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Emys orbicularis (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Tartaruga d’acqua dolce
Categoria IUCN:
VU A1cd
Tassonomia.
La tartaruga d’acqua palustre (Emys orbicularis) appartiene alla famiglia Emididi, che in Europa è rappresentata da due specie, E. orbicularis e Mauremys caspica, quest’ultima presente nella Penisola Iberica, ma assente in Italia. Nel suo ampio areale di distribuzione E. orbicularis mostra una spiccata variabilità geografica. Un tempo considerata specie monotipica, sono state recentemente descritte nove sottospecie, due delle quali italiane (E. o. capolongoi della Sardegna, ed E. o. galloitalica della penisola italiana (Fritz et al., 1996). La tartaruga d’acqua si distingue facilmente dalle testuggini terrestri (genere Testudo) per il carapace poco convesso e per le dita sempre palmate, adattamenti alla vita acquatica. In questi ultimi anni è andata diffondendosi nelle zone umide soprattutto del Nord Italia una entità alloctona di tartaruga d’acqua (Trachemys scripta, la tartaruga d’acqua dalle orecchie rosse o tartarughina della Florida), importata dall’America come animale da appartamento. Questa specie si distingue facilmente da E. orbicularis per il disegno del capo, in particolare per la banda rosso-vivo dietro l’occhio.
Distribuzione passata e presente.
E. orbicularis ha un ampio areale di distribuzione. E’ presente nelle regioni Nord Africane (Marocco, Algeria, Tunisia) e nell’Europa meridionale, si spinge nei territori dell’Europa centro-orientale raggiungendo a Nord la Lettonia e sconfinando ad Est in Asia Occidentale sino al Lago Aral. E’ estinta in Svizzera e in Germania occidentale e in forte declino in Francia ed in Austria (SEH CC, 1990). In Italia è presente un po’ ovunque, lungo la penisola, e nelle isole maggiori (Sardegna, Sicilia e Corsica). Al Nord è diffusa nelle regioni orientali (Veneto, Emilia-Romagna), più rara in Lombardia, risulta estinta in molte zone del Piemonte, della Valle d’Aosta e della Liguria. Predilige i territori di bassa quota spingendosi raramente oltre i 500 m, ma nell’Italia meridionale non è raro trovarla a quote superiori, eccezionalmente sino a 1500 m (Calabria: Tripepi et al, 1990 ; Rossi et al., 1991). Nel corso di questo ultimo secolo, in Italia, la specie è divenuta sempre più rara, con popolazioni sempre più esigue ed isolate.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Emys orbicularis è l’unica tartaruga acquatica indigena del continente europeo.
Habitat: acque ferme o a lento corso, preferibilmente con una ricca vegetazione rivierasca ed emergente, ma anche in assenza di questa. Trascorre gran parte del tempo nell’habitat acquatico anche se non è raro osservarla quando si sposta in ambiente terrestre o, più frequentemente, quando è ferma sulle rive o su tronchi d’albero in attività di termoregolazione. Le temperature dell’aria ottimali si aggirano intorno a 20-24 °C, anche se è stata osservata in attività a temperature inferiori a 10 °C. Può svernare sia sul fondo degli stagni, sia a terra. Le uova vengono deposte sempre a terra. La temperatura preferenziale è di normale attività è di 20°-24°C; in primavera, tuttavia, possono scaldarsi al sole fino a raggiungere valori termici di oltre 30°C, mentre in estate, al disopra dei 25°C gli animali tendono a termoregolarsi in modo da mantenere le temperature cloacali a 23°-25°C. L’ibernazione inizia a Novembre-Dicembre ed è preceduta dalla perdita della capacità di termoregolarsi (Cherchi, 1958).
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono dimensioni maggiori dei maschi. I maschi hanno piastrone leggermente concavo, e coda più lunga e massiccia.
Dimensioni delle popolazioni: un tempo molto numerose, nella sola Laguna di Venezia i pescatori di inizio secolo potrebbero averne catturato ogni anno sino a 200.000 esemplari (Bruno, 1986). Tale notizia è peraltro molto dubbia. Forse comunque anche per questa ragione, le popolazioni attuali sono molto più esigue. In alcuni casi sono costituite da qualche decina di individui adulti (Rovero et al., 1996), in altri casi possono superare il centinaio.
Sex ratio: il rapporto sessi può variare da un maschio per femmina a un maschio ogni tre femmine. In una popolazione del Delta del Po (Bardello), Mazzotti (1995) ha trovato una sex ratio di 1:2 (23.6% maschi, 57.5% femmine e 18.9 immaturi). Questo strano sbilanciamento della sex ratio in senso femminile può essere il risultato di un meccanismo misto (cromosomico ed ambientale) di determinazione del sesso (Servan et al., 1989; cfr. Balletto, 1995).
Comportamento riproduttivo: in Friuli gli adulti sono già attivi a Marzo, con temperature dell’acqua di 8°-10°C (Dolce et al., 1982). Gli accoppiamenti, che avvengono per lo più in acqua, possono essere osservati da marzo ad ottobre (periodo di attività della testuggine), ma sono più frequenti nei primi mesi primaverili. Il maschio, una volta avvicinata la femmina, le nuota a fianco, questa può affondarsi leggermente consentendo quindi al maschio di montarle sul dorso. L’accoppiamento dura circa un’ora. Il picco delle deposizioni è tra giugno e luglio. La femmina pronta a deporre le uova si allontana, spesso di notte, dall’ambiente acquatico e dopo un’attenta cernita sceglie il sito di nidificazione. Qui scava una buca profonda 8-30 cm e larga 6-10 cm ove depone da 8 a 10 uova, ciascuna delle quali pesa 6-8 g ed ha dimensioni 3-4 cm x 2-3 cm. Una stessa femmina può accoppiarsi e deporre uova più volte nel corso dell’anno.
Sviluppo: le uova schiudono dopo qualche mese dalla loro deposizione (se la deposizione è avvenuta alla fine dell’estate la schiusa può avvenire all’inizio della primavera successiva). I piccoli alla schiusa hanno un carapace lungo 20-30 mm. L’accrescimento è molto lento e a sei anni le dimensioni raggiunte non superano i 60-70 mm. La maturità sessuale viene raggiunta tra i 6 e gli 8 anni in entrambi i sessi. Le tartarughe acquatiche sono animali molto longevi con durata media della vita di 20 o 50 anni.
Alimentazione: specie onnivora, prevalentemente carnivora. Si ciba sia di invertebrati (prevalentemente insetti acquatici, molluschi e oligocheti), che di vertebrati (pesci, girini, anfibi adulti, giovani serpenti e anche piccoli mammiferi).
Rapporti con altre specie: i giovani sono soggetti ad una intensa pressione predatoria da parte di volpi e mustelidi, aironi e corvidi. La pressione sugli individui adulti, ad eccezione di quella esercitata dell’uomo, è molto più debole.
Cause del declino.
Le cause principali del declino di questa specie sono la progressiva scomparsa degli habitat acquatici e il deterioramento di quelli ancora presenti. La intensa urbanizzazione di molte zone di pianura, soprattutto costiere, e le opere di captazione e regolazione delle acque hanno comportato la scomparsa di molte aree umide minori in cui questa specie era presente. Anche la cattura sregolata effettuata dall’uomo ha contribuito alla rarefazione ed estinzione di molte popolazioni di tartaruga d’acqua. Si teme che il rilascio in natura di migliaia di individui ogni anno di tartarughine americane (Trachemys scripta elegans), potenziale vettore di infezioni, possa creare ulteriori problemi alla sopravvivenza della nostra testuggine. Non è ancora chiaro al momento se la specie americana possa riprodursi con successo in Italia, anche se è in grado di farlo in cattività. Capula (1997) cita l’osservazione di alcuni individui immaturi e di adulti in corteggiamento a Villa Borghese (Roma), nonché di un altro corteggiamento a Latina. Quello che è ormai sicuro, comunque, è che tale specie è in grado di sopravvivere in natura per periodi di tempo molto lunghi, comportandosi come una specie introdotta.
Bibliografia
Ballasina D., 1995 - Salviamo le tartarughe. Edagricole, Bologna
Balletto E., 1995 - Zoologia evolutiva. Zanichelli, Bologna.
Capula M., 1997 - Chelonian Consn Biol., 2(3): 417-419.
Cherchi M. A., 1958 - Termoregolazione in Emys orbicularis (Linneo). Boll. Musei Ist. biol. Univ. Genova, 28 : 123-168.
Dolce S., Lapini L., Stergulc F., 1982 - Contributo preliminare allo studio dell’erpetofauna della bassa pianura friulana. Note eco-etologiche sugli Anfibi e Rettili del Bosco Baredi e Selva di Arvonchi (Muzzana del Turgnano, Udine), pp. 9-35. CNR Roma, AQ/1/181.
Ferri V., Di Cerbo A. 1996 - La Trachemys scripta elegans (Wied, 1839) negli ambienti umidi lombardi: inquinamento faunistico o problema ecologico? Riassunti 1° Congresso Nazionale Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre, 1996): pag. 131.
Frisenda S., 1988 - Situazione attuale delle testuggini terrestri e palustri in Italia con particolare riferimento alle regioni meridionali. Boll. Gruppo RANA Italia, 1988: 13-18.
Fritz U., Keller c., Budde M., 1996 - Eine innerartlichen Variabilitat von Emys orbicularis (Linnaeus, 1758) 5b. Intraspezifische Hierarchie und Zoogeographie (Reptilia: Testudines: Emydidae). Zool. Abj. Staatl. Mus. Tierkunde, Dresden, 49 (3): 31-71.
Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) - Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane. 27. AQ/1/205. CNR, Roma.
Lebborini M., Chelazzi G., 1991 - Activity patterns of Emys orbicularis L. in central Italy. (Chelonia, Emydidae). Ethol. Ecol. Evol., 3: 268-357.
Mazzotti S., 1995 - Population structure of Emys orbicularis in the Bardello (Po Delta, Northern Italy). Amphibia-Reptilia, 16: 77-85.
Rossi F., Ripolo D., Scalzo A.; Trecroci T.; Tripepi Sandro; Giacoma C., 1991 - Banca dati dell'erpetofauna calabrese. Atti S.I.T.E. 12: 977-981.
Rovero F., Lebbroni M., Chelazzi G., 1996 - Organizzazione spaziale e temporale dell’attività in una popolazione di tartaruga palustre europea Emys orbicularis (L.). Riassunti 1° Congresso Nazionale Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre, 1996): pag. 8.
Servan J., Zaborski P., Dorizzi M., Pieau C., 1989 - Female-biased sex ratio in adults of the turtle Emys orbicularis in France: a probable consequence of interaction of temperature with genotypic sex determination. Can. J. Zool., 67: 1279-1284.
SEH CC - SOCIETAS EUROPAEA HERPETOLOGICA -CONSERVATION COMMITTEE, 1990 - Threatened Reptiles in Europe requiring special conservation measures. Council of Europe, Strasbourg, T-PVS (90) 57.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1990 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Mus.reg.Sci.nat.Torino, 1: 189-196.
Testudo graeca Linnaeus, 1758
Nome italiano: Testuggine moresca
Categoria IUCN:
VU A1cd
Tassonomia.
Specie politipica. Si distingue dalla testuggine di Hermann (Testudo hermanni) per l’assenza dell’astuccio corneo sull’apice della coda, per la presenza di speroni ai lati della coda stessa e per la presenza di una sola placca cornea sopracaudale (due in T. hermanni). Gli adulti sono anche facilmente riconoscibili da quelli di T. marginata per via della diversa forma e colorazione del carapace (in T. marginata il carapace è allungato e scampanato lungo i fianchi e presenta una colorazione scura tendente al nero). Sono state descritte cinque razze geografiche, di cui due T. graeca graeca e T. graeca ibera sono presenti in Europa. Le popolazioni italiane appartengono alla sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
T. graeca presenta un areale disgiunto. La sottospecie nominale è distribuita lungo le coste nord-africane del Mediterraneo, nella Spagna Meridionale e nell’Italia meridionale (soprattutto in Calabria, in Sicilia e in Sardegna, con sporadiche segnalazioni sulla costa campana e laziale), mentre T. graeca ibera è presente in Grecia e in Turchia. Le popolazioni italiane di T. graeca si ritiene non siano autoctone, ma introdotte in epoca storica dall’uomo e successivamente acclimatatesi.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La biologia ed ecologia della testuggine moresca è simile a quella della sua congenerica T. hermanni, specie autoctona della nostra penisola e su cui è stato effettuato un maggior numero di ricerche.
Habitat: come T. hermanni vive soprattutto nelle regioni costiere in ambienti dunosi di gariga e nei boschi aperti della fascia retrodunale. Lontano dalla costa la testuggine moresca abita le zone di boscaglia caducifoglia mista e i boschi caducifogli con dominanza di querce.
Dimorfismo sessuale: come in T. hermanni: la femmina raggiunge dimensioni maggiori dei maschi, questi hanno coda più massiccia e lunga.
Dimensioni delle popolazioni: non sono note stime precise della numerosità delle popolazioni italiane. Si ritiene che le popolazioni siano numericamente esigue, comprendendo poche decine di individui maturi.
Sex ratio: variabile localmente. La determinazione del sesso è infatti di tipo ambientale: a 23°27°C si ottiene il 100% di maschi; a 30°-33°C un 100% di femmine (cfr. Janzen e Paukstis, 1991; cfr. Balletto, 1995).
Comportamento riproduttivo: simile a quello già descritto per T. hermanni. Gli accoppiamenti hanno inizio a marzo e possono proseguire sino a settembre ed ottobre con una interruzione nei mesi estivi più caldi. Il maschio intercetta la femmina e tenta di copularla, talvolta l’approccio è piuttosto violento e produce ferite nella femmina. La deposizione avviene dopo tre o quattro settimane dalla copula, la femmina scava una buca poco profonda nel terreno e vi depone fino a 12 uova di dimensioni 3 x 4 cm. Le femmine sembra depongano tutte le uova in una volta e a differenza di T. hermanni hermanni, non costruiscono un secondo nido qualche settimana dopo la prima deposizione.
Sviluppo: la durata dello sviluppo embrionale varia in relazione alle particolari condizioni bioclimatiche della località, generalmente non supera i 4 mesi. Dalle uova escono giovani tartarughe lunghe 3 o 4 cm. L’accrescimento è lento. L’età della maturità sessuale non è nota, ma probabilmente è simile a quella osservata in T. hermanni (7-13 anni nelle femmine, qualche anno prima nei maschi). Sono animali molto longevi che in natura possono raggiungere i 50 anni di età.
Alimentazione: sia i giovani che gli adulti sono prevalentemente erbivori generalisti, potendosi cibare di una gran varietà di piante ed erbe del sottobosco. In Turchia è però frequente osservare esemplari della ssp. ibera nutrirsi di vari escrementi, o di cadaveri di uccelli (es. gabbiani), o di mammiferi (es. volpe) o addirittura di altre testuggini uccise dal traffico automobilistico, facendo così fronte al bisogno di apporto proteico.
Rapporti con altre specie: da adulta, grazie al robusto carapace che la protegge, la testuggine terrestre non ha molti nemici. I giovani, in cui il carapace è solo parzialmente ossificato, sono soggetti alla predazione di volpi, cinghiali, biacchi e corvi.
Cause del declino.
La presenza in Italia di questa specie è dovuta all’introduzione effettuata dall’uomo in epoche storiche. A differenza della testuggine di Hermann, questa specie, probabilmente, non è mai stata molto diffusa sul nostro territorio. E’ tuttavia probabile che in questi ultimi anni l’areale distributivo di T. graeca sia andato ulteriormente riducendosi a causa di un incontrollato sviluppo turistico dei litorali costieri e della loro intensa urbanizzazione, degli incendi responsabili della distruzione di intere aree di macchia mediterranea e del prelievo, a fini commerciali, degli esemplari in natura.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Ballasina D., 1995 - Salviamo le tartarughe. Edagricole, Bologna
Balletto E., 1995 - Zoologia evolutiva. Zanichelli, Bologna.
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Groombridge B., 1982 - The IUCN Amphibia-Reptilia Red Data Book. Part. 1. Testudines Crocodilia Rhynchocephalia. IUCN, Unwin Brothers Limited, Surrey.
Janzen F. J., Paukstis G. L., 1991 - Environmental sex determination in reptiles: ecology, evolution and experimental design. Biol. Rev., 66(2): 149-179.
Testudo hermanni Gmelin, 1789
Nome italiano: Testuggine di Hermann
Categoria IUCN:
VU A1cd
Tassonomia.
Testudo hermanni è, fra le tre testuggini terrestri presenti sul territorio italiano (le altre due specie sono T. graeca e T. marginata), quella che presenta una maggior diffusione. Si riconosce facilmente dalle altre due specie per la presenza di un astuccio corneo sulla punta della coda, per la mancanza di speroni sulle cosce e per la presenza di due placche sopracaudali. Specie politipica a distribuzione mediterranea viene distinta in due razze geografiche (Bour, 1986): una orientale, T. hermanni boettgeri, ed una occidentale, T. h. hermanni (conosciuta un tempo come T. hermanni robertmartensi Wermuth, 1952), cui si ritiene appartenga la maggior parte delle popolazioni italiane. La sottospecie nominale, rispetto alla razza orientale, è più vivacemente colorata e presenta due bande nere continue sul piastrone. In molte popolazioni naturali italiane l’attribuzione sottospecifica non è possibile per l’ibridazione tra individui autoctoni e quelli introdotti dall’uomo e provenienti, di regola, dalle regioni balcaniche.
Distribuzione passata e presente.
L’areale di distribuzione di T. hermanni comprende buona parte dell’Europa meridionale. La specie è presente nella Spagna orientale (Valenza, Catalogna), nella Francia meridionale, nelle regioni costiere della penisola italiana e di quella Balcanica a si spinge ad Est sino a raggiungere la Romania, la Bulgaria e la Turchia. E’ presente inoltre nelle maggiori isole del Mediterraneo e in talune minori. In Italia un tempo era comune nelle zone costiere occidentali e meridionali, oggi è meno diffusa, talvolta è rara, ma ancora presente in buona parte della penisola. Estinta in Liguria, sopravvive sulle coste della Toscana centrale e meridionale, nel Lazio e in Campania. In Calabria e in Puglia, dove un tempo era abbondante, oggi è divenuta molto rara. Le popolazioni della Sardegna (probabilmente alloctone) sono concentrate nelle regioni più settentrionali dell’isola. In Sicilia esistono ancora ricche popolazioni sulle pendici dell’Etna e nel Parco dei Nebrodi; sebbene meno numerosa, la specie è presente anche nelle zone più occidentali dell’isola. Sul versante adriatico della nostra penisola la specie è molto rara. In Emilia-Romagna sono presenti alcune popolazioni di origine molto probabilmente almeno in parte alloctona nelle province di Ferrara (Bosco della Mesola) e di Ravenna (Pineta di Classe, Pineta di S. Vitale) (Mazzotti e Stagni, 1993).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ la sola specie di testuggine originaria dell’Italia continentale.
Habitat: in Italia la testuggine di Hermann vive quasi esclusivamente in zone con clima mediterraneo, dal livello del mare a 300-400 m di quota. Solo in Sicilia la specie supera questi limiti altitudinali raggiungendo i 1300-1500 m. Nelle regioni costiere predilige gli ambienti dunali di gariga (dune fossili) e le pinete retrodunali, dove la copertura vegetazionale, non troppo folta, consente un buon irraggiamento al suolo. La macchia mediterranea e le leccete sono ambienti troppo chiusi per essere abitati stabilmente dalle testuggini, ma possono tuttavia essere utilizzati come aree di svernamento e estivazione. Lontano dalla costa la testuggine di Hermann colonizza prevalentemente la boscaglia caducifoglia mista e i boschi caducifogli con dominanza di querce. Lo home-range mostra notevoli variazioni stagionali e annuali (Calzolai e Chelazzi 1991). In primavera e autunno occupano aree più ampie (minimo poligono convesso: 3.1 ha) e hanno attività elevata, mentre in l’area occupata è moto minore estate l’attività è molto minore e diversi individui (18% circa) possono estivare (Bossuto et al., 1996).
Dimorfismo sessuale: la femmina raggiunge dimensioni maggiori del maschio. Il maschio si riconosce per via della coda più lunga e provvista di un robusto astuccio corneo terminale, per l’estremità posteriore del carapace molto convessa con il margine libero fortemente piegato verso il basso e per il piastrone concavo (piatto nella femmina).
Dimensioni delle popolazioni: le popolazioni sono generalmente poco numerose (da qualche decina a qualche centinaio di animali), anche se in alcune aree protette (Parco della Maremma, Parco dei Nebrodi) il numero di individui è ancora elevato. Nel Parco della Maremma è stata valutata una densità media di circa 3.44 esemplari ettaro, una densità cioè molto più bassa di quella valutata in altre zone del Mediterraneo (es. da 11 ind/ha nel massiccio dei Maures, in Francia [Cheylan, 1981; Stubbs e Swingland, 1984], a 39 ind/ha nel Montenegro [Meek, 1985] e fino a 40-50 ind/ha ad Alyki, in Grecia [Stubbs et al. 1980]). Tali densità, tuttavia, variano considerevolmente su scala microgeografica. In una zona costiera particolarmente idonea del Parco della Maremma (pineta aperta a Pino domestico), ad esempio, si sono osservati infatti valori molto più alti di quelli medi (6.11 es/ha Carbone e Paglione, 1991). In una zona collinare di 30 ha, compresa tra i 450 e 750 m, all’interno del Parco dei Nebrodi in Sicilia, sono state osservate circa 150 testuggini (Tomasetti, 1996).
Sex ratio: nella popolazione dei monti Nebrodi (Tomasetti, 1996) il rapporto sessi osservato è stato di 1 maschio ogni 2.4 femmine. Un dato bilanciato (1:1) è stato invece valutato complessivamente per il Parco della Maremma (GR). In realtà però il rapporto fra i sessi ‘operativo’ subisce forti oscillazioni stagionali. Nel caso della popolazione toscana, ad esempio, si è visto che varia da 0.458 in Maggio-Giugno a 1.457 (Luglio-Agosto) e a 3.5 (Settembre), marcando così un progressivo aumento nella percentuale di maschi attivi (Paglione e Carbone 1990; Carbone e Paglione, 1991). A livello termico (temperature cloacali) : la temperatura minima critica (immobilità assoluta) si verifica verso i 2°C; la temperatura di attività normale varia tra i 16° e i 32°C; la temperatura preferenziale fra 25°-30°C; quella di massima tolleranza volontaria è di 34°C (cerca rifugio all’ombra); il massimo critico è di 35°-36°C (al sole) o di 39°-42°C (ombra) (Cherchi, 1956). Si hanno inoltre indicazioni del fatto che queste testuggini siano in grado di compiere veri processi termogenetici, per quanto primitivi, e di termoregolarsi per via fisiologica, soprattutto in primavera (Cherchi, 1960; Arillo e Balletto, 1990).
Comportamento riproduttivo: il periodo degli accoppiamenti va da marzo a giugno e può essere seguito da una seconda fase autunnale. Il maschio in calore intercetta una femmina recettiva basandosi prevalentemente sull’olfatto. L’accoppiamento è spesso violento ed il maschio può mordere con il proprio becco corneo la compagna, ferendola. La durata dell’amplesso varia da poche decine di minuti ad un’ora. La deposizione delle uova avviene dopo 2-5 settimane dall’accoppiamento, la femmina, aiutandosi con le zampe posteriori, scava una piccola buca nel terreno e vi depone da 2 a 5 uova ellissoidali che pesano in media 14 g. La stessa operazione può essere ripetuta due settimane dopo. Nel corso di una singola stagione riproduttiva una femmina può deporre un massimo di 12 uova.
Sviluppo: la schiusa delle uova avviene dopo 2-4 mesi dalla loro deposizione (a seconda della zona e del periodo dell’anno in cui sono state deposte). Il picco delle nascite si ha generalmente nei primi mesi autunnali. Le giovani tartarughe sono lunghe 3-4 cm e pesano non più di 6-8 g. L’accrescimento è piuttosto lento, individui di sei anni di età hanno un carapace lungo in media 10 cm. I dati riportati in letteratura relativi all’età di maturazione sessuale sono spesso discordanti: secondo alcuni autori le femmine iniziano a riprodursi già al settimo anno di vita, secondo altri non prima del dodicesimo anno. Probabilmente l’età di maturità varia da popolazione a popolazione in relazione alle condizioni bioclimatiche delle aree colonizzate. Sembra tuttavia accertato che i maschi maturino due-tre anni prima delle femmine. In natura la testuggine vive in media 50 anni, in casi eccezionali può superare anche il secolo.
Alimentazione: le testuggini terrestri sono erbivori generalisti. Si cibano di una gran varietà di essenze vegetali, dalle foglie di fillirea, a quelle del pruno, del leccio e degli altri arbusti della macchia mediterranea, si alimentano inoltre di numerose specie erbacee, tra cui composite, graminacee, papilionacee ecc. Occasionalmente possono cibarsi anche di alcuni Molluschi e Artropodi del terreno.
Rapporti con altre specie: La testuggine terrestre può essere facile preda di numerose specie di mustelidi (es. Tasso), della volpe, di cani randagi, talvolta del cinghiale e di alcuni uccelli predatori (Falconiformi). La predazione si verifica soprattutto sui nidi, ma è facile incontrare anche individui adulti mancanti di parte degli arti.Cause del declino.
La testuggine di Hermann è una specie che ha subito in questi ultimi decenni un forte declino in tutto il suo areale. Le ragioni sono da ricercare nel progressivo deterioramento e distruzione degli habitat tipici di questa specie (dune, garighe, macchia mediterranea) dovute alla elevata urbanizzazione e trasformazione turistica dei litorali della nostra penisola, alla frammentazione degli habitat e ai frequenti incendi estivi. A titolo di esempio, un solo incendio verificatosi nel Massiccio dei Maures nel 1990 avrebbe ucciso oltre 10.000 testuggini, cioè il 10% dell’intera popolazione francese. Una seconda grave causa di declino è il prelievo di individui (sia adulti che giovani) ed il loro commercio come animali da compagnia. In alcune regioni italiane, inoltre, perdura la pratica ‘tradizionale’ di cibarsi di queste testuggini, arrostendole sulla fiamma. Tutte queste attività sono state ovviamente dichiarate illegali, sia da leggi regionali, sia almeno a partire dalla ratifica della convenzione di Berna, ma non sono state ancora estirpate completamente. Nelle aree protette (es. Parco della Maremma), la principale causa di diminuzione sembra essere rappresentata dall’eccesso di predazione effettuata dalle volpi (e in parte anche dai cinghiali, anch’essi specie protette) a carico delle uova, calcolata intorno al 92%. Una fra le caratteristiche più appariscenti della struttura di età della popolazione toscana sopra menzionata è la quasi assoluta mancanza di giovani individui aventi età inferiore ai 13 anni (su 288 individui osservati, si sono censiti 142 adulti, 80 anziani, 2 molto vecchi ed un solo giovane dell’anno), con una conseguente notevole difficoltà di rinnovamento della popolazione sul medio termine. Tale problema sembra essere invece attutito nelle aree in cui i predatori potenziali non sono protetti, come ad esempio nel costituendo Parco dei Monti Nebrodi (ME: Carbone e Paglione, 1991).
Bibliografia
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Testudo marginata Schoepff, 1792
Nome italiano: Testuggine marginata
Categoria IUCN
VU A1cd
Tassonomia.
Testudo marginata si differenzia dalle altre due specie presenti sul territorio italiano (T. hermanni e T. graeca) per la forma ed il colore scuro del carapace. Il carapace è allungato, con margini subparalleli, la parte centrale è leggermente compressa mentre quelle anteriore e posteriore sono svasate a campana (caratteristiche evidenti soprattutto negli individui più anziani). T. marginata è priva del cappuccio corneo sulla punta della coda, presenta una sola lamina sopracaudale e speroni ai lati della coda (talvolta assenti). Il piastrone presenta una vistosa macchia nera di forma triangolare.
Distribuzione passata e presente.
La testuggine marginata è ritenuta essere originaria della Penisola Ellenica e forse di alcune sue isole, ma è stata successivamente introdotta in altre regioni del bacino mediterraneo. In Italia sembra essere presente con popolazioni permanenti solo in Sardegna (in particolare nella Gallura e nella Nurra), dove non essendo conosciuta allo stato fossile potrebbe essere stata naturalizzata, anche a più riprese, a partire, si pensa, dal diciottesimo secolo. Di recente, tuttavia, sarebbero stati rinvenuti resti subfossili di questa specie in Toscana (SEH CC, 1990). Lungo la penisola italiana sono stati osservati singoli individui in Calabria, Campania, Lazio, Toscana e Liguria, ma non si ritiene siano presenti popolazioni acclimatate.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Molti aspetti della biologia di questa specie sono poco conosciuti. Per quanto è noto, tuttavia, le caratteristiche ecologiche della testuggine marginata sono abbastanza simili a quelle della congenerica T. hermanni.
Habitat: frequenta gli stessi ambienti della testuggine di Hermann, con la quale coabita nelle regioni di simpatria. Predilige le aree assolate di gariga, le pinete interrotte con un certo sottobosco, la boscaglia mista interrotta, le zone più aperte nella macchia mediterranea e i coltivi abbandonati. In Sardegna non sale oltre i 600 m di quota, mentre è noto che in Grecia la specie si spinge sino ai 1300 m.
Dimorfismo sessuale: la femmina può raggiungere dimensioni maggiori del maschio. Rispetto alle femmine i maschi presentano carapace con estremità posteriore convessa, coda più lunga, piastrone concavo (nella femmina è piatto).
Dimensioni delle popolazioni: lungo la costa tirrenica della penisola sono stati segnalati solo individui isolati e non si ritiene esistano popolazioni riproduttive, in Sardegna la specie è invece naturalizzata, anche se non si conoscono stime della effettiva numerosità delle popolazioni. Si suppone, tuttavia, che siano costituite da poche decine di individui adulti, spesso da meno di 20.
Sex ratio: non è nota
Comportamento riproduttivo: simile a quanto descritto per T. hermanni. Gli accoppiamenti avvengono prevalentemente in primavera. La femmina depone da 6 a 9 uova in buche poco profonde scavate nel terreno.
Sviluppo: Le uova schiudono dopo due o tre mesi dalla deposizione ed i neonati che ne escono sono lunghi poco più di 3 cm, ma raddoppiano le loro dimensioni corporee nel giro di sei mesi. L’accrescimento corporeo rallenta sensibilmente man mano che l’animale invecchia. Non si conosce con precisione l’età a cui è raggiunta la maturità sessuale. Come tutte le testuggini è una specie molto longeva che supera in natura i 30-40 anni di età.
Alimentazione: sia i giovani che gli adulti sono prevalentemente erbivori generalisti, potendosi cibare di una gran varietà di piante ed erbe del sottobosco.
Rapporti con altre specie: da adulta, grazie al robusto carapace che la protegge, la testuggine terrestre non ha molti nemici. I giovani con carapace solo parzialmente ossificato (occorrono alcuni anni prima che le costole abbiano formato una cassa ossea chiusa) sono esposti alla predazione di volpi, cinghiali, biacchi e corvi.
Cause del declino.
Anche per questa specie le cause principali del declino sono la distruzione degli habitat da essa colonizzati, conseguenza di una spinta urbanizzazione, e, soprattutto in Sardegna, conseguenza dei regolari incendi estivi che trasformano in cenere intere aree di macchia. Una seconda causa del declino della testuggine marginata è la raccolta di esemplari a scopo di lucro (commercio di animali da compagnia) o amatoriale.
Bibliografia
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SEH CC - SOCIETAS EUROPAEA HERPETOLOGICA -CONSERVATION COMMITTEE, 1990 - Threatened Reptiles in Europe requiring special conservation measures. Council of Europe, Strasbourg, T-PVS (90) 57.
Caretta caretta (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Tartaruga caretta
Categoria IUCN:
EN A1 abd
Tassonomia.
Caretta caretta è la più comune fra le cinque specie di cheloni marini presenti nel Mediterraneo. Caratteri distintivi di questa specie sono la forma e struttura del carapace (rivestimento corneo, forma allungata, presenza di 5 scudi costali per lato, con la nucale a contatto con la prima costale) e del piastrone (presenza di tre scudi inframarginali privi di pori). Può raggiungere dimensioni considerevoli, con carapace che supera il metro di lunghezza ed un peso che può raggiungere i 100-150 Kg.
