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  • LA “BELLE ÈPOQUE”

     

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  • Non dimentichiamo che la concorrenza mondiale dovuta alla seconda Rivoluzione industriale, porterà presto ad una spietata rivalità tra grandi potenze –specie nell’ambito dell’industria bellica e della cosiddetta corsa agli armamenti- con la conseguente divisione del mondo in sfere di influenza e la formazione di blocchi di alleanze che di fronte ai primi episodi scatenanti sarebbero entrati in guerra (ciò che di fatto avverrà nel ’14); essi furono: 1879 = Triplice Alleanza (Germania e Austria; poi l’Italia dal 1882) e 1907 = Triplice.

    Se la Prima rivoluzione industriale fu contraddistinta da una fase di liberismo economico o di libera iniziativa economica, questa Seconda rivoluzione industriale fu contraddistinta invece da una forte organizzazione della nuova industria in monopoli (unioni di produttori di una stessa merce), cartelli (unioni “orizzontali” tra produttori di merci affini) e trust (controlli “verticali” dei processi produttivi, dalla materia prima al prodotto finito).

    Se la Prima rivoluzione industriale era basata sul capitalismo della libera iniziativa economica, la Seconda fu basata invece sul capitalismo monopolistico, in altre parole sulla forte concentrazione industriale (degli scambi, dei mercati e della concorrenza) nelle mani dei pochissimi trust internazionali che controllavano “verticalmente” tutti i processi produttivi, dalla materia prima al prodotto finito. Tale concentrazione industriale fece sì che le piccole industrie o imprese, non potendo reggere la concorrenza di quelle più grandi, finissero per essere fuse e assimilate da queste o addirittura per fallire e scomparire.

    Per far fronte a un mercato di dimensioni mondiali si avverte l’esigenza di ingenti capitali, che spesso sono quelli finanziari, prestati dalle banche; come le industrie, anche le banche, specie quelle destinate a prestare alle industrie ingenti capitali, si concentrarono nelle mani di “pochissimi” e, non accontentandosi più di prestare solo denaro alle industrie o imprese, puntarono presto alla loro gestione acquistandone, a tal fine, la maggioranza delle azioni.

    Nacque cioè una fusione fra banche ed industrie, tra monopoli industriali e bancari, tra capitali industriali e capitali finanziari, dando luogo al cosiddetto capitalismo finanziario.

    Per questa influenza determinante delle banche nella vita economica, presto si sarebbe determinata anche una nuova forma di collaborazione e alleanza tra governi politici e banche stesse.

    Tuttavia in alcuni paesi questa collaborazione fra banche ed economia generale, non sempre favorì la produzione ma diventò terreno adatto a manovre più speculative nel conflitto tra capitale industriale e capitale finanziario.

     Non fu certo una soluzione al problema quella del passaggio dal liberismo e dall’alleanza economia – banche all’intervento e protezionismo statale nell’economia.

    Difatti, il liberismo professato dalla Destra storica s’ispirava ad un modello –quello inglese- già industrializzato e non colpito dalla concorrenza di altri paesi industrializzati, e pertanto poco congruente all’effettiva situazione economica italiana in cui, almeno all’inizio, l’industrializzazione non sarebbe potuta nascere e decollare se non fosse stata sostenuta dallo Stato.

    Tuttavia anche questo intervento e protezionismo statale nell’economia diventò terreno adatto a manovre più speculative o ad intese sottobanco tra speculatori e politicanti corrotti; accadeva per es. che le sovvenzioni statali, anziché essere impiegate a fini produttivi collettivi –come ad es. un aumento degli investimenti- fossero distribuite invece fra i maggiori azionisti delle industrie, incrementando così il loro profitto privato.

    All’intervento e al protezionismo statale nell’economia si aggiunsero le salate tariffe o dazi doganali protettivi del 1887, che avrebbero dovuto difendere le industrie nazionali dalla concorrenza di quelle straniere.

