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  • La responsabilità nei confronti degli altri:

    la teologia di Bonhoeffer

 

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  • DIETRICH BONHOEFFER

     

    In una delle meditazioni di “Fedeltà al mondo”, Bonhoeffer afferma: “Non dimenticherò lo spettacolo terrificante del cielo notturno attraverso la finestra. E’ singolare come in notti come quella il pensiero corra esclusivamente verso le persone, senza le quali non si potrebbe vivere, mentre passa del tutto in secondo piano o addirittura  non esiste il pensiero per se stessi. Allora soltanto si capisce quanto la propria vita sia legata a quella di altre persone, anzi, come il centro della propria vita sia al di fuori di noi e quanto poco l’individuo sia solo. E’ proprio vero: “ come se fosse una parte di me stesso”. Questo sentimento l’ho provato spesso alla notizia della morte di miei colleghi o allievi. Penso che sia un fatto di natura; la vita umana si spinge ben oltre la mera esistenza corporea di noi stessi.”

     

     

     

    Vita:

     

    Nato a Breslavia, in Slesia , il 4 Febbraio 1906, Bonhoeffer si trasferì a Berlino con tutta la famiglia nel 1912, dove il padre aveva vinto la prima cattedra di neurologia e psichiatria  all’Università, e Berlino rimase la sua città, anche se non vi nacque, né vi morì.

    Membro di una solida famiglia borghese di medici e avvocati, Egli volle intraprendere gli studi teologici che compì nelle università di Tubinga e di Berlino, dove conseguì la laurea in teologia nel 1927.

    Dopo un soggiorno di studio allo Union Theological Seminary di New York, Bonhoeffer inizia nel 1931 a insegnare come libero docente nella sua università di Berlino e a svolgere insieme attività pastorale. Tra i corsi accademici merita di essere ricordato quello sulla “Cristologia” del 1933 (l’anno della salita al potere di Hitler) e pubblicato postumo.

    Con questo corso, Egli chiude la breve parentesi della sua docenza universitaria (1931-1933), per mettersi esclusivamente al servizio della chiesa con un’intensa attività pastorale, soprattutto di direzione dei seminari. Dopo la chiusura, da parte della Gestapo, di quello di Stettino, fu incaricato, per la Pomerania, di tenere i contatti tra i giovani studenti disseminati in differenti vicariati.

    Dalla sua attività di direttore di Seminario a Stettino nasce  “Sequela” del 1937, e dalla sua attività di direttore educativo in Pomerania nasce “La vita comune” del 1939. Con il primo scritto, la cristologia accademica  si fa pratica, mentre col secondo sono descritti gli elementi che caratterizzano la vita, anzi che scandiscono la giornata del cristiano, che non vive in diaspora ma in comunità di lavoro.

    Nelle scritture dell’ultimo periodo la “teologia della sequela “ non condurrà più alla vita regolata all’interno di una comunità, bensì all’assunzione di responsabilità nell’aperta realtà del mondo.

    Bonhoeffer viene arrestato nell’aprile del 1943 e impiccato all’alba del 9 aprile 1945, per alto tradimento, nel campo di concentramento di Flossenburg, nell’alta Baviera.

     

     

     

     

    Etica della Responsabilità:

     

    Nella primavera del 1939, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, il pastore Bonhoeffer, è negli Stati Uniti per una serie di conferenze. La sua attività ecumenica lo poteva mettere al riparo dalla tragedia incombente sulla Germania e sull’Europa, ma il soggiorno in America gli sembrava una fuga dagli avvenimenti, così decide di rientrare in Germania, dove giunge a fine luglio 1939. Inizia per lui un nuovo intenso periodo, caratterizzato, sotto il profilo intellettuale, dalla stesura dell’ ”Etica” e, sotto il profilo militante, dal lavoro pastorale per la chiesa e dalla partecipazione attiva alla resistenza tedesca e alla cospirazione anti-hitleriana.

    La teologia  di Bonhoeffer è più etica che dogmatica  ed Egli lavorò dal 1939 al 1943 alla stesura di un’opera sistematica, l’ “Etica”.