Distribuzione passata e presente.
Caretta caretta è una specie cosmopolita segnalata in tutte le acque temperate e subtropicali del globo, risulta invece più rara nei mari tropicali. Nel Mediterraneo è la tartaruga di mare più diffusa ed è anche abbastanza comune lungo i litorali della penisola italiana e delle isole. Il sito di deposizione più importante nel Mediterraneo è nell’isola di Zacinto, nella baia di Lagana (circa 1000 nidi/anno). Altri importanti siti di nidificazione sono lungo le coste greche del Peloponneso meridionale (circa 300 nidi/anno) e dell’isola di Cefalonia (circa 150 nidi/anno), delle Cicladi (circa 500 nidi/anno) a Creta, a Cipro (nella penisola di Akamas: globalmente circa 300 nidi/anno), in Libia (circa 60 nidi/anno), e lungo le coste del Mediterraneo orientale dalla Turchia (Patara: 35-85 nidi/anno; Dalyan circa 150 nidi/anno; Dalaman circa 110 nidi/anno; Kumluca circa 130 nidi anno; ecc. per un totale di almeno 600 nidi/anno) ad Israele (ormai solo pochissimi individui). In Italia, alcuni siti di nidificazione, spesso solitari, sono stati segnalati in Sicilia nel tratto di costa tra Marsala e Mazara del Vallo, Gela e Capo Passero e nelle isole Pelagie di Linosa e Lampedusa, quest’ultimo con 1-5 nidi/anno (Argano 1979, Gramentz D., 1986, Argano et al., 1991). Ricerche condotte in Sardegna non hanno invece dato alcun risultato in tal senso (Whitmore et al., 1991). Il numero di femmine che vengono a nidificare sulle coste italiane è comunque molto limitato. Secondo molti autori esso è andato in questi ultimi anni via via diminuendo, ma può benissimo trattarsi di fluttuazioni naturali. Durante il periodo invernale molti individui di tartaruga caretta sembrano concentrarsi al largo della costa tunisina, anche se esemplari isolati possono essere trovati in tutto il Mediterraneo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Assieme a Chelonia mydas rappresenta una specie veramente mediterranea ed è l’unica tartaruga marina a fare davvero parte della fauna italiana.
Habitat: Caretta caretta è una tartaruga marina di dominio neritico (acque al di sopra della piattaforma continentale, con profondità massima di 150-200 m) la quale, anche quando si sposta per lunghe distanze, tende a mantenersi in prossimità della costa (Groombridge, 1982). Predilige le acque dei mari temperati e subtropicali anche se può spingersi frequentemente nei mari più caldi del suo areale. Le popolazioni del Mediterraneo tendono a concentrarsi nelle parti più ed orientali del bacino, dove si riproducono, e quelle meridionali, dove svernano.
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono dimensioni maggiori di quelle dei maschi. Questi hanno coda proporzionalmente più lunga e con base più larga e massiccia. Le unghie delle natatoie del maschio sono più sviluppate di quelle della femmina.
Dimensioni delle popolazioni: la elevata vagilità di questa specie rende assai difficile delimitare i confini geografici delle singole popolazioni. Recenti studi compiuti sul DNA delle popolazioni mediterranee hanno dimostrato che il flusso genetico con quelle dell’Atlantico è molto limitato. Poiché le femmine sono solite ritornare a deporre le uova sulle spiagge dove esse stesse sono nate, ci si può limitare a considerare la popolazione riproduttiva femminile. In base a questo criterio le popolazioni italiane della tartaruga caretta sono da considerarsi molto rare e numericamente esigue. Attualmente l’unico sito di deposizione sulle coste italiane che mostri una certa regolarità negli anni è quello della spiaggia dei Conigli dell’Isola di Lampedusa. Il numero di femmine che annualmente raggiunge questa spiaggia è di 1-5 nidi per anno ed hanno quindi importanza marginale a livello mediterraneo. Il numero totale di femmine riproduttive nell’intero bacino del Mediterraneo viene stimato poco oltre le 3000 unità. Di queste ben 1026 femmine hanno nidificato nel 1997 nella baia di Laganas (Zacinto, Grecia)
Sex ratio: Prossima a 1:1 (Bull e Charnov, 1988; cfr. Balletto, 1995). Nelle tartarughe di mare la temperatura di incubazione delle uova influenza il sesso del nascituro, quindi variazioni nella temperatura della sabbia nei siti di deposizione possono provocare sbilanciamenti accentuati nei valori di sex ratio della prole. A temperature prossime ai 30 °C la sex-ratio della prole è di 1:1, a temperature superiori nascono più femmine, a temperature inferiori più maschi.
Comportamento riproduttivo: durante la stagione riproduttiva le tartarughe, tipicamente solitarie, si riuniscono in branchi e intraprendono migrazioni, spesso di parecchie centinaia di chilometri, verso i luoghi di deposizione. Gli accoppiamenti hanno luogo in prossimità delle coste sabbiose dove la femmina andrà a deporre le uova. Le deposizioni si hanno a partire dalla fine di giugno e durano per tutto il mese di luglio. La femmina, nelle ore notturne, raggiunge la spiaggia, con difficoltà si porta qualche decina di metri oltre la linea di battigia e scava una buca profonda circa 40-70 cm in cui depone un numero di uova variabile da 60 a 200. Terminata la deposizione la femmina ricopre la buca e ritorna in mare. In una stessa stagione riproduttiva la femmina può costruire più nidi. Le femmine si riproducono in media ogni 2-3 anni.
Sviluppo: le uova schiudono dopo 6-8 settimane dalla loro deposizione. Le giovani tartarughe, lunghe non più di 4 o 5 cm, si dirigono repentinamente verso il mare. L’accrescimento è relativamente veloce, i giovani di tre anni hanno carapaci lunghi in media 50 cm e pesano sui 20 Kg, a 4-5 anni il carapace sarà lungo circa 60 cm ed il peso dell’animale raggiungerà i 30-35 Kg. Esiste una grande variabilità geografica nella età in cui è raggiunta la maturità sessuale. Gli unici dati a nostra conoscenza si riferiscono a popolazioni della Florida, in cui gli individui si riproducono a partire dal decimo anno di età, e a una popolazione sudafricana in cui la maturità sessuale è raggiunta già al quarto anno di vita (Groombridge, 1982).
Alimentazione: la tartaruga caretta è una specie carnivora che si ciba prevalentemente di invertebrati bentonici, soprattutto molluschi e crostacei, talvolta di spugne, solo raramente di pesci.
Rapporti con altre specie: da adulta la tartaruga caretta non soffre di una elevata pressione predatoria (ad eccezione di quella esercitata dall’uomo), mentre i giovani possono essere facile preda di pesci. I nidi sono spesso predati dalle volpi, mentre i neonati, subito dopo la schiusa, nel breve tragitto che li separa dal mare, possono venire predati da un vario numero di vertebrati (in particolare da gabbiani ed altri uccelli marini) e invertebrati (granchi Ocipodidi).
Cause del declino.
Questa specie non ha elevato valore commerciale e il progressivo declino cui è andata incontro in questi ultimi anni è stato causato dalla cattura accidentale nelle reti da pesca e, soprattutto, dalla progressiva scomparsa di siti adatti alla deposizione, conseguenza della forte urbanizzazione dei litorali. Al largo delle coste atlantiche nordamericane più di 4000 individui vengono uccisi ogni anno dalle reti da pesca, mentre nel Mediterraneo occidentale la mortalità stimata è di circa 1000 individui per anno (Groombridge, 1982). La pesca piuttosto intensiva che ne veniva effettuata in periodo invernale lungo le coste della Tunisia (Baia di Gerba) sembra invece essere in declino. La conservazione delle spiagge di nidificazione della tartaruga caretta rappresenta costantemente uno fra i principali soggetti trattati nel corso delle riunioni del Comitato Permanente della Convenzione di Berna, a causa delle frequenti infrazioni alle raccomandazioni della Convenzione stessa. Il caso più noto in tal senso è quello di Zacinto, sollevato la prima volta nel 1987 e tornato regolarmente sul tappeto ogni anno da allora. Nel 1997, il Governo Greco sembra avere dato assicurazioni sufficienti per la creazione finale del Parco.
Bibliografia
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Chelonia mydas (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Tartaruga franca
Categoria IUCN:
EN A1 abd
Tassonomia.
Chelonia mydas è una tartaruga marina dei mari subtropicali. Si distingue dalle altre tartarughe marine per i seguenti caratteri: il carapace è coperto da un rivestimento corneo, su di esso sono presenti quattro lamine costali per lato, mai embricate, con nucale separata dalla prima costale, sul capo è presente un solo paio di squame prefrontali (due paia in Eretmochelys imbricata). E’ una specie politipica, nel Mediterraneo, dove è piuttosto rara, è presente la sottospecie nominale. Alcuni autori, infatti, propendono a considerare Chelonia mydas come un complesso di specie, in quanto costituito da un insieme di popolazioni riproduttivamente isolate le une dalle altre. Gli individui di C. mydas, come delle altre quattro specie di cheloni marini, seppur spostandosi di diverse migliaia di chilometri, ritornano a riprodursi sempre nelle stesse aree in cui sono nati. L’isolamento riproduttivo che ne deriva avrebbe favorito il differenziamento genetico delle singole razze geografiche, e ad almeno alcune di esse dovrebbe essere conferito lo status di piena specie. In tal modo, l’importanza anche conservazionistica della ormai esigua popolazione (o specie ?) mediterranea risulta ulteriormente sottolineata.
Distribuzione passata e presente.
Chelonia mydas è una specie pantropicale diffusa in tutti i mari con temperature dell’acqua che non scendono al di sotto dei 20 °C. Nel Mediterraneo, dove è piuttosto rara, gli unici siti di deposizione conosciuti sono lungo le coste della Turchia (Akyatan, Kazanli e Samandagi), di Cipro (Penisola di Akamas), di Israele e della Libia, dove in genere condivide le spiagge di nidificazione con la tartaruga caretta. La specie è anche segnalata nel Mar Nero e nell’Egeo anche se non sono noti siti di deposizione. Nei mari italiani la tartaruga franca è molto rara. Una segnalazione indicava la presenza di un sito di deposizione in una zona nel Sud della Sicilia, presso Gela (Groombridge, 1982). Successive verifiche non hanno confermato questa segnalazione e la forte industrializzazione dell’area rende assai improbabile un eventuale ritorno.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ la più rara specie di tartaruga marina del Mediterraneo.
Habitat: specie tipicamente pelagica, solo raramente si avvicina alla costa. Predilige le acque calde dei mari subtropicali ed evita le acque con temperature minime annue inferiori a 20 °C. Tra tutte le tartarughe marine è quella più adattata al nuoto. Ogni anno gli individui di questa specie si riuniscono in gruppi e abbandonano i loro quartieri di alimentazione dirigendosi verso i siti di riproduzione. Le distanze percorse durante questi spostamenti migratori sono spesso superiori a 2500 Km.
Dimorfismo sessuale: come in Caretta caretta. Le femmine raggiungono dimensioni maggiori di quelle dei maschi. I maschi hanno una coda proporzionalmente più lunga e con base più larga e massiccia. Le unghie delle natatoie del maschio sono più sviluppate di quelle della femmina.
Dimensioni delle popolazioni: le spiagge italiane non sono utilizzate dalla specie come aree di deposizione delle uova. Le popolazioni del Mediterraneo orientale un tempo molto numerose oggi sono costituite da poche decine di femmine. Al largo delle coste di Israele, ad esempio, all’inizio del secolo si stimava la presenza di circa 30.000-40.000 individui di tartaruga franca; oggi la specie è quasi scomparsa del tutto (Groombridge, 1982) e si ritiene che il numero di femmine riproduttive presenti annualmente nell’intero bacino del Mediterraneo non superi i 300 individui (Corbett, 1989).
Sex ratio: Sex ratio: in genere 1:3 (Bull e Charnov, 1988), ma variabile localmente. La determinazione del sesso è infatti di tipo ambientale: sotto i a 28°C si ottiene un 90% di maschi; sopra i 30.5°C un 90% di femmine (cfr. Janzen e Paukstis, 1991; cfr. Balletto, 1995). Per questa ragione, a seconda dei siti di deposizione, si possono avere nidiate con sex-ratio molto sbilanciate. Temperature elevate favoriscono l’evoluzione dell’embrione in senso femminile.
Comportamento riproduttivo: la specie, solitaria nel resto dell’anno, si riunisce in folti gruppi poco prima dell’inizio del periodo di riproduzione e inizia la migrazione verso i siti di deposizione che possono essere distanti anche 2500 Km dalle aree normalmente abitate dagli animali. Le femmine infatti ritornano a deporre le uova negli stessi luoghi dove sono nate. I meccanismi che permettono agli animali di orientarsi su distanze di questa portata non sono ancora del tutto noti e sono oggetto di numerose ricerche. Una volta raggiunto il sito di deposizione, la femmina esce dal mare e si sposta per qualche decina di metri verso l’interno, scava quindi una buca profonda 60-80 cm, vi depone 50-100 uova, ricopre di sabbia il nido e quindi si dirige nuovamente in mare. Una femmina costruisce 5-7 nidi, scavati ad intervalli di 10-15 giorni l’uno dall’altro, deponendo nell’arco dell’intera stagione riproduttiva un massimo di 500 uova. Ciascuna femmina si riproduce ogni due tre anni.
Sviluppo: lo sviluppo delle uova dura circa due mesi. Le giovani tartarughe, una volta uscite dall’uovo, si dirigono subito verso il mare. In condizioni di cibo abbondante la maturità sessuale è raggiunta non prima dell’ottavo anno di età, in condizioni di alimentazione non ottimali essa può essere posticipata anche di parecchi anni. Come tutti i cheloni marini anche C. mydas è una specie molto longeva e si ritiene che gli individui possano superare il secolo di vita.
Alimentazione: le giovani tartarughe sono prevalentemente carnivore e si cibano di diverse specie di Molluschi e Artropodi bentonici. La dieta degli adulti diviene prevalentemente erbivora (unico esempio tra i cheloni marini), costituita principalmente da fanerogame marine (Posidonia, Zoostera) e in misura minore da alghe.
Rapporti con altre specie: le tartarughe sono soggette ad una intensa predazione nelle primissime fasi del loro sviluppo: le uova sono predate da numerosi uccelli e piccoli mammiferi, molti dei neonati non riescono a raggiungere il mare perché uccisi da gabbiani o altri uccelli marini, una volta in mare numerosi pesci carnivori possono predare le piccole tartarughe. Le tartarughe adulte, invece, non sono soggette a forti pressioni predatorie, ad eccezione di quelle esercitate dall’uomo.
Cause del declino.
Chelonia mydas è la specie maggiormente soggetta all’azione predatoria dell’uomo. Le sue carni sono considerate molto pregiate (la famosa zuppa di tartaruga si ottiene dalle natatorie e dai muscoli pettorali di questa specie), e la sua pelle è ampiamente impiegata nell’industria conciaria. Anche la raccolta eccessiva delle uova ha contribuito all’estinzione di intere popolazioni. Tutto questo, peraltro, ha avuto maggiore incidenza al difuori del Mediterraneo. Nelle aree dove la presenza della tartaruga franca è di per sé già rara, come nei nostri mari, alcuni individui sono accidentalmente catturati nelle reti a strascico e periscano per annegamento. In ultimo, Chelonia mydas soffre di tutti i fattori avversi già segnalati per Caretta caretta.
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Eretmochelys imbricata (Linnaeus, 1766)
Nome italiano: Tartaruga imbricata
Categoria IUCN:
CR A1abd, A2bcd
Tassonomia.
Eretmochelys imbricata è una tartaruga marina di piccole e medie dimensioni, abitante dei mari circumtropicali. I caratteri che consentono di distinguere questa specie dagli altri cheloni marini sono i seguenti: carapace coperto da un rivestimento corneo; carapace con quattro lamine costali per lato, di solito sovrapposte, nucale separata dalla prima costale, presenza sul capo di due paia di squame prefrontali (uno solo in Chelonia mydas). Nel Mediterraneo la sua presenza è solo occasionale e non sono noti siti di deposizione.
Distribuzione passata e presente.
Abita principalmente le aree tropicali atlantiche e gli oceani Pacifico ed Indiano. Nel Mar Mediterraneo gli avvistamenti sono estremamente rari e non si conoscono siti di deposizione.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La tartaruga embricata non è, strettamente parlando, una specie italiana e nemmeno europea, nel senso che non si riproduce nel Mediterraneo, dove giunge accidentalmente attraverso lo Stretto di Gibilterra.
Habitat: la tartaruga imbricata è diffusa in tutti i mari circumtropicali del pianeta, dove predilige le zone con acque relativamente poco profonde e con fondali rocciosi. Nelle zone di barriera corallina è la tartaruga più comune. Ha comportamento tendenzialmente sedentario e quando trova un posto ricco di cibo tende a rimanervi a lungo. A differenza delle altre tartarughe marine Eretmochelys imbricata non effettua lunghe migrazioni per raggiungere i siti di deposizione delle uova, che non sono molto distanti dalle aree di foraggiamento. Inoltre, le femmine non tendono a nidificare tutte sulla stessa spiaggia, ma si disperdono più regolarmente lungo il litorale.
Dimorfismo sessuale: femmine raggiungono dimensioni maggiori dei maschi, maschi con coda più lunga e massiccia di quella delle femmine, maschi con unghie delle zampe anteriori più sviluppate.
Dimensioni delle popolazioni: in generale la specie risulta omogeneamente distribuita nei mari circumtropicali con popolazioni poco numerose. In Italia e, più in generale, nel Mediterraneo non esistono popolazioni stabili; gli unici avvistamenti sono di individui erratici e solitari.
Sex ratio: anche per questa specie sembra che la temperatura degli embrioni ne condizioni il sesso. Per tale ragione il rapporto sessi delle diverse nidiate può variare significativamente.
Comportamento riproduttivo: in generale è simile a quanto descritto per Chelonia mydas e Caretta caretta. A differenza di queste, tuttavia, Eretmochelys imbricata non compie lunghe migrazioni e le femmine non tendono a sincronizzare la ovodeposizione né a nidificare negli stessi siti. La scelta del sito dove scavare la buca e deporre le uova è attenta e meticolosa e la femmina può percorrere diverse centinaia di metri sulla spiaggia prima di trovare il posto adatto. Le femmine costruiscono da 2 a 4 nidi nel corso di una stagione riproduttiva. Il numero totale di uova deposte varia da un minimo di 70 ad un massimo di 180. Le femmine più grosse tendono a produrre un maggior numero di uova.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa due mesi dalla deposizione. L’età a cui è raggiunta la maturità sessuale non è nota. Come tutti i Cheloni anche gli individui di questa specie sono molto longevi, non si hanno tuttavia dati precisi a riguardo.
Alimentazione: le giovani tartarughe hanno una dieta prevalentemente vegetariana e si cibano soprattutto di alghe. L’adulto, sebbene onnivoro, mostra una preferenza per gli invertebrati bentonici. Spesso si aiuta con il duro becco corneo per rompere le teche protettive di cirripedi e molluschi.
Rapporti con altre specie: la pressione predatoria è molto intensa sui giovani. Ad eccezione dell’uomo, gli adulti non hanno molti predatori.
Cause del declino.
La principale causa del declino di questa specie è la continua domanda sul mercato internazionale di carapaci di tartaruga, materia prima per la costruzione di vari suppellettili. In molte regioni, soprattutto del sud-est asiatico i giovani della tartaruga imbricata vengono raccolti in gran numero, imbalsamati e venduti come souvenir turistico. La qualità delle carni di questa specie è molto inferiore rispetto a quella della tartaruga franca, ciò nonostante, in alcune regioni, questa specie è cacciata anche a scopo alimentare. Un’ultima causa del declino è la cattura accidentale in reti a strascico spesso provoca la morte per annegamento delle tartarughe.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Ballasina D., 1995 - Salviamo le tartarughe. Edagricole, Bologna
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London
Demetropulos A., Hadjichristophorou M., 1996 - Manual on Marine Turtle conservation in the Mediterranean. 64 pp, 24 pls. PNEU(PAM)SPA/ IUCN/CWS/Fisheries Dept, MANRE, Nicosia, Cyprus.
Groombridge B., 1982 - The IUCN Amphibia-Reptilia Red Data Book. Part. 1. Testudines Crocodilia Rhynchocephalia. IUCN, Unwin Brothers Limited, Surrey.
Jesu R., 1991 - Censimenti e distribuzione dei Cheloni marini nel Mediterraneo. Ric. Biol. Selvaggina, Suppl., 16: 175-183.
Lepidochelys kempii (Garman, 1880)
Nome italiano: Tartaruga di Kemp
Categoria IUCN:
CR A1 ab
Tassonomia.
Lepidochelys kempii è una tartaruga marina di piccole dimensioni (lunghezza del carapace non supera generalmente i 70 cm). Si differenzia dalle altre tartarughe marine presenti occasionalmente o stabilmente nel Mar Mediterraneo per i seguenti caratteri: carapace coperto da un rivestimento corneo munito di quattro lamine costali per lato, mai sovrapposte; lamina nucale a contatto con la prima costale; piastrone con quattro paia di lamine inframarginali ciascuna con un poro.
Distribuzione passata e presente.
A differenza della maggior parte delle tartarughe marine, L. kempii presenta un areale distributivo molto ristretto. La specie si riproduce in un tratto di costa, lungo circa 20 Km, nello stato di Tamaulipas nel Messico nordorientale. Durante il periodo non riproduttivo gli adulti non abbandonano quasi mai le acque del Golfo del Messico. I giovani, al contrario, mostrano una maggior mobilità. Alcuni individui immaturi (con carapace di lunghezza compresa tra 15 e 20 cm), probabilmente trasportati dalla corrente del Golfo, giungono regolarmente sulle coste atlantiche europee (Scozia, Madeira). La presenza di questa specie nelle acque del Mediterraneo è da considerarsi del tutto eccezionale.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La tartaruga olivacea non è, strettamente parlando, una specie italiana e neppure europea, in quanto non si riproduce nel Mediterraneo, dove penetra accidentalmente attraverso lo stretto di Gibilterra senza formarvi una popolazione stabile.
Habitat: specie a dominio prevalentemente neritico, gli adulti non si allontanano mai troppo dalla costa, è infatti sui fondali di acque poco profonde che la specie trova l’ambiente più adatto per alimentarsi.
Dimorfismo sessuale: come nelle altre tartarughe marine, la femmina tende a raggiungere dimensioni maggiori, il maschio ha coda più lunga e massiccia e presenta unghie degli arti anteriori più sviluppate di quelle delle femmine.
Dimensioni della popolazione: negli anni ‘40 si contavano annualmente sino a 40.000 femmine riproduttive sulle coste del Messico, alla fine degli anni ‘70 il loro numero era drammaticamente sceso a poche migliaia, nel 1981 vennero contate circa 500 femmine riproduttive. Nel Mediterraneo non è mai stata avvistata una femmina adulta.
Sex ratio: come nelle altre tartarughe marine la determinazione del sesso degli individui è in gran parte legata alla temperatura cui sono stati sottoposti nel corso del loro sviluppo embrionale. Per questa ragione si possono avere ampie oscillazioni nei valori di sex-ratio nel corso degli anni e tra nidiate diverse.
Comportamento riproduttivo: gli individui adulti si riuniscono in folti gruppi al largo del tratto di costa dove avverrà la deposizione. In queste zone di mare aperto gli animali si accoppiano. Tutte le femmine gravide e pronte a deporre le uova abbandonano contemporaneamente l’ambiente marino dirigendosi sulla spiaggia dove scavano il nido e vi depongono un centinaio di uova. Un tempo migliaia e migliaia di tartarughe emergevano in pieno giorno dal mare e, protette dal fatto di essere così numerose, iniziavano le loro operazioni di costruzione del nido, incuranti della presenza dell’uomo e di altri predatori. Oggi il numero di femmine è drasticamente calato, ma queste improvvise invasioni (conosciute con il termine locale di “arribadas”) continuano ad essere uno spettacolo naturale di grande suggestione. Il ciclo di riproduzione è annuale o biennale.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa 50 giorni dalla loro deposizione. Così come la deposizione anche la schiusa è altamente sincronizzata e al momento della migrazione in acqua parecchie decine di migliaia di giovani tartarughe escono dalla sabbia e si dirigono verso il mare. L’età cui è raggiunta la maturità sessuale si aggira intorno ai sei anni, quando l’animale raggiunge lunghezze prossime ai 60 cm.
Alimentazione: come la maggior parte delle tartarughe marine anche Lepidochelys kempii è prevalentemente carnivora. Pur potendosi cibare di numerosi invertebrati bentonici (Cnidari, Artropodi, Molluschi, Echinodermi) e talvolta anche di pesci, mostra una spiccata preferenza alimentare per alcune specie di granchi, in particolare quelli del genere Ovalipes e Callinectes.
Rapporti con altre specie: le uova di questa specie sono predate, oltre che dall’uomo, anche da alcuni mammiferi, tra cui il coyote (Canis latrans), e da alcuni uccelli. I neonati sono catturati da numerosi predatori, tra cui alcuni granchi (es. Ocypode albicans), uccelli (es. Coragyps atratus) e numerosi pesci.
Cause del declino.
L. kempii è il chelone marino a più alto rischio di estinzione. Le cause principali del drammatico declino di questa specie sono: a) la cattura indiscriminata di uova da parte dell’uomo, che, seppur dichiarata illegale, continua ancora oggi; b) cattura a scopo alimentare delle femmine durante la nidificazione; 3) morte per affogamento degli individui rimasti intrappolati nelle reti da pesca; 4) deterioramento dell’habitat marino dovuto alla continua immissione delle acque inquinate del fiume Mississippi.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Ballasina D., 1995 - Salviamo le tartarughe. Edagricole, Bologna
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London
Demetropulos A., Hadjichristophorou M., 1996 - Manual on Marine Turtle conservation in the Mediterranean. 64 pp, 24 pls. PNEU(PAM)SPA/ IUCN/CWS/Fisheries Dept, MANRE, Nicosia, Cyprus.
Groombridge B., 1982 - The IUCN Amphibia-Reptilia Red Data Book. Part. 1. Testudines Crocodilia Rhynchocephalia. IUCN, Unwin Brothers Limited, Surrey.
Jesu R., 1991 - Censimenti e distribuzione dei Cheloni marini nel Mediterraneo. Ric. Biol. Selvaggina, 16: 175-183.
Dermochelys coriacea (Vandelli, 1761)
Nome italiano: Tartaruga Liuto o Sfargide
Categoria IUCN:
EN A1abd
Tassonomia.
Dermochelys coriacea è l’unica specie appartenente alla famiglia Dermochelydae e si differenzia dalle altre tartarughe marine (famiglia Cheloniidae) per la struttura del carapace, che è tipicamente coperto da una spessa pelle coriacea e percorso da 7 carenature longitudinali sul dorso, da 5 sul ventre. Può raggiungere dimensioni notevoli con lunghezze del carapace superiori a 2.5 m e un peso di oltre tre quintali.
Distribuzione passata e presente.
E’ il rettile vivente con areale distributivo di maggiore estensione. E’ presente nelle acque tropicali e subtropicali degli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano e in quasi tutti i mari, Mediterraneo incluso. Talvolta può spingersi anche a Nord e raggiungere le acque del Mar Baltico. Nel Mar Mediterraneo è più frequente nelle regioni occidentali, ma la sua presenza è stata segnalata recentemente anche nel Mar Egeo. Nelle acque italiane la tartaruga liuto è stata segnalata nel Mar Ligure, nel Tirreno, nello Ionio e nell’Adriatico meridionale. I siti di deposizione principali sono distribuiti lungo le coste pacifiche del Messico, in Guiana Francese, Surinam, Malesia, Indonesia e Sud Africa. Il sito di nidificazione più prossimo alle nostre regioni è alle Isole Canarie. L’olotipo su cui è stata fondata la descrizione della specie proveniva da Ostia e il primo esemplare mai descritto (Rondelet: 1554) era anch’esso mediterraneo (Frontignan), ma sebbene la specie abbia con ogni probabilità utilizzato qualche volta anche le spiagge del Mediterraneo per la deposizione, il fatto è stato certo molto sporadico (Lescure et al., 1989). Un esemplare di pochi centimetri di lunghezza, rinvenuto al largo di Messina nel 1896 e che sembra fosse presente nelle collezioni zoologiche della Università di Palermo, non è oggi più rintracciabile. Anche se vero, l’utilizzo delle spiagge del Mediterraneo come sito di nidificazione sarebbe comunque un fenomeno sporadico e probabilmente accidentale.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Anche la tartaruga liuto non può essere considerata una specie strettamente italiana o europea, mancando essa di zone riproduttive nel Mediterraneo. Le spiagge di nidificazione più prossime a noi sarebbero infatti quelle delle Isole Canarie.
Habitat: la tartaruga liuto è una specie tipicamente pelagica, che trascorre l’intera sua vita nei mari profondi (spesso in acque profonde anche 200-1000 m), molto lontano dalla costa a cui si avvicina solo durante il periodo riproduttivo per deporre a terra le uova. Predilige le acque calde e temperate, ma, a differenza delle altre tartarughe marine, può frequentare anche quelle fredde. Queste tartarughe hanno dimostrato di essere in grado di mantenere la propria temperatura corporea a livelli molto più elevati, fino a ben 18°C in più, di quella dell’acqua circostante, tramite la messa in atto di processi termogenetici di tipo fisiologico (Frair et al., 1972; Standora et al., 1984).
Dimorfismo sessuale: il piastrone è concavo nei maschi, leggermente convesso nelle femmine. I maschi hanno coda lunga che raggiunge e spesso supera le natatoie, le femmine hanno coda più corta che non supera mai le natatoie.
Dimensioni delle popolazioni le stime più recenti sulla numerosità di questa specie indicano che nell’intero areale di distribuzione possano oggi esservi circa 100.000 femmine riproduttive. La presenza nel Mediterraneo dello sfargide è solo sporadica e, poiché non è accertato che essa si riproduca nel nostro mare, non è probabilmente neppure corretto considerare questi pochi individui come appartenenti ad una popolazione mediterranea.
Sex ratio: in genere 1:2 (Bull e Charnov, 1988), ma variabile localmente. La determinazione del sesso è infatti di tipo ambientale: a 27-29.7°C si ottiene il 100% di femmine; a 30.5°C un 100% di maschi (cfr. Janzen e Paukstis, 1991; cfr. Balletto, 1995). Ciò può provocare una elevata variabilità nel rapporto sessi tra nidiate diverse e tra stagioni differenti.
Comportamento riproduttivo: durante la stagione riproduttiva gli individui si riuniscono a formare gruppi generalmente poco numerosi e si dirigono verso i siti di riproduzione che non sono concentrati in poche e ristrette zone, come capita invece in molte altre specie di tartarughe marine (vedi ad es. Lepidochelys kempii), ma tendono ad essere distribuiti più omogeneamente lungo i litorali. La femmina, una volta pronta a deporre le uova, si dirige a terra, si allontana dalla linea di battigia per qualche decina di metri e scava una buca all’interno della quale depone da 70 a 100 uova, spesso meno. Nel corso di una stessa stagione riproduttiva la femmina può costruire da due a 7 nidi (ad intervalli di 7-10 giorni da una deposizione all’altra) e può arrivare deporre un totale di 700 uova. Il ciclo di riproduzione nelle femmine è tipicamente biennale o triennale, solo raramente si sono osservati individui che si sono riprodotti in due anni consecutivi.
Sviluppo: la durata dello sviluppo embrionale è di 50-60 giorni. La percentuale di schiusa delle uova si aggira intorno al 70 %. I neonati sono lunghi circa 60 mm. L’età di maturità sessuale non è nota, si ritiene che gli individui più precoci possano già riprodursi al sesto anno di vita, anche se la maggior parte degli individui si pensa maturi più tardi.
Alimentazione: la dieta dello sfargide è piuttosto peculiare e consiste esclusivamente di animali planctonici, in particolare di Scifozoi (Cyanea, Rhizostoma),Idrozoi coloniali (Sifonofori del genere Physalia) e Tunicati planctonici (Salpa, Pyrosoma). Secondo alcuni autori la concentrazione di animali nelle acque più fredde dei mari temperati (spesso anche al largo delle coste atlantiche europee), ambienti non ottimali alla sopravvivenza della specie, è dovuta alla elevata concentrazione in queste zone di sifonofori.
