Appunti medicina del lavoro tutto di tutto
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APPUNTI DELLE LEZIONI DI MEDICINA DEL LAVORO
PROF. G.B. RAFFI
INTRODUZIONE
La evoluzione storica della Medicina del Lavoro è strettamente collegata con l'evoluzione della tecnologia.
Nell'antichità il lavoro manuale era riservato agli schiavi in quanto esso veniva considerato cosa indegna e degradante per l'uomo libero.
Tito Lucrezio Caro nel "De rerum natura"descriveva le drammatiche condizioni di lavoro degli schiavi
Ippocrate, Galeno e Plinio già segnalarono forme morbose che comparivano con particolare frequenza in determinate categorie di artigiani.
In seguito, nel secolo XV, Agricola e Paracelso descrissero gli aspetti del lavoro nelle miniere di metalli e le malattie che colpivano i minatori e i fonditori, in alcuni casi suggerendo anche possibili applicazioni preventive..
Spetta tuttavia a Bernardino Ramazzini da Carpi il merito di avere per primo considerato che alcune malattie trovano la loro origine nel lavoro e pertanto di avere indagato, in prima persona, i rapporti esistenti tra varie attività lavorative ed insorgenza di malattie, intravedendo inoltre, per primo, la necessità di introdurre la anamnesi lavorativa nell'approccio col paziente.
Nel trattato "De morbis artificum diatriba" infatti il Ramazzini, non solo descrive la malattia causata dallo svolgimento del mestiere ma, propugnando l'aforisma "meglio prevenire che curare", suggerisce anche i rimedi utili a limitare o a prevenire la malattia stessa.
Il Ramazzini pertanto deve essere considerato l'antesignano della medicina del lavoro in quanto non solo ha considerato e descritto il lavoratore ammalato, ma si è personalmente recato nella bottega per rendersi conto dell'ambiente di lavoro e per trarne opportuni suggerimenti ai fini preventivi.
Nella prefazione del trattato il Ramazzini scrive: “ Pioché dunque non solo nel passato, ma anche ai nostri tempi, nelle società ben regolate, sono state fissate delle leggi a vantaggio dei lavoratori, è altrettanto giusto che anche la medicina apporti il proprio contributo in favore e a sollievo di coloro che lo Stato si preoccupa di favorire e, con un impegno particolare che fino ad ora è stato assente, abbia cura della loro salute in modo che per quanto è posibile, possano esercitare senza pericolo l’attività a cui si sono dedicati. Io, da parte mia, ho fatto tutto quello che pensavo fosse giusto fare e non mi sono sentito sminuito quando, per osservare tutte le caratteristiche del lavoro manuale, entravo nelle botteghe artigiane più modeste; d’altra perte in questa nostra epoca anche la medicina impiega osservazioni derivate dalla meccanica. Mi interessa fare notare, in particolare ai miei colleghi medici, che in tutte le realtà è possibile ritrovare le lavorazioni che descrivo ed, inoltre, che le stesse lavorazioni in alcune regioni possono essere eseguite in modo diverso. Questo significa che volta per volta le malattie prodotte da quelle lavorazioni potranno essere diverse da quelle che io descrivo.
Nelle botteghe artigiane, come è giusto, cioè direttamente sul campo ho cercato di raccogliere tutte le osservazioni interessanti e formulare indicazioni, cosa questa più importante, sia per la cura che per la prevenzione delle malattie che di solito incombono su quelli che lavorano.
Dunque il medico che è chiamato a curare un lavoratore non deve, coma fa di solito, sentirgli immediatamente il polso senza informarsi delle sue condizioni, né deve subito sentenziare sul da farsi; il medico, come fa il giudice, deve mettersi a sedere, anche su uno sgabello o su una panca quando non trova, come succede nelle case dei ricchi, una sedia dorata. Deve parlare affabilmente co l’ammalato e sapere decidere quando è necessario dare consigli medici o invece fare prevalere atteggiamenti di comprensione o di pietà; molte sono le domande che il medico deve rivolgere al malato o a coloro che lo assistono. Ippocatre nel De affectionibus dice: Quando sei di fronte ad un ammalato devi chiedergli di cosa soffra, per quale motivo, da quanti giorni, se va di corpo e cosa mangia. A tutte queste domande bisogna aggiungerne un’altra: che lavoro fa.
