Appunti di geoeconomia tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
-
Appunti di geoeconomia
I testi presenti nel sito quando non espressamente indicato non sono ne di opera ne di proprietà di Tuttowebitalia.com ma sono opera e di proprietà degli autori che quando identificabili chiaramente sono stati indicati in fondo o all'inizio dei testi.
I testi prima della pubblicazione sul sito erano già presenti in internet e sono diffusi liberamente (sembra senza vincoli particolari e sembra siano stati messi a disposizione degli utenti del web per la diffusione maggiore possibile), a volte purtroppo non siamo riusciti a identificare chiaramente gli autori, se siete l'autore di un testo pubblicato sul sito comunicatecelo in modo tale da poter inserire i vostri dati nella pagina o se non siete d'accordo alla pubblicazione del testo dopo vostra richiesta via e-mail e dopo le opportune verifiche sarà rimosso dal sito nel tempo più breve possibile.
-
Alessandro Volpi, università di Pisa
AUMENTO DEI PREZZI DI ALCUNI BENI SENZA INFLAZIONE
Il dato che maggiormente sta cambiando il quadro economico e sociale internazionale è costituito da un forte aumento del prezzo delle materie prime, dei generi alimentari e dell’energia Tale fenomeno dipende da un aumento della domanda reale, dovuto all’emergere di nuovi consumatori (non siamo più in un quadro internazionale in cui il 20% della popolazione consuma l’80% delle risorse), ma ci troviamo di fronte una percentuale di popolazione del 40% che è diventata consumatrice, per effetto di bassi costi e di PPA accresciuta Dipende anche dalla finanziarizzazione dell’economia che ha significato la traduzione dei beni in titoli (soprattutto dopo il 1995 e la nascita della WTO) e l’emergere progressivo della speculazione su di essi Questo aumento è avvenuto senza inflazione perché c’è stato un grande aumento dell’offerta di manodopera, garantito dai paesi emergenti, ha consentito di contenerla. La Cina ha esportato deflazione, diventando peraltro un paese dal pesante impatto ambientale. Dal 1997 al 2007 i disoccupati sono saliti da 164 a 189 milioni, ed 1 miliardo 3 300 milioni di persone hanno una paga giornaliera inferiore ai 2 dollari, a cui si aggiungono 487 milioni di lavoratori con una paga inferiore ad un dollaro Lavorano in famiglia, in “imprese” familiari e ciò rende sicuramente più difficile ogni forma di autonomia culturale e spesso di innovazione La metà degli occupati nel mondo ha un lavoro precario e “vulnerabile”, lontano dai parametri del “decent work”. (inoltre è estremamente complesso distinguere fra disoccupati e inoccupati) Nel 2007 il numero degli occupati nel settore dei servizi ha superato quello dell’agricoltura
IL LAVORO CHE NON PAGA: L’INDICE DI POVERTA’
I lavoratori con meno di 2 dollari al giorno
Area geografica
2007
Milioni
% su totale
occupaz.Europa centrale, sud orientale e Cis
34,1
21,0%
Asia orientale
268,8
35,6%
Asia del Sud-Est e Pacifico
138,5
50,3%
Asia del Sud
478,6
80,3%
America Latina e Caraibi
61,7
25,4%
Medio Oriente
12,4
19,3%
Africa del Nord
25,2
42,0%
Africa sub-Sahariana
86,8
85,4%
Totale Mondo
1.294,57
43,5%
ILO, “Global Employment Trends”, gennaio 2008
Inoltre è esistito un sistema di prezzi bloccati in molte economie, a cominciare dalla Cina e dalla Russia, grazie a gigantesche scorte che pesano sul prezzo delle commodities e dei generi alimentari Nel contenimento dei prezzi ha giocato un ruolo importante anche il processo di delocalizzazione delle fasi produttive in paesi dove il costo della manodopera è molto basso: i recenti dati, forniti dal commissario sono molto chiari. 1/3 dei manufatti mondiali arrivano dalla catena di produzione mondiale. Tale percentuale sale al 75% nel caso dei beni complessi. Metà del commercio mondiale è composta da beni intermedi; su 100 dollari di IDE, 36 vanno ai PVS.E’chiaro che in un tale contesto il peso della logistica e dei carburanti sia estremamente alto e difficile da comprimere. Questo ha avuto un impatto sugli spostamenti di popolazione: nelle economie emergenti, la possibilità di trovare un’occupazione e il maggiore potere d’acquisto hanno frenato gli spostamenti. Centralità della PPA rispetto al PIL (difficoltà a misurare le nuove dimensioni dell’economia) Coloro che si spostano sono sempre meno soggetti la cui prima motivazione è la ricerca del lavoro; le vere cause sono i conflitti, divenuti endemici, le repressioni politiche e i disastri ambientali, una categoria di persone, quest’ultima, difficile da definire in sede giuridica. Questo primo insieme di considerazioni deve essere tenuto ben presente nel momento in cui procede ad interventi normativi