Rapporti con altre specie: Le uova della tartaruga liuto sono predate da granchi, maiali selvatici e da varie specie di uccelli. I neonati, durante la loro migrazione verso il mare, possono diventare una facile preda di mammiferi, di svariate specie di uccelli, di grossi granchi e, una volta in acqua, di squali. Gli squali possono talvolta predare anche le tartarughe adulte.
Cause del declino.
Rispetto agli altri cheloni marini la tartaruga liuto ha sofferto meno la pressione predatoria dell’uomo. Le sue carni non sono ritenute pregiate, e un tempo erano utilizzate per produrre oli, ritenuti anch’essi di qualità non elevata. Analogamente, il carapace di questa specie non desta alcun interesse commerciale. La maggior causa del declino è stata invece l’incontrollata raccolta delle uova a scopo alimentare. Un ulteriore motivo del decremento delle popolazioni è la elevata mortalità dovuta alla cattura accidentale nelle reti da pesca, o all’ingestione di sacchetti di plastica erroneamente scambiati per grosse meduse. Infine l’intensa urbanizzazione e trasformazione turistica dei tratti di costa utilizzati dalla specie come siti di nidificazione ha causato la totale ed improvvisa scomparsa di questo animale da molte regioni del nostro pianeta.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Ballasina D., 1995 - Salviamo le tartarughe. Edagricole, Bologna
Balletto E., 1995 - Zoologia evolutiva. Zanichelli, Bologna.
Bull J. J., Charnov E. L., 1988 - How fundamental are Fisherian sex-ratios ? In: P. H. Harvey e L. Parttridge (Eds) - Oxford Surveys in evolutionary biology, 5:96-135. Oxford Univ. Press, Oxford.
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London
Demetropulos A., Hadjichristophorou M., 1996 - Manual on Marine Turtle conservation in the Mediterranean. 64 pp, 24 pls. PNEU(PAM)SPA/ IUCN/CWS/Fisheries Dept, MANRE, Nicosia, Cyprus.
Frair W., Ackman R. G., Mrosovsky C., 1972 - Body temperature of Dermochelys coriacea: warm turtle from cold water. Science, 177: 791-793.
Groombridge B., 1982 - The IUCN Amphibia-Reptilia Red Data Book. Part. 1. Testudines Crocodilia Rhynchocephalia. IUCN, Unwin Brothers Limited, Surrey.
Janzen F. J., Paukstis G. L., 1991 - Environmental sex determination in reptiles: ecology, evolution and experimental design. Biol. Rev., 66(2): 149-179.
Jesu R., 1991 - Censimenti e distribuzione dei Cheloni marini nel Mediterraneo. Ric. Biol. Selvaggina, 16: 175-183.
Lescure J., Delaguerre M., Laurent L., 1989 - La nidification de la Tortue Luth, Dermochelys coriacea (Vandelli, 1761) en Méditerranée. Bull. Soc. herp. Fr., 50: 9-18.
Standora E. A., Spotila J. R., Keinath J. A., Shoop C. R., 1984 - Body temperatures, diving cycles and movement of subadult Leatherback Turtle Dermochelys coriacea. Herpetol., 40: 169-176.
Cyrtopodion kotschyi (Steindachner, 1870)
Nome italiano: Geco di Kotschy
Categoria IUCN
Lower risk
Tassonomia.
Noto anche come Cyrtodactylus kotschyi, Cyrtopodion kotschyi è un geco di piccole e medie dimensioni (gli adulti sono lunghi 8-13 cm). Carattere distintivo di questa specie è la assenza di cuscinetti adesivi sulle dita, che hanno un tipico aspetto nodoso. E’ una specie politipica dalla sistematica assai complessa e in parte ancora non chiarita. Sono state descritte più di 20 razze geografiche, molte delle quali limitate a piccole isole del Mar Egeo. Secondo alcuni autori, tuttavia, questa distinzione, effettuata prevalentemente in base all’analisi di caratteri morfologici esterni, non avrebbe significato biologico e propongono di ridurre il numero di sottospecie a 4-5. Altri autori, ancora, sostengono che in C. kotschyi vi siano due distinti gruppi di popolazioni a ciascuno dei quali dovrebbe essere dato lo status di piena specie. Solo una revisione che consideri anche caratteri di genetica molecolare potrà risolvere questi problemi tassonomici. In Italia, dove la specie raggiunge il suo limite occidentale, si ritiene sia presente la sottospecie C. kotschyi bibroni.
Distribuzione passata e presente.
La specie ha un areale che comprende i territori dell’Europa sudorientale (Italia meridionale, Albania, Macedonia, Bulgaria sudorientale, Grecia, Turchia) e dell’Asia occidentale (Israele, Libano, Siria nord-occidentale) sino alla penisola di Crimea. In Italia la sua distribuzione è marginale e limitata alla Puglia meridionale (a Sud del Gargano) e alla Basilicata orientale (dintorni di Matera).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: Il geco di Kotschy abita diversi tipi di ambienti, spesso in vicinanza di caseggiati e centri abitati. Predilige muretti a secco, massi e pareti rocciose, ma anche caseggiati abbandonati o abitati; si trova più raramente sulle cortecce degli alberi, anche se nelle Murge è diffuso nelle zone boscate occupate da Quercus trojana. E’ attivo dalla fine di marzo alla fine di settembre, ed è più frequentemente osservabile in attività di caccia durante le ore diurne dei giorni con temperatura dell’aria compresa tra 16 e 28 °C. Nella nostra penisola non si spinge sopra i 500 m, anche se nelle regioni più meridionali del suo areale può salire in quota sino a 1400 m (Stepànek, 1934).
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono lunghezze maggiori dei maschi. I maschi hanno da 2 a 5 pori preanali.
Dimensioni delle popolazioni non sono note stime di densità di questa specie. Popolazioni localizzate, ma, dove presenti, spesso numerose.
Sex ratio: sconosciuta.
Comportamento riproduttivo: si sa molto poco del comportamento riproduttivo di questo geco. Tra maggio e luglio la femmina depone una o due uova, di aspetto simile a quelle del geco comune ma molto più piccole.
Sviluppo: le uova schiudono verso la fine di luglio o all’inizio di agosto e nascono dei piccoli gechi lunghi circa 35 mm. La maturità sessuale si ritiene sia raggiunta non prima del terzo anno di età, quando le femmine misurano almeno 40 mm. In condizioni di cattività vive anche più di 10 anni.
Alimentazione: il geco di Kotschy ha dieta prevalentemente insettivora cibandosi soprattutto di farfalle, coleotteri, ditteri, emitteri, imenotteri, ma frequentemente anche di ragni.
Rapporti con altre specie: il geco di Kotschy vive talvolta in simpatria con il geco comune (Tarentola mauritanica) e l’emidattilo (Hemidactylus turcicus). Tra i predatori di questa specie vi sono alcuni Falconiformi, serpenti terricoli e arboricoli e alcuni mammiferi, tra cui anche il riccio.
Cause del declino.
Cyrtopodion kotschyi in Italia è una specie piuttosto rara, per via del suo limitato areale di distribuzione e per la sua distribuzione frammentata e altamente localizzata. Ciò nonostante non vi sono motivi per ritenere che il suo areale italiano sia soggetto ad un progressivo declino o che le popolazioni italiane siano minacciate di estinzione. Come la maggior parte dei gechi anche C. kotschyi mostra una certa adattabilità ad ambienti antropizzati, non è infatti un caso che gli avvistamenti più frequenti siano in prossimità (se non all’interno) di centri abitati.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Beutler A., 1981 - Cyrtodactylus kotschyi (Steindachner, 1870). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. pp. 53-74. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Zavattari E., 1929 - Ricerche faunistiche nelle Isole Italiane dell’Egeo - Anfibi e Rettili (Governo delle Isole Egee). Arch. Zool. Torino, 12/13: 1.
Hemidactylus turcicus (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Emidattilo o Geco verrucoso
Categoria IUCN:
Lower Risk
Tassonomia.
Geco dall’aspetto slanciato di dimensioni medio-piccole con adulti sino a 10 cm di lunghezza. A differenza delle altre specie italiane di geco, l’emidattilo presenta dita tutte munite di unghie e dotate di un cuscinetto adesivo, costituito da due file parallele di lamelle. La sistematica di questa specie è complessa e al momento ancora poco chiara. H. turcicus viene considerata una specie politipica: in Europa, oltre alla forma nominale, presente in Italia, è riconosciuta la sottospecie H. turcicus spinalis (Buchholz, 1954) delle Baleari e della Spagna continentale.
Distribuzione passata e presente.
Distribuzione circummediterranea, prevalentemente costiera, con incursioni nell’entroterra limitate alla sola penisola Iberica (probabilmente per trasporto da parte dell’uomo). E’ diffuso nel Portogallo meridionale, in Spagna, in Francia, lungo la Penisola Italiana e quella Balcanica, lungo le coste nord-africane e raggiunge ad Est le coste mediterranea dell’Asia occidentale. Si trova inoltre nella Penisola Arabica, in Iran e in Pakistan. In Italia è distribuito lungo tutto il litorale tirrenico, è meno frequente lungo le coste adriatiche meridionali e diventa sporadico e raro nelle regioni adriatiche del centro e del Nord della penisola. E’ inoltre diffuso nella maggior parte delle isole maggiori e minori del Mediterraneo. Come Tarentola mauritanica anche l’emidattilo è stato volontariamente o involontariamente introdotto dall’uomo in numerose regioni del globo, dove si è ottimamente acclimatato.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La biologia di questa specie è simile a quella degli altri gechi ed in particolare della tarantola muraiola. A differenza di questa, tuttavia, l’emidattilo presenta abitudini di vita più spiccatamente notturne, è più lucifugo e non è quindi solito cacciare nelle zone illuminate da luci artificiali. Per queste ragioni l’emidattilo, sebbene comune, è, rispetto agli altri gechi, più difficile da osservare.
Habitat: l’emidattilo frequenta gli stessi ambienti della tarantola muraiola con cui vive spesso in simpatria. In un censimento condotto in Liguria (Sindaco, 1994) più del 90% degli avvistamenti di emidattilo sono stati effettuati all’interno di centri abitati, dimostrando l’elevato grado di sinantropia che contraddistingue questa specie. Lo si osserva più frequentemente su muretti a secco, in ruderi, ma anche sui muri di case abitate e di recente costruzione. Negli ambienti naturali sembra più frequente nelle aree con vegetazione costituita dall’associazione Oleo-Ceratonion e nei querceti mesofili. E’ limitato alle zone costiere e retrocostiere e non si spinge a quote superiori a 650 m (Calabria: Tripepi et al., 1989).
Dimorfismo sessuale: femmina raggiunge dimensioni maggiori del maschio. Maschio riconoscibile per la presenza di 4-8 pori preanali e di un rigonfiamento alla base della coda dovuto alla presenza di emipeni.
Dimensioni delle popolazioni: mancano stime quantitative; rispetto agli altri gechi, tuttavia, le popolazioni di emidattilo sembrano essere meno numerose.
Sex ratio: non si discosta dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: l’emidattilo è attivo da aprile sino ad ottobre. La stagione riproduttiva inizia in primavera (aprile e maggio) e può proseguire sino ad agosto. Di carattere spiccatamente sedentario, i maschi durante la fregola diventano più mobili e si spostano alla ricerca di femmine. Due o tre settimane dopo la copula la femmina depone le uova, in numero di due o tre, all’interno di cavità della roccia, sotto la corteccia degli alberi o più frequentemente sotto le tegole o all’interno dei mattoni di case abbandonate.
Sviluppo: ad una temperatura media di incubazione di 25 °C le uova schiudono dopo 90-100 giorni dalla loro deposizione. I gechi alla nascita misurano 25-30 mm di lunghezza.
Alimentazione: dieta prevalentemente insettivora (dermatteri, coleotteri, imenotteri, ditteri, lepidotteri eteroceri). A differenza della tarantola muraiola, l’emidattilo caccia raramente nelle zone ad illuminazione artificiale.
Rapporti con altre specie: l’emidattilo è attivo prevalentemente nelle ore notturne; è predato soprattutto da uccelli Strigiformi, da mammiferi (soprattutto ricci, più raramente da mustelidi), occasionalmente anche da serpenti terricoli o arboricoli.
Cause del declino.
Anche per questa specie vale quanto detto per la tarantola muraiola (Tarentola muraiola). I gechi sono animali che sono riusciti a cambiare i propri costumi di vita ed adattarli alle nuove condizioni ambientali, create dalla progressiva e spesso intensa urbanizzazione degli ambienti costieri. Forse anche per via dei costumi prevalentemente notturni, la specie è riuscita a tollerare la presenza dell’uomo ed in alcuni casi ne ha anche beneficiato. Oggi i gechi non sono certamente tra i rettili più diffusi e comuni, ma non vi sono neppure motivi per ritenere che la loro presenza sul territorio sia in una fase di declino.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Jesu R., 1994 - Geco comune Tarentola mauritanica (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 80-81.
Salvador, A., 1981 - In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. pp. 84 - 107. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Sindaco R., 1994 - Emidattilo o Geco verrucoso Hemidactylus turcicus (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 80-81.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Phyllodactylus europaeus Gené, 1839
Nome italiano: Fillodattilo o Tarantolino
Categoria IUCN:
VU B 1, 3b
Tassonomia.
Phyllodactylus europaeus è uno dei rettili europei di più piccole dimensioni, raggiungendo da adulto le dimensioni massime di 8 cm (coda inclusa). Si riconosce dagli altri gechi per l’assenza sul dorso di tubercoli prominenti, e per le dita dotate apicalmente di due cuscinetti adesivi a forma di foglia tra i quali si trova una unghia retrattile. Specie monotipica.
Distribuzione passata e presente.
Phyllodactylus europaeus ha un areale distributivo molto frammentato, limitato alle sole regioni tirreniche, più diffuso sulle isole, raro o assente sul continente. La sua presenza è stata segnalata su numerose piccole isole della Francia meridionale, prossime alla costa, dove tuttavia è assente; è inoltre presente sugli isolotti di Tino e Tinetto nel Golfo di La Spezia, in quasi tutte le isole e isolotti dell’Arcipelago Toscano, in Corsica, in Sardegna e sulle isole circumcorse e circumsarde e su alcune isole al largo delle coste tunisine. Risulta invece assente in Sicilia e nelle isole circumsiciliane. Sul continente la specie è presente con poche e isolate popolazioni nel tratto di costa compreso tra Genova e il Monte Argentario. Il presente areale geografico della specie è chiaramente relittuale. In passato la specie probabilmente mostrava un areale continuo sul continente. Per qualche motivo ancora ignoto la maggior parte delle popolazioni continentali si è estinta e solo piccole e localizzate popolazioni insulari sono sopravvissute.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
A differenza degli altri geconidi italiani, il tarantolino evita le aree fortemente antropizzate e solo raramente è osservato su ruderi o caseggiati.
Habitat: il tarantolino è una specie almeno tendenzialmente arboricola ed è quindi comune in ambienti boscati e di macchia, a prevalenza di Erica e Arbutus oltre che in boschi mesofili di Quercus ilex e Q. suber. La specie diviene invece più rara nella fascia mediterranea litoranea con vegetazione xerofila, dove ama arrampicarsi sui più grossi esemplari di Juniperus phoenicea. In Sardegna e (forse) in Corsica il tarantolino si spinge in quota raggiungendo e talvolta superando i 1000 m di altitudine. A queste altitudini colonizza in prevalenza boschi relativamente mesofili, a Q. pubescens e Q. ilex. In questa varietà di ambienti il tarantolino predilige microhabitat riparati (forre e vallette umide esposte a Sud) dove trascorre buona parte della giornata al di sotto di pietre e massi, nelle fenditure delle rocce o sotto tronchi, rifugi che abbandona solo di notte per dedicarsi all’attività di caccia.
Dimorfismo sessuale: femmina raggiunge dimensioni maggiori dei maschi; maschio con colorazione del dorso in genere nerastra con macchiette grigio-argento, femmina con colorazioni grigio-brunastre, spesso con dorso solcato longitudinalmente da una linea chiara.
Dimensioni delle popolazioni: sebbene localizzato su aree relativamente ristrette (isolotti) la specie può essere localmente abbondante. Conteggi effettuati sulla popolazione di Genova indicano una popolazione costituita da più di 100 individui.
Sex ratio: non sono note stime
Comportamento riproduttivo: il picco di attività riproduttiva è in primavera. Le femmine tra la fine di giugno e gli inizi di luglio depongono, in zone riparate (sotto la corteccia di alberi, in fessure della roccia), da due a tre uova, di un centimetro di diametro con guscio calcareo adesivo. Talvolta più femmine utilizzano lo stesso sito di deposizione e possono formarsi aggregati di 15-20 uova.
Sviluppo: le uova schiudono dopo 60-80 giorni dalla deposizione, i neonati sono lunghi circa 3 cm (coda inclusa). La maturità sessuale è raggiunta al terzo anno di età. Sebbene non si conosca la longevità in condizioni naturali, in cattività gli animali possono superare i 20 anni di età.
Alimentazione: il tarantolino ha dieta prevalentemente insettivora, tra le prede più frequenti citiamo piccoli coleotteri crepuscolari e notturni, tisanuri, formiche, ragni, isopodi, lepidotteri eteroceri, ditteri. Una componente meno rilevante della dieta di questo geconide è rappresentata dalle bacche e dalle foglie di numerose specie arbustive.
Rapporti con altre specie: tra i predatori del tarantolino vi sono alcuni uccelli rapaci, soprattutto Strigiformi (assiolo, allocco ecc.), alcuni mammiferi (riccio, alcuni mustelidi) e alcuni serpenti terricoli e arboricoli.
Cause del declino.
Non vi sono motivi per ritenere che la specie sia in fase di declino. Molte popolazioni colonizzano piccoli isolotti dove il disturbo antropico è assai limitato. Altre popolazioni, come ad esempio quella genovese, vivono a diretto contatto con l’uomo, ma non sembrano soffrire l’elevato impatto antropico. Gli interventi dell’uomo che possono provocare danni significativi alle popolazioni di questo geconide sono il prelievo a scopo amatoriale di animali in natura e la ristrutturazione di edifici abitati dal tarantolino. Infine, i frequenti incendi estivi possono provocare seri danni alle popolazioni di tarantolino. In Sardegna, soprattutto nella parte Nord-orientale dell’isola, il tarantolino ha sofferto del taglio degli esemplari più grandi di Juniperus phoenicea, il cui legname odoroso e compatto è molto ricercato per fare parquet, ad esempio in Costa Smeralda.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Capocaccia L., 1956 - Phyllodactylus europaeus Gené in Liguria. Ann. Mus. civ. Sto. nat. Giacoma Doria Genova, 77: 234-243.
Jesu R., 1994 - Geco comune Tarentola mauritanica (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 80-81.
Rieppel O., Schneider H., 1981 - Phyllodactylus europaeus (Gené, 1838). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Db I. Echsen (Sauria) I. pp. 108-118. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Sindaco R., 1994 - Tarantolino Phyllodactylus europaeus (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 80-81.
Tarentola mauritanica (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Tarantola muraiola o Geco comune
Categoria IUCN
Lower risk
Tassonomia.
Geco di aspetto robusto che può raggiungere i 15 cm di lunghezza. Si differenzia dagli altri gechi italiani per la presenza sulle dita di cuscinetti adesivi non divisi per tutta la loro lunghezza, e per la presenza di unghie solo sul terzo e quarto dito del piede. Specie politipica distinta in diverse razze geografiche, in Europa vive la sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
Specie diffusa lungo le coste e nelle isole del Mediterraneo occidentale (Portogallo, Spagna, Baleari, Francia, Corsica, Italia, Africa settentrionale), diventa più raro verso oriente dove è tuttavia segnalato lungo le coste greche e, secondo Bruno (1986), in Israele e nel Sinai. E’ presente anche nelle Isole Canarie e a Madeira. In Italia è una specie molto frequente sulle coste tirreniche della penisola, diventa molto più raro su quelle adriatiche. Vive in tutte le isole maggiori e in molte delle minori (arcipelago Toscano, isole Ponziane e della Campania, Tremiti, Eolie, Egadi, Ustica, Lampedusa, Pantelleria).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ il geco più comune in Italia mediterranea, dove colonizza i vecchi muri della maggioranza delle nostre città e villaggi.
Habitat: la tarantola muraiola è una specie che mostra una spiccata sinantropia, di carattere opportunista, si è adattata bene a vivere in prossimità di centri abitati, spesso anche a diretto contatto con l’uomo. In un recente censimento condotto in Liguria (Jesu, 1994), più del 90% delle segnalazioni del geco comune si riferivano ad avvistamenti in ambienti urbani, soprattutto su muretti a secco, in ruderi, ma anche in case abitate e di recente costruzione. In ambienti naturali è piuttosto comune nelle zone a Ogliastro (Olea oleaster [=Olea europaea var. sylvestris]) e carrubo (Ceratonia siliqua) (Oleo-Ceratonion) o in aree boscate a dominanza di querce (Quercus ilex, Q. suber, Q. pubescens). Sebbene in Marocco la specie possa spingersi a quote superiori ai 2000 metri, in Italia vive soprattutto a livello del mare e raramente si spinge oltre gli 800 m (provincia di Imperia, Sardegna). In Calabria è stata osservata fino a 650 m (Tripepi et al., 1989).
Dimorfismo sessuale: a differenza degli altri gechi il maschio è sprovvisto di pori preanali, ma riconoscibile dalla femmina per le dimensioni proporzionalmente maggiori del capo e per un rigonfiamento alla base della coda dovuto alla presenza di emipeni.
Dimensioni delle popolazioni spesso piuttosto comune e abbondante, non si hanno però dati sull’effettiva numerosità delle popolazioni.
Sex ratio: non è nota
Comportamento riproduttivo: i maschi sono territoriali e manifestano frequentemente comportamenti aggressivi nei confronti di conspecifici dello stesso sesso. Il maschio durante la stagione degli amori emette richiami molto acuti che hanno la probabile funzione di attirare femmine conspecifiche con le quali accoppiarsi. Le femmine depongono 2-3 uova, una o due volte l’anno (con intervallo di circa due mesi tra la prima e la seconda deposizione), attaccandole alle pareti di strette fessure nella roccia, o tra le spaccature nelle travi di legno o tra le tegole del tetto. Talvolta più femmine depongono le loro uova nello stesso posto.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa quattro mesi dalla loro deposizione.
Alimentazione: sia i giovani che gli adulti sono voraci predatori di insetti (dermatteri, coleotteri, imenotteri, ditteri, lepidotteri eteroceri) e di altri Artropodi (isopodi, scorpioni e pseudoscorpioni). In ambienti fortemente antropizzati l’attività di caccia è svolta prevalentemente nelle ore notturne, in ambienti naturali il picco di attività si registra nelle ore mattutine.
Rapporti con altre specie: nell’Italia meridionale vive spesso in simpatria con Hemidactylus turcicus (Geco verrucoso), Cyrtopodion kotschyi (Geco di Kotschy) e Podarcis sicula (Lucertola campestre). Tra i predatori vi sono numerosi ofidi, sia terricoli che arboricoli, in particolare il colubro dei riccioli (Coronella girondica), alcuni mammiferi, tra cui il riccio e piccoli mustelidi, e uccelli predatori, soprattutto Strigiformi (Barbagianni, Assiolo, Allocco).
Cause del declino.
La tarantola muraiola, come la maggior parte dei gechi, è una specie sinantropica, che non solo tollera, ma che spesso sembra essere favorita dalla presenza dell’uomo. Per questa ragione, la notevole urbanizzazione delle coste, conseguenza dello sviluppo turistico delle nostre regioni di mare e causa del declino di molte specie dell’erpetofauna locale, non sembra aver provocato una significativa contrazione dell’areale distributivo del geco comune. In alcuni casi, addirittura, si è osservato un allargamento dell’areale verso regioni climaticamente inadatte alla specie, reso possibile dal fatto che il geco ha trovato all’interno dei caseggiati riscaldati dall’uomo, microambienti ottimali per trascorrere i mesi più freddi dell’anno. La specie risulta comunque meno frequente negli ambienti d’elezione d’un tempo (macchia mediterranea, campi coltivati). Questo a causa del deterioramento di tali habitat e dell’uso eccessivo di insetticidi e diserbanti nelle pratiche agricole, che ha ridotto notevolmente la quantità di cibo a disposizione.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Jesu R., 1994 - Geco comune Tarentola mauritanica (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 80-81.
Rieppel O., 1981 - Tarentola mauritanica. In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. pp. 119-133. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Chamaeleo chamaeleon (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Camaleonte
Categoria IUCN:
(Europa) EN A1e
Tassonomia.
Unica specie della famiglia Camaleonide presente in Europa. E’ l’unico sauro europeo con costumi esclusivamente arboricoli e presenta caratteri del corpo interpretabili come adattamenti a questo tipo di vita. Il capo ed il corpo sono compressi lateralmente, la coda è prensile, le dita funzionano come pinze e consentono una salda presa ai rami. Gli occhi sporgenti possono essere mossi in maniera indipendente. Gli adulti hanno sul capo una sorta di casco a forma piramidale. La colorazione del corpo è estremamente variabile.
Distribuzione passata e presente.
Il camaleonte ha una distribuzione circummediterranea meridionale: è presente nelle regioni nord-africane, in Asia occidentale, in Turchia, in Grecia, nel Sud della Spagna e del Portogallo. La specie è inoltre presente in alcune isole mediterranee: Creta, Cipro, Samos, Chios. A Malta e in Puglia la specie forma piccole popolazioni di origine antropica. In Sicilia non sembra esistere alcuna popolazione stabile. Per quanto non se ne abbia alcuna prova diretta, la presenza del camaleonte nella penisola Iberica potrebbe forse essere di origine antropica e alcuni pensano che risalga al secolo scorso; in ogni caso è continuata sino ai giorni nostri. In queste regioni le popolazioni, se non fossero di origine naturale, sono certo ben acclimatate e sono tra le più numerose in Europa. Molte popolazioni insulari di camaleonte hanno probabilmente origine antropica. In Sicilia le prime segnalazioni storiche risalgono alla prima metà del secolo scorso; da allora le segnalazioni si sono ripetute più volte in diverse località dell’isola, ma riguardavano sempre esemplari isolati. La presenza della specie in Sicilia sembra pertanto di natura antropica e vi sono seri dubbi sul fatto che gli individui si possano acclimatare e formare popolazioni stabili nel tempo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Nella penisola Iberica il camaleonte è presente nelle regioni costiere e non si spinge quasi mai all’interno. Solo nella regione di Malaga, il camaleonte raggiunge occasionalmente quote prossime a 900 m. Al contrario, nelle regioni extra-europee (es. Nord Africa) il camaleonte è presente all’interno di una più ampia fascia altitudinale, potendo superare 1500 m di quota.
Habitat: nella penisola Iberica il camaleonte frequenta ambienti costieri con substrato sabbioso dell’Oleo-Ceratonion, a Retama monosperma, Ceratonia siliqua, Pistacia lentiscus e Pinus pinaster; è più raro in ambienti collinari anche a substrato roccioso; diventa visitatore occasionale di uliveti e frutteti soggetti a contenuta pressione antropica.
Dimorfismo sessuale: gli adulti sono lunghi 20 o 30 cm, le femmine presentano dimensioni in media maggiori di quelle dei maschi.
Dimensioni delle popolazioni: nella penisola Iberica le popolazioni di camaleonte studiate presentano un numero di individui variabile da qualche decina a poche centinaia. Nelle varie popolazioni dell’Algarve (Portogallo: Cecela Velha, Monte Gordo, Praia de Cabeço, Tavira), ad esempio, sono stati conteggiati circa 650 individui, il 55% dei quali erano immaturi.
Sex ratio: nella popolazione dell’Algarve il valore osservato è di 0.76:1 e forse non si discosta significativamente dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva è in Luglio e Agosto. La femmina depone da 8 a 26 uova in buche scavate nella sabbia o, più raramente, in fessure delle rocce.
Sviluppo: la maturità sessuale è raggiunta non prima del terzo anno di vita.
Alimentazione: la dieta è insettivora e le prede sono catturate grazie alla rapida estroflessione della lunga lingua vischiosa.
Cause del declino.
La specie è rara ed è considerata a rischio di estinzione. I principali motivi di minaccia sono: l’eccessivo sfruttamento turistico dei litorali; gli incendi che distruggono gli ambienti di macchia mediterranea e producono un generale degrado degli habitat costieri; la cattura per scopi commerciali e/o amatoriali di questi esemplari.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Blasco M., Crespill E., Romero J., Sanchez J.M., 1985 - El Camaleon comun (Chamaeleo chamaeleon, L.) en la Peninsula Iberica. I.C.O.N.A Monographias, 43.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore.
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Cuadrado M., Rodriguez M., 1990 - El Camaleon comun (Chamaeleo chamaeleon L.) en Andalucia: distribucion y conservation. Junta de Andalucia & A.M.A, Sevilla.
Klaver C.J.J., 1981 - Chamaeleo chamaeleon (Linnaeus, 1758). In: Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 218-238.
Anguis fragilis (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Orbettino
Categoria IUCN
Lower Risk
Tassonomia.
La famiglia Anguidae è molto diffusa nel continente americano mentre in quello eurasiatico è presente con solo due specie Anguis fragilis e Ophisaurus apodus, la prima molto comune nella nostra penisola, la seconda con areale più orientale è segnalata in Italia solamente nei territori vicino a Trieste, dove tuttavia si ritiene sia stata immessa e non si sia acclimatata. Si tratta di sauri con arti completamente ridotti e quindi dall’aspetto generale serpentiforme. Si differenziano tuttavia dagli Ofidi per la presenza di palpebre che si chiudono e per la coda autotomica. A. fragilis si distingue facilmente da O. apodus per le più piccole dimensioni e per la forma del corpo cilindrica con i lati perfettamente lisci, privi di un solco longitudinale (come in O. apodus). La colorazione dell’orbettino è molto variabile, tra popolazioni, all’interno della stessa popolazione e in uno stesso individuo a seconda del periodo dell’anno e delle condizioni termiche a cui è sottoposto. E’ una specie politipica, le popolazioni italiane apparterrebbero alla sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
A. fragilis è un’entità euroanatolico-caucasica, presente in Europa a Sud del 64° parallelo e ad Est sino agli Urali, raggiungendo il Caucaso e parte dell’Asia sudoccidentale La sua presenza nell’Africa nordoccidentale (Algeria) richiede conferma. In Italia è presente in tutte le regioni ad eccezione della Sardegna, della Sicilia e isole minori, ma diventa meno frequente andando da Nord verso Sud e dal piano montano a quello basale. In Calabria è una specie rara e localizzata (Tripepi et al., 1989).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie molto comune in Italia.
Habitat: è diffuso dal livello del mare sino ad oltre 2000 m di quota sulle Alpi. In questa fascia altitudinale predilige gli ambienti mesofili, soprattutto prati soleggiati o radure all’interno di boschi misti di latifoglie, spesso in prossimità di corsi d’acqua; diventa più raro in ambienti xerici e in quelli altamente antropizzati. Solo di rado si spinge all’interno dei centri abitati.
Dimorfismo sessuale: i maschi hanno coda proporzionalmente più lunga e capo più massiccio delle femmine, presentano spesso una pigmentazione scura e talvolta azzurrognola sul dorso, più raramente macchie azzurre sui fianchi; le femmine invece mostrano spesso da una a cinque strie dorso-laterali.
Dimensioni delle popolazioni: non sono note stime precise. Capula et al. (1992) in 25 ettari di una zona di ambiente alpino (Foresta di Tarvisio, Alpi Carniche) hanno catturato 28 femmine adulte. Nella faggeta di Rezzo (IM:1300 m) Cortesogno e Balletto (1989) hanno osservato una densità massima di circa 4 individui ogni 100 mq. Le densità osservate variavano da un minimo di 0.1 es/ha (pascoli a Festuca paniculata), a 0.5 es/ha (detrito di falda in faggeta; ecotono faggeta/bosco termofilo), a 1 es/ha nelle radure di faggeta; 2 es/ha nel bosco mesofilo; 2.5 nel bosco termofilo; fino a una concentrazione massima nell’ecotono pascolo-faggeta (5.5 individui/ha). Per quanto riguarda le altre faggete liguri, le densità medie sono dell’ordine dei 2 es/ha in quelle più occidentali (2.2 a Rezzo, 2.5 in Val Pesio, 3.0 in Val Tanarello) e diminuiscono poi verso oriente (0.5 sul Monte Beigua, 0.1 in Val Corsaglia e nell’Aveto/Zatta).