Quando il malato è uno del popolo, questa domanda risulta importante, anzi necessaria, se non altro per individuare la causa della sua malattia: Succede raramente, nella pratica, che il medico faccia questa domanda agli ammalati. Ma anche quando, per un qualche motivo, è a conoscenza del tipo di lavoro svolto dall’ammalato, il medico non ne tiene conto, compromettendo con ciò l’efficacia della cura.
Accogli dunque benevolmente, amico lettore, questo mio trattato, forse scritto con poca arte, ma con l’intento di giovare alla società o per lo meno di dare sollievo ai lavoratori o, se preferisci,, Accetta quest’opera, ispirata non dal desiderio della gloria, ma dal senso del dovere e dall’interesse per gli altri”.
Contrariamente a quanto avveniva nel passato, il Ramazzini pertanto non si limitava a descrivere situazioni, magari anche con una notevole carica di pietismo, ma si faceva propugnatore della prevenzione, dopo avere dimostrato che certe malattie non avevano una origine naturale o spontanea bensì erano legate al mestiere.
Nella seconda metà del diciottesimo secolo, coll'inizio della rivoluzione industriale, avviene la prevalente trasformazione del lavoro da artigianale ad industriale con tutti i problemi inerenti ai carichi di lavoro, all'orario di lavoro ed all'impiego indiscriminato di mano d'opera femminile e minorile.
Nel 1910 Luigi Devoto fonda in Milano la Clinica del Lavoro, fornendo una base scientifica alla medicina del lavoro e soprattutto propugnando il concetto della prevenzione delle malattie da lavoro.
LA TUTELA DELLA SALUTE E DELLA SICUREZZA NEGLI AMBIENTI DI LAVORO
L'obiettivo della Medicina del Lavoro, secondo le indicazioni del comitato congiunto OIL-OMS (1959), è quello di: ". promuovere e mantenere il più alto grado di benessere fisico, mentale e sociale del lavoratori in tutte le occupazioni; adoperarsi per prevenire ogni danno causato alla salute da condizioni legate al lavoro e proteggere i lavoratori contro i rischi derivanti dalla presenza di agenti nocivi; destinare e mantenere i lavoratori in occupazioni consone alle loro attitudini fisiologiche e psicologiche; in sostanza, adattare il lavoro all'uomo e collocare ogni persona al posto giusto.
La moderna Medicina del Lavoro, dovendo pertanto rispondere a quelli che sono gli obiettivi sanciti dall'OIL-OMS, è divenuta una disciplina composita, dove la Clinica delle malattie professionali, cioè la branca specializzata nel riconoscimento diagnostico, nella terapia e riabilitazione della malattia causata dal lavoro, è una delle diverse componenti della Medicina del Lavoro, assieme all'Igiene Industriale, alla Tossicologia Industriale, alla Fisiologia del Lavoro, alla Ergonomia, alla Psicologia del Lavoro, alla Epidemiologia ed alla Medicina Preventiva dei Lavoratori. La Medicina del Lavoro pertanto, pur essendo una branca nata come uno dei tanti rami dal tronco comune della clinica, è cresciuta assumendo nel tempo una connotazione sempre più propria ed uno spazio sempre più diversificato rispetto alle origini.
Identificare pertanto la Medicina del Lavoro con la Clinica delle malattie professionali vorrebbe dire sancire il fallimento della medicina del lavoro, intesa come disciplina che, secondo le indicazioni OIL-OMS si prefigge lo scopo di prevenire le malattie da lavoro e di promuovere il benessere psicofisico del lavoratore.