RIPRENDE L’INFLAZIONE La fase deflazionistica sembra però in via di esaurimento per più ragioni:1) continua la crescita dei consumi dei paesi emergenti2) continua la finanziarizzazione che ha bisogno di liquidità facile e dunque bassi tassi, con conseguenze appunto sull’inflazione. La FED sembra “catturata” dalle esigenze dei mercati finanziari; le politiche dei tassi rispondono più a motivazioni finanziarie – allagare i mercati di liquidità per mantenere l’effetto leva – che a ragioni legate all’economia reale e agli interessi dei produttori. La finanziarizzazione ha generato due dati; in primo luogo una enorme moltiplicazione delle sedi di compravendita e di intermediazione dei titoli, a cui si è associata la creazione di nuovi strumenti di ingegneria finanziaria; accanto alle Borse, sono divenuti “mercato finanziario” le banche, titolari di fatto della stragrande maggioranza del risparmio gestito, i grandi fondi hedge e private che in maniera diversa hanno permesso ad aziende e compratori di titoli di evitare di passare attraverso le “regole” delle Borse, con una rapida perdita di trasparenza dei mercati stessi (nei fondi hedge non è quasi mai chiara la catena di controllo). Peraltro, alcuni fondi si sono stati quotati a Wall Street, come Blackstone, con l’effetto di portare all’interno delle Borse stesse queste opacità. In secondo, luogo si è affermato il già ricordato, massiccio ricorso all’indebitamento attraverso uno spropositato effetto leva pari spesso a 10-15 volte le risorse “realmente” disponibili”. E’ chiaro che un indebitamento tanto marcato, destinato a riguardare non solo le società, ma anche i singoli soggetti “finanziarizzati”, come nel caso dei mutui subprime, ha bisogno di tassi molto bassi e di denaro facile. Inoltre questo processo di crescente e rapida diffusione dell’effetto leva ha spinto i creditori a “garantirsi” contro i rischi di insolvenza concependo strumenti di distribuzione del rischio, a partire dalle cartolarizzazioni, e creando forme di contabilità di comodo, come nel caso dei conduit, che hanno ulteriormente tolto trasparenza al mercato: ciò sta producendo l’effetto di un mercato sempre più esteso dove i possessori di titoli sono divenuti centinaia di milioni – magari impegnati in tali acquisti per garantirsi una assistenza sanitaria, il mutuo e la pensione - e dove la possibilità di attribuire un prezzo credibile, “veritiero”, e una percentuale di rischio altrettanto credibile è sempre più ridotta. Nella medesima direzione si muove poi il ruolo dei titoli derivati che hanno assunto un valore nominale pari a 10 volte il PIL reale del pianeta e costituiscono oggi una delle principali fonti di ricchezza dell’economia mondiale; strumenti nati per proteggere gli operatori economici e i produttori dai rischi del cambio sono diventati scommesse vere e proprie, scisse di fatto da operazioni reali e legate invece a panieri di listini o a altri indici su cui si generano colossali scommesse. Purtroppo gran parte di queste scommesse riguardano le commodities e l’energia con pesanti effetti sul rialzo del prezzo reale di tali beni. In questo senso, anche la distinzione tra fondi “attivisti”, che intendono cioè partecipare alla gestione delle imprese finanziate, e fondi neutrali pare, in ultima analisi, abbastanza debole visto che comunque entrambe le tipologie devono rispondere ai loro sottoscrittori sulla base delle già ricordate scadenze molto ravvicinate. Soprattutto i fondi hedge hanno ulteriori controindicazioni proprio in relazione alla struttura proprietaria; come già ricordato il fatto di ricorrere così massicciamente all’indebitamento per finanziarsi, con un’incidenza sulle loro disponibilità effettive che supera di molto la capitalizzazione, e la logica determinante del breve termine non consentono di sapere in realtà a chi appartengano nei diversi momenti della loro esistenza e dunque di chi siano dipendenti i lavoratori delle imprese acquistate. A causa degli strumenti che utilizzano, non di rado tali fondi coprono infatti il finanziamento con il loro capitale per una percentuale pari