Appunti letteratura

 

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  • GIOVANNI VERGA

     

  • VITA

    1840: Nasce a Catania da una famiglia di piccola nobiltà agraria

    1859: s’iscrive malvolentieri alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania

    1869: ma si trasferisce a Firenze, dove frequenta ambienti letterari prestigiosi

    1872: poi a Milano, dove frequenta il mondo giornalistico ed editoriale

    1884: infine a Parigi, dove conosce e frequenta il prestigioso scrittore naturalista francese Emile Zola.

    1890: si ritira definitivamente a Catania,

    per poi morire nel 1922.

     

  • IL VERISMO

    E’ la scrittura letteraria (come suggerisce la parola stessa) del “vero”, cioè la descrizione realistica di fatti veri, reali, anche negativi (per es. ambienti sociali popolari di difficili condizioni), attraverso un linguaggio impersonale e distaccato, che cioè né vuole abbellire questa realtà attraverso forme eleganti e raffinate, né vuole deriderla attraverso forme comiche e satiriche, parodistiche, ma anzi intende solo rappresentarla così com’è.

    La prima produzione letteraria di Verga non fu subito verista, ma ancora storico patriottica: ”Amore e patria” (1857); “I Carbonari della montagna” (1862) (legate all’entusiasmo per i contemporanei moti risorgimentali e poi per l’avvenuta unificazione d’Italia) ; e romantico sentimentale: “Storia di una capinera” (1870) (la storia di una fanciulla costretta a diventare suora, secondo le abitudini del tempo, ma innamorata di un giovane che poi, con suo sommo dolore, finirà per sposare sua sorella.)

    Quali furono le ragioni che spinsero Verga a passare da un’iniziale giovanile letteratura storico patriottica e romantico sentimentale ad una successiva e più matura letteratura veristica?

    • Innanzitutto una certa delusione per l’esito dei moti risorgimentali; sì l’unificazione d’Italia e la sua liberazione dagli Austriaci, ma un’Italia piena di problemi, soprattutto al sud, sulla quale ancora tanto bisognava lavorare per migliorarne le condizioni. Ma da questa delusione, Verga non divenne un rivoluzionario volto a cambiare lui le condizioni dell’Italia specie meridionale, semplicemente divenne sfiduciato e scettico verso quel decantato progresso di cui tutti parlavano e verso quell’entusiasmo risorgimentale che aveva portato tanti uomini a combattere e a morire per migliorare la propria patria.
    • Un’insoddisfazione per tutta la letteratura romantico sentimentale, a suo avviso troppo languida e poco costruttiva
    • L’avvicinamento alla letteratura naturalistica francese, visto che a Parigi conobbe e frequentò il prestigioso scrittore naturalista francese Emile Zola (dal naturalismo francese si sviluppò il verismo italiano)
    • L’interesse per le condizioni effettive dell’Italia meridionale, soprattutto della sua Sicilia, terra natia. Ma questo interesse per la sua terra natia siciliana scoppiò solo dopo averla abbandonata, solo quando Verga si trovò da essa lontano, immerso nella vita mondana e culturale di centri italiani come Firenze, Milano e europei come Parigi.

     

    LE NOVELLE

    La produzione letteraria veristica di Verga cominciò con alcune novelle, incentrate quasi tutte sulla rappresentazione di un mondo di contadini, di pastori, un mondo lontano dalla storia italiana frenetica di quegli anni (dalla quale, anzi, non aveva ottenuto alcun miglioramento di condizione) e anzi chiuso nella propria realtà di lavoro faticoso, di miseria, di una natura ostile, di tradizioni e regole di comportamento da rispettare, di sottomissione ai più ricchi e potenti, di gerarchie sociali immutabili.

    Tuttavia per Verga quello era un mondo autentico (per questo lo rappresenta nella sua opera così com’era), capace fino in fondo di accettare con dignità la propria condizione senza alcuna pretesa di cambiarla con la rivoluzione.

    Tra le novelle ricordiamo la raccolta “Vita dei campi” del 1880, comprendente “Rosso Malpelo”, “La Lupa”, “La cavalleria rusticana”.

     

    I ROMANZI DEL “CICLO DEI VINTI”

    Ma il vero e proprio verismo di Verga emerge nei suoi romanzi.

    Verga progettò di scrivere un ciclo di romanzi, che avrebbe dovuto intitolarsi “Il Ciclo dei Vinti” e avrebbe dovuto comprendere i seguenti 5 romanzi:

    1. I “Malavoglia”
    2. “Mastro don Gesualdo”
    3. ”La Duchessa di Leyra”
    4. “L’Onorevole Scipioni”
    5. “L’uomo di lusso”

    un ciclo che avrebbe dovuto rappresentare mano mano classi sociali dalle più basse (i pescatori di Aci Trezza dei “Malavoglia” e poi i contadini catanesi di “Mastro don Gesualdo”, classi dalle difficili condizioni di vita) alle più alte (quelle borghesi ed aristocratiche dei romanzi successivi, classi, invece, dalle condizioni di vita migliori, perché più ricche e potenti), per far capire la differenza.

    Tuttavia, il ciclo rimase incompiuto e Verga scrisse soltanto i “Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo”.

     

    I MALAVOGLIA (1881)

    L’AMBIENTAZIONE SPAZIALE E TEMPORALE

    Da un punto di vista spaziale geografico, il romanzo è ambientato ad Aci Trezza, piccolo paese siciliano prevalentemente abitato da pescatori; da un punto di vista storico è ambientato negli anni immediatamente successivi all’unificazione d’Italia, ossia tra il 1864 e il 1876, anni di storia italiana frenetica alla quale però la famiglia dei Malavoglia rimarrà sostanzialmente estranea.

    LA VICENDA

    E’ incentrato sulle vicende della famiglia Toscano, detta maliziosamente dagli abitanti del paese “Malavoglia”, abitante nella cosiddetta “casa del nespolo” e composta dai seguenti personaggi: il nono ‘Ntoni, il figlio Bastianazzo, la moglie di questo Maruzza e i 5 nipoti: ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi, Lia.

    La vicenda comincia con il tentativo dei Malavoglia di arricchirsi acquistando a credito una partita di lupini ed esportandoli a destinazione con la propria barca, la “Provvidenza”, ma su questa si abbatte una tempesta, i lupini vanno persi, la barca si rompe e il braccio destro della famiglia, Bastianazzo, muore.

    Per pagare il debito, i Malavoglia sono costretti a ipotecare la cara “casa del nespolo” e a vendere la loro barca, unico mezzo di affari economici che possedevano.

    Luca, partito militare, muore durante la battaglia di Lissa del 1866 (è uno dei pochi contatti tra la vicenda paesana dei Malavoglia e la storia italiana frenetica di quegli anni);

    ‘Ntoni giovane torna dal militare senza alcuna voglia di lavorare, perdendo tempo appresso alle donne e al bere, viene arrestato e scarcerato, per poi scappare alla fine dal proprio paese in cerca di fortuna.

    La madre dei giovani Maruzza muore per la disperazione di tali sventure familiari

    Lia ha una relazione segreta con un brigadiere e solo dopo il paese ne viene a conoscenza; allora per vergogna fugge a Catania dove si dà alla prostituzione

    Mena è innamorata segretamente del carrettiere Alfio Mosca, ma non può sposarlo perché già promessa in sposa dal nonno al più ricco Brasi Cipolla, ma nemmeno questo matrimonio si può celebrare, perché è troppa la vergogna che si era abbattuta sulla famiglia Malavoglia

    Il vecchio ‘Ntoni si ammala gravemente e muore

    Alessi, alla fine, l’unico onesto e lavoratore della famiglia Malavoglia, riesce a riscattare la casa del nespolo e sposa una brava ragazza, Nunziata, dalla quale avrà dei figli.