    Per Bonhoeffer, la vita etica è una vita vissuta nella responsabilità: “Responsabilità significa dunque l’ipegno totale della vita”. Analizzando le strutture della vita responsabile, la vede caratterizzata soprattutto dalla “rappresentanza”. Anche il soggetto più isolato, che non sia investito da particolari responsabilità per un altro, o per una comunità o gruppo, vive la sua vita come uomo, e dunque nella rappresentanza dell’essere uomo, dell’umanità. Ma la rappresentanza raggiunge la sua massima intensità in Cristo,  che come figlio di Dio si fa uomo per vivere la rappresentanza dell’umanità. Se la figura di Cristo è connotata dalla rappresentanza, ne consegue che anche la vita etica del cristiano è connotata dalla rappresentanza. Vita etica è responsabilità; responsabilità è rappresentanza. E la rappresentanza si fa solidarietà con l’altro, è un “esserci per il mondo”.

    Bonhoeffer è uno dei pochissimi uomini di chiesa che abbiano osato nella Germania hitleriana mettersi direttamente nell’attività politica, avvalendosi delle conoscenze della sua famiglia e dei contatti internazionali per la sua attività ecumenica.

    Rinchiuso nel carcere berlinese di Tegel, vi rimarrà per ben 18 mesi fino all’ottobre del 1944, quando sarà trasferito nel carcere più duro della Gestapo, per essere poi internato nel campo di concentramento di Buchenwald ed essere giustiziato.

    Dal carcere Bonhoeffer tiene una fitta corrispondenza: se le “Lettere alla fidanzata” contengono una singolare storia d’amore, se le “Lettere ai genitori” sono commoventi e serene, le “Lettere all’amico”, soprattutto lo stock delle ultime lettere dall’aprile all’agosto 1944, che si potrebbero definire “Lettere teologiche”, sono inquietanti per i problemi sollevati e rappresentano una delle scritture più significative del Novecento teologico.

     

     

     

     

    La Teologia si confronta con la modernità:

     

    La vita e la riflessione di Bonhoeffer rappresentano un tentativo di individuare e di avviare a soluzione questo nodo di problemi che si concretizzano nella formula della lettera dal carcere dell’8 giugno 1944: “La questione suona: Cristo e il mondo diventato adulto”, la questione, cioè, di come coniugare il processo del mondo verso l’autonomia con la fede in Cristo. L’originalità di Bonhoeffer non sta nell’elaborazione del concetto di “mondo adulto”, ma nella formulazione del problema teologico che ne deriva.

    Di fronte al “mondo diventato adulto” si possono assumere posizioni che semplificano o sopprimono il problema: a) o si prende congedo dalla fede cristiana, considerata invalidata dalla realtà dell’epoca moderna; b) o, esattamente l’opposto, si nega la legittimità dell’epoca moderna con un “salto mortale” nel medioevo: è la posizione dell’apologetica, su cui il Teologo ritorna a più riprese, e i cui attacchi al mondo diventato adulto egli giudica “primo: assurdi; secondo: scadenti; terzo: non cristiani”. In questi due casi si elide uno dei termini del problema: la validità della fede, nel primo caso; o la legittimità dell’epoca moderna, nel secondo caso.

    Ma di fronte al mondo adulto si possono addurre soluzioni teologiche, che non risolvono correttamente il problema: a) o si instaura una sorta di compromesso tra fede cristiana e mondo moderno, che, in definitiva porta ad una riduzione della fede: è la posizione del protestantesimo culturale e della teologia liberale; b) oppure, si esaspera la tensione fino ad una contrapposizione che finisce in una fede senza storia e in una fede senza mondo.

    Bonhoeffer si pone al di là del compromesso e della contrapposizione e affronta il problema del confronto della fede cristiana con la nuova realtà del mondo diventato adulto. Egli assume il confronto della fede cristiana con i problemi posti dalla modernità. Lo riconosce lui stesso in una delle sue ultime lettere dal carcere: “La chiesa deve uscire dalla sua stagnazione. Dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo. Dobbiamo rischiare di dire anche delle cose contestabili, se ciò permette di sollevare questioni di importanza vitale. Come teologo moderno, che tuttavia porta ancora in sé l’eredità liberale, io sono tenuto a mettere sul tappeto tali questioni. Tra i giovani non ce ne saranno molti che connettono le due cose.”