al 20%, mentre il restante 80% è frutto di debiti, che hanno bisogno, per essere sostenibili, di tassi decisamente bassi. Deriva anche di qui l’enorme instabilità dei mercati, messi costantemente sotto pressione dalle esigenze di liquidità per alimentare erogatori di credito e acquirenti di carta commerciale a corto di risorse e senza una proprietà certa. D’altra parte se tali erogatori non vengono protetti, in primo luogo dalle banche centrali con immissioni di pronti contro termine per decine di miliardi di dollari in pochi giorni, minacciano di disfarsi del loro portafoglio titoli, per reperire liquidità, travolgendo persino le società migliori in loro possesso perché appunto quelle più facilmente cedibili. La mancanza di una struttura proprietaria stabile porta con sé, altrettanto di frequente, rischi di insider trading destinati a stravolgere il valore “reale” degli asset a cui i fondi, per i caratteri prima accennati, non sono mai legati in maniera duratura. L’essere fuori dalle Borse accentua ancora di più questa opacità, che si estende ovviamente alle società in cui tali fondi decidono di entrare; ma anche nel caso in cui i fondi scelgano di quotarsi, come ha fatto Blackstone, permane il pericolo che diventino delle gigantesche investment bank, senza sopportarne il costo fiscale e senza sottomettersi alle regole previste per tali funzioni. Proprio la vicenda Blackstone permette peraltro di allargare ancora il ventaglio dei problemi in quanto nel suo capitale ha fatto recente ingresso uno degli ormai noti fondi sovrani in mano del governo cinese, con l’acquisizione di una significativa quota del 10%. Un fondo opaco risulta così partecipato da uno Stato del tutto estraneo a forme democratiche sia in campo politico che in quello economico; se tale fondo controlla pezzi del sistema produttivo in varie parti del pianeta, l’idea che il mercato abbia delle regole a cui i players devono “correttamente” rispondere, sulla base di una non mai chiarita “reciprocità”, appare assai debole. Ai fini della trasparenza della catena della proprietà societaria certo non giova neppure il continuo abuso che i fondi fanno dei paradisi fiscali. Le isole Cayman sono la capitale mondiale dell’industria degli hedge, tanto che su 9000 fondi censiti nel primo semestre 2007, 8522, pari all’87% del totale, risultano registrati a George Town. Qualche preoccupazione in tal senso emerge anche in relazione alla proprietà delle ruggenti imprese cinesi, dove accanto allo Stato compaiono investimenti diretti esteri che provengono per quasi 15 miliardi da paradisi fiscali (11 miliardi dalle sole Virgin Islands), contro i “soli 3 miliardi provenienti “formalmente” dagli Stati Uniti e i 4,5 dal Giappone. Altrettanto complesso è capire chi siano realmente gli azionisti cinesi di un gruppo come Petrochina che nel 2007 ha messo sul “mercato” alla Borsa di Shanghai, di fatto chiusa agli investitori esteri, il 13% del suo capitale e ha raggiunto un valore complessivo di 1000 miliardi di dollari, divenendo la prima società al mondo per capitalizzazione con una cifra pari circa alla somma della seconda e della terza società in classifica, Exxonmobil e General Electric. L’ossimoro di un capitalismo senza faccia - o dalle tante facce estranee al mercato in senso stretto - pare una prospettiva per nulla astratta. E’ necessario poi fare riferimento almeno sommario a due altri elementi che certo condizionano la natura delle strutture proprietarie, rappresentati dalla sempre maggiore vocazione finanziaria delle grandi fusioni societarie e dalla “privatizzazione” delle società che gestiscono i listini di Borsa. In mercati finanziari dove le tendenze rialziste sono molto accentuate per effetto della percezione diffusa di una domanda smisurata, le fusioni e le acquisizioni, che di fatto costituiscono dei monopoli reali, hanno però l’immediata conseguenza di generare shareholder value, valore finanziario, inducendo processi in cui la stabilità della proprietà e delle strategie di investimento è ampiamente sacrificata al rendimento trimestrale. In questa stessa economia finanziaria le gestione dei listini è sempre più la sede di alti profitti e dunque le catene di controllo delle società che se ne occupano sono destinatarie di continue attenzioni. Di nuovo, con pericoli decisamente evidenti di conflitti di interesse e di “azzardo morale”, forse