    L’effetto negativo fu che avvantaggiarono le zone più industrializzate (come Centro-Nord) mentre danneggiarono quelle meno industrializzate (come Sud) costrette ad acquistare prodotti industriali a prezzi maggiorati rispetto al mercato internazionale, e private nello stesso tempo della possibilità di sbocchi su altri mercati internazionali.

    Addirittura alcuni monopoli industriali (come quelli tedeschi), sfruttando abilmente i dazi doganali, continuarono a tenere alti in patria i prezzi del prodotto ma nello stesso tempo lo abbassavano all’estero per conquistarsi vaste fette di mercato.

    La seconda rivoluzione industriale è comunque mossa dalle grandi innovazioni e scoperte scientifiche e tecnologiche, prime tra le quali quelle decisive per i nuovi modi di produzione industriale e di vita civile: le fonti energetiche di elettricità e petrolio, fonti che, per quanto aiutarono molto la produzione industriale, la fecero degenerare, a volte, nella “sovrapproduzione” con conseguenti fallimenti e disoccupazioni a catena.

    Tra le innovazioni e scoperte tecniche e scientifiche di questa Seconda Rivoluzione industriale ricordiamo quelle relative ai mezzi di trasporto e di comunicazione

    Il motore a scoppio diverrà il motore ideale di molti mezzi di trasporto; l’automobile (con la nascita di grandi industrie automobilistiche) in sostituzione della bicicletta; i tram elettrici (come comodi mezzi di trasporto cittadini) in sostituzione delle carrozze a cavalli; le ferrovie, in sostituzione di quelle a vapore, la cui rete venne quadruplicata I mezzi di comunicazione si estesero dal telegrafo al telefono dell’italiano Meucci, alla comunicazione a distanza mediante onde elettromagnetiche di Marconi, e infine alla radio.

    Infine, i fratelli francesi Lumière costruirono in quegli anni il primo apparecchio cinematografico e inventarono il cinema come proiezione animata di “immagini in movimento”.

     

    A questo decollo industriale europeo, corrispose un’efficiente e scientifica organizzazione del lavoro, che fece capo alla teoria dell’ingegnere americano Taylor, detta appunto taylorismo.

    Queste pretese di pianificare ogni singola operazione dell’operaio, cronometrandola e stabilendo i tempi e le modalità ideali (la famosa catena di montaggio) per una veloce e cospicua produzione che alla fine avrebbe avvantaggiato non solo l’industria ma anche lo stesso operaio con guadagni sì maggiori, e tuttavia con un alienante asservimento alle macchine e alle operazioni più ripetitive e meccaniche.

    Infine, oltre alla manodopera locale e gratuita dei paesi colonizzati, la grande industria aggiunge anche la manodopera europea, determinando così il fenomeno della emigrazione di massa non solo dalle campagne alle città industrializzate ma anche dalle proprie nazioni verso quelle più avanzate industrialmente e ricche di possibilità di lavoro.

     

    LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA

     

    I tre anni di vita del Ministero Zanardelli – Giolitti (e poi gli anni a seguire degli ininterrotti governi giolittiani) furono contraddistinti anche da un momento di forte decollo industriale, ovvero dalla “seconda rivoluzione industriale” che stava contraddistinguendo tutta l’Europa.

    Anche l’Italia assiste alla sua Seconda rivoluzione industriale e al suo decollo industriale; tra il 1896 e il 1913, la nostra economia non è semplicemente agricola ma  industriale come nei paesi più avanzati. Quindi  anche l’Italia conosce le realtà della concentrazione industriale e del capitalismo finanziario. Il decollo industriale richiedeva ingenti quantità di energia e l’Italia era molto povera di carbone e di petrolio; al fabbisogno energetico provvide pertanto importando combustibile o utilizzando le acque di fiumi di ampia portata come il Po di cui era molto ricca specie al Nord.