    In questo confronto la sua proposta si muove nei confronti di un cristianesimo da reinterpretare per l’uomo della modernità; di un cristianesimo non della fuga, ma della fedeltà al mondo; di un cristianesimo da vivere nella responsabilità, nella partecipazione e nella solidarietà; di un cristianesimo universale in processo di dis-occidentalizzazione, che passa ad altri popoli e si rende capace di nuove parole e di nuove azioni.

     

     

    LA TEOLOGIA DI BONHOEFFER:

     

    Essa si caratterizza come la teologia di un credente che ricerca Dio nella realtà. Nella sua riflessione teologica muove dal pensiero di Barth, ma, se per Barth la divinità di Dio era costituita dal suo essere totalmente altro dall’uomo e il miracolo dell’incarnazione stava nel fatto che questo Dio totalmente altro aveva assunto la carne umana, per Bonhoeffer la divinità di Dio si scorge piuttosto in Cristo, l’uomo per gli altri, e il miracolo dell’incarnazione è la possibilità per l’uomo di partecipare al mistero di Dio. In questo Bonhoeffer, anziché fare un passo indietro verso l’umanismo, tenta piuttosto una risposta ancora più radicale di quella barthiana all'ateismo e all'umanismo di Feuerbach. Mentre questi aveva voluto rinnegare Dio per salvare la grandezza dell’uomo, Bonhoeffer tenta di mostrare come si possa al tempo stesso credere in Dio e nell’uomo. Anzi la ricerca che l’uomo fa di Dio nella propria vita non può che essere totalmente mondana, ma non perciò essa non è ricerca di fede, anche se può essere riconosciuta come tale solo alla fine. Così scrive Bonhoeffer ripercorrendo gli stadi della sua vita e della sua ricerca: “Libertà, ti cercammo a lungo nella disciplina, nell’azione, nel dolore. Morendo, te riconosciamo ora nel volto di Dio” (“Resistenza e resa” pag. 271).

    E nell’estremo messaggio di Bonhoeffer resta così l’invito a vivere e a credere: “Fratelli, finchè non giunge, dopo la lunga notte, il nostro giorno, resistiamo!” (“Resistenza e resa” pag. 316).

     

    Il Cristianesimo non religioso:

     

    Il Teologo sostiene che il problema che lo assilla è quello di sapere che cosa sia veramente per noi, oggi, il Cristianesimo o anche chi sia Cristo. Egli è convinto che stiamo andando incontro ad un epoca non religiosa; gli uomini, anche coloro che si definiscono sinceramente “religiosi” non praticano assolutamente il Cristianesimo e, per “religioso”, probabilmente intendono qualcosa di completamente diverso.

    I problemi cui bisognerebbe dare risposta sono: che significato hanno una chiesa, una parrocchia, una predica, una liturgia, una vita cristiana in un mondo senza religione?

    Il Nostro afferma che le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana è giunta al limite, oppure quando le forze umane vengono meno: si tratta sempre del deus ex machina tirato fuori da costoro, o per dare soluzioni apparenti a problemi insolubili, o come forza a sostegno della “deficienza” umana; dunque sempre per sfruttare la debolezza umana o i suoi limiti; ma questo sistema funziona solo finchè gli uomini riescono con le loro energie a spingere più avanti i limiti e Dio diventa superfluo come deus ex machina. Bonhoeffer vuole parlare, invece, di Dio non hai confini, ma nel centro, non nella debolezza, ma nella forza, non nella morte e nella colpa, ma nella vita e nella bontà dell’uomo. Giunto ai limiti, Gli pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolubile. La fede nella risurrezione non è la “soluzione” del problema della morte. L’ “aldilà” di Dio non è l’aldilà delle nostre possibilità di conoscenza. La trascendenza della gnoseologia non ha nulla a che vedere con la trascendenza di Dio. Egli è al di là in mezzo alla nostra vita. La chiesa non risiede dove la capacità dell’uomo non ce la fa più, ai confini, ma in mezzo al villaggio.