Sex ratio: non si discosta significativamente dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: Gli accoppiamenti hanno luogo tra aprile e maggio. Le uova fecondate (tipicamente da 6 a 12) sono trattenute all’interno del corpo materno (condizione ovovivipara). La durata dello sviluppo embrionale è di circa quattro mesi. Le nascite si concentrano nel mese di agosto, sono meno frequenti in settembre e molto rare in ottobre. In condizioni sfavorevoli la femmina può trattenere le uova anche per tempi più lunghi e partorire nella primavera successiva, una volta terminata la fase di latenza invernale. Nelle popolazioni alpine sembra piuttosto comune un ciclo riproduttivo biennale.
Sviluppo: alla nascita i piccoli misurano 7-8 cm, ad un anno di età sono lunghi 11-18 cm, al terzo anno di vita, quando la maggior parte dei maschi si pensa raggiunga la maturità sessuale, gli individui sono lunghi 25-27 cm. La femmina matura un anno più tardi rispetto ai maschi (di solito al quarto anno di vita).
Alimentazione: è piuttosto plastica. L’orbettino si nutre prevalentemente di lombrichi, gasteropodi polmonati, isopodi e altri artropodi, che caccia nelle prime ore del dì e nel tardo pomeriggio, quando la temperatura del suolo non supera i 30 °C. Piccoli vertebrati (i.e. giovani anfibi urodeli) possono occasionalmente rientrare nella dieta dell’orbettino (Luiselli et al., 1994; Capula et al., 1996). Nella faggeta di Rezzo (IM:1300 m) Cortesogno e Balletto (1989) hanno osservato un’alimentazione a base prevalente di limacidi.
Rapporti con altre specie: l’orbettino è predato da numerosi uccelli (in particolare Falconiformi e Ardeidi), da mammiferi (volpe, mustelidi) e da alcuni serpenti (Vipera, Coronella). I giovani possono essere predati anche da grossi Anuri (soprattutto il rospo comune), e talvolta divenire oggetto di atti di cannibalismo (Davies, 1957).
Cause del declino.
Sebbene l’orbettino sia più comune al Nord e diventi più raro scendendo lungo la penisola, non si ritiene vi siano seri rischi di estinzione, almeno a breve termine, in nessuna delle regioni italiane dove esso è presente. La specie è più diffusa a quote superiori a 500-600 m e ciò può essere dovuto alla minor antropizzazione di queste zone, rispetto a quelle di quote più basse. Uno sviluppo agricolo intensivo e l’impiego di elevate quantità di pesticidi, hanno progressivamente limitato l’estensione delle aree abitabili e ridotto drasticamente la loro disponibilità alimentare. Gli habitat in aree non coltivate, soprattutto nelle zone di costa, subiscono incendi con effetti devastanti per l’intera biocenosi e quindi anche per le popolazioni di orbettino che vi abitano.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Capula M., Luiselli L., Anibaldi C., 1992 - Biennial reproduction and clutch parameters in an alpine population of the Slow Worm, Anguis fragilis Linnaeus, 1758. Herpetozoa, 5 (3/4): 95-98.
Capula M., Luiselli L., Anibaldi C., 1996 - Ecologia dell’orbettino (Anguis fragilis) in ambiente alpino. Studi Trentini Sc. Nat. - Acta biol., 71: 173-175.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Davies M., 1957 - A case of Anguis fragilis devouring newly born young. British Journal of Herpetology, 4: 20.
Dely O.G., 1981 - Anguis fragilis. In: Böhme W. (Ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 318-337.
Luiselli L., Capula M., Anibaldi C., 1994 - Food habits of the Slow Worm Anguis fragilis (L.) in two contrasting Alpine environments. Bull. Soc. herp. Fr., 71/72: 45-48.
Schiavo R. M., 1994 - Orbettino Anguis fragilis (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 82-83.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Ophisaurus apodus (Pallas, 1775)
Nome italiano: Pseudopodo
Categoria IUCN:
Data Deficient
Tassonomia.
Ophisaurus apodus, anche noto come Pseudopus apodus, e l’orbettino, Anguis fragilis, sono le uniche due specie della famiglia Anguidae presenti in Europa. Sono sauri che hanno arti completamente ridotti e che, per questo, hanno aspetto serpentiforme con comportamenti locomotori striscianti. A differenza degli Ofidi, tuttavia, essi hanno palpebre che si chiudono e coda autotomica. Rispetto all’orbettino, O. apodus raggiunge dimensioni corporee più grandi: gli adulti possono superare abbondantemente il metro di lunghezza (coda inclusa) e 300 g di peso. O. apodus ha muso aguzzo, tronco robusto rivestito da squame romboidali (12-14 in linea trasversale a metà del corpo), e corpo percorso longitudinalmente da una profonda piega dermica. Negli adulti la colorazione delle parti superiori del corpo è bruna, mentre quella delle parti ventrali è giallastra. Nei giovani e nei subadulti, le parti dorsali sono grigio-brunastre e presentano striature longitudinali più scure che possono prolungarsi nella coda. In Europa O. apodus è presente con due sottospecie: O. a. apodus e O. apodus thracicus (Obst, 1978). Le popolazioni della penisola Balcanica appartengono alla sottospecie O. a. thracicus.
Distribuzione passata e presente.
O. apodus è presente nelle regioni costiere della Penisola Balcanica, in Grecia, nella Bulgaria meridionale, nei territori della Russia sud-occidentale (Crimea, Caucaso). A Sud raggiunge i territori della Siria e della Turchia, mentre ad Est si spinge in Asia centrale, nelle repubbliche della ex-Unione Sovietica (Turkmenistan, Uzbekistan, Tadjikistan, Kazakhstan, Kirghizstan). O. apodus è anche presente su alcune piccole isole del Mediterraneo: Rab, Pag, Vis, Lastovo, Mljet, Corfù, (forse) Cefalonia, (forse) Zacinto, molto dubbia è invece la sua presenza nell’Isola di Naxos, nelle Cicladi. Fiume (Rijeka) e Istria (Lewe) sono le località più settentrionali dove la presenza della specie è certa. Nella seconda metà del secolo scorso, alcuni naturalisti hanno catturato individui di Pseudopodo nei pressi di Trieste, in territorio italiano. Più recenti indagini, tuttavia, non hanno confermato la presenza della specie in queste regioni (Mezzena e Dolce, 1977).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Probabilmente non è una specie della fauna italiana.
Habitat: nella Penisola Balcanica O. apodus abita le regioni costiere, dove è più frequente negli ambienti di macchia e di gariga. In altre regioni del suo areale, lo Pseudopodo può spingersi all’interno, lontano dalle coste. Qui è frequente nelle zone collinari a quote intermedie, e predilige ambienti con una buona copertura boschiva e un ricco sottobosco. A quote più elevate tende invece ad evitare gli ambienti con fitta vegetazione. Occasionalmente O. apodus può essere rinvenuto in coltivi e pascoli. Il comportamento termoregolativo è stato studiato in primavera, al momento del risveglio dall’ibernazione, a partire dal 15 Marzo (Cherchi, 1961).
Dimorfismo sessuale: i maschi hanno coda proporzionalmente più lunga di quella delle femmine, ma lunghezze totali del corpo leggermente inferiori.
Dimensioni delle popolazioni: nei Balcani la specie è abbastanza comune anche se non si ritiene che le popolazioni siano molto numerose. In Italia non vi sono popolazioni stabili nel tempo. Talvolta vengono segnalati individui nelle aree al confine con la Croazia, ma si tratta di animali immessi probabilmente dall’uomo, che non sono in grado di acclimatarsi alle condizioni climatiche delle nostre regioni.
Sex ratio: non è nota.
Alimentazione: si nutre in prevalenza di gasteropodi, ma accetta anche crostacei, insetti, anfibi, lucertole e piccoli mammiferi regioni (Mezzena e Dolce, 1977).
Cause del declino.
Nella penisola Balcanica la specie è ancora piuttosto comune e non si ritiene a rischio di estinzione. Al contrario, nella penisola di Crimea essa ha subito un preoccupante declino ed è a rischio di estinzione. Tra le cause principali del suo declino citiamo: la distruzione degli habitat costieri di macchia e gariga, spesso conseguenza di incendi; l’uccisione e la raccolta di esemplari da parte dell’uomo.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore.
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Cherchi M. A., 1961 - Termoregolazione in Ophisaurus apodus (Pallas). Boll. Zool., 28(2) : 717-726.
Mezzena R., Dolce S., 1977 - Anfibi e rettili del Carso. 218 pp. Tip. Villaggio del Fanciullo, Trieste.
Obst F.J., 1981 - Pseudopus apodus. In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 259-274.
Petzold H.G., 1971 - Blindschleiche und Scheltopusik. Die Familie Anguidae. Neue Brehm Bucherei, 448: 1-102.
Algyroides fitzingeri (Wiegmann, 1834)
Nome italiano: Algiroide di Fitzinger
Categoria IUCN:
Lower Risk
Tassonomia.
In Italia il genere Algyroides è presente con due specie: A. fitzingeri, endemico della Sardegna e della Corsica, e A. nigropunctatus dell’Italia nordorientale. Gli algiroidi si differenziano dagli altri Lacertidi per la presenza di un collare ben definito nell’area tra il collo e il petto e per le squame dorsali carenate e di dimensioni maggiori rispetto a quelle della coda. Algyroides fitzingeri si riconosce dal congenerico A. nigropunctatus per le più piccole dimensioni, che raramente superano i 10-13 cm (di cui 7-8 cm spettano alla coda) e per la forma e le dimensioni delle squame dorsali. Queste sono infatti appuntite (ottuse in A. nigropunctatus) e sono simili o leggermente più piccole delle squame dei fianchi (più grosse in A. nigropunctatus). Le parti superiori del corpo sono bruno-nerastre e presentano una macchiettatura nera irregolare. Le parti inferiori presentano una colorazione chiara, bianco-giallastra, con sfumature verdastre o arancio-pallido.
Distribuzione passata e presente.
A. fitzingeri è un endemismo tirrenico, con areale distributivo limitato alle sola Corsica, alla Sardegna e ad alcune isole minori circumcorse (Isola di Gargalu) e circumsarde (Figarolo, Tavolara, Molara, Asinara, S. Maria, Maddalena, Caprera e Spargi). In Sardegna l’algiroide di Fitzinger è una specie poco comune, è più frequente nelle zone settentrionali e centrali dell’Isola (in particolare nella Barbagia), mentre diventa molto rara nell’Iglesiente.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ un endemismo sardo-corso.
Habitat: l’algiroide di Fitzinger colonizza gli ambienti costieri, collinari, planiziali e montani dell’isola, dal livello del mare a quote superiori ai 1500 m. E’ frequente nella boscaglia e nella macchia costiera, nei boschi misti di latifoglie sempreverdi xerofile, nei boschi mesofili di latifoglie caducifoglie mesofile. In questi ambienti predilige muretti a secco, località rocciose più o meno ricche di arbusti, alvei di torrenti in secca, mentre è raro nei coltivi. Come gli altri algiroidi non mostra una spiccata eliofilia e predilige le zone ombreggiate.
Dimorfismo sessuale: i maschi hanno coda più lunga delle femmine e pori femorali più numerosi (11-13 nei maschi, 9-11 nelle femmine) e più grossi e marcati.
Dimensioni delle popolazioni: non sono note.
Sex ratio: non è nota
Comportamento riproduttivo: il comportamento di questa specie è poco conosciuto. Gli animali si riprendono dalla fase di latenza invernale in aprile avanzato. La femmina depone sino a quattro uova (in media 2), ciascuna lunga circa 8 mm, in maggio o giugno. I piccoli nascono tra la fine di luglio ed i primi di settembre.
Sviluppo: non è noto.
Alimentazione: si nutre di artropodi, soprattutto di insetti.
Rapporti con altre specie: è predato da giovani biacchi (Coluber viridiflavus) e da alcuni uccelli rapaci (gheppio, falco grillaio).
Cause del declino.
L’algiroide di Fitzinger è una specie poco conosciuta e le informazioni a disposizione non consentono di definire in modo sufficientemente attendibile lo stato di salute delle popolazioni. Questa specie non sembra in grado di tollerare un elevato impatto antropico, ed è rara nelle aree coltivate. Le popolazioni della Sardegna centro-orientale vivono in ambienti relativamente indisturbati, dove la pastorizia è ancora florida, mentre è scarsa l’attività agricola. In queste aree si ritiene che le popolazioni non soffrano di seri rischi di estinzione e l’unico fattore che può aumentare tali rischi è dato dai frequenti incendi estivi. Nella Sardegna nordorientale lo sviluppo delle attività umane possono aver causato la progressiva distruzione degli habitat adatti alla specie che può essere andata incontro ad un declino. L’entità di tale fenomeno è tuttavia da stabilire.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Schneider B., 1981 - Algyroides fitzingeri (Wiegmann 1834). In: Böhme W. (ed.), 1981 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden. pp. 392-401
Taddei A., 1952 - Algyroides italiani. Monit. zool. ital., 59: 51-57
Algyroides nigropunctatus (Duméril e Bibron, 1839)
Nome italiano: Algiroide punteggiato
Categoria IUCN
Lower Risk
Tassonomia.
In Italia sono presenti due specie del genere Algyroides: A. nigropunctatus e A. fitzingeri (endemico della Corsica e della Sardegna). Queste lucertole si distinguono dagli altri Lacertidi per la presenza di un collare ben definito nell’area tra il collo e il petto e per le squame dorsali carenate e di dimensioni maggiori rispetto a quelle della coda. A. nigropunctatus si differenzia dal congenerico Algyroides fitzingeri per le maggiori dimensioni, che raggiungono i 18-21 cm (di cui 11-14 cm spettano alla coda) e per la forma e le dimensioni delle squame dorsali: queste presentano un apice ottuso (sono appuntite in A. fitzingeri) e sono più grosse delle squame dei fianchi (più piccole in A. fitzingeri). Le parti superiori del corpo sono completamente scure e presentano una macchiettatura nera irregolare, concentrata soprattutto sulla carenatura delle squame e lungo i fianchi. La gola ha colore blu azzurro, mentre il ventre è arancione rossastro.
Distribuzione passata e presente.
A. nigropunctatus è un’entità a geonemia balcanico-occidentale. L’areale distributivo comprende i territori dell’Italia nordorientale, della Slovenia meridionale, dell’Istria, della Dalmazia, della Bosnia Erzegovina, del Montenegro, della Macedonia, dell’Albania e della Grecia occidentale. E’ inoltre presente in alcune isole dell’Adriatico (Krk, Cres, Rab, Losinj) e in numerose isole Ioniche (Corfù, Zacinto, Itaca). In Italia l’algiroide punteggiato ha una distribuzione solo marginale in quanto segnalato nelle sole province di Gorizia e Trieste lungo il confine con le repubbliche della ex-Yugoslavia.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Molti aspetti della biologia e della ecologia di A. nigropunctatus sono poco conosciuti. E’ uno dei Lacertidi italiani con più prolungato periodo di attività, dall’inizio della primavera sino all’autunno inoltrato, e durante questo periodo tende a concentrare la propria attività all’aperto nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, cercando di evitare le ore più calde della giornata.
Habitat: vive dal livello del mare a quote superiori a 1500 m (in Albania), in Italia si spinge raramente sopra i 600 m. Predilige gli ambienti rocciosi xerici, caratterizzati da formazioni vegetali sempreverdi con vegetazione pioniera e dominanza di leccio (Q. ilex) o, più in quota, ambienti mesofili con boschi di latifoglie caducifoglie miste, con dominanza di Q. pubescens. In questi ambienti colonizza le zone con massi e pietre affioranti, è frequente nei coni di detrito alla base di pareti rocciose, nei muretti a secco, in radure o ai margini delle aree boscate (Mezzena e Dolce, 1977).
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine, durante il periodo riproduttivo il maschio presenta una colorazione della gola blu intensa (che spesso si estende ai lati della testa) e una colorazione del ventre di un arancione acceso, tendente al rosso. Le femmine presentano colorazioni più tenui e meno contrastate.
Dimensioni delle popolazioni: non si conoscono.
Sex ratio: non si conosce.
Comportamento riproduttivo: i maschi sono territoriali. Il periodo degli accoppiamenti va da marzo ad aprile. La femmina depone da 2 a 8 uova, aventi dimensioni di 10-13 x 6-8 mm, in fessure di muretti a secco, sotto pietre o in buche del terreno che essa stessa provvede a scavare.
Sviluppo: la schiusa delle uova segue di 8-10 settimane la loro deposizione. Il picco delle nascite si ha tra la fine di luglio e gli inizi di settembre. Alla nascita i piccoli misurano circa 60 cm. Una buona percentuale di femmine raggiunge la maturità sessuale già al secondo anno di vita.
Alimentazione: la dieta è costituita quasi esclusivamente da artropodi, in particolare da insetti (Ortotteri, Coleotteri, Imenotteri e Lepidotteri), ma anche da Aracnidi (ragni, scorpioni e pseudoscorpioni).
Rapporti con altre specie: l’algiroide punteggiato vive in simpatria con numerosi sauri, ma raramente con la lucertola muraiola (Podarcis muralis). L’elevato livello di sovrapposizione delle nicchie trofiche della lucertola muraiola e dell’algiroide punteggiato renderebbe impossibile la loro coesistenza nella medesima area. Si ritiene che l’algiroide sia competitivamente superiore alla lucertola muraiola ed escluda quest’ultima dagli ambienti da lui colonizzati. Tra i predatori dell’algiroide punteggiato troviamo alcuni serpenti (biacco, colubro carsico, vipera dal corno, colubro liscio), alcuni uccelli rapaci (soprattutto Falconidi) e i mustelidi.
Cause del declino.
L’algiroide punteggiato ha una distribuzione marginale in Italia, limitata ai territori della Venezia Giulia, estremo occidentale dell’areale distributivo della specie. Per ragioni biogeografiche le popolazioni italiane sono soggette ad un elevato isolamento, che aumenta il rischio di una loro estinzione e le rende quindi più vulnerabili nei confronti degli stress ambientali prodotti dall’uomo. La scomparsa degli habitat o il loro deterioramento per effetto di incendi può causare gravi danni alle popolazioni italiane di algiroidi punteggiati.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bischoff W., 1981 - Algyroides nigropunctatus (Duméril et Bibron, 1839). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. pp. 418-429. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Mezzena R., Dolce S., 1977 - Anfibi e rettili del Carso. 218 pp. Tip. Villaggio del Fanciullo, Trieste.
Pozzi A., 1966 - Geonemia e catalogo ragionato degli anfibi e dei rettili della Yugoslava. Natura, 57: 5-55.
Taddei A., 1952 - Algyroides italiani. Monit. zool. ital., 59: 51-57
Archeolacerta bedriagae (Camerano, 1885)
Nome italiano: Lucertola di Bedriaga
Categoria IUCN:
VU A1c
Tassonomia.
Nota anche come Lacerta bedriagae, è una lucertola bruna di medie dimensioni (la lunghezza del corpo degli adulti varia da 20 a 24 cm, coda inclusa), con squame dorsali piatte e non carenate. Può essere talvolta confusa con la lucertola campestre (Podarcis sicula) con cui è frequentemente simpatrica, ma da cui si distingue per la forma delle sopratemporali che non sono abbassate sul capo e per le squame dorsali tra le zampe posteriori che sono lisce, non carenate. Sino a qualche anno fa veniva inserita nel genere Lacerta. Specie politipica distinta in quattro sottospecie: A. bedriagae bedriagae esclusiva della Corsica, A. bedriagae ferrerae della Sardegna settentrionale (Gallura), A. bedriagae paessleri della Sardegna nordorientale (Monte Limbara) e A. bedriagae sardoa della Sardegna centro-orientale (Monti del Gennargentu). Secondo alcuni autori le tre sottospecie sarde non hanno ragione di esistere come entità distinte e dovrebbero essere raggruppate in un’unica sottospecie A. b. sardoa (Michelot, 1997).
Distribuzione passata e presente.
La lucertola di Bedriaga è un endemismo sardo-corso. In Corsica la lucertola è presente un po’ ovunque nella fascia altitudinale compresa tra 500 ed 2500 m, ad eccezione della sola penisola settentrionale a Nord di Bastia. In Sardegna è più localizzata. E’ presente nella Gallura, dal livello del mare a circa 450 m, nel complesso montuoso del Monte Limbara dove si spinge sino a 1300 m di quota e su molti altri rilievi interni dell’isola. Le quote più elevate le raggiunge sui monti del Gennargentu, dove può spingersi oltre 1500 m. In Sardegna la specie è più comune nella Gallura, dove, sebbene localizzata, forma popolazioni molto numerose. Nelle zone centrali dell’Isola, la lucertola è meno frequente con poche popolazioni apparentemente poco numerose.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ un endemismo sardo-corso.
Habitat: predilige gli ambienti montani, tra i 600 e 2500 m (in Corsica), anche se nella Sardegna settentrionale può scendere a livello del mare. E’ tipicamente una specie arrampicatrice e rupicola. Vive su terreni rocciosi con massi affioranti, su pinnacoli e spuntoni e su pareti rocciose, alla cui base crescono arbusti della macchia mediterranea, nel cui intrico di rami trova rifugio dai predatori.
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine. I due sessi possono differire anche nella colorazione dorsale, la femmina presenta solitamente un maggior numero di ocelli rispetto ai maschi.
Dimensioni delle popolazioni: sebbene non siano note stime precise della numerosità delle popolazioni sarde, da un esame qualitativo sembra che le popolazioni settentrionali siano molto più numerose di quelle delle zone centrali dell’isola, dove la specie si presenta sporadica e poco abbondante.
Sex ratio: non è nota
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti hanno luogo tra aprile e giugno, a seconda della quota cui la popolazione vive. La femmina depone da tre a sei uova biancastre, 6-12 x 15-17 mm di dimensioni, in fessure delle rocce, sotto il terriccio ai piedi di arbusti o nelle cenge di pareti rocciose.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa due mesi dalla loro deposizione e nascono dei piccoli lunghi circa 6 cm. In cattività non supera di solito i 6 anni di vita, eccezionalmente può raggiungere i 10 anni.
Alimentazione: la lucertola di Bedriaga ha una dieta prevalentemente insettivora.
Rapporti con altre specie: non sembra soffrire di una intensa pressione predatoria, è predata occasionalmente da corvidi (soprattutto il corvo imperiale) e da alcuni Falconidi.
Cause del declino.
In Sardegna la lucertola di Bedriaga presenta una distribuzione piuttosto frammentata. E’ ritenuta relativamente abbondante nella Gallura, mentre le popolazioni delle zone centrali dell’isola sembrano essere poche e poco numerose, indice secondo alcuni, di una fase di declino della specie. Le principali minacce alla sopravvivenza di questa specie sono: gli incendi e la spinta urbanizzazione costiera. Gli incendi in queste regioni sono piuttosto frequenti anche se gli habitat colonizzati dalla lucertola di Bedriaga (rocce, massi, zone pietrose) la rendono meno vulnerabile di altre specie. L’intenso sviluppo turistico e la conseguente urbanizzazione di molte aree costiere ha provocato la scomparsa degli habitat in cui la lucertola vive e ha condotto molte popolazioni all’estinzione.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Mertens, R., 1957 - Die Amphibien und Reptilien Korsikas. Senck. biol., 38: 175-192.
Michelot M., 1997 - Lacerta bedriagae (Camerano, 1885). In: Gasc J.P. (Ed.) - Atlas of amphibians and reptiles in Europe. pp. 234-235. SHE & Mus. Nat. Hist. Nat., Paris.
Schneider B., 1981 - Lacerta bedriagae (Camerano, 1885). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band II. Echsen (Lacerta) II. pp. 211-224. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Archeolacerta horvathi (Méhelÿ, 1904)
Nome italiano: Lucertola croata o Lucertola di Horvath
Categoria IUCN:
Lower Risk
Tassonomia.
Nota anche come Lacerta horvathi, è una lucertola bruna di medie dimensioni, la cui lunghezza varia da 15 a 20 cm (inclusa coda). Ha forma del corpo appiattita ed una testa corta ed ottusa. Può essere facilmente confusa con Podarcis muralis, con cui talvolta vive in simpatria. Si distingue da questa per i seguenti caratteri: la prima sopratemporale è solitamente grande, la rostrale è a contatto con la frontoparietale, vi è una sola postnasale e vi sono cinque paia di scudi sul mento, le squame del dorso sono appiattite e mai carenate e sono più grosse di quelle presenti sulla parte inferiore della zampa posteriore (Arnold e Burton, 1985). La colorazione del dorso è più pallida rispetto a quella dei fianchi, il ventre è spesso giallo con le parti inferiori della coda di colore bianco.
Distribuzione passata e presente.
A. horvathi è un endemismo carnico-dinarico, che raggiunge marginalmente la Germania, presente nell’Italia nordorientale, nella Slovenia occidentale e nella Croazia occidentale, dai Monti Risnjack, a Nord, sino ai Monti Sibenik a Sud (Pozzi, 1966). In Italia le località abitate da questa lucertola sono solo sulle Alpi Carniche e Giulie, al confine con la Slovenia (Darsa, 1972; Lapini e Dolce, 1985; De Luca, 1989).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
In Italia Nord-orientale questa specie raggiunge il limite del suo areale.
Habitat: A. horvathi è una specie prevalentemente montana e alpina, è piuttosto rara a quote inferiori a 500 m, più comune sopra 1000 m, può raggiungere quote prossime a 2000 m. Predilige le zone rocciose ed è frequente su dirupi, coni di detrito, muretti a secco, spesso in vicinanza di sorgenti o di zone con acqua stagnante. E’ invece meno frequente nelle zone fittamente boscate, dove tende a colonizzare le aree più marginali. Solo occasionalmente si spinge nelle vicinanze di centri abitati e di zone coltivate.
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni corporee maggiori di quelle delle femmine.
Dimensioni delle popolazioni: non si hanno notizie relative alla numerosità delle popolazioni italiane.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: a seconda delle quote, la stagione degli accoppiamenti ha inizio da aprile a maggio. Verso la metà di luglio la femmina depone da 2 a 4 uova, lunghe 13-14 x 7-8 mm.
Sviluppo: Le uova schiudono dopo 35-40 giorni dalla deposizione.
Alimentazione: dieta prevalentemente insettivora costituita da bruchi di farfalle, ditteri, imenotteri, coleotteri e ortotteri. Occasionalmente si ciba anche di aracnidi (Opilionidi).
Rapporti con altre specie: è predata da uccelli rapaci Falconiformi, da qualche mustelide e da qualche rettile, tra cui Vipera ammodytes.
Cause del declino.
Questa specie ha un areale piuttosto ristretto essendo limitato ai territori della Slovenia e, soprattutto a quelli croati occidentali. In Italia la specie sembra avere una distribuzione solo marginale. Le popolazioni conosciute non sono molte, anche se non vi sono stime attendibili sulla loro numerosità. La specie è legata soprattutto agli ambienti montani e alpini e non è per questo soggetta ad una intensa pressione antropica.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bischoff W., 1981 - Lacerta horvathi (Méhely, 1904). In: Böhme W. (ed.), 1981 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/I. Echsen (Lacerta) II. pp. 265-275. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Darsa M., 1972 - Anfibi e rettili di Fusine. Hyla, 2 (1): 3-13.
De Luca N., 1989 - Taxonomic and biogeographic characteristics of Horvath’s lizard in Yugoslavia. Scopolia, Ljubljana, 18: 1-48.
Lapini L, Dolce S., 1985 - Lacerta (Archeolacerta) horvathi Méhely 1904, in Italia: nuove stazioni per la Alpi Carniche e Giulia. Gortania.
Pozzi A., 1966 - Geonemia e catalogo ragionato degli anfibi e dei rettili della Jugoslavia. Natura, 57: 5-55.
Lacerta agilis Linnaeus, 1758
Nome italiano: Lucertola agile
Categoria IUCN:
Data deficient
Tassonomia.
Lucertola verde dal corpo tozzo, con gambe e coda piuttosto corte e zampe grosse, gli adulti sono lunghi sino a 20-25 cm (coda inclusa). Le squame dorsali sono fortemente carenate e disposte in 32-55 serie in linea traversale a metà tronco, lungo il centro del dorso si nota spesso una banda di squame distintamente più piccole. Il capo presenta la squama occipitale molto più stretta di quella frontale, una rostrale piccola che non arriva a contatto con le narici e una sola internasale. La colorazione è estremamente variabile, presenta spesso una banda più scura sulla parte centrale del dorso, e ocelli scuri lungo i fianchi.
Distribuzione passata e presente.
L. agilis è presente su gran parte del territorio europeo. A Nord si spinge sino all’Inghilterra meridionale e nordoccidentale e alla Scandinavia meridionale. Manca nella Penisola iberica (ad eccezione della Spagna orientale), in Italia e nelle regioni più meridionali della penisola balcanica (dove è presente nel Nord della Grecia e in Bulgaria). Ad Est dalla Turchia, attraverso il Caucaso, raggiunge i territori dell’Asia centrale a Nord sino al 60° parallelo e ad Est sino al lago Baikal. In Italia la specie è presente in Piemonte, in Friuli (nelle Alpi Giulie al confine con la Slovenia) e (forse) in Alto Adige. Le segnalazioni sono tuttavia poche e necessitano di conferma.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie che raggiunge l’Italia solo in modo marginale.
Habitat: nelle regioni più meridionali può salire in quota sino a raggiungere i 2000 m, mentre nelle altre regioni è limitata agli ambienti di bassa quota. Colonizza aree asciutte, bordi di coltivi, massicciate stradali, pascoli sassosi, dune costiere con scarsa vegetazione xerofila, ma anche parchi e giardini all’interno dei centri abitati.
Dimorfismo sessuale: il maschio ha dimensioni maggiori delle femmine, presenta inoltre una colorazione verde intenso dei fianchi. Le femmine sono grigie o marroni, raramente con macchiettatura verde sui fianchi e hanno la banda centrale scura che tende ad essere spezzettata.
Dimensioni delle popolazioni: in Italia la specie è solo occasionale ed il numero di individui si ritiene sia estremamente basso.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: la stagione degli accoppiamenti può iniziare già verso la fine di aprile ma i picchi di attività riproduttiva sono raggiunti a maggio. Il maschio, una volta intercettata la femmina recettiva, le si avvicina, e la trattiene con la bocca. Il maschio, curvandosi lateralmente, accosta la propria cloaca a quella femminile, si ha quindi estroflessione dell’emipene e copulazione. Una femmina può accoppiarsi più volte con lo stesso animale o con animali diversi nell’arco di una stessa giornata. La femmina depone le uova circa un mese dopo l’accoppiamento. Le uova, da 4 a 20, sono deposte sotto pietre o all’interno di buche, che la femmina stessa scava in zone riparate dalla vegetazione. Come già in L. viridis, nelle regioni più meridionali dell’areale distributivo della specie vi può essere un secondo ciclo riproduttivo in estate.
Sviluppo: la schiusa avviene circa due mesi dopo la deposizione delle uova. Alla nascita la piccola lucertola misura 50-65 mm di lunghezza (inclusa la coda). A due mesi di vita il giovane ha già raddoppiato la propria lunghezza. La maturità sessuale nei maschi è generalmente raggiunta al secondo anno di vita, mentre nelle femmine è raggiunta un anno più tardi.
Alimentazione: la lucertola agile si ciba prevalentemente di insetti (ortotteri, coleotteri, lepidotteri, imenotteri, ditteri) e di crostacei isopodi e aracnidi araneidi. Occasionalmente la lucertola può cibarsi anche di piccoli sauri, di bacche e di altri frutti.
Rapporti con altre specie: la lucertola agile è predata da uccelli rapaci (poiane, falchi), da mustelidi, da gatti e da alcuni serpenti, in particolare gli Ofidi del genere Coluber e Coronella.
Cause del declino.
La lucertola agile è in declino in buona parte dell’Europa centrale e settentrionale. Le cause principali di questo declino sono connesse alla scomparsa degli habitat adatti per la sopravvivenza della specie (sia ambienti dunali costieri che zone di brughiere spesso sostituite con foreste di conifere) e all’uso eccessivo di pesticidi e antiparassitari nelle pratiche agricole.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bischoff W., 1984 - Lacerta agilis (Laurentis, 1768). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/I. Echsen (Lacerta) II. pp. 23-68. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore.