     

    IL VERISMO NEI “MALAVOGLIA”

    Anche i “Malavoglia” adottano una scrittura letteraria (come suggerisce la parola stessa) del “vero”, cioè la descrizione realistica di fatti veri, reali, anche negativi (per es. ambienti sociali popolari di difficili condizioni come i pescatori di Aci Trezza), attraverso un linguaggio impersonale e distaccato, che cioè né vuole abbellire questa realtà attraverso forme eleganti e raffinate, né vuole deriderla attraverso forme comiche e satiriche, parodistiche, ma anzi intende solo rappresentarla così com’è, nei suoi aspetti positivi (classi autentiche -per questo rappresentate così come sono-, capaci fino in fondo di accettare con dignità la propria condizione senza alcuna pretesa di cambiarla con la rivoluzione: il senso del lavoro di Alessi, il senso della famiglia del vecchio ‘Ntoni ecc.) che negativi (la pigrizia del giovane ‘Ntoni, la prostituzione di Lia, l’innocenza di Luca che muore in guerra ecc.).

    Per quanto riguarda la scelta del linguaggio, Verga avrebbe potuto scegliere tra:

    • o il linguaggio italiano ufficiale unitario, un lombardo fiorentino; il vantaggio era quello per cui l’avrebbe potuto comprendere un più vasto ed eterogeneo pubblico (l’Italia in genere), lo svantaggio era quello per cui non sarebbe stato fedele alla rappresentazione di quel mondo siciliano popolare.
    • o quello dialettale siciliano; il vantaggio era quello per cui sarebbe stato fedele alla rappresentazione di quel mondo siciliano popolare, lo svantaggio era quello per cui non avrebbe potuto essere compreso dal più vasto ed eterogeneo pubblico dell’Italia in genere

    Quale linguaggio tra i due scegliere? Verga sceglie un compromesso fra i due linguaggi, unendo i lati vantaggiosi di ognuno (la comprensione di un più vasto ed eterogeneo pubblico -l’Italia in genere- e la fedeltà alla rappresentazione di quel mondo siciliano popolare); sceglie cioè un italiano medio nella struttura generale del discorso e un dialetto siciliano nella struttura particolare, per es, dei dialoghi.

     Verga sceglie inoltre la tecnica narrativa dell’impersonalità e del distacco rispetto alle cose che racconta: cioè non interviene direttamente in esse, ma si limita semplicemente a registrarle, a raccontarle, facendo parlare al posto suo le stesse situazioni e gli stessi personaggi.

    Sceglie infine la tecnica narrativa dello “STRANIAMENTO”, ossia tende a rappresentare ciò che è normale, positivo e vincente, al contrario, come invece qualcosa di anormale, negativo e perdente. Per es. l’arresto del giovane ‘Ntoni anziché essere visto dagli abitanti del paese come una vergogna, è visto come una fortuna: la famiglia Malavoglia si liberava di un elemento pigro nel lavorare (dunque inutile) e aveva così una bocca in meno da sfamare; oppure il naufragio della nave Provvidenza, anziché essere vista dagli abitanti del paese come una disgrazia umana e familiare (vi muore Bastianazzo, braccio destro della famiglia), è vista come una disgrazia economica (fallisce l’affare, si perdono i lupini acquistati a credito, si rompe la barca, unico mezzo di affari economici che possedevano.)

     

    MASTRO DON GESUALDO (1888)

     

    E’ il secondo dei cinque romanzi che Verga avrebbe dovuto scrivere e comprendere nel “ciclo dei vinti”, un ciclo che avrebbe dovuto rappresentare mano mano classi sociali dalle più basse (i pescatori di Aci Trezza dei “Malavoglia” e poi i contadini catanesi di “Mastro don Gesualdo”, classi dalle difficili condizioni di vita) alle più alte (quelle borghesi ed aristocratiche dei romanzi successivi, classi, invece, dalle condizioni di vita migliori, perché più ricche e potenti), per far capire la differenza.

    Tuttavia, il ciclo rimase incompiuto e Verga scrisse soltanto i “Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo”.

    Questo romanzo è incentrato sulla vicenda di tale mastro don Gesualdo, contadino lavoratore onesto che però col tempo accumula una grande ricchezza economica che lo porta a contatto con gli ambienti più ricchi e potenti, ma corrotti. Lascia la sua amante, una umile serva (Diodata) e sposa una nobile decaduta (Bianca) dalla quale avrà una figlia (Isabella), ma non riuscirà mai a farsi accettare fino in fondo né dalla moglie, né dalla figlia Isabella, da quell’ambiente nobiliare in cui si era inserito, che continuerà a vederlo sempre come un contadino. Infatti, rimasto vedovo, è costretto a farsi ospitare dalla figlia Isabella e morirà tra l’indifferenza di questa nel suo palazzo.

    Con questo Verga vuole dimostrare come il tentativo popolare di rovesciare le gerarchie sociali, sia comunque destinato al fallimento: Mastro don Gesualdo fallisce il suo tentativo di inserirsi in un ambiente nobiliare dal quale non riuscirà mai a farsi accettare fino in fondo, e il contrasto stava proprio nella passione onesta con cui lui aveva vissuto la sua ascesa da contadino a ricco improvviso e l’indifferenza e corruzione della realtà a lui esterna.

    Ecco perché Verga sembra piuttosto dalla parte di quelle classi sociali povere ma capaci fino in fondo di accettare con dignità la propria condizione senza alcuna pretesa di cambiarla con la rivoluzione; e adotta, specie negli ultimi anni della sua vita, un atteggiamento sfiduciato e scettico verso quel decantato progresso di cui tutti parlavano e verso quell’entusiasmo risorgimentale che aveva portato tanti uomini a combattere e a morire per migliorare la propria patria.

     

     

     

    IL CLASSICISMO E GIOSUE’ CARDUCCI

     

  • IL CLASSICISMO

    Anche nella fase di maggiore diffusione del Romanticismo, certe tendenze al Classicismo e alle sue forme armoniose ed equilibrate non vennero mai meno; tuttavia, nella fase di formazione della nuova Italia, Stato finalmente indipendente e unitario, il Classicismo si ridusse (come accadde all’associazione culturale degli “Amici pedanti”) ad una polemica contro le tendenze modernizzanti ed esterofile del precedente Romanticismo e ad una retorica e nazionalistica proclamazione dell’inutilità di tanti modelli stranieri contro la ricchezza del patrimonio culturale italiano, che affondava le sue radici nella cultura appunto classica. Si può dire che Carducci sia l’ultimo esponente del Classicismo italiano, colorandolo persino di accenti originalmente realisti.

    VITA

    1835: Nasce a Val di Castello in Versilia

    1838-49 cresce e studia in Maremma

    1853-56: studia e si laurea in filosofia e filologia all’università di Pisa1856

    1856-57 ottiene la cattedra di un ginnasio a San Miniato

    1859: ottiene la cattedra di eloquenza italiana presso l’università di Padova.

