composti da militanti giovani.
Nel corso dell’estate del 1919 viene approvata una nuova legge elettorale proporzionale con scrutinio di lista, cioè venivano presentate liste con un certo numero di candidati e gli eletti erano scelti in base ai voti della lista.
La riforma favorisce i partiti di massa, perché in circoscrizioni più ampie il rapporto tra candidato e elettore era ideologico.
Questo mette in crisi i liberali che si ritrovano con quattro gruppi parlamentari e non dispongono della maggioranza.
Questa legge fu favorita da Nitti il quale voleva essere la cerniera tra i popolari e i liberali.
L’Italia è spaccata in due geograficamente: al centro nord vincono popolari e socialisti, al sud i liberali. Esistono quindi tre classi politiche che non hanno però la maggioranza. Un’alleanza tra socialisti e popolari appare impossibile e l’unica possibilità è l’unione tra popolari e liberali che però dura poco.
Nel 1919 avvengono movimenti sociali che assumono un aspetto quasi rivoluzionario.
Per prima cosa ci furono le lotte contro il caro viveri; la guerra aveva provocato l’inflazione che agiva sui beni di consumo dei ceti più deboli. I ceti popolari urbani assaltano i forni e chiedono il prezzo politico del pane, infatti quando Nitti abolisce il calmiere sul pane cade il governo.
Il quadro di incertezza economica forte è gravato dalla smobilitazione, che fu uno dei motivi dell’impresa di Fiume. Masse ingenti di soldati tornarono a casa e trovarono disoccupazione e una vita nei campi sempre più dura.
Dopo Caporetto erano state fatte delle promesse ai contadini di riforme sociali al ritorno dalla guerra, come per esempio la promessa di nuove terre.
Le forti agitazioni sociali in campo agrario so o tipiche del centro sud e sfociano in occupazioni guidate da associazioni di combattenti e reduci che assumono anche un valore politico come democratici di sinistra. Nel settembre del ’19 un decreto governativo legittima queste occupazioni.
L’altro settore di malessere era quello operaio legato alle tensioni rivoluzionarie, soprattutto a Torino dove vengono teorizzati consigli operai simili ai RETE in Germania.
Questo non è accettabile né per i sindacati né tanto meno dagli industriali.
Nel 1920 avviene lo sciopero delle lancette; gli operai chiedevano di togliere l’ora legale imposta durante la guerra, i padroni si rifiutano e gli operai spostano le ore e vengono licenziati.
Nell’estate del 1920 nelle grandi città industriali come Milano e Torino avviene l’occupazione delle fabbriche per rivendicazioni salariali. Questa occupazione fu armata perché le armi dopo la guerra erano facilmente reperibili.
In questo momento è già in atto il governo Giolitti, il quale gestisce la situazione, che sembrava un atto rivoluzionario che andasse contro la proprietà privata.
Giolitti inizia delle trattative con gli operai e il padronato giungendo ad un accordo salariale e un accordo generico sul controllo da parte degli operai dell’andamento delle fabbriche, tramite una commissione. Questa idea riceve l’appoggio dei sindacati che hanno interesse nell’evitare una radicalizzazione della situazione, per non perdere il potere che avevano acquistato in fabbrica nei confronti degli operai.
Con la fine del 1920 si ha un periodo di svolta che culmina con l’insorgenza fascista.
La crisi del movimento operaio è legata alla crisi economica che fa aumentare la disoccupazione.
Il fascismo però si sviluppa in un’area che non è propriamente industriale, cioè la bassa padana, zona rurale, dopo che termina lo sciopero agrario del bolognese.
Il fascismo prende il via dopo la strage a Palazzo d’Accursio, il municipio di Bologna, governato come la maggior parte dei comuni emiliani da socialisti.
La pressione dell’amministrazione comunale e delle leghe agrarie hanno effetti politici e sociali forti: i socialisti hanno un’egemonia sui lavoratori agrari.
Dal punto di vista amministrativo imponevano tasse ai proprietari benestanti e i proventi venivano dati ai più deboli. Inoltre grazie alla lega agraria vigeva l’imponibile di manodopera che permetteva ai braccianti temporanei di lavorare per un periodo più lungo nell’anno e avere un salario meno misero.
Inoltre era imposto il controllo sulla manodopera e quindi l’iscrizione ai sindacati.
I padroni della zona non erano molto favorevoli al socialismo e cominciarono a finanziare chi poteva sciogliere leghe e municipi rossi.
Dopo le elezioni del 1920 cominciano quindi le scorrerie fasciste che non potevano essere fermate dai socialisti, perché non erano organizzati sul territorio.
Il primo fascismo è quindi agrario, con epicentro nella pianura padana ed è favorito dai proprietari terrieri anti socialisti e dalle autorità statali periferiche.
Il presidente del consiglio Giolitti da una parte chiede ai prefetti di disarmare le bande e mantenere l’ordine, ma usa i fascisti per i propri scopi. La sua idea è quella di usare il fascismo contro i socialisti per rafforzare l’egemonia liberale. Chiede quindi nuove elezioni che si tengono nella primavera del 1921 facendo delle alleanze locali con i fascisti per avere nel partito maggiore organizzazione.
Alle elezioni i socialisti perdono molti voti, anche perché nel gennaio era nato il partito comunista; i popolari guadagnano alcuni seggi, mentre i fascisti entrano in parlamento con 35 seggi, che costituiscono una forte legittimazione al movimento che più tardi diventerà partito con una base parlamentare.
Giolitti abbandona quindi il posto a Bonomi, il quale costituisce un governo debole basato sul patto di pacificazione tra socialisti, sindacati e fascisti. Questo patto stipulato nell’agosto del 1921 serviva ad evitare nuove violenza da parte dei fascisti.
La situazione però deteriora, perché il patto indica una abdicazione dello stato che non è capace di reprimere i disordini interni e inoltre le violenze continuano.
Mussolini accetta il patto per dare una legittimazione al movimento, mentre i RAS, i dirigenti politici più estremisti, non vorrebbero accettarlo. Si trova quindi un compromesso tra le due parti e il 21 novembre del 1921 il movimento diventa partito.
Intanto la crisi colpisce quelle industrie siderurgiche e dell’acciaio che erano state favorite durante la guerra. Insieme alle industrie crollano anche quelle banche che avevano finanziato le grandi imprese.
In particolare fallisce la Banca di sconto, che viene aiutata dall’intervento di Bonomi.
Per questa mossa il governo Bonomi cade e si pensa ad un ritorno di Giolitti, che però viene ostacolato dai popolari i quali non accettavano la politica filofascista di Giolitti e neanche la sua finanziaria che andava a toccare gli interessi del Vaticano.
Alla fine di febbraio si sceglie come presidente del consiglio Facta, un luogotenente di Giolitti. Il primo governo Facta dura fino a che l’ordine del giorno della Camera non vuole cambiarlo per le continue violenze fasciste. Si entra in una situazione in cui l’autorità statale comincia a perdere la sua importanza. Non riuscendo a trovare un sostituto nel luglio del 1922 viene richiamato Facta al governo, ma i socialisti reagiscono proclamando uno sciopero generale che viene fermato dopo 48 ore dalle minacce dei fascisti.
Davanti allo sciopero anche i liberali si schierano con i fascisti provocando una rottura definitiva del partito socialista che si trova diviso in partito comunista, partito socialista e PSU.
Mussolini sa che i liberali lo avevano sostenuto perché il loro scopo era proprio quello di sconfiggere i socialisti e ora la missione era compiuta. Così a metà ottobre Mussolini decide di puntare su Roma sia con trattative politiche sia con la minaccia della violenza.
Mussolini fa balenare l’ipotesi di un governo nel quale i fascisti mantenessero una posizione subordinata, ma in realtà il suo scopo è quello di comandare il governo da solo.
Tra il 27 e il 28 ottobre Facta fa firmare al re lo stato d’assedio e manda la notizia ai prefetti, ma il sovrano non firma il proclama. Questo avviene per diversi motivi, forse Diaz consiglia a re di non far intervenire le truppe a sparare contro gli italiani o forse perché Vittorio Emanuele II vuole coinvolgere i fascisti al governo per evitare una guerra civile. Il re quindi convoca Mussolini che si trova a Milano e lo fa arrivare a Roma. Il giorno 30 entrano a Roma anche le milizie fasciste e Mussolini diventa presidente del consiglio, di un governo al quale partecipano fascisti, popolari e Diaz come garante della monarchia.
Il primo problema di Mussolini è quello di crearsi una maggioranza.
Due elementi testimoniano la presa di potere del fascismo: la creazione del Gran Consiglio del fascismo e della milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Il Gran Consiglio era un organo di partito nel quale confluivano anche altri ministri, per cui diventa una commistione tra stato e partito. Nel 1928 diventerà un organo di stato.
Il fascismo ora può insidiare direttamente la monarchia perché nonostante si riunisca poche volte, si occupa della successione dei Savoia. Potendo cambiare la successione si altera un elemento fondamentale su cui si basa la monarchia, la quale non può più sganciarsi dal fascismo.
La milizia volontaria per la sicurezza nazionale era formata dalle squadre fasciste in divisa, che dava loro un valore ufficiale. Sciolta la guardia regia del 1919 si crea un organismo statale che in realtà è anche di partito.
Rimangono i carabinieri come arma che si riconosce nella monarchia. Durante la crisi del 1943 i carabinieri mostrarono fedeltà al re.
L’esercito viene fascistizzato così come a tutti gli impiegati pubblici viene imposto un giuramento al fascismo. Negli anni 30 l’elemento fondante è la volontà imperialista, ma l’esercito non è pronto.
Anche l’aviazione viene potenziata da Balbo, che organizza la trasvolata dell’Atlantico. Un terzo momento è quello del cambiamento della legge elettorale. Nelle elezioni del 21 il fascismo ottiene 35 seggi, ma sono pochi per un partito che vuole rimanere al governo. Mussolini cambia la legge per avere la maggioranza. Nell’estate del 23 la legge Acerbo decreta la maggioranza di circa due terzi dei seggi per la lista che abbia il 25% di voti a livello nazionale.
Nell’aprile del 23 durante un congresso di popolari Mussolini chiede ai ministri popolari di uscire dal governo. Inoltre fa pressione sul Vaticano per estromette Sturzo il quale si dimette lasciando il partito popolare ingovernabile. Con De Gasperi il partito popolare non conterà più nulla.
I liberali vengono convinti in vari modi, con la promessa di inclusione nelle liste elettorali. Si creano 15 circoscrizioni ma in realtà esiste un’unica circoscrizione nazionale. Nel listone confluiscono i fascisti e i sostenitori. Nella primavera del 21 i blocchi nazionale includevano la maggior parte dei liberali, nel 24 ci sono per la maggioranza fascisti. Questo significa che per il premio di maggioranza i fascisti avrebbero avuto politicamente la maggioranza assoluta.
Per i liberali e i popolari sarebbe difficile unirsi: i fascisti erano l’unico partito organizzato.
Viene creata un’altra lista filogovernativa che serviva a coprire i seggi distribuiti con la proporzionale. Gli altri partiti erano i socialisti unificati, i comunisti: liste di opposizione che contavano poco.
Nell’aprile del 24 i fascisti ottengono il 65% dei voti, questo risultato si spiega con il fatto che gli altri partiti erano divisi al loro interno e non avevano il re dalla loro parte; un elemento fondamentale fu l’uso della violenza durante la campagna elettorale.
Durante la convalida degli eletti il segretario socialista Matteotti denuncia le violenze fasciste e nel giugno del 1924 Matteotti scompare. Alla fine di agosto viene ritrovato il cadavere e si apre un caso giudiziario e politico che fa discutere gli storici. Probabilmente Matteotti viene ucciso non per quello che ha detto ma per la denuncia che vuole fare verso Mussolini.
Quello che è sicuro è che sia un delitto politico e volontario. Il dubbio è sul mandante dell’omicidio.
Si fanno due ipotesi: una che sia stato Mussolini a ordinare il delitto, ma non potrà mai essere confermato; la seconda è l’ipotesi Beckett cioè forse qualcuno vicino a Mussolini ha ritenuto di interpretare certe parole del duce.
Quello che è importante è la crisi politica che si apre con l’omicidio e che mette in grave difficoltà Mussolini per mesi tra il giugno e il dicembre 1924. Si apre una questione morale: è accettabile che il capo del governo possa essere sospettato di aver accettato l’assassinio di un avversario politico?
La risposta è la freddezza dei fiancheggiatori e l’atteggiamento “dell’Aventino” degli oppositori, che si astengono dai lavori parlamentari.
Sembra che l’unico risultato sia la vittoria del fascismo alle elezioni e la morte di Matteotti.
L’unica soluzione della crisi sarebbe stato il ritiro del sovrano, ma questo avrebbe portato ad una crisi politica.
Nelle prime settimane Mussolini rimane come paralizzato, poi nomina ministro degli interni Federzoni, un nazionalista che aveva le idee chiare sull’idea di governo autoritario e che è la garanzia che le illegalità verranno contrastate dal governo conservatore.
La crisi si trascina fino a quando appare un memoriale difensivo di Cesarino Rossi, implicato nel caso Matteotti, sulle “Pagine del popolo”, giornale diretto dal popolare Donati.
Mussolini premuto dalle frange più estremiste chiarisce la vicenda nel discorso del 3 gennaio del 1925 nel quale sostiene che se il fascismo è una banda di malviventi, allora lui è il capo della banda.
E’ chiaro che Mussolini ha in mano la situazione e le opposizioni sono destinate a perdere.
Da un punto di vista politico comincia la dittatura.
L’agibilità politica dei partiti oppositori è minima e la propaganda è a rischio di vita.
Vengono varate alcune norme che innovano la struttura dello stato. Le leggi sulla stampa mettono a rischio di sequestro le pagine che diffamano il governo anche dinanzi all’estero. Il fascismo opera anche per cambiare proprietà, direzione e redazione ai giornali non allineati col regime.
Viene introdotto un podestà che è un funzionario di nomina regia che comanda nei vari paesi al posto dell’organo elettivo.
A Bologna avviene un attentato contro Mussolini da parte di un ragazzo, Zamboni che spara al duce mancandolo. Questo fu il pretesto per il proclama delle leggi fascistissime che sciolgono ogni organizzazione politica e fanno decadere i parlamentari antifascisti. Inoltre vengono presi provvedimenti restrittivi rispetto alla libertà di parola, di movimento…
Viene ordinato un tribunale speciale per la difesa dello stato che ha competenza su alcuni reati e agisce in senso repressivo.
Viene istituita l’OVRA, la polizia segreta che ha il compito di smascherare oppositori o gruppi dissidenti.
Il problema del consenso del fascismo viene affrontato negli anni ’70 dopo la pubblicazione della biografia di Mussolini dello storico De Felice e di un altro volume nel quale lo stesso De Felice afferma che il fascismo aveva avuto un grande consenso da parte degli italiani.
Bisogna guardare al fascismo nelle sue varie fasi: a seconda del momento e dell’ambito si ha la prevalenza della violenza o del consenso.
Durante gli anni trenta ci sono momenti in cui il consenso sembra molto forte.
L’11 febbraio 1919 vengono stipulati i Patti Lateranensi, trattative tra Stato e Chiesa che comportano tre documenti.
Il Trattato prevede la risoluzione della questione romana, iniziata con la breccia di Porta Pia, attraverso la creazione di uno stato indipendente all’interno del territorio della Chiesa: il Vaticano.
Lo Stato italiano stipula un trattato internazionale nel quale riconosce l’indipendenza del Vaticano.
Il Concordato è un documento nel quale la Chiesa e lo Stato decidono accordi comuni su materie di competenza di entrambi. Per esempio si ammette che il matrimonio religioso abbia anche valore civile, si stabilisce il cattolicesimo come religione di stato…..
E’ un documento politico.
La Convenzione finanziaria.
Lettura 7: “Elementi caratterizzanti del fenomeno fascista: il rapporto con i ceti medi”
R. De Felice
Questo brano è l’introduzione di un volume che dà una interpretazione sul fascismo nel 1970 quando l’opera di De Felice era ancora agli esordi.
Il fascismo è visto come un prodotto di circostanze, un fenomeno storicamente e geograficamente ben determinato. A seconda del tipo di fascismo si può estendere il concetto anche a fenomeni europei posteriori.
Se il fascismo è visto come modello sempre attivo si è portati a vedere il fascismo in zone dove non è mai stato conosciuto storicamente, se si rimane entro determinati limiti invece si intendono i regimi in altro modo.
Sono tesi storiografiche che però hanno valore politico.
Il fascismo è un fenomeno concluso che vale per l’Italia e per la Germania e non è possibile attribuire gli stessi caratteri ad altri regimi autoritari.
L’analisi sul fascismo è condotto su un piano sociale e non politico. Si punta l’attenzione sui ceti medi e sul loro ruolo nell’avvento del fascismo.
Nel dopoguerra era avvenuta una proletarizzazione dei ceti bassi della borghesia che fanno aderire i ceti medi ad una linea politica che li risollevi dalla situazione.
La tesi di De Felice vede il fascismo come movimento rivoluzionario che vuole affermare i ceti medi contro il proletariato e la grande borghesia. In questo caso si considera ciò che ha fatto il fascismo come un cambiamento profondo imparentato con il socialismo.
Il socialismo aveva spaventato i ceti medi sia in quel periodo sia per i partiti comunisti che attivavano una politica di convergenza con i partiti radicali dal 1934 dando origine al frante popolare come in Spagna.
All’interno degli anni tra le due guerre non tutti i regimi di destra erano fascisti. De Felice tende a creare una tipologia del fascismo dividendo e distinguendo i regimi politici l’uno dall’altro. Si arriva così a dire che il regime italiano è unico e senza modelli.
Se si selezionano certi elementi il fascismo assomiglia a tanti fenomeni e non può esistere l’antifascismo, se invece si sostiene che esista un solo fascismo con delle differenze interne la storia del XX secolo può essere vista come lotta tra fascismo e antifascismo.
Lo stesso vale per il totalitarismo.
In un regime autoritario classico la popolazione non si deve occupare di politica come durante il franchismo, ma il fascismo tende a mobilitare le masse in uno schema determinato e questa è una caratteristica dei regimi totalitari.
Il fascismo vuole iniziare una nuova era con cambiamenti radicali.
C’è un rapporto diretto con il capo, dialoghi con la folla che danno l’idea della partecipazione politica. Il consenso della massa è molto spesso attivo, spontaneo in alcuni momenti più che in altri, come nel ’29 dopo il concordato con la Chiesa e con la guerra di Etiopia che fa nascere l’orgoglio nazionale di essere una società imperiale.
Secondo De Felice non si può limitare il fascismo solo in chiave antisocialista.
Le caratteristiche del fascismo sono le differenze con gli altri regimi e come il fascismo abbia trovato il consenso. Ciò che spiega queste differenze è la mobilitazione delle masse.
I diversi rapporti con la folla si possono trovare anche in altri regimi, perfino nei governi democratici.
Mussolini non chiede alla popolazione la semplice obbedienza, ma politicizza le masse, mentre gli altri regimi autoritari classici richiedevano solo l’obbedienza.
Il consenso segna la differenza con gli altri regimi ed è ottenuto attraverso il monopolio dei mezzi di comunicazione e con l’uso della repressione.
Lettura 8: “Il fascismo e la grande borghesia” G.Quazza
Quazza era un partigiano del Piemonte che aderiva al Partito d’Azione e dopo la scissione si mantenne su posizioni socialiste.
Fu autore negli anni 70 di “Resistenza e storia italiana” dove critica il comunismo da sinistra.
Questo brano è l’introduzione di un volume di autori vari sul fascismo e la società italiana.
Il brano si apre con l’affermazione che il problema storico debba essere studiato dallo storico e affrontato dal politico.
Bisogna prendere in considerazione un lungo periodo, cioè l’Italia liberale dal 1861 alla prima guerra mondiale, e quella del capitalismo che parte con la rivoluzione industriale.
Inoltre bisogna tenere conto delle forze che intervengono nella lotta per il potere.
Se il 1926 è la data di inizio del regime fascista è difficile da stabilire la data del suo tracollo. Una ipotesi potrebbe essere il 1945 con la dissoluzione delle strutture e il 28 aprile la morte di Mussolini.
Agli inizi degli anni 50 nasce il movimento sociale italiano che recupera la simbologia fascista, come la fiamma tricolore.
Nel settembre del 1943 viene proclamata la Repubblica sociale italiana, quando Mussolini viene arrestato dai carabinieri del re e poi liberato dai paracadutisti tedeschi.
Nel 1943 muore quindi il fascismo legato alla monarchia e nasce un nuovo fascismo repubblicano con forti riferimenti antimonarchici.
La repubblica è detta sociale perché recupera alcuni valori “di sinistra” prima abbandonati.
Tra il 1939-40 scoppia la seconda guerra mondiale e per l’Italia inizia il periodo di non belligeranza.
Il 10 giugno l’Italia entra in guerra dopo il crollo della Francia.
Il momento finale dell’analisi del regime è proprio questo perché la guerra cambia sia le strutture interne al regime che la politica estera.
Nel 1939 il regime fallisce perché perde il consenso ed appare molto strano che questo avvenga proprio per un valore tanto inneggiato nella propaganda, cioè il militarismo.
Nel periodo tra il 1926 e il 1939 ci sono vari elementi che caratterizzano il regime: la repressione, il consenso.
Ci si chiede poi in quale misura il regime fu totalitario, cioè quanto il fascismo non ebbe oppositori e concorrenti al potere e quindi quanto poté dominare sulla società.
La repressione ha assunto caratteristiche diverse a seconda dei vari cambiamenti del fascismo.
Dal 1922 al 1926 c’è una combinazione tra la repressione ordinata dall’alto e lo squadrismo e questo consente al fascismo di stabilizzarsi. Vengono istituiti organi atti alla repressione che non lasciano alcuno spazio agli oppositori che sono costretti o all’esilio, o all’abbandono dell’attività politica, o con la galera. Questo dipende dal tipo di opposizione, se era radicale era punita con la galera, se era potenziale invece con il confino (Levi), o erano costretti a emigrare all’estero: Parigi, Londra (Sturzo), America (Salvemini).
Pochi erano gli oppositori, gli esponenti del partito comunista, che però subiscono una serie di sconfitte e si riuniscono ancora solo dopo il 25 luglio 1943.
Per esempio Rosselli, antifascista non comunista che partecipa alla guerra di Spagna con il programma “oggi in Spagna, domani in Italia”. Verrà ucciso in Francia da alcuni sicari forse so ordine di Roma.
Altri come De Gasperi invece passano in ventennio fascista in Vaticano.
La repressione tocca quelli che hanno a che fare con l’antifascismo storico.
Ci sono infatti due tipi di antifascismo: uno politicizzato e uno esistenziale, che è quello dei giovani che dopo la guerra criticano il fascismo e entrano a far parte della resistenza.
Il fascismo si basò soprattutto sulla repressione, ma non bisogna trascurare il consenso, cioè l’adesione al fascismo dei vari strati della società.
La presa del fascismo sulla società aumenta progressivamente. Prima di tutto la durata del fascismo fa accettare come inevitabile il regime e inoltre il fascismo elabora strumenti organizzativi che inquadrano la società ottenendone il consenso.
Ci sono due momenti in cui questo consenso è più evidente: il 1929 e il 1936.
L’11 febbraio 1929 vengono firmati i Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa e questo comporta attraverso il Concordato un vantaggio per la Chiesa, mentre attraverso il Trattato un vantaggio per il regime.
Con il trattato cade la questione romana e il regime acquista maggior prestigio, ma con il concordato la Chiesa acquista un maggior spazio di manovra. La Chiesa agisce nella società facendo cadere il carattere totalitario dello Stato.
Questo comporta dei problemi soprattutto a partire dal 29 settembre quando si apre una crisi locale a Como all’interno dell’Azione cattolica.
Nel 1931 questo screzio assume dimensioni nazionali.
L’Azione cattolica era un’organizzazione creata nel 1922 con lo scopo di portare la testimonianza cattolica nella società. Era formata da laici, ma anche da ecclesiastici e copriva molte fasce di popolazione dai giovani ai laureati alle associazioni professionali.
Questa associazione interveniva nella società soprattutto nell’ambito dell’educazione e dell’intrattenimento dei giovani.
Il fascismo voleva la sovranità totale mentre i cattolici chiedevano al sovranità di Cristo istituendo per esempio la feste di Cristo re.
Nella richiesta dei cattolici rientrava anche la proposta di evitare da parte delle autorità civili ogni occasione di divertimento. In realtà non era una proposta, ma i cattolici volevano l’impegno dello Stato. Le due mentalità quindi entrano in collisione.
Lo stato proibisce le associazioni dell’Azione cattolica fino a che in settembre si arriva ad un compromesso. Le associazioni vengono suddivise in organizzazioni a livello provinciale per limitare gli spazi di azione.
Gli esponenti più compromessi nelle attività non antifasciste, ma afasciste vengono allontanati, per esempio Montini.
Verso il 1938 si arriva ad una sistemazione soprattutto grazie alla guerra di Spagna che accomuna le due mentalità in una visione anticomunista.
Ma nell’anno 1938 le cose cambiano.
All’interno della chiesa c’era qualche dissenso, ma molto marginale a livello di personalità come Sturzo e don. Primo Mazzolari.
Tra la Chiesa e il fascismo ci sono elementi in comune: l’anticomunismo, la contrarietà ai caratteri di modernità incarnata negli USA, la concezione della famiglia, della demografia e della donna.
La famiglia per esempio è vista dalla chiesa come nucleo della società in senso morale, mentre il regime afferma l’importanza della famiglia per una politica di potenza.
Le differenze si accentuano nei confronti della guerra..
Ma il culmine delle differenze si ha nel 1938 quando vengono promulgate le leggi razziali antisemite.
Nella Chiesa vigeva una concezione antigiudaica, ma solo ideologica.
Le leggi razziali erano un aggravamento di quelle tedesche e questo è un indice dell’egemonia nazista sull’Italia. La chiesa voleva una cattolicizzazione del fascismo, ma non era possibile farlo con il nazismo. La chiesa si stacca dal fascismo nel momento in cui il nazismo si avvicina al fascismo.
Un altro momento di consenso è il 1935-36 quando inizia la guerra di Etiopia. Il 9 maggio 1936 viene proclamato l’Impero. Questo valore della romanità imperiale tanto osannato serve a riscattare le sconfitte dell’Italia liberale.
L’Italia con questa manovra offensiva viene isolata dalla politica internazionale ed è costretta a pagare delle sanzioni decretate dalla Società delle nazioni.
L’Italia non paga le sanzioni e continua la sua offensiva in Etiopia e inoltre sfrutta il motivo delle sanzioni per intraprendere una propaganda che vedeva questo provvedimento come una manovra anti italiana.
Il consenso quindi aumenta quando viene proclamato l’Impero.
L’Etiopia era vista come una valvola di sfogo per la manodopera meridionale in eccesso, ma si rivelò un fallimento perché fu molto costoso in termini militari.
La politica che si attua nella colonia è una politica di repressioni violente, dovute anche al forte sentimento razzista.
Il regime fascista non può essere quindi definito totalitario perché è sottoposto alla presenta opprimente della Chiesa e della monarchia. Anche la monarchia ha un ruolo fondamentale perché incarna i valori della tradizione e gli italiani ne riconoscevano un valore pari al fascismo.
Nel 1943 sarà proprio la monarchia determinare la caduta del fascismo.
La monarchia è vista come simbolo dell’unità dello stato e ha dalla sua parte alcune forze armate come la marina e i carabinieri.
Quando il fascismo si incrina la monarchia torna a fare politica e nonostante il 25 aprile il Gran Consiglio diede la minoranza al fascismo solo l’intervento della monarchia fu decisivo.
Le colpe attribuite alla monarchia sono quelle di aver accettato nel 1922 la marcia su Roma e nel 1938 la leggi razziali; inoltre non si oppose all’entrata in guerra.
Tra il 1943 e il 1946 la monarchia viene attaccata da alcune forze politiche che provocheranno il rovesciamento.
Il fascismo non è autoritario perché cerca la politicizzazione delle masse e non è totalitario perché deve fare i conti con la Chiesa e il re.
LA GUERRA DI SPAGNA
Le fotocopie sono tratte dal libro Le due guerre di Spagna nel quale si trovano alcuni interventi.
Uno è di Nino Isaia e E.Sogno. Quest’ultimo era stato esponente dell’ala monarchica e coinvolto in un presunto tentativo di golpe, una cospirazione antidemocratica negli anni ’70.
Nel 1936 era stato volontario nella guerra di Spagna tra le fila franchiste.
Durante la guerra di Spagna combattono anche truppe italiane mandate dal fascismo e solo in apparenza volontarie.
Sono presenti nell’introduzione di Sergio Romano, ambasciatore italiano a Mosca e ora svolge opera di commentatore delle file del centro destra, i racconti di Sogno e Bonfante. Dopo la pubblicazione dei due racconti si scatena una discussione giornalistica.
Gianni Rocca scrive “Caro revisionista ti scrivo” perché dalla metà degli anni settanta era in atto una rilettura in chiave revisionista della storia. Esistono due forme di revisionismo storico che critica i canoni tradizionali di interpretazione: in primo è legato all’esistenza dei campi di concentramento e viene chiamato negazionismo; altre forme hanno invece valore generale e danno una nuova interpretazione criticando il comunismo.
Rocca rivisita la storia europea e mondiale per controbattere ai revisionisti. L’ambito è apparentemente storico, ma ha un valore politico.
Per il paragone tra i due testi bisogna tenere presente:
- la situazione spagnola prima del ’36
- la situazione internazionale (la guerra spagnola è considerata importante per le situazioni interne come per esempio l’unione tra fascisti e nazisti e la presenza dell’URSS in Spagna)
- il ruolo della Germania nazista e dell’Italia fascista che intervengono fin dal primo momento sia con materiali che con uomini.
- il ruolo della Francia e dell’Inghilterra che non intervengono
- il ruolo dell’URSS di Stalin. Per Romano la guerra di Spagna è iniziata come lotta tra franchisti e antifranchisti e si è trasformata in lotta tra antifascismo e anticomunismo. Anche per chi non era fascista acquistava una valore partecipare alla guerra contro i comunisti.
- Il ruolo di alcune potenze dall’interno della Spagna: Chiesa, anarchismo, franchismo…
- Che valore danno i due testi per descrivere le stragi che sono avvenute nei campi? Dei franchisti contro i repubblicani, degli anarchici contro gli ecclesiastici e dei comunisti (Barcellona 1937) contro anarchici e Trochisti.
- Tesi generali sostenute dagli autori.
La guerra civile finisce nel febbraio del 1939. Nel periodo successivo scoppia la II guerra mondiale. Franco era stato sostenuto dall’Italia e dalla Germania ma non entra in guerra. Se fosse entrato forse il franchismo sarebbe morto con il fascismo nel ’45.
Nel 1940 il franchismo passa dalla neutralità alla non belligeranza.
Nel settembre del ’39 la Germania invade la Polonia e questo non piace a Franco perché la Polonia è un paese cattolico.
Nel ’40 Hitler è sul fronte occidentale e nel maggio i tedeschi arrivano a Parigi. Questo è il momento in cui l’Italia entra in guerra. La situazione italiana è simile a quella spagnola infatti entrambe respingono la Germania che le voleva in guerra dando le stesse motivazioni.
Il 10 giugno 1940 la Germania batte la Francia e Mussolini entra in guerra ma Franco no. Mussolini vuole avere benefici territoriali in un momento in cui la guerra sembrava vinta ma non è così perché l’Inghilterra è ancora integra.
Nel momento in cui l’Inghilterra non cede Franco ritorna alla neutralità.
Il suo atteggiamento è ambiguo: concede copertura spionistica ai paesi dell’asse, ma nel ’43 cerca buoni rapporti con la Francia. Inoltre tratta con la Germania e l’Italia per avere l’Africa del nord perché non vuole sottomettere la Spagna all’egemonia degli altri due stati.
Il regime di franco è cattolico e guarda di buon occhio la chiesa, è interessato alla guerra il 22 giugno 1941 quando l’URSS viene attaccata per battere il comunismo, ma si limita a mandare truppe volontarie.
Il periodo tra il 1945 e il 1947 viene chiamato NOCHE OSCURA perché la Spagna rimane isolata e non viene ammessa all’ONU e i vincitori ritirano le loro rappresentanze politiche.
Il regime non cade perché l’opposizione a Franco è divisa tra repubblicani e monarchici.
L’atteggiamento degli alleati non è antifranchista, ma antispagnolo.
In Italia nel 1935 la Società delle nazioni sancisce una sanzione dopo l’attacco in Eritrea.
Nel 1947 l’alleanza tra USA, Francia, URSS e Inghilterra si sfalda e in Europa c’è posto per una Spagna anticomunista. Si attenua quindi l’isolamento e si ha un riconoscimento da parte della Chiesa che nel ’53 stipula un accordo con il franchismo e nel 55 permette l’accesso della Spagna all’ONU.
A partire dagli anni ’60 si ha una modernizzazione della Spagna attraverso certi processi economici come l’industrializzazione e l’urbanizzazione e una trasformazione della mentalità.
Il regime attenua la sua presa politica perché l’aspetto repressivo diventa meno forte tranne che nella zona comunista dove le repressioni sono ancora forti.
Nel 1973 il capo del governo L.C.Blanco viene assassinato dai militanti dell’ETA.
A livello istituzionale le trasformazioni avvengono nel ’45 con una costituzione che dava diritti limitati e revocabili per motivi di ordine pubblico.
Nel 1975 Franco muore e il regime si sfalda perché era basato sulla sua persona.
A partire dal 1977 la elezioni vengono vinte non più dalla destra, ma dal centro di Suarez.
Nel 1982 le elezioni sono vinte da GONZALES un socialista antifranchista.
Nel 1981 nel parlamento di Madrid Tejero tenta il golpe che però non ha successo.
Nel ’69 Franco elegge un successore Juan Carlos di Borbone. Franco possedeva tutte le cariche istituzionali per cui formula una legge che gli permette di nominare un successore.
Il re, nipote di Alfonso XIII che abbandonò la Spagna in preda alla guerra civile, è fedele alla democrazia.
Il franchismo aveva distrutto le autorità locali, le regioni che avevano una propria identità vennero private della propria lingua . Ora invece la Catalogna ha un’ampia autonomia che è un modello di federalismo.
Romano nel primo saggio regredisce fino al 1931 quando avviene la fuga del re e la proclamazione della Repubblica che adotta una politica radicale che scontenta tutti.
Nel secondo saggio invece si torna indietro di molti più anni. Avvengono in Europa numerosi colpi di stato, per cui secondo Romano, quello del 1936 non è il punto zero della storia di Spagna. Infatti se lo vediamo come punto fondamentale allora il golpe fu un fatto illegale contro un governo democraticamente eletto.
Romano si domanda come mai la storiografia di sinistra che non si è mai preoccupata della legalità delle azioni politiche, proprio su questo punto calca per il golpe franchista.
Romano inserisce il golpe in un sistema più ampio forse per giustificarlo.
Rocca invece si rifà a pochi anni prima del golpe mettendo in rilievo l’illegalità del golpe di Franco, per cui tende a dare un valore periodizzante al 1936. Si asserisce che la storia fino al 1945 sia una lotta tra fascismo e antifascismo.
Romano prende in considerazione le reazioni degli altri stati: l’Italia è presentata come titubante e questo tende a minimizzare l’intervento italiano riducendo tutto al pensiero di Mussolini senza mettere in rilievo l’azione.
Non si parla della Germania nazista.
Si insiste invece sull’intervento dell’Unione Sovietica. Nel maggio del 1937 l’URSS represse le forze anarchiche a Barcellona.
Nel 1939-41 l’URSS copre le spalle a Hitler con il patto di non aggressione, con il quale le due potenze si impegnano a non attaccarsi e l’URSS rifornisce la Germania di viveri.
Questo fu un momento terribile per i comunisti fino all’attacco del 22 giugno del 1922 quando durante l’operazione Barbarossa la Germania attacca la Russia.
L’URSS quindi non è sempre stata antifascista, quindi non c’è sempre stata la lotta tra fascismo e antifascismo e questo fa cadere la tesi di Rocca.
Da questo punto in poi il nemico principale furono i comunisti.
Mario Piranesi dice che si portano le logiche conseguenze la guerra doveva essere antisovietica e accettare l’occupazione nazista dell’Europa. Questa è la politica francese e inglese.
IL TOTALITARISMO
Totalitarismo è un termine che nasce negli anni 20 con la proclamazione del carattere totalitario del fascismo dato da Mussolini, cioè dall’idea che il regime prendesse potere su tutti gli aspetti della vita pubblica.
Negli anni 50 il totalitarismo diventa oggetto di studio e vengono pubblicati due libri: “le origini del totalitarismo” di Anna Arendt, una filosofa ebrea tedesca che vede il totalitarismo nei suoi aspetti storico-filosofici e quindi parla della perdita dell’essenza umana; e il libro di due storici Friedrich e Brerzinski “Dittatura e autocrazia”.
Le analisi del totalitarismo hanno valenza scientifica, cioè creano un modello concettuale da applicare a vari casi per capire se si parla o meno di totalitarismo.
Assume però in alcuni casi valenza ideologica, soprattutto durante la guerra fredda, quando serve a debellare la Russia di Stalin.