EVOLUZIONE STORICA DELLA MEDICINA DEL LAVORO NEL XX SECOLO
Nella introduzione abbiamo trattato a larghi tratti la evoluzione storica della nostra disciplina fino ad arrivare al 1910 cioè alla fondazione della Clinica del Lavoro “L. Devoto” di Milano, evento che pone le basi alla moderna Medicina del Lavoro.
A questo punto veniamo a considerare la evoluzione che ha subito nello scorso secolo la disciplina, soprattutto nel profilo della patologia professionale.
L’evoluzione della patologia da lavoro è strettamente correlata ai mutamenti della storia sociale, politica ed economica, alle innovazioni tecnologiche e scientifiche e alle trasformazioni organizzative realizzate progressivamente nell’industria e nell’agricoltura.
In questo senso, particolarmente interessante è il momento di passaggio dal IX al XX secolo, passaggio segnato essenzialmente dall’enorme sviluppo dell’industria, dei trasporti e del commercio, dallo spostamento gradualmente crescente di manodopera dall’agricoltura all’industria e dalla sostituzione progressiva dei piccoli laboratori artigiani con i grandi complessi industriali.
Nella vita e nel lavoro dell’uomo si attua in altri termini una trasformazione rivoluzionaria ed inevitabilmente si impone sempre più all’attenzione generale il problema della salute dei lavoratori, inteso come problema medico, sociale e politico al tempo stesso.
Nel 1906, in occasione della inaugurazione del traforo del Sempione, si tiene a Milano il Primo Congresso Internazionale di Medicina del Lavoro, dal quale emerge in maniera ufficiale la patologia da lavoro di più frequente riscontro all’epoca. Dai volumi degli Atti di tale congresso si desume che all’inizio del secolo i problemi di salute dei lavoratori erano principalmente riconducibili :
- alle malattie infettive e parassitarie come la tubercolosi, il carbonchio, il tetano,
- l’anchilostomiasi;
- alle patologie dell’udito;
- alle intossicazioni da piombo, zolfo, cemento.
Non poche furono inoltre le ricerche condotte su particolari categorie di lavoratori come donne e bambini, ad evidenziare se non la sensibilità, almeno l’interesse per soggetti costituzionalmente più vulnerabili, impiegati comunque in attività lavorative assolutamente non consone.
Altra piaga frequente negli ambienti lavorativi di inizio secolo è l’anchilostomiasi, famigerata per la severa anemia, diffusa tra minatori, fornaciai, solfatai e tra gli agricoltori.
L’importanza dell’anchilostomiasi è decisamente evidente se si considerano alcuni dati di allora: nel 1882, in seguito ai lavori di costruzione della galleria del San Gottardo, i lavoratori malati di anchilostomiasi furono oltre 10.000, e 20 anni dopo, grazie a semplici interventi igienici di svuotamento e pulizia quotidiana delle latrine, l’incidenza di tale malattia tra i lavoratori del traforo del Sempione, pur sempre rimanendo elevata, veniva notevolmente abbattuta.
Nonostante gli sforzi messi in atto, l’anchilostomiasi restava quindi ancora una patologia diffusa, ma ciò che importa è che si comincia ad intravedere la iniziale maturazione di una coscienza sanitaria che assieme alle progressive trasformazioni politiche di sanità pubblica apriranno la strada alla prevenzione ambientale che è parte integrante della Medicina del Lavoro ed elemento indispensabile nell’abbattimento di una qualunque patologia lavorativa.
Il segno tangibile dell’efficacia di tale prevenzione si apprezza col tempo: i dati statistici riferiscono infatti l’incidenza di tale malattia professionale progressivamente ridotta negli anni e via via sempre minore al punto che, secondo i dati più recenti disponibili, nel 1996 nell’industria e nell’agricoltura si contano rispettivamente nessuno e due casi denunciati di anchilostomiasi.
Una malattia da lavoro di cui molto si parla agli inizi del secolo è il fosforismo, dovuto all’impiego di fosforo bianco nell’industria dei fiammiferi.