    Tuttavia, l’impossibilità di allontanare i motori idraulici dai corsi d’acqua e avvicinarli ai luoghi dlel’industria, rese urgente l’adozione di quella fonte di energia che, attraverso cavi conduttori, poteva essere trasportata anche a grandi distanze ed essere facilmente convertita in altre fonti energetiche come calore, luce o movimento: l’energia elettrica.

    Gli investimenti nel settore idroelettrico si moltiplicarono e, ovunque vi fossero montagne o fiumi di ampia portata, sorsero centrali idroelettriche. Tuttavia, il mito del cosiddetto “carbone bianco”, ovvero dell’acqua come fonte energetica che avrebbe sostituito carbone e petrolio, restava appunto un mito, perché l’energia idroelettrica da sola non avrebbe mai potuto far fronte ai bisogni industriali e civili.

    La produzione di energia elettrica era in 15 anni aumentata di 250 volte e di conseguenza era diminuita l’importazione di carbone dall’estero. Inoltre, poiché tutte le industrie utilizzavano metalli e macchine prodotti dall’industria pesante, metallurgica e meccanica, fu ovvio che questa si sviluppasse molto di più di quella leggera, tessile o alimentare.

    La scelta protezionistica del 1887 aveva reso possibile la creazione, sia pure a costi molto alti, di una moderna industria siderurgica; questa divenne un potente trust italiano, al punto che i suoi dirigenti ottennero crescente influenza nel ministero e nel governo: tutto il settore era dominato da poche grandi società.

    Nel settore tessile, che restava sempre il più importante per quantità di stabilimenti e per numero di addetti, i maggiori progressi si ebbero nell’industria cotoniera, altamente favorita dal protezionismo delle tariffe doganali e altamente meccanizzata.

    Anche in settori non favoriti dal protezionismo delle tariffe doganali si registrarono notevoli progressi: quello chimico segnalava le industrie della gomma (Pirelli); quello meccanico diede una prima dimostrazione di efficienza nella vittoria riportata da una macchina italiana nella gara automobilistica della Pechino – Parigi (1907) e segnalava l’industria automobilistica e il predominio della FIAT (Fabbrica italiana automobili Torino, 1899), fondata da Giovanni Agnelli, e dell’ALFA (Anonima lombarda Fabbrica automobili, 1910); queste industrie automobilistiche si consolidarono anche grazie alle accresciute richieste di materiale ferroviario, navi e armamenti da parte dello Stato, nonché grazie alla domanda di macchinari indotta da tutto il complesso dell’industria italiana e ben presto determinarono la chiusura di altre piccole industrie automobilistiche semiartigianali.

    Gli effetti del decollo industriale italiano si fecero sentire nelle cifre del reddito e nella qualità della vita.

    Il reddito nazionale annuo crebbe del 50 %, questo tuttavia avviene con notevole ritardo e con minore intensità rispetto agli stessi paesi più avanzati come Francia, Gran Bretagna, Germania o Stati Uniti.

    Ciò consentì tuttavia un miglioramento della qualità della vita italiana, soprattutto nelle grandi città: una buona quota dei bilanci familiari veniva destinata non solo alle ordinarie spese per l’alimentazione e per la casa ma anche per i beni di consumo durevoli: utensili domestici, biciclette, macchine da cucire o altri prodotti della moderna tecnologia che si affacciavano timidamente sul mercato nazionale.

    I servizi pubblici (illuminazione, trasporti urbani, gas domestico, acqua corrente) s’intensificarono.

    La mortalità infantile –indicatore per eccellenza dell’arretratezza civile ed economica di un paese- registrò un calo notevole.

    Tuttavia le condizioni abitative dei cittadini restavano ancora precarie, nonostante il varo delle prime organiche iniziative di edilizia popolare da parte dei governi e delle amministrazioni locali.

    Certo la diffusione dell’acqua corrente e il miglioramento delle reti fognarie costituirono un progresso di non poco conto, contribuendo anche alla forte diminuzione della mortalità da malattie infettive (colera, tifo o affezioni gastroenteriche), ma le case operaie e rurali erano per lo più affollate e malsane, raramente dotate di servizi igienici autonomi e di riscaldamento centralizzato.