Questo secondo aspetto tende a unificare la Germania nazista al regime comunista. Se le democrazie occidentali lottano per contro il nazismo, visto come male radicale, così devono fare contro il comunismo. In questo caso il combattimento non è armato, ma ideologico.
A partire dal 1956, dopo il XX congresso del partito comunista, l’Unione Sovietica è governata da un regime comunista differente da quello di Stalin, ma la Russia è vista ancora come l’impero del male.
Spesso anche il valore scientifico ha risentito di quello ideologico, ma oggi è utilizzato anche da chi non è sospettato di farne un uso strumentale.
Secondo la Arendt il totalitarismo è una forma di dominio di tipo nuovo che non si limita a distruggere le capacità politiche dell’uomo rispetto alla vita pubblica , ma incide sulle relazioni private fino ad arrivare alla privazione dell’io.
Lo scopo del totalitarismo è mutare la natura umana e questo vale sia per chi lo subisce che per chi lo attua perché quest’ultimo non si sente esente dalla possibilità di essere implicato.
Bisogna chiedersi se la disumanizzazione è una finalità o un effetto, se è cioè fatto coscientemente.
Forse nella mente dei dittatori non c’è il concetto filosofico, per cui è un effetto, ma quando il fenomeno tocca punti molto alti, come nei campi di sterminio, c’è volontà e quindi è un fine.
Gli strumenti del totalitarismo sono l’ideologia e il terrore.
Con l’ideologia si spiega io corso degli eventi attraverso il rifiuto di una verifica empirica, si espelle l’esperienza perché questa mostrerebbe la falsità dell’ideologia.
Attraverso l’indottrinamento e il monopolio dei mezzi di comunicazione viene inculcata l’ideologia.
In certi casi l’ideologia monopolizza il campo e reinterpreta l’esperienza come quando negli anni trenta vengono applicate le purghe staliniane ai fedeli comunisti visti come spie dell’occidente.
Nel sistema totalitario l’ideologia è quella situazione che viene portata al massimo livello.
L’ideologia non potrebbe esistere senza l’esistenza del terrore che piega tutti al volere dell’ideologia e serve a mostrare ciò che l’ideologia teorizza.
Il terrore è un elemento particolare dell’ideologia perché colpisce in modo oggettivo, non vengono colpiti cioè gli oppositori, ma coloro che in base alle esigenze del regime sono considerati nemici.
E’ il caso degli ebrei che vengono prima estromessi dai diritti civili e poi eliminati sulla base dell’accusa di essere nemici della razza ariana, senza tenere conto della volontà del singolo.
Questo è evidente in Italia quando dopo le leggi razziali si colpiscono anche quegli ebrei che sono fedeli al regime.
Quello che differenzia un regime totalitario da una dittatura è che nel secondo è possibile interessarsi di politica.
I regimi totalitari hanno caratteristiche simili: un partito unico, polizia segreta, ma non sono monolitici. Questo significa che la volontà scende dall’alto ma non direttamente cioè si passa attraverso centri di potere in lotta fra loro. Il dittatore sceglie chi appoggiare a seconda dell’esigenza politica. Questo è una garanzia per il dittatore che ha sempre una polizia schierata in difesa contro una qualsiasi rivolta militare.
Questo carattere è evidente nel libro di Neumann “Behemoth”. Il titolo si riferisce a un mostro di terra rappresentato da un elefante che è il simbolo della disgregazione della società.
Nel testo dei due storici ci sono analogie e differenze con quello della Arendt.
Si mette in rilievo il monopolio del potere basato sulla tecnologia, radio, stampa che consentono di penetrare nella popolazione: strumenti nuovi usati sapientemente dai regimi totalitari.
Il totalitarismo lavora sull’annullamento della società, tutto diventa politica.
La Arendt lavora sul significato filosofico, sul fine, mentre gli altri sulla descrizione. Nel primo testo si dà importanza al capo carismatico nell’altro no. Inoltre nell’applicazione del concetto di totalitarismo la Arendt è più ristretta mentre gli altri prendono in considerazione anche la Cina e il fascismo.
Negli anni sessanta nasce una critica contro queste analisi del totalitarismo che si basa su tre aspetti: la novità storica, il collegare l’esperienza nazifascista con quella comunista e l’estensione del modello totalitario agli altri regimi comunisti.
Per quanto riguarda la prima critica si portano come esempio alcune situazioni simili a quelle totalitarie come la dittatura a Sparta, ma ci sono caratteri del totalitarismo che sono tipici di un’età moderna.
La possibilità di mettere insieme i vari regimi ha valenza ideologica. Per molti aspetti il comunismo e il nazismo si assomigliano per altri sono opposti.
L’ideologia comunista è rivoluzionaria e si basa sulla libertà, l’uguaglianza e l’eliminazione delle classi sociali, mentre il nazismo predica una società gerarchica e la presenza di un popolo di signori e di popoli che devono scomparire.
Gli scopi sono opposti, ma la prassi per certi versi è simile.
Per quanto riguarda l’ideologia il nazismo può essere considerato peggiore del comunismo, per la realizzazione pratica no perché il nazismo ha mantenuto le sue promesse, mentre il comunismo ha fatto l’opposto di ciò che aveva promesso.
Ci sono poi differenze nella struttura di classe, nell’organizzazione economica.
Il modello totalitario è la rappresentazione semplificata che contiene regole per capire la realtà.
Più il modello è dettagliato, più si addice a un campo ristretto della realtà, più è generale più si può ampliare il campo.
Questo si in senso diacronico, cioè lungo lo scorrere del tempo, sia in senso sincronico, cioè nelle varie società.
Se si inseriscono caratteristiche sulla struttura sociale, ideologica e economica il modello non può valere contemporaneamente per entrambe le nazioni.
E’ ormai condivisa l’idea che non è possibile vedere la continuazione del totalitarismo staliniano nai regimi comunisti posteriori.
Qualche somiglianza si trova al più con la Cina maoista.
LA GERMANIA NAZISTA
Nel 1928 si ha la stabilizzazione della situazione nella repubblica di Weimar. Nel 1928 avvengono elezioni politiche dove il nazionalsocialismo prende il 2.6 % dei voti.
Nel 1933 Hitler diventa cancelliere della Germania.
La crisi del ’29 aveva devastato tute l’Europa tanto che lo scompiglio economico porta a tensioni anche politiche e le persone che prima appoggiavano il sistema caduto si trovano deluse e appoggiano chi ritengono possa risolvere la situazione. E’ infatti evidente che un sistema regge solo se riesce a soddisfare i bisogni della massa.
Ci sono altri elementi che dagli anni trenta rendono fragile la repubblica. Alcuni riguardano il sistema politico ma quello fondamentale è la morte di Stresemann cancelliere e ministro degli esteri. Un uomo capace di catalizzare il consenso.
Da questo momento in poi i cancellieri cercano di governare secondo l’articolo 48 della costituzione che prevedeva che il cancelliere potesse governare anche senza la maggioranza parlamentare.
Si governa quindi solo con l’appoggio del presidente del Reich.
Nel 1925 si tengono le elezioni presidenziali così come nel 1932 e in entrambi i casi viene eletto Hindenburg, ma con coalizioni differenti, prima con una di centro destra e poi con una di centro sinistra. Cambia quindi la situazione politica e si vota un conservatore pur di non votare Hitler.
Dal 1930 al 32 la crisi è parossistica, si radicalizza in modo vorticoso.
Hitler si rafforza attraverso mezzi di intimidazione e squadre di assalto (S.A.) e contemporaneamente con il consenso elettorale.
Durante le seconde elezioni del 1932 c’è un declino della potenza Hitleriana che però favorisce la sua posizione. Gli viene infatti offerto dai conservatori il vice cancellierato che lui rifiuta, così che gli viene conferito il cancellierato il 30 gennaio 1932.
L’elemento repressivo diventa sempre più forte ma per avere ancora più potere si indicono le elezioni del 30 marzo.
Il 27 febbraio brucia il Reichstag, la sede del parlamento e viene accusato un comunista olandese.
Durante le elezioni Hitler non ha la maggioranza ma i comunisti vengono messi fuorilegge per l’episodio dell’incendio e viene così limitata l’opposizione.
Questo consente a Hitler di avere la maggioranza assoluta e di poter trasformare la Germania nel giro di un anno e mezzo.
Hitler considera Mussolini un maestro, ma in questo caso l’allievo supera il maestro.
Comincia la sincronizzazione della vita della Germania sulla volontà di Hitler: vengono sciolti i partiti e i sindacati e si crea la DPA, un organismo statale che raggruppa datori di lavoro e dipendenti con il potere decisionale ancora nelle mani dei centri tradizionali.
Si incominciano a costruire anche i primi lager. In Italia si istituisce i confino e il carcere politico, ma mai campi di concentramento dove internare oppositori, zingari, ebrei, omosessuali e minorati.
Nell’estate del 1934 avvengono due episodi importanti.
Prima di tutto la decapitazione delle squadre S.A. che erano diventate un centro di potere ed erano politicamente poco accettabili perché mantenevano l’idea anti capitalista. Questo metteva in imbarazzo Hitler che per giungere al potere si era servito proprio del potere tradizionale e degli industriali.
Inoltre il gruppo delle S.A. era capeggiato da omosessuali e conteneva all’interno elementi presi dai bassi fondi. Nel giugno del 1934 durante un festino le SS, guardie personali di Hitler uccidono e imprigionano gli esponenti delle S.A. e anche altri oppositori interni.
Hitler in questo modo si libera dei concorrenti interni e si ingrazia ulteriormente le forze armate e gli industriali.
L’altro episodio importante è la morte di Hindenburg nell’agosto. Questo fatto consente a Hitler di sommare la carica di Presidente a quella di cancelliere. Hitler diventa così Führer, parola che significa capo di un gruppo.
Il potere si basa quindi sul principio del capo per cui gli ordini partono dall’alto e si ritrovano nello scontro tra vari centri di potere interni.
La Germania si trova quindi unita sotto un unico capo senza centri di potere alternativi a differenza dell’Italia dove era presente la Chiesa e la monarchia. Nel 1933 la Chiesa firma un Concordato anche con la Germania ma ha un senso difensivo, cioè non cerca di cattolicizzare in nazismo; anzi papa Pio XI con un’enciclica condanna il paganesimo nazista.
Gli ebrei nella società tedesca si trovavano in una condizione di privazione di diritti dalle leggi di Norimberga del 1935. Con il 1938 e la Notte dei cristalli ci fu un assalto alle sinagoghe, alle case e ai negozi ebrei con parecchi morti sul pretesto della morte di un diplomatico tedesco ucciso a Parigi.
La soluzione finale non era ancora stata proposta. Ci sono opinioni differenti su come si sia arrivati all’olocausto. Gli intenzionalisti sostengono che fu una vocazione hitleriana già presente anche prima della guerra, i funzionalisti sostengono invece che fu un fenomeno non programmato, ma spiegabile tenendo conto della situazione storica.
La Germania negli anni trenta ebbe una straordinaria capacità di ripresa dopo la crisi del 1929. Arriva infatti ad una produzione industriale notevole e alla piena occupazione.
Questo miracolo nazista si basa su una economia di guerra. Vengono costruite autostrade con funzioni militari e strategiche e l’economia tesa alla guerra tende a riarmarsi e quindi a produrre soprattutto materiale bellico.
I costi della piena occupazione sono dilazionati nel tempo, la Germania li potrà sostenere solo con risorse future, ampliando il proprio spazio vitale verso est, verso l’Europa orientale e i Balcani.
Questo allargamento fu un progetto anche di Stresemann il quale però prevedeva una contrattazione diplomatica e un allargamento con mezzi economici.
Il progetto di Hitler invece è militare.
L’ideologia del popolo dei signori prevedeva la conquista dei territori a est per avere risorse per la produzione a un prezzo più basso.
Il progetto prevedeva un nuovo ordine per l’Europa unita che comprendesse popoli da schiavizzare (slavi), popoli da eliminare (ebrei, zingari, minorati mentali,..) e popoli alleati (inglesi, francesi).
Nella gerarchia la Germania doveva essere al primo posto in uno spazio eurasiatico.
Bisognava per fare questo predisporre gli strumenti della politica estera revisionando i trattati di pace.
Nell’ottobre del 1933 si stacca dalle Società delle Nazioni (era entrata nel 1926) e questo provoca un indebolimento delle società, che avevano già subito uno smacco dai giapponesi che avevano occupato parte della Manciuria nel 1932 con l’idea di creare uno stato orientale giapponese.
Nel 1935 si fece il plebiscito nella Sahar, regione affidata alle Società e ora ritorna tedesca.
Nel marzo ci fu poi una coscrizione obbligatoria violando il patto che prevedeva che la Germania avesse un esercito limitato e il 7 marzo la Renania viene occupata militarmente sempre contro il trattato di pace.
Nel 1936 la Germania poi partecipa alla guerra di Spagna.
Nel settembre del 1938 si firma il patto di Monaco. Hitler aveva fomentato le rivendicazioni dei Sudeti di un territorio al confine con la Cecoslovacchia. I Sudeti erano trattati democraticamente all’interno di questo nuovo stato, ma con questa richiesta di unirsi alla Germania si crea una crisi che porta alla conferenza di Monaco. A questa conferenza partecipano Italia, Germania, Francia e Inghilterra; rimangono escluse la Cecoslovacchia e l’URSS.
Mussolini viene chiamato per fare da paciere tra le esigenze di Hitler e quelle degli occidentali. Mussolini si schiera con Hitler e qualche giorno dopo i tedeschi occupano la zona dei sudeti.
L’Inghilterra e la Francia sono soddisfatte perché la loro politica consiste nell’assecondare Hitler per evitare un conflitto.
Nel 1938 avviene anche l’annessione dell’Austria. I rapporti nazionali all’interno del mondo tedesco risalgono al secolo precedente quando la Germania vuole unificarsi e tenta di farlo in due direzioni. Una di queste prevedeva l’annessione dall’Austria avendo però una situazione eterogenea.
La linea che si è davvero verificata è la linea della formazione dello stato “piccolo tedesco”.
Il rapporto contrastato della Germania con l’Austria si ripropone prima dello scoppio della I^ guerra mondiale quando è l’Austria a chiedere l’annessione e a prevedere una possibile unione.
Contro questa unione si schiera la Francia.
L’Austria è percorsa da problemi politici che nel 1934 culminano in un tentativo di colpo di stato da parte di nazisti austriaci.
Mussolini mobilita l’esercito al passaggio del Brennero e ritiene inammissibile quest’unione per due motivi: il primo è un motivo strategico infatti l’Austria fa da barriera tra la Germania e l’Italia e il secondo perché il cancelliere austriaco ucciso nel colpo di stato apparteneva alla stessa linea di Mussolini, quella clerico-fascista.
La situazione si placa nel 1938 quando l’Austria viene invasa il 12 marzo da truppe naziste in modo pacifico e il 10 aprile ci fu un plebiscito nel quale la maggioranza degli austriaci votarono per l’annessione.
Mussolini non poteva opporsi a Hitler perché i legami tra le due potenze si erano già intensificati con l’asse Roma-Berlino.
Nel 1938 si realizza qualcosa contro gli interessi sia italiani che francesi. E’ evidente che il panorama interno dell’Europa è mutato.
L’invasione dell’Austria avviene attraverso il plauso degli austriaci perché tra gli austriaci c’è una forte componente filo nazista che facilita l’annessione.
Al patto di Monaco le posizioni di Mussolini e Hitler si allineano e il fatto dei Sudeti è giustificato con l’unione di tutti i tedeschi d’Europa.
La Russia si sente esclusa da un patto stretto tra nazisti e potenze occidentali.
Le potenze occidentali preferirono allearsi a Hitler per evitare una guerra ne questo permette a Hitler di rafforzarsi.
La Germania in quel momento non era pronta per la guerra. L’esercito infatti non condivideva l’idea di Hitler perché era legato al vecchio stato prussiano.
Nonostante la vittoria politica i nazisti non erano considerati a certi livelli della società. Non c’era commistione tra i nazisti e gli alti gradi dell’esercito e le grandi famiglie di industriali.
Ci sono posizioni differenti sulla politica estera Nella visione tecnica e politica si aveva la sensazione che una guerra in quel momento sarebbe stata disastrosa per la Germania Anche per la sua posizione geografica. Non a caso Hitler vuole sconfiggere prima un fronte e poi l’altro ma non ci riuscirà.
Alcuni settori militari vogliono opporsi ma non possono senza un evento esterno.
I francesi e gli inglesi dal punto di vista militare erano rimasti fermi.
Nel 1939 si completa il quadro, Hitler occupa la Boemia, che diventa parte integrante del Reich, e la Slovenia che diventa un protettorato, senza più la giustificazione dell’etnia.
Mussolini non era stato avvertito di questa manovra e così occupa l’Albania nell’aprile con il significato di concorrenza diretta alla Germania per il possesso dei Balcani.
Gli stati occidentali cominciano a far intravedere la possibilità di un atteggiamento duro.
Si stabilisce un patto di mutuo soccorso tra Inghilterra e Francia e Russia che viene portato in lungo perché ci sono punti di vista differenti e la Russia è vista ancora come un pericolo.
Questo è infatti il periodo del rafforzamento russo e il momento delle purghe.
Il 22 agosto 1939 si ha un patto tra il ministro degli esteri russo e quello tedesco, il patto di non aggressione che prevedeva da parte delle due potenze la promessa di non aggressione e l’invio di aiuti da parte della Russia.
A questo punto le potenze occidentali si rendono conto che Hitler potrebbe rivolgersi verso ovest.
L’obiettivo successivo di Hitler fu infatti la Polonia, legata alla Francia dalla piccola intesa, ma soprattutto la città di Danzica e il corridoio neutrale che divide la Prussia dell’ovest da quella dell’est.
Dopo l’invasione della Polonia è chiaro che Hitler non si sarebbe fermato. A questo punto sono in gioco elementi di strategia militare e ci si chiede se sia opportuno fare una guerra per Danzica.
Il patto tra Hitler e Stalin aveva clausole segrete che prevedevano annessione di parte della Polonia e di alcuni stati dei Balcani per la Russia.
I rapporti tra Italia e Germania furono chiariti con il Patto d’acciaio che prevedeva l’aiuto dell’Italia in caso di guerra. Mussolini chiede però chela guerra sia rimandata di qualche anno e che siano mandati aiuti militari all’Italia.
Hitler non rispetta i tempi della guerra ma permetta all’Italia una posizione di non belligeranza.
Quello che Hitler non ha fatto è parlare in modo paritario con l’Italia perché in fondo la Germania pensava di poter fare da sé. Mussolini durante la guerra tenterà lo stesso gioco della guerra parallela attaccando la Grecia.
Il 1 settembre 1939 Hitler provoca un incidente di frontiera e usa questo pretesto per invadere la Polonia e con l’uso della forza prende parte del territorio e parte lo lascia alla Russia.
Il 3 settembre le potenze occidentali attaccano la Germania. Per le prime settimane la guerra è presente solo in Polonia e in un solo campo; sulla frontiera francese no succede niente fino al maggio del 1940.
LA GRANDE CRISI DEL 1929
Gli anni Venti in America sono detti Venti ruggenti per l’espansione dell’attività produttiva dei beni di consumo durevoli.
Lo sviluppo rapido e impetuoso dell’economia ha però basi poco solide, come la compressione dei salari. La produzione aumenta grazie all’aumento della produttività degli operai anche grazie a teorie come il taylorismo. Cresce la produzione ma i livelli salariali sono bassi. La crisi che nasce non è ottocentesca, cioè una crisi di produzione, ma è una crisi di consumo.
Il motivo per cui non aumentano i salari è politico, cioè la paura dei Rossi. Per gli americani di quegli anni tutto ciò che non era cultura americana era comunista. Questo fa sì che forze come i sindacati del CIO vengano repressi.
Accanto alla situazione degli operai si avvicina anche quella dei neri che sono perseguitati da pregiudizi anti etnici.
Proposto nel 1917 entra in vigore solo nel 1920 il 18° emendamento che prevede il proibizionismo. Per legge vengono vietate produzioni, vendite e consumazioni di prodotti alcolici. Questo emendamento è legato alla presenza soprattutto nelle campagne di associazioni evangeliste.
Questa legge voleva un disciplinamento della società, soprattutto degli strati bassi, secondo norme non strettamente politiche
Le motivazioni originarie di tale legge sono il boicottaggio delle industrie di birra con nome tedesco, l’ossessione puritana verso atteggiamenti scandalosi e la solidarietà con i soldati del fronte.
Questa legge incentiva però il contrabbando, la produzione clandestina, il rafforzamento della criminalità organizzata che diffonde la corruzione anche agli organi di polizia.
Questo emendamento da risultati anche politici: alcuni partiti come quello democratico aveva al suo interno sia “secchi” che “umidi”, mentre i repubblicani erano tutti proibizionisti.
L’emendamento viene cancellato nel 1932 quando sale al potere Roosevelt.
Mentre l’industria si allarga l’agricoltura va in crisi a causa della concorrenza delle aree europee in difficoltà.
Questo quadro è dominato da una amministrazione repubblicana dal 1920 al 1932 che è favorevole a un controllo ferreo delle classi subalterne e a un non controllo dell’attività economica.
I repubblicani si trovano in difficoltà quando nel 1929 nasce la crisi.
Il 24 ottobre e il 29 ottobre si ricordano come ilo lunedì e il giovedì nero. Gli indici della borsa di Wall Street scendono in picchiata per parecchio tempo.
Nel giro di pochi mesi la crisi è diffusa in tutto il mondo perché l’economia mondiale è integrata.
La Francia è l’ultimo paese a risentire dalla crisi perché ha un sistema economico arretrato, mentre in area tedesca si fa sentire presto a causa della dipendenza dall’economia americana ancora per i risarcimenti di guerra.
La crisi è borsistica: negli ultimi anni aumentavano le quotazioni di borsa , la ricchezza provoca la richiesta di investimento che fa debitare le azioni. Si ha un ribasso delle azioni che fa scattare le vendite.
All’interno dell’America non ci sono le possibilità di risolvere la situazione.
Il sistema bancario e finanziario non è adatto perché le banche non erano molto grandi ed erano esposte nei confronti delle aziende e quindi sono in crisi di liquidità.
Inoltre non esisteva una banca centrale.
L’industria entra in crisi perché la crisi economica porta i risparmiatori a non comprare ciò che l’azienda produce.
Le classi medie potevano permettersi di acquistare, gli operai no tranne quelli che lavoravano alla Ford che avevano un salario particolare.
A livello internazionale gli USA erano una potenza economica, ma a livello politico no.
Si privilegia ancora la sterlina come moneta di scambio.
Il GOLDEN STANDARD prevedeva l’oro come elemento base di scambi, per cui la produzione di moneta non poteva essere superiore alle possibilità in oro.
Con il GOLDEN EXCHANGE STANDARD lo scambio avviene invece con la sterlina.
Questo presuppone che la sterlina sia forte.
L’economia inglese non può però sostenere questo valore della sterlina perché è difficile vendere i prodotti in altri mercati valutati in sterlina. Il prodotto inglese costa troppo.
Questa situazione porta alla svalutazione delle altre monete ed è l’unico modo di rimanere sul mercato.
Si cerca di proteggere l’economia con protezioni doganali e in questo modo il mondo diventa frazionato in blocchi plurinazionali.
Chi è favorita è l’Inghilterra che possiede un vasto impero coloniale.
Chi non ha colonie o le conquista o ricerca altri mezzi come l’autarchia, cioè produzione di merci in un paese non legate da importazione di prodotti finiti.
I sistemi economici ristretti portano una tendenza all’aggressività sui mercati internazionali, anche in modo militare come avviene tra il Giappone e l’Inghilterra.
L’amministrazione Hoover era liberista tanto da non prevedere un aiuto ai disoccupati in base al sistema di economia del pareggio del bilancio.
L’America è povera sotto questo punto di vista e c’è un paradosso acuto tra i ricchi industriali e le classi povere.
Questo assume valore anche politico perché proprio in questo periodo in URSS entrano in vigore i piani quinquennali e quindi la Russia si trova in una posizione di vantaggio e può mostrare le pecche del capitalismo.
Nell’estate del 1932 avviene in BONUS ARMI: i soldati smobilitati chiedono al governo chiedono il pagamento di una somma per il servizio prestato in guerra. Ma vengono dispersi.
Nel 1932 diventa presidente Roosevelt che non presenta un programma innovatore, ma vince grazie agli errori di Hoover.
Il nuovo presidente inaugura il New Deal, un nuovo modo di intendere l’economia all’interno di una concezione democratica e capitalista.
All’inizio c’è il caos, perché Roosevelt agisce in modo empirico.
Il New Deal fu un tentativo di incentivare il consumo e quindi la produzione con strumenti diversi.
Il NIRA sostiene l’attività dei sindacati per aumentare i salari e si varano provvedimenti per la giusta concorrenza che consente accordi per tenere alti i prezzi.
L’A.A.A. mira alla ricostruzione dell’agricoltura e il TVA lavora nel settore pubblico: i lavori pubblici assorbivano manodopera e modernizzavano zone del paese.
Molti provvedimenti gravano sul bilancio statale ma il presidente non si preoccupa fino al 1937.
Lo stato assume compiti che prima non aveva interviene nel settore economico in modo massiccio. Aumenta quindi il suo potere federale e la burocrazia sia centrale che negli altri stati.
La Corte Suprema si oppone a questi cambiamenti, vengono cassati provvedimenti come l’Aquila blu, un bollino messo sui prodotti delle industrie che aderivano al New Deal.
I membri della Corte erano scelti da ogni amministrazione e restavano in carica tutta la vita.
Roosevelt propone di licenziare tutti i membri oltre i 70 anni con 10 anni di servizio.
Da questo momento la Corte suprema si occuperà di più di questioni riguardo i diritti civili.
Il New Deal ricostruisce la situazione americana con lentezza tanto che la stabilità si raggiunge nel 1940 quando c’è aria di guerra.
E’ servito però per dare fiducia in sé agli americani.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Il 3 settembre 1939 Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania dopo che i tedeschi hanno invaso la Polonia.
I tedeschi sono avanzati dal punto di vista militare: combinano un attacco al suolo con i bombardamenti. I polacchi rispondono con la cavalleria.
La Polonia viene invasa per metà, l’altra parte spetta ai russi.
Intanto l’URSS muove guerra alla Finlandia perché ha bisogno di avamposti per difendere Leningrado.
Sul fronte occidentale non succede nulla fino al 10 maggio del 1940 quando truppe tedesche attraverso il Belgio invadono la Francia. Le armate inglesi e francesi si imbarcano per l’Inghilterra anche con mezzi di fortuna salvando le truppe.
I tedeschi arrivano a Parigi; il crollo di Parigi determina la formazione del governo di Vichy con a capo Petain e come primo ministro Lavalle.
Tutto il territorio francese viene occupato dai tedeschi. La parte meridionale e le colonie sono comprese nel governo di Vichy, la parte settentrionale è amministrata alla parte militare tedesca.
Il 10 maggio viene sostituito il capo del governo inglese Chamberlain con Churchill, un anti comunista oppositore di Hitler.
Il 18 giugno ci fu un appello del sottosegretario della difesa francese a resistere agli oppressori.
All’interno della Francia ci sono quindi tre stati: il regime di Vichy, il territorio occupato dai tedeschi e una congregazione di partigiani francesi, senza territorio.
Il territorio occupato dai tedeschi assunse una particolare autonomia grazie alla presenza di collaborazionisti francesi, che rendono più facili i rapporti con la popolazione occupata.
I governi di collaborazionisti si erano sperimentati anche in Danimarca e Norvegia.
Prima che la Francia sia completamente sconfitta Mussolini, il 10 giugno 1940 dichiara guerra alla Francia con una mossa che risulta essere sbagliata sia eticamente che militarmente.
In primo luogo la Francia era una nazione sorella per l’Italia e in secondo luogo la guerra sulle montagne era svantaggiosa per chi attaccava, tanto che l’Italia rimane sconfitta. Questo doveva far capire che l’esercito italiano non era pronto per una guerra.
Mussolini chiedeva Nizza e la Savoia ma non le ottiene.
A questo punto la Germania credeva di avere il predominio sull’Europa ma l’Inghilterra non era ancora sconfitta.
A Hitler bastava arrivare a una trattativa, ma l’Inghilterra non accetta. Spostare l’esercito tedesco oltre la Manica voleva dire garantire la copertura aerea.
Nell’estate del 1940 inizia una guerra aerea tra Germania e Inghilterra che durerà fino al settembre.
Gli inglesi resistono perché possiedono in radar che individuano gli aerei tedeschi e i tedeschi sbagliano armamento perché sono abituati a combattimenti per terra con coperture aeree.
Questa era una tattica strategica ma non efficace per combattere la contro offensiva.
I tedeschi abbattono per sbaglio un obiettivo civile per sbaglio a Londra e gli inglesi rispondono bombardando Berlino. I tedeschi bombardano allora obiettivi civili a Londra, obiettivi voluti, invece che attaccare gli aeroporti, dando agio agli inglesi.
La Germania si accorge di non avere al superiorità aerea e lascia perdere l’assalto agli inglesi.
Questa mossa è sbagliata, l’Inghilterra consentirà l’afflusso di rifornimenti dei soldati americani.
Il 28 ottobre 1940 inizia anche la guerra parallela italiana. Hitler e Mussolini combattevano dalla stessa parte ma con scopi diversi.
Hitler aveva dato il via alla guerra senza informare Mussolini e aveva invaso la Romania che era una zona strategica. Mussolini in occasione dell’anniversario della marcia su Roma, invade la Grecia rischiando di perdere anche l’Albania. Questo provoca il 6 aprile 1941 l’attacco di Hitler alla Jugoslavia e il bombardamento di Belgrado.
Anche sul fronte africano le cose non vanno bene per l’Italia sia nella cirenaica che nell’Africa orientale.
Le truppe italiane non reggono l’attacco inglese che proviene dall’Egitto. Il modello di guerra prevede l’avanzata del vincitore e l’immediata ritirata per lontananza dai rifornimenti.
Nel maggio del 1940 Addis Abeba viene conquistata dagli inglesi.
Fino al 1941 la guerra fu prevalentemente europea.
Con il 1941 avvengono due fatti: l’operazione barbarossa del 22 giugno 1941 che porta l’attacco tedesco in Russia sfruttando tre direzioni: verso Mosca, verso Leningrado e verso l’Ucraina.
L’avanzata tedesca fu facile e devastante ma si arresta di fronte a Mosca e a Leningrado. Ancora una volta c’è un successo tattico ma non la sconfitta dell’avversario.
Stalin aveva purgato i quadri superiori dell’Armata rossa, che quindi non può resistere all’offensiva. Inoltre non aveva creduto ad una spia tedesca che aveva avvertito dell’attacco tedesco.
La linea russa viene stroncata in poche ore.
I russi lasciano le truppe partigiane nel vasto territorio che i tedeschi avevano devastato, ma non invaso, facendo in modo che sabotassero le retrovie tedesche.
Stalin proclama la resistenza non come guerra comunista, ma come guerra patriottica, riferendosi alla grande madre russa. In questo modo unisce il popolo russo.
L’operazione barbarossa era stata ritardata perché la Germania era intervenuta in Jugoslavia per aiutare l’Italia in Grecia. Il ritardo ha degli effetti devastanti dal punto di vista militare perché prevede l’arrivo delle truppe tedesche in Russia nella stagione delle piogge e del gelo.
I tedeschi creano in Croazia uno stato filo fascista.
Oltre a Creta un altro posto strategico del Mediterraneo era Malta.
Malta era in possesso degli inglesi che impediscono i rifornimenti tra Libia e Italia.
L’attacco alla Russia significa l’apertura di un nuovo fronte di guerra. La Germania pensava di attuare una guerra lampo, ma non riesce a evitare la sconfitta.
La guerra qui non è più di espansione, ma è una guerra contro i comunisti e contro gli slavi, ritenuti sotto uomini e importanti solo come forza lavoro.
Questa è quindi una guerra contro i civili. L’attacco alla Russia fa pensare anche all’eliminazione degli ebrei: i reparti speciali atti all’eliminazione degli ebrei e dei comunisti entrano in Russia e applicano lo sterminio con mezzi primitivi, con la fucilazione.
Le tecniche tedesche di sterminio diventano tecnologiche: vengono utilizzate camere a gas e forni crematori.
Hitler non riesce a prendere Stalingrado. Stalin porta le fabbriche sugli Urali così da avere comunque materiale bellico.
Tra il 1942 e il 1943 le truppe tedesche circondano la città e le forze russe attaccano i tedeschi che non si ritirano. La sesta armata viene distrutta dall’inverno e dai russi.
L’impeto nazista viene fermato e cambia le sorti delle popolazioni alleate contro i nazisti.
Il 7 dicembre 1941 avviene l’attacco di Pearl Harbour da parte dei giapponesi.
Il Giappone vuole estendere il suo territorio in Cina e nel Sud-est asiatico, disturbando gli interesse francesi e olandesi.
Gli USA garantivano la stabilità del Pacifico: i giapponesi vogliono evitare un intervento americano e vogliono un accordo che garantisse al Giappone i due territori. Decidono di rendere inoffensiva la flotta, ma non riescono perché le portaeree americane non vengono distrutte e queste iniziano la contro offensiva.
Nel giugno del 1942 gli USA bombardano le portaeree americane a Midway.
Alla fine di ottobre 1942 sul fronte africano avviene la battaglia di El Alamein durante la quale le truppe italiane vengono sconfitte da quelle inglesi che così possono avanzare.
Dall’autunno del 1942 avviene un momento di svolta per le forze dell’asse fino all’inverno del 1943; è un momento sfavorevole per Italia e Germania.
Nel maggio 1943 l’Italia e la Germania perdono la Libia e la Tunisia. La via per l’invasione della Sicilia è aperta. Il 10 luglio la Sicilia è invasa: le truppe alleate toccano per la prima volta il suolo di una delle due potenze nemiche. Cade il regime fascista.
Attaccare l’Italia aveva un valore politico perché si liberava l’area del Mediterraneo e si poteva puntare sui Balcani, che secondo gli inglesi erano importanti per impedire un’espansione russa.
Questo progetto politico militare non vede d’accordo Stalin che vuole l’apertura di un nuovo fronte che impegnasse la Germania in Europa centrale, per far finire l’attacco in Russia.
Questo fronte viene aperto in Francia, in Normandia anche se il posto migliore sarebbe stato Calais.
Le truppe anglo - americane arrivano fino a Parigi in agosto e proseguono verso la Germania.
In inverno la contro offensiva tedesca viene fermata, nel marzo le truppe alleate entrano in Germania e arrivano fino all’Elba, perché dall’altra parte arrivano i russi.
I russi erano scesi verso i Balcani, l’8 ottobre 1944 avevano preso Belgrado, erano arrivati a Vienna e poi a Berlino dove le truppe tedesche resistono fino alla distruzione sotto ordine di Hitler.
Hitler si suicida il 28 aprile 1944 nel suo bunker e l’8 maggio 1944 finisce la guerra.
Dopo qualche mese avviene il processo di Norimberga.
Sul fronte del Pacifico dopo la battaglia alle Midway, la lotta si fa lunga a sanguinosa. Vengono colpiti gruppi di isole, distrutte e ridotte le difese delle isole vicine così da poter saltare a altri gruppi avvicinandosi verso il Giappone.
La resistenza giapponese si fa fanatica soprattutto per la presenza dei Kamikaze.
Il 6 e il 9 agosto 1944 vengono sganciate le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki che provoca morti e malattie anche a lunghi periodi di distanza.
Ci sono due motivi per cui gli americani scelsero l’arma atomica. Il primo è di carattere militare, cioè per risparmiare vite americane che si sarebbero perse con uno scontro frontale.
Il secondo motivo è per spaventare Stalin anche nell’ambito dell’alleanza. Gli americani vogliono far capire ai russi che hanno l’arma segreta.
Si crea un disequilibrio che viene sanato solo negli anni ’50 quando anche i russi si muniscono di bomba atomica.
L’ITALIA IN GUERRA
Quando l’Italia entra in guerra nel giugno del 1940 contro la Francia e nell’ottobre contro la Grecia, le sorti sfavorevoli sono già evidenti non solo per la superiorità del nemico, ma per l’impreparazione dell’esercito italiano nonostante la retorica fascista.
L’impreparazione non è dovuta al valore dei reparti, ma all’equipaggiamento e all’impreparazione tecnica degli armamenti.
Questo non spiega solo la situazione militare ma anche lo spirito pubblico che non vuole la guerra.
La sconfitta militare agisce sullo spirito guerriero italiano che non fu mai troppo elevato e si trasforma in risentimento verso il fascismo. C’è infatti un0’atmosfera disfattista di preoccupazione verso il regime. Le ristrettezze della guerra opprimono soprattutto i civili. Inoltre fin dai primi giorni cominciano a pervenire notizie dei morti, inizia poi il tesseramento che dimezza le risorse e infine i bombardamenti su alcune città italiane.
La critica verso il fascismo è sollevata dai vecchi anti fascisti, ma molte perplessità si rilevano anche tra i giovani che non avevano conosciuto l’epoca prefascista ma si ritrovavano in età per combattere.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 iniziano alcune agitazioni sociali, come lo sciopero del maggio 1943 a Torino.
La monarchia e gli industriali cominciano a pensare ad un modo per uscire dalla guerra.