l’epiteto migliore per definire moltissimi comportamenti à la page. 3) Si profila il ruolo dei fondi sovrani che forniscono liquidità al mercato, consentendo tassi bassi, e quindi non frenando l’inflazione, spinta dagli alti prezzi delle materie prime e dell’energia, che permettono ai paesi titolari dei medesimi Fondi sovrani di avere le entrate in dollari per sostenere i fondi stessi. Al ruolo di questi fondi si lega anche quello, più generale, della rinascita degli Stati nelle economie contemporanee, un fenomeno sempre più evidente in gran parte del pianeta: le principali potenze esportatrici stanno infatti rinazionalizzando alcuni settori strategici e stanno immettendo le risorse della loro bilancia commerciale in fondi che non si limitano più a compiti di stabilizzazione, attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro Usa o di altri paesi maturi, ma puntano a vere e proprie acquisizioni societarie4) Esiste sempre più il “rischio” di un dollaro debole; è molto “particolare” la strategia della FED che punta sul dollaro debole per far pagare all’estero il riaggiustamento della bilancia commerciale USA, ma ciò pone vari problemi. Nel quarto trimestre del 2007 il PIL degli USA è cresciuto solo dello 0,6%, raggelando ogni tipo di previsione, e il Fondo Monetario Internazionale ha reso gli scenari ancora più cupi fornendo una stima di crescita del paese a stelle e strisce vicina ad un misero 1,5%, giudicato peraltro un risultato assai ottimistico. Si tratta di segnali preoccupanti – bastano due trimestri in rosso per scatenare la recessione – visto che il mercato interno americano vale da solo circa 10 mila miliardi di dollari ed è quindi il luogo privilegiato di destinazione delle merci dei paesi emergenti, a loro volta mercato di molti produttori europei; le aziende italiane esportano in Germania, che esporta in Cina, e quest’ultima esporta negli Stati Uniti. Al tempo stesso, le piazze finanziarie USA costituiscono il terminale fondamentale per gli impieghi dei capitali di gran parte del mondo. Una recessione degli Stati Uniti dunque avrebbe effetti molto pesanti ovunque. Quali siano le cause di una simile eventualità è almeno in parte noto. Sta bruscamente frenando il mercato immobiliare, crollato del 16,9% nel 2007, con il pericolo di ulteriori ribassi e di milioni di pignoramenti che metterebbero in ginocchio un settore decisivo per gli States. Continua a pesare il deficit commerciale che ha raggiunto cifre stratosferiche, in particolare nei confronti della Cina. Esiste poi una crisi finanziaria, causata dai mutui subprime, ma divenuta rapidamente sistemica in quanto ha provocato la svalutazione di asset per decine di miliardi di dollari a danno delle principali banche, 14 delle quali sono ora sottoposte ad indagine dell’FBI per aver occultato il rischio reale connesso ai prodotti messi sul mercato; molte assicurazioni stanno denunciando perdite analoghe. Sulla scia di questi dati i listini USA hanno subito brusche cadute e una perdurante volatilità, accentuata dalle paure che gli strumenti della nuova ingegneria finanziaria abbiano disseminato il rischio dell’insolvenza tra banche e fondi di tutto il pianeta attraverso “opache” cartolarizzazioni. Un simile quadro, già sufficientemente cupo, è aggravato dalle difficoltà di alcuni comparti tradizionali, come quelli delle automobili e dell’acciaio, con conseguenze evidenti sul mercato del lavoro, dove la disoccupazione è salita al 5%. Neppure le guerre sembrano svolgere un’azione di stimolo all’economia ed anzi stanno decisamente costando molto alle casse federali. Per evitare che sintomi tanto preoccupanti possano tradursi in una malattia conclamata, le istituzioni statunitensi hanno posto in essere una ricetta composta da robusti incentivi fiscali, superiori di quattro volte alle cifre di una legge finanziaria italiana, e da tagli altrettanto decisi ai tassi d’interesse, ridotti di 2,25 punti percentuali in meno di quattro mesi. L’obiettivo è chiaro; stimolare i consumi e garantire la liquidità necessaria a sostenere i corsi dei titoli e il credito, voci fondamentali per un paese che dipende in maniera enorme da simili settori, alla luce di un gigantesco indebitamento delle famiglie, della quantità in loro possesso di titoli finanziari e dell’importanza dei loro consumi. Inoltre il dollaro debole dovrebbe servire a rilanciare le