    (sospensione di due ani e mezzo dall’insegnamento)

    1890: è proclamato vate ufficiale dell’Italia umbertina e poi senatore del Regno

    1904: cura l’edizione completa di tutte le sue opere presso l’editore Zanichelli

    1906: premio Nobel per la letteratura

    1907: muore a Bologna

    GLI ORIENTAMENTI IDEOLOGICI E LA POESIA CLASSICISTA

    Distinguiamo tre tappe fondamentali degli orientamenti ideologici e, di pari passo, della poesia classicista del Carducci:

    1. ideali risorgimentali per la liberazione e unificazione d’Italia;

    e di conseguenza un classicismo volto al superamento della letteratura romantico sentimentale, a suo avviso troppo languida e poco costruttiva, a e una maggiore operosità umana e sociale, insomma un classicismo realista che riproponga il vigore passato come modello esemplare del torpore presente e che rappresenti la realtà sì attraverso riferimenti classici, ma non nel senso di un assorbimento della realtà nei riferimenti classici, bensì, al contrario, nel senso di un adeguamento di questi alla realtà. Tra gli ideali classici, la serena accettazione della vita e della morte, l’ammirazione dell’armonia del cosmo, la consapevolezza della dignità umana.

    1. in risposta alla delusione dei suoi ideali risorgimentali e all’inefficienza della classe dirigente del nuovo stato italiano, ideali polemicamente repubblicani, giacobini, socialisti e anticlericali, che gli costeranno la sospensione dell’insegnamento per circa due mesi. Tuttavia, tali ideali portarono il Carducci non ad atteggiamenti estremisti o negativi, ma soltanto al desiderio di un nuovo, sano equilibrio;

    e di conseguenza un classicismo molto più polemico e vigoroso, fermo spesso nella descrizione del paesaggio di Maremma dove l’autore visse in gioventù: un paesaggio, appunto, aspro e selvaggio, fonte di sensazioni energiche ed aggressive.

    1. secondo un vero e proprio cambio di posizione, ideali conservatori che gli fecero vedere nella monarchia sabauda dei Savoia l’unica garanzia di unificazione italiana completa, cambio di posizione che gli valse il titolo di vate ufficiale  dell’Italia umbertina e di senatore del Regno (1890);

    e dunque un classicismo molto più mite, fermo ad una riesumazione degli antichi ideali di bellezza formale o dell’antica sensibilità malinconica, oppure nella celebrazione ufficiale della nuova Italia monarchica umbertina, ormai appagato dai riconoscimenti ufficiali che da questa aveva ottenuto.

    LE OPERE

    1857: ”Rime giovanili di San Miniato”

    1868: “Levia Gravia” (titolo preso dal poeta latino Ovidio; una raccolta di poesie insieme leggere e pesanti, come suggerisce il titolo, scritte con lo pseudonimo di Enotrio Romano)

    1871: “Poesie”, raccolta divisa nelle tre parti di “Decennalia”, “Levia Gravia”,       “Juvenilia”

    1872: “Primavere elleniche”

    1873: “Nuove poesie di Enotrio romano”

    1877: “Odi Barbare”                                             

    1882: “Nuove Odi Barbare”                               } (le prime in metrica barbara)

    1889: “Terze Odi Barbare”

    1882: “Giambi ed epodi” (la poesia  repubblicana, giacobina, socialista, anticlericale dal classicismo più polemico e vigoroso)

    1887: “Rime nuove” (perché non più in metrica barbara)

    1899: “Rime e ritmi” (poesie insieme in metrica barbara e italiana)

    LA METRICA BARBARA

    Fu un arduo esperimento di Carducci, consistente nell’adattare alla più tipica metrica classica (esametro,distico elegiaco, ode archilochea, asclepiadea, saffica) la metrica ritmica ed accentuativa tipicamente italiana.

    Tale metrica è definita barbara, perché forse tale sarebbe sembrata agli antichi se avessero potuto ascoltarla.

    LA VISIONE DELLA STORIA

    Carducci è anche il poeta della storia, che ama cioè rappresentare la storia nelle sue poesie, non solo la storia antica, ma anche quella di altre epoche, soprattutto quelle che ponevano modelli esemplari di virtù laiche (l’amore per la Patria…) e di libertà repubblicana: e quindi il Medioevo dell’età comunale, la Rivoluzione francese, il Risorgimento italiano.

    Tuttavia la poesia di Carducci raggiunge risultati ancora più elevati, quando il poeta si sofferma sulla piccola storia, anziché sulla grande storia, cioè sulla piccola storia della propria infanzia ed adolescenza in Maremma, oppure sulla piccola storia di famiglie popolari, contadine, contraddistinte da una vita semplice, elementare, dal senso della famiglia e del lavoro, e da altri sani valori, serena e rassegnata di fronte alla forza invincibile della natura, della malattia e della morte, (e questo a differenza della frenetica vita cittadina priva di valori che lui visse durante la sua carriera scolastica e universitaria delle grandi città).

    DECADENTISMO

     

    Nasce: a Parigi, anni ‘80

     

    Nome: questa corrente viene ben presto marchiata come “decadente” dalla critica accademica e borghese, in quanto considerata stanca e tardiva replica del Romanticismo e, allo stesso tempo, decadenza dell’arte. Viene assunto dagli stessi artisti in modo ironico.

     

    Il termine “decadente” appare per la prima volta in un componimento poetico: di Paul Verlaine “Languore”, manifesto della cultura decadente, in quanto esprime l’atteggiamento psicologico tipico degli intellettuali parigini (senso di sfinitezza e di atonia spirituale). Bohèmien.

     

    Rivista: “Le Décadent” Verlaine

     

    Definizione: movimento culturale che esprime la “delusione storica” di interi gruppi intellettuali europei.

     

    Motivi storici: Grande crisi Þ politica protezionistica e monopolistica

    ß

                                                   gravi ripercussioni in politica:                 ETICA DEL PROFITTO

    •  estera ® ricerca di nuovi mercati

                                                                                  ß

    colonialismo

    ß

    scontri e frizioni internazionali

    •  interna ® conflitto nel mercato del lavoro ® primi partiti politici                                                                                                                                  operai

                                                                                                                              ® nascita sindacati

    ß

    difficoltà nei ceti medi Þ condizione sociale e psicologica frustrante.

     

    Diffusione: tale movimento dopo la sua nascita si irradia, in maniera differenziata perchérelativa a contesti storici e sociali diversi, in tutta Europa.

     

    Caratteri generali:

    • Legame con il Romanticismo;
    • Rifiuto della normalità borghese (delusione postrisorgimentale): ne criticavano il malgusto, la volgarità, il perbenismo; (Da notare anche loro erano borghesi.)
    • Moto di reazione al positivismo-naturalismo Þ esperienze di segno irrazionalistico, spiritualistico, soggettivistico del moto romantico;
    • Atto di sfiducia nella ragione e nei metodi “positivi” di conoscenza e indagine del reale elaborati dalla scienza e dalla filosofia di metà secolo;
    • Crollo delle certezze;
    • Convinzione che la realtà vera è quella che si cela dietro le apparenze;
    • Convinzione dell’importanza dell’interiorità, abisso misterioso di cui vengono messe in evidenza debolezze, perversioni, componenti anomale e patologiche, senza alcuna pretesa di analizzarle e curarle;
    • Penetrazione del mistero grazie all’intuizione. L’arte è una forma di conoscenza superiore alla conoscenza razionale. Spetta al poeta il compito di interpretare il misterioso linguaggio della realtà e della natura;
    • Sono venuti meno i rapporti tra intellettuali e società.

     

     

    GENESI

     

    1) SIMBOLISMO

    “Corrispondenze” Charles Baudelaire

    • Crollo dei confini tra i cinque sensi;
    • Compito del poeta: decifrare i simboli per scoprirne il senso riposto, l’essenza;
    • Ruolo del poeta: sconfina nel misticismo.Invito a servirsi liberamente delle parole e delle immagini e ad associarle a seconda della loro risonanza psicologica e della legge misteriosa dell’analogia universale.