Un momento drammatico fu la sconfitta definitiva in Africa nel maggio 1943. Questo permette agli alleati di giungere in Italia: il 10 luglio viene invasa la Sicilia. Questa manovra dà un colpo al regime.
Il 25 luglio si riunisce il Gran consiglio del fascismo, che non si riuniva dal 1939, e si ha un ordine del giorno che richiede il ripristino di una situazione di dittatura non personale e quindi di ridare importanza agli organi statali.
Si trattava di un documento di sfiducia a Mussolini che viene votato e ottiene la maggioranza. Farinacci aveva proposto un ordine del giorno a favore della continuazione della guerra a fianco della Germania, ma non viene accettato.
Il 26 luglio Mussolini si presenta al re che lo destituisce. Il re cerca di evitare reazioni fasciste mobilitando parte delle forze dell’ordine, ma non c’è nessuna reazione.
Il fascismo si era squagliato allontanando anche il timore di una guerra civile.
Mussolini compie alcune mosse sbagliate come porsi a capo della Repubblica sociale: embrione di stato che permetteva ai tedeschi di invadere l’Italia legittimamente.
Mussolini viene catturato dai carabinieri e portato sul Gran Sasso dove il 12 settembre verrà liberato dai servizi segreti tedeschi.
Dal 25 luglio iniziano i 45 giorni fino all’8 settembre.
Il 25 luglio cade il fascismo e se la guerra era una guerra fascista allora doveva finire come il regime. In realtà non era possibile concludere la guerra con un alleato come la Germania, non ci sarebbe stata la possibilità che i tedeschi fossero consenzienti all’armistizio.
Con il 25 luglio sale al governo Badoglio, esponente della casta militare, che instaura un regime che non è fascista, ma neanche anti fascista. È un regime conservatore e militare che per i primi giorni lascia la possibilità di manifestazioni antifasciste e concede libertà ad alcuni prigionieri politici.
Il 26 un proclama del re ribadisce che l’Italia rimane in guerra. E’ una mossa logica e questo i tedeschi lo capiscono tanto che fanno entrare dal Brennero alcune truppe con la scusa di dover rinforzare il fronte meridionale, ma le disloca per intervenire nel momento in cui l’Italia proclamerà l’armistizio.
Nell’agosto iniziano le trattative per l’armistizio. Il generale Castellano viene mandato a Lisbona per trattare alcune condizioni con gli anglo americani, ma questi in base al trattato di Casablanca della fine del 1942 chiedono la resa incondizionata.
Castellano firma l’armistizio il 3 settembre vicino a Ragusa e l’unica clausola è quella che l’Italia uscisse dalla guerra entro il 10 settembre.
I dirigenti italiani non si preparano al momento della proclamazione alla reazione tedesca, perché si pensa che la proclamazione non avverrà prima del 12.
Infatti l’8 settembre avviene la proclamazione e la circolare che doveva avvisare le truppe arriva in ritardo e per di più è ambigua: si dice di cessare gli attacchi ma di difendersi da chiunque.
L’8 settembre l’esercito italiano si sfascia completamente.: non esiste più l’esercito italiano e quindi neanche lo stato. Alcuni soldati tentano di tornare a casa ma vengono catturati dai tedeschi e internati.
Gli IMI, internati militari italiani, sono considerati traditori e vengono trattati con misure durissime nei campi di lavoro. L’unica possibilità di salvezza è aderire alla Repubblica sociale ma pochi lo fanno.
Gli internati invece dagli alleati godono di un trattamento diverso, anche se la prigionia può durare parecchi anni.
L’unico reparto ancora integro è la marina, che avvertita in tempo si congiunge agli alleati.
Avvengono anche casi di resistenza militare: a porta San Paolo il generale Carbone distribuisce armi ai popolani e a Cefalonia la divisione Aqui resiste fino alla distruzione.
Sono resistenze eroiche importanti perché si contrappongono allo sfascio morale e organizzativo dello stato italiano.
Ci sono due interpretazioni dell’8 settembre: per la storiografia resistenziale è la data che segna la fine del regime fascista e l’inizio di uno stato democratico; per altri fu invece un dramma perché non è visto solo come lo sfascio del regime ma anche dello stato italiano e degli italiani. Gli italiani sarebbero quindi incapaci di essere società. Si parla di morte della patria. La conseguenza è quella di vedere i limiti della resistenza, vista come minoritaria. Inoltre se è un fenomeno che riguarda gli italiani il nuovo stato non poteva essere nient’altro se non un proseguimento di qualcosa che attraversava tutta la storia d’Italia. Questo da adito a una revisione politica.
Il 9 settembre la famiglia reale fugge da Roma, arriva a Pescara e da qui a Brindisi dove insieme a Badoglio costituisce il Regno del sud, un’entità statale con a capo la monarchia e al governo lo stesso Badoglio. Questo stato aveva un ambito territoriale limitato.
L’altra parte liberata veniva sottoposta a un controllo alleato soprattutto economico, tanto che viene introdotta un moneta alleata che coniata in grandi quantità porta l’inflazione.
Intanto il 12 settembre i tedeschi liberano Mussolini che viene portato a Monaco dove si erano già rifugiati Farinacci e il figlio del Duce.
Mussolini dà vita alla Repubblica sociale italiana che ha sede a Salò.
In pochi giorni in Italia sono presenti due stati: per la popolazione questo significa scegliere da che parte stare perché entrambe le parti richiedono obbedienza e legittimità.
LA RESISTENZA
La resistenza è un fenomeno militare e politico che si sviluppa in un determinato contesto. Il termine si riferisce a movimenti di opposizione attiva o passiva sviluppatasi in Europa durante la seconda guerra mondiale contro gli oppressori tedeschi e italiani.
La resistenza attiva è quella armata, mentre quella passiva è quella di chi non passa informazioni e aiuti.
La resistenza è presente in tutta Europa contro tutti gli occupanti, anche gli italiani: per esempio in Jugoslavia contro gli italiani combatte una truppa di resistenti.
Alcuni soldati italiani imparano a fare la guerriglia proprio dai partigiani jugoslavi.
Per parlare della resistenza italiana si può prendere come riferimento la data dell’8 settembre oppure risalire più indietro.
Il rapporto con gli alleati condizionerà molto lo sviluppo della resistenza.
A partire dalla fine del 1943 il fronte del Mediterraneo diventa secondario e questo porta a due diverse linee da parte Delfi alleati. Da una parte Roosevelt vuole attaccare direttamente la Germania passando per la Francia, mentre gli inglesi sarebbero favorevoli a un intervento più forte nei Balcani per fermare l’espansionismo russo.
Il fronte di liberazione italiano avanza lentamente : il 9 settembre avviene lo sbarco alleato a Salerno, ma la linea di avanzamento sale a fatica fino alla linea tracciata dai tedeschi che unisce le foci del Garigliano fino all’Adriatico passando per Cassino.
Questa viene distrutta solo nel maggio del 1944 e questa vittoria porta alla liberazione di Roma il 4 giugno 1944. Per qualche settimana l’avanzata diventa più veloce a settembre viene liberata Firenze e nell’ottobre Rimini.
Ma qui gli alleati si fermano sulla linea gotica che unisce Rimini a La Spezia.
Gli alleati si fermano perché la stagione non è propizia e c’è scarsità di truppe.
Nell’aprile del 1945 inizia l’offensiva finale e inizia la resistenza attiva che porta al 25 aprile.
L’avanzamento lento degli alleati porta la possibilità di mantenere la Repubblica sociale italiana nel nord. La parte sud viene liberata quasi subito, quella centrale conosce alcuni movimento di resistenza, ma è la parte nord ha sentire il peso maggiore dell’occupazione fascista.
Alcuni movimenti di resistenza ci sono anche al sud come le 4 giornate di Napoli nel settembre 1943 e la guerriglia in centro Italia.
Dove si muove di più la resistenza anche la parte civile viene influenzata in funzione antifascista.
Per quanto riguarda il rapporto tra resistenza e alleati è necessario dividere gli stessi alleati perché alcune posizioni sono differenti anche all’interno degli stessi stati.
Si può dire che fu un rapporto di cooperazione competitiva o una competizione cooperativa perché gli obiettivi politici e militari non erano sempre gli stessi. Cooperano quindi cercando di ricavare i maggiori vantaggi.
I rapporto non è comunque no paritario: gli alleati erano più forti dei partigiani.
Il settore meridionale era di interesse inglese per interessi legati al commercio che erano stati prima orientali e poi rivolti al canale di Suez.
Lo scopo degli inglesi era di vincere la guerra senza arrivare a nessun compromesso con la Germania contro l’URSS. In Italia l’obiettivo era di provocare un ridimensionamento dell’importanza dell’Italia nel Mediterraneo. Ma questo lo aveva fatto già la guerra prostrando l’Italia e lasciandola senza colonie. Gli obiettivi di guerra degli inglesi erano gli stessi della prima guerra mondiale.
Inoltre chiedevano che l’Italia dopo la guerra restaurasse il regime monarchico di tipo conservatore e filoinglese.
È proprio su questo ultimo punto che parte dei partigiani sono in contraddizione: molti non vogliono un governo conservatore, molti non vogliono un governo monarchico e filoinglese.
Il ruolo dei partigiani è limitato al sabotaggio, all’informazione sullo spostamento di truppe; mentre dal punto di vista militare è condizionato dagli inglesi e dagli americani e non assume valore politico.
Il valore politico della resistenza andava secondo gli inglesi tenuto sotto controllo perché erano presenti comunisti e socialisti insieme ai liberali di Giustizia e libertà.
Esigenza del controllo politico è significativo nell’inverno 1944-45 quando in Grecia alcuni partigiani comunisti si scontrano con i monarchici, aiutati dagli inglesi, e lo scontro culmina con una repressione durissima anticomunista.
La politica degli inglesi è quella del riconoscimento della resistenza e del Regno del Sud, ma il ruolo dell’Italia è quello di cobelligerante senza entrare a far parte dell’alleanza.
L’Italia viene vista come il paese che aveva dato luogo a una dittatura e alla guerra.
La cooperazione significa scambio di risorse sia materiali che non.
Gli alleati passano ai partigiani armi e viveri soprattutto in inverno. Gli alleati fecero un uso politico degli aiuti favorendo principalmente le formazioni più vicine alla loro posizione. Questo porta anche a scontri interni ai partigiani, anche scontri a fuoco.
In cambio di questo aiuto i partigiani facevano attività di guerriglia con lo scopo di tenere occupate le truppe tedesche nelle retrovie.
Per quanto riguarda gli aiuti immateriali si chiedeva lealtà politica. Quello che volevano i partigiani era un riconoscimento ufficiale della forza militare del CLNAI.
Gli oppositori al fascismo durante la guerra si erano riuniti nel CLN, comitato di liberazione nazionale, che riuniva sei gruppi antifascisti con diramazioni locali.
Nell’Italia settentrionale era presente il CLN Alta Italia che chiedeva un riconoscimento politico.
I partigiani avevano paura che gli inglesi non gli aiutassero, per gli alleati la paura era quella di un movimento partigiano che posse estendersi da un punto di vista politico – militare.
Nell’inverno 1944 l’offensiva alleata nel centro – nord si ferma per il Proclama di Alexander interpretato dai partigiani come un segnale di abbandono.
In realtà il proclama fu frainteso per questioni di lingua, ma chiedeva di mantenere posizioni difensive.
Nel dicembre 1944 c’è una missione a Roma di esponenti del CLNAI, tra i quali Pavetta (comunista), Parri (partito d’Azione) e Sogno (liberale).
Il 7 dicembre 1944 si scrivono i Protocolli di Roma. Gli alleati hanno come vantaggio di disinnescare il potere offensivo dei partigiani, ne controllano così la forza militare disarmandoli alla fine della guerra. Pensano che il comitato di liberazione non rimanga dopo la guerra come movimento politico.
Si garantisce quindi che i partigiani dopo la guerra non facciano una rivoluzione.
I partigiani hanno certezza nei rifornimenti e nel riconoscimento del CLNAI come rappresentante del governo di Roma.
Molti ritennero che questi protocolli fossero un tradimento, ma chi aveva chiaro la situazione si rendeva conto che era l’unica cosa possibile.
La resistenza non poteva sopravvivere al di fuori di questa alleanza.
I rapporti della resistenza con la Repubblica sociale era solo di opposizione anche se si era pensato ad una riconciliazione nazionale.
Per quanto riguarda il Regno del sud, intorno alla monarchia c’erano posizioni differenti.
Le posizioni dei partigiani sia combattenti che non è una posizione critica verso la monarchia perché essa aveva dato l’appoggio all’ascesa del fascismo e all’entrata in guerra.
Si apre quindi la questione istituzionale: si vuole la repubblica.
Questa posizione era accettata dalla maggioranza ma era politicamente difficile da sostenere perché c’era ancora un sovrano legittimo ed era l’unica forma di governo presente oltre alla Repubblica di Salò.
Nel giro di qualche mese, nel febbraio 1944 poi il governo del sud si era spostato a Salerno prendendo competenze e territori che rafforzano la monarchia.
Il dibattito che si apre è ampio: i liberali come Croce era favorevole all’abdicazione del re, De Nicola propende per eleggere un luogotenente del re.
A Bari a gennaio del 1944 si tiene un congresso del CLN dove salgono le voci più critiche verso il re, ma visto che sono presenti molte forze politiche ci sono diverse idee che convergono tutte nell’idea di rinviare la questione istituzionale dopo la guerra con un plebiscito.
La posizione di Croce era realista: teneva conto della posizione di un sovrano che si era compromesso e che avrebbe dovuto abdicare per sollevare le sorti della monarchia.
Per cui lo scopo dell’abdicazione per i conservatori e quello di mantenere la monarchia.
Dal congresso invece esce l’idea di abbattere la monarchia e la scelta successiva doveva essere referendaria.
Il 30-31 marzo 1944 si arriva ad una svolta, la Svolta di Salerno, quando giunge in Italia, dopo anni di esilio a Mosca, Togliatti.
La sua presenza riesce a mettere d’accordo i comunisti del nord, delle zone ancora occupate, e quelli del sud, zone ormai libere.
Togliatti infatti chiede unità delle forze antifasciste per combattere contro fascisti e nazisti.
La questione istituzionale viene rimandata nel dopoguerra ma questa volta con la soluzione dell’Assemblea costituente.
Il ritorno di Togliatti è uno dei grandi punti storici perché porta una svolta nella linea politica del partito comunista che avrà forte manifestazione dopo la guerra.
Diventa un partito di massa all’interno delle istituzioni e mantiene una certa ambiguità eliminando però a parte rivoluzionaria.
Il 12 aprile nasce un nuovo governo Badoglio, ma i ministri sono esponenti politici della linea antifascista. È la prima svolta in senso democratico.
Il 4 giugno avviene la liberazione di Roma che costa molte vite, tra le quali Buozzi, i morti delle fosse ardeatine,….
A questo punto Badoglio lascia il governo a Bonomi, un socialista riformista e la luogotenenza regia passa a Umberto. Inoltre viene declamato un proclama che assicura l’Assemblea costituente dopo la guerra. A questo punto inizia una lotta per prendere le posizioni migliori durante la lotta tra monarchia e repubblica.
Alla fine di ottobre in un’intervista al New York Time Umberto dichiara che la questione istituzionale sarà risolta con un referendum.
Proporre un referendum è diverso da proporre una Assemblea Costituente. Nel secondo caso la scelta della forma istituzionale è nelle mani dei rappresentanti del popolo, mentre nella prima è nelle mani del popolo stesso.
All’Assemblea costituente avrebbero partecipato quegli esponenti attivi contro il fascismo, per cui per la maggioranza repubblicani.
Il popolo invece era ancora filomonarchico, soprattutto in quelle aree meno sviluppate e meno toccate dalla resistenza.
Ci fu un altro scontro, quello per l’epurazione dei fascisti.
Togliatti, allora ministro guardasigilli, propose un atto realistico: l’amnistia.
Coloro che erano più radicali avrebbero voluto cambiare profondamente la natura dello stato, mentre altre volevano mantenere intatte le strutture dello stato precedente, anche se significava impedire lo sviluppo dello stato italiano.
In alcuni casi c’è troppo radicalismo, ma alcuni rappresentanti del personale era infido e avrebbe mantenuto uno stato conservatore.
Queste tensioni portano alla crisi del governo Bomoni, ma che poi si ricompone dando vita a un secondo governo Bonomi, dove non sono più presenti i socialisti e il Partito d’azione che non vogliono dare una copertura politica alle strutture conservatrici.
Il partito comunista invece rimane per non venire isolato e represso da un governo sempre più conservatore.
Per quanto riguarda la resistenza essa somma in sé tre forme di guerriglia: una patriottica per la liberazione nazionale dal tedesco, quella antifascista che aveva come scopo il ripristino di una vita politica democratica e una guerriglia sociale con la volontà di cambiare i rapporti di forza attraverso una rivoluzione della società.
Gli obiettivi erano diversi e non sempre sovrapponibili.
Per esempio le formazioni azzurre si oppongono alle trasformazioni sociali, ma lo stesso Togliatti aveva messo la sordina alla rivoluzione.
L’idea di rivoluzioni è legata a gruppi comunisti minoritari, come Bandiera Rossa che non facevano parte del partito.
Il problema si accentua dopo la guerra perché i primi due obiettivi sono stati raggiunti e rimane solo la rivoluzione sociale, soprattutto in Emilia, dove nell’estate del 1945 ci sono forme di repressione contro esponenti fascisti che avevano mostrato avversione verso la rivoluzione.
Si continua la lotta di classe attraverso l’uccisione di sacerdoti, proprietari terrieri……….
Quello che succede va collegato all’azione fascista del 1920. La violenza agraria fascista non era stata dimenticata.
Togliatti non vuole questa violenza e questo vale anche quando verrà ferito nel 1948 e darà ordine di non attuare rivolte.
La resistenza ha visto più soggetti in gioco. Prima di tutto ci fu una resistenza armata e una non armata.
La resistenza armata ebbe tre forme: una sulle montagne, una nelle campagne e una caratterizzata dalla presenta di truppe cobelligeranti con gli alleati. (truppe di Como a Montelungo). Gli americani diffidavano dell’Italia perché credevano che con la pace avrebbero fatto delle richieste.
I partigiani erano divisi in :
Brigate monarchiche, in Piemonte
Brigate Garibaldi che erano reparti comunisti, ma che avevano all’interno anche gente apolitica
Giustizia e libertà, che facevano riferimento al Partito di Azione prodotto nel 1942 da intellettuali intorno ai fratelli Rosselli.
Formazioni Matteotti, composte da socialisti
Fiamme verdi, composte da cattolici e presenti soprattutto nella zona del bresciano.
All’interno delle brigate era presente un comandante militare e un commissario politico che istruiva sugli scopi della guerra.
I mesi di attività partigiana vanno dal settembre 1943 all’aprile 1945 e le necessità primarie erano quelle di trovare un alloggio e trovare cibo soprattutto in inverno. Queste necessità creavano dei rapporti con i contadini che erano sia rapporti di tacita collaborazione sia di resistenza perché i partigiani requisivano loro il cibo.
In casi di furto però le varie formazioni erano rigide, le punizioni erano severe sia per i nemici che per sia per chi trasgrediva all’interno della formazione.
Infatti dove circolavano molte armi anche in forma privata era possibile che si formassero gruppi di banditi che facevano una guerra privata.
Durante i mesi di attività si vede un aumentare e diminuire di numero delle formazioni:
- inverno 1943-44 c’erano 9000 partigiani in armi
- estate 1944 i partigiani erano 80000 – 100000
- inverno 1944-45 erano 50000
- primavera 1945 erano 200000
Questo dipendeva si dal fatto che in inverno era più difficile sopravvivere in montagna, ma l’aumento è dovuto anche dalla chiamata alle armi della Repubblica sociale. I ragazzi avevano due possibilità o diventare repubblichini o diventare partigiani.
Ci sono però altri elementi: l’avanzata degli alleati riduce il territorio partigiano, inoltre si formano anche alcune repubbliche partigiane come in Val d’Ossola, che sono organizzazioni civili affidate al CNL che hanno una durata relativa concessa dai tedeschi. Hanno però un valore politico.
La resistenza si sviluppa prevalentemente in montagna e in campagna, ma esiste anche una resistenza urbana: il GAP. La funzione è di sabotaggio e di uccisione di personaggi tedeschi o italiani della Repubblica di Salò, come avviene nell’aprile del 1944 con Gentile.
Vivere in città da partigiano comportava meno problemi per la sopravvivenza, ma non c’era sicurezza. Inoltre l’attività partigiana si svolgeva in modo più vicino al terrorismo.
Esisteva poi la resistenza non armata che investiva parte del mondo cattolico e della Chiesa. I preti costituivano un punto di riferimento come guida della comunità dove non esisteva un’autorità legittimata.
Agli alti livelli c’era meno esposizione e si evitava di prendere una posizione definita. C’è poi tutta la polemica su Pio XII che non ha neanche una parola sullo sterminio degli ebrei. I collaboratori rispondono che denunciare i crimini tedeschi significava esporre la Chiesa mettendo a repentaglio i cattolici e gli ebrei che avevano trovato rifugio in Vaticano.
Il ruolo della Chiesa durante al guerra fu di compensazione delle violenze in quanto dava un luogo di rifugio a ebrei e antifascisti, In realtà al termine della guerra fece lo stesso con i fascisti i nazisti.
I cattolici a nord prendono posizioni antifasciste maturate di fronte alla guerra: partecipano quindi alla resistenza sia attiva che passiva e costituiscono quell’area in cui i partigiani trovano rifugio.
Il mondo operaio indice alcuni scioperi (marzo 1943, marzo 1944) nati come rivendicazioni di condizioni di vita migliori ma si trasformano presto in rivendicazioni politiche.
Ci sono poi gli internati militari che fanno una resistenza cosciente anche se non armata.
Ci sono però anche forme di passività che coinvolgono parte della popolazione che aspettava che la guerra finisse con i danni minori.
Far finta che non succeda nulla per mantenere i propri agi non è moralmente accettabile.
La neutralità vigliacca si schiera poi con i vincitori per dare voti, una volta ristabilita la democrazia, a chi interpreti meglio l’idea di moderazione.
Questo delude i partigiani che credevano di cambiare radicalmente la società italiana ma questo avviene solo nei pochi mesi in cui Parri diventa Presidente del consiglio. Dopo di che si ritorna a una condizione politica stagnante, dove sono presenti ancora strutture politiche, burocrazia e personale che c’erano nel periodo fascista.
Sul confine orientale esiste una situazione particolare. C’era un’area della Jugoslavia che era stata occupata dagli italiani; nascono così questioni etniche e politiche e tensioni politiche e nazionali tra le formazioni partigiane italiane e jugoslave che portano a sconfinamenti.
In Italia la presenza di bande partigiane comuniste viene identificato come presenza di anti italiani e filojuogoslavi.
Tutto questo va inquadrato pensando a ciò che succede nel 1918 con la propensione italiana a annettere terre slave.
Le tensioni tra i due paesi proseguono fino lla definizione dei confini che porterà alla divisione del territorio tra Italia Jugoslavia in modo che l’Istria rimanga slava. Ma in Istria la maggior parte della popolazione era italiana e quindi si verificano onde di profughi verso Trieste.
Questi profughi hanno la caratteristica di essere nazionalisti e favorire chi vuole l’italianità dell’Istria.
Intanto chi veniva considerato fascista o anche solo italiano veniva ucciso e il cadavere nascosto nel Carso.
Dopo il 1948 quando la Jugoslavia rompe i rapporti con Stalin questi episodi vengono dimenticati.
Non si può però parlare di pulizia etnica perché questa è stata subita per esempio dagli 8 milioni di tedeschi fatti fuggire dall’est verso l’ovest dall’Armata rossa.
La seconda guerra mondiale finisce con 30 milioni di morti tra i quali 18 milioni di russi, 6 milioni di polacchi, 1 milione e mezzo di jugoslavi, 620 mila francesi, 280 mila inglesi, 300 mila italiani, 1 milione e mezzo di tedeschi e 290 mila americani.
Il paese che ha subito più morti è la Russia e questo spiega il prestigio con cui è uscita dalla guerra. La maggior parte di russi e polacchi morti furono civili. In Polonia anche a causa dell’insurrezione di Varsavia dell’agosto del 1944, che non viene aiutata dai russi che pensavano di sottomettere la Polonia. E a causa dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943.
Pere che siano stati i russi ad uccidere gli ufficiali dell’esercito polacco per sopprimere la classe dirigente che poteva opporsi all’annessione della Polonia da parte dei russi.
Nel 1945 la zona occupata dai russi viene affidata ai polacchi perché i russi vogliono i territori orientali della Polonia, ma alla Russia vengono proposti i territori tedeschi.
Quando i tedeschi chiedono la rettifica dei confini la zona polacca rimane russa.
Fine prima parte appunti di storia tutto di tutto
LA CRISI DEL 300
- L’EUROPA AGLI INIZI DEL TRECENTO: I SEGNALI DELLA CRISI
Quali sintomi di un’imminente crisi economica e demografica apparivano in Europa tra la fine del 200 e gli inizi del 300?
- Dopo tre secoli d’espansione e di progresso, nel 300 in Europa cominciarono i tempi duri.
- DEMOGRAFIA: nel 1300 la popolazione europea smise di crescere (70.000.000). i tassi di natalità furono abbassati dai matrimoni posticipati, dagli aborti e dal controllo delle nascite. Dall’altra le carestie e le epidemie operarono sui tassi di mortalità. Esse erano causate dal deficit alimentare (che rendeva deboli), e dal fatto che il difficile approvvigionamento (= rifornimento) mettesse l’uomo in cammino, aumentando la possibilità di contagio. L’aumento della mortalità rese difficoltosa la ripresa produttiva.
- SPAZI: la cristianità, la bonifica di terreni, il dissodamento di terreni, non si espandevano e si andavano arrestando; in certi casi arretrarono addirittura.
- CARESTIE: avvenivano sempre più spesso, ma non erano una novità. Gli storici affermano che anche precedentemente i raccolti erano sovente insufficienti e vi erano delle carenze di cibo. Ma nel 300 la situazione era più grave e le carestie erano seguite da periodi di depressione. La capacità di ripresa dell’agricoltura europea era indebolita.
- COMMERCI: l’espansione commerciale si stava arrestando. Gli spazi percorsi dai mercanti non superavano quelli toccato nel 200.la crisi della politica mongola in Asia e l’attacco dei Turchi rendevano impossibile il commercio con l’Asia.
- TENSIONI SOCIALI: si fecero più forti. Nelle Fiandre, le difficoltà dell’industria tessile sociale, provocò malessere sociale, che terminò in scioperi e rivolte urbane, che si estesero alle campagne. Anche in aree francesi, italiane, inglesi vi furono tumulti. L’origine di essi fu sempre una protesta contro il peggioramento delle condizioni di vita. Spesso questi movimenti presero caratteristiche religiose.
- EDILIZIA: questo settore registrò un rallentamento. I costi aumentavano e molti lavori furono interrotti (es. cattedrale di Narbona). Vi erano dei limiti invalicabili, sia tecnici sia economici.
- LE INTERPRETAZIONI DEGLI STORICI
Quali sono state le principali interpretazioni avanzate dalla storiografia a proposito della crisi del 300?
All’inizio del 300 vi è un diffusa tendenza recessiva in Europa. La sua spiegazione è incerta.
- I FATTORI CLIMATICI: studiosi, recentemente, hanno a loro attribuito una certa importanza. In un’agricoltura di tipo medioevale, anche piccole variazioni del clima potevano avere conseguenze disastrose. Si presume che all’inizio del 300 vi sia stata una piccola glaciazione, accompagnata da pioggia eccessiva, che fece marcire i raccolti (in Europa sett.). Nell’Europa meridionale i problemi sono sorti a causa della siccità eccessiva. Ma certe variazioni possono far male a certe culture e non ad altre; quindi non si può essere sicuri nello stabilire rapporti tra carestie e variazioni climatiche.
- LE CONTRADDIZIONI SOCIALI: studiosi pensano che furono i meccanismi della società feudale ad ostacolare lo sviluppo dell’economia europea. I prelievi forzosi fatti da clero e aristocrazia sui contadini raggiunsero i limiti massimi. La situazione poteva essere sbloccata solo da processi capaci di alterare i precedenti rapporti socio - economici. Questo avvenne nel corso del 300-400 con la decadenza del feudalesimo e la nascita del capitalismo. Hanno ruolo importante le rivolte sociali, che accelerarono il tutto.
- LO SQUILIBRIO TRA POPOLAZIONE E RISORSE: Thomas Robert Malthus (1766-1834) sostiene che le popolazioni tendono ad accrescere più rapidamente delle risorse disponibili, con conseguenti crisi d’equilibrio e demografiche. Gli storici dicono: agli inizi del 300 il sovrappopolamento portò ad allargare le coltivazioni anche su terreni marginali, ma presto anche qui le risorse divennero insufficienti e dato che queste terre erano precedentemente incolte o destinate all’allevamento, si ridusse l’apporto che i prodotti selvatici fornivano all’alimentazione e il concime. Diminuirono le rese agricole e i prezzi di questi prodotti aumentarono, tanto che la gente dovette spendere l’intero reddito in alimentazione. Così calò la produzione manifatturiera e crebbe la disoccupazione. La caduta demografica sarebbe il modo per riequilibrare il sistema e porre le condizioni per la spinta propulsiva dei secoli successivi. Questa è la spiegazione più condivisa, anche se non tiene del tutto in piedi. Ceto è che la depressione demografica fosse già avviata all’inizio del 300.
- LE GUERRE: storici pensano che siano le guerre ad aggravale le difficoltà dell’economia europea, anche se pure queste non erano una novità. Comunque nel 300 le guerre furono più lunghe e sovente del solito (es. guerra dei 100’anni fra Francia e Inghilterra). Queste guerre furono per la maggior parte combattute da soldati mercenari, che saccheggiavano le regioni conquistate e che si trasformavano sovente in briganti. Specialmente nelle campagne il passaggio degli eserciti era una sciagura da cui non era facile risollevarsi.
- LA PESTE
Cosa fu e quali ripercussioni ebbe l’epidemia di peste che si abbatté sull’Europa alla metà del 14° secolo?
Il morbo della peste proveniva dalle regioni centrali dell’Asia e si diffuse rapidamente in tutta l’Europa e nel Mediterraneo dalla primavera del 1348. Ebbe effetti devastanti. La popolazione europea diminuì del 25-30% in pochi decenni.
- INCIDENZA GEOGRAFICA: accanto a regioni che furono quasi totalmente spopolate (Italia centro-sett., Francia meridionale, Germania, Inghilterra), ve ne furono altre nelle quali la mortalità non superò di molto i livelli consueti (Lombardia, Boemia, Polonia).
- INCIDENZA SOCIALE: la peste fece le sue vittime specie fra le popolazioni povere, nei conventi e nei monasteri, dove il concentramento di gente era maggiore e molte persone vivevano in comune.
- INCIDENZA PER FASCE D’ETA’: i bambini e i giovani erano i più esposti (per maggior fragilità ma anche per la disgregazione della famiglia); di conseguenza, la stabilità di demografia che vi era, crollò in disastro.
- LA NATURA DELLA PESTE: solo oggi si sa cos’è la peste. È una malattia dovuta a un bacillo che si riproduce nei roditori. Le pulci che mordono i roditori, mordono anche l’uomo, contagiandolo con il sangue infetto e trasmettendogli la malattia. Dopo un paio di giorni di febbre e dolori, compaiono dei bubboni nelle zone delle ghiandole linfatiche (“peste bubbonica”). Può dar luogo a infezioni polmonari (“peste polmonare”), che si possono trasmettere da uomo a uomo (la peste bubbonica no).
- LA SCIENZA MEDICA DINANZI ALLA PESTE: tutto questo la medicina del 300 non lo sapeva. Si pensava che la peste fosse provocata da una corruzione dell’aria, dovute a sfavorevoli combinazioni astrologiche. Gli interventi terapeutici erano inconcludenti o controproducenti (diete, salassi, purghe…). Si pensava addirittura che la peste fosse causata da stati d’ansia eccessivi. L’unica precauzione davvero utile era quella di fuggire via dai luoghi infetti.
- L’INTERVENTO DEI POTERI PUBBLICI: anch’essi decisero di intervenire individuando nell’isolamento degli individui già colpiti la misura essenziale.
- LA RISPOSTA POPOLARE: dinanzi alla peste prevalsero due atteggiamenti:
se si considerava la peste un castigo di Dio, per salvarsi bisognava fare penitenza (ricordiamo il movimento dei flagellanti);
se si considerava la peste un dono del demonio, si doveva individuare coloro che su suo incoraggiamento propagavano il morbo, e colpirli senza pietà. La cristianità riconobbe questi come musulmani, eretici, ebrei. Sullo scenario della morte nera vi furono i primi roghi.
- I RIFLESSI DELLA PESTE SULLA CULTURA: la peste influì nella fantasia del popolo e influenzò le rappresentazioni artistiche. Cessò la fiducia nelle capacità umane. Si ebbe l’invenzione del macabro. Gli scritti e i dipinti abbondarono di richiami ai temi della sofferenza, della morte, della fragilità di ogni bene terreno. Anche la rappresentazione di Cristo in croce, rappresentava ora la sofferenza. La figura del diavolo divenne più grottesca. Restava nell’ombra il tema della morte come passaggio verso il regno dei cieli. Gli uomini che erano sopravvissuti alla peste avevano un accentuato attaccamento alle gioie terrene, che si ricerca in molti modi.
- LE CONSEGUENZE DELLA CRISI DEMOGRAFICA NELLE CAMPAGNE
Quali furono le conseguenze della crisi demografica sulle strutture agrarie e sulle popolazioni rurali?
Il crollo demografico ebbe conseguenze importanti.
- I VILLAGGI ABBANDONATI: scomparvero molti villaggi (percentuale degli insediamenti abbandonati è del 30-50%), specie in Germania, Inghilterra, Italia merid. Le cause furono: nei villaggi spopolati dalla peste, i pochi sopravvissuti emigrarono in centri meno colpiti; la disponibilità di terreni redditizi, appartenenti a defunti, fa abbandonare i terreni meno fertili; il passaggio degli eserciti spinse a recarsi in località più sicure; molte terre coltivate furono destinate ad allevamento.
- ARRETRAMENTO DELLE COLTURE: le terre meno fertili furono restituite all’incolto, sono abbandonati gli insediamenti rurali (= agricoli).
- ANDAMENTI DI PREZZI E SALARI: dopo la peste vi furono fasi di generalizzato rialzo di prezzi, perché aumentò la disponibilità di moneta pro capite. La mancanza di manodopera fece aumentare i salari. Solo il prezzo dei cereali registrò un declino (a causa della diminuzione di domanda). I prezzi d’altri generi alimentari e della manifattura continuarono a salire (a causa di un tenore di vita più alto e di un aumento della domanda dei beni di lusso). Il miglioramento della dieta alimentare fu la base della ripresa demografica della metà del 400.
- TRASFORMAZIONE DEL PAESAGGIO AGRARIO: a causa dell’elevato costo della manodopera e della minore redditività dei cereali, molti terreni furono destinati alla coltivazione di piante d’uso industriale (canapa, lino, robbia…). Nell’allevamento si diffuse la pratica della pastorizia transumante (=mobile).
- LA CRISI DELLA SIGNORIA FONDIARIA: la trasformazione del paesaggio agricolo portò a modificazioni nei rapporti sociali e ad un’acutizzazione dei conflitti. La signoria fondiaria subì una riduzione dei redditi (cause: costo manodopera, carico fiscale, ribasso cereali…). Molteplici le reazioni.
- ESPANSIONE DEI LATIFONDI: dove non c’erano città che proteggessero i contadini e il potere monarchico era debole, i signori legarono con più forza i servi alla terra (pene per i fuggitivi, censi e corvée maggiori). Ciò accadde prevalentemente nell’Europa orientale. Le vaste aziende agrarie formatesi erano destinate a prosperare per secoli. Anche in Italia merid. e nella Penisola Iberica, dove il potere politico era debole, vennero a formarsi dei grandi latifondi.
- ALTRE RISPOSTE DEI PROPRIETARI FONDIARI: in alcuni casi i proprietari, per valorizzare le loro terre, le diedero in affitto ai contadini in maggior quantità e a condizioni più favorevoli che in passato (specialmente per gli appezzamenti meno redditizi). Gli affitti servivano per migliorare la conduzione dei terreni più redditizi. Nell’allevamento cominciarono a recintare le terre. Altri proprietari aumentarono le esazioni cui erano assoggettati gli abitanti della campagna. I censi pagati dipendevano dell’amministrazione della giustizia locale, dai monopoli e dalle privative, dalle imposte sui consumi. Dove i signori avevano meno potere, le terre furono messe in vendita. Aumentarono così le terre dei cittadini (cioè quelle non gestite attraverso rapporti servili). In Toscana e Francia, si diffuse l’appoderamento (raggruppamento d’appezzamenti in un’unica azienda gestita da una famiglia di contadini residente in una dimore rurale isolata) e il contratto di mezzadria (il proprietario riceveva metà prodotti). Nell’Europa occidentale la servitù scomparve e i ceti signorili allentarono il loro controllo diretto sulla terra e sui lavoratori agricoli, puntando più sulla rendita fondiaria che sulla gestione in prima persona delle aziende. I ceti signorili andarono cercando altre fonti di reddito (amministrazione statale, attività militari).