esportazioni, sistemando la bilancia con l’estero. Sulla riuscita di tali interventi, tuttavia, pesano alcune incognite. Il primo rischio è connesso alla ripresa dell’inflazione, già oggi quasi al 4% se calcolata sulla base dei consumi personali, sospinta dall’ aumento del prezzo delle materie prime e dell’energia, a cui si unisce l’effetto moltiplicatore del dollaro svalutato. Finora l’inflazione è stata contenuta dalle importazioni a basso prezzo delle merci e dei servizi cinesi, ma anche in Cina l’inflazione ha preso a galoppare e quindi le sue capacità di esportare deflazione si stanno rapidamente contraendo. In secondo luogo la fragilità del dollaro rischia di provocare fughe dal biglietto verde ad opera degli attuali detentori principali di esso. Cinesi e arabi possiedono riserve e impieghi per qualche migliaio di dollari che, a causa del deprezzamento della valuta USA, stanno rapidamente perdendo di valore; se decidessero di abbandonare, almeno in parte, il dollaro sarebbe un duro colpo per l’economia americana. Se poi il dollaro cessasse di essere la principale moneta di riserva del sistema finanziario planetario e sparisse la possibilità per la FED di stamparne di fatto senza limiti, pagare il già ricordato deficit commerciale diventerebbe per gli Stati Uniti durissimo in quanto non potrebbero più dare in cambio delle merci importate una loro “merce” come il dollaro. Uno scenario tanto più nero, qualora i possessori esteri dei titoli del Tesoro statunitense, impauriti, decidessero di venderli. In tale caso, la politica dei tagli agli interessi – la ricetta di Greenspan e ora di Bernanke - diverrebbe ben presto inattuabile e solo con remunerazioni più alte, e più costose, da parte del Tesoro USA sarebbe possibile attirare capitali internazionali. Ma il dubbio più grande riguarda la sostenibilità della finanza innovativa perché, qualora la crisi dei subprime, trasmessa alle banche, finisse per contagiare strumenti di largo utilizzo come le carte di credito, i guai diverrebbero molto seri. Per valutare se gli Stati Uniti entreranno in recessione, si tratta allora solo di capire se stanno vivendo troppo al di sopra delle loro possibilità e se il mondo è ancora disposto a permetterglielo. Sta finendo dunque la centralità del dollaro come moneta internazionale? Questa sembra essere la principale domanda che circola negli ambienti economici e finanziari alla luce di una serie di dati molto chiari. Il cambio euro-dollaro si avvicina spesso a 1,50, con una moneta europea mai così forte neppure ai tempi del supermarco, mentre il prezzo del petrolio è a ridosso dei 100 dollari al barile e continua a trascinare il biglietto verde al ribasso. E’ evidente che qualcosa sta rapidamente cambiando nel panorama mondiale e forse si profila la fine della fiducia illimitata nella moneta statunitense. Dal 1971, quando Nixon rimosse la convertibilità aurea del dollaro fino ad oggi, mai la credibilità di tale divisa è stata così bassa. La forza politica ed economica degli USA era riuscita sempre a convincere il resto del mondo che utilizzare dollari significava stabilità e buoni risultati. Il presidente Reagan e i responsabili della Federal Reserve, prima Voelcker e poi Greenspan, avevano saputo “dollarizzare” il pianeta, garantendo attraverso gli alti tassi d’interesse un ottimo rendimento a chi avesse investito in attività denominate in dollari. Lo stesso obiettivo era stato raggiunto da Clinton rafforzando il ruolo degli Stati Uniti come il più grande mercato di consumo a livello planetario, dove si poteva vendere appunto accettando il dollaro quale moneta di riferimento. Anche la delocalizzazione delle imprese americane in giro per il mondo, portato della globalizzazione dei capitali, aveva favorito la diffusione del dollaro in un momento di forte slancio dell’economia USA. In maniera analoga, aveva contribuito a ciò il basso prezzo del petrolio e delle materie prime che avevano permesso al dollaro, la moneta con cui si operavano gli scambi di tali beni, di restare a lungo solido e stabile. La forza politica e militare faceva il resto. Oggi un simile quadro è molto cambiato. Il cuore dell’economia planetaria si è spostato in Cina, in India e in altri paesi emergenti, che proprio dal 2006 hanno superato le “vecchie” potenze nella determinazione del Prodotto interno lordo mondiale. Le loro merci e i loro servizi si dirigono