Capula M., Luiselli L., 1992 - The sand lizard, Lacerta agilis, in Italy: preliminary data on distribution and habitat characteristics. The Herpetological J., 2: 101-103.
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London
Corbett K., Moulton N., 1996 - Sand lizards, species recovery programme project: 2nd year report (1995-96). English Nature Research Report. No. 187.
Lapini L., Morisi A., Bagnoli C., Luiselli L., 1988 - Lacerta agilis Linné 1758 specie nuova per la fauna Italiana (Reptilia, Squamata, Lacertidae). Atti Mus. Friulano Storia Nat. Udine., 10: 205-212.
Mertens R. e Wermuth H., 1960 - Die Amphibien und Reptilien Europas. W. Kramer, Frankfurt am Main, 664 pp.
Polidori E., Caratti G., 1992 - Nouvelles donnees concernant le Lezard des Souches (Lacerta agilis L.) dans les Alpes du Sud. Boll. Mus. reg. St. Nat. Torino, 10 (2): 341-357.
Rollinat R., 1980 - La vie des reptiles de la France centrale. Société Herpetologique de France. 343 pag.
Gruppo della Lacerta viridis (Laurenti, 1758)
La sistematica di questo gruppo è in corso di revisione (U. Joger, cfr. Rykena, 1991), ma sembra ormai assodato che l’entità precedentemente nota sotto questo nome sia invece composta da due diverse specie. Di queste, solo Lacerta bilineata Daudin, 1802 sarebbe presente in Italia ed in Europa occidentale, per cui sarebbe questa anche la specie cui fa riferimento più preciso la Direttiva Habitat.
Lacerta bilineata Daudin, 1802
Nome italiano: Ramarro
Categoria IUCN:
Lower Risk (Conservation Dependent)
Tassonomia.
Lucertola verde di grosse dimensioni, con lunghezza del corpo che può superare i 40 cm (inclusa la coda). La distinzione morfologica fra L. viridis e L. bilineata non è agevole e può esser fatta solo in base alla colorazione della gola negli esemplari appena schiusi dall’uovo: brunastra in L. viridis e verdazzurra in L. bilineata.Entrambe presentano squama occipitale più stretta sia di quella frontale che di quella interparietale, squame del dorso con una accentuata carenatura e sei file di squame ventrali. I maschi adulti sono quasi completamente verdi, con una lieve punteggiatura nera sul dorso e presentano una colorazione blu sulla gola, molto intensa durante la stagione riproduttiva. Le femmine hanno una colorazione più variabile, tendente al bruno e talvolta una coppia di linee sopraccigliari biancastre. E’ ritenuta una specie politipica anche se il numero di sottospecie in cui viene distinta varia a seconda degli autori. Mertens e Wermuth (1960) distinguono le popolazioni di ramarro dell’Italia meridionale come due razze geografiche distinte: ssp. ‘chloronota’ Rafinesque, 1810 (della Sicilia e Calabria), ssp. ‘fejervaryi’Vasvary, 1926(della Campania, Puglia, Calabria e Isola d’Elba); numerosi nomi sono stati peraltro proposti per indicare altrettante variazioni locali di questa entità (cfr. Nettmann e Rykena, 1984)e tutti dovrebbero subire una revisione critica.
Distribuzione passata e presente.
Il complesso Lacerta viridis - L. bilineata mostra nel suo complesso unadistribuzione atlantico-sudeuro-pontica. Con la separazione delle due entità specifiche distinte, L. bilineata occupa la porzione occidentale dell’areale, dalla Galizia e Cantabria alla Francia centro meridionale, la Germania sudoccidentale, Svizzera ed Italia; Lacerta viridis sarebbe diffusa invece nella Regione Balcanica fino alla Bulgaria e nell’estremo Nord-ovest della Turchia, lungo il Mar Nero. In Italia il ramarro è presente in tutte le regioni ad eccezione della Sardegna.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie molto comune in tutta Italia.
Habitat: In Italia il ramarro è presente all’interno di un’ampia fascia altitudinale, dal livello del mare sino ad oltre i 1500 m di quota. Predilige aree con densa vegetazione cespugliosa e buona insolazione, spesso vicini a ruscelli o piccoli corsi d’acqua. E’ anche frequente ai margini di aree boscate o in radure di foreste di latifoglie o di conifere, lungo i sentieri, nei muretti a secco, spesso in prossimità di casolari e centri abitati. Nel Nord del Paese è una specie relativamente termofila, più abbondante nella fascia mediterranea e montana inferiore che non alle quote più elevate. Essa diviene però apparentemente sempre più mesofila procedendo verso il meridione. In Calabria e in Sicilia può essere quindi descritta come una specie nettamente montana e la si rinviene nelle sugherete più fresche e soprattutto in faggeta, fin quasi a 1600 m (Aspromonte: Tripepi et al., 1989). La temperatura preferenziale (terreno) è di circa 19°C (Scali e Zuffi, 1994).
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine e presentano una colorazione verdastra del dorso più omogenea. Nei maschi, come si è detto, durante la stagione riproduttiva la gola acquista una colorazione blu più intensa, che può estendersi sul pileo. Le femmine sono più variabili, spesso brune e possono presentare due linee sopraccigliari chiare che decorrono lungo la porzione dorsolaterale del corpo.
Dimensioni delle popolazioni: la densità delle popolazioni di ramarri varia molto a seconda del tipo di ambiente colonizzato. Stime condotte in popolazioni centroeuropee hanno rilevato i seguenti valori: da 1 a 13 animali per ettaro nella Francia centrale, 13 animali per ettaro nella Slovacchia meridionale, un animale ogni 20-30 m lungo un transetto lineare in Romania. Per l’Italia le sole stime di densità sono state effettuate da Cortesogno e Balletto (1987) all’Alpe di Rezzo (IM: 1300 m). Le massime concentrazioni sono state osservate entro il bosco termofilo a Orniello e Roverella (6.0 es/ha); la densità diminuisce poi progressivamente con l’aumentare dell’altitudine, a 5.2 es/ha nel bosco mesofilo e a 3.1 es/ha nell’ecotono fra bosco mesofilo e faggeta. La specie può penetrare nelle radure di faggeta anche in Liguria, ma sempre con densità molto basse (0.05 es/ha nella faggeta dell’Aveto/Zatta; 0.1 es/ha in quella della Val Corsaglia; 0.5 es/ha in Val Tanarello e a Bardineto/Calizzano; 0.7 es/ha sul Monte Beigua,).
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: gli adulti emergono in primavera, con temperature del substrato di almeno 14°C (Dolce et al., 1982). La stagione degli accoppiamenti va da aprile alla prima metà di maggio. Durante questa stagione i maschi sono molto aggressivi e tendono a scacciare dal loro territorio qualsiasi altro maschio che ne oltrepassi i confini. Il territorio del maschio è normalmente rappresentato da un cespuglio posto alla base di un albero al centro di una radura; da esso il maschio non si allontana se non quando ne sia attivamente scacciato. Quando una femmina recettiva entra nel territorio di un maschio, questo la insegue e una volta raggiuntala, la trattiene con la bocca e dà inizio alla copula, che può durare da pochi minuti a un quarto d’ora. La femmina depone le uova circa un mese dopo l’accoppiamento. Le uova, in numero variabile da poche unità a due dozzine, sono deposte sotto pietre o all’interno di una buca, che la femmina stessa scava, alla base di fitti cespugli. Nelle regioni più meridionali dell’areale e alle quote più basse vi può essere un secondo ciclo riproduttivo in estate.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa due mesi dalla loro deposizione. I ramarri alla nascita sono lunghi 50-80 mm e dopo un anno hanno raggiunto lunghezze superiori ai 20 cm. La maturità sessuale può essere raggiunta già al secondo anno di vita. La longevità media in condizioni naturali è di circa sei anni.
Alimentazione: il ramarro si ciba prevalentemente di insetti (soprattutto ortotteri, coleotteri, lepidotteri, imenotteri, ditteri) ma rientrano nella dieta anche i crostacei isopodi e gli aracnidi araneidi. Inoltre, si possono cibare anche di piccoli sauri (talvolta anche di giovani della loro stessa specie), di uova di piccoli passeriformi e occasionalmente di bacche e di altri frutti.
Rapporti con altre specie: il ramarro è predato da uccelli rapaci (poiane, falchi), da mustelidi e da altri rettili, in particolare da ofidi del genere Coluber e Coronella.
Cause del declino.
In Europa centrale il ramarro ha subito in questi ultimi anni un progressivo declino dovuto soprattutto al largo impiego di pesticidi nelle pratiche agricole. In Italia la specie è ancora piuttosto comune anche se è più abbondante nelle aree collinari e pedemontane mentre la sua presenza diviene più sporadica in pianura, soprattutto nelle zone interessate da un’agricoltura intensiva. I frequenti incendi che coinvolgono estese aree del nostro territorio, soprattutto nelle regioni costiere, possono condurre alla locale scomparsa di intere popolazioni di questo sauro.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Dolce S., Lapini L., Stergulc F., 1982 - Contributo preliminare allo studio dell’erpetofauna della bassa pianura friulana. Note eco-etologiche sugli Anfibi e Rettili del Bosco Baredi e Selva di Arvonchi (Muzzana del Turgnano, Udine), pp. 9-35. CNR Roma, AQ/1/181.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphibia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. civ. Museo di St. nat. Ferrara, 5.
Mertens R. e Wermuth H., 1960 - Die Amphibien und Reptilien Europas. W. Kramer, Frankfurt am Main, 664 pp.
Nettmann H.K., Rykena S., 1984 - Lacerta viridis (Laurentis, 1768). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/I. Echsen (Lacerta) II. pp. 129-180. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Rykena S., 1991 - Kreuzungsexperimente zur Prüfung der Artgrenzen im Genus Lacerta sensu stricto. Mitt. Zool. Mus. Berlin, 67(1): 55-68.
Saint Girons M.C., 1977 - Le cycle de l’activité chez Lacerta viridis et ses rapports avec la structure sociale. Terre Vie, 31: 101-116.
Scali V., Zuffi M., 1994 - Preliminary report on a reptile community ecology in a suburban habitat of northern Italy. Boll. Zool., 61:73-76.
Schiavo R. M., 1994 - Ramarro Lacerta viridis (Laurenti, 1768). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. pp 86-87. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali.
Podarcis filfolensis (Bedriaga, 1876)
Nome italiano: Lucertola maltese
Categoria IUCN:
CR B1-3
Tassonomia.
Lucertola bruna di medie dimensioni con adulti che raggiungono i 20 cm di lunghezza (coda inclusa). Di aspetto simile a Podarcis muralis, con cui tuttavia non è simpatrica, si contraddistingue per la colorazione delle parti inferiori del corpo, variabile dal biancastro, all’arancione e al rosso con una fitta macchiettatura scura, soprattutto nei maschi. Come nelle altre specie del genere Podarcis esiste una elevata variabilità nel disegno e nella colorazione del dorso, sia tra individui della stessa popolazione che tra popolazioni diverse. Questa variabilità ha indotto alcuni ricercatori a descrivere diverse sottospecie. Le popolazioni italiane, limitate alle isole Pelagie di Linosa e Lampione apparterrebbero alla sottospecie P. f. laurentiimuelleri (Fejérvary, 1924).
Distribuzione passata e presente.
P. filfolensis è un endemismo delle isole dell’Arcipelago Maltese e delle Isole Pelagie (isola di Linosa e di Lampione).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie limitata in Italia alle sole Isole Pelagie.
Habitat: tipica delle aree aperte con scarsa vegetazione di alto fusto, frequente nella gariga e al limitare degli ambienti di macchia, ma anche lungo i bordi delle strade, in pietraie, in muretti a secco e in orti e giardini. E’ comune anche sulla costa, tra gli scogli e su piccoli isolotti poco lontano dalla costa.
Dimorfismo sessuale: maschio generalmente più grosso della femmina, con pori femorali più sviluppati ed una colorazione più vivace e contrastata.
Dimensioni delle popolazioni: Di Palma (1991) ha stimato una densità massima di 56 es/100 mq in un’area campione di macchia degradata a lentisco; nei muretti a secco dell’isola la densità scendeva a 28 es/100 mq.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: le uniche informazioni note sono quelle riportate da Mertens (1926), secondo le quali la deposizione delle uova da parte delle femmine avviene dalla metà di maggio alla metà di giugno, mentre il picco delle nascite sarebbe verso la fine di luglio.
Sviluppo: le uova schiudono verso la fine di luglio, circa 40 giorni dopo la loro deposizione.
Alimentazione: la dieta è probabilmente simile a quella della maggior parte delle lucertole, costituita prevalentemente da insetti e da altri artropodi (ragni e isopodi) e da qualche occasionale chiocciola.
Rapporti con altre specie: tra i potenziali predatori di questa lucertola vi sono uccelli rapaci (Falco spp.) e rettili (Coluber viridiflavus, Elaphe situla, Telescopus fallax).
Cause del declino.
Le popolazioni di questo interessante endemismo del Mediterraneo centrale colonizzano piccole isole e presentano, quindi, un areale molto frammentato. L’isolamento che ne deriva espone la specie ad elevati rischi di estinzione. E’ noto che le popolazioni dell’isolotto di Filfola sono state condotte quasi all’estinzione a causa dei ripetuti bombardamenti effettuati a scopo di esercitazione dalla Marina Britannica. Anche la raccolta di esemplari a fini commerciali o amatoriali può provocare gravi danni alle popolazioni.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bischoff. W., 1986 - Podarcis filfolensis (Bedriaga, 1876). In: Böhme W. (ed.), 1986 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/II. Echsen (Sauria) III. pp. 50-64. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore.
Di Palma M. G., 1991 - Censimento della popolazione di lucertole dell’Isola di Linosa (Agrigento). Atti 2° Seminario ital. Censimenti Faunistici Vertebrati. Ric. Biol. Selvagg., Suppl. 16: 207-209.
Lanfranco G.G., 1955 - Reptiles, Amphibians of the Maltese Islands. Malta Year Book 1955: 198-203.
Podarcis melisellensis (Braun, 1877)
Nome italiano: Lucertola adriatica
Categoria IUCN: Data deficient
Tassonomia.
Lucertola bruna di medie dimensioni con lunghezza massima dei maschi adulti di 18-20 cm (coda inclusa). Presenta un aspetto molto simile a P. sicula, con la quale vive frequentemente in simpatria, è tuttavia possibile distinguerla dalla più comune lucertola campestre per i seguenti caratteri: dimensioni in genere minori, corpo più appiattito e testa proporzionalmente più lunga, le parti inferiori arancioni o rosacee (non biancastre come in P. sicula), ampio scudo masseterico che spesso contatta la sopratemporale. Come in P. sicula anche in P. melisellensis, la spiccata variabilità geografica del tipo di colorazione dorsale ha indotto alcuni ricercatori a descrivere uno svariato numero di razze geografiche, molte delle quali limitate a piccoli isolotti dell’Adriatico. In base a questa distinzione tassonomica (il cui significato biologico è ancora tutto da dimostrare) sul territorio italiano sarebbe presente la sottospecie P. melisellensis fiumana (Werner 1891).
Distribuzione passata e presente.
L’areale distributivo di P. melisellensis è limitato alle coste orientali del Mar Adriatico. La specie è infatti presente nell’Italia nordorientale, nella Slovenia sudoccidentale, in Istria, Dalmazia e lungo la costa adriatica a Sud sino ai territori nordoccidentale albanesi. In Italia la lucertola adriatica è presente solo in provincia di Trieste e nel Friuli sudoccidentale ad Est del fiume Isonzo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie che raggiunge in Italia il limite nord-occidentale del proprio areale.
Habitat: la lucertola adriatica è comune in vari ambienti xerici costieri, diventa invece meno frequente nelle regioni più interne della penisola. Predilige aree aperte e assolate, margini di strade e sentieri, margini di aree boscate o radure, ruderi e muretti a secco, aree con rocce e massi affioranti con o senza ricca vegetazione (Mezzena e Dolce 1977). Sebbene risulti più comune a livello del mare, nella Penisola balcanica si può spingere a quote superiori a 1000 m. In Italia non si conoscono popolazioni al di sopra di 400 m di altitudine.
Dimorfismo sessuale: maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine, presentano pori femorali più sviluppati e una colorazione in genere più contrastata.
Dimensioni delle popolazioni: in Italia la specie presenta un numero molto limitato di popolazioni. Di esse non è nota, al momento, alcuna stima di numerosità. La popolazione che tuttavia appare come la più numerosa è quella della Valle della Rosandra non lontano da Trieste.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: il comportamento riproduttivo di questa specie è poco conosciuto. Gli accoppiamenti avvengono all’inizio della primavera e le femmine depongono le uova verso maggio, in fessure di rocce, sotto pietre o in piccole buche del terreno riparate dalla vegetazione. Le uova schiudono verso la fine di luglio.
Sviluppo: nulla è noto sullo sviluppo dei giovani e sull’età cui è raggiunta la maturità sessuale.
Alimentazione: la dieta è simile a quella di molti lacertidi e di P. sicula in particolare. Si alimenta principalmente di artropodi, soprattutto di insetti (lepidotteri, coleotteri, ortotteri, eterotteri), di ragni e crostacei isopodi.
Rapporti con altre specie: sono state effettuate ricerche sulle interazioni competitive tra P. sicula e P. melisellensis, due specie con nicchia ecologica molto simile. Sul continente esse possono coesistere anche se si rileva un certo differenziamento dell’habitat: P. sicula assume costumi più terricoli e P. melisellensis più rupicoli. Nelle isole, soprattutto quelle di più piccole dimensioni, la intensa competizione interspecifica, che si pensa nasca da una minor quantità di cibo a disposizione, non favorisce il differenziamento di habitat e conduce all’estinzione di una delle due specie di lucertola (di solito P. sicula ha la meglio su P. melisellensis). Tra i predatori di P. melisellensis vi sono numerosi colubridi (C. gemonensis, C. viridiflavus, Elaphe longissima) alcuni mustelidi e uccelli rapaci diurni.
Cause del declino.
La lucertola adriatica ha una distribuzione solo marginale sul nostro territorio. Le popolazioni presenti non sono molte e, ad eccezione della sola popolazione della valle della Rosandra, sembrano essere poco numerose. Il fattore che limita maggiormente l’espansione verso Ovest dell’areale della lucertola adriatica potrebbe essere legato alla presenza di P. sicula in Italia e alla competizione interspecifica che ne deriva.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bruno S., Dolce S., Sauli G., Veber M., 1973 - Introduzione ad uno studio sugli Anfibi e Rettili del Carso Triestino. Atti Mus. civ. Stor. Trieste, 31 (3): 249-282.
Clover R. C., 1979 - Phenetic relationships among populations of Podarcis sicula and Podarcis melisellensis (Sauria: Lacertidae) from islands in the Adriatic Sea. System. Zool., 28 (3): 284-298.
Mezzena R., Dolce S., 1977 - Anfibi e rettili del Carso. 218 pp. Tip. Villaggio del Fanciullo, Trieste.
Nevo E., Gorman G., Soulé M., Yang S.Y., Clover R., Yovanovic V., 1972 - Competitive exclusion between insular Lacerta species (Sauria: Lacertidae). Oecologia, 10: 183-190.
Tiedemann F., Henle K., 1984 - Podarcis melisellensis (Braun, 1877). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/II. Echsen (Podarcis) III. pp. 111-141. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Podarcis muralis (Laurenti, 1768)
Nome italiano: Lucertola muraiola
Categoria IUCN:
Lower Risk
Tassonomia.
Lucertola bruna di medie dimensioni con maschi adulti lunghi sino a 20-23 cm (coda inclusa). Morfologia molto variabile con colorazione dorsale bruna e bande dorsolaterali bruno scure o nere oppure con dorso verde e reticolatura nera. Si riconosce dalla lucertola campestre (P. sicula) soprattutto per la differente colorazione delle parti inferiori che in P. muralis sono macchiettate di nero (soprattutto sulla gola), mentre in P. sicula non vi sono evidenti macchie nerastre. La spiccata variabilità geografica nel tipo di colorazione dorsale e in alcuni caratteri della lepidosi ha indotto la descrizione di numerose razze geografiche. Solo sul territorio italiano sono state descritte almeno 20 diverse sottospecie, il cui significato biologico rimane tuttavia ancora da verificare.
Distribuzione passata e presente.
Entità mediosudeuropeo-anatolica, P. muralis è diffusa dall’Europa occidentale (nelle regioni nordorientali della Penisola Iberica e in Francia) all’Europa centrale (Olanda, Belgio meridionale, Lussemburgo, Germania sudoccidentale, Svizzera, Austria, Slovenia), orientale (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania) e meridionale (Penisola italiana, Penisola balcanica). Al difuori dell’Europa, almeno formalmente, raggiunge solo l’estremo limite nordoccidentale della Turchia (Kefken, appena a Est di Istanbul). In Italia è diffusa un po’ ovunque ad eccezione della Sicilia, della Sardegna e dei territori di bassa quota del versante adriatico a Sud di Rimini.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie in genere molto comune in tutta Italia.
Habitat: la lucertola muraiola è distribuita dal livello del mare sino oltre 2000 m di quota sulle Alpi e sui rilievi appenninici. E’ più frequente in aree aperte e assolate, in radure o ai margini di boschi e foreste, lungo i margini delle strade e dei sentieri, sulle massicciate ferroviarie, in prossimità di muretti a secco o di analoghe situazioni naturali, dalla cui presenza è strettamente dipendente. Nelle parti più settentrionali del suo areale è legata ad ambienti xerotermici ed è spesso presente con un numero molto piccolo di popolazioni (es. una sola in Olanda, sulle mura del castello di Maastricht), in genere minacciate di estinzione. E’ la specie che si spinge più vicino agli abitati ed è frequente in città, nei parchi e nei giardini. In quota tende a preferire gli ambienti più aridi, mentre Zootoca vivipara è più frequente in prossimità di ruscelli o torbiere. La temperatura preferenziale della lucertola muraiola (terreno) è di circa 18°C (Scali e Zuffi, 1994). Mentre nel Nord Italia è comune a livello del mare, procedendo verso Sud, come spesso avviene, diventa via via più montana; in Calabria o in Campania è rara al disotto dei 600 e raggiunge le quote maggiori (Tripepi et al., 1989, Caputo et al., 1993).
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine, presentano i pori femorali più sviluppati e una colorazione più marcata e vivace.
Dimensioni delle popolazioni: In Europa centrale la densità animale varia, a seconda delle condizioni ambientali, da un minimo di 40 ad un massimo di 120 individui per ettaro, anche se, in zone con condizioni particolarmente favorevoli, vi possono essere concentrazioni molto più elevate, sino a 40 individui in 100 mq (Gruschwitz e Böhme, 1986; Bruno, 1986). Alle quote maggiori e nei comprensori boscati le densità tendono invece a diminuire e variano da 0.3 a 6.0 es/ha nelle faggete liguri (Cortesogno e Balletto 1989).
Sex ratio: varia dal rapporto unitario a valori sbilanciati a favore delle femmine (1 maschio ogni 2-4 femmine).
Comportamento riproduttivo: in relazione alla latitudine e altitudine delle località, le popolazioni iniziano a riprodursi da marzo ad aprile, alla ripresa dell’attività dopo la fase di latenza invernale. I maschi, durante questo periodo, sono territoriali e manifestano una elevata aggressività nei confronti di intrusi del medesimo sesso e specie. Il periodo degli accoppiamenti può proseguire sino ad estate inoltrata; nelle località di pianura le femmine possono riprodursi più volte nell’arco di una stessa stagione (spesso due, raramente tre volte). La femmina depone da 2 a 12 uova biancastre in buche che essa stessa ha provveduto a scavare.
Sviluppo: le uova schiudono 2-3 mesi dopo la loro deposizione (in agosto o in settembre). I giovani alla nascita sono lunghi circa 60 mm e ad una anno di vita hanno raddoppiato le loro dimensioni. La maturità sessuale nelle maggior parte delle femmine è raggiunta già al secondo anno di vita. Il tasso di mortalità è abbastanza elevato e l’età media in popolazioni naturali varia da quattro a sei anni.
Alimentazione: la lucertola muraiola si alimenta di una grande varietà di invertebrati. Gli insetti (soprattutto Ditteri, Ortotteri, Coleotteri e Imenotteri) sono le prede più frequenti, seguiti da Crostacei Isopodi e Araneidi e occasionalmente da Molluschi Gasteropodi e da Oligocheti.
Rapporti con altre specie: tra i predatori più comuni di Podarcis muralis vi sono numerosi uccelli rapaci sia diurni (Falco spp., Buteo buteo) che notturni (Strix aluco), alcuni rettili (Coronella austriaca, C. girondica, Coluber viridiflavus, Elaphe longissima, Vipera aspis) e alcuni mammiferi (soprattutto Mustelidi).
Variazioni nel popolamento.
La lucertola muraiola è uno dei sauri più diffusi ed abbondanti della nostra penisola. E’ la specie che si spinge più vicina all’uomo ed è frequente nei centri abitati, anche nelle periferie delle grosse città. Nelle zone di pianura, lo sviluppo di una agricoltura intensiva ha distrutto parte degli habitat un tempo abitati dalla specie. Inoltre l’abbondante impiego di pesticidi ha provocato una riduzione dell’alimento disponibile per questo vorace insettivoro e ha causato una riduzione nel numero di individui delle popolazioni. Almeno una popolazione insulare, infatti, nota come P. muralis ‘insulanica’ (Bedriaga 1881), dell’Isola di Pianosa, sembra essersi estinta nel corso quanto meno degli anni ’80. Nonostante tutto ciò, la lucertola muraiola non corre globalmente alcun serio rischio di estinzione nel nostro Paese.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Avery R.A., 1978 - Activity patterns, thermoregulation and food consumption in two sympatric lizard species (Podarcis muralis and Podarcis sicula) from central Italy. J. Animal Ecology, 47: 143-158.
Borgo E., 1994 - Lucertola muraiola Podarcis muralis (Laurenti, 1768). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 88-89.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Caputo V., Guarino F. M., Mazzarella G., 1993 - Guida alla erpetofauna del Cilento (Campania). 64 pp. Ediz. Dell’Alento. Regione Campania.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Gruschwitz M., Böhme W., 1984 - Podarcis muralis (Laurenti, 1768). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/II. Echsen (Podarcis) III. pp. 155-208. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Scali V., Zuffi M., 1994 - Preliminary report on a reptile community ecology in a suburban habitat of northern Italy. Boll. Zool., 61:73-76.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Podarcis sicula (Rafinesque-Schmaltz, 1810)
Nome italiano: Lucertola campestre
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Lucertola di medie dimensioni con adulti lunghi sino a 25 cm (coda inclusa). Con Podarcis muralis (lucertola muraiola) è il sauro più diffuso e comune in Italia. Presenta testa di grosse dimensioni e gambe relativamente lunghe, collare non distintamente dentellato, squame non carenate e numerosi pori femorali (da 13 a 27). La colorazione dorsale del corpo è molto variabile, mentre le parti inferiori sono uniformemente biancastre con lievi sfumature verdastre (raramente rossastre). Quest’ultimo carattere consente di distinguere P. sicula dalla spesso simpatrica P. muralis, che presenta nelle parti inferiori e soprattutto sulla gola, una macchiettatura nerastra. Per via della elevata variabilità geografica del tipo di colorazione dorsale e di alcuni caratteri della lepidosi, le popolazioni italiane di P. sicula sono state in passato distinte in più di venti sottospecie. Ricerche più recenti, tuttavia, hanno evidenziato come molti di questi caratteri utilizzati per la descrizione delle diverse razze geografiche mostrino un tipo di variazione clinale, e sarebbero quindi inadatti ai fini tassonomici (Lanza et al., 1992).
Distribuzione passata e presente.
L’areale originario di P. sicula è limitato all’Italia continentale e peninsulare, alla Sicilia, alla Sardegna ed alla costa dalmata. La lucertola campestre è stata successivamente introdotta e si è acclimatata in altre regioni del globo: nella Penisola iberica, nelle Baleari, in Corsica, in Nord Africa, Turchia e Stati Uniti (Arnold e Burton, 1985). In Italia è comune in tutte le regioni ad eccezione solo della Liguria, dove sembra limitata alla provincia di La Spezia, in poche località lungo il fiume Magra. Le segnalazioni ‘storiche’ di questa specie sul greto del Torrente Entella (GE) non sono più state confermate in tempi recenti (Caputo, 1994).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La lucertola campestre è una specie con un’ampia valenza ecologica e in grado di colonizzare ambienti fortemente antropizzzati. E’ attiva da febbraio a novembre, ma talvolta anche nelle giornate assolate invernali. Ha costumi di vita diurni ed è osservabile dalle prime ore del mattino sino a poco prima del tramonto.
Habitat: La lucertola campestre è una specie tipica del piano basale dove colonizza gli ambienti di gariga e di macchia e gli ambienti planiziali e collinari, caratterizzati da una vegetazione xerofila di latifoglie sempreverdi o da una vegetazione mesofila di latifoglie caducifoglie. In questi ambienti predilige le aree aperte, ai margini del bosco o nelle radure, su terreni sabbiosi o pietrosi. Nell’Italia settentrionale non si spinge generalmente sopra 600-700 m di quota, mentre nelle valli più termofile dell’Appennino centrale, può raggiungere quote superiori a 1300 m, e i 1500 m in Calabria (Tripepi et al., 1989). In Sicilia P. sicula si spinge sino al piano culminale raggiungendo, sulle pendici dell’Etna, 1900 m di quota. Nelle zone in cui convive con P. muralis si osserva una vera e propria segregazione degli habitat, con P. sicula nelle zone di pianura e P. muralis nelle parti più collinose.
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine, hanno una livrea più brillante e marcata e presentano pori femorali molto più sviluppati.
Dimensioni delle popolazioni: la densità di popolazione varia, a seconda degli habitat, da un minimo di due ad un massimo di circa 100 individui ogni 100 mq di territorio (Henle e Klaver 1986).
Sex ratio: non si discosta significativamente dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti hanno luogo tra marzo e giugno (a seconda delle condizioni bioclimatiche delle località). I maschi sono territoriali, quando avvistano una femmina le si avvicinano e, dopo una breve parata di corteggiamento, se la femmina è recettiva, iniziano l’accoppiamento. Durante la copula i maschi trattengono la femmina con la bocca. La deposizione delle uova, da 3 a 9, avviene poco tempo dopo l’accoppiamento. I siti di deposizione selezionati dalla femmina sono solitamente piccole cavità nei tronchi o piccole buche nel terreno, che la femmina stessa scava alla base di cespugli.
Sviluppo: a seconda della temperatura di incubazione le uova schiudono dopo 6-10 settimane dalla loro deposizione. Alla nascita i giovani sono lunghi circa 60 mm e raddoppiano le loro dimensioni nel corso del primo anno di vita. La maturità sessuale nelle femmine è raggiunta già al secondo anno di vita. La longevità massima in natura sembra sia di circa 6 anni.
Alimentazione: la lucertola campestre ha una dieta costituita prevalentemente da artropodi. Lo spettro trofico medio di un adulto in estate è il seguente: lepidotteri (50%), coleotteri (15%), cicadini (5%), eterotteri (5%), ortotteri (5%), isopodi (4%), araneidi (3%), gasteropodi e anfipodi (3%), imenotteri (3%), altro (7%) (Henle e Klaver, 1986).
Rapporti con altre specie: le lucertole campestri, in maggior misura i giovani degli adulti, sono soggette ad una elevata pressione predatoria condotta da uccelli (soprattutto rapaci diurni), da mammiferi (mustelidi, volpi) e da rettili (Coronella austriaca, Coronella girondica, Coluber viridiflavus e Vipera asper).
Variazioni nel popolamento.