- LE RIVOLTE CONTADINE
Quali motivazioni e quali caratteri ebbero le rivolte contadine che si ripeterono tra il 14° e il 15° secolo?
In questo periodo nelle campagne europee vi furono molte rivolte contadine, anche se non erano una novità. La spiegazione non è semplice perché comunque nel 300 le condizioni dei lavoratori rurali non peggiorarono.
- LE CAUSE DELLE RIVOLTE: la crisi si era fatta sentire anche sui piccoli proprietari indipendenti con conseguenza che crebbe il numero dei contadini privi di terre proprie. La risposta signorile alla crisi alimentò una difesa delle “antiche” consuetudini da parte dei contadini. Tutte le ultime trasformazioni avvenute inoltre provocavano una sensazione di precarietà e incertezza. Si aggiunse a ciò l’aggravio della pressione fiscale da parte dei principi e per il finanziamento delle guerre e delle distruzioni provocate dalle vicende politico - militari.
- RIVOLTE IN FRANCIA: scoppiò nel 1358 ed ebbe grandi dimensioni. Dopo che la cavalleria francese fu sconfitta dagli inglesi (1356 – Poitiers -), il Delfino (primogenito figlio del re) – futuro Carlo V – aveva convocato gli Stati Generali per ottenere i finanziamenti per la guerra. A capo della borghesia, Etienne Marcel, chiese in cambio di nuove tasse, maggior potere. La tensione tra il Delfino e la popolazione parigina, scoppiò nel 02/1358 in un’insurrezione popolare. Nelle campagne dell’Ile-de-France scoppiò la rivolta contadina. La rivolta contro i signori, perché non avevano protetto i cittadini, assunse tono spaventosi. Gli Jacques francesi (contadini) saccheggiavano e uccidevano. La ribellione dilagò al Nord del paese, ma non saldandosi con il movimento della borghesia parigina, fu repressa. Marcel fu assassinato e il principe e la borghesia ristabilirono il loro potere.
- TENSIONI SOCIALI IN INGHILTERRA
- RIVOLTE IN GERMANIA
- I RIFLESSI DELLA CRISI SULL’ECONOMIA E SULLE SOCIETA’ URBANE
Quali furono le conseguenze della crisi trecentesca sulle strutture economiche delle città e sulla configurazione delle società urbane?
- CADUTA DELLA PRODUZIONE “INDUSTRIALE”: vi fu una riduzione della produzione manifatturiera a causa della riduzione della popolazione, dell’aumento dei prezzi e dei salari, da difficoltà economiche. Ogni città cercava di proteggere il proprio mercato adottando politiche protezionistiche.
- FALLIMENTI BANCARI: già agli inizi del 300 alcune compagnie finanziarie toscane fallirono (Bonsignori, Scali…) con conseguente fallimenti di case commerciale e botteghe artigiane (aumenta la disoccupazione). Causa del fallimento sono i prestiti fatti ai sovrani europei, mai estinti.
- PENURIA MONETARIA: nella seconda metà del 300, si esauriscono le miniere d’argento europee e vi sono difficoltà di rifornimento d’oro (Africa), e vi è una carestia monetaria. Ciò diminuì i prezzi e lo stimolo a produrre e a commerciare. Sorgono violenze verso i mercanti stranieri, accusati di fare raccolta di monete pregiate.
- TRASFORMAZIONI NELL’ECONOMIA URBANA: il declino di certi settori s’intrecciò con il progresso di certi antri; alle vecchie forme economiche se ne sostituirono di moderne, di un nascente capitalismo.
- la decadenza della produzione laniera sollecitò la produzione d’altri tessuti meno costosi che utilizzavano la lana spagnola al posto di quell’inglese, o il cotone orientale. Ciò avvenne soprattutto nei centri minori. Importante fu la diffusione del lavoro a domicilio. Ciò portò alla specializzazione e alla divisione internazionale del lavoro.
- In Inghilterra si sviluppò la produzione di panni di lana.
- Si espanse la produzione d’articoli di lusso (tessuti in seta, broccati…). Ciò accadde ad Arras (arazzi).
- Nel settore edilizio si costruirono palazzi più grandi e ricchi. Aumenta il divario tra le classi sociali (è un motivo d’insicurezza).
- Le guerre stimolarono la nascita dell’industria metallurgica (produzione armi). Importante per questo la Lombardia.
- TRASFORMAZIONI DEL COMMERCIO: il declino d’alcune arre commerciali, segnò la fortuna di certe altre, e il perfezionamento delle tecniche mercantili (es. decade la Fiera della Champagne e nascono nuovi centri commerciali a Ginevra e Lione). Le fiere furono superate dalle sedi fisse e dalle filiali delle grandi case commerciali. Il mercante è diventato “sedentario” ed usa tecniche più sofisticate (assicurazioni, mezzi di pagamento, trasferimento merce e capitale…). Decaddero le città anseatiche ed ereditarono quelle olandesi. Peso ha ed avrà anche la penisola iberica (tecniche nautiche, navi di stazza più grossa…).
- IL MALESSERE SOCIALE NELLA CITTA’. POVERTA’ E RIVOLTE
Quali furono le manifestazioni del disagio sociale diffuso nelle aree urbane?
- I POVERI: nelle città medievali ci furono sempre molti poveri. Nella metà del 300 la situazione peggiorò (causa: trasformazioni economiche). Il flusso degli abitanti verso le città andava sempre aumentando, complicando i problemi annonari e sanitari. La massa dei poveri comprendeva: vecchi, ammalati, vedove, orfani, infortunati, disoccupati. Vi erano i “poveri vergognosi” (si vergognavano a chiedere l’elemosina) che solitamente erano lavoranti… caduti in miseria.
- POVERTA’ E ORDINE PUBBLICO: i poveri erano una minaccia per l’ordine pubblico. Il loro comportamenti (al limite della legalità), spesso finiva in rivolte. Le classi dirigenti o avevano pietà o usavano la forca. Cioè vi fu una miglior organizzazione dell’assistenza ma anche una più severa politica di sorveglianza.
- L’ASSISTENZA AI POVERI: nacquero nelle città (grazie ad eredità) ospizi, ospedali, orfanotrofi, congregazioni di carità, enti laici e religiosi che distribuivano cibo, denaro… Tra i maggiori protagonisti vi sono gli Ordini mendicanti, i Francescani (istituzione dei Monti di pietà, che concedevano prestiti contro pegni; il primo fu a Perugia nel 1462).
- LE RIVOLTE URBANE: solitamente furono violente e disordinate, causate da un aumento di prezzo improvviso o cose simili. Nelle città con più solida tradizione economica, le corporazioni (= arti, compagnie) avevano molto peso politico, e n’approfittavano per varare riforme volte a salvaguardare gli interessi dei datori di lavoro (diminuivano i salari e limitavano l’accesso di nuovi membri alla professione). Ciò rese ancor più difficili per i lavoratori salariati sopportare le proprie condizioni di lavoro. Le decisioni le prendeva il proprietario e il governo cittadino non era attento alle richieste dei lavoratori dipendenti, che sempre più spesso reclamavano il diritto di costituire organismi propri (per contrattare e aver voce in capitolo). A Siena nel 1371, i salariati della Compagnia del Bruco ottennero con la forza che sette di loro partecipassero al Governo dei Quindici. Ma altri gruppi cittadini si scagliarono contro di loro.
- LA RIVOLTA DEI CIOMPI: a Firenze, i lavoratori del settore della produzione laniera, era totalmente sottomessi ai proprietari, che governavano la città. In occasione di una guerra con lo Stato della Chiesa, gli operai insorsero e imposero, nel 1378, la costituzione di tre nuovi Arti (sarti, tintori, ciompi [operai meno qualificati]), costituenti il “popolo di dio”. Siccome il potere al governo di Firenze era in mano alle Arti, questo era un modo per prenderne parte. Gli insorsi ottennero la nomina del loro capo (Michele di Lando, a Gonfaloniere [ = portabandiera] di Giustizia) e altri favoreggiamenti alla classe più povera. I Ciompi furono poi abbandonati dalle altre due Arti, e Michele di Lando passò dalla parte dei ricchi (fu comprato). Così il potere tornò nelle mani delle Arti maggiori (Sarti e Tintori furono annullati dalle loro conquiste).
- LE RAGIONI DELLA SCONFITTA: la rivolta dei Ciompi non diede risultati effettivi ma fu il punto più alto tra le rivendicazioni sociali nel Medioevo. La richiesta a partecipare al potere come Arte dei lavoratori, non teneva conto che la struttura dell’Arte non era capace a funzionare come rappresentanza di classe. la rivolta dei Ciompi appare inoltre inopportuna poiché ormai si andava verso un governo più stabile.
2 - L’EUROPA POLITICA TRA IL 14° E IL 15° SECOLO
- LE ISTITUZIONI MONARCHICHE ALLA FINE DEL MEDIOEVO: LA FRANCIA E L’INGHILTERRA
Qual era la concezione medievale del potere monarchico? Quale la realtà monarchica nei secoli 12° - 14°?
- LA CRISI DEI POTERI UNIVERSALI: il medioevo era stato per secoli strutturato intorno ai poteri dell’impero e del papato; questi però, all’inizio del 300, erano coinvolti in processi storici che ne modificarono profondamente l’identità e le funzioni. I due poteri fondati sull’ideale unità della cristianità, cedevano il passo alla realtà pluralistica dei Regni e della nazioni. Si stava sempre di più affermando l’idea della regalità monarchica e i monarchi erano impegnati a ricondurre sotto il loro dominio la pluralità dei poteri signorili e cittadini.
- LA CONCEZIONE TEOCRATICA DELLA REGALITA’: nel medioevo si era convinti che l’ordine del mondo fosse proiezione della volontà divina: derivava da Dio anche il potere del re. Il re doveva garantire la concordia tra i tre ordini del popolo (ecclesiastici, cavalieri, lavoratori). Doveva difendere i deboli dai forti. Lui era innalzato al di sopra dei suoi sudditi ed era un intermediario tra Dio e il popolo. Si pensava che fosse anche capace di fare miracoli (in Francia e Inghilterra si pensava che il re fosse capace di guarire dalle malattie, col solo tocco delle mani). Ciò è conferma del potere teocratico che vi era, secondo cui il potere si trasmette dall’alto al basso, da Dio verso i sudditi.
- LA CONCEZIONE FEUDALE DELLA REGALITA’: l’assegnazione al re di poteri sovrumani derivava anche da antiche tradizioni germaniche. Nella consuetudine germanica, il re era a capo dei suoi uomini armati e il suo potere derivava da un riconoscimento attribuitegli dai suoi sudditi (o dai “grandi” del regno): da qui deriva l’abitudine dell’approvazione popolare alla sua salita al trono. Dove si affermò il principio della successione dinastica si pensava che solo chi apparteneva ad una stirpe di re potesse fare il re. La nozione di stato riaffiorò nel pensiero medioevale solo nel 13°secolo, con la rinascita della tradizione giuridica romana. Alla concezione germanica feudale (il re non poteva disporre senza autorizzazione della persone e dei beni dei suoi seguaci), risaliva l’istituto degli organismi consultivi (parlamento, stati generali, cortes…) che avevano la funzione di assistere il re nelle sue decisioni e di controllare che egli non superasse i limiti dei suoi poteri.
- L’EFFETTIVA REALTA’ DEL POTERE MONARCHIO: per secoli il legame tre la regalità medievale e la tradizione germanica, operò in maniera duratura e corrispose a lungo all’effettivo modo di funzionare del potere regio.
- LA MONARCHIA FEUDALE: per indicare i tratti della monarchia medievale si parla di “monarchia feudale”. I rapporti feudali servirono a ricucire le magie del potere lungo un processo difficile. I rapporti che i re intrattenere con i propri vassalli feudali furono sempre di collaborazione e di concorrenza dove prevaleva la collaborazione si accentuò l’aspetto feudale (la monarchia era forte ma aveva poteri limitati) [accadde in Inghilterra]; dove prevaleva il contrasto, si accentuò la teocrazia (la monarchia faticò ad affermarsi ma alla fine fu assoluta) [accadde in Francia].
- LA MONARCHIA INGLESE: i sovrani inglesi (discendenti prima dal duca di Normandia e poi dalla dinastia dei Plantageneti), per rafforzare la loro dominazione sulle popolazioni dell’isola, cercarono di mantenere un rapporto di collaborazione con i loro vassalli (discendenti dai conquistatori normanni), che a loro volta avevano bisogno della protezione monarchica, che quindi non tentarono di indebolire. Ma le tensioni non mancarono: ricordiamo quella tra i baroni normanni e il re Giovanni senza Terra, che si concluse con la concessione da parte del sovrano della Magna Carta (1215). Inoltre era nata la camera dei Comuni (città borghesi) accanto alla Camera dei Lords (pari), che aveva rafforzato il potere della Corona (si era rinsaldata l’unità del paese intorno alla monarchia).
- LA MONARCHIA FRANCESE: I Re di Francia riuscirono solo con gran lentezza ad estendere il proprio controllo su altre regioni del Regno e riuscirono anche grazie al sostegno della Chiesa francese. I progressi avvennero nel 13° sec. con la vittoria di Filippo 2° su inglesi e tedeschi: la Corona recuperò dei territori e l’amministrazione centrale divenne più efficace. Nel 300 al monarchia, con Filippo 4°, impose la sua volontà al papa Bonifacio 8° costringendo il clero francese a contribuire alle spese del Regno.
- LE ORIGINI DEL CONFLITTO TRA L’INGHILTERRA E LA FRANCIA: i sovrani di Inghilterra e Francia erano nemici già da tanto. All’origine della loro avversione vi era che i re d’Inghilterra tenevano a feudo territori nel regno di Francia, già dal 12° sec. I francesi si erano ripresi parte di questi territori, ma ancora molti ne restavano agli inglesi, che volevano in ogni modo sempre prendersene di più.
- LA CHIESA: DALLA “CATTIVITA’ AVIGNONESE” ALI SCISMI
Quali furono le difficoltà che la chiesa attraversò tra la fine del 300 e gli inizi del 400 e come loro furono superate?
- LA CRISI DEL PAPATO AGLI INIZI DEL 300: la crisi del papato si manifesta:
- Nei rapporti con gli stati (la divisione in nazioni… erodevano l’unità della “christianitas” che aveva come chiave il papato);
- all’interno dello stato della chiesa (le case aristocratiche diventavano più autonome);
- All’interno della Compagine Ecclesiastica (dove c’era una compagnia anti ereticale);
Bonifacio 8°, aveva provato a ripristinare il potere del papa sull’aristocrazia romana, ma si scontrò con Filippo 4° di Francia e dovette trasferire la sede del papato ad Avignone. Ciò testimonia la sconfitta dell’universalismo del Papa davanti al particolarismo degli stati.
- IL PAPATO AVIGNONESE: ha sede tra il 1305/1377 e vi sono sette papi francesi; vi furono momenti di nepotismo (favoreggiamento dei familiari) …, ma anche di vita più austera (dura, severa). Si affermò un’amministrazione centralizzata della chiesa: la Curia aumentò il suo potere ma per mantenere il ritmo amministrativo, le risorse non erano mai sufficienti. La corruzione del Papa era sempre maggiore e si pensava che trasferendo il papato a Roma si sarebbe iniziata la riforma.
- L’INIZIO DEL GRANDE SCISMA: Gregorio 11° riportò il papato a Roma ma quando morì vi fu una nuova crisi. Vi furono difficoltà per l’elezione del nuovo papa perché i romani facevano minacce se il novo papa non fosse romano o italiano. Fu eletto Urbano 6° di Bari, ma dopo poco fu eletto un nuovo papa, di Ginevra, Clemente 7°. Sostenevano Urbano 6°: impero, Inghilterra, Polonia, Ungheria, Italia sett.. Sostenevano Clemente 7° (che riportò la residenza ad Avignone): Francia, Scozia, Castiglia e Aragona. I due papi elessero entrambi dei nuovi cardinali e anche quando morirono il Grande Scisma non finì perché entrambe le chiese nominarono dei successori.
- TENTATIVI DI SOLUZIONE: l’università di Parigi aveva proposto, fin dal 11381, le dimissioni di entrambi i contendenti e la convocazione di un concilio generale, ma non si sapeva che avesse il diritto di convocarlo. Nel 1409 i cardinali di ambedue gli schieramenti convocarono il concilio a Pisa, il quale dichiarò decaduti i due papi (che non riconobbero però legittima la decisione) e ne fece uno nuovo. Così la cristianità ebbe tre papi. Il papa Alessandro 5°, pisano, s’impegnò con il concilio, a fare una riforma ecclesiastica.
- PROPOSTE DI RIFORMA DELLA CHIESA: Wycliffe dichiarò che l’uomo è predestinato a Dio, e per salvarsi non ha bisogno delle cerimonie esteriore che provocano solo ricchezza agli ecclesiastici. Egli rivalutò il ruolo dei poteri laici nelle cose di Chiesa. Per far rispettare le leggi evangeliche agli ecclesiastici. Hus, predicò sulla riforma morale del clero e sulla difesa del popolo ceco nei confronti dei tedeschi; egli esortò la popolazione a ribellarsi contro la vendita delle indulgenze. Wycliffe e Hus si espressero in volgare. I Lollardi (seguaci di Wycliffe) sopravvissero fino al 15° sec. Dopo l’esecuzione di Hus, i suoi seguaci (Hussisti), crearono i quattro articoli di Praga (libertà di predicazione della Parola, denuncia ed eliminazione dei peccati contro la legge compiuti dai chierici, comunione sotto entrambe le specie per chierici e laici, espropriazione dei beni ecclesiastici e abolizione dei poteri temporali del clero). Le idee Hussiste furono estremizzate dai Taboriti.
- IL CONCILIO DI COSTANZA: l’imperatore di Lussemburgo convocò a Costanza, nel 1414, un concilio universale, per discutere dello scisma, delle eresie, della riforma della chiesa. Lo scisma fu risolto con l’elezione di Martino 5°. Si disse inoltre che il governo della chiesa spettava non al papa ma al concilio, che si doveva riunire ogni 10 anni.
- IL CONCILIO DI BASILEA: quando fu convocato questo concilio, il pontefice ne sospese i lavori e lo trasferì a Ferrara e pi a Firenze. Molti padri conciliari elessero un nuovo papa: nacque il “piccolo scisma”. Alla fine vinse il papato, e la sua superiorità fu sancita nel 1460 dalla bolla “execrabilis” di Pio 2°.
- LA RIUNIFICAZIONE FRA CATTOLICI E GRACO-ORTODOSSI: il concilio di Firenze sancì la riunificazione tra chiesa d’occidente e d’oriente, che però durò pochissimo.
- CRISTIANITA’ E RELIGIOSITA’ TRA 300 E 400.
Quali nuovi atteggiamenti religiosi venivano maturando nel mondo cattolico verso la fine del medioevo?
- TURBAMENTI NELLACOSCIENZA RELIGIOSA: tra i fedeli si crearono dubbi, diffidenze, distacco rispetto alle gerarchie tradizionali. L’atteggiamento generale era quello anticlericale, che però non segna la caduta della fede, che però necessitava d’immediate rassicurazioni. Aumentarono le persecuzioni agli ebrei, ci si abbandonava alla magia, alla stregoneria….
- LE VIE DEL MISTICISMO: molti fedeli risolsero la situazione ricercando un rapporto immediato con Dio. Ricordiamo “i fratelli del libero spirito”, che seguivano una religiosità intimistica e sentimentale. Ricordiamo anche Johannes Eckhart.
- CHIESA E REALTA’ NAZIONALE: emersero delle cristianità “nazionale”. Anche dal punto religioso l’universalismo del Medioevo stava cedendo il passo al particolarismo degli stati.
3 - L’ITALIA NEL XIV E XV SECOLO.
- LA FORMAZIONE DELLE SIGNORIE IN ITALIA
Come si giunse nelle città comunali all’istituzione delle signorie e quali ne furono i caratteri?
- NUOVI PROCESSI POLITICI: durante i secoli 14° e 15°, le forze politiche italiane diedero luogo ad un duplice processo: quello di consolidamento istituzionale (nuovi ordinamenti quali signorie e principati) e quello d’assoggettamento dei poteri locali (espansione territoriale attuata dai centri maggiori).
- INSTABILITA’ ISTITUZIONALE DEI COMUNI: agli inizi del 300, le istituzioni comunali avevano una partecipazione poco paritaria di tutti i ceti, alla vita politica. I contrasti tra le categorie sociali, le interferenze dei comuni vicini… crearono un perenne stato di conflitto, che aveva spesso conseguenze estreme. L’istituzione podestarile, dato che la carica era limitata nel tempo e sottoposta a molti vincoli, non era riuscita a risolvere il problema.
- NASCITA DELLE SIGNORIE: spesso una famiglia s’impossessava del potere cittadino. Questo avveniva spesso con l’attribuzione ad un signore di poteri straordinari, per far fronte ad esigenze particolari. Eli però sovente finiva con esercitare sulla vita della città un’effettiva egemonia. Quasi tutta l’Italia del Centro Nord, assisté ad un germogliare di signorie. Ricordiamo gli Estensi e i Da Romano, i Visconti (Verona), gli Scaligeri, i Gonzaga, i Malatesta (Rimini), i Montefeltro (Urbino), i Da Polenta (Ravenna), i Da Carrara (Treviso), i Marchesi di Saluzzo e i marchesi del Monferrato. Ciò avvenne a causa della sopravvivenza del prestigio e del potere delle casate signorili e del fatto che la loro attitudine militare conferiva a loro la forza necessarie per imporsi. Spesso le signorie però non erano durature, ma altrettanto sovente esse misero le radici.
- LA POLITICA ESTERA DELLE SIGNORIE: la pacificazione forzatamente ottenuta all’interno, permise ai principali signori di intraprendere un’aggressiva politica estera (per estendere i propri domini). Non si poteva più contare sulle milizie urbane ed allora si ricorse alla truppe mercenarie. Le guerre continue, le pestilenze e le difficoltà economiche ebbero gravi conseguenze sulla vita delle popolazioni italiane.
- L’ITALIA DEI PRINCIPATI E DEGLI STATI REGIONALI
Come si attuò il passaggio delle signorie ai principati e quali ne furono le conseguenze sull’assetto politico della penisola italiana?
- DALLA SIGNORIA AL PRINCIPATO: la stabilizzazione del potere dei signori si completò con un formale riconoscimento del papa o dell’imperatore. La signoria diventava principato: il potere di fatto, diventava potere di diritto, sancito da un’investitura dall’alto. Questo passaggio testimonia che il signore aveva conquistato un ruolo indipendente dalle forze politiche cittadine e che egli era autonomo. Il signore svolgeva uno stile di vita regale e attorno a se aveva una vera corte.
- LA FORMAZIONE DEI PATRIZIATI CITTADINI: i rappresentati del più antico patriziato urbano formarono con i cortigiani burocratici un’oligarchia: l’unica condizione per tutti era la fedele obbedienza al principe. Si costituì dappertutto un nuovo patriziato cittadino, la proprietà terriera tornò ad essere la condizione che dava l’agio di dedicarsi alla politica, alle lettere, alle arti.
- LA POLITICA TERRITORIALE DEI PRINCIPATI: sia nelle repubbliche, sia nei principati, la città dominante aggregò sotto di se delle dominazioni signorili, così che si delinearono degli stati di dimensioni regionali (ducato di Milano, repubbliche di Firenze e Venezia…). La loro espansione non eliminò però i micro potentati (= piccoli regni). Infatti nelle aree periferiche alcune dominazioni signorili d’origine feudale rimassero indistruttibili. Con queste dominazioni le autorità centrali vennero solitamente a patti.
- PERSISTENZA DI PARTICOLARISMI: la riduzione dei particolarismi (=favoritismi), fu l’obiettivo perseguito dagli stati italiani, ricorrendo ad una burocrazia più capillare, ma quest’obiettivo fu raggiunto solo in forme limitate. I precedenti nuclei periferici furono inseriti nella nuova cornice dello stato regionale, all’interno del quale sopravvisse una pluralità di giurisdizioni, poco compatte (Stato, comune cittadino, signore feudale, vescovo).
- IL SIGNIFICATO STORICO DEL PRINCIPATO: i principati italiani pur operando un superamento dei preesistenti particolarismi non riuscirono a costituire strutture salde.
3.4 GLI ALTRI STATIDELL’ITALIA SETTENTRIONALE. LA REPUBBLICA DI VENEZIA.
- LA POTENZA COMMERCIALE DI VENEZIA: la vera regina dei mari era Venezia, la più ricca città europea del 3-400. Essa dominava sull’Adriatico, e al suo porto arrivavano le preziose mercanzie dell’Oriente. Una “seconda Venezia” fioriva negli insediamenti dei Veneziani a Costantinopoli, Alessandria….
- ECONOMIA E SOCIETA’ VENEZIANA: si svilupparono anche le attività manifatturiere (specie articoli di lusso). La diffusa ricchezza, giungeva anche ai ceti bassi e questo spiega perché Venezia conobbe in modo limitato le lotte sociali e politiche.
- LE ISTITUZIONI DI VENEZIA: le riforme istituzionali del 1297/1323 avevano costituito una classe dirigente (formata dai più ricchi e potenti). Quest’aristocrazia, leale verso lo Stato e compatta, governò Venezia tramite un sistema di magistrature limitantisi l’un l’altra. Ciò assicurò stabilità alla politica veneziana.
- LA POLITICA ESTERA DI VENEZIA: questa continuità si manifestò anche nella politica estera di Venezia, che fu dominata dalla rivalità con Genova (neanche le ripetute guerre non servirono ad assegnare all’una o all’altra la definitiva supremazia).
- FIRENZE
- GLI ORDINAMENTI ISTITUZIONALI: le leggi antimagnatizie varate a Firenze alla fine del 200 non impartirono ordine né stabilità. Le lotte tre le fazioni proseguirono con impeto (es. quelle tra Bianchi e Neri), ma nel complesso il 300 vide la resistenza delle istituzioni comunali, dirette dalle Arti, che rappresentavano i ceti mercantili e artigiani. A fianco di queste però vi era il Raggruppamento di Parte Guelfa. La massa dei lavoratori non aveva potere politico, che costituiva il “popolo minuto”, protagonista di tentativi volti a modificare la situazione. Nel quadro di un irrigidimento delle istituzioni emerse un ceto aristocratico di grandi famiglie. La famiglia dei Medici si propose come alternativa popolare a questa evoluzione aristocratica.
- GLI INIZI DELLA SIGNORIA MEDICEA: lo svuotamento delle istituzioni comunale avvenne molto lentamente. Anche quando nacque la signoria dei Medici (1434), le tradizioni e le istituzioni della repubblica fiorentina restarono formalmente in vigore. Cosimo dei Medici face allora sì che alle massime magistrature cittadine fossero eletti uomini a lui fidati; egli non si trasferì in un palazzo pubblico, ma rimase nella sua dimora. Ciò gli permise di reggere stabilmente le redini del governo cittadino per un trentennio. Sotto la famigli dei Medici si avviò la costruzione della splendida Firenze rinascimentale.
- L’ESPANSIONE TERRITORIALE: la politica fiorentina verso l’esterno divenne dinamica ali inizi del 400, dopo lo spavento provato dinanzi alla minaccia viscontea. Conquistò Pisa e Livorno, raggiungendo do sbocco al mare e acquistando dimensioni regionali.
- LO STATO PONTIFICIO
Nei territori tra Roma e la Romagna, l’autorità politica non aveva mai avuto un gran potere.
- L’AVVENTURA DI COLA DI RIENZO: la situazione peggiorò durante la “cattività avignonese” del Papato. Cola di Rienzo era un cittadino di Roma, che nel 1347, con l’appoggio di milizie popolari, fu eletto tribuno della città. Egli vagheggiò la restaurazione imperiale di Roma e si propose di fare dell’urbe la capitale di un’Italia riunificata. Egli instaurò un governo sempre più personale e alla fine fu cacciato. Successivamente fu ucciso.
4 - L’UMANESIMO E IL RINASCIMENTO
- L’UMANESIMO E GLI UMANISTI
Quali furono le idee principali che gli umanisti ricavarono dallo studio dell’antichità classica?
Il termine Umanesimo deriva da humanae litterae, espressione con la quale si designavano gli studi letterari e filosofici. Gli umanisti furono coloro che si occuparono di questi studi.
- IL RECUPERO DEI CLASSICI LATINI: tra il 14-15° sec. la passione per l’antichità, fu all’origine di una fortunata attività di ricerca e di ritrovamento d’opere che da vari secoli non erano più note. Significative furono le scoperte di Poggio Bracciolini (opere di Lucrezio, di Quintiliano, di Cicerone…). Il risultato dell’intensa attività di ricerca fu che il patrimonio delle opere latine conosciute allora, è lo stesso di quelle che noi conosciamo adesso.
- IL METODO FILOLOGICO: gli autori classici erano stati consultati anche nel Medioevo, ma in quel periodo furono loro attribuite riflessioni incompatibili con l’epoca in cui gli autori classici erano vissuti. Adesso, gli umanisti scoprirono, attraverso la filologia, la storicità delle opere umane. La filologia mirava a ricostruire criticamente i testi e ad eliminare da loro aggiunte e falsificazioni. Scaturirono nuovi orientamenti culturali, quale l’ammirazione per i valori della classicità. La filologia è la “filosofia” dell’Umanesimo. Essa fece aprire gli occhi degli uomini su mondi diversi, quali quello greco e quello latino. Gli umanisti, inoltre, s’ispirarono agli autori classici.
- LA LEZIONE DEI CLASSICI: lo scrupolo filologico con cui si smantellarono credenze ed opinioni fin lì pigramente accettate e ripetute si estese in ogni direzione. La lezione dei classici insegnò un più aperto atteggiamento verso la vita terrena e favorì la riconciliazione dell’uomo con il mondo esteriore. Tra il 15-16° sec. vi fu un ampliamento degli interessi conoscitivi verso l’indagine naturalistica, vennero rivalutate la famiglia, le professione e la politica.
4.2 ASPETTI DELLA CIVILTA’ UMANISTICA E RINASCIMENTALE
In che modo si realizzò il rinnovamento nelle arti, nelle scienze, nella riflessione pedagogica e storica?
- UMANESIMO E RINASCIMENTO: il termine Rinascimento non simboleggia un’unica realtà ed è quindi in pratica impossibile dare una definizione corretta ed assoluta di questo termine.
- IL CARATTERE COMPLESSO DELLA CIVILTA’ UMANISTICO-RINASCIMENTALE: a livello storico tra il 400/500 crolleranno le “libertà politiche” in Italia, mentre a livello culturale nuove inquietudini attraversarono l’umanesimo e il Rinascimento (riflessioni sugli uomini, sul destino…). Il quadro d’insieme è mutato rispetto al Medioevo: ora l’uomo occupava una sua centralità. L’uomo aveva il compito di interrogare se stesso, di trarre lezione dalla storia… e nel farlo acquistavano significato esemplare le forme espressive della classicità.
- LE ESPERIENZE LETTERARIE: ricordiamo: “Il Morgante” di Luigi Pulci, “Orlando furioso” di Ludovico Ariosto, il “Galateo” di Giovanni della Casa.
- LE SCIENZE NATURALI: le attuali “Scienze della natura” erano allora comprese nella “filosofia naturale”. In quest’ambito ricordiamo Niccolò Copernico e Andrea Vesalio.
- LE ESPERIENZE PEDAGOGICHE: l’educazione ebbe molta attenzione da parte degli umanisti. Guarino da Verona, propose un’educazione basata sulla libera formazione umana e sulla conoscenza dei classici; essa era articolata in elementare, grammatica e retorica. Vittorino da Feltre, ottenne che la scuola, detta Giocosa, fosse aperta anche ai giovani di famiglie meno abbienti. Vanno ricordate, oltre a queste, anche le scuole d’interesse “pratico” (botteghe d’abaco e quelle d’artigiani ed artisti).
- LA RIFLESSIONE POLITICA: in quest’ambito ricordiamo le riflessioni di Machiavelli e Guicciardini. Essi affermarono che per fondare e reggere uno stato si richiedono al principe prudenza, scaltrezza, decisione e durezza, cioè di non cedere alle debolezze degli uomini. L’agire dell’uomo in questo campo, può essere giudicato solo in funzione della congruità dei mezzi adoperati rispetto alle finalità perseguite.
- L’UMANESIMO EVANGELICO
Quali esiti ebbe la filologia applicata ai testi sacri e alla tradizione cristiana?
La filologia fu applicata anche ai testi sacri. L’umanesimo cristiano ebbe come maggior rappresentante Erasmo da Rotterdam. All’inizio del 500 si pensava che si potesse arrivare ad una riforma della Chiesa, ma in realtà non fu così.
- IL TEMA RELIGIOSO IN ALCUNI UMANISTI: Lorenzo Valla associò il concetto epicureo del piacere, a quello cristiano di beatitudine. Lui sostiene che la natura è sempre opera di Dio e che l’uomo non deve cercare di modificarsi. Niccolò Cusano ritiene che all’uomo non è dato avere conoscenza piena delle cose divine. È però, soprattutto grazie a Marsilio Ficino, che gli umanisti giunsero a ritenere possibile il dialogo tra cristianesimo e classicità e a credere nell’instaurazione di una pace religiosa universale.
- L’ESPERIENZA D’ERASMO: gli intellettuali che avviarono il tentativo di rinnovare il cristianesimo e la società cristiana attraverso un ritorno allo spirito del Vangelo, si rifecero ai principi dell’Umanesimo. Tra questi ricordiamo Erasmo da Rotterdam, che si dedicò all’impresa di restaurare il pensiero cristiano riconducendolo alla lettera umanisticamente ritrovata delle Sacre Scritture. Egli criticò il comportamento dei religiosi, e propose una riforma della società cristiana attraverso l’ideale di una vita vissuta come testimonianza di fedeltà da Cristo. Erasmo ebbe tre repulsioni: l’oscurantismo (= ostilità al progresso); il paganesimo e il giudaismo.
- L’ESPERIENZA DI MORE: Thomas More, com’Erasmo, criticò la società del suo tempo e lo fece nella sua opera Utopia.
- LA CULTURA ITALIANA IN EUROPA
In quali forme si esercitò l’influenza italiana nella cultura e nell’arte del rinascimento europeo?
- I PRINCIPALI CENTRI DELL’UMANESIMO EUROPEO: nel 1530 fu creato una nuova istituzione culturale, il college des lecteurs royaux. Inizialmente vi furono impartiti 3insegnamenti di greco, due d’ebraico e uno di matematica. Successivamente vennero a formarsi delle scuole umanistiche un po’ ovunque.
- L’INFLUENZA ITALIANA: riguardo ai generali aspetti della cultura e dell’arte, l’influenza italiana operò sia dal punto di vista intellettuale (neo - platonismo fiorentino), sia attraverso i mercanti, gli artigiani, gli artisti. Nel 500, sono molti gli italiani che lavorano presso signori stranieri. Degli italiani si ammiravano l’abilità, la diplomazia, il bonton, l’arte.
- L’INVENZIONE DELLA STAMPA
In che modo la stampa influenzò il lavoro degli intellettuali?
- GLI ANTENATI DELLA STAMPA: in Cina erano note fin dal 6° sec. tecniche per riprodurre scritti e disegni, inchiostrando matrici in rilievo utilizzando la carta (xilografie), tecniche che arrivarono in Europa solo nel 14° sec.. Questo sistema tuttavia presentava dei grossi difetti e quindi gran parte della produzione di libri era ancora affidata agli amanuensi.
- LA NASCITA DELLA STAMPA MODERNA: il fondatore dell’arte tipografica moderna è Gutenberg, che ebbe il merito di applicare alla stampa i caratteri mobili. Erano così risolti molti inconvenienti (quali gli errori), ma ne restava uno (per stampare una sola pagina servivano molti caratteri); questo problema fu risolto da Gutenberg con la “funzione a ripetizione”. Il primo libro prodotto con questo metodo fu la Bibbia.
- LA PRIMA PRODUZIONE TIPOGRAFICA: ora si producevano più libri e a prezzi più bassi. Inizialmente tipografo, editore, fonditore di caratteri, erano la stessa persona; successivamente queste funzioni si specializzarono. Le possibilità di profitto offerte dall’industria del libro ne favorirono i rapidi progressi e le dettero spesso un precoce carattere capitalistico.
- LA STAMPA E LA NUOVA CULTURA: la stampa determinò la diffusione e il consolidamento degli orientamenti della nuova cultura. La stampa assicurò ai libri nuovi un’ampiezza e una rapidità diffusione mai visti prima. Con la stampa si accrebbe il numero di lettori, la circolazione d’idee, determinò l’opinione pubblica, tanto che i poteri politici intrapresero le censure e modificarono lo stile di lavoro degli intellettuali.
- prima della stampa, l’intellettuale aveva a disposizione pochi libri; successivamente all’invenzione della stampa, aveva a sua disposizione molti libri, individuabili attraverso cataloghi e rassegni bibliografiche. Inoltre la stampa permette di accompagnare alle parole scritte le illustrazioni.
La stampa eliminò il pericolo che i libri andassero perduti. Inoltre la messa in circolazione di dizionari, cronologie, tavole illustrate, rese stabile e standardizzata la conoscenza del mondo antico, latino, greco ed ebraico. Inoltre la sicura conoscenza di quanto già stato fatto, favoriva la produzione del nuovo.