     

    “Arte poetica” Paul Verlaine

    “Musica prima di ogni altra cosa, / e perciò preferisci il verso Dispari / più vago e più solubile nell’aria / senza nulla che pesi o posi”

    “Fuggi l’Arguzia che assassina, / lo Spirito tagliente e il Riso impuro / per cui piangono gli occhi dell’Azzurro”

    “Sia il tuo verso la buona avventura / sparsa al vento frizzante del mattino / che porta odori di menta e di timo... / E tutto il resto è letteratura”

    • Poesia = musica;
    • Il verso Dispari piace molto ai simbolisti perché da un senso di vago;
    • Parola equivoca, ambigua, polemica;
    • Non ci sono colori, ci sono solo sfumatura;
    • I simbolisti non ammettono l’ironia.

     

    “Vocali”  Arthur Rimbaud

     

    “L’Albatro” Charles Baudelaire

     

    2) MUSICALITA’

    “Corrispondenze” Charles Baudelaire

    • La musica ha il potere di esprimere quella parte non definibile del sentimento che la parola, troppo positiva, non può rendere.

     

    “Arte poetica” Paul Verlaine

     

    3) IRRAZIONALISMO

    misticismo punta estrema dell’irrazionalismo

    • fantasia
    • immagine
    • mistero ® natura

                              ® animo umano

    4) ESTETISMO   

    • Fare della propria vita un’opera d’arte, vivere nel culto esasperato della bellezza o in funzione totale dell’arte;
    • Rifiuto della nuova società borghese e dei valori di massa;
    • Nostalgica tendenza verso un’età di aristocratica raffinatezza;
    • Tutta l’arte è completamente inutile;
    • L’esteta è superiore perché capace di apprezzare il Bello.

     

    “à Rebours” Huysmans

    Protagonista: nevrotico parigino che cerca inutilmente di sfuggire alla noia della metropoli moderna, per rivendicare, in uno stato di allucinante solitudine, la propria superiorità.

    Tematiche:

    • Nevrosi del protagonista (motivazioni di carattere sociale);
    • Coscienza di vivere in un mondo decaduto, in cui la Bellezza è sfiorita;
    • Esigenza di porsi al di fuori della legge e della morale comune;
    • Frustrazioni ed umiliazioni della società Þ atteggiamento “sadico”;
    • Tendenza antinaturalistica ® fantasie, sogni.

     

    “Il ritratto di Dorian Gray” Oscar Wilde

    Protagonista: giovane e raffinato “dandy” che percorre tutte le strade del vizio, per ribadire che l’arte è superiore alla banale natura.

    Tematiche:

    • Antinaturalismo;
    • L’arte è il bene supremo, in quanto supera la miseria della vita umana e la situa in una dimensione eterna.

     

    “Il Piacere” Gabriele d’Annunzio


    5) SUPEROMISMO  

    Nietzsche ® posizione antipositivista;

                       ® polemica contro la tirannia della ragione scientifica.

    • Privilegio dei soli valori terreni: esaltazione della forza, dell’Eros gioioso e libero, del vitalismo, dello spirito agonistico e della volontà di potenza;
    • “Spirito dionisiaco” ® superuomo: nuovo esemplare di umanità al di là della morale comune, la quale non è altro che una forma di mascheramento, di falsa coscienza che presenta come valori morali la debolezza, l’affievolirsi della gioia dionisiaca del vivere, cioè i frutti della decadenza provocati dalla predicazione cristiana;
    • Posizione antidemocratica;
    • Introduzione dell’attivismo e del vitalismo;
    • Ricerca del rischio e dell’esperienza di vita;
    • Espressione di una drammatica lacerazione, di un dissidio che solo l’uomo futuro potrà colmare.

     

    E’ una complicazione ed amplificazione dell’estetismo.

     

    “Le vergini delle rocce” Gabriele d’Annunzio

     

     

    6) VITALISMO, ATTIVISMO  

    Nasce: in seguito alla corrente esteta e alla teoria di Nietzsche.

    Consiste: nello slancio avventuristico, nel vitalismo esasperato, nella ricerca del gesto memorabile, nell’esaltazione del rischio per il rischio. E’ traducibile nella sfida alla morte.

    Atteggiamenti apparentemente opposti:


    • Introversione totale;
    • Rifiuto della realtà e della civiltà di massa.
    • Estroversione totale;
    • Volontà di potenza, di dominio sulle stesse folle disprezzate.

    Motivo:

    • un’analoga inquietudine;
    • un’analoga scontentezza del rapporto normale che l’individuo instaura con la realtà naturale e sociale;
    • un’analoga solitudine.

     

     

    Freud

         ß

    7) INETTITUDINE  

    Caratteristiche del personaggio: è ripiegato su se stesso, avvulso dalla realtà sociale e in attento ascolto del proprio Io inquieto e tormentato, deluso dal mondo, avverso alla società borghese e ai suoi valori, incapace di vivere normalmente, inetto, malato, sensibilissimo, capace di svelare i propri ed altrui compromessi morali, le proprie ed altrui meschinità. E’ sempre alla ricerca di una realizzazione esistenziale, di un assoluto esistenziale e religioso.


     

    IL DECADENTISMO E GIOVANNI PASCOLI

    Il Decadentismo è un movimento culturale che si sviluppa grosso modo tra il 1871 e l’inizio della prima guerra mondiale, nel periodo, cioè, di passaggio tra l’età moderna e l’età contemporanea e di una nuova rivoluzione industriale fatta di scoperte destinate a cambiare radicalmente la vita degli uomini, come quelle delle fonti energetiche di petrolio ed elettricità.

    Abbiamo visto come tra la fine del ‘700, la borghesia promuove delle rivoluzioni contro gli antichi poteri monarchici assoluti e repressivi, in nome di valori come la libertà, l’eguaglianza, la fratellanza, il progresso scientifico (delle scienze “positive”) che liberasse l’uomo dalla miseria.

    Quando alla fine la borghesia vince tali rivoluzioni e sale al potere, sembra smentire tutti i valori in nome dei quali aveva tanto combattuto: la libertà è negata dai suoi atteggiamenti antiparlamentari, dai suoi divieti di stampa, di associazione e dalle repressioni condotte contro chiunque si ribellasse a questo (gli operai, i contadini…); l’eguaglianza è negata dalla disuguaglianza reale tra classi imprenditoriali e capitaliste e classi subalterne, contadine o operaie, sfruttate e impoverite dalle prime e volte poi e volte poi a organizzarsi in partiti (comunista, socialista) e associazioni per ribellarsi alla borghesia dominante ed ottenere migliori condizioni di vita ; la fratellanza è negata dallo sfruttamento coloniale di alcuni paesi europei in terre lontane e dal mito della superiorità di certe razze (la razza bianca germanica, per es.) rispetto ad altre (la razza nera, ecc.); il progresso scientifico, infine, anziché liberare l’uomo dalla miseria, rende l’uomo schiavo delle macchine o produce armi per lo sterminio dei popoli: anziché produrre dei miglioramenti, produce peggioramenti su vari fronti.