In Italia la lucertola campestre è comune e diffusa. L’abbondante impiego di pesticidi nelle pratiche agricole può aver provocato un certo declino nelle popolazioni di questo rettile, ma la situazione è certamente meno preoccupante di quella rilevata in altri lacertidi con cui questa specie spesso convive. Almeno una popolazione insulare, nota come P. sicula ‘sanctistephani’ si è comunque estinta nel corso degli anni ’80. A livello più generale occorre osservare che Podarcis sicula, con le sue varie ‘sottospecie’ è attualmente in forte espansione numerica in ampie zone del suo areale, spesso apparentemente a scapito delle sue altre congeneri. Se ciò può essere conseguenza di introduzioni più o meno accidentali verificatesi in tempi abbastanza recenti, come nel caso delle Isole Egadi, dove sta soppiantando Podarcis wagleriana, lo stesso non si può certo dire per l’isola siciliana, dove P. wagleriana è pure in declino e viene ovunque sostituita. Lo stesso processo è poi evidentemente in corso in Sardegna, dove P. sicula ‘cettii’, sta rapidamente rimpiazzando P. tiliguerta. L’espansione di P. sicula inizia in genere dalla fascia costiera, in condizioni ecologiche in cui essa è apparentemente avvantaggiata rispetto alle congeneri, ma continua poi nell’interno e non è ancora chiaro fino a quali altitudini ciò potrà verificarsi, nei diversi casi. In Sardegna, comunque, si osserva già P. sicula intorno ai 300 m di quota. La sostituzione delle altre specie è accompagnata da comportamenti interspecifici di difesa del territorio e non è raro osservare i maschi di P. sicula spesso più grandi, aggredire maschi e femmine delle altre specie, che vengono forse così allontanati (osservazioni effettuate sull’Isola di Marettimo da E. Balletto).
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Caputo V., 1994 - Lucertola campestre Podarcis sicula (Rafinesque, 1810). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 90-91.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Henle K., Klaver J.J., 1984 - Podarcis sicula (Rafinesque-Schmaltz, 1810). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/II. Echsen (Podarcis) III. pp. 254-342. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Lanza B., Garavelli P., Corti C., 1992 - Clinal variation in meristic characters of the Italian wall lizard Podarcis sicula (Rafinesque, 1810). Abstr. 1th International Congress of the Lacertids of the Mediterranean basin: 14.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Podarcis tiliguerta (Gmelin, 1789)
Nome italiano: Lucertola tirrenica
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Podarcis tiliguerta è una lucertola bruna di medie dimensioni con adulti che possono raggiungere i 20-24 cm di lunghezza (coda inclusa). Nelle regioni abitate da P. tiliguerta sono presenti, spesso in simpatria, altre due specie di lucertola: Archeolacerta bedriagae e Podarcis sicula. La lucertola tirrenica si riconosce agevolmente dalla prima specie per la forma del corpo non distintamente appiattita, per la squama temporale chiaramente abbassata sulla testa e per il disegno dorsale generalmente striato, mai reticolato (come in A. bedriagae). I caratteri che consentono di distinguere P. tiliguerta da P. sicula sono invece i seguenti: le squame del dorso tra le zampe posteriori sono solo lievemente carenate (in P. sicula hanno carenatura evidente); le parti inferiori, soprattutto quelle della regione golare, sono macchiettate di nero; le parti superiori sono striate con strie dorsolaterali più evidenti della stria vertebrale. P. tiliguerta è stata suddivisa in numerose sottospecie in base alle colorazioni della livrea. Il significato tassonomico delle sottospecie fino ad ora descritte rimane tuttavia da dimostrare.
Distribuzione passata e presente.
P. tiliguerta è una specie endemica della Corsica, della Sardegna e di numerose isole minori circum-corse e circum-sarde.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La specie è un endemismo sardo-corso.
Habitat: la lucertola tirrenica si distribuisce dal livello del mare sino alle quote più elevate in Sardegna (1800 m ) e in Corsica (2200 m ). Predilige aree aperte e ben assolate, è frequente negli ambienti xerici di gariga, ai margini o nelle radure della macchia mediterranea, dei boschi xerofili di latifoglie sempreverdi e dei boschi mesofili di latifoglie caducifoglie, in zone rocciose, in muretti a secco e in ruderi. Solo raramente si avvicina a coltivi e a centri abitati, dove è invece più frequente P. sicula.
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine. Le femmine tendono a essere ombreggiate di bruno superiormente con striature dorsolaterali chiare. Nei maschi predomina la colorazione verde sia sui fianchi che dorsalmente, mentre la colorazione marrone è più rara.
Dimensioni delle popolazioni: non sono note.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: la stagione degli accoppiamenti ha inizio a marzo e prosegue per tutto il mese di aprile. Nelle località di alta quota l’inizio della stagione riproduttiva può essere posticipato di 4-6 settimane. La femmina depone da 4 a 12 uova in zone riparate, ai piedi di arbusti, sotto pietre o in buche nel terreno.
Sviluppo: la schiusa delle uova avviene 2-3 mesi dopo la loro deposizione. Alla nascita i piccoli sono lunghi 5-6 cm e raddoppiano le loro dimensioni corporee nel corso del loro primo anno di vita.
Alimentazione: la dieta della lucertola tirrenica è costituita quasi esclusivamente da Artropodi, in particolare da insetti e ragni.
Rapporti con altre specie: Nell’isolotto Il Toro al largo della Sardegna sudoccidentale, la lucertola tirrenica vive a stretto contatto con il falco della regina (Falco eleonorae), talvolta all’interno degli stessi nidi, dove si ciba degli avanzi lasciati dal falco e sembra che sia da questo tollerata. Tra i predatori della lucertola tirrenica vi sono alcuni mammiferi, uccelli rapaci e rettili (soprattutto il biacco).
Cause del declino.
Lo stato di conservazione delle popolazioni sarde di lucertola tirrenica non è noto con precisione. La specie è relativamente comune nelle aree incolte, mentre diviene sempre più rara quanto più ci si avvicina ai centri abitati o a zone a coltivazione intensiva, dove è sostituita da P. sicula. Quest’ultima è infatti una specie opportunista, forse in grado di meglio tollerare la presenza dell’uomo e come si è detto ha ormai soppiantato P. tiliguerta in ampie zone dell’isola dove era presente ed abbondante non più di 20 anni fa. Per via dell’elevato isolamento e della bassa numerosità, le popolazioni delle isole circum-sarde sono poi soggette ad un alto rischio di estinzione.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Brizzi R., Lanza B., 1975 - The natural history of the Macinaggio Islets (Northeastern Corsica) with particular reference to the herpetofauna. Natura, 66 (1-2): 53-72.
Bruno S., 1970 - Anfibi e rettili di Sicilia. Atti Accad. Gioenia. Sci. nat. Catania.,2 (7): 1-144.
Camerano R., 1885 - Monografia dei Sauri italiani. Mem. R. Accad. Sci. Torino, 40.
Schneider B., 1986 - Podarcis tiliguerta (Gmelin, 1789). In: Böhme W. (ed.), 1986 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band II. Echsen (Sauria) III. pp. 363-376. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Podarcis wagleriana Gistel,1868
Nome italiano: Lucertola di Wagler
Categoria IUCN:
VU A1c,e
Tassonomia.
Podarcis wagleriana è una lucertola bruna di medie dimensioni (gli adulti raggiungono i 23 cm di lunghezza). Ha aspetto simile a P. sicula, di cui spesso è simpatrica e da cui si differenzia per la diversa colorazione della gola e del ventre. P. wagleriana presenta una macchiettatura nerastra sulla gola e talvolta sulle parti inferiori del corpo. Il ventre, in alcune popolazioni, può assumere colori variabili dall’arancione al rosso. (Al contrario, P. sicula non presenta mai macchie scure sulla gola e sul ventre e le parti inferiori del corpo sono generalmente biancastre con sfumature verdi e solo in rari casi rossastre.) Nonostante il limitato areale distributivo, la specie è stata suddivisa in sei diverse sottospecie. Più recenti indagini sui tipo di variabilità enzimatica hanno suggerito, tuttavia, che per solo due delle sei sottospecie descritte è giustificabile l’appellativo di razza geografica: P. w. wagleriana della Sicilia e delle Isole Egadi, e P. w. raffonei delle Isole Eolie (Capula et al., 1990), oggi considerata da alcuni come una specie distinta.
Distribuzione passata e presente.
P. wagleriana è un endemismo siciliano, diffuso su tutto il territorio dell’isola ad eccezione del settore nordorientale (Monti Peloritani) dove sembra sia assente. E’ inoltre presente nell’isola di Vulcano (Eolie sudorientali), nelle isole Egadi di Favignana, Levanzo e Marettimo. Nell’Isola di Vulcano la lucertola è concentrata nella Penisola di Vulcanello e nella valle tra il Gran Cratere ed il Monte Saraceno. Si ritiene che un tempo la lucertola fosse distribuita più omogeneamente su tutto il territorio dell’isola.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ specie endemica siciliana.
Habitat: colonizza gli ambienti di macchia e di gariga, dove è più frequente nelle aree aperte e maggiormente assolate. E’ poco comune nelle zone attivamente coltivate, nei pascoli e nelle zone pietrose o nei muretti a secco dove tende a predominare P. sicula. Di solito è comune a quote prossime al livello del mare e diviene meno frequente sopra i 100 m di quota. In Sicilia, tuttavia, si spinge occasionalmente anche sopra i 1000 m (ad es. sui Monti Nebrodi).
Dimorfismo sessuale: maschio tendenzialmente più grosso della femmina. La macchiettatura nera della gola è tipica dei maschi, meno comune e meno accentuata nelle femmine.
Dimensioni delle popolazioni: non sono note
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti avvengono all’inizio della primavera. Tra aprile e maggio la femmina depone 4-6 uova in buche profonde 10-15 cm che essa stessa scava in zone riparate, solitamente ai piedi di arbusti.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa due mesi dalla loro deposizione. I piccoli alla nascita sono lunghi circa 60 mm.
Alimentazione: La dieta della lucertola di Wagler è costituita prevalentemente da Artropodi, in particolare, ragni opilionidi, ditteri nematoceri, coleotteri ed altri ordini di insetti.
Rapporti con altre specie: P. wagleriana vive spesso in simpatria con P. sicula. Quest’ultima specie mostra maggiori capacità di tolleranza degli interventi antropici e forse per questa ragione, in molte zone, soprattutto in prossimità di coltivi o centri abitati, ha la meglio e tende a sostituire P. wagleriana. Lo stesso fenomeno si verifica però anche sulle spiagge e nelle zone costiere non antropizzate (si veda la scheda su P. sicula). Si pensa che in molte isole circumsiciliane le popolazioni di lucertola di Wagler siano estinte o siano a rischio di estinzione a causa della intensa competizione interspecifica con P. sicula, la quale sembra aver raggiunto solo in tempi recenti questi territori. Tra i predatori di questa lucertola vi sono alcuni rettili, in particolare Coluber viridiflavus e uccelli rapaci diurni quali falchi e poiane.
Cause del declino.
La lucertola di Wagler ha subito un significativo declino in questi ultimi decenni, legato soprattutto allo sviluppo edilizio ed alla conseguente distruzione degli ambienti costieri insulari. La diminuzione delle popolazioni e del numero di individui di questa lucertola è accompagnato spesso da un aumento nella diffusione della lucertola campestre (P. sicula), il cui carattere opportunista e la cui forte aggressività interspecifica la rendono capace di adattarsi meglio alle nuove condizioni di vita imposte dall’uomo. E’ interessante notare come nell’abitato di Marettimo (Isole Egadi) la lucertola di Wagler sia stata sostituita dalla lucertola campestre, importata passivamente dall’uomo.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1970 - Anfibi e rettili di Sicilia. Atti Accad. Gioenia. Sci. nat. Catania.,2 (7): 1-144.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Böhme W., 1986 - Podarcis wagleriana (Gistel, 1868). In: Böhme W. (ed.), 1986 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band II. Echsen (Sauria) III. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden. pp. 377-387.
Capula M., Nascetti G., Bullini L., 1990 - Genetic structure of Podarcis sicula and P. wagleriana from Sicily, Egadi and Eolian Islands. In: Atti del 53° Congresso UZI, Palermo. pp. 321.322.
Lanza B., 1973 - Gli Anfibi e i Rettili delle isole circumsiciliane. Lav. Soc. ital. Biogeogr., N.S. 3: 755-804.
Timon lepidus (Daudin, 1802)
Nome italiano: Lucertola ocellata
Categoria IUCN:
EN B1-2
Tassonomia.
La lucertola ocellata, anche nota come Lacerta lepida, è una lucertola verde di grandi dimensioni con maschi adulti che possono raggiungere i 60 cm di lunghezza (coda inclusa). Si distingue immediatamente dagli altri Lacertidi per la grossa squama occipitale, larga quanto la squama frontale; per la presenza di squame dorsali piatte e lisce (o con una debole carenatura), per le sei-otto fila di squame ventrali, ma soprattutto per la livrea di color verde brillante o verde-brunastro con grosse macchie ocellari blu lungo i fianchi. Specie politipica distinta in tre sottospecie: T. lepidus lepidus, T. lepidus nevadensis e T. lepidus iberica. In Italia sarebbe presente la sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
L’areale distributivo di T. lepidus comprende i territori della Penisola iberica, della Francia meridionale e della Liguria. In questa regione un recente censimento ha rilevato la presenza della specie nelle sole province di Imperia e Savona (Ferri, 1994). Sulla base di segnalazioni storiche (Camerano 1885) e di reperti museali (sulla cui affidabilità esistono tuttavia dubbi) è possibile ipotizzare che, in passato, l’areale si estendesse sino a La Spezia e che T. lepidus fosse presente anche sul promontorio di Portofino.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie che trova in Liguria il limite Nord-orientale del proprio areale di distribuzione.
Habitat: La lucertola ocellata frequenta preferibilmente gli ambienti di gariga e di macchia, ma può essere osservata anche ai margini di boschi mesofili con prevalenza di Quercus pubescens. Sebbene in Spagna possa raggiungere quote prossime a 2000 m, in Liguria non si spinge oltre 700 m.
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine, hanno una testa più grossa e massiccia, base della coda più larga, pori femorali bene evidenti e presentano una livrea più brillante, con ocelli ben evidenti.
Dimensioni delle popolazioni: non si conoscono stime della numerosità delle popolazioni italiane. Ricerche condotte in Spagna e Portogallo hanno rilevato valori talvolta molto elevati di densità. Per esempio, Allen (1977) rileva in tre distinte località del Portogallo valori di densità variabili da 15 a 60 individui per ettaro.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: il periodo di massima attività riproduttiva va da aprile ai primi di giugno. I maschi hanno un comportamento territoriale ed attaccano eventuali intrusi del proprio sesso, ingaggiando talvolta cruente lotte che possono provocare ferite nei contendenti. Quando un maschio avvista una femmina, le si avvicina e cerca di trattenerla con la bocca. Senza lasciare la presa, il maschio si sposta e si accoppia con la femmina. Le coppie così formate possono condividere lo stesso territorio per periodi relativamente lunghi. La femmina depone da 5 a 24 uova sul terreno ai piedi di un arbusto o tra le radici di un albero.
Sviluppo: le uova schiudono verso la fine di settembre dopo un periodo di incubazione durato due o tre mesi. I piccoli alla nascita sono lunghi circa 50 mm. I maschi raggiungono la maturità sessuale già al secondo anno di vita, mentre le femmine possono riprodursi a partire dall’età di tre anni. In natura la durata media della vita è di 6-7 anni, mentre i valori massimi di longevità si aggirano intorno a 12-13 anni.
Alimentazione: la lucertola ocellata si ciba prevalentemente di invertebrati (gasteropodi, aracnidi, miriapodi, isopodi, insetti). I coleotteri da soli rappresentano più del 50% delle prede della lucertola. Possono rientrare nella sua dieta anche vertebrati di piccole dimensioni, (gechi, varie lucertole, tra cui anche giovani conspecifici), uova di passeriformi e, occasionalmente, bacche e altri frutti.
Rapporti con altre specie: la lucertola ocellata è una preda abbastanza comune di numerosi rapaci diurni. In alcune regioni della Penisola iberica la lucertola ocellata costituisce circa il 30% delle prede catturate dal nibbio bruno (Milvus migrans), il 25% delle prede catturate dall’aquila minore (Hieraetus pennatus) e il 17% di quelle catturate dal biancone (Circaetus gallicus). Anche il colubro lacertino (Malpolon monspessulanus) può esercitare una significativa pressione predatoria sulle popolazioni di T. lepidus.
Cause del declino.
Sebbene la lucertola ocellata sia ancora abbondante e piuttosto comune nella Penisola iberica (dove è anche usata come specie culinaria), è in forte declino in Francia meridionale e in Italia è molto localizzata, rara e in ulteriore diminuzione. Tra le cause responsabili di tale declino vi sono l’incalzante urbanizzazione delle coste liguri che ha provocato la scomparsa degli habitat adatti alla sopravvivenza della specie (macchia, garighe e steppe mediterranee), lo sviluppo crescente delle serre per floricoltura e i frequenti incendi che colpiscono le poche aree sopravvissute alla cementificazione e infine la raccolta di esemplari per scopi commerciali e amatoriali.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bischoff W., Cheylan M., Böhme W., 1981 - Lacerta lepida (Daudin, 1802). In: Böhme W. (ed.), 1981 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/I. Echsen (Lacerta) II. pp. 181-210. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Camerano L., 1885 - Monografia dei Sauri Italiani. Mem. R. Accad. Sc. fis. mat. nat. Torino, 2 (37): 491-591.
Ferri V., Dell’Acqua A., Salvidio S., 1991 - Distribuzione dei rettili nella fascia costiera della Liguria occidentale: I. Lacerta l. lepida e Malpolon m. monspessulanus. Ric. Biol. Selvaggina, Suppl., 16: 217-220.
Ferri V., 1994 - Lucertola ocellata Lacerta lepida (Daudin, 1802). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 84-85.
SEH CC - SOCIETAS EUROPAEA HERPETOLOGICA -CONSERVATION COMMITTEE, 1990 - Threatened Reptiles in Europe requiring special conservation measures. Council of Europe, Strasbourg, T-PVS (90) 57.
Psammodromus algirus (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Psammodromo algerino o Psammodromo mauretanico
Categoria IUCN:
CR B1-2
Tassonomia.
Il genere Psammodromus è presente in Europa con due specie: P. algirus e P. hispanicus. Sono lacertidi con squame dorsali grandi e carenate, simili a quelle degli algiroidi. A differenza di questi ultimi, tuttavia, gli psammodromi mancano di un collare tra capo e tronco (P. algirus) o presentano solo un accenno di collare (P. hispanicus). P. algirus si differenzia da P. hispanicus per le maggiori dimensioni (gli adulti spesso superano i 20 cm di lunghezza, coda inclusa), per l’assenza totale di un collare e per la diversa colorazione del dorso che in P. algirus è brunastra metallica con due vistose strisce biancastre o giallastre sui lati, mentre in P. hispanicus varia dal grigio al verde oliva.
Distribuzione passata e presente.
P. algirus è diffuso nella Francia meridionale ad Ovest del Rodano, nella penisola Iberica (ad eccezione dei Pirenei centrali e occidentali e della costa cantabrica) e nell’Africa settentrionale (Marocco, Algeria e Tunisia). E’ inoltre presente nell’isola Medas lungo la Costa Brava. Nella penisola Iberica P. algirus è una delle lucertole più numerose, anche se i costumi riservati e la colorazione criptica lo rendono poco visibile ai più. Sul territorio italiano la specie è presente solo nell’isolotto dei Conigli vicino all’isola di Lampedusa (Zavattari, 1954), dove si pensa sia stato introdotto dall’uomo in epoca storica.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie che interessa la fauna italiana in modo marginale.
Habitat: predilige le aree densamente cespugliose, diviene più raro nelle aree aperte. E’ frequente nei boschi xerofili di latifoglie sempreverdi (con prevalenza di Q. ilex), nei sottoboschi di pinete e foreste di Eucalyptus, tra le ginestre, i roveti e i fichi d’India. E’ comune dal livello del mare ad oltre 2000 m di quota (montagne dell’Atlante in Marocco).
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni del corpo e della coda maggiori delle femmine, i maschi presentano inoltre pori femorali più sviluppati.
Dimensioni delle popolazioni: nella Penisola iberica la specie forma popolazioni molto numerose, la numerosità della popolazione dell’Isola dei Conigli non è nota.
Sex ratio: non è nota.
Alimentazione: dieta prevalentemente insettivora.
Rapporti con altre specie: è predato da alcuni uccelli rapaci (falchi, nibbi), mustelidi e alcuni Ofidi.
Cause del declino.
La specie in Italia ha una distribuzione molto marginale, essendo presente solo in un piccolo isolotto (Isolotto dei Conigli) al largo dell’Isola di Lampedusa. Questo isolotto, famoso in quanto le sue spiagge rappresentano l’unico sito sul territorio italiano scelto con una certa regolarità dalla tartaruga marina Caretta caretta come sito di deposizione delle uova, non ha al momento subito un eccessivo impatto antropico e presenta condizioni ambientali relativamente integre.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Böhme W., 1981 - Psammodromus algirus (Linnaeus, 1758). In: Böhme W. (ed.), 1981 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden. pp. 479-491.
Zavattari E., 1954 - Rinvenimento di Psammodromus algirus nell’Isola dei Conigli di Lampedusa. Boll. Zool., 21: 93-98.
Zootoca vivipara (Jacquin, 1787)
Nome italiano: Lucertola vivipara
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Il genere Zootoca Wagler 1830, che comprende l’unica specie Z. vivipara, è considerato da alcuni studiosi come sottogenere di Lacerta o addirittura sinonimizzato con esso. Senza entrare nel merito della questione noi chiameremo la specie Zootoca vivipara considerando questo nome sinonimo di Lacerta vivipara. Z. vivipara è una lucertola bruna i cui individui adulti possono raggiungere lunghezze del corpo (coda inclusa) prossime ai 20 cm. Di aspetto simile a Podarcis muralis, con cui talvolta vive in simpatria, si distingue per la forma del corpo allungata e scarsamente appiattita, per le gambe corte e la testa piccola, per il collare chiaramente dentellato, le squame del dorso carenate e per un minor numero di pori femorali (da 5 a 15 in Z. vivipara, da 13 a 27 in P. muralis).
Distribuzione passata e presente.
Z. vivipara è un’entità eurocentrosettentrionale-centroasiatica con esteso areale distributivo che comprende buona parte dell’Europa centrale e settentrionale, inclusa la Scandinavia artica (in Norvegia è presente sino al 70° parallelo), la Gran Bretagna e l’Irlanda e si estende a Sud sino alla Spagna settentrionale, all’Italia settentrionale e alla Bulgaria. Dai territori della Russia europea l’areale distributivo di questa specie si estende ad Est nei territori della Siberia e dell’Asia centrale sino in Mongolia e alle coste Pacifiche. In Italia la lucertola vivipara è limitata alle sole regioni settentrionali a Nord del fiume Po. Le uniche segnalazioni della specie a Sud del Po (in provincia di Bologna e di Piacenza) risalgono alla prima metà di questo secolo, ma non sono state confermate dai recenti censimenti condotti in questa regione (Mazzotti e Stagni, 1993).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie ad ampia distribuzione eurasiatica, presente in Italia solo nelle Alpi, la quale entra quindi a far parte della fauna del nostro Paese in modo marginale.
Habitat: nelle regioni settentrionali la specie è comune anche su falesie, rocce, brughiere, torbiere e persino dune in prossimità del mare, mentre nelle regioni più meridionali è limitata agli ambienti di media e alta quota. In Italia la presenza della lucertola vivipara in pianura è molto localizzata e sporadica e da alcuni autori (Bruno, 1986) è considerata un relitto glaciale post-würmiano. La specie diventa invece più frequente in ambiente montano e subalpino. Qui vive in prossimità di alpeggi, brughiere, praterie umide con rocce e massi affioranti. Manifesta una spiccata predilezione per gli ambienti igrofili e sulle Alpi è frequente nelle aree di torbiera, nei prati umidi, sulle rive di torrenti e di laghetti alpini.
Dimorfismo sessuale: i maschi raggiungono dimensioni maggiori delle femmine ed hanno una forma del corpo più snella. Inoltre i maschi hanno pori femorali molto ben marcati (nelle femmine i pori femorali sono meno evidenti), e le parti ventrali sono intensamente pigmentate di nero (nelle femmine la pigmentazione scura manca del tutto o è solo accennata).
Dimensioni delle popolazioni: in Europa centrale le popolazioni di lucertola vivipara possono raggiungere valori di densità piuttosto elevati. In Belgio in un’area di 1870 mq è stata stimata la presenza di 85-125 individui (Bauwens, 1981). Nel Tirolo sono state calcolate densità di 538 individui per ettaro (Clerx e Broers, 1983), mentre in Russia il numero di individui per ettaro è risultato inferiore al centinaio (Bannikow, 1977 citato in Dely e Böhme, 1984). In Italia non sono state condotte stime di densità, si ritiene tuttavia probabile che le popolazioni italiane siano meno numerose di quelle delle regioni centro-europee.
Sex ratio: non si discosta dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti avvengono tra aprile e giugno, a seconda della quota a cui vive la popolazione. Il maschio quando avvista una femmina recettiva, la ferma posizionandosi davanti a lei e di traverso. Successivamente, il maschio inizia a spostarsi in avanti e indietro facendo oscillare contemporaneamente la coda e con la lingua lambisce i fianchi della femmina. Questa si allontana, ma dopo qualche secondo si arresta in attesa del maschio che la raggiunge e, trattenendola con la bocca, da’ inizio alla copula. La femmina è ovovivipara e ‘partorisce’ da 3 a 12 piccoli, già completamente autosufficienti, dopo due o tre mesi di incubazione.
Sviluppo: alla nascita le lucertole sono lunghe 40-50 mm e raggiungono 10-11 cm dopo un anno di vita. La maggior parte delle femmine si ritiene raggiunga la maturità sessuale al terzo anno di vita. La mortalità in natura è piuttosto elevata e la durata media della vita si ritiene non superi 5 anni.
Alimentazione: la lucertola vivipara ha una dieta prevalentemente insettivora (omotteri, carabidi, ortotteri, ditteri, tricotteri, imenotteri), ma può cibarsi anche di gasteropodi polmonati, di crostacei terrestri (isopodi), di miriapodi e di aracnidi (Pilorge, 1982).
Rapporti con altre specie: tra i principali predatori della lucertola vivipara vi sono alcuni ofidi, soprattutto Coronella austriaca e Vipera berus, alcuni uccelli Falconiformi e alcuni mustelidi.
Cause del declino.
Le regioni alpine italiane rappresentano il confine meridionale dell’areale distributivo di Z. vivipara. A differenza di buona parte dei paesi europei, dove la lucertola vivipara è uno dei rettili più comuni e numerosi, da noi non sembra essere ugualmente abbondante. Sebbene le attuali informazioni disponibili non consentano una precisa analisi dello stato di conservazione della specie in Italia, il fatto che gli ambienti frequentati dalla lucertola vivipara non abbiano risentito di un forte impatto antropico induce a pensare che la specie non corra, al momento, seri rischi di estinzione.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bawens D., 1981 - Survivorship during hibernation in the European common lizard Lacerta vivipara Jacquin. Copeia, 1981(3): 741-744.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Clerx P.M., Broers J.L.V., 1983 - Oecologisch onderzoek aan Lacerta vivipara de levenbarende hagedis, in het Oostenrijks hooggebergie. Lacerta, 41 (5): 78-84.
Dely O.G., Böhme W., 1984 - Lacerta vivipara (Jacquin, 1787). In: Böhme W. (ed.), 1984 - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 2/I. Echsen (Lacerta) II. pp. 129-180. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. civ. Museo St. nat. Ferrara, 5.
Pilorge T., 1982 - Regime alimentaire de Lacerta vivipara et Rana temporaria dans deux populations sympatriques au Puy-du-Dome. Amphibia-Reptilia, 3: 27-31.
Chalcides chalcides (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Luscengola o Fienarola
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Chalcides chalcides era un tempo considerato una specie politipica distinta in cinque razze geografiche differenti nel tipo di colorazione. Caputo (1992) e Caputo e Odierna (1992) hanno recentemente rivisto lo status tassonomico delle popolazioni ascritte a questo taxon esaminandone caratteri enzimatici, cariologici e morfologici. I risultati ottenuti da questi autori hanno dimostrato l’esistenza di due taxa ben differenziati cui è stato riconosciuto il rango di piena specie: Chalcides chalcides e Chalcides striatus (vedi relativa scheda). Queste due specie, molto affini dal punto di vista ecologico, oltre a presentare diversi areali distributivi (apparentemente privi di aree di sovrapposizione) si differenziano per alcuni caratteri morfologici: C. chalcides presenta dorsalmente non più di quattro strie longitudinali che si estendono dalla nuca sino alla porzione prossimale della coda; più spesso è privo di ornamentazioni dorsali. Gli arti sono inoltre proporzionalmente più brevi di quelli di C. striatus.
Distribuzione passata e presente.
La luscengola è presente nell’Italia peninsulare e insulare e in alcune regioni nordafricane (Libia, Tunisia e Algeria orientale). Il limite settentrionale è rappresentato dal fiume Po (sono note solo rare e isolate popolazioni a Nord di questo fiume). Comune sul versante tirrenico della penisola italiana, la sua distribuzione diventa più irregolare sul versante adriatico a Sud delle Marche. E’ presente in Sicilia, sull’Isola d’Elba, in Sardegna ed in alcune isole circumsarde (S. Pietro, Tavolara, Molara, Caprera, Maddalena e Asinara), mentre manca in Corsica. Secondo alcuni autori (Bruno, 1986) l’assenza della specie in Corsica avvalorerebbe l’ipotesi di un’origine alloctona dei popolamenti sardi, che deriverebbero da individui introdotti dall’uomo in periodo protostorico.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Le caratteristiche biologiche di C. chalcides sono in gran parte affini a quelle del conspecifico C. striatus, rispetto al quale tuttavia è stato meno studiato.
Habitat: la luscengola predilige radure dove è presente una fitta vegetazione erbosa (associazioni vegetali mesofile e xerofile del Thero-Brachypodietea e Festuco-Brometea e associazioni erbacee dell’Oleo-Ceratonion), mentre è pressoché assente in aree fittamente boscate (Caputo, 1994). E’ presente dalla fascia mediterranea litoranea, planiziale e collinare a quella montana. In Liguria è comune in tutta la fascia collinare mediterranea ed è presente con densità molto basse (0.5 es/ha) nelle radure della faggeta del Monte Beigua (Cortesogno e Balletto 1989). Negli Appennini abruzzesi raggiunge quote prossime ai 1300 m, mentre in Calabria si spinge fino a 1600 m (Tripepi et al., 1989).
Dimorfismo sessuale: non accentuato. Rispetto alla femmina, il maschio ha dimensioni generalmente più piccole, ma presenta un capo proporzionalmente più grande e coda proporzionalmente più lunga.
Dimensioni delle popolazioni: in primavera, periodo di massima attività degli individui, la densità animale stimata è stata di 0.77-1.54 individui ogni 100 mq in ambiente collinare boscoso, di 2.3 individui ogni 100 mq in ambiente aperto dominato da arbusti di Genista hispanica, di 21.8 individui per 100 mq in ambiente di prateria (Orsini e Cheylan, 1981).
Sex ratio: rapporto unitario.
Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva inizia a marzo o ad aprile, quando gli animali si riprendono dal periodo di latenza invernale. I maschi in questo periodo mostrano una notevole aggressività nei confronti dei conspecifici ed è frequente incontrare animali con ferite e code rigenerate. Verso la fine di luglio o nella prima metà di agosto le femmine, che sono vivipare (Ghiara et al., 1987), danno alla luce da 3 a 18 piccoli dopo circa quattro mesi di gestazione.
Sviluppo: il neonato lungo da 7 a 11 cm è dai primi momenti di vita completamente indipendente. La maturità sessuale è raggiunta, in entrambi i sessi, tra il secondo ed il terzo anno di vita. In cattività può vivere più di 10 anni.
Alimentazione: la luscengola preda prevalentemente invertebrati di dimensioni comprese tra i 15 ed i 35 mm. L’analisi dei contenuti stomacali ha evidenziato una preponderanza di Artropodi, soprattutto miriapodi, araneidi, ortotteri, emitteri, imenotteri e coleotteri.
Rapporti con altre specie: il comportamento riservato e schivo espone gli individui di questa specie ad una relativamente bassa pressione predatoria. Tra i predatori più comuni citiamo: rapaci diurni (gheppio, poiana, biancone ecc.), volpe, mustelidi e ofidi dei generi Coluber e Coronella.
Cause del declino.