    L’analfabetismo era ancora molto elevato mentre si avviava a scomparire nell’Europa del Nord.

    Durante il governo triennale Zanardelli – Giolitti (e poi gli anni a seguire degli ininterrotti governi giolittiani), la questione meridionale rimaneva aperta.

    Come restava aperto il divario tra decollo industriale europeo ed italiano, così restava aperto quello tra Nord e Sud del paese.

    Il divario fu più accentuato in ambito industriale, del cui decollo parvero beneficiare solo le città settentrionali del cosiddetto triangolo (Milano, Torino e Genova).

    Ma anche l’agricoltura conosceva i suoi progressi soprattutto nel Nord grazie all’intraprendenza delle aziende capitalistiche della Valle Padana, che seppero approfittare della congiuntura favorevole e dell’elevata protezione doganale sui cereali per migliorare le tecniche di coltivazione.

    Al Sud, invece, l’agricoltura risultava sfavorita dalle condizioni climatiche e ideologiche, nonché dalla povertà dei terreni di montagna o dalla permanenza di gerarchismi sociali obsoleti e mentalità diffuse che ostacolavano il mutamento economico e sociale.

    Da questa situazione, ancor più che dal mancato sviluppo industriale derivava la persistenza dei mali tipici del Sud, mali antichi e ancora più gravi allora, se si pensa a quanto contrastassero con il contemporaneo decollo economico – sociale del paese:

    l’analfabetismo diffuso

    l’assenza di una classe dirigente moderna

    la disgregazione sociale

    la subordinazione della piccola e media borghesia agli interessi della grande proprietà terriera

     

     

    L´ART NOUVEAU GAUDI

     

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    Un punto importante per la diffusione di quest’arte fu l’Esposizione Universale del 1900,              svoltasi a Parigi, nella quale il nuovo stile trionfò in ogni campo. Ma il movimento si diffuse anche attraverso altri canali come ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. Negli anni a seguire il nuovo stile venne messo in commercio con prodotti diretti ad un pubblico di massa, all’incirca nel 1907, e a questo termine venne attribuito un significato negativo.

    Una delle caratteristiche più importanti dello stile è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata; figure semplici sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori.

    Come movimento artistico l’Arte Nuova possiede alcune affinità con i pittori Preraffaelliti e Simbolisti. Questo nuovo stile non si formalizza nell’adoperare nuovi materiali, superfici lavorate e l’applicazione del puro design. Prediligevano invece la natura per fonte d’ispirazione ma stilizzavano gli elementi e ne ampliavano con l’aggiunta di fili d’erba, insetti, alghe etc. Un altro fattore di grande importanza è che l’Arte Nuova non rinnegò l’utilizzo dei macchinari ma vennero usati ed integrati nelle creazioni dell’opera. Possiamo dire quindi per concludere che l’Arte Nuova si configurò come uno stile ad ampio raggio in quanto abbracciava i campi più disparati – architettura, design d’interni, gioielleria, design di mobili e tessuti, utensili ed oggettistica, illuminazione etc. Oggi  questo stile è considerato precursore dei movimenti più innovativi del ventesimo secolo come ad esempio per l’espressionismo, il cubismo, il futurismo, il surrealismo.

    Un architetto che possiamo ricordare di questo nuovo movimento artistico è Antoni Gaudi.

    Antoni Gaudi nasce in Catalogna nel 1852 fu un famoso architetto catalano, massimo esponente dell’architettura modernista catalana noto soprattutto per il suo stile innovativo.

    Nel 1884 ottiene la direzione dei lavori della basilica della Sagrada Familia, una costruzione che assorbirà tutte le sue energie fino al giorno della sua morte e che non riuscirà a concludere.