     

     

     

     

    Il compito dell’etica: aiutarci a vivere con gli altri non per dovere, ma per l’abbondanza delle ragioni di vivere:

     

    Il Teologo si chiede che cosa significhi una “dottrina etica” e che cosa sia uno studioso dell’etica. Anzitutto risponde con il che cosa questi non dovrebbero essere: un’etica non può essere un libro in cui si spieghi come le cose di questo mondo dovrebbero andare, ma purtroppo non vanno, e uno studioso di etica non può essere un individuo che sa sempre meglio degli altri quello che va fatto e come lo si deve fare; un’etica non può essere un volume di consultazione da cui ricavare un’azione morale garantita impeccabile, e lo studioso di etica non può essere il critico competente e giudice di tutte le azioni umane.

    L’etica e colui che se ne occupa, richiamano l’attenzione sul turbamento che la vita subisce, a partire dal suo limite, per opera del dovere. L’etica e colui che la studia non intendono descrivere in sé e per sé il modo di essere buoni, ma, parlando sulla base del “fatto etico”, vogliono aiutare l’uomo a vivere con gli altri. Imparare a vivere con gli altri nell’ambito del dovere, e non come spettatori, critici o giudici che rimangono al di fuori degli eventi della vita; vivere con gli altri non per dovere, ma per l’abbondanza delle ragioni di vivere, e non in un atteggiamento serioso e ostile a tutte le forze vitali, alle debolezze e ai disordini, non con l’animo di chi misura con diffidenza le cose come sono e come dovrebbero essere, non con l’atteggiamento ansioso di chi sottopone tutte le cose naturali al dovere, le cose libere alla necessità , le cose concrete ai principi generali… insomma, vivere con gli altri entro i limiti del dovere, ma non motivati da esso, vivere nella varietà dei compiti e degli eventi concreti con tutta la loro infinita molteplicità di motivazioni.

     

     

    Il punto di partenza dell’etica cristiana è Cristo: da Lui prende forma l’uomo vero:

     

    Il punto di partenza dell’etica cristiana è il corpo di Cristo, la persona di Cristo nella realtà della chiesa, la formazione della chiesa in conformità con la persona di Cristo e quando si parla di formazione del mondo ci si riferisce unicamente alla figura di Gesù Cristo che è identica in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Anche la chiesa di Cristo è una sola di generazione in generazione. Tuttavia Cristo non insegna un etica astratta da mettere in pratica a ogni costo. Cristo non era legislatore, ma uomo vero come noi. Perciò non vuole che nel nostro tempo siamo discepoli, ma ci vuole uomini autentici davanti a Dio. A differenza di un filosofo, Egli non si interessava di ciò che è “universalmente valido”, ma di ciò che è utile all’uomo concreto e reale. Non si preoccupava di sapere se “la norma di un atto può diventare il principio di una legge universale” (Kant), bensì se la mia azione aiuta ora il mio prossimo a essere un uomo davanti a Dio. Non sta scritto: Dio si è fatto principio, programma, legge; bensì: Dio si è fatto uomo. Ciò significa che la persona di Cristo, pur rimanendo identica a se stessa, vuol prendere forma nell’uomo vero, in modi diversi e svariati.

     

     

    In Cristo realtà di Dio e realtà del mondo si uniscono. Appartenere a Cristo significa appartenere al mondo:

     

    La suddivisione della realtà totale in una sfera sacra e in una profana, in una cristiana e in una secolare, crea la possibilità di un’esistenza confinata a una sola di queste sfere, quindi di un esistenza spirituale che non partecipa a quella del mondo e di un’esistenza secolare che può pretendere e far valere la propri autonomia nei confronti della sfera del sacro. La storia medievale si incentra tutta quanta sulla questione del predominio della sfera spirituale su quella temporale, mentre l’età moderna si caratterizza per una crescente autonomia della sfera secolare rispetto a quella spirituale. Finché Cristo e il mondo sono visti come due sfere che si contrappongono e si escludono a vicenda, all’uomo resta un’unica possibilità: rinunciare alla totalità della realtà, collocarsi in una delle due sfere, e avere Cristo senza il mondo o il mondo senza Cristo. Nei due casi inganna se stesso. Oppure vuol trovarsi contemporaneamente nelle due sfere, e allora diventa l’uomo dell’eterno conflitto.