    Di fronte a questa crisi generale, la reazione degli intellettuali è quella di uno sbandamento e i loro atteggiamenti sono molto diversi, ora intimi e solitari, ora aggressivi e violenti:

    • di un’evasione e rifiuto del presente (rifiuto della ragione tanto decantata dal progresso scientifico e dalle “scienze positive”, in nome di una razionalità più profonda, capace di cogliere la realtà anche al di là di come essa appare, oppure in nome dell’irrazionalità più totale)
    • di una chiusura e isolamento nella propria soggettività (o per estraniarsi semplicemente dal mondo circostante oppure per esaltare al massimo la propria soggettività sulla mediocrità del mondo circostante, per es. attraverso esperienze forti, fuori dal comune e dalle regole oppure attraverso il culto della violenza e della guerra.)

    LA POESIA E LA  LETTERATURA DECADENTISTA

    In poesia e in letteratura, il termine “decadentista” fu usato con valenza dapprima negativa (“maledetti” erano definiti i poeti che conducevano una vita sregolata e estraniata da tutto il mondo circostante) e poi positiva (per indicare la diversità e la superiorità di questi poeti rispetto al negativo mondo circostante).

    Sono queste le caratteristiche principali della poesia e letteratura decadentista in genere:

    • rifiuto, come abbiamo detto, non solo del presente, ma anche del passato, cioè rifiuto di prendere a modello per la loro poesia qualsiasi tradizione, in nome della propria originalità.
    • La poesia come strumento privilegiato di conoscenza intuitiva
    • Il distacco totale tra il soggetto (l’autore) e l’oggetto (la realtà esterna) da rappresentare
    • Il simbolo come unico punto d’incontro fra il soggetto (l’autore) e l’oggetto (la realtà esterna) da rappresentare
    • Una poesia, dunque dalla difficile comprensione e interpretazione, a volte anche priva di messaggi da trasmettere.

    LA POESIA E LA LETTERATURA DECADENTISTA IN ITALIA

    In Italia, il Decadentismo nasce sulla delusione che i giovani nutrono per la conclusione dei moti risorgimentali nei quali avevano tanto sperato e dopo i quali nasce un’Italia, sì finalmente libera e unita, ma tanto difficile da governare e afflitta da fenomeni negativi come la povertà meridionale.

    Possiamo dire che i rappresentanti della letteratura e poesia decadentista in Italia furono Pascoli, per quanto riguarda la tendenza più intimista e solitaria e D’Annunzio, per quanto riguarda invece la tendenza più aggressiva e violenta. Ma anche Pirandello e Svevo diffusero una letteratura decadentista di enorme originalità e di più ampia risonanza europea.

     

  • GIOVANNI PASCOLI

     

  • VITA

    1855: Nasce a San Mauro di Romagna

    1862-71: studia in un collegio di Urbino

    1867: subisce una serie di disgrazie familiari: gli muoiono il padre (forse ucciso per ragioni d’interesse), la madre, la sorella maggiore e il fratello; da allora il resto della famiglia (Pascoli e le sue due sorelle) si trasferisce a Rimini

    S’iscrive a Bologna presso la Facoltà di Lettere, dove aderisce ai movimenti socialisti molto diffusi allora tra gli studenti bolognesi, ma lì fu per questo arrestato per qualche mese; l’esperienza del carcere gli procurò una forte depressione e il rifiuto totale della politica, sicché i suoi precedenti e ribelli ideali socialisti si stemperarono in più miti e generici ideali di pace, giustizia, bontà, solidarietà e gli faranno rappresentare in poesia una natura dolce, remissiva, fatta di tradizioni genuine (sul modello di quella di Virgilio nelle “Bucoliche” e “Georgiche”) e non la natura rappresentata crudamente dal verismo o la natura come era effettivamente soprattutto al Sud (e cioè fatta di miseria, di lavoro faticoso, di arretratezza, ignoranza, malattia e tasse da pagare al nuovo Stato.) Per questo la poesia di Pascoli fu accusata di essere lontana dalla realtà.

    1882: si laurea e comincia la sua carriera d’insegnamento scolastico che lo portò a viaggiare per molte città d’Italia, portandosi sempre dietro le due sorelle, quanto restava del suo nucleo familiare distrutto.

    1902: realizzò finalmente il suo sogno di riacquistare la casa e il podere perduti di Castelvecchio in Romagna, dove va a vivere con le sue due sorelle

    1905: ottiene la cattedra di Lettere (occupata precedentemente da Carducci) presso l’Università di Bologna, finalmente un giusto risarcimento materiale e morale a tutte le disgrazie subite dalla sua famiglia fino a quel momento.

    Negli ultimi anni della sua vita, dopo aver stemperato i suoi giovanili ideali socialisti in più miti e generici ideali di pace, giustizia, bontà, solidarietà, accetta pienamente la politica di Giolitti e i suoi ideali di collaborazione fra le classi sociali e di un’espansione coloniale italiana che desse lavoro a tanti italiani disoccupati o costretti all’emigrazione in altri paesi; per questo accettò con entusiasmo la guerra di Libia.

    1912: muore a Bologna

    Come si è visto, la vita del Pascoli, a differenza di quella del Carducci e del D’Annunzio, rifugge da polemiche ideologiche o politiche, da mondanità o gesta avventurose e spettacolari, ma è soltanto scandita dai continui trasferimenti per scuole e università d’Italia, per di più solo in compagnia delle sue due sorelle (quanto restava del suo nucleo familiare distrutto) e l’unico schermo attraverso il quale Pascoli guardò il mondo femminile, amoroso e sessuale; invece, i pochi rapporti sociali che ebbe furono dovuti alla sua professione di insegnante e alla sua posizione di poeta famoso e furono comunque visti come una costrizione visto che a lui premeva soltanto la ricerca di un nido protettivo ove poter ricostruire il suo nucleo familiare andato distrutto.

     

     I CARATTERI DELLA POESIA PASCOLIANA

    • E’ spesso incentrata sugli aspetti più semplici ed elementari della vita campestre a contatto con la natura, una natura dolce, remissiva, fatta di tradizioni genuine (sul modello di quella di Virgilio nelle “Bucoliche” e “Georgiche”) e non la natura rappresentata crudamente dal verismo o la natura come  era effettivamente soprattutto al Sud (e cioè fatta di miseria, di lavoro faticoso, di arretratezza, ignoranza, malattia e tasse da pagare al nuovo Stato.) Per questo la poesia di Pascoli fu accusata di essere lontana dalla realtà.
    • Gli uomini presenti nella sua poesia non sono gli individui reali e concreti del verismo, ma soggetti indeterminati che si confondono con la vitalità naturale, sia animale che vegetale.
    • La continua ricerca di un nido protettivo ove poter ricostruire il suo nucleo familiare andato distrutto
    • E quindi il motivo nostalgico dell’infanzia, che però si lega inevitabilmente a quello della morte (confrontando il passato col presente, i ricordi d’infanzia sono anche ricordi di persone ora morte, vicine perché familiari, ma lontane perché non esistono più).
    • Poiché Pascoli crebbe in un’età cosiddetta del Positivismo, dominata dalle scienze positive e dal progresso scientifico e lontana dalle astrazioni della religione, egli ebbe una concezione molto particolare del Cristianesimo: lo ridusse a un’indeterminata religione di ideali concreti come pace, giustizia, bontà, solidarietà (gli ideali socialisti di gioventù) e ne escluse aspetti molto più spirituali come l’immortalità dell’anima (Pascoli considera i propri cari morti come lontani, perché, appunto, non più esistenti).
    • Coerentemente con gli aspetti concreti e quotidiani della natura reale e concreta che intende rappresentare, Pascoli usa un linguaggio fatto di termini altrettanto concreti e quotidiani, addirittura i termini tecnici della vita campestre, fino ad allora esclusi dalla tradizione poetica: nomi di animali, piante, attività agricole, piccoli arnesi, ecc. Molti oggetti vengono addirittura rappresentati attraverso i suoni che producono (la figura retorica dell’onomatopea, per es. il gre gre delle ranelle), attraverso delle analogie (associazioni tra immagini diverse) o simbolismi (l’uso di qualcosa al posto di qualcos’altro). Tuttavia, se per molti poeti di primo ‘900 il simbolismo è una tecnica letteraria ben studiata, per Pascoli è una scelta istintiva quella di usare dei simbolismi che riescano a mascherare qualcosa che si teme o che si ha paura di descrivere direttamente, per es. le contraddizioni della vita e della natura.
    • Un certo realismo = una  rappresentazione realistica di aspetti concreti e quotidiani della natura, ma anche l’idea che questa natura concreta e reale sia animata da forze segrete e inafferrabili, da un mistero e irrazionalità di fondo che l’uomo non potrà mai scoprire per quanto lo desideri. Per questo la poesia pascoliana esprima a volte dei desideri segreti ma irrealizzabili (sapere qualcosa che non si potrà mai sapere = il senso della vita; avere qualcosa che non si potrà mai avere = per Pascoli, per es. una donna, un amore, visto che a questo mondo femminile, amoroso e sessuale egli guardò sempre attraverso lo schermo onnipresente delle due sorelle che vissero con lui.) Tutto ciò lo avvicina a quel senso di mistero e di irrazionalità che caratterizza la poesia decadentista di primo ‘900, come si è visto.
    • La funzione sociale della poesia, ovvero la convinzione che questa abbia il compito di unire gli uomini (anziché dividerli in guerre) in una serena accettazione della vita e della morte, di consolarli e di farli accontentare del poco che hanno, per es. di un nido protettivo che li protegga dai pericoli della realtà esterna