    Quasi tutta quest’opera è legata alla capitale catalana. La sua carriera di architetto è caratterizzata dall’elaborazione di forme straordinarie e imprevedibili, realizzate utilizzando materiali diversi come ad esempio mattone, pietra, ceramica, vetro, ferro da cui Gaudì seppe trare le massime possibilità esperessive.

    Quando nel 1884 ottenne l’incarico ideò un progetto completamente nuovo. Lavorò al progetto per oltre quarant’anni dedicandosi completamente a quest’opera soprattutto negli ultimi quindic’anni della sua vita.

    Questa sua dedizione tanto intensa ha però una spiegazione, oltre alla grandezza dell’opera, anche nel fatto che l’architetto definiva molto i particolari mano a mano che la costruzione avanzava, senza averli mai creati nei suoi piani.

    Per lui la presenza personale dell’opera era fondamentale. La Sagrada Familia non è stata ancora finita è completata solo per il 55% ma si prevede che al suo completamento possa essere la più grande basilica del mondo.

    Con il proseguimento dei lavori la costruzione assunse uno stile sempre più fantastico con quattro torri affusolate che ricordano i castelli di sabbia dei bambini. Le torri sono coronate da cuspidi di forma geometrica, coperte da ceramiche con colori vivaci, che vennero probabilmente influenzate dal cubismo.

     

     

    LA GENETICA: MENDEL E LE SUE TEORIE

     

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    Avevano cercato di spiegarlo attraverso varie teorie tra queste la teoria del preformismo. Si supponeva che nello spermatozoo o nell´ovulo ci fosse un organismo minuscolo già preformato. Si credeva ancora al fatto che le caratteristiche dei genitori si combinassero tra loro senza nessun criterio cioè in modo casuale.

     

    GLI ESPERIMENTI DI MENDEL

     

    Charles Darwin fu uno dei primi naturalisti a formulare delle teorie dell´evoluzione degli esseri viventi.

    Mentre Darwin sviluppava le teorie sull´evoluzione, Gregor Mendel formulava le leggi sull´ereditarietà. Mendel capì la regolarità con cui i caratteri si trasmettevano. Queste leggi sono adottate per studiare la genetica (materia che si occupa della trasmissione dei caratteri).

     

      


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    Gregor Mendel condusse i suoi esperimenti in un monastero. Per gli esperimenti aveva coltivato e osservato molte piante di pisello.

    Studiò alcune caratteristiche delle piante di pisello e notò che ogni pianta aveva delle caratteristiche differenti.

    Cominciò gli esperimenti con le piante di linea pura cioè quelle che danno origine a piante identiche a se stesse.

    La prima domanda che sorse a Mendel fu questa: “Che cosa succede se si incrociano piante che hanno caratteristiche differenti?”

    Così Mendel cominciò il primo esperimento incrociando piante di linea pura dai fiori rossi e piante di linea pura dai fiori bianchi.

     

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    Nel suo secondo esperimento incrociò le piante della prima generazione dai fiori rossi e vide che la nuova generazione (F2) era formata da 75% di fiori rossi e 25% di fiori bianchi.  

    Per spiegare i risultati degli incroci, decise di formulare delle ipotesi:

    • Ogni carattere è determinato da una coppia di fattori.
    • Questi due fattori si separano nel corso della meiosi che dà origine ai gameti, perciò ogni gamete contiene un solo fattore.
    • Quando avviene la fecondazione, i fattori portati dai due gameti si uniscono; il nuovo individuo eredita un fattore da ciascun genitore.

    Oggi si è potuto stabilire che i “fattori” di Mendel sono i cosiddetti geni. Il gene è un’unità elementare del DNA che codifica una molecola proteica, presente nei cromosomi della cellula.