in gran parte verso gli Stati Uniti che pagano in dollari, destinati quindi ad accumularsi presso operatori economici ed autorità monetarie di Cina, India, Arabia Saudita e di pochi altri paesi esportatori. Solo la Cina dispone di riserve in dollari per oltre 1400 miliardi di dollari, dieci volte di più del valore dei dollari nelle mani della Federal Reserve. L’attuale debolezza del dollaro, portato delle difficoltà dell’economia USA e di un deficit della bilancia commerciale pari al 7% del PIL, rischia però di provocare pesanti danni a queste riserve tanto da indurre le stesse autorità monetarie cinesi e di altri Stati a cominciare a liberarsene, approdando a valute in questo momento molto più forti e redditizie come l’euro. Deriva da ciò il brusco rafforzamento della moneta europea che è causato non tanto da un ottimo stato di salute dell’economia del Vecchio Continente, quanto dalla fuga dei paesi emergenti dal dollaro debole. In tale quadro persino le imprese statunitensi delocalizzate fuori dagli States tendono a preferire l’euro per i suoi meriti di stabilità e rendimento rispetto al dollaro. Il rialzo dei prezzi del petrolio e delle materie prime inoltre scatena tensioni inflazionistiche che il dollaro debole non è in grado di contenere e quindi anche da questa prospettiva il ricorso all’euro appare sempre più necessario. Le molteplici cause della crisi del dollaro stanno dunque conducendo all’affermazione dell’euro come moneta di riferimento internazionale, almeno fino a quando lo yuan non sarà sufficientemente affidabile, ma l’Europa, con un’economia tutt’altro che florida, è in grado di assumersi un ruolo così determinante ed impegnativo? Quasi contemporaneamente alle recenti e ripetute dichiarazioni di Bernanke a favore di un taglio dei tassi, il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, si esprimeva con altrettanta forza in maniera del tutto opposta. Per l’eurozona il vero e pressoché unico pericolo risulta l’inflazione contro la quale, afferma Trichet, è necessaria ed urgente una “guerra preventiva”, rialzando i tassi di interesse, o comunque non riducendoli in via preventiva. Con toni quasi militareschi, il responsabile della Bce ha auspicato un raffreddamento prima di tutto dei salari nella speranza di riuscire a difendere, nel prossimo futuro, il potere d’acquisto degli europei; una intenzione ineccepibile in termini “monetari” che lascia però qualche dubbio visto l’ormai conclamato manifestarsi, hic et nunc, di una non rinviabile questione salariale in diversi paesi del Vecchio Continente. Forse Trichet si preoccupa troppo dei numerosi rinnovi contrattuali aperti nei principali sistemi produttivi europei e meno dell’andamento dell’economia in senso generale, della redistribuzione della ricchezza e della capacità reale di consumo, messa a dura prova dal rialzo dei prezzi di molti generi primari che in maniera quasi paradossale sono sottostimati nel determinare il peso del paniere dell’inflazione. Se è vero che occuparsi di tali temi non figura tra i compiti del presidente della Bce, è altrettanto vero che una politica monetaria dannosa perché rigida fino all’eccesso corre il rischio di provocare guai seri e difficilmente riparabili dalle politiche economiche dei singoli stati. Con tassi di interesse europei che torneranno ad essere superiori rispetto a quelli USA, con difficoltà crescenti nelle esportazioni dettate dai cambi in molte zone “agganciate” al dollaro, con mutui e rate in forte rialzo e con il prosciugarsi della liquidità, sembra veramente difficile che l’Europa riesca a conoscere una maggiore giustizia sociale e una migliore crescita. Il pericolo reale è che dopo aver pagato a caro prezzo il processo di unificazione e di allargamento dei propri confini, con un tangibile impoverimento soprattutto dei lavoratori dipendenti, l’Unione Europea si trovi ora impegnata a sopportare, in gran parte da sola, i costi della ristrutturazione dell’economia mondiale, a cominciare dalle difficoltà della ex locomotiva statunitense. Forse qualcuno sta sopravvalutando le nostre forze. Peraltro alcuni osservatori sostengono che l’inflazione non dipenda più, se non in minima parte, dalle politiche di cambio di Fed e Bce, dal momento che le variabili che incidono su di essa sono di fatto estranee alle condizioni della moneta in senso stretto; il già ricordato, radicale, aumento