Le abitudini criptiche ed elusive della luscengola rendono la specie difficilmente osservabile in natura e, al momento attuale, non è facile valutare con precisione l’effettivo status di conservazione delle popolazioni, il loro grado di isolamento e la loro diffusione sul territorio italiano. In molte regioni della penisola gli habitat colonizzati da questa specie sono soggetti a regolari incendi, la maggior parte dei quali di origine dolosa. Questo fattore oltre al danno arrecato all’ecosistema nel suo complesso, può provocare la morte di un gran numero di individui e, se perpetuato negli anni, si ritiene possa condurre le popolazioni all’estinzione.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Caputo V., 1992 - Ricerche di biologia evoluzionistica sul genere Chalcides (Squamata: Scincidae). Tesi di Dottorato di Ricerca, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Napoli.
Caputo V., 1994 - Luscengola Chalcides chalcides (Linnaeus, 1758), Luscengola striata Chalcides striatus (Cuvier, 1829). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 92-95.
Caputo V., (in stampa) - Taxonomy and evolution of the Chalcides chalcides complex. Boll. Mus reg. Sci. nat. Torino,
Caputo V., Odierna G., 1992 - Karyological differentiation between two forms of the Chalcides chalcides complex (Scincidae). Amphibia-Reptilia, 13: 193-196.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Ghiara G., Angelini F., Zerani M., Gobbetti A., Cafiero G., Caputo V., 1987 - Evolution of viviprity in Scincidae. Acta Embryol. Morphol. exp., 8: 187-201.
Orsini J.P., Cheylan M., 1981 - Chalcides chalcides. In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 318-337.
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Chalcides ocellatus (Forskal, 1775)
Nome italiano: Gongilo
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Chalcides ocellatus si differenzia dagli altri scincidi italiani per la forma e colorazione del corpo. Di dimensioni simili a C. chalcides e C. striatus, presenta, a differenza di questi, arti più sviluppati e zampe con 5 dita. La colorazione del corpo è molto variabile, generalmente fulva, marrone pallido o grigia con disegno caratteristico a macchie bordate di scuro di forma circolare o allungata a formare corte strie. Questa variabilità nella colorazione ha indotto molti autori a suddividere la specie in diverse razze geografiche. In Italia sarebbero presenti le sottospecie C. o. tiligugu (Gmelin, 1789) in Sardegna, Sicilia e nella penisola, e C. o. zavattarii (Lanza, 1954) nelle isole Pelagie. Il significato sistematico di queste sottospecie è attualmente messo in discussione.
Distribuzione passata e presente.
C. ocellatus è presente in molte isole del Mar Mediterraneo (in Sicilia, Sardegna, Isole Pelagie, Isola di Pantelleria, in numerose isole maltesi e greche). Nel continente europeo è presente in Grecia (regioni dell’Attica e del Peloponneso) con poche popolazioni irregolarmente distribuite sul territorio e in Italia continentale con un’unica popolazione (Portici, nei pressi di Napoli). Al di fuori dell’Europa la specie colonizza tutte le regioni nord-africane fino al Chad e dell’Africa orientale fino alla Somalia; si spinge ad Est attraverso l’Egitto, e giunge l’Asia occidentale, il Turkmenistan meridionale e il Pakistan. Secondo alcuni autori la presenza del gongilo in buona parte delle isole mediterranee ha una origine antropica ed è piuttosto recente.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il gongilo, nelle nostre isole, abita gli ambienti xerici sabbiosi, rocciosi con copertura arbustiva rada, sia in prossimità della costa, dove è comune in ambiente dunoso di gariga, che nelle regioni più interne, dove colonizza le aree con basse boscaglie e le foreste di caducifoglie miste di ambiente mediterraneo xerico, mediterraneo-planiziale e collino-planiziale. Può spingersi anche in vicinanza di centri abitati e spesso vive in coltivi. In Sardegna è presente dal livello del mare sino a 1000 m di quota; in Sicilia può spingersi a quote superiori a 1400 m (Monti Nebrodi, pendici dell’Etna).
Dimorfismo sessuale: come nella luscengola anche nel gongilo le differenze tra i sessi non sono facilmente rilevabili ad un esame superficiale. Le femmine, rispetto ai maschi, hanno un corpo più sottile, con arti e coda proporzionalmente più corti e una colorazione del dorso in genere meno contrastata.
Dimensioni delle popolazioni non sono note stime relative alla numerosità delle popolazioni di gongilo.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: gli animali sono riproduttivamente attivi per buona parte dell’anno. Le femmine possono riprodursi anche due o tre volte nel corso di una singola stagione, dando alla luce in un singolo parto da 3 a 12 piccoli, per un totale annuo massimo di 20 neonati.
Sviluppo: al momento della nascita i piccoli sono lunghi poco più di 4 cm, ma solo dopo 2 settimane di vita hanno raddoppiato le loro dimensioni.
Alimentazione: sia i giovani che gli adulti si cibano di invertebrati di piccole e medie dimensioni che cacciano al suolo. La dieta tipica del gongilo è costituita in prevalenza di artropodi (araneidi, ortotteri, imenotteri, coleotteri ecc.) e secondariamente di oligocheti terricoli.
Rapporti con altre specie: il gongilo, come gli altri scincidi, ha un comportamento schivo e riservato e al minimo disturbo si nasconde velocemente nei cespugli, spesso infossandosi nel terreno sabbioso. I giovani sono soggetti ad una elevata pressione predatoria, che, secondo alcuni autori, è esercitata, almeno in parte, dagli adulti della loro stessa specie. Tra i predatori più frequenti vi sono uccelli rapaci (falchi, poiane e albanelle), alcuni mammiferi (soprattutto mustelidi) e serpenti (Coluber viridiflavus in particolare).
Cause del declino.
Anche per questa specie vale quanto già detto per gli altri scincidi italiani (Chalcides sp.). Non molto è noto sul numero e numerosità delle popolazioni insulari di gongilo ed è per questo difficile stabilire se esse siano in declino e l’entità di tale eventuale fenomeno. La specie non sembra soffrire particolarmente la presenza e le attività umane e spesso la si rinviene in coltivi o in prossimità di essi. Un uso eccessivo di pesticidi nelle pratiche agricole, riducendo la quantità di prede a disposizione, può produrre effetti negativi nella dinamica delle popolazioni. Un ruolo negativo sulle popolazioni di gongilo, sia della Sardegna che della Sicilia, è svolto dai frequenti incendi che nei mesi più caldi dell’anno distruggono centinaia di ettari di habitat di macchia e di gariga causando la morte di un numero elevato di animali, fra i quali, sicuramente, molti gongili e molte sue prede naturali.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Caputo V., 1994 - Luscengola Chalcides chalcides (Linnaeus, 1758), Luscengola striata Chalcides striatus (Cuvier, 1829). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 92-95.
Caputo V., 1992 - Ricerche di biologia evoluzionistica sul genere Chalcides (Squamata: Scincidae). Tesi di Dottorato di Ricerca, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Napoli.
Schneider B., 1981 - Chalcides ocellatus (Forskal, 1775). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. pp. 318-337. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Chalcides striatus (Cuvier, 1829)
Nome italiano: Luscengola striata
Categoria IUCN:
VU B1
Tassonomia.
Le popolazioni di Chalcides striatus erano un tempo considerate come una razza geografica di C. chalcides. L’analisi combinata di caratteri enzimatici, cariologici e morfologici (Caputo, 1992, Caputo e Odierna, 1992) ha consentito di attribuire a questa sottospecie lo status di piena specie. C. striatus, sebbene affine a C. chalcides per costumi di vita e tipo di ambienti colonizzati, se ne differenzia, oltre che per il diverso areale distributivo (apparentemente non sovrapposto a quello di C. chalcides), anche per alcuni caratteri morfologici e osteologici: C. striatus presenta un disegno dorsale tipicamente con 8-11 strie longitudinali che partono dalla nuca e raggiungono la porzione prossimale della coda e, possiede arti proporzionalmente più lunghi, rispetto a C. chalcides, lamelle subdigitali più numerose e un minor numero di squame ventrali e di vertebre presacrali.
Distribuzione passata e presente.
La luscengola striata è distribuita nei territori dell’Europa sud-occidentale, dalla Spagna alla Francia meridionale e all’Italia nord-occidentale. Nel nostro paese la specie è presente solo in Liguria, nelle province di Imperia e Savona, dove è parapatrico con il congenerico C. chalcides.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La biologia ed ecologia di questa specie è molto simile a quella della luscengola comune (Chalcides chalcides).
Habitat: un recente censimento condotto in Liguria (Caputo, 1994) ha evidenziato una distribuzione limitata al piano basale, compresa tra il livello del mare ed i 600 m di quota, anche se si ritiene che la specie possa essere presente anche a quote maggiori (in Spagna raggiunge i 1700 m). All’interno di questa fascia altitudinale colonizza prevalentemente gli ambienti di prateria, la macchia ed i coltivi.
Dimorfismo sessuale: i sessi differiscono per taglia e forma del corpo anche se le differenze non sono facilmente rilevabili ad un esame superficiale condotto in natura: le femmine raggiungono in genere dimensioni maggiori dei maschi, i maschi presentano un capo proporzionalmente più grande e coda proporzionalmente più lunga.
Dimensioni delle popolazioni: come in C. chalcides. Sebbene non si conoscano stime della effettiva numerosità delle popolazioni, in condizioni ambientali favorevoli (praterie mesofile e xerofile) la specie può raggiungere valori considerevoli di densità (circa 22 animali ogni 100 mq, secondo Orsini e Cheylan, 1981).
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: come in C. chalcides. La stagione degli amori è primaverile. Le femmine tra luglio e agosto partoriscono i piccoli, già completamente formati e indipendenti. Ciascuna femmina può dare alla luce da 3 a più di venti neonati, anche se il numero medio è di circa sette.
Sviluppo: probabilmente come in C. chalcides.
Alimentazione: la luscengola si nutre quasi esclusivamente di Artropodi, soprattutto isopodi, miriapodi, araneidi, ortotteri, formicidi, ditteri, coleotteri, larve di lepidotteri. Le dimensioni delle prede variano in relazione alle dimensioni della luscengola, i giovani sembrano particolarmente ghiotti di afidi.
Rapporti con altre specie: la luscengola pur non subendo una notevole pressione predatoria, può essere uccisa da alcuni uccelli rapaci diurni (gheppio, poiana, ecc.), da alcuni mammiferi (volpi, mustelidi) e da diversi ofidi terricoli.
Cause del declino.
La luscengola striata ha una distribuzione marginale in Italia. I dati a disposizione non consentono attualmente di avere un chiaro quadro del numero e della numerosità delle popolazioni italiane e, conseguentemente, dello stato di salute della specie sul nostro territorio. Tra i principali fattori che minacciano le popolazioni della luscengola striata citiamo: gli incendi che non solo provocano la distruzione dell’habitat, ma arrecano danni diretti alle popolazione causando la morte di un gran numero di individui; lo sviluppo di una agricoltura intensiva che provoca la scomparsa degli habitat colonizzati dalla specie, e l’impiego eccessivo di pesticidi nelle pratiche agricole che riduce la quantità di cibo a disposizione delle luscengole.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1986 - Tartarughe e Sauri d’Italia. Giunti Editore
Bruno S., Maugeri S., 1976 - Rettili d’Italia. vol. I. Tartarughe e Sauri. Martello-Giunti editore. Firenze.
Caputo V., 1994 - Luscengola Chalcides chalcides (Linnaeus, 1758), Luscengola striata Chalcides striatus (Cuvier, 1829). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 92-95.
Caputo V., 1992 - Ricerche di biologia evoluzionistica sul genere Chalcides (Squamata: Scincidae). Tesi di Dottorato di Ricerca, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Napoli.
Caputo V., Odierna G., 1992 - Karyological differentiation between two forms of the Chalcides chalcides complex (Scincidae). Amphibia-Reptilia, 13: 193-196.
Orsini J.P., Cheylan M., 1981 - Chalcides chalcides. In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band I. Echsen (Sauria) I. pp. 318-337. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Coluber gemonensis (Laurenti, 1768)
Nome italiano: Colubro dei Balcani
Categoria IUCN:
VU B1
Tassonomia.
Coluber gemonensis, anche noto come Coluber laurenti (Bedriaga, 1881), ha aspetto snello e agile, raggiunge lunghezze di rado superiori ai 120 cm. Il nome specifico gemonensis venne dato da Laurenti in quanto l’esemplare da lui descritto proveniva da Gemona in Friuli. Poiché la specie è in realtà assente da queste zone, può essere lecito supporre che Laurenti avesse esaminato un subadulto di biacco (C. viridiflavus) per molti aspetti simile ai subadulti di C. gemonensis. Per questa ragione era stato proposto di cambiare il nome in C. laurenti (Schätti e Lanza, 1988).
Distribuzione passata e presente.
Italia nord-orientale (Venezia Giulia), coste orientali del Mar Adriatico, Grecia continentale, peninsulare e insulare (isole Ebridi, Creta).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Serpente diurno, eliofilo, soprattutto terricolo, ma anche in grado di arrampicarsi su arbusti e alberi.
Habitat: vive in ambienti semi-aridi con vegetazione rada costituita da arbusti xerofili o da boscaglia. E’ più frequente nelle zone di radura, o in prossimità di muretti a secco, lungo i margini di strade o di sentieri.
Dimorfismo sessuale: i maschi presentano colorazione e disegno dorsale simile a quelli delle femmine, da cui si differenziano per le dimensioni maggiori.
Dimensioni delle popolazioni: in Italia la distribuzione di questa specie è solo marginale, sono note poche località dove la specie è presente e si ritiene che essa non sia abbondante. In una zona della Dalmazia la densità di questa specie è risultata approssimativamente di 4 esemplari per ettaro (Fottner, citato in Henle 1993).
Sex ratio: Wettstein (citato, in Henle, 1993) riporta una sex ratio fortemente sbilanciata a favore dei maschi (17:3).
Comportamento riproduttivo: di norma gli accoppiamenti hanno luogo nella seconda metà di maggio. Verso gli inizi di luglio, la femmina depone da 3 a 9 uova in anfratti della roccia o in buche del terreno riparate dalla vegetazione.
Sviluppo: non si dispone di informazioni relative alla durata di incubazione o all’età a cui è raggiunta la maturità sessuale.
Alimentazione: si nutre prevalentemente di sauri (lucertole, gechi, orbettini) e di serpenti, gli individui adulti si alimentano anche di animali a sangue caldo, soprattutto di piccoli mammiferi (topi e arvicole), ma anche di uccelli (nidiacei e uova).
Rapporti con altre specie: in Dalmazia vive in simpatria con il biacco (Coluber viridiflavus). In questi casi si osserva una certa differenziazione di habitat, con C. gemonensis più comune nelle zone xeriche e C. viridiflavus in quelle mesofile. La nicchia simile di queste due specie può creare condizioni di competizione e potrebbe spiegare come mai le due specie presentano areali che si sovrappongono solo in minima parte. Tra i predatori di colubro balcanico vi sono alcuni uccelli rapaci (biancone, aquile, poiane) e mammiferi, soprattutto mustelidi.
Cause del declino.
Nella penisola balcanica questo colubro è abbastanza comune e diffuso. Spesso si spinge in prossimità di cascinali, orti e giardini. Anche se la convivenza con l’uomo non è mai pacifica, non sembra che in queste regioni il colubro balcanico corra seri rischi di estinzione. La situazione italiana è ovviamente diversa, vista la marginalità di questa specie nel territorio nostrano. Sono note poche popolazioni che rappresentano l’estremo orientale dell’areale distributivo della specie, l’isolamento che ne deriva espone queste popolazioni ad elevati rischi di estinzione.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Henle K., 1993 - Coluber gemonensis (Laurenti, 1768). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. pp. 97-114. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Schätti B., Lanza B., 1988 - The scientific name of the balkan whip snake. Amphibia-Reptilia, 9 (2): 199-200.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Coluber hippocrepis (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Colubro sardo o Colubro ferro di cavallo
Categoria IUCN:
CR B1-2
Tassonomia.
Coluber hippocrepis si riconosce facilmente dagli altri colubridi per via delle piccole squame suboculari intercalate tra l’occhio e le sopralabiali (carattere presente anche in C. algirus entità nordafricana e presente a Malta) e per le squame ventrali larghe (che ricordano quelle dei Viperidi). Specie politipica di cui sono state descritte tre sottospecie: C. hippocrepis intermedius (Werner) include le popolazioni nordafricane, C. hippocrepis hippocrepis della Sardegna e dell’Europa continentale e Coluber hippocrepis nigrescens descritta recentemente da Cattaneo (1985) e che raggruppa le popolazioni dell’Isola di Pantelleria.
Distribuzione passata e presente.
C. hippocrepis è presente in Nord-Africa (Tunisia, Algeria e Marocco), in Portogallo e in Spagna. In Italia la sua presenza è stata segnalata solo nella Sardegna sud-occidentale e nell’Isola di Pantelleria, dove l’animale è tuttavia molto raro e secondo alcuni autori è un entità alloctona introdotta dall’uomo in epoca storica.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Colubride dai costumi diurni, molto veloce, è prevalentemente terricolo, più raramente arboricolo.
Habitat: questo colubro è caratteristico degli ambienti mediterraneo-aridi con substrati sabbiosi su cui si sviluppa una vegetazione prevalentemente arbustiva xerofila (gariga) o di boscaglie sempreverdi xerofile (macchia), ma è anche comune in ambienti mediterraneo-temperati con foreste miste di sclerofille sempreverdi (con dominanza di Quercus ilex). Nelle regioni nordafricane il colubro è presente dal livello del mare sino ai 2000 m di quota, in Spagna e in Portogallo vive generalmente al di sotto dei 1300 m In Sardegna sembra colonizzare ambienti tipicamente di bassa quota (inferiori a 100 m), anche se vi è una segnalazione relativa ad una popolazione che vive su una “meseta” basaltica a quota 520 m nella Sardegna centrale. Non è più stato osservato da molto tempo nella regione degli Stagni di Cagliari.
Dimorfismo sessuale: i sessi non sono molto differenziati né per colorazione né per dimensioni, la femmina tende a presentare un maggior numero di squame ventrali e coda proporzionalmente più piccola di quella dei maschi.
Dimensioni delle popolazioni: il colubro ferro di cavallo è una presenza rara in Sardegna e, sebbene non si conoscano stime precise, le popolazioni sono molto localizzate e poco numerose. Nell’Isola di Pantelleria la specie è più comune. Recenti ricerche (Capula et al., 1997) hanno stimato la numerosità della popolazione insulare pari a circa 150 esemplari, con valori di densità di 1.6 animali per ettaro.
Sex ratio: nel corso di una ricerca condotta nell’isola di Pantelleria sono stati catturati 26 individui, di cui 18 maschi e 8 femmine. Ciò suggerisce un rapporto sessi sbilanciato verso i maschi.
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti hanno luogo tra aprile e maggio. Le femmine depongono da 5 a 10 uova, sotto pietre, nelle tane abbandonate di mammiferi o in buche nella sabbia ai piedi di cespugli.
Sviluppo: le uova schiudono tra agosto e settembre. I neonati sono lunghi 15-20 cm.
Alimentazione: i giovani si cibano prevalentemente di piccoli sauri e talvolta di insetti, gli adulti oltre che di rettili si cibano anche di micromammiferi e di piccoli uccelli, soprattutto nidiacei e talvolta anche di uova. Nella popolazione di Pantelleria la preda principale degli individui adulti è il ratto comune (Rattus norvegicus). Si è potuto osservare che nella maggior parte dei casi i serpenti si cibavano di ratti trovati morti (Capula et al., 1997).
Rapporti con altre specie: giovani e adulti sono predati da uccelli rapaci e da mammiferi, i giovani anche da serpenti.
Cause del declino.
Questa specie in Italia è stata sempre piuttosto rara. Già l’erpetologo francese Gené, nella prima metà del secolo scorso, nel corso di più spedizioni, non riuscì a trovare la specie in Sardegna (citato in Bruno e Maugeri, 1990). Oggi le segnalazioni si sono fatte ancora più rare anche se sembra che la specie sia tuttora presente in Sardegna. Le cause che minacciano la sopravvivenza di queste popolazioni italiane sono: il deterioramento ambientale, soprattutto nell’area sudoccidentale dell’isola, dove la specie è riportata come più frequente; gli incendi che distruggono gli habitat e ne sterminano le popolazioni abitanti; l’uccisione da parte di escursionisti o di gente del posto. Tutto ciò non è peraltro sufficiente a rendere conto della rarità di questo serpente.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Capula M., Luiselli, L., Rugiero L., Evangelisti F., Anibaldi C., Trujllo Jesus V., 1997 - Notes on the food habits of Coluber hippocrepis nigrescens from Pantelleria Island: a snake that feeds on both carrion and living prey. Herpetological Journal, 7: 67-70.
Cattaneo A., 1985 - Il colubro ferro di cavallo dell’Isola di Pantelleria: Coluber hippocrepis nigrescens subsp. nova. Atti Soc. ital. Sc. nat. Mus. civ. St. Nat. Milano, 126 (3-4): 165-184.
Schätti B., 1993 - Coluber hippocrepis (Linnaeus, 1758). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. pp. 115-130. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Coluber viridiflavus (Lacépède, 1789)
Nome italiano: Biacco
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Anche noto come Hierophis viridiflavus (cfr. Schätti, 1988) è un colubride di dimensioni medie, raramente supera i 150 cm di lunghezza. Come molti altri membri della famiglia Colubridae presenta un capo ben distinto dal corpo, pupilla rotonda di grosse dimensioni, squame del dorso non carenate. Si differenzia, tuttavia, per il tipo di colorazione, per la presenza di due preoculari (una molto più grossa dell’altra) e di 8 sopralabiali (di cui la 4a e la 5a in contatto con l’occhio). Specie politipica distinta in due sottospecie, una occidentale, C. viridiflavus viridiflavus, e una orientale e siciliana, C. viridiflavus carbonarius (Bonaparte, 1833), caratterizzata da esemplari con una colorazione omogenea nera. Alcuni autori tendono a considerare la popolazione dell’isola di Montecristo come facente parte di una distinta sottospecie, C. v. kratzeri (Kramer, 1971).
Distribuzione passata e presente.
C. viridiflavus è un’entità dell’Europa sud-occidentale. Il suo areale comprende alcuni territori della Spagna nord-orientale, la Francia meridionale, la Svizzera meridionale, l’Italia continentale e peninsulare, e raggiunge ad Est i territori dell’Istria. E’ presente inoltre in Corsica, in Sardegna, in Sicilia, nell’isola di Malta e in molte isole minori.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie terricola e occasionalmente arboricola, eliofila è attiva soprattutto nelle ore diurne, spesso nelle ore più calde della giornata. Il periodo di latenza invernale è da novembre agli inizi di marzo.
Habitat: Il biacco è più frequente nelle aree boscate e nelle foreste sempreverdi di ambiente xerico mediterraneo e nelle foreste caducifoglie mesofile degli ambienti collino-planiziali mediterranei, come macchia e gariga. E’ meno frequente nelle foreste caducifoglie e di conifere di ambiente montano e subalpino. In Italia è distribuito dal livello del mare a circa 2000 m di quota, anche se è più frequente a quote inferiori a 1500 m. In questi ambienti predilige aree assolate, radure o margini di boschi, in prossimità di coltivi. E’ spesso osservato in muretti a secco e anche in prossimità di centri abitati e in ruderi abbandonati. La temperatura preferenziale (cloacale) è di circa 26.6°C (Scali e Zuffi 1994).
Dimorfismo sessuale: i maschi sono generalmente più lunghi delle femmine, hanno un minor numero di squame ventrali e un maggior numero di sottocaudali.
Dimensioni delle popolazioni: nel corso di una recente ricerca condotta su una popolazione di Biacco nei Monti della Tolfa (Lazio settentrionale), in una area di circa 150 ha, sono stati catturati 165 individui adulti (Capula et al., in stampa). In ambienti meno ottimali, come quelli rappresentati dalle faggete liguri (Bardineto/Calizzano, Monte Beigua), esso raggiunge densità molto minori, dell’ordine degli 0.1-0.2 es/ha. All’Alpe di Rezzo (IM: 1300 m circa) le densità osservate sono state di 0.3, 0.5 e 0.5 es/ha, rispettivamente nell’ecotono fra faggeta e bosco mesofilo, nel bosco mesofilo stesso e nel bosco termofilo a Roverella ed Orniello (Cortesogno e Balletto 1989).
Sex ratio: Nella popolazione dei Monti della Tolfa (Capula et al., in stampa) è stata stimato un rapporto sessi di 1.43 maschi per femmina, significativamente diverso dal valore unitario. Nel Parco del Ticino Donà et al. (1991) avevano similmente osservato un valore di 2:1 (62 maschi e 31 femmine, più 7 giovani).
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti hanno luogo, di norma, in maggio o agli inizi di giugno. Durante o prima della copula il maschio può trattenere la femmina con la bocca. La femmina depone le uova (in numero variabile da 5 a 15) verso la fine di giugno o in luglio, prediligendo come siti di deposizione buche del terreno coperte da rovi, muretti a secco, fessure della roccia o zone alla base di arbusti. Per quanto sia una specie terrestre può cacciare sugli alberi, anche ad un certa altezza dal suolo.
Sviluppo: le uova schiudono dopo due mesi di incubazione. I piccoli alla nascita sono lunghi 20-25 cm. L’accrescimento è molto veloce e le mute particolarmente frequenti. Al terzo anno di vita gli animali sono in media lunghi 80 cm. La maturità sessuale è raggiunta prima dai maschi (3°-4° anno di vita) che dalle femmine (4°-5° anno di vita). I maschi adulti effettuano due mute nel corso dell’anno: in Aprile e in Giugno. Le femmine oltre alla muta primaverile ed estiva ne effettuano una autunnale, subito prima del periodo di latenza invernale.
Alimentazione: il biacco caccia a vista e uccide le prede per costrizione. La dieta varia in funzione dell’età e quindi delle dimensioni degli individui. I giovani si cibano di piccoli sauri e di insetti (grilli, cavallette, bruchi), gli adulti si cibano soprattutto di vertebrati, grossi sauri, soprattutto Lacerta viridis, serpenti, piccoli mammiferi (fino alle dimensioni di un giovane coniglio) e più spesso uccelli (soprattutto nidiacei).
Rapporti con altre specie: il predatore per eccellenza del biacco sembra essere il biancone (Circaetus gallicus), ma anche altri uccelli rapaci e qualche grosso serpente può occasionalmente predare questa specie.
Cause del declino.
Il biacco è, insieme alla biscia dal collare, il serpente più comune delle nostre regioni. Più raro nelle regioni di pianura, dove uno sviluppo agricolo intensivo ha comportato la scomparsa degli habitat tipici della specie, sembra ancora abbondante nelle zone costiere, collinari e sbullonate, sia sulle Alpi che sugli Appennini. Nelle popolazioni che vivono in prossimità di centri abitati i frequenti investimenti da parte di veicoli motorizzati sono una frequente causa di mortalità.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Cortesogno L., 1994 - Biacco Coluber viridiflavus (Lacépède, 1789). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 100-101.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Donà C., Gentilli A., Zuffi M., 1991 - Tecniche di censimento degli Ofidi in un bosco planiziale del Parco del Ticino (Lombardia). Atti 2° Seminario ital. Censimenti Faunistici Vertebrati. Ric. Biol. Selvagg., Suppl. 16: 211-215.
Heimes P., 1993 - Coluber viridiflavus (Lacépède, 1789). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. pp. 177-198. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Scali V., Zuffi M., 1994 - Preliminary report on a reptile community ecology in a suburban habitat of northern Italy. Boll. Zool., 61:73-76.
Schätti B., 1988 - Systematik und Evolution der Schlangengattung Hierophis Fitzinger, 1843. PhD Thesis, Univ. Zurich.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Coronella austriaca (Laurenti, 1768)
Nome italiano: Colubro liscio
Categoria IUCN:
VU A1c
Tassonomia.
Coronella austriaca è un colubride di piccole dimensioni, gli adulti raramente superano i 75 cm di lunghezza. Presenta un capo generalmente poco distinto dal corpo, squame non carenate e pupilla rotonda. In Italia vive spesso in simpatria con la specie congenerica C. girondica da cui si differenzia per il disegno del capo caratterizzato dalla presenza di una stria scura che va dalla narice all’angolo della bocca passando attraverso l’occhio; per le sette sopralabiali di cui la terza e la quarta sono a contatto con l’occhio e, infine, per il minor numero di squame a metà tronco (di solito 17-19, raramente 21). Specie politipica distinta in tre sottospecie: C. austriaca acutirostris (Malkmus, 1995) delle regioni settentrionali della penisola Iberica, C. austriaca austriaca (Laurentis, 1768) dell’Europa centrale e settentrionale (Italia settentrionale e centrale inclusa) e C. austriaca fitzingeri (Bonaparte 1840) dell’Italia meridionale e della Sicilia. C. austriaca fitzingeri si differenzierebbe dalla sottospecie nominale per le dimensioni più piccole del corpo e per un disegno dorsale che presenta un minor numero di macchie.
Distribuzione passata e presente.
C. austriaca presenta un ampio areale di distribuzione che copre buona parte del continente euroasiatico. In Europa è presente nelle regioni settentrionali della penisola Iberica, in Francia ad eccezione delle regioni più meridionali, in Europa centrale e settentrionale spingendosi a Nord sino al 63° parallelo, in Europa meridionale (Italia, penisola balcanica, Turchia) raggiungendo ad Est le regioni iraniane, la Georgia ed il Kazakhstan occidentale. In Italia è diffusa un po’ ovunque ad eccezione della Pianura Padana dove è rara. E’ presente in Sicilia e nell’isola d’Elba, mentre è assente in Sardegna e nelle altre isole minori.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Colubride prevalentemente terricolo, attivo soprattutto durante le ore diurne. Ha una temperatura ottimale di circa 27 °C.
Habitat: La specie è presente dal livello del mare sino ad oltre 2100 m di quota sulle Alpi, anche se è più frequente a quote intermedie tra 400 ed 1000 m e diviene molto raro nei boschi del piano montano superiore. In Calabria è specie di media e alta quota e non scende mai al disotto dei 750 m (Tripepi et al., 1989). Predilige ambienti meso-termofili dove è frequente nelle radure o ai margini di foreste, nelle pietraie, nei greti dei fiumi, sui muretti a secco in prossimità di coltivi e nei pascoli xerici. Talvolta è possibile osservarla in prossimità di ruscelli, lungo le sponde tra le rocce o la vegetazione rivierasca. In ambienti mediterranei può colonizzare aree con vegetazione xerofila sia arbustiva sia di alto fusto (leccete).
Dimorfismo sessuale: maschi di regola più piccoli delle femmine, ma hanno coda proporzionalmente più lunga.
Dimensioni delle popolazioni: in Liguria nel comprensorio del Bosco di Rezzo (IM) a circa 1300 m, Cortesogno e Balletto (1989) hanno osservato a circa 1300 m densità 0.08 e 0.1 es/ha, rispettivamente nel bosco mesofilo e nel bosco termofilo a Orniello e Roverella. In Abruzzo, in ambiente montano, è stata stimata la presenza in media di 2-5 individui su un fronte di 1 Km (Bruno, 1984). In una area di 40 ha delle Alpi Svizzere, tra i 1400 e 1600 m di quota, è stata stimata una densità di popolazione pari a 0.5 individui per ettaro (cioè un valore circa tre volte inferiore a quello stimato per popolazioni sintopiche di Vipera berus e V. aspis) (Monney et al., 1995).
Sex ratio: si pensa che in generale sia prossima al valore unitario, anche se in alcune popolazioni è stato osservato un maggior numero di maschi (80%) rispetto alle femmine (20%) (Engelmann, 1993). Considerando il rapporto sessi al momento della nascita, Luiselli et al. (1996) non riscontrano significative differenze dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti si verificano in due distinti periodi, in primavera (tra metà marzo e metà aprile) e nella tarda estate (fine di agosto e inizi di ottobre). In Svizzera gli accoppiamenti si verificano fra Aprile e Maggio (Hofer e Dusej, 1990). L’amplesso può durare 6-7 ore ed il maschio trattiene la femmina con la bocca. Le femmine sono ovovivipare. Nelle femmine che si sono riprodotte in primavera, l’ovulazione avviene nella prima metà di giugno, le uova (da 3 a 15), sono trattenute all’interno del corpo materno sino a pochi istanti prima della schiusa (che avviene di norma alla fine di Agosto o in Settembre). I piccoli che rompono la membrana ovulare subito dopo la deposizione sono lunghi 12-18 cm e già completamente autosufficienti. Nelle regioni alpine le femmine presentano un ciclo riproduttivo biennale.