     

     

    AMERICA DEL NORD

    Sezione del continente americano che comprende il Canada, gli Stati Uniti d’America e il Messico. La stessa piattaforma continentale include la Groenlandia, il grande arcipelago formato dalle isole artiche, Terranova, la Nuova Scozia e l’arcipelago di Saint-Pierre e Miquelon. L’America settentrionale ha una superficie complessiva di circa 24 milioni di km² e una popolazione di 524 milioni di abitanti (2007). La circondano il mar Glaciale Artico a nord; l’oceano Pacifico a ovest; l’oceano Atlantico a est; il golfo del Messico (un settore dell’oceano Atlantico) a sud-est; l’istmo di Tehuantepec la unisce all’America centrale. È attraversata dal Circolo polare artico e dal Tropico del Cancro. Insieme con l’America centrale, gli arcipelaghi delle Antille e delle Bahama, e l’America meridionale, l’America settentrionale costituisce il cosiddetto emisfero occidentale del pianeta. Nelle descrizioni dell’America settentrionale talvolta si includono l’America centrale e le Antille, che vengono qui trattate separatamente. Esse appartengono, con il Messico, all’America latina, così detta in quanto occupata in prevalenza da popolazioni originarie dell’Europa meridionale (lo spagnolo è la lingua dominante, seguita dal portoghese), mentre l’America settentrionale si definisce anche America anglosassone perché colonizzata per gran parte da popolazioni dell’Europa nordoccidentale (l’inglese è la lingua più parlata, sebbene negli ultimi anni gli Stati Uniti abbiano visto aumentare considerevolmente i parlanti spagnolo). Il nome “America” deriva da quello del navigatore italiano Amerigo Vespucci, che forse toccò l’America settentrionale continentale nel 1497 e nel 1498.

    Gran parte del territorio dell’America settentrionale si estende alle medie latitudini, con una parte notevole nell’Artico e una più stretta intorno al Tropico del Cancro: si espande da est a ovest per circa 184° di longitudine, dai 12° di longitudine ovest di Nordost Rundingen (Capo Nordest) nella Groenlandia nordorientale ai 172° di longitudine est dell’estremità occidentale di Attu Island in Alaska. La sua estensione nord-sud è di circa 69°, dagli 83° di latitudine nord di Capo Morris Jesup nella Groenlandia orientale (il punto più settentrionale dell’intero pianeta) ai 14° di latitudine nord nel Messico meridionale.

    Il contorno dell’America settentrionale è estremamente irregolare; alcuni estesi tratti costieri sono relativamente uniformi, ma in generale le coste sono frastagliate e ricche di insenature, con molte isole che si stagliano al largo. Vi si aprono tre grandi insenature: la baia di Hudson a nord-ovest, il golfo del Messico a sud-est e il golfo dell’Alaska a nord-ovest. L’estensione costiera è di 60.000 km. Molti sono gli isolotti nei pressi delle coste orientale e occidentale, ma le isole più estese si trovano all’estremo nord.

    Secondo una teoria largamente accettata, quasi tutta l’America settentrionale è situata su un’unica estesa piattaforma (detta nordamericana), un’enorme placca, una delle grandi unità che costituiscono il mosaico strutturale della crosta terrestre. Si ritiene che l’America settentrionale fosse un tempo unita all’attuale Europa e all’Africa e che abbia

    cominciato a staccarsene circa 170 milioni di anni or sono, nel Giurassico, a causa del processo di deriva dei continenti (il lento movimento – qualche centimetro all’anno – che ha determinato il distacco delle placche) acceleratosi circa 95 milioni di anni or sono, durante il Cretaceo. Poiché l’America settentrionale si spostò verso ovest, si ritiene che la placca sottostante l’oceano Pacifico si sia incuneata sotto la piattaforma nordamericana, determinando estesi corrugamenti lungo il bordo continentale, oggi evidenti nella serie di allineamenti montuosi lungo la costa occidentale. Sul lato opposto, con l’ampliarsi dell’oceano Atlantico si ebbe la formazione di estese faglie lungo la costa orientale, con la conseguente creazione di montagne e isole al largo della costa stessa.