6- LE SCOPERTE GEOGRAFICHE
- LE SCOPERTE GEOGRAFICHE
Quali furono le grandi scoperte geografiche e quali motivazioni furono alla base di esse?
- LE SPEDIZIONI DEI PORTOGHESI: agli inizi del 400 dal Portogallo erano partite spedizioni che avevano fatto rotta verso le coste africane, con la speranza di raggiungere però l’India (terra ricca). Nel frattempo i Genovesi erano stati espulsi dalle loro basi nell’Egeo, a Costantinopoli e nel mar Nero mentre i Veneziani non avevano perduto i loro scali. I portoghesi si spinsero fino ali Golfo di Guinea, dove trovarono l’oro. Negli empori che furono costruiti lungo le coste, si commerciavano anche l’avorio e gli schiavi (in cambio, per questi, era data alle popolazioni locali merce scadente di vario genere).
- L’OPERA DI ENRICO IL NAVIGATORE: i principi portoghesi sostenevano e finanziavano queste spedizioni. Il principe Enrico venne chiamato “il Navigatore” in quanto aveva fondato scuole e reclutato personale specializzato di altri paesi. Con Giovanni 2° i portoghesi penetrarono nell’interno dell’Africa e con B. Diaz superarono l’estrema punta meridionale del continente. Si pensava che si poteva raggiungere l’India circumnavigando l’Africa e così partì una nuova spedizione con a capo Vasco de Gama.
- LE INIZIATIVE SPAGNOLE: con l’espulsione dei musulmani dalla penisola Iberica (1492), anche gli spagnoli avevano imboccato la via degli oceani. Il Portogallo si rifiutò di finanziare una spedizione in India e così, il genovese Cristoforo Colombo, nel 1492 aprì le porte del Nuovo Mondo.
- IL VIAGGIO DI COLOMBO: Colombo ottenne dai sovrani spagnoli i poteri e i riconoscimenti personali che la monarchia portoghese non gli conferì; egli partì così da Palos, si fermò un po’ nelle isole Canarie e raggiunse il Nuovo Mondo. Passarono degli anni prima che si capisse però che le terre scoperte non erano l’avamposto dell’Asia ma una terra nuova.
- L’ACCORDO ISPANO-PORTOGHESE: quando Colombo tornò in Europa tra Spagna e Portogallo si aprì un conflitto circa i rispettivi diritti sulle nuove terre. L’accordo fu trovato prima con la Bolla Inter (di papa Alessandro 6°) e poi con il Trattato di Tordesillas del 1494: i Portoghesi ottennero che il loro confine di proprietà fosse a 370 leghe ad ovest delle Isole del Capo Verde, vedendo così riconosciuti i loro diritti sul Brasile.
- ALTRE ESPLORAZIONI IN AMERICA: Colombo e gli spagnoli continuarono la scoperta delle terre degli arcipelaghi caraibichi del Centro America; un italiano, Caboto, nel 1497 raggiunse il litorale nordamericano e nel 1500 il portoghese Cabral, arrivò alle coste del Brasile. Amerigo Vespucci esplorò il Sud America e chiarì che non si trattava dell’Asia. Così, dal suo nome, il nuovo continente venne chiamato America.
- LA CIRCUMNAVIGAZIONE DEL GLOBO: nel 1513, fu avvistato il Pacifico: ora l’obiettivo era quello di trovare il passaggio tra l’Atlantico e questo nuovo oceano. Ferdinando Magellano individuò lo stretto che ancora porta il suo nome, e raggiunse l’Asia. Magellano morì in uno scontro con le popolazioni indigene ma una sua nave riuscì a far ritorno in Spagna, doppiando il Capo di Buona Speranza. Era così stato compiuto il primo periplo intorno al mondo.
- MOTIVAZIONI DELLE SCOPERTE: non si sa quali sono i fattori che resero possibili queste scoperte.
- MOTIVAZIONI ECONOMICHE: queste motivazioni sono importanti.
- MOTIVAZIONI RELIGIOSE: erano di due tipi: si voleva diffondere il cristianesimo e si voleva combattere l’Islam.
- MOTIVAZIONI CULTURALI: si pensava che i geografi e i cartografi umanisti convinsero Colombo che la terra fosse rotonda, ma questo si sapeva già da tempo; si pensava però che il viaggio per raggiungere l’Asia fosse troppo lungo, siccome era senza possibili tappe. Però Colombo partì da calcoli errati e ritenendo che il viaggio sarebbe stato più breve del previsto: il caso volle che la terra vicina ci fosse davvero, solo che non era l’Asia ma l’America.
- REQUISITI TECNICI: per rendere possibili le scoperte occorrevano delle capacità tecniche. Furono migliorate le conoscenze dei venti e delle correnti, l’uso delle velature e furono costruiti degli scafi.
- LE NAVI: le navi usate sulle rotte oceaniche sono riconducibili alla caracca, al galeone e alla caravella, e sono degli incroci tra le marinerie mediterranee e quelle nordeuropee. Inoltre a bordo delle navi vi era la presenza di pezzi di artiglieria.
- GLI STRUMENTI NAUTICI: ricordiamo l’uso della bussola (già nota dal 300) e lo sfruttamento degli alisei e dei monsoni.
- NUOVA MENTALITA’: i marinai dovettero abituarsi a navigare per giorni senza la vista della terra, in balia di venti e correnti sconosciuti e imprevedibili.
- LE CIVILTA’ PRE-COLOMBIANE
Quali erano le civiltà esistenti nel continente americano prima dell’arrivo degli europei e quali erano i caratteri delle principali di esse?
- LE ORIGINI DELLE POPOLAZIONI AMERICANE: i progenitori di questi popoli erano giunti molto probabilmente dalle steppe della Siberia asiatica in successive migrazioni risalenti almeno a 30.000-40.000 anni fa. Essi rimasero isolati in America in quanto il lembo di terra da dove vi erano arrivati, era stato sommerso da acqua. Così alcuni di queste popolazioni si spostarono nel Messico (antenati di Maya e Aztechi), altri si spinsero a sud ….
- LE PRIME SOCIETA’ AMERICANE: la trasformazione dei cacciatori nomadi in pueblos (popolazioni stanziali dedite all’agricoltura), avvenne lentamente. Le civiltà dei Maya, degli Inca e degli Aztechi nacquero dal ricco sostrato di esperienze compiute dalle popolazioni vissute in precedenza nelle rispettive aree di insediamento e poi scomparse.
- CARATTERI DELLE CIVILTA’ PRECOLOMBIANE: le società precolombiane erano società gerarchiche e teocratiche. Il potere politico era connesso con quello religioso: presso i Maya vi era un élites sacerdotale, presso gli Aztechi il regno era guidato dall’aristocrazia guerriera; presso gli Inca vi era un Impero accentrato. Non si conoscevano animali da traino; i sacerdoti maya compivano dei riti sacrificali; dalla capitale Inca posta su un altura partivano quattro strade reali; non si conosceva l’aratro; non si conosceva il carro e per moneta si usavano chicchi di cacao o conchiglie. Nonostante tutto vi erano dei grandi centri commerciali, come Tenochtitlàn.
- LE CITTA’ MAYA: I Maya diedero vita alla civiltà più antica. Essi si stabilirono nel Guatemala e bello Yucatàn, dove sorsero le città del periodo classico. Erano dei luoghi di culto, sede degli organi del governo e in certi giorni diventavano centri di scambio commerciale. Intorno alla città monumentale si estendeva quella residenziale; seguivano i campi frazionati e poi la foresta. I Maya si organizzarono in città – stato. La guida politica era tenuta dai sacerdoti. Professavano una religione di tipo animistico.
- SCRITTURA E CALENDARIO: praticavano la scrittura geroglifica, su pietra. Nel computo del tempo i sacerdoti maya ottennero risultati sorprendenti. I calendari erano di3 tipi: lunale, civile e sacrale. L’anno civile era di 365 gg (18 mesi da 20 gg + 5 gg vissuti con angoscia).
- LE TRASFORMAZIONI DEL 10° SECOLO: nel 10° sec. le popolazioni si trasferirono sull’altopiano settentrionale dello Yucatàn. Sorsero delle nuove città sotto forma di principati. Vi fu una emancipazione del potere civile da quello sacerdotale. Le città avevano mura difensive e anche in centro vi erano i palazzi signorili. Tuttavia il sistema delle città - stato rimase fragile. In questa situazione di debolezza politica sopraggiunsero gli spagnoli.
- IL TERRITORIO DEGLI AZTECHI: il centro degli Aztechi fu la fertile valle intorno al lago salato Texcoco (dove ora c’è Città del Messico). Fino al 9° sec. si sviluppò la raffinata e pacifica civiltà di Teotihuacàn. Poi vi si insediò il popolo guerriero dei Toltechi.
- L’ORGANIZZAZIONE POLITICA AZTECA: gli Aztechi giunsero a nord alla fine del 12° sec., si impadronirono di tutta la regione e si estesero verso sud, fino al mare. La loro capitale sorgeva in mezzo al lago. Quando divenne sovrano Montezuma 2°, essa era un città ricca e fiorente. Il potere era in mano ai nobili di ascendenza guerriera ed era esercitato dal Consiglio dei Quattro (capo per gli affari della tribù, il sommo sacerdote, il controllore dei mercati, il comandante dell’esercito).
- RELIGIONE: gli Aztechi veneravano diversi dei.
- IL TERRITORIO DEGLI INCA: sotto il regno di Capac (1493-1527), il regno inca era molto esteso, diviso in 4 regioni e aveva come centro la capitale Cuzco. Prima dell’arrivo degli Spagnoli Capac morì e si aprì una contesa per la successione tra i suoi due figli.
- IL SISTEMA POLITICO: gli Inca realizzarono un potere statale che riunificava le varie realtà etniche e dove la produzione e la distribuzione della ricchezza era organizzata. Il problema politico fu risolto da un rigido accentramento e dal culto dell’imperatore (Inca unico) che rappresentava il Dio Sole. Gli uomini (25/50 anni) e le loro famiglie erano raggruppati in centurie, che erano controllate da funzionari statali. Alla base della piramide vi erano le comunità ayllu e ai vertici vi erano i governatori delle quattro regioni, che collaboravano con l’imperatore. La struttura economica era regolata dalla reciprocità e dalla redistribuzione.
- ECONOMIA E SOCIETA’: nella civiltà Inca vi erano attività diversificate. La proprietà della terra era divisa in 3 parti: una all’Inca unico (imperatore), una al Dio Sole, e la terza era delle comunità. Non vi era la moneta e il tributo dovuto all’Inca unico, era di 3 tipi: il lavoro collettivo, la mita (lavori pubblici), la lavorazione di lana e cotone. I prodotti finiti erano restituiti dall’Inca ai sudditi in caso di necessità (redistribuzione). Per le strade che univano le 4 regioni vi erano dei corrieri e delle stazioni che permettevano all’Inca di avere sempre tutto sotto controllo.
- LA RELIGIONE: la divinità suprema era il Sole. Poi era venerato il dio legato alla terra, all’acqua e alle coste (Viracocha).
- LA CONQUISTA DELL’AMERICA CENTRALE E MERIDIONALE
Come avvenne la conquista europea dell’America centrale e meridionale?
- LE RAGIONI DI UNA CONQUISTA: gli Aztechi e gli Inca non seppero organizzare fin dall’inizio una risoluta e tempestiva difesa militare. Gli europei ebbero dalla loro parte la superiorità militare (armi da fuoco, cavalli…). Inoltre le vittorie degli europei furono facilitate dalle divisioni politiche ed etniche presenti negli imperi precolombiani.
- GLI SPAGNOLI NELLE ANTILLE: per tutti i conquistadores la base di partenza furono le Antille. Una volta che le Antille furono stabilmente occupate, ebbe inizio l’esplorazione dell’America centrale e meridionale.
- LE PRIME CONQUISTE: il primo conquistadores fu Vasco Nùnes de Balboa, che creò un impero sul territorio di Panama (chiamato “Castilla de oro”). Nel 1513 aprì la via d’accesso all’oceano Pacifico, guidando la traversata dell’istmo.
- LA CONQUISTA DEL MESSICO: verso lo Yucatàn meridionale partirono due spedizioni in ricognizione da Cuba (1517/1518), per volontà del governatore: non vennero posti insediamenti militari. Nel 1519 ve ne fu una terza, con a capo Cortés, nel golfo del Messico, e questa volta si era intenzionati a costruire un impero e a rompere col governatore. Infatti arrivò alla capitale Azteca, volse a suo favore i tributi e con Montezuma 2° e il suo popolo sfruttò il mito di Quetzalcoatl, riuscendo a tenere vivo il dubbio sulla vera natura degli Spagnoli. Montezuma, immobilizzato da presagi e da profezie, decise di inviare ambasciatori con munifici doni e di attendere. Intanto Cortés si fece degli alleati ma quando scoprì un complotto fece una strage di indios. Sull’altare del più antico tempio dedicato a Quetzalcoatl, fu posta l’immagine della nuova divinità dei vincitori: la Madonna con il bambino. Successivamente giunse notizia che la guarnigione spagnola fosse stata attaccata da nobili indigeni e Cortés, temendo di rimanere bloccato, prese Montezuma 2° come ostaggio. Po Cortés dovette allontanarsi per affrontare le truppe spagnole del governatore, inviate per arrestarlo e la città indigena si ribellò. Rientrato in città Cortès cercò di difendersi usando Montezuma, che comunque venne lapidato. Nel 1520 gli Spagnoli dovettero abbandonare la città. Cortès ritentò la conquista del Messico ed ebbe anche il vaiolo come alleato. Gli Aztechi resistettero a lungo, ma alla fine furono annientati.
- LA SOTTOMISSIONE DEI MAYA: dopo la conquista del Messico, gli spagnoli procedettero a quella del Guatemala e dello Yucatàn (1523), appartenenti ai Maya. Questa volta l’occupazione fu meno difficile.
- LA CONQUISTA DEL PERU’: la conquista del Perù partì da Panama e fu guidata da Francisco Pizarro e Diego Almagro. Pizarro, dopo aver visto le pareti in oro del tempio dedicato al dio Sole, si fece dare dal re il tiolo di governatore. Poi, con Almagro e Valverde, cominciò a inoltrarsi nel territorio. Per la conquista Pizarro puntò soprattutto sull’Inca unico, che alla fine venne ucciso. Molti indios vennero sterminati.
- L’ESPANSIONE COLONIALE SPAGNOLA NELL’AMERICA MERIDIONALE
Quali furono i connotati della conquista coloniale?
- DALLA CONQUISTA ALLA COLONIZZAZIONE: nel 1556 i termini “conquista” e “conquistatori” vennero ufficialmente sostituiti con quelli di “scoperta” e di “colonizzatori”.
- GLI INSEDIAMENTI DEGLI SPAGNOLI: gli insediamenti spagnoli non erano ben collegati tra loro e ciò fece si che i costi di trasporto rimanessero altissimi, compromettendo certe possibilità di sviluppo. Una delle principali cure della Spagna fu quella di fondare delle città, che avevano le funzioni di inquadramento limitare ed amministrativo del territorio circostante.
- UN’AMERICA MULTIRAZZIALE: la colonizzazione del nord America procedeva lentamente mentre quella del centro sud era avvenuta improvvisamente. Al centro sud per far fruttare terre e miniere furono usati come mano d’opera gli indigeni e successivamente ne fu importata altra dall’Africa. Si delineò così un America multi razziale.
- LA PIRAMIDE SOCIALE: ai vertici della società vi erano dei funzionari che volevano sfruttare al massimo l’America; poi vi erano i discendenti dei primi conquistatori che impedirono agli Ebrei di immigrare nelle colonie e favorirono l’arrivo di Spagnoli, denominati creoli. Gli spagnoli diventarono proprietari delle grandi haciendas agricole. Alla base della società vi erano gli indios (usati come lavoratori dei campi e delle miniere); poi vi erano gli indios bravos che sopravvivevano in piccole comunità sulla cordigliera andina.
- GLI INTERVENTI DELLA CORONA SPAGNOLA: durante la prima fase di conquista la corona Spagnola emanò le leggi di Burgos (1512) con cui si voleva abolire la schiavitù e salvaguardare gli indigeni (lingua e cultura); ma in realtà non fu così. Quello degli schiavi era un vero commercio con licenze e contratti di monopolio (asientos). Gli schiavi vivevano in condizioni disumane. Ai livelli intermedi della gerarchia vi erano i sanguemisti: mulatti e meticci.
- GLI ORGANI CENTRALI DELLA AMMINISTRAZIONE SPAGNOLA: dal punto di vista amministrativo le Indie erano considerate proprietà dei re di Castiglia come diceva la Bolla di papa Alessandro 6° (1493). Dal 1503 esisté a Siviglia la Casa de Contractaciòn, che si occupava delle relazioni marittime e commerciali tra il Vecchio e il Nuovo mondo. Poi fu istituito il Consiglio delle Indie, che si occupava ed emanava disposizioni alle colonie.
- L’AMMINISTRAZIONE COLONIALE: in America il potere del re era esercitato dalle audiencias e dai vicereami. Le audiencias avevano potere giudiziario ed amministrativo. I viceré comandavano le truppe spagnole e vigilavano la politica verso gli indigeni e questioni religiosi. Alle loro dipendenze vi erano i capitani generali affiancati dalle audiencias locali. Le città erano amministrate da un consiglio (cabildo).
- L’ORGANIZZAZIONE ECONOMICA: le colonie dovevano cercare di raccogliere maggior ricchezza possibile. E le colonie smerciavano a prezzi di monopolio i prodotti iberici (olio e vino). Le terre occupate erano date dal re agli occupanti sotto il nome di encomiendas (1/5 del rendimento doveva essere dato al re). La conquista e le encomiendas portarono l’instaurarsi di una aristocrazia latifondista, dove la ricchezza veniva sperperata solo a vantaggio dei commercianti iberici.
- I METALLI PREZIOSI: gli spagnoli erano soprattutto interessati alla ricchezza mineraria della regione.
- IL RUOLO DELLA CHIESA: la croce fu il simbolo sotto cui si svolge la conquista. L’azione della Chiesa portò alla conversione degli indios al cattolicesimo.
- L’AZIONE DEI GESUITI: ruolo importante nella conversione ebbero gli ordini religiosi e soprattutto i Gesuiti. Questi fecero anche delle missioni (reduciones) dove gli indios lavoravano e abitavano in piccoli centri. L’opera dei gesuiti terminò dopo il trattato tra Spagna e Portogallo nel quale vennero cedute queste terre al regno Lusitano. Alcuni Indios resistettero al cedimento delle terre e furono appoggiati da alcuni padri: fu così che i gesuiti vennero espulsi dall’America e l’ordine fu soppresso.
- L’ESPANSIONE COLONIALE PORTOGHESE
- I PORTOGHESI IN ASIA: dopo che Diaz ebbe raggiunto l’estremità meridionale dell’Africa il Portogallo organizzò una spedizione verso l’India (De Gama). Nel 1500 partì una flotta che scoprì le coste del Brasile e raggiunse le coste dell’India, dove fu stabilita una colonia commerciale. Successivamente partì un’altra spedizione con la quale si sconfisse il sultano d’Egitto. Vi fu una supremazia portoghese per un po’ di tempo. Alla fine del 1520 i portoghesi raggiunsero anche le isole indonesiane, la nuova Guinea e la Cina.
- UN IMPERO COMMERCIALE: il commercio delle spezie diventò un monopolio portoghese. L’impero portoghese in Asia era di tipo commerciale in quanto voleva commerciare beni prodotti dagli indigeni o sfruttare le piccole isole dove si producevano spezie.
- VECCHIO E NUOVO MONDO A CONFRONTO
- I CONTRIBUTI DELLA ANTROPOLOGIA E DELLA ETNOSTORIA: dato che mancavano testimonianze dirette dei vinti circa gli effetti prodotti dalla conquista, gli storici hanno ritenuto opportuno avvalersi degli apporti dell’antropologia e dell’etnostoria. Queste due discipline consigliano di non spiegare il successo riportato da un numero ristretto di Europei su migliaia di indios sulla base della pura distinzione tra popoli primitivi e popoli civilizzati ed invitano a considerare anche altri elementi (mentalità…).
- LA CONCEZIONE CICLICA DEL TEMPO: era tipica delle civiltà centro americane e peruviane ed aveva favorito nella comune mentalità degli uomini la disponibilità a pensare ai regni e degli imperi sotto il profilo di una nascita, di uno sviluppo, di un termine.
- IL RITORNO DEGLI ANTICHI DEI: la mentalità collettiva credeva al ritorno degli antichi dei e questo era alimentato dalla tradizione sacerdotale che riguardava il mitico dio civilizzatore che aveva assunto le sembianze umane di un re. Così quando gli Spagnoli arrivarono da dove sarebbe dovuto ritornare il loro dio, molti indios rimasero paralizzati a causa del dubbio sulla possibile natura divina degli spagnoli.
- LA REAZIONE PSICOLOGICA DELLA CONQUISTA: la conquista fu vista dagli indigeni come un evento traumatico e di perdita. Così la colonizzazione fu vista con rassegnazione e ciò spiega anche il crollo demografico (aumento della mortalità, diminuzione della natalità).
- ACCULTURAZIONE O DESTRUTTURAZIONE?: acculturazione indica il lento processo di interazione attraverso il quale il modello più debole di civiltà si riorganizza nello scambio con più forte. Destrutturazione evidenzia il fallimento di quel medesimo processo, dato che gli elementi delle precedenti civiltà si mantengono nel successivo contesto solo come frammenti e schegge disarticolate. Nel rappresentare la colonizzazione si preferisce usare il termine destrutturazione.
- CATTOLICESIMO E RELIGIONI INDIGENE: in materia religiosa le due cultura si integrarono lentamente, con lo sviluppo del meticciato. Ci furono dei missionari che parlarono a favore dei vinti; i Gesuiti si sforzarono di comprendere i costumi e le usanze degli indigeni, ma al tempo della conquista lo spirito di crociate contro gli infedeli ebbe il sopravvento sull’evangelizzazione.
- INQUIETANTI INTERROGATIVI: gli europei si porsero delle domande riguardanti l’origine degli indiani, la loro natura, i loro usi e costumi, le loro pratiche religiose e la loro organizzazione politica. A consentire le acquisizioni teoriche più rilevanti, non furono tanto i Maya, gli Aztechi e gli Inca, ma i selvaggi, i cosiddetti homines sylvestres, gli indigeni che, pur non avendo leggi, vivevano in società.
- IL DIBATTITO SUI SELVAGGI IN EUROPA: nel 16° / 18° sec., in Europa si sviluppò un dibattito sulle risposte ai vari quesiti dell’epoca della conquista fino all’età dell’Illuminismo. Vi erano diverse opinioni riguardanti gli indigeni: chi li difendeva e chi gli andava contro…. Per tentare di risolvere il contrasto tra le opposte tesi circa la riduzione in schiavitù degli indigeni, fu nominata una commissione di teologi e gi giuristi, che però non riuscì a prendere alcuna decisione, a causa del peso esercitato sulla questione da molteplici interessi di natura politica ed economica.
- IL DIBATTITO SUL RAPPORTO TRA STATO E SOCIETA’: tra il 500/700 vi fu un dibattito che riguardò i fondamenti della vita religiosa e politica. Una delle più importanti questione fu quella del rapporto società – Stato.
- LE ACQUISIZIONI CULTURALI: con tutti questi eventi, gli Europei divennero coscienti che nel mondo vi sono delle “diversità” (religione, cultura, lingue, morale, tradizioni, usi…).
7- POPOLAZIONE ED ECONOMIA IN EUROPA NEL XVI SECOLO
7.1 SITUAZIONE E COMPORTAMENTI DEMOGRAFICI
Qual’era la situazione demografica in Europa agli inizi dell’età moderna?
- LA RIPRESA DEMOGRAFICA: nel Cinquecento si ebbe un deciso aumento della popolazione e la crescita proseguì, in maniera peraltro assai rallentata e differenziata, anche nel secolo successivo. Il progresso demografico andò di pari passo con la ripresa economica delineatasi a partire della metà del Quattrocento. Essa fu dovuta all’aumento della produttività agricola, alla crescita di nuove attività economiche, alle occasioni offerte dalle scoperte geografiche.
- UNA CRESCITA CONTENUTA: i tassi della crescita demografica europea rimasero però attestati su livelli di gran lunga inferiori a quelli consentiti dalle mere potenzialità riproduttive delle popolazioni e a quelli registrati in altre regioni del mondo.
- LA MORTALITÀ INFANTILE: il parto, pur svolgendosi di solito sotto il controllo delle levatrici o di altre donne esperte, era un momento ad alto rischio sia per la madre sia per il nascituro. Carenze igieniche ed alimentari erano poi al primo posto nella mortalità dei piccoli, ma un peso importante lo aveva anche il tragico e diffuso costume dell’infanticidio.
- LE MALATTIE: alcune malattie medievali, come la lebbra, erano praticamente scomparse, ma altre, come la peste, si erano stabilmente installate in Europa ed altre ancora, come la sifilide, vi fecero la loro comparsa a seguito dell’incontro con le popolazioni americane.
- LA MEDICINA: la medicina dell’epoca era attestata sulle antiche teorie umorali, per cui l’intervento terapeutico consisteva solitamente nel favorire con purghe e salassi l’espulsione degli umori eccedenti. Inoltre essa era ostacolata nel suo sviluppo dal permanere di una rigida divisione tra la figura professionale del medico-fisico, studioso di formazione universitaria, socialmente stimato e lautamente pagato, ma dotato di una preparazione soltanto teorica, e quella del barbiere-chirurgo, cui spettava intervenire direttamente sul corpo del paziente.
- L’AZIONE DEI POTERI PUBBLICI: i risultati più consistenti nella lotta contro le epidemie vennero dai progressi compiuti nel campo della pubblica amministrazione dagli Stati, alcuni dei quali si dotarono fin dal XV secolo di uffici di sanità, col compito specifico di emanare regolamenti igienico-sanitari e di operare controlli di carattere preventivo. Dalla loro azione dipesero l’adozione sistematica della pratica della quarantena nei confronti dei sospetti portatori di contagio e l’istituzione dei lazzaretti nei quali ricoverare i malati contagiosi.
- IL MATRIMONIO RITARDATO: il fattore che inibì una eccessiva crescita demografica delle popolazioni europee sembra essere stato il permanere della natalità a livelli contenuti. Ciò non dipese evidentemente da un ricorso sistematico a pratiche anticoncezionali (proibito da tutte le Chiese), ma dall’età media dei matrimoni che si mantenne piuttosto elevata rispetto all’età della maturazione sessuale. La procrastinazione delle nozze dipendeva in primo luogo dal fatto che sposarsi significava metter su casa e questo non era possibile finché i giovani non avevano messo da parte qualcosa o nono erano venuti in possesso delle proprietà dei genitori.
- LA FAMIGLIA: il modello dominante in gran parte dell’Europa nella prima età moderna era quello “nucleare” e “neoresidenziale”: i giovani che si sposavano, specialmente in ambente popolare e contadino, non andavano ad abitare coi genitori e a formare grandi famiglie patriarcali, ma si stabilivano per conto proprio. Invece nelle famiglie patrizie, deve si cercava di trasmettere da una generazione all’altra il patrimonio, il titolo e la dimora della casata, prevalevano modelli d’altro tipo, con matrimoni combinati in tenera età e residenza della giovane coppia nel palazzo di famiglia. Allora la famiglia era essenzialmente un’unità di produzione. Il luogo di lavoro coincideva di regola con il luogo di abitazione.
7.2 L’AUMENTO DEI PREZZI
In che cosa consisté e da che cosa fu provocato il rialzo dei prezzi verificatosi in Europa nel Cinquecento?
- L’INFLAZIONE CINQUECENTESCA: nel XVI secolo si verificò in Europa un generale rialzo dei prezzi. L’aumento fu più consistente nei paesi dell’Europa occidentale, in primo luogo in Spagna, e fu più sensibile sui prodotti di largo consumo.
- LA SPIEGAZIONE “METALLISTICA”: il livello generale dei prezzi è direttamente proporzionale alla quantità di moneta disponibile ed alla sua velocità di circolazione e che, essendo allora le monete correnti coniate in oro e in argento, un aumento della disponibilità do questi due metalli, poté innescare un processo inflazionistico.
- UNA SPIEGAZIONE DIVERSA: oggi si ritiene che sia stato decisivo l’aumento complessivo della domanda di beni, dovuto alla crescita demografica e ai più alti livelli di consumo, non accompagnato da un equivalente aumento della produzione e dell’offerta.
- I RIFLESSI SULLA SOCIETÀ: come sempre accade nei periodi di inflazione, risultarono svantaggiati tutti coloro che avevano introiti fissi o che comunque non erano in grado di accrescerli nella stessa misura e con la stessa rapidità con cui cresceva il costo della vita. Al contrario, trassero benefici tutti quelli che potevano speculare sul rincaro dei prodotti immessi sul mercato.
7.3 L’AGRICOLTURA
Qual era il quadro dell’agricoltura europea?
- LE STRUTTURE AGRARIE: sebbene in tempi e con modalità diverse, la tradizionale divisione delle tenute agricole in una parte signorile, coltivata grazie alle corvées contadine, e in una parte data in affitto era scomparsa dalle campagne dell’Europa occidentale, sostituita dal più mobili rapporti tra proprietari e coltivatori: l’affitto, la mezzadria.
- UNA DIVERSA PARABOLA DEGLI ORDINAMENTI SIGNORILI: nella parte occidentale dell’Europa le ristrutturazioni agrarie del Basso Medioevo avevano portato altresì al restringimento dei poteri signorili: essi sopravvivevano nell’esercizio della giustizia “bassa” e delle funzioni di polizia, nella riscossione delle decime e delle imposte, nel monopolio di determinate attrezzature, nel godimento esclusivo dei diritti di caccia. Assai diversa era la situazione nelle campagne nell’Europa orientale, dove prevalevano rapporti sociali marcatamente feudali, con l’asservimento dei contadini, l’obbligo di residenza, le corvées.
- LA CRESCITA DELLA PRODUZIONE AGRICOLA: durante il XVI secolo l’agricoltura europea fu sollecitata ad accrescere la produzione dall’espansione demografica e dall’aumento dei prezzi agricoli. La maggiore produzione fu ottenuta dai contadini europei grazie con l’allargamento delle aree coltivate a cereali con disboscamenti e bonifiche.
- LE AREE DELL’INNOVAZIONE AGRICOLA: in alcune zone la maggiore produzione fu dovuta invece a perfezionamenti di tecniche che aumentarono la produttività della terra e del lavoro (Paesi Bassi, Italia settentrionale).
- INTENSIFICAZIONE DEI RAPPORTI COMMERCIALI: un altro elemento di novità nell’agricoltura europea fu la formazione di circuiti di scambio legati ad un’intensificata divisione internazionale del lavoro.
- UNA CRESCITA COMPLESSIVAMENTE LIMITATA: una crescita della produttività del settore agricolo poteva essere ottenuta, e di fatto nel Settecento fu ottenuta, con l’aumento della varietà delle culture e soprattutto con l’espansione dell’allevamento. Nel Cinquecento la via battuta nel settore agricolo conduceva nella direzione opposta: verso l’uniformità cerealicola anziché verso la varietà delle culture.
- LE CONSEGUENZE SULLE SOCIETÀ RURALI: l’aumento della popolazione e la connessa maggior richiesta di prodotti agricoli acrebbero il valore della terra: molti capitali di origine urbana e mercantile furono allora investiti in acquisti fondiari. Infatti i proprietari terrieri, purché non si imitassero a vivere della rendita dell’affitto delle loro proprietà, potevano trarne redditi crescenti. Viceversa peggiorarono le condizioni dei contadini, la cui forza contrattuale era diminuita dalla stessa crescita demografica.
7.4 LE ATTIVITÀ MANIFATTURIERE
Quali furono le novità manifestatesi nel settore manifatturiero?
- IL SETTORE MINERARIO: la produzione non agricola registrò nel Cinquecento una vistosa espansione. Una forte crescita si ebbe in tutto il settore minerario.
- LE TECNICHE ESTRATTIVE: in quest’epoca si passò dalle miniere “a giorno” allo scavo di gallerie in profondità, risolvendo complessi problemi di sollevamento della terra e di pompaggio dell’acqua. Si introdussero anche forme più moderne di organizzazione del lavoro, con forme più moderne di organizzazione del lavoro, con cicli continui di lavorazione e turni.
- LA METALLURGIA: vennero messe a punto nuove tecniche per la lavorazione dell’argento, del rame e soprattutto del ferro, con l’introduzione degli altiforni.
- LA PRODUZIONE TESSILE: più tradizionale, ma quantitativamente più rilevante, era il settore tessile, che impiegava centinaia di migliaia di lavoratori, sia in opifici urbani talvolta di grosse dimensioni, sia in campagna. Il lavoro era effettuato a domicilio su materia prima fornita da mercanti-imprenditori che poi ritiravano il prodotto finito o semilavorato e lo commercializzavano. Il sistema di fabbrica e quello a domicilio non erano alternativi, ma più spesso complementari.
- L’EDILIZIA: un altro ramo in notevole espansione nel Cinquecento fu quello dell’edilizia, sostenuto dalla crescita demografica e dal successo di nuovi stili di vita che invitavano ad abbandonare o a modificare le antiche dimore.
- ALTRI SETTORI: diverse attività minori furono favorite dalla particolare congiuntura del secolo: erano quelle legate alla produzione di generi alimentari, del cuoio, del legno, del vetro, della ceramica, del sapone, degli strumenti musicali. Ricordiamo in particolare la fabbricazione delle carrozze e le stamperie.
- SOPRAVVIVERE DI ELEMENTI TRADIZIONALI: molteplici aspetti del sistema manifatturiero rimasero legati alla tradizione.
- DIMENSIONI RIDOTTE: le manifatture conservarono di solito dimensioni modeste.
- MODELLI ARTIGIANALI: le lavorazioni avvenivano secondo modelli ancora artigianali, cioè con una ridotta divisione del lavoro e con un impiego limitatissimo di macchine utensili.
- FONTI DI ENERGIA TRADIZIONALI: il lavoro fisico degli uomini e degli animali, l’acqua, il vento, il legno. Nel Cinquecento si ebbe un maggior impiego del carbone, in forni, fornaci, vetrerie.
- REGOLAMENTI CORPORATIVI: la produzione continuò ad essere regolata, nelle città, dagli ordinamenti delle Corporazioni che ne fissavano i criteri e il volume complessivo e miravano a frenare la concorrenza, disincentivando pertanto le innovazioni.
- INSICUREZZA DEGLI INVESTIMENTI: gli investimenti nel settore manifatturiero erano estremamente aleatori a causa delle guerre, dei disordini sociali, delle interferenze imprevedibili e spesso arbitrarie dei poteri pubblici, della carenza di informazioni attendibili e tempestive circa l’andamento dei prezzi sui mercati.
- PENURIA DI CAPITALI: nonostante l’afflusso dei metalli preziosi americani ed il crescente impiego di “monete fiduciarie” sostitutive di quelle metalliche, l’Europa soffriva di carenza di denaro circolante, né c’erano strutture di credito che raccogliessero i risparmi privati e li convogliassero verso investimenti produttivi.
- RISTRETTEZZA DELLA DOMANDA: la stragrande maggioranza della popolazione era troppo povera per accedere in modo regolare al mercato dei manufatti. La maggior parte delle manifatture lavorava perciò per una clientela molto ristretta, la quale esigeva standard qualitativi compatibili più con le lavorazioni artigianali che con sistemi “massificati”.
7.5 IL COMMERCIO E LA FINANZA
Quali furono le nuove caratteristiche delle attività commerciali e finanziarie?
- I GRANDI MERCATI CAPITALISTI: nell’insieme dei fatti economici caratterizzati dalla circolazione della moneta sembra opportuno distinguere tra quelli in una certa misura tradizionali, come il commercio su scala locale e su itinerari consueti o la compravendita al dettaglio, e quelli che avevano per protagonisti i grandi mercati capitalisti che operavano sulle lunghe distanze del commercio internazionale. Questi uomini d’affari, che erano contemporaneamente mercanti, industriali, banchieri, salirono alla più grande potenza. Era il commercio del denaro, soprattutto, quello che li proiettava più in alto e ne faceva, con la caduta delle interdizioni medievali contro il prestito ad interesse, i ricercati ed invidiati protagonisti d’epoca.
- LA POTENZA DI FUGGER: quella di Fugger era una famiglia di origine contadina che nell’arco di poche generazioni salì ad una potenza straordinaria. I Fugger erano titolari di una vero impero economico, comprendente commercio e produzione di tessuti, commercio di spezie, di pellicce, di minerali, attività bancarie ramificate su tutte le principali piazze d’affari d’Europa.
I NUOVI CENTRI DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE: i centri finanziari più importanti erano Anversa, Londra, Siviglia, Firenze, Venezia. La loro dislocazione rifletteva le novità e le permanenze delle direttrici dei traffici internazionali.
8 -LA RIFORMA
8.1 LUTERO GIOVANE
Quale fu l’esperienza religiosa si Lutero?
- MARTIN LUTERO (1483-1546): nacque ad Eisleben, in Sassonia, da una famiglia di origini modeste. Lutero compì un regolare corso di studi e frequentò l’Università di Erfut, dedicandosi alla filosofia, ma restando sostanzialmente estraneo alle raffinatezze di una cultura umanistica.