della domanda di beni alimentari a fronte di una offerta rigida, così come la crescita impressionante della domanda reale e speculativa di energia sono fattori ben poco gestibili per via monetaria. Anche il largo uso del contante in molti paesi in via di sviluppo concorre al medesimo fenomeno 5) biocarburanti e agroinflazione. Da diversi mesi si parla di un sensibile aumento dei prezzi dei generi alimentari, certificato peraltro da numerosi dati non solo a livello nazionale; il commissario europeo all’Agricoltura, Fischer Boel, ha reso noto che negli ultimi 12 mesi si è verificato un incremento nel prezzo dei cereali pari al 50%. Questo brusco rialzo non ha ancora inciso in profondità sulle tasche dei consumatori solo perché l’inflazione nel suo complesso è rimasta sotto il 2% per l’abbattimento di altre voci che la compongono. L’ “agroinflazione”, tuttavia, pare sempre più presentarsi come una delle grandi questioni del nostro futuro prossimo. Al di là delle pur pesanti distorsioni che tendono ad affliggere la filiera agroalimentare, è indubbio infatti che la domanda mondiale di beni alimentari è esplosa negli ultimissimi anni: paesi come la Cina e l’India hanno perso l’autosufficienza agricola e sono diventati importatori netti gravando sui prezzi dei generi primari. Inoltre, il parziale miglioramento delle condizioni di vita di tali popolazioni ne sta modificando la dieta, spingendole ad un maggior consumo di carne, la cui produzione provoca un maggior consumo di cereali: per ottenere un chilo di carne ne servono ben sette di cereali. Un’altra causa del rialzo dei prezzi dei cereali è rappresentata dal forte sviluppo della produzione dei cosiddetti biocarburanti, soprattutto in alcune zone del pianeta. L’amministrazione Bush ha previsto una produzione di bio carburante per trasporto di 132 miliardi di litri entro il 2016, per ridurre la dipendenza dal petrolio. In Brasile le proiezioni indicano per la medesima data una produzione di circa 44 miliardi di litri, contro gli attuali 21 miliardi. Anche nell’Unione Europea l’ammontare di semi oleosi, soprattutto di colza, utilizzato per produrre biocarburanti dovrebbe passare nello stesso arco temporale da 10 a 21 milioni di tonnellate. Tutto ciò significa minori superfici destinate a soddisfare bisogni alimentari. Inoltre, le ancora forti politiche di sussidio dei prezzi agricoli, oggi rese certamente meno necessarie dal già loro alto livello, così come le chiusure del mercato europeo ai beni di numerosi paesi in via di sviluppo, contribuiscono a spingere l’agroinflazione; un fenomeno ulteriormente accentuato dalla intensa speculazione finanziaria che contraddistingue anche il mercato delle commodities, dove pressoché tutti scommettono su nuovi rialzi, trascinando le quotazioni dei cereali a livelli fino a pochi mesi fa impensabili: un bushel di frumento ha superato i 10 dollari contro i 6 registrati in primavera. Ad accrescere i prezzi agricoli collaborano poi i rapidi e drammatici cambiamenti climatici che si traducono in riduzione delle piogge, in desertificazione e in violentissime calamità naturali. Infine, lo stesso rialzo del petrolio, e più in generale delle fonti energetiche, pur contenuto nel caso europeo dall’euro forte, riveste un ruolo significativo nell’accrescere i costi di produzione agricoli. Siamo dunque di fronte ad uno scenario per molti versi nuovo e preoccupante che 1) metterà in discussione le politiche agricole e commerciali europee, tanto è vero che la UE ha già deciso di consentire ai propri membri di aumentare l’estensione delle terre coltivate, 2) colpirà soprattutto le fasce più deboli, quelle cioè che destinano una parte significativa del proprio reddito ai beni primari, 3) aggraverà la situazione dei paesi importatori di prodotti agricoli, a cominciare dal già disastrato continente africano. Le tensioni al rialzo dei prezzi scateneranno al tempo stesso attriti nella grande distribuzione e imporranno significative trasformazioni nella filiera agroalimentare, inducendo inevitabilmente ad un suo accorciamento. Un dato, comunque, sembra profilarsi con grande evidenza; l’agricoltura che pareva il settore destinato alla definitiva marginalizzazione, quantomeno nei paesi a capitalismo maturo, sta tornando ad essere veramente il settore “primario” su cui investire per scongiurare i rischi di nuovi conflitti e di nuove povertà.