    L’America settentrionale può essere suddivisa, dal punto di vista strutturale e morfologico, in cinque principali regioni geografiche. La metà orientale del Canada, oltre a gran parte della Groenlandia e ad alcune sezioni degli stati di Minnesota, Wisconsin, Michigan e New York negli Stati Uniti, appartiene allo Scudo Canadese (o Altopiano Laurenziano), una regione di altipiani che poggia su antiche rocce cristalline. La regione ha un terreno povero e fitte foreste coprono estesamente la sua parte meridionale.

    Una seconda regione è costituita dalle pianure costiere estese dagli Stati Uniti orientali, attraverso la Florida, sino al Messico. Negli Stati Uniti la piana costiera è limitata a ovest da una terza regione, comprendente una fascia montuosa e collinare relativamente stretta, che fa parte del sistema dei monti Appalachi, rilievi dalle caratteristiche forme arrotondate, mature.

    Una quarta regione è costituita dalla parte centrale del Nord America, dal Canada meridionale al Texas sudoccidentale, formata da un esteso bassopiano il quale ha subito, a periodi alterni, fasi di immersione sotto il mare e di sollevamento: esso è perciò formato da potenti strati di roccia sedimentaria. Non si tratta però di una ininterrotta regione pianeggiante poiché comprende molti terreni ondulati e persino collinari come l’altopiano di Ozark. La parte occidentale del bassopiano, al di là del Mississippi, è formata dalle Grandi Pianure, che ascendono gradualmente verso le Montagne Rocciose.

    La quinta e più occidentale regione dell’America settentrionale, comprendente gran parte del Messico, è una zona di montagne in formazione; la sua storia geologica recente è dominata da movimenti della crosta terrestre e da attività vulcanica legati ai movimenti della placca dell’oceano Pacifico. Negli Stati Uniti e nel Canada questa regione è occupata dalle Montagne Rocciose, che sono geologicamente la prosecuzione della Sierra Madre Orientale messicana.

    Nella sua parte occidentale il sistema delle Montagne Rocciose si presenta come una zona di estesi bacini e di elevati altipiani, fra i quali l’altopiano della Columbia Britannica in Canada, l’altopiano del Colorado e il Gran Bacino negli Stati Uniti, e il vasto Altopiano messicano. Lungo la costa pacifica si innalzano elevati allineamenti montuosi, che si prolungano dalla Catena dell’Alaska alla Sierra Madre Orientale e alla Sierra Madre del Sud in Messico. Fra i due estremi sorgono catene intermedie, quali la Catena Costiera della Columbia Britannica e la Catena delle Cascate, le Catena Costiera e la Sierra Nevada negli Stati Uniti. Inframmezzati agli allineamenti montuosi si aprono alcuni bassopiani, come la fertile Central Valley californiana.

    Il punto più alto nell’America settentrionale, il monte McKinley o Denali (6.194 m), è situato nella Catena dell'Alaska, mentre il punto più basso, 86 m sotto il livello del mare, è la californiana Death Valley (Valle della Morte), parte del Gran Bacino.

     

     

     

     

     

     

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    United States of America; sigla USA

     

    Superficie: 9.372.614 km².

    Popolazione: 248.710.000 ab.

    Capitale: Washington.

    Lingua: inglese.

    Religione: protestanti in maggioranza, quindi cattolici, ebrei (ca. 6 milioni),ortodossi e  di altre religioni.

    Unità monetaria: il dollaro USA.

     

     

    Stati Uniti d'America

     

    Gli USA, confinano a nord col Canada, a sud col Messico; le coste sono bagnate ad est dall'Oceano Atlantico, a ovest dall'Oceano Pacifico e a sud dal golfo del Messico. Fanno parte dell'Unione anche i due Stati non contigui dell'Alaska e delle Hawaii.

    Gli USA sono una repubblica presidenziale, con una confederazione di 50 Stati e un distretto federale.

    Il potere legislativo spetta al Senato e alla Camera dei rappresentanti che insieme formano il Congresso e vengono eletti entrambi con voto popolare diretto. Il potere esecutivo spetta al presidente, eletto per quattro anni.

     

     

     

     

 

 

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