    Per quanto possa essere difficile sottrarsi al dominio di questa concezione delle due sfere, è certo che essa contraddice il pensiero biblico e non coglie la realtà. Non esistono due realtà, ma una sola, e precisamente la realtà di Dio che in Cristo si è rivelata nella realtà del mondo. Se siamo partecipi di Cristo ci troviamo al tempo stesso nella realtà di Dio e in quella del mondo. Non esistono quindi due sfere, ma una sola, quella della realizzazione di Cristo, in cui la realtà di Dio e la realtà del mondo sono unite l’una all’altra.

    Il mondo, le cose naturali, le realtà profane, la ragione sono a priori accolte in Dio, non esistono “in sé e per sé” e la loro realtà risiede nella realtà di Dio in Cristo. L’unità tra realtà di Dio e realtà del mondo, che è data in Cristo, si realizza sempre di nuovo negli uomini. Tuttavia ciò che è cristiano e ciò che è secolare, naturale e soprannaturale, rivelato e razionale non sono identici l’uno all’altro, ma esiste tra loro un’unità che viene preservata dal fatto che i due elementi di quelle coppie di contrari si impediscono a vicenda di divenire ciascuno staticamente dipendente l’uno dall’altro, e mantengono invece un rapporto polemico l’uno con l’altro dimostrando così la loro realtà comune, la loro unità nella realtà in Cristo.

    Se dunque la fede nella rivelazione della realtà suprema in Cristo sconfigge la concezione etica delle due sfere, ciò significa che è impossibile essere realmente cristiani fuori della realtà del mondo. Perciò il cristiano non è un uomo lacerato dall’eterno conflitto, bensì un uomo indiviso e integro perché appartiene alla realtà di Cristo, nel quale, appunto, la realtà è una. La sua appartenenza al mondo non lo separa da Cristo e la sua appartenenza a Cristo non lo separa dal mondo. In quanto appartiene interamente a Cristo è al tempo stesso interamente nel mondo.

     

     

     

     

    Dir di sì a Dio significa dir di sì alla vita. La responsabilità come impegno totale della vita:

     

    L’azione dei cristiani nasce dalla gioia per l’avvenuta riconciliazione del mondo con Dio. Dio e l’uomo sono diventati uno in Gesù Cristo. Non sono più in contrasto come due principi ostili, in Cristo la vita ritrova la sua unità; la ritrova nella contraddizione del “sì” e del “no”, che è però sempre di nuovo superata dall’azione concreta di colui che crede in Cristo.

    Non esiste l’uomo in sé, come non esiste Dio in sé: ambedue sono vuote astrazioni. L’uomo è l’essere che Cristo nel farsi uomo ha accolto, è l’essere amato; Dio è colui che si è fatto uomo. Non si può avere un rapporto con gli uomini senza avere anche un rapporto con Dio, e viceversa.

    Bonhoeffer chiama  “responsabilità” la totalità e l’unità della nostra risposta alla realtà in contrapposizioni alle risposte parziali che potrebbero sorgere per esempio da considerazioni di convenienza o da determinati principi. Dinanzi alla vita che incontriamo in Gesù Cristo, quelle risposte parziali non servono a nulla.

     

    L’azione responsabile come accettazione a prendere su di sé la colpa:

     

    Gesù non vuole apparire come il solo individuo perfetto, non vuole essere l’unico uomo esente da colpa, che guarda con sprezzo l’umanità soccombente al peccato, perché un amore che abbandonasse l’uomo nel suo peccato non sarebbe un amore rivolto all’uomo reale. Operando nell’esistenza storica degli uomini, Gesù si fa colpevole. Null’altro che il suo amore lo fa incorrere nella colpa. Per il suo amore disinteressato Gesù abbandona la propria perfezione ed entra nella colpa umana per caricarsene. Gesù a portato su di sé la colpa di tutti gli uomini, perciò chiunque agisce responsabilmente, diventa colpevole.