     

    LA POETICA DEL FANCIULLINO

    Pascoli non ebbe una vera e propria teoria sulla poesia; tuttavia, nel 1897 pubblicò su una rivista chiamata “Marzocco” un articolo intitolato “Il Fanciullino” (poi pubblicata nel 1903 in una raccolta di saggi e conferenze dal titolo “Miei pensieri di varia umanità”), nel quale possiamo individuare meglio la teoria pascoliana sulla poesia.

    Secondo Pascoli, in ognuno di noi c’è un “fanciullino”, ossia un desiderio di tornare all’infanzia e ai valori più genuini dell’infanzia: la spontaneità, la naturalezza, l’ingenuità e la meraviglia, ciò che ci fa vedere le cose della natura, persino le più piccole o le più banali, sempre secondo un certo valore, mai senza significato o con indifferenza. Questo fanciullino e questi valori non vengono distrutti con l’età matura, ma vengono solo offuscati, nascosti; spetta alla poesia il compito di riportarli a galla.

    Il motivo del fanciullino ci porta al motivo del nido protettivo che Pascoli cercò ossessivamente per tutta la vita, ove poter ricostruire il suo nucleo familiare andato distrutto o che lo proteggesse dai pericoli della realtà esterna. Giustamente la teoria del fanciullino del Pascoli fu definita come l’opposizione

    -del pre-razionale (anziché dell’”irrazionale”) al razionale contemporaneo di scienze positive e progresso scientifico

    -dell’intuizione e illuminazione della natura alla sua analisi oggettiva e scientifica da parte del verismo e della scienze positive, come già visto.

    LE OPERE

    1891-97: “Myricae”, così intitolate da un verso di Virgilio (il poeta delle “Bucoliche” e delle “Georgiche” che ispirò la poesia di vita campestre del Pascoli): “arbusta iuvant humilesque myricae”, cioè “piacciano gli arboscelli e le umili tamerici”.

    1904-09: “I Poemetti” (dapprima “Primi poemetti”, poi “Nuovi Poemetti”), una raccolta poetica incentrata, per episodi successivi, sulla vita campestre di una famiglia patriarcale di un piccolo podere, scandita dalla ciclicità degli avvicendamenti stagionali e delle relative attività campestri e domestiche.

    1903: “I Canti di Castelvecchio”

    1904: “I Poemi conviviali” , una poesia classicista alla Carducci, incentrata su di una storia a noi così lontana come quella antica, che va dalla sete di conoscenza dell’uomo all’avvento del Cristianesimo e che è accomunata a quella presente dallo stesso problema della morte come unico fine della vita.

    1906-13: “Odi e Inni”, una poesia ufficiale e celebrativa, di scarso successo per un poeta abituato a stare sempre lontano dai clamori della realtà esterna (contenente: 1911: “I Poemi italici”, 1912: “Le canzoni di re Enzio”, incentrata sulla vicenda medievale bolognese di re Enzo,figlio dell’imperatore Federico II, reso prigioniero dai bolognesi drenate la battaglia di Fossalta del 1248; 1913 “Poemi del Risorgimento”; 1911 “Inno a Roma” e “Inno a Torino” per la celebrazione del cinquantenario del Regno d’Italia.)

     

     

    I Crepuscolari

     

    Si veniva delineando il “crepuscolarismo”.

    Il termine “crepuscolarismo” venne coniato dallo scrittore e critico siciliano Giuseppe Antonio Borgese che, recensendo un volumetto comune di alcuni giovani poeti (Moretti, Martini, Chiaves), volle vedervi il declino della grande poesia romantica. Egli, infatti, era rimasto colpito dal clima patetico-sentimentale di quella poesia che si connetteva al filone del sentimentalismo romantico.

    Ma col tempo il termine perse questo valore di opposizione alla tradizione poetica precedente e servì ad indicare in modo autonomo un clima, il modo di atteggiarsi di questi poeti di fronte alle cose.

     

    Questa nuova poesia si mostra per vari aspetti poliedrica, instabile e in rapida evoluzione.

     

    Nella poesia crepuscolare incidono:

    • sia le esperienze nostrane (come il languido, nostalgico, convalescente ripiegamento ad idoleggiare i buoni sentimenti caratteristico del D’Annunzio del Poema Paradisiaco e certe regressioni infantili tipiche del Pascoli),
    • sia i simbolisti e i poeti “provinciali” e “fiamminghi” della letteratura francese.

     

    Tuttavia nel crepuscolarismo non mancano propositi di reazione e di rinnovamento, soprattutto dato dalla novità del linguaggio che consiste nella ricerca di un tono diverso, di una poesia non vociata e che aspira, invece, ad un andamento dimesso. Chiaramente i crepuscolari si oppongono totalmente a:

    • D’Annunzio e alla sua idea superomistica;
    • I classicismi.

     

    I crepuscolari cantano la routine quotidiana, la vita paesana, noiosa ma preferibile a quella cittadina che risulta frenetica e alienante, quegli “ambienti” particolari in cui la vita si spegne lentamente, ma inesorabilmente senza traumi o scatti plateali, oppure gremiti di oggetti svariati più o meno inutili e di “pessimo gusto”, e ancora la noia dei pomeriggi domenicali, malinconiche scene di vita d’altri tempi.

     

    Ma è soprattutto la malattia il loro punto modale, perché la malattia diventa metafora del disagio e della stanchezza di vivere, della rinuncia a vivere dopo la scoperta del nulla dell’essere nell’esistenza, del ripiegamento su se stessi, dell’incapacità di stabilire un rapporto col mondo.

    L’opposizione salute/malattia, poesia/pianto diviene un’esplicita e significativa dichiarazione di una poetica antieloquente.