- LA SCELTA MONASTICA: nel 1505, a seguito di un incidente che lo turbò profondamente, maturò improvvisamente la scelta di prendere i voti monastici ed entrò nel monastero agostiniano di Erfut. Nel 1507 fu ordinato sacerdote e condusse, per anni, una vita dedita allo studio delle Scritture e all’insegnamento.
- L’ESPERIENZA RELIGIOSA DI LUTERO: nel 151 dovette recarsi a Roma. La visione del fasto mondano della capitale del cristianesimo lasciò in lui una impressione duratura e sgradevole, anche se non è opportuno esagerare l’importanza di questo viaggio sulla maturazione delle sue idee. Lutero pensava che l’uomo, dopo la caduta del peccato originale, fosse intrinsecamente peccatore, del tutto incapace di annientare in sé gli stimoli carnali della concupiscenza. Perciò un Dio giusto, che giudicasse gli uomini secondo i loro meriti effettivi, non avrebbe potuto fare a meno di condannarli.
- IL PROBLEMA DELLA SALVEZZA: intorno al 1515 si colloca la “scoperta” della Lettera ai Romani di San Paolo. In essa egli trovò la risposta alla sua angoscia e quello che doveva diventare il pernio della dottrina protestante. Nella lettera di Paolo Lutero rilesse che il Vangelo «è una forza di Dio per la salvezza di chiunque crede […]. In lui si rivela la giustizia di Dio, per mezzo della fede e continuando nella fede, secondo sta scritto: “Il giusto vivrà per mezzo della fede”».
- LA GIUSTIFICAZIONE PER FEDE: meditando queste parole, Lutero comprende che l’espressione “giustizia di Dio” non significa che Dio dà all’uomo secondo quanto ha meritato, perché, se così fosse, nessun uomo potrebbe salvarsi, bensì che Dio rende giusto, cioè giustifica, l’uomo che ha fede in Lui, che a Lui si affida interamente, senza riserve: quest’uomo, per quanto peccatore, Dio non lo abbandonerà. In questa fede l’uomo trova la sua pace e da questa fiducia in Dio seguono sicuramente le buone opere, quelle che la Legge prescrive, ma che nessun uomo, con le sole sue forze, potrebbe mai realizzare.
8.2 LUTERO, IL RIFORMATORE
Quali furono i punti essenziali della Riforma luterana?
- LA VENDITA DELLE INDULGENZE IN GERMANIA: per far fronte alle spese di edificazione della nuova Basilica di San Pietro la Curia romana aveva intensificato la concessione ai vescovi, dietro pagamento, della dispensa dall’obbligo di residenza nelle diocesi loro assegnate. Di una tale concessine aveva usufruito Alberto di Brandeburgo, che, per recuperare la somma, era stato autorizzato a promuovere nei suoi territori una vendita delle indulgenze, dal cui ricavato avrebbe potuto trattenere per sé la metà.
- IL DISSENSO DI LUTERO: non furono i risvolti economici a smuovere Lutero, ma il significato che la pratica delle indulgenze aveva assunto: essa attribuiva al papa la potestà non solo di ridurre o cancellare le pene imposte dalla Chiesa ai vivi che avevano ottenuto con la contrizione la rimessa dei peccati, ma anche di ridurre e cancellare le pene che trattenevano i defunti in Purgatorio, in taluni casi si parlava di una potestà alla remissione della colpa stessa.
- L’OPPOSIZIONE DI LUTERO ALLE INDULGENZE: Lutero, convinto che solo il sacrificio di Cristo poteva redimere l’uomo, era colpito dalla facilità con cui veniva trattata la materia della colpa della penitenza. La sua teologia crucis rinviava infatti non alle opere, ma alla fede, e questa fede aveva bisogno della grazia, non del papa o della legge canonica.
- LE 95 TESI: fu così che, nel 1517, videro la luce le famose Tesi: 95 proposizioni che esprimevano tutti i dubbi di Lutero e sulle quali egli desiderava aprire una discussione.
- IL CONSENSO ALLE TESI IN GERMANIA: il consenso venne dai signori e dai principi, preoccupati per il continuo e massiccio travaso di risorse finanziarie dai loro territori verso Roma, venne dalle masse popolari, che si sentivano sfruttare dal clero, venne infine da quanti, di ogni condizione sociale, dotti o analfabeti, sognavano una Chiesa più vicina al modello e all’insegnamento di Cristo. Intorno a Lutero si strinse un primo gruppo di discepoli, mentre da Wiettenberg partivano i primi “missionari” della Riforma.
- LA PRIMA REAZIONE DI ROMA: in un primo tempo la questione luterana non destò alcun interesse nella corte romana di Leone X. Successivamente, quando apparve ormai chiara la portata di quanto stava accadendo in Germania, Leone X assunse un atteggiamento di assoluta intransigenza e chiese a Lutero la ritrattazione delle sue opinioni.
- LA DOTTRINA LUTERANA: il credente è salvato da Dio per la sua fede e tale fede è possibile perché Dio si è rivelato attraverso la Scrittura. Solo alla scrittura il cristiano deve perciò fedeltà ed obbedienza. Da questo criterio discende la drastica riduzione dei sacramenti ai tre soli di cui, secondo Lutero, si fa effettivamente menzione nella Scrittura: il battesimo, l’eucarestia e la confessione. Ma, nel caso degli ultimi due, con notevoli differenze rispetto alla dottrina cattolica.
- IL LIBERO ESAME: la Parola di Dio, consegnata nella Scrittura, deve essere accostata con umiltà del credente, senza essere filtrata attraverso il magistero ecclesiastico. Cade così ogni autorità della Tradizione: dal momento che nessuno può imporre legittimamente una interpretazione vincolante per gli altri, la lettera e l’interpretazione della Parola si fanno libere.
- IL SACERDOZIO UNIVERSALE: ogni credente è sacerdote e non abbisogna di intermediari nel suo rapporto col Padre.
- IL RUOLO DELLE AUTORITÀ SECOLARI SECONDO LUTERO: egli considerò il potere delle autorità secolari come lo strumento istituito da Dio per tenere gli uomini peccatori sotto l’imperio della legge.
- ERASMO E LUTERO: Erasmo da Rotterdam aveva portato a termine una nuova traduzione del Nuovo Testamento della quale Lutero ampiamente si servì. Egli e gli umanisti cristiani avevano molto in comune con la Riforma; ma l’affermazione luterana che la salvezza dipende unicamente dall’intervento divino era in contrasto con la fiducia che gli umanisti riponevano nella libertà dell’uomo. Questo contrasto, che restò in ombra nei primi tempi, venne in piena luce nel 1525.
- LA DIETA DI WORMS: il 15 giugno 1520 Leone X emanò la bolla Exsurge Domine che condannava le Tesi luterane e chiedeva al riformatore una ritrattazione; Lutero, che rifiutò, fu scomunicato il primo gennaio del 1521. Ma Carlo d’Asburgo preferì agire ancora con cautela e nel mese di aprile Lutero fu convocato nella città di Worms per essere interrogato e chiarire le sue posizioni. La Dieta si concluse con un nulla di fatto perché egli si rifiutò di ritrattare.
- LUTERO ALLA WARTBURG: Lutero fu messo al sicuro nella fortezza di Wartburg dal suo protettore, il duca Federico di Sassonia, qui procedette alla traduzione tedesca della Bibbia.
8.3 LA RIFORMA E IL MONDO TEDESCO
Quali furono in Germania le ripercussioni politiche e sociali della predicazione luterana?
- RADICALIZZAZIONE DELLA RIFORMA: durante l’assenza del riformatore ad Wittenberg, alcuni discepoli, non tenendo conto della raccomandazione di lasciare il tempo alle nuove idee di metter radici, presero delle posizioni che apparvero a Lutero erronee.
- LA RIVOLTA DEI CAVALIERI: nel 1522 scoppiò una rivolta di cavalieri svevi e renani, guidata dall’umanista Ulrico von Hutten e da Franz von Sickingen. In nome della lotta contro la Chiesa di Roma, i cavalieri aspiravano a recuperare una posizione sociale compromessa dagli sviluppi politici che erano in atto nel territorio tedesco e a tale scopo cercarono di occupare le terre dell’arcivescovo di Treviri. Il movimento dei cavalieri fu sconfessato da Lutero e sconfitto militarmente dai principi.
- LA RIVOLTA DEI CONTADINI: essa fece avvertire i suoi primi segnali agli inizi dell’estate del 2524 nella Germania meridionale e si estese rapidamente fino alla Sassonia, alla Turingia, alla Corinzie, al Tirolo. Nelle rivendicazioni dei ribelli si mescolavano richiami ad antiche consuetudini, echi evangelici, motivi luterani.
- LUTERO DI FRONTE ALLA RIVOLTA DEI CONTADINI: fra i rivoltosi più radicali che si accostarono ai rivoltosi vi fu Thomas Münzer, il quale aveva sostenuto anche in precedenza che il cristiano deve sentirsi attivamente responsabile delle condizioni di vita del prossimo e impegnarsi per togliere dal mondo l’empietà e l’ingiustizia. Lutero, che in un primo momento aveva riconosciuto valide alcune richieste dei contadini, lanciò il suo attacco contro i ribelli.
- LA SCONFITTA DEI CONTADINI: i contadini avevano subito a Frankenhausen, in Turingia, una sconfitta decisiva ad opera degli eserciti dei principi. Lo stesso Münzer, catturato, fu torturato e ucciso.
- CONSEGUENZE POLITICHE: la sconfitta dei cavalieri prima e quella dei contadini poi lasciarono unici vincitori i grandi principi territoriali, che realizzarono a proprio vantaggio la confisca dei beni ecclesiastici.
- LA DIFFUSIONE DEL LUTERANESIMO IN GERMANIA: negli anni tra il 1525 e il 1529 il luteranesimo si consolidò in molte regioni tedesche e cominciò a penetrare nei paesi del Nord, come la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Finlandia, zone in cui le strutture della Chiesa cattolica erano meno vigorose.
- LA DIETA DI AUGUSTA E LA CONFESSIONE AUGUSTANA: la prima Dieta imperiale di Spira (1526) prese atto dei contrasti religiosi esistenti e rinviò al futuro concilio generale il loro superamento. Ma alle successive diete di Spira del 1529, contro le cui decisioni protestarono i principi riformati, e di Augusta del 1530, lo scisma in atto risultò insuperabile. La Confessione Augustana era stata redatta da Zelantone, il fedele collaboratore di Lutero, con perizia e cautela e fu respinta dal legato pontificio.
- LA FORMAZIONE DELLA LEGA DI SMALCALDA: da Augusta i principi riformati tornarono consapevoli della necessità di darsi una organizzazione militare da contrapporre all’imperatore: nel febbraio del 1531 nacque così la Lega di Smalcalda.
8.4 LA RIFORMA A ZURIGO E A MÜNSTER
Quali orientamenti assume la riforma religiosa anticattolica in Svizzera? Chi erano gli anabattisti e quali furono i loro rapporti con le altre confessioni cristiane?
- ALTRE ESPERIENZE RIFORMATRICI: in molte regioni, in cui struttura politica era caratterizzata dall’esistenza di città libere e gli influssi umanistici si avvertivano in misura molto forte, fiorirono varie iniziative riformatrici.
- UMANESIMO E RIFORMA IN ZWINGLI: Zwingli riuscì a convincere le autorità cittadine a dare avvio alla riforma della Chiesa: furono emanate disposizioni con le quali si faceva obbligo agli ecclesiastici di basare la loro predicazione solo sulla Scrittura, si aboliva l’obbligo del celibato ecclesiastico, si combatteva il culto della Madonna, dei Santi e di ogni immagine sacra, si riformava la Messa, si introduceva il tedesco nella liturgia. Zwingli era privo di quel senso profondo ed angoscioso del peccato e quindi ammetteva il dogma della predestinazione.
- LA DOTTRINA DELL’EUCARESTIA: Zwingli sostenne che l’eucarestia è solo una commemorazione dell’ultima cena e del sacrificio del Cristo e che, nella celebrazione, i credenti costituiscono il corpo di Cristo.
- IL CONTRASTO TRA LUTERO E ZWINGLI: Lutero e Zwingli si fronteggiarono a Marburgo nel 1529. L’anno seguente, ad Augusta, sulla dottrina eucaristica, i luterani fecero fronte comune con i cattolici contro i seguaci del riformatore svizzero. Dopo il fallimento della Dieta si giunse allo scontro aperto con i cattolici e i sguaci di Zwingli furono sconfitti a Keppel nel 1531. Le sue idee in parte confluirono poi nel calvinismo e in parte sopravvissero in taluni riformatori italiani.
- I PRIMI GRUPPI ANABATTISTI: accanto ai profeti della lotta armata altri predicatori avevano svolto un discorso non violento e pacifista. Essi non attribuivano nessun valore al battesimo dei bambini perché privo di impegno personale di rigenerazione interiore e, nel caso che il battesimo fosse stato somministrato in questa forma, ritenevano che dovesse essere ripetuto.
- LA FEDELTÀ AL VANGELO: gli anabattisti si rifiutarono di indossare le armi e di prestare giuramento nei tribunali civili. In questi atteggiamenti le autorità del tempo scorsero dei reati di insubordinazione da perseguire con decisione.
- GLI ANABATTISTI A MÜNSTER: nel 1533 gli anabattisti avevano ricevuto l’autorizzazione a professare la propria fede nella città di Münster. La notizia causò un massiccio afflusso di anabattisti da regioni diverse, soprattutto dai Paesi Bassi. Alle elezioni municipali del 1534 i “veri credenti” ottennero la maggioranza e organizzarono la vita cittadina secondo i loro principi. Quanti non accettarono il nuovo ordine furono cacciati dalla città.
- LA SCONFITTA DEGLI ANABATTISTI: man mano che questo esperimento di comunismo totalitario ed evangelico procedeva, più forti si facevano le minacce contro di esso da parte dei signori esterni; più pressanti erano queste minacce, più il regime di Münster si radicalizzava per farvi fronte. Nel 1535 il luterano Filippo d’Assia, d’accordo con i principi tedeschi, mosse l’esercito verso la città: Münster fu presa, gli abitanti massacrati, i capi torturati e uccisi.
8.5 LO SCISMA ANGLICANO
In cosa consisté lo scisma anglicano e come si giunse ad esso?
- SITUAZIONE RELIGIOSA IN INGHILTERRA: agli inizi del Cinquecento la situazione religiosa in Inghilterra non differiva sostanzialmente da quella degli altri paesi.
- ENRICO VII: si limitò inizialmente a restaurare una maggior disciplina nel clero, senza interferire nelle questioni del dogma. Anzi: nel 1521 si meritò dal Papa l’appellativo di defensor fidei per un’opera composta in polemica con Lutero.
- LA VICENDA MATRIMONIALE: Enrico aveva sposato la vedova del suo fratello, Caterina d’Aragona, zia dell’imperatore Carlo V. Dal matrimonio non erano nati figli maschi e restava in vita solo una figlia. Inoltre la politica estera inglese aveva preso un orientamento antispagnolo e per questo il matrimonio con Caterina aveva perso di significato. Enrico V si innamorò di una dama di corte e chiese a Roma l’annullamento del suo precedente matrimonio, ma Clemente VII apparve restio ad accogliere tale istanza. Nel 1531 il re nominò cancelliere Thomas More,riuscì a far nominare Thomas Cranmer arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa inglese, ottenne da Cranmer l’annullamento del matrimonio e sposò segretamente la Balena.
- L’ATTO DI SUPREMAZIA: con essi si riconosceva al re l’autorità suprema su tutti i cittadini del Regno, fossero essi laici o ecclesiastici, e si tagliavano i legami di dipendenza della Chiesa inglese da Roma.
- LO SCISMA ANGLICANO: il clero e i fedeli non opposero molta resistenza, ma vi fu comunque chi non si piegò, come gli Irlandesi, per i quali la fedeltà a Roma divenne incentivo a resistere ai conquistatori inglesi, o come Thomas More, che si rifiutò di prestare il giuramento richiesto e pagò con la vita il suo gesto.
- CONSEGUENZE DELLO SCISMA: la riforma anglicana si configurò come uno scisma e non come un’eresia, perché niente fu modificato dell’edificio dogmatico e teologico cattolico. Di particolare importanza fu la soppressione dei monasteri, che mise nelle mani della Corona un ingentissimo quantitativo di terre.
- RAFFORZAMENTO DEL POTERE MONARCHICO: Enrico V dovette procedere nella riforma con l’appoggio del Parlamento, la cui autorevolezza risultò quindi rafforzata dall’ampliamento delle competenze parlamentari in materia religiosa.
- LA SUCCESSIONE AL TRONO INGLESE: Anna Bolena diede al re un’altra figlia, Elisabetta, e nel 1536, vittima di un complotto, fu decapitata. Dal matrimonio con Jayne Seymour Enrico ebbe l’atteso erede maschio, Edoardo. A lui Enrico, morendo, lasciò il regno nel 1547.
8.6 IL MONDO CATTOLICO TRA ESIGENZE DI RINNOVAMENTO E RIFORMA LUTERANA: SPAGNA, FRANCIA E ITALIA
Quale fu la situazione religiosa che si delineò in Spagna, in Francia e in Italia agli inizi del Cinquecento sotto l’urgere delle spinte riformatrici?
- CIRCOLI RIFORMATORI: la figura più significativa fu, agli inizi del Cinquecento, quella del cardinale Francisco Jiménez de Cisneros, generale dell’ordine francescano spagnolo e vescovo di Toledo, energico promotore di una restaurazione della vita e degli studi religiosi.
- L’INFLUENZA DI ERASMO IN SPAGNA: l’avvento al trono spagnolo del giovane sovrano Carlo d’Asburgo accellerò i processi in corso. La Spagna fu il paese dove l’opera umanista di Rotterdam parve attecchire più solidamente, alimentando una spiritualità di intonazioni mistiche, che ebbe due esponenti di rilievo in Alfonso de Valdés, letterato e segretario imperiale, e in suo fratello Juan. Il pacifismo di Erasmo fornì una coerente giustificazione ideale al sogno di restaurare un Impero universale che fosse portatore di ordine e di pace nel mondo travagliato e diviso della cristianità.
- IL DECLINO DELL’INFLUENZA ERASMIANA: anche in Spagna la stagione erasmiana si chiuse progressivamente dopo la Dieta di Augusta e nel successivo decennio. A partire dagli anni intorno alla metà del secolo, l’identificazione del paese spagnolo con la causa della croce e della crociata tornò a prendere il sopravvento.
- I CIRCOLI RIFORMATORI IN FRANCIA: agli inizi del secolo, anche in Francia, si diffusero idee di rinnovamento religioso, alimentate dal nuovo gusto umanistico per la lettura dei testi antichi e dal bisogno di una religiosità più intima e spirituale. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i dotti umanisti francesi rimasero legati alla Chiesa di Roma, respingendo gli inviti ad unirsi alle nuove Chiese.
- FRANCESCO I E IL MOVIMENTO RIFORMATORE: Francesco I, alla ricerca di alleati contro Carlo V, non disdegnò di allacciare rapporti con i principi tedeschi aderenti alla Riforma e questa scelta diplomatica non poteva non riflettersi, almeno inizialmente, in una certa tolleranza verso i protestanti all’interno del paese. Ma dal 1534, nonostante il perdurare di rapporti di natura politica con il mondo protestante, iniziarono le persecuzioni contro i sostenitori francesi della Riforma.
- ATTESE DU RIFORMA IN ITALIA: il V concilio Lateranense non mancò di emanare i decreti di riforma: sulla vita religiosa, sulla predicazione, sui benefici e sui doveri del clero.
- STERILITÀ DEI PROGETTI RIFORMATORI: il concilio altro non poté fare che rimettere tutto nelle mani del pontefice: infatti , la supremazie del papa e la sacralità delle istituzioni gerarchiche erano state riconfermate a pieno titolo.
- DIFFICOLTÀ CHE SI OPPONEVONO AL CAMBIAMENTO: molti uomini di Chiesa, che pure erano convinti della necessità di riformare i costumi cristiani, scelsero ed indicarono la strada della rigenerazione interiore.
- I PROTAGONISTI DELL’EVANGELISMO ITALIANO: dal 1517 al 1542, si sviluppò il cosiddetto “evangelismo” italiano. Con tale termine sono denotati i contributi offerti da singoli personaggi e da piccoli gruppi religiosi per rinnovare la vita cristiana, rendendola più aderente ai principi del Vangelo.
- CARATTERI E CONTRADDIZIONI DELL’EVANGELISMO ITALIANO: l’evangelismo si caratterizzò proprio nei gruppi più significativi per un atteggiamento che non fu né antiecclesiastico né antiromano riguardo ai problemi teologici, bensì tendenzialmente polemico verso la Curia e decisamente antintellettualistico. Anzi, fu proprio la svalutazione del momento dottrinario a favore di una fede più intima e calda che consentì a questo movimento di essere sia la manifestazione di un nuovo fervore religioso, sia l’espressione di simpatie filo-protestanti.
- LA POSIZIONE DELLA CHIESA DI FRONTE ALLA RIFORMA: inizialmente la risposta di Roma alla rivolta protestante era stata piuttosto incerta. Si può datare con gli inizi del pontificato di Paolo III l’inizio di un’azione volta a contenere gli influssi della Riforma che si espresse, per alcuni anni ancora, lungo due orientamenti che apparvero in un primo momento complementari ma che, alla fine, si rivelarono alternativi.
- SPINTE INNOVATRICI: il primo orientamento fu a favore del rinnovamento. Esso è testimoniato da una serie di iniziative: la promessa formale all’imprenditore di convocare al più presto un concilio; il credito concesso dal papa ad un gruppo di prelati di formazione erasmiana; l’approvazione di nuovi ordini religiosi; la stesura di un ampio progetto di riforma. Questa line di apertura culminò con la decisione di partecipare a Ratisbona all’apertura dei colloqui di religione con i protestanti.
- SPINTE CONSERVATRICI: il secondo orientamento sviluppò invece, una tendenza difensiva.
- LA CRISI DEGLI ANNI 1540-42: tra il 1540 e il 1542 la situazione già piegava verso la Controriforma lungo una precisa sequenza di avvenimenti: il fallimento nel 1541 dei colloqui di Ratisbona, l’istituzione a Roma del Sant’Uffizio per l’Inquisizione, le fughe di Ochino e di Curione nel 1542 e due anni dopo del Vermigli. Nel 1544 il Trattato utilissimo del Beneficio del Cristo fu censurato e nel 1547 definitivamente condannato.
- VALUTAZIONE GLOBALE DELL’ESPERIENZA DELL’EVANGELISMO ITALIANO: ad esso era mancata la forza di affrontare fino in fondo un argomento fondamentale, quello della libertà del cristiano, e di sviluppare tutte le implicazioni ad esso connesse, si in relazione al rapporto con la gerarchia ecclesiastica, sia in relazione ad una promozione civile dell’intera società. In realtà, quel progetto si era prevalentemente risolto in proponimenti di rigenerazione interiore.
8.7 CALVINO
Quale fu l’opera svolta da Calvino e quale la sua importanza nella storia della Riforma?
- LA RIFORMA PROTESTANTE IN DIFFICOLTÀ: verso la metà degli anni Trenta molte erano le difficoltà che travagliavano il movimento riformatore: il progressivo irrigamento gerarchico del luteranesimo in forme di Chiese territoriali soggette alle autorità secolari, la proliferazione di confessioni religiose diverse, il primo delinearsi di una decisa intraprendente risposta cattolica.
- LA FORMAZIONE DI CALVINO: Giovanni Calvino nacque in Francia e, indirizzato dal padre, compì i primi studi teologici a Parigi. Completò la sua formazione in diritto civile e canonico ad Orléans ed a Bourges. La sua formazione avvenne in un periodo fervido di idee e di propositi e si perfezionò in ambienti di acuta sensibilità religiosa, nei quali l’umanesimo cristiano e l’evangelismo si incrociavano con le suggestioni luterane. Calvino trasse dai principi dell’Evangelo l’obbligo di una coerente testimonianza cristiana, che investisse, la stessa società civile.
- LA FUGA DALLA FRANCIA E LA ISTITUTIO CHRISTIANAE RELIGIONIS: dopo aver dovuto lasciare la Francia nel 1534, a causa dell’inasprimento della politica di Francesco I contro i riformatori, Calvino giunse a Basilea e qui, nel 1536, dette alle stampe la Istitutio christianae religionis. Quest’opera era una vera e propria summa del pensiero riformato e fu dedicata a Francesco I.
- CALVINO A FERRARA: nei primi mesi del 1536, Calvino si recò a Ferrara, dove la duchessa cugina del re di Francia era nota per le sue simpatie protestanti. Allontanato dal duca di Ferrara, riprese la via di Strasburgo, ma fu costretto a deviare per Ginevra.
- CALVINO A GINEVRA: guida dei riformatori ginevrini era Guillaume Farel che comprese quanto l’energica personalità di Calvino sarebbe stata utile a consolidare e organizzare la nuova Chiesa cittadina e lo convinse a fermarsi, facendolo nominare predicatore.
- L’ESPULSIONE DA GINEVRA: in questa cittadina non tutti erano soddisfatti delle invadenti iniziative del forestiero e nel 1538 Calvino fu espulso.
- IL RITORNO A GINEVRA: nel 1541 egli fu richiamato dal Consiglio della città, a causa dei disordini che vi si erano nel frattempo verificati. A Ginevra rimase fino alla morte, precisando le linee della sua teologia e soprattutto ordinando la Chiesa e la città secondo un modello di estremo rigore politico-religioso che raggiunse, in quegli anni, caratteri di vera e propria intolleranza. Nel 1559 fu fondata l’Accademia teologica, che sotto la guida di Théodor de Bèze divenne un luogo di formazione culturale e religioso che attrasse studenti da tutti i paesi riformati. Al momento della morte di Calvino, nel 1564, le sue dottrine si erano largamente diffuse in Svizzera, Germania, Paesi Bassi, Scozia, Polonia, Ungheria.
- LA DOTTRINA DI CALVINO: organizzare una società cristiana che offrisse ad un tempo, così nelle istituzioni civili come nei costumi dei singoli, la testimonianza della fede e la verifica di un’elezione.
- L’ONNIPOTENZA DI DIO: al centro della teologia calvinista è il concetto biblico, soprattutto veterotestamentario, della gloria di Dio, sovrano assoluto. Dio salva. Dio condanna. Dio “chiama”. Alle singole creature egli assegna il compito che vuole, in forza di un’onnipotenza i cui decreti restano inaccessibili al giudizio umano.
- L’ELEZIONE. IL LAVORO COME VOCAZIONE PROFESSIONALE: la natura umana è, secondo Calvino, irrimediabilmente peccatrice. Segni di tale predestinazione sono la fede totale nella Parola di Dio e la comunione con Cristo nella Chiesa. Anche attraverso le opere, gli eletti offrono la verifica dell’efficacia della grazia. Calvino non si lascia paralizzare dall’incertezza circa la sua sorte ultraterrena: agisce nel modo e nella disciplina dell’operosità quotidiana trova quella serenità interiore che gli testimonia l’appartenenza al numero degli eletti.
- LA DOTTRINA EUCARISTICA: sotto i segni del pane e del vino al credente è offerta la possibilità di una reale partecipazione al corpo e al sangue di Cristo; ma chi non ha fede riceve soltanto il pane e il vino.
- LA CHIESA: Calvino attribuì grande importanza alla Chiesa, sia come comunità invisibile di tutti gli eletti, nota a Dio soltanto, sia soprattutto come comunità visibile di quanti, credendo in Cristo, partecipano ai sacramenti ed ascoltano la sua Parola.
- L’ORGANIZZAZIONE DELLA VITA ECCLESIASTICA E CIVILE:
- a capo di essa era il Concistoro:12 anziani scelti dalla comunità dei fedeli e un certo numero di Pastori. Gli anziani avevano il compito di assicurare la disciplina e sorvegliavano la condotta dei membri;
- vi erano poi i Dottori, il cui compito era l’insegnamento;
- i Diaconi, che si occupavano dell’assistenza ai poveri e ai malati
- i membri che trasgredivano e venivano colti in fallo erano giudicati dal Concistoro.
- LA GINEVRA CALVINISTA: Calvino non esigeva dal cittadino obbedienza pronta alle autorità pubbliche, ma riteneva che esse, volute ed istituite da Dio, fossero vincolate alla Parola e soggette quindi alla Chiesa che ne era l’interprete sulla base della Scrittura. Coerentemente con questa impostazione teorica, Calvino riuscì a fari quasi coincidere l’ordinamento pubblico di Ginevra con quello ecclesiastico e il Concistoro si affermò come la massima autorità cittadina.
8.8 LA DIFFUSIONE DELLA RIFORMA
Dove e come si diffuse il movimento protestante?
- LA LEGA DI SMALCALDA E CARLO V: nel 1531 si riunirono nella Lega di Smalcalda i principi e i rappresentanti dei territori tedeschi che erano stati conquistati dalla ribellione luterana. La Lega non fu però capace di imprimere una direzione unitaria alla politica dei suoi membri. Viceversa, i principi protestanti trovarono sicuri punti di intesa con i principi cattolici nel boicottare la politica di Carlo V. Lo scontro tra gli smalcaldici ed i cattolici non ebbe dunque i caratteri di un’intransigente guerra di religione.
- LA BATTAGLIA DI MÜHLBERG: dopo la pace di Crepy del 1544, Carlo V si rivolse con decisione contro i protestanti tedeschi e li sconfisse a Mühlberg nel 1547. Ma non fu una vittoria decisiva e l’imperatore dovette rassegnarsi alla conclusione che fu sancita ad Augusta.
LA PACE DI AUGUSTA: sottoscritta nel 1555, regolò la vita religiosa tedesca per i successivi sessant’anni e riconobbe la spaccatura prodottasi nella cristianità. In pratica questo significò attribuire ai signori dell’Impero il diritto di imporre nei propri territori la propria scelta religiosa. Ai dissidenti veniva garantita soltanto la facoltà di emigrare liberamente. I dispositivi della pace di Augusta non attuarono, perciò, un regime di tolleranza religiosa.
9 – L’ETA’ DI CARLO V
9.1 LE TRE EREDITA’ DI CARLO D’ASBURGO
Nella penisola iberica si era avuta nel 1469 l’unione delle corone di Castiglia e di Aragona col matrimonio tra Isabella e Ferdinando. La Castiglia era terra di grandi latifondisti aristocratici, avvezzi alla guerra e al potere, di contadini poveri e di allevatori di pecore. La vocazione storica del Regno d’Aragona era invece l’espansione mediterranea (dominava sulla Sicilia e su Napoli). In ciascuno dei due regni il potere della Corona era limitato: in Castiglia dal permanere di estese signorie territoriali e in Aragona dalle tradizioni medievali che assegnavano alle Cortes un importante ruolo politico.
Alla morte di Isabella nel 1504 non si era certi se i due Regni avrebbero conservato la loro autonomia in quanto Ferdinando rivendicò l’eredità della moglie mentre l’aristocrazia castigliana appoggiava le pretese del genero Filippo d’Asburgo che aveva sposato Giovanna la figlia di Ferdinando e Isabella. In seguito, però, Filippo morì (1506) e la moglie sprofondò in una malattia mentale, allora Ferdinando si impose anche in Castiglia.
Un ruolo importante lo svolse in questi anni l’arcivescovo di Toledo Francisco Jiménez de Cisneros: egli propose una riforma della Chiesa spagnola e una campagna discriminatoria a danno degli Ebrei residenti in Spagna e dei musulmani. La limpieza de Sagre (appartenenza all’autentico popolo spagnolo) e l’integrità della fede cattolica divennero i criteri di riferimento dell’identità nazionale del Regno che si stava formando. Ma l’espulsione degli Ebrei (abitanti economicamente attivi) e la conversione forzata dei musulmani contrassero ulteriormente le basi di un’economia già di per sé appesantita dal predominio dei grandi latifondi nobiliari.
La monarchia spagnola poté però avvalersi del largo controllo concessole dal papato sulle istituzioni ecclesiastiche, inoltre essa aveva dalla sua parte il nuovo ceto dei funzionari e dei giuristi (letrados, che però era ancora troppo fragile). Il maggior elemento di debolezza della Spagna si profilava a livello culturale; il disprezzo per il lavoro e l’aspirazione a condurre una vita “signorile” inflazionavano i ranghi del clero, della nobiltà, dei funzionari, a scapito di altre più produttive attività.
Ferdinando d’Aragona desiderava che, alla sua morte, dei due nipoti gli succedesse Ferdinando che, a differenza di Carlo, era stato educato presso di lui. Essendo però molto timorosi i grandi di Castiglia puntavano sulla successione di Carlo. Al giovane Carlo spettò quindi nel 1516 la corona di Castiglia e di Aragona e divenne re con il nome di Carlo I.
Carlo era già duca di Borgogna in quanto figlio di Filippo d’Asburgo che, a sua volta, era figlio di Maria di Borgogna andata sposa all’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. Maria era anche erede della contea di Borgogna (Franca Contea), l’Artois, il Lussemburgo, le Fiandre, il Bramante, l’Olanda e altri territori minori. Il ducato di Borgogna era stato annesso al regno di Francia.
Per gli Asburgo era molto difficile controllare questi territori ed inoltre Massimiliano d’Asburgo e Maria di Borgogna per avere dei diritti sull’eredità di Carlo il Temerario, dovettero concedere agli Stati Generali di Borgogna dei diritti che limitavano il loro potere.
L’investitura ufficiale a duca di Borgogna fu conferita a Carlo quando divenne maggiorenne nel gennaio del 1515.
Il nonno paterno di Carlo, Massimiliano d’Asburgo, oltre che re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero era anche titolare dei tradizionali possedimenti dinastici degli Asburgo. Egli cercò di rivitalizzare la struttura imperiale sia all’interno che all’esterno. All’interno egli mirò a realizzare una più stretta integrazione tra i diversi principati tedeschi, cercò di mantenere la pace (creò un fondo finanziario comune e istituzionalizzò una dieta generale). Comunque il fulcro della potenza di Massimiliano rimase nei territori di famiglia, lungo il Reno e soprattutto in Austria. Massimiliano poi aveva molti progetti ma, siccome non riuscì ad ottenere l’appoggio dei tedeschi, questi si risolsero spesso con un nulla di fatto.
Massimiliano morì all’inizio del 1519. Suo nipote Carlo ne ereditò i possedimenti di famiglia, aggiungendo il titolo di arciduca d’Austria. Restava in sospeso la successione imperiale.
9.2 LA FRANCIA AGLI INIZI DEL CINQUECENTO
La Francia agli inizi del Cinquecento, con i suoi 16 milioni di abitanti e la sua consolidata tradizione monarchica, era il più forte stato dell’Occidente. Il re, capo dello Stato, era affiancato da un Consiglio Reale che era il più importante organo istituzionale del Regno; esisteva poi anche il Consiglio degli Affari che si occupava degli affari di tutti i giorni. L’attuazione delle direttive sovrane (a livello centrale e periferico) era assicurata da un corpo di funzionari. Il settore in cui il potere regio si affermò maggiormente fu quello della giustizia, mentre maggiori difficoltà presentava il settore delle finanze: alle spese crescenti si cercava di far fronte con le risorse fornite dalla terra del re e da entrate (imposte dirette e indirette). I rapporti con la Chiesa furono regolati da un Concordato, nel 1516, in base al quale il re aveva controlli stretti. Anche per quanto riguarda l’esercito il re non aveva più potere in quanto erano più affidabili le compagnie di ordinanza reclutate dal Regno e i mercenari assoldati all’estero.
Il potere dei Sovrani francesi era limitato da alcune istituzioni intermedie. Ad esempio le assemblee regionali e nazionali dei rappresentanti dei tre ordini della società, chiamate Stati Provinciali e Stati Generali dovevano essere convocate dal sovrano per dare la loro approvazione alla sua politica, vi erano poi le città che godevano di privilegi e autonomie ereditate dal passato, infine vi era l’istituzione caratteristica dei Parlamenti; essi erano organi giudiziari cui spettava registrare le ordinanze regie dopo che erano state giudicate corrette.
Comunque nel periodo compreso tra la fine della Guerra dei Cent’anni e l’inizio dei conflitti di religione, il potere regio si rafforzò.
9.3 L’IMPERO DI CARLO V
Quando lo raggiunse la notizia della morte del nonno Massimiliano d’Asburgo, Carlo era in Spagna alle prese con grosse difficoltà in quanto gli Spagnoli non si mostravano ben disposti verso il giovane sovrano, che appariva loro come uno straniero. Nel frattempo tra nobili e città si riaccendevano delle ostilità: si trattava della rivolta dei Comuneros (rappresentanze cittadine) indirizzata contro i soprusi della élite dirigente borgognona e contro le prepotenze dell’aristocrazia.
Comunque Carlo si impegnò per la successione imperiale. La sua candidatura aveva numerosi avversari, ma grazie all’abilità del cancelliere Mercurino da Gattinara e ai prestiti concessigli dai banchieri tedeschi Fugger e Welser (per comprare i voti) Carlo il 28 giugno del 1519 fu eletto imperatore con il nome di Carlo V. Egli apprese la notizia a Barcellona e non esitò a muoversi verso la Germania. L’elezione imperiale veniva a completare il suo disegno provvidenziale, cioè quello di riprendere la funzione che era già stata di Carlo Magno: assicurare l’ordine e la pace a tutto il mondo cristiano e guidarlo contro i suoi nemici. Riaffiorava nei progetti dell’imperatore il sogno di un Impero universale; sogno condiviso da quanti speravano nell’instaurazione di una pace generale ed auspicavano che in questa pace la cristianità trovasse il tempo e la forza per riformare se stessi.