     

    Agire responsabilmente significa agire in quella libertà che ci viene dal non essere vincolati ad alcuna legge, ma solo dall’impegno verso Dio e verso il prossimo come li incontriamo in Cristo:

     

    Responsabilità e libertà sono concetti che si corrispondono reciprocamente. La responsabilità presuppone la libertà, e questa non può consistere se non nella responsabilità.

    L’uomo responsabile agisce nella libertà del proprio essere, senza cercare riparo dietro a persone, situazioni o principi, ma tenendo conto di tutte le circostanze di carattere umano e ambientale. Il fatto che nulla possa rispondere per lui o scusarlo, se non le sue azioni e la sua persona stessa, è la prova della sua libertà. Deve osservare, giudicare, valutare, decidere e agire da sé; deve vagliare personalmente i motivi, le prospettive, il valore e il senso delle proprie azioni. Ma né la purezza delle sue motivazioni, né il valore o il significato dell’azione programmata dovranno mai divenire una legge di cui egli possa farsi scudo o dalla quale possa essere giustificato e assolto. Altrimenti non sarebbe più veramente libero. L’azione dell’uomo responsabile avviene nell’impegno verso Dio e verso il prossimo come li incontriamo in Gesù Cristo. Appunto perciò l’azione responsabile è un rischio liberamente assunto, che nessuna legge giustifica, che si compie rinunciando a qualsiasi valida autogiustificazione, e rinunciando pertanto a qualsiasi pretesa di avere la suprema conoscenza del bene e del male. Il bene, in quanto azione responsabile, avviene nella non-conoscenza del bene, avviene affidando a Dio l’atto che è divenuto necessario e che, appunto perciò, è libero.

    L’uomo che opera nella libertà della sua responsabilità vede le proprie azioni aprirsi alla guida di Dio. In conclusione l’atto libero si riconosce come atto di Dio, la decisione dell’uomo come guida di Dio. Quando l’uomo abbandona liberamente la conoscenza del suo bene, si compie il bene di Dio.

     

     

     

     

    La comunità cristiana non è un ideale umano, ma una realtà divina:

     

    Per una comunione cristiana è fondamentale che , fin dall’inizio, sia ben chiaro questo:

          Primo: la fratellanza cristiana non è un ideale, ma una realtà divina;

         Secondo: la fratellanza cristiana è una realtà spirituale e non psicologica.

    Il cristiano serio, che per la prima volta è posto a vivere in una comunità cristiana, porta spesso con sé un’immagine ben precisa del modo di vivere in comune e cercherà di attuarla.

    Ma è la grazia del Signore che ben presto farà crollare tutti i sogni di questo tipo. Bonhoeffer è convinto che, poiché Dio ci vuole condurre a riconoscere l’autentica comunità cristiana, allora è necessario sopportare l’esperienza della delusione degli altri e di noi stessi. E’ la grazia di Dio che non ci permette di vivere secondo un semplice sogno, il Signore non è Signore di emozioni, ma di verità. Solo la comunità incomincia ad essere ciò che deve essere di fronte a Dio, una che non riesca a superare una tale delusione, perderebbe la promesse di una solida e stabile comunione cristiana. Ogni umano desiderio impedisce la vera comunione e deve essere distrutto, affinché la vera comunità possa vivere.

    Dio, sostiene il Teologo, odia le fantasticherie, perché rendono superbi. Un cristiano che agisce come se fosse lui a creare la comunità, come se il suo sogno ideale dovesse creare l’unione tra gli uomini, considera fallimento tutto ciò che non corrisponde alla sua volontà. In questo modo egli diviene prima accusatore dei suoi fratelli, poi di Dio e, infine, di se stesso. Dio ha già posto l’unico fondamento della nostra comunione, ci ha uniti, chiarisce Bonhoeffer, in un sol corpo in Gesù Cristo con gli altri cristiani; perciò ci uniamo con gli altri in vita comunitaria, non come coloro che avanzano pretese, ma come coloro che sono pronti a ricevere con gratitudine. Bonhoeffer scrisse: “Lì dove le nebbie del mattino delle nostre illusioni cadono, spunta la luminosa giornata della comunione cristiana.”

     

     

     

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