     

    “Perché tu mi dici: poeta? […] Io non sono che un piccolo fanciullo che piange” (Corazzini).

    “Ma cosa mi chiedi, ma cosa vuoi sapere da me, io non ho nulla da dire” (Moretti).

     

    Nonostante tutto il crepuscolarismo può essere inserito nel decadentismo, in quanto alla base dei vari atteggiamenti di questi poeti c’è quella crisi di certezze, quel vuoto che è una delle componenti di fondo del decadentismo. La frattura fra individuo e società, l’angoscioso senso della solitudine, il ripiegamento entro il chiuso cerchio dell’io sono gli aspetti più evidenti di questa età: e nei crepuscolari sono tutti presenti.

     

     

    IL CREPUSCOLARISMO E GUIDO GOZZANO

    Nell’ambito della poesia decadentista si sviluppa il cosiddetto Crepuscolarismo, un termine adoperato le prime volte con valenza negativa, a indicare un gruppo di poeti contemporanei, detti appunto “crepuscolari”, cioè autori di una poesia grigia e spenta, di zone d’ombra, appunto “crepuscolare”, ispirati alla poesia delle “piccole cose” di “Myricae”del Pascoli o della Scapigliatura, un analogo movimento letterario dell’ultimo ‘800.

    Il Crepuscolarismo non è un movimento letterario vero e proprio che si avvale di un gruppo ben definito di intellettuali o di una teoria poetico letteraria ben precisa, ma è piuttosto un atteggiamento di certi intellettuali (prevalentemente torinesi) verso la mutata realtà contemporanea), né di adesione né di opposizione, ma semplicemente di registrazione, ora malinconica e triste, ora insofferente, ora indifferente.

    Certo con il loro atteggiamento, i crepuscolari testimoniarono la crisi di valori della mutata realtà a loro contemporanea, tuttavia senza riuscire a proporne una soluzione alternativa ben definita, ma soltanto un’ideologia del disimpegno, della marginalità, una poesia che non ha più fiducia nelle sue tradizionali edificanti funzioni, ma rimane gratuita, fine a se stessa.

    Il rappresentante più significativo del Crepuscolarismo è Guido Gozzano, autore di una raccolta poetica intitolata “I Colloqui” del 1911, incentrata sul desiderio del mondo femminile, amoroso, desiderio spesso non realizzato o deluso.

    Se D’Annunzio è il poeta conquistatore, pieno di donne e di amori, Gozzano (il poeta crepuscolare) è il poeta innamorato, fragile, perdente; se gli amori di D’Annunzio sono amori sublimi verso donne elevate o passionali, quelli di Gozzano (e del poeta crepuscolare) sono amori  patetici verso donne mediocri e banali. L’unico strumento che Gozzano e il poeta crepuscolare ha per difendersi dalla delusione d’amore è l’ironia.

    Il linguaggio è un misto di linguaggio parlato e linguaggio letterario, marginale e disimpegnato proprio come lo stato d’animo del poeta rispetto alla realtà esterna e agli oggetti che sta rappresentando.

    Tra gli altri poeti crepuscolari ricordiamo Sergio Corazzini e Marino Moretti.

     

     

    GABRIELE D’ANNUNZIO

     

  • VITA

    1863: Nasce a Pescara

    1881-91 Si iscrive a Roma alla facoltà di Lettere, senza conseguire la laurea e gettandosi nella vita mondana della capitale

    1891-93: l’assalto di alcuni creditori lo spinse a trasferirsi a Napoli e poi a Francavilla

    1895: compie un illuminante viaggio in Grecia

    1896: comincia la sua relazione più importante: quella con l’attrice di teatro Eleonora Duse

    1897: si presenta alle elezioni politiche di Ortona con un programma di destra nazionalista ed autoritario e viene eletto

    1900: abbandona clamorosamente la destra e si presenta alle elezioni politiche di Firenze con un programma di sinistra, ma non fu eletto

    1910-15: sempre l’assalto di alcuni creditori lo spinse a trasferirsi a Parigi gettandosi nella vita mondana della capitale francese

    1910-15: proclama l’intervento dell’Italia in guerra anche con campagne giornalistiche; entrata l’Italia in guerra, si arruola compiendo audaci e spettacolari azioni belliche che gli valsero riconoscimenti pubblici

    1916: ma, ferito a un occhio in un incidente aereo, passa una lunga convalescenza a Venezia senza uso della vista

    1919: dopo la guerra e le trattative di pace annesse, approfittando dei riconoscimenti pubblici precedentemente ottenuti e del fascino esercitato sulle folle, divenne protagonista indiscusso del primo dopoguerra, guidando l’annessione all’Italia di Istria e Dalmazia e l’impresa legionaria di Fiume, e presiedendo lì una repubblica detta “Reggenza italiana del Carnaro” e poi fatta cadere da Giolitti nel 1920

    1921-38: durante il regime fascista, nutrì profonde diffidenze verso alcuni suoi rappresentanti compreso Mussolini; in ogni caso fu tagliato fuori dagli eventi e si ritirò nella sua villa sul lago di Garda, poi detta “Vittoriale” e trasformata dopo la sua morte in un museo della sua memoria di vita e di opera, lasciata in eredità allo Stato.

    1924: fu nominato principe di Montenevoso

    1938: muore osannato da varie celebrazioni ufficiali

    L’IDEOLOGIA

    D’Annunzio partì da una critica al Positivismo contemporaneo (al trionfo delle scienze positive), ribadendo che la scienza nuda e cruda fosse incapace di rendere l’uomo grande e felice; ci voleva qualcos’altro e per questo si rese in breve tempo modello esemplare di vita e comportamenti eroici per la classe dirigente, specie durante gli anni della Roma umbertina, durante la prima guerra mondiale e durante il primo dopoguerra (mentre, come abbiamo visto, durante il regime fascista fu tagliato fuori dal corso degli eventi).

    Tuttavia, secondo un atteggiamento antidemocratico, non tutti gli uomini sarebbero potuti diventare degli eroi in questo senso;  i privilegiati sarebbero stati solo gli aristocratici, i borghesi e di questi si sarebbe dovuta comporre la classe dirigente (D’Annunzio diffidava delle soluzioni politiche democratiche e parlamentari, sostenendo che il popolo sarebbe stato un incapace e disordinato strumento di governo). L’uomo ideale di D’Annunzio doveva essere dunque

    • aristocratico o borghese di nascita, e se da una parte disprezzava le masse popolari, dall’altra le affascinava con le sue opere, riscattandole dalla propria banale quotidianità e si teneva buono il loro consenso per propagandare se stesso e la propria opera.
    • intellettuale d’eccezione, capace di comprendere a fondo i messaggi dell’arte
    • e capace infine di proporre modelli di vita e comportamento eroici.

    L’IMPORTANZA DELL’ARTE

    Abbiamo detto come  l’uomo ideale di D’Annunzio doveva essere intellettuale d’eccezione, capace di comprendere a fondo i messaggi dell’arte.

    Per D’Annunzio l’arte ricopre un’importanza fondamentale, anzi è strettamente connessa e complementare alla stessa vita. Inoltre è un’arte classica perché ripropone di continuo ideali supremi di bellezza ed armonia (estetismo) contro la mediocrità e lo squallore della realtà esterna e un’arte che sa aderire alla natura circostante attraverso la sensazione fisica, epidermica, sensuale (panismo).

    Tuttavia per D’Annunzio, l’arte non aveva a che fare con la soggettività privata dell’autore, ma veniva da lui continuamente pubblicizzata (resa pubblica), esibita all’esterno, questo soprattutto per affascinare la massa e tenersi buono il suo consenso per propagandare se stesso e la propria opera.