Per questo Carlo si impegnò per tutta la vita con tutte le sue forze ma, alla fine, dovette riconoscersi sconfitto. Le provincie che formavano l’Impero non furono mai un’unità organica; in quanto Carlo ne era venuto in possesso per successione dinastica non come conquistatore, quindi doveva lasciare intatte le loro autonomie, le loro istituzioni…
9.4 LA PRIMA FASE DEL CONFLITTO TRA CARLO V E LA FRANCIA
La scena politica europea fu dominata per secoli dallo scontro tra Carlo V e i re di Francia. Oggetto della contesa furono inizialmente la Borgogna e la Lombardia e, la prima fase della guerra fu combattuta principalmente in Italia.
Dopo l’elezione di Carlo V la guerra apparve inevitabile, ma fu ritardata dai tentativi di entrambi i contendenti di assicurarsi l’appoggio del re inglese Enrico VIII. Questo, poi, doveva risolvere alcune questioni tra cui la definizione dei rapporti con il Papato; essa sembrò risolta quando, alla morte di Leone X, la tiara pontificia fu assegnata ad Adriano VI. Egli non si mostrò succube della politica di Carlo V e morì presto, sostituito da un nuovo esponente dei medici che assunse il nome di Clemente VII.
Le ostilità si aprirono nel 1521 lungo la frontiera pirenaica. Fu in Italia che si verificarono i fatti più importanti: i Francesi persero Milano, e il 24 febbraio del 1525 subirono presso Pavia una pesante sconfitta (Francesco I fu fatto prigioniero). L’Inghilterra passo dalla parte dei Francesi temendo che l’intera Europa si riducesse sotto la signoria di Carlo V. Francesco I (re di Francia) firmò nel 1526 la pace di Madrid, che prevedeva la rinuncia per la Francia di Milano, Napoli, Borgogna, ai territori dell’Artois e delle Fiandre. Carlo intanto si sposò con l’infanta del Portogallo, Isabella.
Quando Francesco I fu liberato, egli allestì una vasta lega antiimperiale, la lega di Cognac, cui aderirono Clemente VII, Venezia, gli Sforza, i Medici ed alla quale Enrico VIII promise la sua protezione.
Intanto i rapporti tra l’imperatore e il Papa erano divenuti molto tesi. In questo clima alcuni reparti di mercenari tedeschi (lanzichenecchi), in prevalenza luterani, alle dipendenze dell’imperatore si spinsero di propria iniziativa verso Roma. La città fu sottoposta per mesi ad un sistematico saccheggio e il papa rimase asserragliato in Castel Sant’Angelo.
Il Sacco di Roma apparve ai luterani come la giusta vendetta di Dio sulla novella Babilonia e fu giudicato dai cattolici come un ultimativo avvertimento della necessità di procedere ad una riforma della Chiesa.
La Lega di Cognac ebbe poca fortuna; la pace, preparata dai colloqui tra Margherita d’Austria, zia di Carlo V, e Luisa di Savoia, madre di Francesco I, è detta “pace delle due dame”, fu conclusa a Cambrai nell’agosto del 1529. Essa confermò le clausole della precedente pace di Madrid, tranne per quanto riguarda la Borgogna, ma la Francia rinunciava ad ogni pretesa in Italia.
Gli affari italiani furono sistemati nel novembre del 1529 al congresso di Bologna: lo Sforza fu riconfermato a Milano, Venezia restituì alcune terre pontificie e meridionali, i Medici furono restaurati a Firenze. Il Congresso di Bologna sancì la riduzione dell’Italia sotto la piena egemonia di Carlo V; poi nel febbraio del 1530 Carlo V ricevette a Bologna la corona imperiale.
9.5 L’IMPERO OTTOMANO
L’Impero ottomano viveva in quel tempo il periodo della sua massima potenza. I sultani di Costantinopoli avevano a disposizione somme superiori a qualsiasi altro sovrano cristiano e godevano di grandissimo prestigio in tutto l’Islam.
Questi successi furono resi possibili anche dall’abilità dei Turchi di trarre profitto dai contatti con il mondo cristiano (ad es. appresero l’uso dei più moderni ritrovati bellici). Un gran numero di occidentali accettò di porsi al loro servizio e questo costrinse i sultani ad un’accorata politica di equilibrio tra i diversi gruppi etnici.
Nel terzo decennio del Cinquecento gli Ottomani tornarono a minacciare gli Stati cristiani. L’esercito ottomano vinse buona parte dei conflitti conquistando molte terre europee. La dominazione turca durò per secoli nel sud – est europeo.
In seguito i turchi proseguirono nell’espansione in Asia con la conquista dell’Iraq e completarono l’occupazione del litorale nord – africano.
Con Solimano I (signore dell’Islam) l’Islam ortodosso tornò a riunirsi sotto un’unica autorità.
In questa situazione, tra il nuovo padrone dell’Europa, Carlo V, e il signore dell’Islam, entrambi sicuri della propria missione provvidenziale, il conflitto non era evitabile.
INSERTO N.9.1 L’ORGANIZZAZIONE DELL’IMPERO OTTOMANO
Da ricordare l’harem e la scuola per i paggi (essi erano fanciulli cristiani ridotti in schiavitù). Nella parte esterna del palazzo erano le sedi delle più importanti amministrazioni centrali, la sala di riunione, divano, consiglio di governo presieduto dal gran visir (capo del governo).
Le provincie erano governate dai beylerbeyi e i distretti dai sanjaq beyi. Le forze militari erano organizzate territorialmente dai sipahi (cavalieri cui era concessa la riscossione di una parte delle rendite delle terre) essi però non erano proprietari. Il più famoso tra i corpi permanenti era quello dei Giannizzeri: era composto da fanciulli cristiani votati al celibato, disciplinati e fedeli al sultano.
La base dello Stato era fornita dal Corano. L’interpretazione dei testi era affidata ai giudici (gadi), formati in apposite scuole (medrese) da prof. esperti di legge coranica (ulema).
La popolazione delle diverse regioni era dal punto di vista etnico composita: i Turchi costituivano la maggioranza in Anatolia, mentre nella parte balcanica era imponente il numero di Greci, Bulgari, Serbi e Arabi.
LE ULTIME FASI DEL CONFLITTO TRA CARLO V E LA FRANCIA
Le ostilità tra Francia e Impero si riaccendono nel 1536, allorchè, dopo l’annessione di Milano all’Impero, Francesco I occupa la Savoia. E’ di nuovo guerra nel 1542. Quando, nel 1551, il re francese Enrico II fa causa comune con i principi tedeschi, già sconfitti dall’imperatore a Muhlberg (1547), Carlo V rinuncia al suo sogno di supremazia universale cristiana. Nel 1555 abdica in favore del figlio Filippo (che eredita domini spagnoli e Paesi Bassi) e del fratello Ferdinando (erede dei domini asburgici). La pace di Augusta chiude il conflitto con i protestanti e la pace di Caueau-Cambrésis (1559) quello con la Francia: Enrico II ottiene Metz, Toul, Verdun e riacquista Calais dagli Inglesi; a Filippo II è riconosciuto il predonminio in Italia. La pace durerà per quasi un secolo.
10 - LA CONTRORIFORMA
10.1 OSSERVAZIONI PRELIMINARI
L’ETÀ DELLA CONTRORIFORMA: il periodo che va dal Concilio di Trento (1545-1563) alla fine della Guerra dei Trent’anni (1648). Nell’ambito della storia religiosa, esso è contrassegnato dalle molteplici iniziative messe in atto dalla Chiesa di Roma per riorganizzarsi al suo interno e per proporsi all’esterno con un programma di restaurazione cattolica. Quelle iniziative furono in primo luogo orientate ad impedire l’ulteriore diffusione del prostentantesimoe a ricondurre all’antica fede le popolazioni che vi avevano aderito.
“CONTRORIFORMA” E “RIFORMA CATTOLICA”: il termine “Controriforma” fu introdotto da un giurista tedesco di Gottinga per indicare la strategia della Chiesa romana, diretta ad arginare con tutti i mezzi possibili il prostentantesimo.
AMBIGUITÀ DEL TERMINE “RIFORMA CATTOLICA”: esso fu avanzato dal protestante Wihelm Maurenbrecher per segnalare quei tentativi cattolici, già operati nel secolo XV, volti a promuovere una riforma della Chiesa che peraltro non ne modificasse i principi dottrinali.
I CARATTERI DELLA CONTRORIFORMA: a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento, la Chiesa romana intraprese indiscutibilmente un programma di riaffermazione della propria influenza e del proprio potere, con metodi che fecero prevalere la controffensiva sia verso il protestantesimo, sia contro posizioni, antiche e recenti, di autonomia religiosa ed intellettuale.
10.2 I NUOVI ORDINI RELIGIOSI
LA NASCITA DI NUOVI ORDINI RELIGIOSI: il desiderio di correggere la dubbia moralità del clero e la volontà di intervenire nella società, per meglio orientarla in senso cristiano, portarono nel corso del Cinquecento alla formazione di nuovi Ordini religiosi. I fondatori furono singoli personaggi, preoccupati di organizzare forme di assistenza e di carità, di fornire elementi di istruzione religiosa, di riavvicinare la popolazione all’osservanza dei precetti ecclesiastici e delle pratiche del culto.
LA NASCITA DELL’ORDINE DEI GESUITI: concepito come milita Christi, l’Ordine dei Gesuiti fu fondato da Ignazio di Loyola (1491-1556). Era questi un nobile spagnolo che nel 1521, partecipando alla difesa di Pamplona, fu ferito ad una gamba. Durante la convalescenza lesse testi religiosi che alimentarono in lui la fantasia mistica e l’ardore di emulare le imprese dei santi. Condusse per più di un anno una vita di ascetiche privazioni e iniziò la stesura degli Esercizi spirituali. Nel 1534 fondò con alcuni amici e seguaci di origine spagnola il primo nucleo di quell’Ordine che fu chiamato Compagnia di Gesù e che fu riconosciuto nel 1540 da Paolo II.
L’AZIONE DEI GESUITI: agirono in prima linea nella lotta contro i protestanti e i dissidenti religiosi, ricoprirono cariche inquisitoriali, furono abili negoziatori, fondarono collegi, riorganizzarono la cultura politica sulle fondamenta del tomismo, divennero ascoltati confessori di molti sovrani, svolsero una intensa opera missionaria in tutti i continenti.
L’ORGANIZZAZIONE DELL’ORDINE: la struttura era gerarchica e centralizzata. Ne facevano parte:
i professi: pronunciavano i voti stabiliti ad erano impegnati direttamente nel proselitismo;
i coadiutori temporali e i coadiutori spirituali: direzione delle case e dei collegi;
il Proposito generale (“papa nero”): responsabile unico, eletto a vita.
Per entrare nella Compagnia di Gesù era necessaria una lunga preparazione, che avveniva in appositi collegi. La scelta dei professi, i loro incarichi e le eventuali revoche erano decisi dal Preposito generale.
L’OBBLIGO DELL’OBBEDIENZA: oltre ai tre voti tradizionali di povertà, castità ed obbedienza, cui erano legati i coadiutori, i professi pronunciavano un quarto voto: consegnarsi perinde ac cadaver (come un corpo morto) nelle mani del papa, vincolandosi ad eseguire incondizionatamente le sue direttive.
LA PREDICAZIONE: non si ebbe una vera educazione religiosa, ma piuttosto un processo di acculturazione che portò al progressivo e sistematico soffocamento della cultura folklorica.
I GESUITI E L’EDUCAZIONE: la Ratio studiorum (1598) rimase il modello di istruzione superiore più diffuso nell’Europa cattolica. Gli alunni erano divisi in classi ed avviati a tre corsi fondamentali: grammaticale, filosofico e teologico.
I GESUITI E LE MISSIONI: la loro valida preparazione e l’ardente apostolato fecero sì che la Campagnia ottenesse un notevole successo nell’attività delle missioni: nelle Americhe, in India, in Giappone, in Cina.
LA MORALE GESUITA: nello stesso mondo cattolico la loro dottrina morale fu sottoposta a critiche, perché fu considerata viziata di lassismo (disponibilità dei Gesuiti nel tenere in eccessiva considerazione le debolezze umane) e troppo incline alla casistica (propensione a prescindere dal riferimento a principi generali nella valutazione dei comportamenti umani).
10.3 IL CONCILIO DI TRENTO
LE RICHIESTE DI UN CONCILIO:
dai protestanti, per far valere le proprie argomentazioni basate sulla Scrittura;
dai protagonisti dell’evangelo, per promuovere una rigenerazione della Chiesa e cercare una riunificazione della cristianità;
da Carlo V, per ricominciare i dissidi religiosi e politici che rendevano mal governabili i terreni tedeschi e per assicurare all’Impero la possibilità di garantire una pace universale.
INCERTEZZE DI PAOLO III: nel 1536 Paolo III indisse un Concilio a Mantova nel quale aveva parlato della necessità di instaurare in Europa la pace e di lottare contro l’eresia. I protestanti, sentendosi già pregiudizialmente messi sotto accusa, reagirono con la proposta di un Concilio nazionale tedesco. Negli anni immediatamente seguenti il progetto di Paolo III si arenò per vari motivi. Frattanto, nel 1541 fallirono i colloqui di Ratisbona e nel 1542 fu riorganizzata l’Inquisizione romana.
LA CONVOCAZIONE DEL CONCILIO: Paolo III fissò per il novembre 1542 la convocazione del Concilio di Trento. Lo stesso imperatore non nutriva più molte speranze di giungere ad una possibile riconciliazione; intensificò i preparativi militari e nel 1547 ottenne sulla Lega di Smalcalda la vittoria di Mühlberg.
LO SVOLGIMENTO DEL CONCILIO:
1545-1548, a causa di un’epidemia di peste manifestasi a Trento, il Concilio venne spostato a Bologna;
1551-1552, il Concilio tornò a riunirsi a Trento, deve nel 1551 fecero una rapida comparsa alcuni esponenti protestanti.
1562-1563, partecipò ai lavori del Concilio un episcopato maggiormente rappresentativo delle varie realtà nazionali.
L’ORGANIZZAZIONE DEI LAVORI CONCILIARI: Carlo V desiderava che gli argomenti di natura pastorale avessero la precedenza. Il papa chiedeva invece che fossero affrontati in primo luogo i nodi teologici. I padri conciliari discussero contemporaneamente, in modo organico, le due questioni.
LA PRIMA FASE DEL CONCILIO: i problemi dottrinari affrontati nella prima fase furono quelli concernenti la Sacra Scrittura, il peccato originale, la giustificazione, i sacramenti. La Sacra Scrittura fu recepita nell’integrità dei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento e fu riconosciuta valida la versione datane da San Girolamo nella Vulgata. Circa il peccato originale si affermò che il battesimo, per i meriti del Cristo, lo cancellavano. La stesura del decreto sulla giustificazione fu particolarmente laboriosa, perché riproponeva la questione, sollevata da Lutero, della giustificazione per la sola fede, con esclusione delle opere. I sacramenti furono riproposti nel numero di sette, tutti istituiti da Gesù Cristo, e si ribadì che la loro efficacia dipendeva dal fatto stesso di essere somministrati e non esclusivamente dalla fede di chi li riceveva.
LA SECONDA FASE DEL CONCILIO: durante la seconda fase si discusse dell’eucarestia e dell’estrema unzione. Nel decreto sull’eucarestia si ribadì la tesi della transustanziazione, ossia della trasformazione della specie del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. All’estrema unzione fu riconosciuto piene carattere sacramentale.
LA TERZA FASE DEL CONCILIO: in questa fase furono discusse, a livello dottrinario, le questioni concernenti la comunione, la messa, il Purgatorio, il sacramento del matrimonio e il sacramento dell’ordine. Circa la comunione, fu stabilito che fosse amministrata ai fedeli solo attraverso l’ostia, pur essendo presente Dio in entrambe le specie. Quanto alla messa, fu ad essa riconosciuto il carattere di sacrificio reale, nel senso che sull’altare ogni volta si ripetono la passione e la morte di Cristo, anche si in forma incruenta. Contro le ironie di Lutero sul “terzo luogo dell’eternità”, fu ribadita l’esistenza del Purgatorio. Del matrimonio si decretò il carattere do vincolo “perpetuo e indissolubile”. Per quanto riguarda il sacramento dell’ordine, tra i provvedimenti pastorali fu decretato che i vescovi dovevano svolgere personalmente le funzioni legate al loro ministero, tra cui visitare annualmente la propria diocesi, convocare ogni tre anni i sinodi provinciali ed ogni anno quelli diocesani. Nella XXII sessione fu richiesta l’istituzione in ogni diocesi di un seminario, per provvedere alla formazione teologica e morale del clero. Il Concilio fu chiuso in forma solenne il 4 dicembre 1563. Immediatamente, nel gennaio 1564, con la bolla di Beneductus Deus, Pio IV approvò i decreti.
LA RIORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA POST-TRIDENTINA: nel novembre 1564, Pio IV promulgò una breve ma precisa ricapitolazione delle tesi ortodosse, nota come Professio fidei Tridentinae, e ne impose l’osservanza a tutti i membri del clero secolare e regolare, nonché agli studenti degli istituti di istruzione superiore. Quanto al progetto di centralizzazione formulato dal Concilio, esso si espresse attraverso alcune tempestive iniziative: l’istituzione di una congregazione cardinalizia e l’introduzione del catechismo romano, del breviario romano, del messale romano.
10.4 L’INQUISIZIONE E L’INDICE
GLI STRUMENTI DELLA RESTAURAZIONE CATTOLICA: l’Inquisizione romana e l’Indice dei libri proibiti furono gli strumenti istituzionali che a metà del Cinquecento la Chiesa cattolica predispose per rendere operativo il proprio intento di combattere l’eresia, di ostacolare e scoraggiare la manifestazione di ogni inquietudine religiosa, infine di recuperare, o far tacere per sempre, quegli autori le cui idee essa, con giudizio insindacabile, riteneva erronee e perniciose per i credenti. Il Sant’Uffizio dell’Inquisizione generale fu istituito il 21 luglio 1542 da Paolo II dopo il fallimento dei colloqui di Ratisbona e su pressione del Carafa e di Ignazio di Lodola.
IL SANT’UFFIZIO: era formato da sei cardinali e da un commissario scelto nell’Ordine dei Domenicani; posto sotto la presidenza del pontefice, era diretto da un inquisitore generale. Aveva il compito di vagliare tutti i casi di eresia, patente o sospetta, al fine di riaffermare il ruolo della Chiesa romana come unica interprete della verità cristiana e di salvaguardare l’intangibilità dei dogmi.
LE VITTIME DEI PROCESSI INQUISITORIALI: sotto il peso dei processi inquisitoriali caddero in migliaia, uomini di cultura e gente semplice, individui e gruppi: alcuni riuscirono a fuggire, altri ritrattarono, altri subirono le condanne previste in relazione alle colpe loro attribuite. Per ottenere l’indicazione di eventuali complici Paolo IV autorizzò l’uso della tortura.
L’ESECUZIONE DELLE CONDANNE: sull’esempio spagnolo invalse l’usanza di celebrare gli autodafè, vere e proprie cerimonie spettacolo durante le quali gli inquisitori proclamavano le sentenze, le condanne capitali, le censure di libri e oggetti proibiti.
IL CONTROLLO SUI LIBRI: rispetto alla tradizione medievale, la novità dell’Indice emanato da Paolo IV risiedeva nel fatto che per la prima volta la Chiesa romana si proponeva di esercitare in forma ufficiale un controllo diretto su tutta la produzione libraria. Anche in questo caso il potere civile doveva rendere operative le sanzioni ecclesiastiche, distruggendo le opere condannate, imponendo ammende o arresti agli stampatori.
I LIBRI CONDANNATI: nella prima pubblicazione furono colpiti soprattutto autori considerati eretici o sospetti di eresia, tra cui Juan de Valdés, oppure giudicati pericolosi, come Niccolò Macchiavelli.
LE CONSEGUENZE SULLA CULTURA ITALIANA: in Italia, per la presenza congiunta dell’apparato curiale romano e della dominazione spagnola, la censura sui libri e il rigido controllo sugli autori ebbero particolare efficacia. Le conseguenze furono durevoli e negative, nel senso che l’esperienza religiosa finì per esprimersi in forme consuetudinarie e devozionali, mentre la cultura italiana risultò emarginata rispetto allo sviluppo del pensiero europeo, trattenuta, per così dire, al di qua delle Alpi.
10.5 ASPETTI DELLA VITA RELIGIOSA ITALIANA NELL’ETÀ DELLA CONTRORIFORMA
IL CONTROLLO SUI FEDELI: la pressione dell’Inquisizione e il vigile controllo sui comportamenti delle persone tacitarono le dissidenze e facilitarono la disposizione all’obbedienza, mentre il rinnovato impegno del clero dava nuovo lustro alle cerimonie collettive, alle pratiche devozionali, alle processioni, al culto dei santi. Nella cornice del secolo barocco, la Chiesa cattolica propose di sé l’immagine di un’istituzione ad un tempo autorevole e benefica: i fedeli furono convinti a riporre in essa la loro devota e concorde fiducia, per riceverne assistenza morale e rassicurazioni spirituali.
L’AZIONE DEI VESCOVI: nell’ambito dell’attività episcopale, costituì un modello l’opera di Carlo Borromeo. Un sincero zelo pastorale animò i vescovi post-tridentini; essi sollecitarono i parroci nella cura delle anime, reintrodussero la clausola stretta nei conventi, promossero opere assistenziali, agirono per dare attuazione ai deliberamenti del Concilio.
IL CONTROLLO SUI MATRIMONI: un decreto conciliare aveva stabilito che il vincolo matrimoniale doveva considerarsi legittimo se il consenso degli sposi era reso manifesto in facie Ecclesiae, ossia se il matrimonio era celebrato, previa triplice pubblicazione, alla presenza del parroco e di due testimoni. Ai parroci fu fatto obbligo di tenere aggiornati i registri su cui dovevano essere annotati i battesimi, i matrimoni e le morti.
LA CONTRORIFORMA E LA RELIGIOSITÀ POPOLARE: nell’età della Controriforma la religiosità fu incanalata verso le pratiche liturgiche e le devozioni e che le forme di pietà si espressero prevalentemente a livello emozionale. Del resto, ben poco, se non attraverso le spiegazioni del curato, la maggioranza della popolazione conosceva dei testi sacri, né aveva la possibilità di comprendere il significato delle parole latine con le quali erano officiate la messa e le più importanti funzioni religiose. Si produsse quindi facilmente un ripiegamento sulla vena sentimentale, destinata ad oscillare tra le lacrime del pentimento e quelle dell’estasi.
12 - ECONOMIA, CULTURA E SOCIETA’ NEL SEICENTO
12.1 ECONOMIA EUROPEA NEL 17° SECOLO
- Nel 600 la crisi economica europea si fece più evidente: caduta demografica, discesa dei prezzi, guerre. Alcuni paesi persero la precedente prosperità (Spagna, Germania…); altri registrarono un progresso (Inghilterra, Province Unite…).
- Alcuni paesi venne bloccata ogni trasformazione economica e sociale, secondo il principio che la quantità dei beni disponibili in una società fosse limitata e immodificabile.
- In altri paesi (Olanda, Inghilterra) si affermarono i ‘borghesi’ che ritenevano che la ricchezza potesse venire incrementata dal lavoro degli uomini, a patto che le liberà fossero assicurate. In questi paesi si affermò una società nella quale le innovazioni economiche non erano ostacolate e il denaro divenne l’effettiva misura di ciò che il singolo poeta o meno fare.
- La popolazione europea aumentò poco nel 600. In Francia, Inghilterra, Olanda… la popolazione aumentò consistentemente; nell’Europa centrale invece diminuì. Le ragioni furono le guerre, le epidemie, l’andamento negativo della produzione agricola….
- Al declino dell’agricoltura in alcune regioni, fece riscontro il progresso di altre. L’Inghilterra e l’Olanda si specializzarono in attività manifatturiere e di allevamento. Gli agricoltori ora lavoravano per vendere i propri prodotti (privatizzazioni, capitalismo). Questi processi causarono l’espulsione di un gran numero di lavoratori agricoli dalle campagne, consentendo un aumento della quota di popolazione occupata nelle attività non agricole, ma causando anche dei problemi.
- In Spagna e in Italia centro meridionale, avvenne una ‘rifeudalizzazione’, cioè il ripristino dei diritti signorili sui contadini e sulle comunità rurali, con conseguenze negative per l’agricoltura.
- Nell’Europa orientale, la tendenza al rafforzamento del servaggio dei contadini si accentuò. I paesi dell’Occidente soddisfacevano il loro fabbisogno alimentare acquistano i cereali a basso prezzo dell’Europa Orientale, e si dedicarono alle colture più specializzate e redditizie.
- In alcuni casi al produzione manifatturiera subì un tracollo (Venezia, Firenze). Nel complesso comunque le regioni meridionali e centrali dell’Europa entrarono in una fase di ristagno produttivo. In Inghilterra e in Olanda, si svilupparono nuove attività economiche (commercio e moderne attività produttive).
- Nel 600 si sviluppò anche la pesca, che specie in Olanda, fu una delle voci più significative dell’economia.
- La decadenza dei paesi mediterranei si manifestò anche nel settore del commercio. Nel Mediterraneo le navi Inglesi e Olandesi svolgevano maggior parte dell’attività. Complessivamente, le generali difficoltà economiche e le guerre restrinsero il volume dei traffici europei. Il commercio col mondo extraeuropeo permise alla marina mercantile inglese e olandese di svilupparsi oltre misura e poterono addirittura avvalersi di specifiche istituzioni come le compagnie privilegiate e le banche nazionali (1609 fu fondata la Banca di Amsterdam).
12.2 LE SOCIETA’ EUROPEE
- La società europea, prima della rivoluzione industriale, era costituita in 3 ordini o stati: clero, nobiltà e terzo stato.
- Ma questa costituzione per ordini, non corrispondeva all’effettiva stratificazione della società dal punto di vista del potere economico.
- La mobilità sociale era piò agevole da un ordine all’altro piuttosto che tra livelli diversi all’interno del singolo ordine.
- Il clero deteneva una parte notevole della proprietà terriera e i vertici ecclesiastici avevano delle buone rendite. Il clero era numeroso e nel 600 registrò un notevole incremento a causa dei privilegi fiscali, economie e giurisdizionali.
- Il ceto nobiliare europeo , nonostante le molte famiglie cadute in rovina, rimase considerevole anche nel 600.
- La nobiltà era un fatto di nascita. L’egemonia sociale dell’aristocrazia si reggeva su 4 pilastri: la ricchezza, il potere sugli uomini, i privilegi politici e giuridici, lo stile di vita.
- Alla nobiltà antica, la nobiltà di spada, fiera delle sue ascendenze cavalleresche, si affiancò nel 600 una nobiltà nuova che traeva origine dai servizi al monarca, la nobiltà di toga.
- Il terzo stato era formato da gruppi sociali molto differenti tra loro: (A) le famiglie borghesi, che controllavano la vita economica e amministrativa delle città e davano lavoro ai cittadini; (B) i gruppi delle professioni intellettuali (medici, notai, avvocati); (C) gli artigiani; (D) i contadini proprietari di fondi; (E) i lavoratori salariati, sia in campagna, sia in città; (F) i poveri, che stavano al gradino più basso della società.
12.3 LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA
- Il 600 fu il secolo della rivoluzione scientifica. Tra il 1610 (‘Il ragguaglio astronomico’ di Galilei) e il 1687 (‘Principi matematici di filosofia naturale’ di Newton), l’immagine del mondo fisico mutò. Decaddero le forme del sapere antico e medievale, e il sapere magico astronomico alchemico. L’universo venne configurato come una macchina, il cui funzionamento era descritto da leggi matematiche che stabilivano relazioni quantitative tra grandezze misurabili.
- Nei metodi proposti da Bacon, Galilei, Descartes, noti rispettivamente come metodi induttivo, sperimentale e matematico deduttivo, gli autori si preoccuparono di escludere ogni interferenza soggettiva nell’analisi della realtà.
- La rivoluzione scientifica coinvolse principalmente l’astronomia e la fisica. Nel 1610, Galilei attribuì all’ipotesi copernicana il valore di descrizione veritiera del cosmo. Nel 1632, Galilei confutò le obiezioni rivolte contro i moti di rotazione e di rivoluzione della terrà, contestando la fisica aristotelica (venne per questo condannato a morte). Enunciò il ‘principio di inerzia’ e si cimentò in argomenti relativi alla cinematica e alla dinamica.
- Descartes illustrò l’origine del sistema solare attraverso la geometria analitica e il calcolo algebrico applicato. Attraverso la sua ipotesi l’universo era spiegato in base a due soli parametri: materia e movimento.
- Nell’astronomia fece progressi Kepler (3 leggi sul moto dei pianeti).
- Newton saldò la dinamica terrestre con quella celeste in un sistema unitario di leggi (teoria della gravitazione universale).
- Lo studio di tutti questi fenomeni divenne sempre più accurato grazie ai progressi matematici e della fisica (Torricelli, Pascal).
- Tutto questo fu reso possibile anche grazie alla mente umana che la cultura umanistica aveva contribuito a liberare dall’obbligo di rispettare il principio d’autorità.
- La nuova mentalità scientifica cominciò ad affermarsi anche nei campi della medicina e della biologia. Ricordiamo Harvey, Boyle, Borelli, Redi…
12.4 SCUOLE E ISTITUZIONI CULTURALI
- Nel 600 era diventato normale, specie per i ragazzi maschi di buone condizioni sociali, frequentare le scuole. La domanda aumentò per una pluralità di cause (Umanesimo, Stato, Chiesa…).
- Iniziò una ‘rivoluzione educativa’. Nel 600 la famiglia comincia a modernizzarsi e si nutre un maggior interesse per l’avvenire dei figli. Ora ci si preoccupa di toglierli da ogni promiscuità con gli adulti e si creano dei luoghi apposta per i ragazzi: la scolarizzazione al posto dell’apprendistato.
- Comenio, educatore di origine boema, formulò una didattica che privilegiava il metodo induttivo e l’osservazione diretta della realtà sensibile. Egli distinse vari livelli di scuola, corrispondenti alle tappe dell’evoluzione naturale dell’uomo. Propose un insegnamento di tipo ciclico: in ogni livello scolastico dovevano essere insegnate le stesse materie, in forme progressivamente più ampie.
- Si pensa tuttavia che il grado di alfabetizzazione fosse, nel 600, solo del 50%. L’Olanda e l’Inghilterra ebbero tassi di analfabetismo inferiori.
- L’istruzione superiore, a differenza di quella elementare, fu molto organizzata: il modello prevalente fu il collegio privato (Collegi dei nobili, tenuti dai Gesuiti). L’insegnamento era prevalentemente umanistico – letterario.
- Nell’ambito cattolico ricordiamo gli istituiti degli Scolopi, aperti a giovani di estrazione sociale più modesta, e le scuole oratoriane. Ricordiamo anche le scuole di Port-Royal, ispirate dai giansenisti.
- Nell’ambito protestante furono creati dei collegi di pietà, rivolti soprattutto ai ragazzi del popolo, dove era riservato molto spazio alle discipline scientifiche e alla pratica del lavoro manuale.
- Le Università divennero luoghi di pigra ripetizione del sapere tradizionale, specialmente a causa dei controllo politici. Così gli intellettuali cominciarono a frequentale luoghi meno controllati, quali le corti e le Accademie.
- Nelle Corti europee gli intellettuali misero a frutto la lezione dell’Umanesimo. Abbellirono le dimore regali, organizzarono feste, spettacoli, realizzarono musei e biblioteche…
- Sotto la protezione di qualche potente, specie in Italia e Spagna, fiorirono le Accademie, dove prevalevano gli interessi letterari. Alcune accademie promossero comunque impegnative ricerche filosofiche e scientifiche. Le maggiori accademie sorsero però in Francia, Olanda e Inghilterra.
12.5 REPRESSIONE E DISCIPLINAMENTO DELLA CULTURA FOLKLORICA
- Molte furono le trasformazioni che si verificarono nella cultura folklorica e nel suo rapporto con le cultura ‘alta’. La cultura folklorica e la cultura delle classi colte divennero estranee. L’intervento dei rappresentanti della cultura ufficiale sul folklore popolare divenne autoritario. La circolazione degli scambi tra le due culture fu sempre meno una circolazione a doppio senso. I risultati a tutto ciò furono il parziale annientamento della cultura folklorica e la sua progressiva destrutturazione. Contribuirono a questo: le trasformazioni in campo religioso, la nascita della scienza moderna, lo sviluppo di una ‘civiltà delle buone maniere’, la diffusione della stampa, la scolarizzazione…
- Nei confronti della religiosità popolare si era levata la protesta degli umanisti e dei seguaci della Devotio moderna. Lutero e Calvino avevano attaccato la superstizione, le feste, i giochi, gli spettacoli della tradizione popolare, in nome di una salvezza dell’uomo affidata solo alla fede.
- Nei paesi protestanti si ebbero un netto arretramento del magico ed un sensibile disciplinamento dei costumi.
- Nel modo cattolico si affermò la Riforma e si intervenne principalmente sulla tradizione folklorica.
- La cultura folklorica non fu vinta facilmente e si protrasse fino al 19-20 secolo. La manifestazione più tragica della volontà di sradicare questo tipo di credenze si ebbe con la caccia alle streghe.
15 - L’ITALIA SOTTO LA DOMINAZIONE ITALIANA
15.1 LA DECADENZA ITALIANA
- L’assetto politico territoriale della Penisola Italiana, dopo il congresso di Bologna (1529) e la pace di Cateau Cambrésis (1559) rimase inalterato per più di un secolo.
- Sul piano politico vi fu un gran declino: gli stati italiani contarono sempre meno a livello europeo. Solo Venezia fece eccezione (potenza nel Mediterraneo orientale).
- Il cattolicesimo si caratterizzò per il conservatorismo in campo culturale, per la difesa dei beni e dei privilegi della Chiesa, per fare investimenti non produttivi, per il sostegno al mantenimento degli equilibri sociali esistenti.
- Il tono generale della vita economica si abbassò. Vi fu un declino commerciale e produttivo nelle grandi città. Anche l’impulso che ebbero nelle campagne per la coltivazione del gelso e la produzione di seta può essere un indizio di decadenza. L’Italia tendeva a collocarsi sul mercato internazionale come fornitrice di materie prime o semilavorate.
- Una spiegazione della decadenza economica della penisola è da ricercare nella nuova geografia commerciale (il Mediterraneo fu via via marginalizzato). Inoltre mancarono le sollecitazioni a trasformare i meccanismi di produzione (si producevano specialmente beni di lusso, quindi solo per una élite ristretta). Così si preferirono modi di vita più ‘oziosi’ e ‘nobili’, e si abbandonarono man mano le attività mercantili e produttive.
- Durante il processo di ‘rifeudalizzazione’ la pressione dei ceti nobiliari sulle campagne si aggravò e le condizioni di vita delle popolazioni rurali peggiorarono. Nel 600 le carestie furono molte e si diffuse il banditismo nelle campagne italiane. Vi fu inoltre l’infeudamento delle terre appartenute alle comunità rurali. Gli apparati statali furono costretti a venire a patti con le élites localmente dominanti, che stavano prendendo l’egemonia.
- Furono comunque molti i divari tra le diverse aree italiane. Il declino di alcuni centri produttivi fu compensato da successi di località minori. Il divario era particolarmente forte tra l’Italia settentrionale e quella meridionale: al nord si impiantarono i primi nuclei di imprenditorialità agraria mentre a sud si affermò un ceto di latifondisti arretrati.
- L’ITALIA SPAGNOLA
- La Spagna amministrava i suoi possedimenti in Italia (Meridione, Sicilia, Sardegna, Milanese, Toscana meridionale) attraverso il Supremo Consiglio d’Italia (sede a Madrid). Il potere in Italia era di fatto esercitato da 3 viceré residenti a Napoli, Palermo e Cagliari e da un governatore a Milano. A fianco dei viceré vi erano i Parlamenti. La politica estera era gestita da Madrid. I territori italiani avevano infatti grande importanza strategica per la Spagna.
- Durante il periodo di dominazione spagnola, nel milanese si registrò una decadenza economica. Tuttavia la decadenza delle attività produttive tradizionali favorì il decollo di centri minori e un trasferimento di capitali verso l’agricoltura. Le aristocrazie cittadine valorizzarono le potenzialità produttive di aree rurali e nelle campagne si dislocavano attività manifatturiere rinnovate. La Sardegna rimase una regione arretrata, dominata da grandi latifondisti feudali e tagliata fuori dai circuiti economici. La stessa cosa in Sicilia e nella maggior parte del Mezzogiorno dove la preponderanza del ceto feudale non consentì la modernizzazione delle strutture agrarie. Per questo si ebbe un continuo flusso migratorio verso la capitale (Napoli).