Questa industria , agli inizi del secolo, era estremamente fiorente e redditizia e ciò spiega l’estrema resistenza, soprattutto da parte degli imprenditori evidentemente, all’abolizione dell’uso del fosforo bianco che, se da un lato generava un’attività industriale necessaria, estremamente fiorente e con un tornaconto economico rapido ed abbondante, dall’altro procurava una malattia tanto deturpante ed avvilente da essere soprannominata volgarmente “lebbra delle fiammiferaie”.
Inoltre, in tali fabbriche, numerose in Italia un po’ ovunque e particolarmente concentrate in Piemonte, in Lombardia e in Toscana nella zona di Empoli soprattutto, veniva impiegata di norma manodopera a basso costo, donne e bambini principalmente, o si ricorreva addirittura a detenuti o mendicanti o a coloro costretti al lavoro in fabbrica per estinguere i debiti di gioco.
La scoperta del fosforo rosso e la conseguente introduzione dei fiammiferi cosiddetti “svedesi”, l’adozione di nuovi sistemi di lavorazione meccanica, i progressi dell’igiene industriale e le numerose pressioni delle associazioni operaie hanno portato nel 1906 alla Convenzione di Berna che sancisce ufficialmente a livello internazionale l’abolizione dell’impiego del fosforo bianco.
Altro quadro clinico oramai appartenente alla storia delle malattie da lavoro è il saturnismo.
L’intossicazione da piombo nei primi decenni del secolo riguardava prevalentemente i lavoratori addetti alla metallurgia del Pb, i tipografi o gli esposti a pigmenti piombiferi quali ceramisti e verniciatori, con riferimento in questo ultimo caso all’uso della biacca o di altri colori piombiferi quali il minio.
Successivamente, il saturnismo propriamente detto riguardava i tipografi impiegati nella tecnica del linotype, fino praticamente a scomparire in questo settore lavorativo, mentre intanto il rischio da piombo negli altri ambienti di lavoro diminuiva progressivamente, fino ad essere definitivamente controllato con l’applicazione del D.Lgs 277/1991.
Da dati pubblicati dall’INAIL appare bene evidente la progressiva riduzione dei casi di patologie da piombo indennizzati dall’Istituto ( da 2.134 nel 1976, a 220 nel 1984 e a 34 nel 1996). Da rilevare poi come i casi indennizzati si riferiscano, nella quasi totalità, a forme di intossicazione lieve e reversibile.
Alla storia appartiene anche l’idrargirismo, cioè l’intossicazione da mercurio che fino agli anni Cinquanta era ancora concretamente possibile nelle industrie in cui venivano adoperate amalgame per l’estrazione di metalli preziosi o nei cappellifici, dove il mercurio veniva impiegato nelle cosiddette operazioni di secretaggio, nella produzione di feltri per i cappelli allora tanto in voga.
Il mutamento dei cicli tecnologici, ancora una volta il miglioramento dell’igiene degli ambienti di lavoro e non di minore importanza le mutate richieste del mercato portano alla scomparsa di questa grave malattia professionale.
Anche il solfocarbonismo, che ha rappresentato una gravissima intossicazione professionale, in passato largamente diffusa, vuoi per il cambiamento delle tecnologie o per il moltiplicarsi delle conoscenze scientifiche o per il miglioramento delle misure di prevenzione oggi è una malattia da lavoro pressoché scomparsa. Il solfuro di carbonio ha trovato impiego prevalente negli anni tra le due guerre mondiali prima e poi intorno agli anni Cinquanta nell’ambito della manifattura del rayon.Successivamente l’industria tessile della viscosa subiva un declino produttivo dovuto fondamentalmente al cambiamento di gusto e orientamento da parte del mercato dei filati.
Inevitabilmente, quindi, con il ridursi della richiesta commerciale e grazie agli inevitabili progressi della prevenzione ambientale si riduceva parallelamente il rischio da solfuro di carbonio.
Fonte : www.circolodegliuniversitari.com
APPUNTI DELLE LEZIONI DI MEDICINA DEL LAVORO (revisione del 2004) Prof: G.B. RAFFI
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