    Come abbiamo visto, D’Annunzio volle trasformare la villa (“Il Vittoriale”)dove si ritirò a un certo punto a vivere, in un museo della propria memoria di vita ed opera, che alla sua morte fu addirittura lasciato in eredità allo Stato; ancora oggi vi si può accedere per vedere gli oggetti d’arte e di vita del poeta.

    IL SUPEROMISMO

    Abbiamo detto anche che l’uomo ideale di D’Annunzio doveva essere capace infine di proporre modelli di vita e comportamento eroici. Per questo D’Annunzio si accostò a quella corrente filosofica che in Germania fu rappresentata da Friedrich Nietsche e che fu detta Superomismo. Quali erano le caratteristiche principali di questo Superomismo?

    • Una concezione aristocratico borghese del mondo e un’insofferenza o disprezzo per le masse popolari (anche se di queste era comunque importante il consenso, che aiutasse il superuomo a propagandare se stesso e la propria opera): infatti, secondo un atteggiamento antidemocratico, non tutti gli uomini sarebbero potuti diventare degli eroi in questo senso;  i privilegiati sarebbero stati solo gli aristocratici, i borghesi e di questi si sarebbe dovuta comporre la classe dirigente (D’Annunzio diffidava delle soluzioni politiche democratiche e parlamentari, sostenendo che il popolo sarebbe stato un incapace e disordinato strumento di governo).
    • Culto del Dominio, che il superuomo poteva esercitare su altri uomini o con l’arte e la bellezza, o con la forza e la violenza per guidarli verso un nuovo destino.
    • L’idea che solo un superuomo sarebbe stato destinato a questa missione per le sue doti intellettuali (un’artista, capace di comprendere a fondo i messaggi dell’arte e dominare gli altri anche attraverso questa e i suoi ideali di suprema bellezza), sociali (la sua posizione sociale levata, aristocratica o borghese), morali (capace di dominare altri uomini anche con la forza e la violenza per guidarli verso un nuovo destino) e persino fisiche (il sangue, la stirpe, la razza, tutti fattori che l’avrebbero anche reso un valente combattente militare).
    • Ricerca delle proprie tradizioni storiche nella civiltà classica, greca e romana, e in quella più recente umanistica e rinascimentale.
    • Rifiuto dell’etica evangelica e cristiana della bontà, della fratellanza, della carità, dell’umiltà, della mortificazione del piacere, e anzi la proclamazione di valori opposti: la superiorità sugli altri, il potere, il dominio, il bisogno di piacere fisico, la forza, la violenza.

    IL LINGUAGGIO E LO STILE

    Qualsiasi contenuto trattino le opere di D’Annunzio, il linguaggio e lo stile adottati sono sempre alla ricerca di bellezza ed armonia; spesso egli usa termini o rari, o antiquati o tecnicamente artistici, che tendono sempre ad abbellire la realtà rappresentata e a nasconderne i lati negativi e le contraddizioni.

    In poesia adotta infine il cosiddetto verso libero, svincolato dai modelli costituiti, per adattare più liberamente la poesia al sentimento che vuole esprimere.

    LE RACCOLTE POETICHE

    1879: “Primo vere”, ancora sul modello del classicismo di Carducci

    1882: “Canto novo”, una poesia che sa aderire alla natura circostante attraverso la sensazione fisica, epidermica, sensuale (panismo).

    1884: “Intermezzo di rime”, le prime immagini dell’eroe decadente, sfrenato nel lusso e lussuria e privo di ideali e valori da trasmettere

    1886-1890: “Isaotta Guttadauro”, poi “Isotteo e la chimera”, la rappresentazione poetica della donna simile a quella classica dello stilnovo 200esco e petrarchesco 300esco

    1892: “Elegie romane”: una celebrazione classicista della Roma del ‘500

    1893: “Poema paradisiaco”, incentrato su apparizioni di donne eleganti e raffinate sullo sfondo di giardini misteriosi e abbandonati; un motivo “crepuscolare” questo, che ci suggerisce quasi il desiderio dell’autore di appartarsi un po’ dai clamori della vita esterna, di tornare alla bontà e innocenza e di ricordare nostalgicamente le cose passate.

    1893: “Odi navali”, un’esaltazione nazionalistica della Marina Militare italiana

    1903-04: “Le Laudi”: il progetto originario doveva contenere ben sette libri, ciascuno dedicato a una stella della costellazione delle Pleiadi, ma alla fine i libri realizzati furono solo cinque:

    • “Maia”, introdotto da un lungo poema detto “Laus vitae”, che paragona il recente viaggio compiuto in Grecia con il viaggio di Ulisse alla scoperta e alla conquista superomistica del mondo;
    • “Elettra”, è incentrato sulla commemorazione ed esaltazione di vari momenti ed eroi della storia, modelli esemplari del suo progetto di scoperta e conquista superomistica del mondo;
    • “Alcyone”, è incentrato sull’intero ciclo della stagione estiva e sulla volontà di goderne il sole, il mare, insomma tutti quegli aspetti della natura, alla quale l’arte = la poesia sanno aderire attraverso le sensazioni fisiche, epidermiche, sensuali (panismo).
    • “Merope”, sulla guerra con la Libia (retorica nazionalistica)
    • “Asterope”, sulla prima guerra mondiale (retorica nazionalistica)

    I ROMANZI E LA PROSA

    1889: “Il piacere”, ambientato a Roma e in Toscana; incentrato sulle vicende sentimentali, mondane ed artistiche di Andrea Sperelli, il quale incarna l’ideale uomo, anzi superuomo di D’Annunzio in tutte le caratteristiche che abbiamo precedentemente esaminato. Tuttavia emerge in Andrea Sperelli la figura di eroe, oltre che superuomo, anche negativo e decadente, sfrenato nel lusso e lussuria e privo di ideali e valori da trasmettere, se non addirittura privo di capacità di scegliere cosa vuole veramente (per es. tra le due donne della sua vita: una, Elena Muti, sensuale e aggressiva, l’altra, Maria Ferres, sensibile ed intellettuale); insomma, un uomo incoerente e insoddisfatto.

    1891: “Giovanni Episcopo” (un uomo maltrattato dalla moglie, che alla fine decide di ucciderne l’amante)

    1892 “L’Innocente” (un uomo che uccide il neonato dalla relazione di sua moglie con un amante)

    un desiderio di tornare alla bontà e all’innocenza, attraverso la storia triste di questi due personaggi.

    1894: “Il trionfo della morte”, ancora un superuomo, ma alla fine eroe negativo e decadente come Andrea Sperelli, che si uccide.

    1895: “Le vergini delle rocce”: ambientato in Abruzzo; un uomo cerca una donna dalla quale avere il figlio superuomo che ha sempre sognato; la scelta è fra tre sorelle, tutte diverse fra loro: Violante, bella ma irraggiungibile, Massimilla, fragile e già votata a farsi suora, Anatolia, forte, ma votata all’assistenza dell’anziana e malata madre.

    1900: “Il fuoco”, ambientato a Venezia; ambientato a Mantova; la storia d’amore tra un artista e un’attrice di teatro, gelosa quest’ultima della più bella e giovane Donatella, la quale aveva un certo fascino sul suo amante.

    1910: “Forse che si, forse che no”: la storia d’amore tra un aviere (che con il volo si pone come un moderno Ulisse, volto alla superomistica scoperta e conquista del mondo) e una donna disinibita.

     

     

     

 

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