- Le tensioni raggiunsero il punto critico nel 1647/1648 quando la pressione fiscale determinata dalle esigenze finanziarie della Spagna divenne insostenibile. A Napoli, il popolino, con a capo Tommaso Aniello (Masaniello) insorse contro il governo spagnolo e trovò appoggio presso i ceti superiori. Il viceré fu costretto a fuggire e la città rimase nelle mani dei popolani (detti ‘lazzari’). Le loro violenze spaventavano però i ceti medi e Masaniello fu assassinato. Dopo alcuni mesi la ribellione fu liquidata dai soldati spagnoli e fu restaurato il dominio della Spagna. Anche la rivolta scoppiata a Palermo nel 1647 non ebbe maggior fortuna.
- L’ITALIA NON SPAGNOLA: GENOVA, FIRENZE, ROMA, IL DUCATO DI SAVOIA.
- Il ducato di Savoia, posto a cavallo delle Alpi occidentali era stato per secoli diverso nelle sue strutture feudali dalle regioni circostanti, nelle quali si erano avuti sviluppi urbani e mercantili. Nel 16 secolo i duchi di Savoia orientarono verso l’Italia le prospettive della dinastia. Con la pace di Cateau Cambrésis il dicato ricevette un assetto stabile. Emanuele Filiberto trasferì la capitale da Chambéry (Savoia) a Torino. Il trattato di Lione (1601) tra Carlo Emanuele I e il re di Francia, ribadì questa scelta, con la cessione alla Francia di alcuni territori transalpini e l’acquisto del marchesato di Saluzzo. Con Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele e I lo Stato sabaudo allargò i suoi confini e si sottrasse al dominio forestiero. All’interno i duchi di Savoia rafforzarono le istituzioni centrali dello Stato e fu creato un esercito statale, basato sulla coscrizione dei cittadini e non su forme di reclutamento feudale. I duchi di Torino cercarono di favorire lo sviluppo economico dei loro territori e adottarono misure politiche mercantilistiche. Di conseguenza i ceti feudali piemontesi non disdegnarono di impegnarsi in attività economiche moderne.
16 – L’EUROPA OCCIDENTALE NELLA SECONDA META’ DEL XVII SECOLO
16.1 Lo stato nella prima età moderna
- L’AFFERMAZIONE DELLO STATO: durante il 500 vi sono accorporamenti territoriali e accentramenti di potere che portano, nel 17° secolo, all’affermazione dello stato. Fu il successo duraturo di quella struttura che chiamiamo Stato assoluto, Stato centralizzato, Stato amministrativo, Stato moderno.
- I CONNOTATI DELLO STATO MODERNO: i suoi lineamenti essenziali possono essere così descritti: vi è un’autorità unitaria relativa ad una popolazione data che vive in un territorio definito da precisi confini. Da essa dipendono degli ufficiali pubblici, i quali garantiscono il rispetto e l’attuazione delle norme emanate dall’autorità. Essi possono usare la forza, in quanto è legittimata dall’autorità. Quest’autorità viene chiamata Sovranità, può emanare leggi e tutti le devono obbedire. Lo stato assoluto si occupava della produzione ed esecuzione delle leggi, punizione dei reati, difesa dell’ordine interno e protezione verso l’esterno, ordinato prelievo di risorse finanziarie e non permetteva a nessun altro ente (Chiesa, città) di occuparsi di queste cose se non nei limiti da essa stabiliti.
- LE RESISTENZE…:la concentrazione di queste funzioni negli organismi dello Stato portò alla diminuzione di potere dei tradizionali centri di potere, infatti i ceti feudali furono progressivamente tolti dalle loro funzioni politiche, giudiziarie e militari; nelle città, gli ordinamenti comunali furono svuotati di contenuti effettivi; la Chiesa era costretta a venire a patti (concordati) col nuovo potere. In questo periodo vi era un conflitto tra monarca e gli altri detentori del potere che si risolse con la piena affermazione del primo, al contrario del periodo del Medioevo in cui vi era un equilibrio tra i due.
- … E LE DIFFICOLTA’: il sovrano doveva far i conti con l’opposizione dei poteri tradizionali, con le difficoltà finanziarie, carenza di personale qualificato, precarietà e lentezza delle comunicazioni. A livello periferico l’autorità locali tradizionali si fecero strumento del potere centrale a condizione di riceverne concrete contropartite. Venne affiancato il personale dello stato con cui a volte entrava in competizione. Lo Stato assoluto di basò sull’esercito, la burocrazia, la finanza e la mitologia (culto della personalità).
- L’ESERCITO: l’organizzazione di un esercito permanente alle dipendenze dello stato portò ad un maggiore accentramento del potere e promosse un maggior sforzo di organizzazione amministrativa e finanziaria. Contemporaneamente alla costruzione dell’esercito vi fu lo smantellamento delle forze armate e delle fortezze private dei feudatari, praticamente vi fu lo svuotamento del ruolo militare dell’aristocrazia. Vi furono cambiamenti nelle tecniche militari: crescita d’importanza della fanteria e artiglieria, eserciti e flotte più grossi.
- LA BUROCRAZIA: nel 600 s’instaurarono strutture burocratiche più stabili, infatti nacquero le figure dei funzionari statali, pagati, specializzati ed istruiti che costituivano la pubblica amministrazione. Gli impieghi pubblici erano ricercati per il prestigio ad essi connesso e per le offerte di arricchimento personale che offrivano: questo portò all’ampliamento della corruzione. I pubblici ufficiali (nobiltà di toga) si differivano dalla vecchia aristocrazia (nobiltà di spada) in quanto quest’ultima aveva una propria autonoma potenza, mentre gli altri traevano la propria eminenza dall’ufficio ricoperto.
- LA FINANZA: lo Stato necessitava di soldi per le forze armate e per la burocrazia. Si andò delineando il principio che lo Stato esercitava funzioni di interesse collettivo perciò tutti dovevano regolarmente contribuire. Ci volle tempo per la trasformazione dei sudditi in contribuenti. La figura del gabelliere era odiata dalla popolazione che cercava con il contrabbando, frode e violenza di sottrarsi agli obblighi fiscali aggiunti a quelli imposti dai proprietari terrieri e dalle Chiese. La deliberazione dei contributi finanziari spettava agli Stati Generali, Cortes e Parlamenti. Essi tentarono di salvaguardare questa loro prerogativa, ma spesso persero la battaglia. Per far fronte al fabbisogno finanziario vi fu l’estensione del prelievo fiscale attraverso imposte dirette e indirette; la vendita degli uffici e titoli nobiliari; riscossione dazi doganali; sfruttamento risorse minerarie; vendita di alcuni diritti di monopolio commerciale; controllo delle zecche; il ricorso al prestito internazionale e dilatazione debito pubblico.
- LA “MITOLOGIA”: i sovrani si presentarono come tutori dell’ordine pubblico, amministratori della giustizia, custodi della religione e pubblica moralità e promotori del benessere economico dei sudditi. Fondarono scuole e accademie ed affidarono ai letterati e agli artisti il compito di elaborare temi e soggetti che esaltassero la figura del sovrano. Vi furono cerimoniali di corte che portarono al “divismo” monarchico.
16.2 Il mercantilismo
- L’INTERVENTO DELLO STATO IN ECONOMIA: l’intervento dello stato in campo economico venne ampliato; proprio in questo periodo nacque il termine “economia politica” in quanto lo stato poteva svolgere un’azione economica fondamentale. Questo indirizzo politico prende il nome di mercantilismo.
- I CAPISALDI DEL MERCANTILISMO: i principi del mercantilismo sono: la ricchezza di uno Stato dipende della quantità di moneta (metalli preziosi) di cui esso dispone perciò bisogna incentivare le attività che portano ad entrate monetarie (esportazione di prodotti finiti, soprattutto pregiati) e scoraggiare quelle che portano ad uscite (esportazione materie prime e acquisto di merci costose). Vennero fatte perciò leggi che limitassero i consumi di lusso (leggi suntuarie). Bisognava proteggere le imprese nazionali dalla concorrenza estera ed imporre i propri prodotti all’estero. Questa politica venne attuata soprattutto nelle colonie a cui s’imponeva il monopolio della madrepatria. L’esportazione dipendeva anche dal volume della produzione perciò bisognava che i salari non fossero troppo alti affinché i costi rimanessero competitivi e tutti i sudditi lavorassero, per questo venne attuata un politica di accrescimento demografico.
- MERCANTILISMO E POLITICA ESTERA: il mercantilismo ebbe le sue applicazioni solo negli stati più forti come Inghilterra, Francia e Olanda. Questo perché l’espansione economica di un paese poteva attuarsi solo a danno di quelli limitrofi.
16.4 L’Olanda
La repubblica delle Province Unite visse, nel 600, il suo momento di splendore. Infatti l’Olanda e le altre province ebbero il massimo successo politico, economico e culturale.
- TERRITORIO, POPOLAZIONE E RELIGIONE: il territorio aveva un’estensione di 25000 km, composto da 7 province autonome: Frisia, Groninga, Gheldria, Overijssel, Utrecht, Olanda e Zelanda. L’Olanda era nata dalla guerra contro gli spagnoli. Non c’era un’omogeneità etnica e linguistica. Il calvinismo era la religione ufficiale della repubblica, ma non rappresentava un punto di unità infatti esistevano sette religiose consentite (battisti, luterani, cattolici ed ebrei). Le autorità religiose furono distinte da quelle politiche.
- LE ISTITUZIONI: le Province Unite non furono mai un’unità nazionale centralizzata. I Parlamenti, costituiti su base elettive, ebbero ampie autonomie. In essi sedevano i rappresentanti della nobiltà e delle città, riuniti in delegazioni, ciascuna con un voto a disposizione. Ogni città affidava al proprio Pensionario i compito di guidare la delegazione e tutelare i suoi interessi e giurisdizioni. Le decisioni venivano prese all’unanimità. I Parlamenti Provinciali avevano funzioni legislative sotto la direzione del Pensionario degli Stati Generali della provincia. Il potere federale e legislativo era affidato al Parlamento dell’Unione. Il potere esecutivo federale era esercitato dal Consiglio di Stato, formato da membri elettivi. Tra essi emergeva la figura dello statolder Generale (comandante delle forze militari). Vi erano principalmente partiti: quello orangista che mirava alla centralizzazione dei poteri e quello repubblicano che difendeva i ceti mercantili e borghesi.
- L’AGRICOLTURA: la popolazione era prevalentemente composta da fittavoli e piccoli proprietari che praticavano un’agricoltura intensiva, specializzata, rivolta al mercato e con alti livelli di produttività in terre fertili strappate alle paludi e al mare (polder). Venivano inoltre importati cereali dalle regioni baltiche.
- IL COMMERCIO: le grandi fortune erano costruite sul commercio. Le flotte olandesi viaggiavano in ogni parte del mondo ed erano padrone dei lucrosi traffici con le Indie Orientali. Secondo gli Olandesi chiunque poteva intraprendere liberamente qualsiasi rotta commerciale; proprio per questo combatterono volte con gli Inglesi ( 1652-54 con esiti negativi, 1665-67 vittoriosamente) e furono in contrasto con gli altri paesi. Le oligarchie mercantili che occupavano le magistrature cittadine tutelavano i propri interessi per la libertà di commercio.
- LA SOCIETA’ OLANDESE: la ricchezza era piuttosto diffusa in Olanda; il numero dei poveri era contenuto; la maggioranza della popolazione apparteneva al ceto medio ed aveva un buon tenore di vita; il cibo era abbondante; le case ben tenute ed arredate con semplicità; l’abbigliamento era dignitoso; il senso della vita, famiglia e lavoro era severo e religioso. L’Olanda aveva molti nemici perché era troppo ricca, diversa e libera. Fu terra d’asilo per i perseguitati (ebrei, sociniani, anabattisti, ugonotti, uomini politici e di scienza). Il “secolo d’oro” terminò con la guerra del 1672 con Luigi XIV e l’Inghilterra, da cui si salvò. Iniziò il “secolo delle parrucche”: i regimi cittadini e provinciali si fecero più oligarchici; la coesione sociale cominciò a infrangersi e l’esercizio del potere di fece più duro; pagò la pace e la sicurezza con la rinuncia ad ogni politica troppo ambiziosa.
16.5 Sviluppi del pensiero politico nel XVII secolo
- LA RIFLESSIONE POLITICA: l’affermazione dell’assolutismo monarchico e la rivoluzione inglese stimolarono un riflessione con alcune premesse del pensiero politico moderno. I punti fondamentali erano:
- La comunità politica è qualcosa di “naturale”, lontana da riferimenti trascendenti (ciò che è divino);
- L’uomo è creatore della propria storia ed artefice del proprio destino;
- Secondo il metodo scientifico teorizzato da Cartesio si mira a rintracciare per via razionale e deduttiva le caratteristiche della comunità politica;
- Concreta esperienza della crescita del ruolo dello Stato e dei suoi apparati, con il rischio che tale processo poteva limitare i diritti degli individui;
- La convinzione che soltanto la sottomissione ad un unico sovrano e legge preserva gli uomini dall’anarchia.
Queste idee si sistemarono attorno ai cardini del giusnaturalismo e del contrattualismo.
- GIUSNATURALISMO E CONTRATTUALISMO: il giusnaturalismo è la concezione secondo cui esistono norme di origine naturale, universalmente valide, superiori all’ordinamento positivo (storicamente esistenti), tali che neppure Dio può alterare. Esso mirò a laicizzare l’idea dello Stato. Il contrattualismo consiste invece nella tesi secondo cui il passaggio dallo stato di natura all’istituzione della società civile avviene grazie ad un contratto che gli uomini stipulano liberamente per motivazioni razionali.
- HOBBES: Thomas Hobbes (1588-1679) sostenne, nelle sue opere politiche (Il cittadino e Leviatano) che gli uomini agiscono per la ricerca del loro piacere perciò nello stato di natura si trovano in una guerra generalizzata in cui ogni uomo è contro gli altri. In questa situazione la loro esistenza è in pericolo perciò si devono sottomettere tutti quanti ad un potere vincolante. Esso è stato istituito per la convivenza sociale, rinunciando però ai loro diritti naturali. Esso è potere assoluto perciò nessuno ha il diritto di opporsi; ha il compito di garantire ordine e pace.
16.6 La Francia
- L’ETA’ DI MAZARINO E DELLE FRONDE: il cardinale Richelieu morì nel dicembre 1642 e pochi mesi dopo anche Luigi XIII. L’erede al trono fu Luigi XIV di appena 5 anni. Il rischio di una crisi politica era elevato, perciò la regina Anna d’Austria nominò primo ministro il cardinale Giulio Mazarino. La Francia era impegnata nella fase conclusiva della Guerra dei Trent’Anni e l’opposizione all’assolutismo era diffuso. Gli esponenti dell’aristocrazia volevano sfruttare a proprio vantaggio la situazione della reggenza, mentre il popolo protestava contro la miseria e il fiscalismo regio. Con la protesta della nobiltà di toga, essa voleva garantire i propri privilegi e contrastare l’attribuzione alla nuova burocrazia statale l’esazione delle imposte e il controllo delle finanze. Nel 1649 il Parlamento di Parigi e parte della popolazione insorsero, costringendo la regina, Luigi e Mazarino alla fuga (Fronda Parlamentare). Per piegare la rivolta, la regina chiese l’aiuto militare dell’aristocrazia, il cui capo era Luigi di Condé che tentò di scalzare Mazarino. Nacque una nuova guerra civile denominata Fronda dei Principi. Nonostante queste guerre Mazarino riuscì a concludere la Guerra dei Trent’Anni e successivamente una campagna militare contro la Spagna. Fu completata la riorganizzazione interna dello Stato in senso assolutistico. Negoziando la pace dei Pirenei, la Spagna venne esclusa dalla politica europea e definito il matrimonio tra Luigi e l’Infanta di Spagna, Maria Teresa.
- L’AVVENTO AL TRONO DI LUIGI XIV: dopo la morte di Mazarino (marzo 1661), Luigi XIV, detto il Re Sole, assunse il potere. Egli avrebbe regnato da solo consigliandosi con persone da lui scelte senza alcun primo ministro, avvalendosi della facoltà di decidere nel rispetto delle leggi fondamentali del Regno (Legge Salica e leggi concernenti le libertà). Egli regnò dal 1661 al 1715 compiendo la costruzione dello Stato assoluto e realizzò il pieno controllo sullo stato aiutato da alti funzionari dello Stato.
- L’ASSOLUTISMO DI LUIGI XIV: le caratteristiche di questa politica assolutistica erano:
- Il re poté imporre tributi e decidere le spese perché aveva pieni poteri in materia finanziaria e s’avvaleva di una burocrazia dipendente dal potere centrale;
- Gli Stati Generali non furono mai convocati;
- I Parlamenti furono ridotti all’impotenza dall’editto reale del 1673. Mantenevano comunque il diritto di rimostranza (rilevare eventuali irregolarità del potere regio), ma potevano solo fare obiezioni successivamente;
- Venne formato un esercito stipendiato dalla Corona, eliminando le milizie fornite dai nobili;
- I funzionari erano nominati e stipendiati dal re. Importanti erano gli intendenti che svolgevano la funzione di controllo di tutti i settori della pubblica amministrazione;
- Il re impresse una direzione unitaria in campo economico, religioso e culturale;
- Il re assunse la guida della politica estera: nominò ambasciatori nelle capitali europee e seguì la realizzazione del sistema difensivo.
- LA SOCIETA’ FRANCESE: con questo tipo di politica doveva esserci il pieno controllo dei ceti sociali. Il popolo venne disciplinato con l’aiuto della Chiesa e col ricorso alla forza. La borghesia accettò l’assolutismo in quanto portatore di ordine interno e sostegno alle loro iniziative economiche, anche se continuava a negare i diritti politici. L’aristocrazia dovette rinunciare ai loro poteri tradizionali; in cambio il re concesse di dividere con lui la residenza di Versailles, diede nomine onorevoli e redditizie nell’apparato dello Stato purché riconoscessero la sua autorità. La nobiltà restò un ordine privilegiato in quanto era esonerata da molte imposizioni fiscali e conservava diritti di varia natura nei propri feudi.
- LE ISTITUZIONI E GLI UOMINI: Luigi XIV escluse dal potere i familiari, i principi di sangue e gli ecclesiastici; nominò solo ministri e consiglieri provenienti dalla nobiltà di toga e dalla borghesia. Essi formavano il Consiglio supremo di Stato che decidevano le linee generali della politica interna ed estera; inoltre facevano parte del Consiglio di Stato con la funzione consultiva. Le figure più importanti furono quelle del cancelliere a capo del settore giudiziario, del controllore generale delle finanze, dei segretari di Stato. Il ministro che spiccò di più fu Jean Baptiste Colbert che divenne controllore generale delle finanze e segretario di Stato.
- LA POLITICA ECONOMICA: Colbert diresse la politica economica secondo i principi mercantilistici. Per rimettere a posto le cose egli ridusse i dazi interni e procedette al loro accorpamento; diminuì l’onere dello Stato; progettò, ma non realizzò un nuovo sistema di esazione delle tasse; esaltò le attività manifatturiere e commerciali. Questa nuova politica riportò il bilancio in attivo. Colbert ricorse a tariffe doganali protettive e concesse privilegi speciali per favorire la nascita di manifatture nazionali e proteggerle dalla concorrenza. Per imparare meglio alcune tecniche produttive fece venire in Francia operai stranieri. Vi furono iniziative rivolte allo sviluppo del commercio internazionale che portarono alla distruzione del monopolio olandese. Fu incentivata la colonizzazione in India, Africa ed America. Furono costruite strade e canali navigabili per facilitare i commerci all’interno dello stato. Colbert mirò a proteggere i contadini dai grandi, ma represse le rivolte duramente. Questa politica economica portò ad un aumento di risorse finanziarie, che vennero riassorbite dalla politica militare di Luigi XIV.
- LA POLITICA RELIGIOSA DI LUIGI XIV: in campo religioso, Luigi XIV s’ispirò al gallicanesimo. La Chiesa, secondo i francesi, doveva avere una sua autonomia. Il re osteggiò gli ugonotti e i giansenisti costringendoli a convertirsi al cattolicesimo, in quanto non doveva esserci nessun tipo di pluralismo all’interno dello stato, quindi neanche quello religioso. Inoltre, la sua lotta contro i protestanti poteva aiutarlo a Roma per assumere maggior controllo della Corona sulla Chiesa francese. Perciò ridusse la libertà di culto e concesse speciali premi a chi si convertiva. Inoltre nel 1685 venne emesso l’editto di Fontainebleau che vietò la professione di fede protestante. Gli ugonotti fuggirono nei paesi nemici della Francia. Nei confronti dei giansenisti si comportò diversamente perché essi non potevano essere considerati eretici in quanto sostenevano posizioni teologiche simili a quelle dei protestanti, ma erano stati condannati da Roma. Nel 1709 però chiuse con la forza i centri del movimento.
18 -L’ESPANSIONE COLONIALE IN ETA’ MODERNA
I caratteri dell’espansione coloniale europea nel 600
Il trattato di Tordesillas del 1494,con cui Spagna e Portogallo si erano spartite le nuove terre del mondo, rifletteva la situazione di fatto esistente in quel momento. Dalla 2^ metà del 500, entrarono in lizza nella competizione coloniale, la Francia, l’Olanda e l’Inghilterra.
I nuovi protagonisti. Dopo l’unione del Portogallo alla Spagna nel 1580, e dopo la distruzione dell’Invincibile Armada di Filippo II, la penetrazione francese, olandese ed inglese nei territori dell’America, dell’Africa e dell’Asia divenne più insistente ed aggressiva.
Le nuove caratteristiche. L’espansione coloniale del 600 in Asia e in Africa era interessata ad impossessarsi di merci da rivendere con profitto altrove. La logica del sistema era comprare a prezzi bassi e rivendere a prezzi alti. L’intervento nella produzione era minimo; l’unica eccezione era rappresentata da alcune isole dell’Indonesia e delle Molucche controllate dagli Olandesi, dove essi organizzarono in 1^ persona il sistema produttivo delle piantagioni.
I rapporti con i Regni indigeni. Nel caso della Penisola Indiana, della Cina e del Giappone, gli Europei cercarono piuttosto di ingraziarsi i poteri locali, adattandosi anche a versare loro tributi e ad adularli, pur di ottenere il permesso a condurre in pace i propri affari.
Il commercio marittimo. Mentre i Portoghesi si erano in pratica dovuti adattare a convivere con la concorrenza esercitata, da mercanti arabi, indiani, malesi, cinesi, l’Olanda e l’Inghilterra realizzarono un controllo molto + stretto ed efficace su tutto il commercio marittimo della regione. nel corso del secolo si modificò la natura del commercio asiatico: non solo + spezie, ma anche tessuti, carte da parati, lacche e porcellane, ventagli ecc.
Le compagnie commerciali. Lo strumento utilizzato dai paesi europei x il controllo del grande commercio internazionale furono le compagnie privilegiate. Erano società costituite allo scolpo di mettere in comune gli sforzi e le risorse, evitando la concorrenza tra i mercanti di uno stesso paese, che ricevevano dallo Stato poteri speciali. Furono fondate in Inghilterra, Olanda; Francia, Danimarca, Germania, Austria, Svezia, Scozia; le + famose ed importanti furono le Compagnie delle Indie Orientali di Inghilterra e Olanda.
- La Honourable East India Company fu costituita nell’anno1600 da Elisabetta I, allo scopo di armare le navi e organizzare i viaggi.
- La Vereenigde Oostindische Companie fu costituita nel 1602, x decreto degli Stati Generali, allo scopo di coordinare tutte le imprese commerciali olandesi già operanti in oriente. Le fu attribuito il monopolio di tutto il commercio con le Indie, l’esenzione dalle tasse di importazione, l’autorizzazione a possedere terre, il diritto a mantenere a proprie spese un esercito e una flotta armata, ecc.
Dovunque le 2 compagnie di incontravano era scontro aperto (massacro di Amboina, 1623).
Modernità delle compagnie commerciali. Le compagnie dotate di un capitale collettivo formato da quote prestate da singoli risparmiatori, furono le progenitrici delle moderne società x azioni a responsabilità limitata. I soci non erano solo mercanti, aristocratici, appaltatori d’imposta, ricchi borghesi, funzionari pubblici, cittadini, anche stranieri.
La fine delle Compagnie commerciali. Con la fine del XVII secolo le rimostranze contro i monopoli e le prerogative delle compagnie si fecero + insistenti, da parte sia dei sostenitori del diritto dello Stato a intervenire in modo diverso nell’ambito dell’economia, sia di quegli operatori che non riuscivano a farsi strada in settori totalmente controllati da queste compagnie, sia infine degli abitanti di talune colonie che erano svantaggiati da queste condizioni di monopolio.
L’America e la colonizzazione europea
La penetrazione di nuovi Stati europei in America dovette fare i conti con la presenza della Spagna, del Portogallo. Si orientò x tanto, v/o le regioni che non erano state ancora colonizzate, o dove gli insediamenti ispano-portoghesi non erano fortemente stabilizzati.
Gli Inglesi in America. I primi inglesi, agli inizi del 500, si impegnarono nella esplorazione delle coste nordamericane; dopo la vittoria navale sull’Invencible Armad (600), gli Inglesi costituirono i primi insediamenti ufficiali, presto perduti, lungo alcuni tratti costieri dell’America meridionale. Successivamente si stabilirono nelle Barbados, nelle Bahamas e a Giamaica, dove era possibile coltivare canna da zucchero e tabacco.
La 1^ colonia inglese. Nell’America del Nord il primo insediamento inglese fu costituito dalla Virginia. Nella colonia sorsero estese piantagioni di tabacco che utilizzavano lavoratori poveri immigrati dall’Inghilterra e dalla Germania devastata dalla Guerra dei 30 anni. Parte della manodopera era fornita da prigionieri condannati alla deportazione.
Le colonie del New England. Un secondo insediamento inglese in America del Nord avvenne nella regione che si chiamerà poi New England. Ne furono protagonisti degli Inglesi che lasciavano la loro terra x motivi prevalentemente politici e religiosi. La gran parte di essi erano puritani che sfuggivano alle leggi di Laud e miravano a costruire una società nella quale fosse assicurato a ciascuno il diritto di guadagnarsi da vivere col proprio lavoro, di professare la propria religione, di partecipare alla pari con tutti gli altri all’esercizio del potere politico. Le colonie che nacquero nella Nuova Inghilterra furono formate da liberi contadini e da piccoli commercianti e imprenditori, uniti dal vincolo dello zelo religioso puritano e da un forte spirito antiautoritario. Non v’erano grandi disuguaglianze xchè ogni comunità procedeva all’assegnazione in proprietà delle terre in maniera abbastanza egualitaria. Nel 1636 fu fondata la 1^ università ad Harvard.
Le colonie inglesi nella zona centrale. Un 3^ insediamento inglese si formò nella zona intermedia tra Nord e Sud; in queste colonie centrali accanto a piccoli proprietari esistevano alcuni grandi latifondisti. Nel complesso ebbero maggiori affinità con le colonie settentrionali che con quelle del Sud.
I rapporti tra l’Inghilterra e le colonie. Negli ultimi decenni del 600, negli insediamenti ormai saldamente radicati, vennero rafforzati i provvedimenti mercantilistici che proibivano ai coloni americani qualsiasi commercio che non fosse con la madre patria. Non vi furono tuttavia una resistenza o un’opposizione.
Le colonie francesi. I Francesi avevano iniziato l’esplorazione e la penetrazione nell’America del Nord fin dai primi decenni del 500. Fu Jacques Cartier a fondare nel 1534-1535 i primi stanziamenti francese in Canada. L’attenzione della Francia v/o il Nuovo Mondo fu stimolata dalle guerre di religione della 2^ metà del 500.
LE CONQUISTE NELLE ANTILLE
I Francesi penetrarono in America in occasione della guerra dei trent’anni quando il cardinale Richelieu promosse la conquista delle isole delle Antille. Seguirono poi lo stanziamento a Santo Domingo (1655) e l’esplorazione del bacino del Mississippi (1682).
LE COLONIE OLANDESI
Gli Olandesi cominciarono ad essere presenti nell’America del nord, in Brasile, nell’America spagnola e nei Caraibi alla fine del 500. Gli insediamenti americani erano utilizzati come basi per il contrabbando nelle colonie spagnole e portoghesi e come luoghi strategici per colpire i concorrenti nel mercato asiatico.
L’AFRICA
LE REGIONI OCCIDENTALI
Il Sahara costituì per secoli una barriera insormontabile per ogni tentativo di espansione territoriale.
Tra il IX e il X secolo si svilupparono nella zona attraversato dal Niger: l’IMPERO DEL GHANA, DEL MALI E DEL SONGHAI. Furono costruzioni politiche centralizzate dominate da aristocrazie guerriere che assicuravano l’ordine e la pace su territori immensi. Essi trassero la loro prosperità dai tributi e dalle imposte. Le capitali degli imperi erano città ricche e popolose grazie ai commerci.
L’arrivo degli Europei segnò un netto cambiamento delle vie commerciali con la conseguente decadenza degli imperi nigeriani.
LE REGIONI ORIENTALE
Nell’Africa orientale esisteva l’IMPERO ETIOPE: il più saldo e potente stato africano. Le sue popolazioni di pastori nomadi e agricoltori conservò la religione cristiana respingendo la pressione dell’Islam..
LE REGIONI CENTRALI
L’Africa centrale era abitata da popolazioni più primitive, dedite alla caccia e alla pastorizia.
GLI EUROPEI E L’AFRICA
Inizialmente l’interesse per l’Africa era motivato dall’esplorazione di una nuova via per le Indie e dalla ricerca dell’oro e di altri prodotti esotici come l’avorio. Ma successivamente essa divenne soprattutto fornitrice di schiavi.
I portoghesi agirono da battistrada siccome possedevano sia colonie americane sia africane si gestirono il commercio degli schiavi.
Gli spagnoli anche interessate alla manodopera nera ricorsero all’asiento ovvero si affidarono a compagnie private che richiedevano in cambio di ogni schiavo un tributo. Nacquero così compagnie commerciali francesi e inglesi dediche a traffico dei negri.
IL COMMERCIO DEGLI SCHIAVI
Gli schiavi erano adibiti a lavori agricoli. Con l’arrivo degli europei i metodi utilizzati dai negrieri mutarono: i modi per procurarsi gli schiavi, trasportarli, venderli e farli lavorare erano brutali.
LA CONDIZIONE DEGLI SCHIAVI
Gli schiavi erano di proprietà del padrone il quale l’unica considerazione che aveva era quella di tipo economico. Anche se esistevano statuti che proteggevano gli schiavi almeno dagli abusi, essi riconoscevano legale il sistema della schiavitù.
GLI INSEDIAMENTI NELL’ESTREMO SUD
Gli olandesi si fecero promotori dell’estremo sud dell’Africa: il Capo di Buona Speranza.
La postazione nella Città del Capo popolata da emigranti olandesi e da ugonotti francesi fu utilizzata come scalo commerciale lungo la rotta per le Indie o come colonia agricola.
L’ASIA
L’INDIA
Fine 400 la penisola indiana era in uno stato di frammentazione politica: parte settentrionale vi erano tanti staterelli mentre nella parte meridionale vi era l’impero indù di Vijayanagar.
Essa fu invasa dalla popolazione musulmana degli Uzbechi guidati da Babur, il quale sottomise l’India settentrionale e diede inizio all’Impero moghul.
L’IMPERO MOGHUL
Si riaccese con l’arrivo dei musulmani il problema religioso di convivenza tra la religione induista e musulmana. I musulmani rifiutavano il politeismo indù, la divisione in caste, il regime vegetariano, il libero abbigliamento delle donne. Agli indù era inaccettabile i corrispettivi atteggiamenti. L’islam è una religione monoteista che pone come fine supremo la glorificazione di Allah, mentre l’induismo propone ai fedeli il raggiungimento della salvezza praticando meditazione e ascesi personali.
LA CINA
Dalla metà del 300 al 600 la Cina si riunificò sotto la dinastia dei Ming.
Quest’epoca segnò un forte sviluppo culturale ed economico. Nel 500 l’impero s’impegnò contro le incursioni dei Mongoli e l’aggressione giapponese.
I MANCIU’
Agli inizi del 600 l’impero cinese subì un’offensiva dei Manciù una popolazione che viveva ai confini della Cina.
I mancesi riuscirono ad abbattere la precedente dinastia a proclamare imperatore Schun-chih. Questa nuova dinastia rafforzò la Cina in particolare nell’accordo con i russi per fissare i confini al fiume Amur e nel mantenere l’autorità sul regno di Corea e sul Tibet.
LA SOCIETA’ CINESE
I manciù furono coinvolti in un processo di cinesizzazione.
Importante nella società cinese era la classe dei letterati funzionari al servizio dell’Impero: i mandarini che erano reclutati tramite un sistema di esami.
Mancava in Cina un’aristocrazia ereditaria di tipo militare.
Esistevano latifondisti, contadini e sull’ultimo gradino della scala sociale i nullatenenti senza fissa dimora.
La popolazione era attaccata all’antica religione: il confucianesimo, il buddismo e il taoismo.
Sul piano politico vi era una rispettosa subordinazione alle gerarchie politiche.
L’andamento della natalità. Il progresso economico accrebbe le occasioni di lavoro e abbassò l’età media dei matrimoni. Questo aumentò la natalità ed annullò le pratiche per le limitazioni delle nascite. Cambiarono gli atteggiamenti di fronte alla morte e caddero alcune credenze come quelle nel diavolo e nell’inferno.
L’ECONOMIA EUROPEA NEL SETTECENTO.
Il XVIII secolo fu , in Europa, un periodo di progresso economico. Si registrarono crescita demografica, intensificarsi degli scambi, innovazioni tecniche e investimenti. Gli esiti però furono differenti: in alcuni casi la congiuntura favorevole produsse trasformazioni durevoli, in altri i mutamenti si limitarono alla messa a coltura di nuove terre o ad un inasprimento dello sfruttamento dei contadini.
La rivoluzione agraria. I cambiamenti furono i seguenti.
- Miglioramento delle rese agricole;
- Introduzione di nuove culture,
- Miglioramento delle attrezzature agricole;
- Recinzione delle terre;
- Azione di bonifica di terre paludose;
- Integrazione dell’agricoltura con il mercato;
- Collegamento maggiore tra agricoltura e manifatture.
Le conseguenze della “rivoluzione agraria”. I progressi agricoli ebbero queste conseguenze:
- Assicurarono adeguati rifornimenti alimentari alla popolazione;
- La forza-lavoro passò dalle campagne alle città;
- Consentirono alle aziende di procurarsi più materie prime,
- Permisero alle manifatture di allargare i l commercio dei prodotti nelle campagne;
- Quantità crescenti di reddito collettivo vennero destinate all’acquisto di manufatti.
L’espansione del commercio. Il salto di qualità del settecento è confermato dalla grande espansione del commercio e dal peso sempre maggiore delle attività finanziarie. Nelle città si svilupparono le botteghe che offrivano le loro merci. Inoltre era molto fitta la rete di scambi con l’America. Una merce molto redditizia erano gli schiavi: nacque così il “commercio triangolare”.
Lo sviluppo delle attività finanziarie. La crescita delle attività assicurative e bancarie è congiunta all’incremento dell’economia di mercato. Le attività economiche trassero vantaggio della nascita delle banche di emissione e dalla circolazione delle banconote. Nel 1694 fu creata a Londra la Banca d’Inghilterra.
L’esperimento finanziario di Law. Nel 1716, in Francia, il banchiere Law elaborò un progetto per risanare il debito pubblico e introdurre la circolazione cartacea. Nel 1718 la banca divenne pubblica, con il nome di Banca Reale, e accrebbe l’emissione dei biglietti. Ben presto, però, questo aumento indusse i possessori a chiederne la conversione in moneta metallica. Il risultato finale fu che si produsse una sfiducia verso la moneta di carta e le banche. Solo nel 1776 nacque una nuova banca autorizzata ad emettere moneta cartacea. Nel frattempo il sistema monetario si era affermato in Danimarca, Russia e Austria.
LA SOCIETA’ SETTECENTESCA TRA VECCHIO E NUOVO.
Quali elementi di novità e quali elementi di continuità è possibile riscontrare nelle società europee del Settecento?
I progressi del Settecento furono frenati dagli ordinamenti dell’ancien regime.
Il ceto aristocratico. L’aristocrazia conservò la sua egemonia sulla società. Essa godeva di numerose prerogative, che erano considerati dai nobili come il segno del loro ceto. Alla salvaguardia di questa supremazia sociale erano finalizzati anche gli istituti del maggiorascato e del fidecommesso, grazie ai quali il patrimonio familiare si trasmetteva indiviso di padre in figlio.
Le diversità regionali. Tra le aristocrazie dei diversi paesi c’erano molte differenze: diversa era la percentuale dei nobili, diverse erano le caratteristiche nazionali, diverse erano ancora le funzioni.
La difesa delle prerogative nobiliari. Le aristocrazie svolsero un ruolo conservatore sul piano economico e sociale. Nelle campagne le trasformazioni collegate alla crescente commercializzazione dell’agricoltura portavano alla messa fuori legge delle attività che i contadini avevano esercitato da tempo sui terreni soggetti a usi civili. Inoltre ci fu un’altra questione , quella del libero commercio dei grani. Alcuni auspicavano la piena libertà del commercio del grano, ma i regolamenti sostenevano il contrario e quindi all’aumento dell’offerta seguiva la caduta dei prezzi.
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