Un fenonemo nuovo; un approfondimentoIl panorama agricolo mondiale sta conoscendo un forte aumento dei prezzi di molti prodotti che tendono a salire con una rapidità estrema.
[1] R. Capezzuoli, Grano, cinque record in cinque giorni, in “Il sole 24 ore”, 29 settembre 2007.
[2] R. Capezzuoli, E’ l’ora di alimentari e beni rifugio, ivi, 4 gennaio 2008.
[3] J. Vidal, The Guardian, 29 agosto 2007.
[4] FAO, Food Outlook, novembre 2007.
[5] M. Barnier, “Libération”, 3 settembre 2007.
[6] Si vedano in particolare i vari studi recenti di N. Myers e di W. Sachs.
[7] R. Sorrentino, Dalla Cina l’allarme inflazione, in “Il sole 24 ore”, 14 novembre 2007 e B. Emmott, Cina, il regime ha paura dell’inflazione, in “Il Corriere della Sera”, 13 novembre 2007.
[8] J. Berthelot, Wto alla fine del ciclo, in “Le Monde diplomatique”….
[9] OECD-FAO Agricultural outlook: 2006-2015. Si vedano in tal senso anche i dati forniti da Unctad e PAM.
[10] In Italia, si è assistito allo smantellamento di fatto della produzione nazionale di zucchero (-60% tra il 2005 e il 2007) e alla riconversione produttiva dei 13 stabilimenti coinvolti in precedenza nella produzione di zucchero nel settore dell’energia da biomassa e del bioetanolo da mais e cerali; un impegno che richiede circa 1,3 miliardi di euro in investimenti, con un finanziamento dell’Unione europea pari a 527 milioni (A. Romeo, Agro-energia da 1,3 miliardi, in “Il sole 24 ore”, 28 novembre 2007).
[11] M. Di Nola, L’Etiopia va a biocarburante, in “Il sole 24 ore”, 8 gennaio 2008.
[12] M. Cochi, Pericolo verde, in “Nigrizia”, ottobre 2007, pp. 30-33.
[13] E. Holtz-Gimenez, I cinque miti della transizione verso gli agrocarburanti, in “Le Monde diplomatique”…
[14] Decisione del Consiglio d’Europa, del 20 febbraio 2006, relativa agli orientamenti strategici comunitari per lo sviluppo rurale (periodo di programmazione 2007-2013).
[15] A. Merli, Salta il tavolo del Doha Round, in “Il sole 24 ore”, 22 giugno 2007.
[16] FAO, Southern Africa, 2006/2007 Mid-season Update, January 2007.
[17] M. Leporati, Carichi più costosi dalla Cina, in “Il sole 24 ore”, 2 ottobre 2007.
[18] M. Cappellini, Maxi-piano per autostrade, energia e tlc, in “Il sole 24 ore”, 13 novembre 2007.
[19] G. Albanese, L’Africa dell’eterna emergenza, in “Avvenire”, 22 settembre 2007.
- Fine articolo Appunti di geoeconomia tutto di tutto
Appunti di geoeconomia tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.