Sviluppo: L’accrescimento è piuttosto veloce e a tre anni sono lunghi già 40-45 cm. La maturità sessuale è raggiunta prima dai maschi (generalmente al terzo anno di vita), più tardi nelle femmine (di norma al quinto anno di età).
Alimentazione: la dieta dei giovani varia da quella degli adulti per dimensione delle prede ma non sembra per il tipo di preda, che in gran parte (più del 70% della dieta totale) è costituito da sauri, soprattutto lacertidi e secondariamente da orbettini, molto di rado piccoli serpenti. Rientrano nella dieta del colubro liscio, anche se costituiscono una componente marginale, alcuni micromammiferi (Apodemus, Microtus e Mus).
Rapporti con altre specie: il colubro liscio è predato da alcuni uccelli rapaci (Buteo, Circaetus, Hieraetus) e da alcuni mammiferi, soprattutto da mustelidi (donnola, martora, puzzola, tasso) e dal cinghiale.
Cause del declino.
I costumi di vita molto riservati di C. austriaca non ne facilitano l’osservazione in natura, per cui le informazioni a disposizione sulla distribuzione della specie e sullo stato di salute delle sue popolazioni sono in genere molto scarse. C. austriaca è ritenuta in declino in molte regioni dell’Europa centrale e settentrionale: in Svezia e in Norvegia la progressiva scomparsa del colubride sembra legata soprattutto alla distruzione degli habitat e alla scomparsa di Lacerta agilis che costituisce la principale componente della dieta di questa specie; in Olanda è diventato uno dei rettili più rari a causa della scomparsa degli ambienti di brughiera; la distruzione delle aree incolte e la scomparsa delle aree boscate e delle siepi che un tempo separavano gli appezzamenti sta causando un analogo declino in Belgio (Corbett, 1989). Nell’Italia settentrionale la situazione non è diversa da quella degli altri paesi europei. Lo sviluppo di una agricoltura intensiva ha provveduto ad eliminare gli habitat del colubro liscio causando la scomparsa di numerose popolazioni. Lungo la penisola, soprattutto nelle regioni xeriche e mesofile mediterranee i frequenti incendi sono tra le cause principali del declino di questa specie.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Engelmann W.-E., 1993 - Coronella austriaca (Laurenti, 1768). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 200-246.
Doria G., 1994 - Colubro liscio Coronella austriaca (Laurenti, 1768). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 100-101.
Hofer U., Dusej G., 1990 - Il Colubro Liscio. Biologia e Protezione. KARCH, Berna.
Luiselli L., Capula M., Shine R., 1996 - Reproductive output, costs of reproduction, and ecology of the smooth snake, Coronella austriaca, in the eastern Italian Alps. Oecologia, 106: 100-110.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Monney JC., Luiselli L., Capula M., 1995 - Notes on the natural history of the smooth snake, Coronella austriaca, in the Swiss Alps. British Herpetological Society Bulletin, 54: 21-27.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Coronella girondica (Daudin, 183)
Nome italiano: Colubro di Riccioli, Coronella del Riccioli
Categoria IUCN:
Lower risk (Conservation dependent)
Tassonomia.
In Europa il genere Coronella è presente con due specie: C. austriaca e C. girondica. Sono serpenti di piccole dimensioni (gli adulti non superano i 75 cm di lunghezza), con capo poco distinto dal corpo, squame non carenate e pupilla circolare. Le due specie, entrambe presenti in Italia, hanno un aspetto esterno in generale molto simile. C. girondica è riconoscibile da C. austriaca per i seguenti caratteri: squama rostrale più larga che alta; ventre con disegno vivace e fortemente contrastato; una striscia scura dall’occhio al collo, che, a differenza di C. austriaca, non continua sino alle narici; quarta e quinta sopralabiale a contatto con l’occhio. Specie monotipica.
Distribuzione passata e presente.
Il colubro di Riccioli è distribuito nell’Europa sud-occidentale (Penisola Iberica, Francia meridionale, penisola Italiana) e nell’Africa settentrionale (Marocco, Algeria, Tunisia). In Italia è diffuso nelle regioni settentrionali occidentali (Piemonte, Liguria), in Lombardia, diviene più raro procedendo verso Est (Emilia Romagna), ed è assente nelle regioni più orientali. Lungo la penisola italiana la specie è presente lungo tutta la costa tirrenica, spingendosi a Sud almeno sino all’altezza di Roma, non si conoscono segnalazioni in Campania, mentre ne è segnalata la presenza in Calabria e in Sicilia. (Queste ultime segnalazioni non sono affatto sicure e necessitano di ulteriori verifiche). Sulla costa Adriatica vi sono rare segnalazioni di Bruno (1966) e Bruno e Maugeri (1990), che non sono state tuttavia confermate da altri erpetologi.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Colubride terricolo, attivo da aprile ad ottobre, con costumi in prevalenza mattutini e crepuscolari.
Habitat: Il colubro di Riccioli vive in località xeriche a clima mediterraneo, predilige gli habitat con boscaglia bassa sempreverde xerofila, ma anche zone boscate con latifoglie sempreverdi a dominanza di Quercus ilex e zone più mesofile caratterizzate da boschi di latifoglie caducifoglie a dominanza di roverella (Quercus pubescens). In queste aree è più frequente nelle radure, sotto tronchi, negli ammassi di rocce alla base di pareti rocciose. La sua distribuzione altitudinale va dal livello del mare ad oltre 2500 m in Marocco, in Italia non si spinge oltre 900 m di quota. In un recente censimento condotto in Liguria (Doria, 1994) più del 50% degli avvistamenti vennero effettuati a quote inferiori a 100 m e poco più del 10% a quote superiori a 500 m. In un analogo studio condotto in Emilia Romagna (Mazzotti e Stagni, 1993) i pochi avvistamenti di C. girondica erano limitati ad aree collinari o montane e la specie risultava molto rara in pianura.
Dimorfismo sessuale: la distinzione dei sessi non è semplice ad un esame superficiale, i maschi sono generalmente più piccoli delle femmine, ma hanno coda proporzionalmente più lunga. I maschi presentano un numero di squame ventrali leggermente inferiore a quello delle femmine, ma un numero superiore di squame sottocaudali.
Dimensioni delle popolazioni: in Liguria, nel comprensorio dell’Alpe di Rezzo (IM:1300 m) Cortesogno e Balletto (1989) hanno osservato densità di 0.05 e 0.1 es/ha, rispettivamente nel bosco mesofilo e nel bosco termofilo a Roverella ed Orniello. In altre faggete liguri, cioè in situazioni ecologiche ancor meno ottimali per la specie, le densità erano minori (0.05 e 0.06 es/ha rispettivamente al Monte Beigua e nell’Aveto/Zatta).
Sex ratio: non si hanno informazioni
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti avvengono in prevalenza nel mese di maggio. A differenza di C. austriaca, C. girondica è tipicamente una specie ovipara. La femmina, di norma in luglio, depone da 4 a 9 uova, che schiudono verso la fine di agosto o agli inizi di settembre.
Sviluppo: i piccoli alla nascita sono lunghi 11-18 cm.
Alimentazione: i giovani si cibano di prede di piccole dimensioni, soprattutto lucertole e insetti. Gli adulti cacciano quasi esclusivamente vertebrati, per lo più sauri, che in alcuni casi possono costituire più del 90% della dieta dell’animale, e in misura molto minore di piccoli mammiferi e piccoli serpenti.
Rapporti con altre specie: le abitudini molto riservate di questa specie non la espongono ad alti rischi di predazione. Tra i potenziali predatori troviamo alcuni serpenti colubridi, uccelli rapaci (Buteo, Circaetus, Hieraetus) e mammiferi (i.e. cinghiale, qualche mustelide).
Cause del declino.
Per via del comportamento schivo e riservato della coronella del Riccioli, non sono molte le informazioni sulla sua presenza sul nostro territorio, che si ritiene venga spesso sottostimata. La specie sembra abbastanza comune in Liguria e, almeno in questa regione, non vi sono motivi per ritenere che sia in declino. Ben diversa è invece la situazione nelle altre regioni italiane. In Pianura Padana il colubro del Riccioli è molto raro, e la sua progressiva scomparsa sembra legata all’elevato impatto antropico su queste aree, in particolare allo sviluppo di una agricoltura intensiva e all’impiego di ingenti quantità di diserbanti e pesticidi. Le popolazioni del litorale tirrenico sono minacciate dai costanti incendi estivi e dalla scomparsa di habitat adatti alla sopravvivenza per effetto della eccessiva urbanizzazione delle coste.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Dušej G., 1993 - Coronella girondica (Daudin, 1803). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. pp. 247-264. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Doria G., 1994 - Colubro di Riccioli Coronella girondica (Daudin, 1803). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 100-101.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Elaphe longissima (Laurenti, 1768)
Nome italiano: Colubro di Esculapio o Saettone
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Colubride dal corpo snello e allungato (gli adulti possono eccezionalmente raggiungere i due metri di lunghezza), con testa stretta e ben definita. Come in altre specie congeneriche, E. longissima mostra una carena situata sul margine libero delle squame ventrali, adattamento alla vita arboricola. Si differenzia da E. quatuorlineata per la presenza di una sola squama preoculare, da E. scalaris per la squama rostrale che non termina a punta posteriormente e non si incunea tra le internasali e da E. situla per il minor numero di squame a metà tronco (di norma 23). Specie politipica distinta in quattro (secondo alcuni autori, tre) sottospecie di cui due presenti sul territorio italiano: E. longissima longissima (Laurenti 1768) ed E. longissima romana (Suckow 1798), quest’ultima con una striatura talvolta molto evidente.
Distribuzione passata e presente.
E’ una specie diffusa nell’Europa meridionale e in Asia occidentale. In Europa è presente da Ovest in Spagna, in Francia, nella Germania meridionale, in Italia, nella penisola Balcanica, in Slovacchia, in Polonia meridionale e nella Russia meridionale. In Asia occidentale il suo areale comprende la Turchia, le regioni transcaucasiche e l’Iran del Nord. In Italia la sottospecie nominale è diffusa nelle regioni centro-settentrionali, la sottospecie E. longissima romana abita le restanti regioni centro-meridionali (approssimativamente a Sud dei Monti Arunci nel Lazio) e la Sicilia. Nella Sardegna occidentale è stata segnalata la presenza della sottospecie nominale, queste segnalazioni necessitano tuttavia di conferma. In Italia la specie è ancora piuttosto abbondante. In Europa centro-settentrionale (in particolare nella Germania meridionale), invece, il colubro di Esculapio è divenuto sempre più raro.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Serpente con attività diurna, sia terricolo che arboricolo, attivo da ottobre alla fine di marzo, soprattutto nelle giornate con temperatura dell’aria tra 25 e 30 °C.
Habitat: Il saettone può colonizzare ambienti molto diversificati. Predilige radure o zone marginali di boschi mesofili di latifoglie miste e gli ambienti xerici di macchia. Si spinge talvolta in prossimità di centri abitati e coltivi, dove è frequente sui muretti a secco. Talvolta si rinviene anche lungo i corsi d’acqua, a debole corrente, con folta vegetazione rivierasca. Più comune alle basse e medie quote, sulle Alpi può occasionalmente spingersi oltre 1500 m di quota, nei pascoli alpini. In Calabria vive dal livello del mare fin verso i 1400 m (Tripepi et al., 1989).
Dimorfismo sessuale: i maschi sono più grossi delle femmine e presentano una coda proporzionalmente più lunga. I maschi inoltre hanno un maggior numero di squame sottocaudali (Böhme, 1993)
Dimensioni delle popolazioni: nel comprensorio dell’Alpe di Rezzo (IM:1300 m circa) Cortesogno e Balletto (1989) hanno osservato una densità di 0.5 es/ha all’interno del bosco termofilo di Orniello e Roverella. La specie diviene più rara nelle faggete liguri (0.05 es/ha al Monte Beigua). Gli altri dati a disposizione si riferiscono a popolazioni in territorio tedesco, la numerosità delle popolazioni (adulti e subadulti) stimata con metodi di cattura e ricattura varia da poche centinaia di individui (250 ± 40) ad oltre un migliaio (Böhme, 1993).
Sex ratio: si osserva una leggera prevalenza del numero di maschi su quello delle femmine, variabile cioè da 1.38:1 a 1.98:1 (Böhme, 1993). Nel Parco del Ticino Donà et al. (1991) hanno osservato un rapporto sessi molto sbilanciato di 5.1:1 (72 maschi e 14 femmine, più 14 giovani).
Comportamento riproduttivo: gli adulti emergono molto presto nella stagione, a volte alla fine di Febbraio, quando il substrato ha temperature intorno a 9°C (Dolce et al., 1982). Gli accoppiamenti hanno luogo tra la fine di maggio e gli inizi di giugno. Le parate comportamentali che precedono la copula sono piuttosto spettacolari. Il maschio, intercettata una femmina recettiva, la insegue. Una volta raggiunto la femmina il maschio la trattiene afferrandole con la bocca il collo. A questo punto il maschio si posiziona in modo da far combaciare la propria cloaca con quella della femmina. Si ha quindi estroflessione dell’emipene e trasferimento degli spermi nella cloaca femminile. La deposizione delle uova segue di due o tre settimane l’accoppiamento (di norma il picco delle deposizioni è a luglio o ai primi di agosto). La femmina depone in media 8 uova (da 5 a 20). Le uova hanno forma allungata, talvolta irregolare e vengono deposte nelle cavità degli alberi, nelle fessure della roccia, nei muretti a secco o in altre zone riparate.
Sviluppo: le uova schiudono dopo circa due mesi (verso la fine dell’estate) e nascono piccoli lunghi circa 20 cm. La maturità sessuale sembra non sia raggiunta prima del terzo anno di vita.
Alimentazione: i giovani predano soprattutto lucertole e insetti (grilli, cavallette ecc.), mentre gli adulti sono predatori prima di tutto di omeotermi, sia di uccelli di cui predano soprattutto le uova e i nidiacei, sia di mammiferi (arvicole, moscardini, topi, ghiri, talpe). Possono anche predare altri rettili (soprattutto lucertole).
Rapporti con altre specie: il saettone è spesso predato dal biancone, più di rado da altri rapaci diurni. Alcuni mustelidi possono occasionalmente cibarsi di questo serpente.
Cause del declino.
In Europa centrale la specie presenta un areale molto frammentato, con numerose popolazioni isolate. Molti ricercatori interpretano questo dato come l’effetto di una contrazione verso Sud dell’areale della specie, che progressivamente scompare dai territori più settentrionali. In Italia la situazione appare meno allarmante. In recenti censimenti condotti in diverse regioni del nostro paese, il saettone è risultato piuttosto frequente e omogeneamente distribuito. In Liguria esso è più frequente alle basse quote (da 200 a 500 m ), ed è particolarmente abbondante nelle zone di coltivi abbandonati (Poggi, 1994). In regioni come l’Emilia-Romagna, al contrario, la specie predilige gli ambienti appenninici dei settori collinare e montano (sino a 1500 m ), mentre diventa più raro in Pianura (Mazzotti e Stagni, 1993). Da questo confronto risulta chiaro come una delle principali minacce alla sopravvivenza di questa specie sia il deterioramento degli habitat dovuto a pratiche agricole intensive. In prossimità di centri abitati l’aumento del traffico stradale è spesso una delle principali cause di mortalità delle popolazioni di serpenti.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Böhme W., 1993 - Elaphe longissima (Laurenti, 1822). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 330-372.
Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane. Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.
Dolce S., Lapini L., Stergulc F., 1982 - Contributo preliminare allo studio dell’erpetofauna della bassa pianura friulana. Note eco-etologiche sugli Anfibi e Rettili del Bosco Baredi e Selva di Arvonchi (Muzzana del Turgnano, Udine), pp. 9-35. CNR Roma, AQ/1/181.
Donà C., Gentilli A., Zuffi M., 1991 - Tecniche di censimento degli Ofidi in un bosco planiziale del Parco del Ticino (Lombardia). Atti 2° Seminario ital. Censimenti Faunistici Vertebrati. Ric. Biol. Selvagg., Suppl. 16: 211-215.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Poggi R., 1994 - Saettone o Colubro di Esculapio Elaphe longissima (Laurenti, 1768). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 102-103.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Elaphe quatuorlineata (Lacépède, 1789)
Nome italiano: Cervone
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Colubride di grosse dimensioni (con lunghezza talvolta superiore ai 2 m). Si distingue dalle altre specie congeneriche oltre che per il caratteristico disegno dorsale (colore di fondo bruno giallastro con quattro bande longitudinali scure), per la presenza di due squame preoculari (talvolta tre, mai una come nelle altre specie), e per un accenno di carenatura sulle squame dorsali. Specie politipica, distinta in tre sottospecie, tutte presenti in Europa. In Italia è presente la sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
Entità appenninico-balcanico-anatolico caucasica. Il suo areale comprende la penisola italiana, le coste adriatiche della penisola balcanica, la Grecia continentale, la Bulgaria, Romania, Moldavia, Ucraina e la Russia precaucasica. La specie è inoltre presente in Asia occidentale (Turchia, Siria) e in Asia centrale (Turkmenistan e Kazakhstan). Le popolazioni italiane formano una porzione disgiunta dell’areale della specie. Infatti il Cervone è assente nella maggior parte delle regioni settentrionali italiane (sono note popolazioni in Friuli orientale, dove però la specie pare sia stata introdotta (Lapini, 1983); in Liguria e in Piemonte è stato citato per errore; manca anche in Veneto e in Lombardia. Il Cervone è invece presente nelle regioni centrali e meridionali della penisola e in Sicilia.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Colubride vigoroso, di abitudini diurne e costumi terricoli e arboricoli. E’ attivo quando le temperature dell’aria sono comprese tra 15 e 36 °C, con optimum termico tra 28 e 32 °C.
Habitat: Nelle nostre regioni è un serpente del piano basale e raramente si spinge al di sopra di 600 m di quota (fino a 900 m in Calabria: Tripepi et al., 1989). Predilige ambienti con vegetazione termofila della macchia mediterranea, soprattutto i boschi di latifoglie sempreverdi sclerofille (carrubo, lentisco, oleastro, leccio), più raramente in boschi di latifoglie decidue mesofile (roverella). E’ presente sia in aree boscate che in zone a vegetazione più rada o in prossimità di radure, talvolta anche in coltivi. Si spinge frequentemente in prossimità di caseggiati e centri abitati, dove predilige i muretti a secco, ruderi ed edifici abbandonati.
Dimorfismo sessuale: tra i due sessi non vi sono differenze nel disegno e nella colorazione, ma le femmine sono di regola più grosse dei maschi. Inoltre i maschi presentano un numero di squame inferiore a quello delle femmine, ma un maggior numero di squame sottocaudali (Böhme e Šcerbak, 1993).
Dimensioni delle popolazioni: non si hanno stime precise della numerosità delle popolazioni italiane. Nel corso di una ricerca pluriennale condotta in un’area di 150 ettari sui Monti della Tolfa (Lazio settentrionale) sono state catturate 29 femmine adulte (Capizzi et al., 1996). In ambiente di steppa (Russia meridionale) lungo un transetto di 3-5 Km il numero medio di individui conteggiati è stato 3 (riportato in Bruno e Maugeri, 1990).
Sex ratio: non differisce significativamente dal valore unitario (Böhme e Šcerbak, 1993). In alcune popolazioni si osserva una leggera predominanza dei maschi (circa il 65% della popolazione adulta) (Bruno e Maugeri, 1990).
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti hanno luogo tra la fine di aprile e la prima metà di giugno, a volte in luglio. Il maschio durante la copula (che dura in media 5 ore) trattiene talvolta la femmina con la bocca. La deposizione delle uova avviene circa 40-50 giorni dopo l’accoppiamento. Ciascuna femmina può produrre da 3 a 18 uova, di ragguardevoli dimensioni (20-32x30-60 mm) e pesanti in media circa 30 g. Le uova vengono deposte alla base di cespugli, nei muretti a secco, in fessure della roccia coperte dalla vegetazione. Talvolta la femmina può trascorrere 3-5 giorni acciambellata intorno alle uova subito dopo averle deposte.
Sviluppo: le uova schiudono dopo 45-50 giorni dalla loro deposizione. I neonati sono lunghi in media 35 cm. L’accrescimento corporeo è molto veloce e un animale di tre anni è in media lungo 120 cm. Dopo il quarto anno di età l’accrescimento diminuisce piuttosto bruscamente.
Alimentazione: I giovani si cibano di piccole prede, soprattutto sauri, piccoli mammiferi e grossi insetti. Gli adulti si cibano quasi esclusivamente di animali a sangue caldo: mammiferi (di dimensioni non superiori a quelle di un coniglio), uccelli (soprattutto nidiacei e uova).
Rapporti con altre specie: tra i predatori più comuni del cervone vi è il biancone (Circaetus gallicus) e altri grossi rapaci diurni.
Cause del declino.
La specie è diventata piuttosto rara in gran parte del suo areale, in Romania corre seri rischi di estinzione ed è rara anche lungo la costa orientale del Mar Adriatico. La causa di questo declino sembra essere legata soprattutto all’intensa caccia cui la specie è stata soggetta in questi ultimi decenni (Bruno e Maugeri, 1990). In Italia la specie è protetta. Sebbene la situazione delle popolazioni italiane non sia chiara in quanto mancano dati aggiornati sulla distribuzione e sono totalmente assenti stime della numerosità delle popolazioni, si ritiene che la specie sia in progressivo declino e in molte regioni è diventata rara. Anche in Italia le cause della progressiva scomparsa di questa specie sembrano essere legate alla caccia spietata di cui è fatta oggetto. A questo fattore si sono sommati gli effetti prodotti dal continuo deterioramento e scomparsa degli habitat in cui questa specie vive.
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Böhme W, Šcerbak, 1993 - Elaphe quatuorlineata (Lacépède, 18789). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. pp. 396-429. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden.
Capizzi D., Capula M., Evangelisti F., Filippi E., Luiselli L., Trujllo Jesus V., 1996 - Breeding frequency, clutch size, reproductive status and correlated behaviours in sympatric females Elaphe quatuorlineata and Elaphe longissima (Reptilia: Colubridae). Rev. Ecol., 51: 297-310.
Mazzotti S., G. Stagni, 1993 - Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Tripepi S., Giacoma C., Rossi F., 1989 - Primi dati sulla distribuzione dei rettili in Calabria. Atti VI Convegno nazionale Ass. “Alessandro Ghigi”. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 189-196.
Elaphe scalaris (Schinz, 1822)
Nome italiano: Colubro scalare o Colubro bilineato
Categoria IUCN:
Data Deficient
Tassonomia.
Colubro di grosse dimensioni (la lunghezza media è di circa 150 cm). Si riconosce dagli altri colubridi per la rostrale appuntita nella parte posteriore che si incunea nelle internasali separandole per più della metà della loro lunghezza, ma soprattutto per il disegno dorsale costituito tipicamente da due strie bruno scuro o nerastre che decorrono longitudinalmente lungo i lati del corpo e che spiccano dalla colorazione del fondo tipicamente bruno-giallastra o bruno-rossastra. Specie monotipica.
Distribuzione passata e presente.
E. scalaris è un entità sudeuropea occidentale, essendo distribuito dalla Penisola Iberica (sia in Portogallo che in Spagna con l’esclusione delle regioni più settentrionali) alla Francia meridionale sino ai confini con l’Italia nord occidentale. E’ presente inoltre nelle Baleari, ma limitatamente all’isola di Minorca. Nel nostro paese la presenza di questa specie è dubbia. Un individuo venne avvistato nel 1986 presso Ventimiglia (Trucco: Monte Pozzo), non lontano dal confine francese (Calmonte e Ferri, 1987), ma ricerche successive non hanno dato esito positivo, per cui non è certo che esista sul territorio italiano una popolazione stabile di E. scalaris.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Animale con attività diurna, caccia sia a terra che su arbusti. E’ attivo da febbraio ad ottobre, soprattutto nelle ore più calde del giorno, avendo infatti temperature ottimali prossime a 30 °C.
Habitat: specie spiccatamente eliofila e xerofila, predilige ambienti con vegetazione arbustiva o di bosco rado, con rocce e massi affioranti, talvolta si avvicina a coltivi, dove può essere rinvenuto su muretti a secco. In Portogallo è distribuito dal livello del mare a non oltre 900 m di quota, in Spagna raggiunge 1500 m, mentre in Francia, sulle Alpi Marittime, può talvolta spingersi a quote ancora superiori.
Dimorfismo sessuale: le femmine sono generalmente più lunghe dei maschi (talvolta anche di 40-60 cm) (Bruno e Maugeri, 1990) e presentano coda proporzionalmente più corta.
Dimensioni delle popolazioni: nel territorio italiano non si ritiene vi siano popolazioni stabili di E. scalaris, anche se al di là del confine francese la specie risulta alquanto comune e abbondante.
Sex ratio: non differisce significativamente dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: la stagione degli accoppiamenti inizia ad aprile e può continuare sino agli inizi dell’estate. La deposizione delle uova segue di tre o quattro settimane l’accoppiamento. La femmina depone da 5 a 24 uova (il numero varia in relazione alle dimensioni della femmina), di dimensioni medio-grandi 47-60x14-21 mm e le lascia in buche nel terreno (spesso in tane di micromammiferi), sotto la lettiera alla base di cespugli o sotto tronchi secchi caduti al suolo.
Sviluppo: l’incubazione delle uova, in relazione alle condizioni di temperatura, può variare da un minimo di 5 ad un massimo di 12 settimane. Alla nascita i piccoli sono lunghi circa 20 cm.
Alimentazione: le dimensioni delle prede variano in base alle dimensioni del serpente. I giovani si cibano prevalentemente di insetti o di piccoli vertebrati. Gli adulti sono predatori di animali a sangue caldo, sia di mammiferi (dalle dimensioni massime di un piccolo coniglio), che di uccelli (in particolare di nidiacei e talvolta anche di uova). La caccia è condotta sia a terra che sugli arbusti, le prede grosse prima di essere ingoiate vengono uccise per costrizione).
Rapporti con altre specie: tra i predatori di questo serpente vi sono alcuni uccelli rapaci (Buteo, Circaetus, Hieraetus) e anche mammiferi (Herpestes). I giovani possono essere predati anche da altri serpenti (Malpolon).
Cause del declino.
Sul territorio italiano non sembra vi siano popolazioni stabili di colubro scalare, anche se la specie è relativamente abbondante sul versante francese delle Alpi Marittime e lungo la costa. Un unico avvistamento venne effettuato nel 1986 in località Trucco, nel comune di Ventimiglia (Calmonte e Ferri, 1987), ma non riconfermato nel corso di successive spedizioni. Negli ultimi anni, in quest’area si sono sviluppati incendi che hanno distrutto buona parte della vegetazione presente e hanno avuto effetti devastanti anche sulla biocenosi animale. Questa instabilità ambientale può impedire un’espansione ad Est dell’areale del colubro scalare.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Calmonte T., Ferri V., 1987 - Un serpente nuovo per la fauna italiana: il colubro scalare Elaphe scalaris (Schinz, 1822). Atti Soc. ital. Sci. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 128 (3/4): 314-316.
Cheylan M., Guillaume C.P., 1993 - Elaphe scalaris (Schinz, 1822). In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas. Band 3/I. Schlangen I. Akademische Verlagsgellshaft, Wiesbaden, pp. 396-429.
Calmonte T., Ferri V., 1987 - Un serpente nuovo per la fauna italiana: il colubro scalare, Elaphe scalaris (Schinz, 1822) (Reptilia: Colubridae). Atti Soc. It. Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 128 (3-4): 314:316.
Ferri V., 1994 - Colubro bilineato Elaphe scalaris (Schinz, 1822). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 104-105.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Elaphe situla (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Colubro leopardino
Categoria IUCN:
Data Deficient
Tassonomia.
Il genere Elaphe è presente in Italia con tre (forse quattro) specie. Elaphe situla si distingue facilmente dalle specie congeneriche per via del particolare disegno dorsale, che consiste in una fila di macchie da marrone a rosso bordate di nero sul dorso e una fila di macchie più piccole lungo i fianchi (da questa macchiettatura deriva il nome volgare dato alla specie). Esiste una certa variabilità nel disegno, in alcuni casi le macchie dorsali sono fuse a formare una stria continua. Questa variabilità ha indotto alcuni autori a dividere il taxon in due razze geografiche (ssp. situla e ssp. leopardina) anche se oggi si tende a interpretare questa variabilità come un caso di polimorfismo bilanciato piuttosto che come una conseguenza dell’esistenza di due gruppi di popolazioni filogeneticamente distinte.
Distribuzione passata e presente.
Il colubro leopardino è presente nell’Italia meridionale, lungo le coste orientali del Mar Adriatico, nella Penisola Balcanica e in Turchia. Colonizza molte delle isole del Mediterraneo centrale e orientale, la Sicilia, Malta, Creta, le Sporadi, le Cicladi, e Rodi. Una porzione del suo areale, in discontinuità con quella mediterranea, è rappresentata dalle regioni caucasiche e dalla penisola di Crimea. In Italia la specie è limitata alle regioni più meridionali della penisola, la Puglia a Sud del Gargano, la Basilicata e (forse) la Calabria. La specie è sicuramente presente in Sicilia (costa orientale e meridionale).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Serpente dai costumi di vita tipicamente diurni, raggiunge il picco di attività quando la temperatura del suolo è compresa tra 22 e 27 °C. A differenza delle altre specie congeneriche tende a cacciare a terra e solo raramente si arrampica su arbusti e alberi.
Habitat: è frequente nelle aree boscate con vegetazione xerofila rada, sia di alto fusto che arbustiva, nelle zone di macchia e di gariga. Spesso si spinge in prati e coltivi dove non è raro incontrarlo tra i muretti a secco o in ruderi. Piuttosto frequente anche in prossimità di ruscelli o di piccoli acquitrini. In Grecia è distribuito dal livello del mare sino a 1600 m; nella nostra penisola supera raramente i 600 m di quota.
Dimorfismo sessuale: le femmine sono in media più lunghe dei maschi.
Dimensioni delle popolazioni: non sono note.
Sex ratio: non si discosta significativamente dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: la stagione degli accoppiamenti ha inizio in aprile, quando gli animali si riprendono dal periodo di latenza invernale, e prosegue sino a maggio. Gli accoppiamenti avvengono al suolo, spesso nel fitto di cespugli. Le uova, in numero di 2-7 (normalmente 3-5) sono deposte tra la fine di luglio e la prima metà di agosto in zone riparate dalle radiazioni solari dirette, spesso sotto tronchi o vegetali marcescenti, in buche nel terreno o in fenditure della roccia.
Sviluppo: le uova hanno forma allungata e dimensioni relativamente grosse (9-20x27-53 mm e schiudono dopo circa due mesi dalla loro deposizione. I neonati sono lunghi circa 25 cm e pesano intorno ai 15-20 g. L’accrescimento è piuttosto veloce e al termine del loro secondo anno di vita i serpenti raggiungono lunghezze di 35-50 cm. I maschi sono in grado di riprodursi a 3 anni e mezzo (una volta raggiunto lunghezze di 55-65 mm), le femmine maturano qualche mese più tardi, al quarto anno di vita.
Alimentazione: la dieta del colubro leopardino è costituita prevalentemente da piccoli roditori, da uova e nidiacei di uccelli. I giovani si cibano di prede di più piccole dimensioni, soprattutto lucertole, ma anche insetti.
Rapporti con altre specie: i giovani sono predati occasionalmente da altri serpenti (Viperidi, colubri lacertini), gli adulti non sembrano soffrire una elevata pressione predatoria e la specie non sembra tra le più appetite dal biancone, rapace con dieta costituita quasi esclusivamente da serpenti.
Cause del declino.
Il colubro leopardino è un serpente raro sia in Italia che nelle altre zone del suo areale ed è protetto nella maggior parte degli stati dove è presente (Italia inclusa). In Italia le cause del declino cui la specie è andata incontro in questi ultimi decenni sembra siano legate a due fattori: la progressiva scomparsa degli habitat colonizzati dalla specie (in gran parte conseguenza di una spinta urbanizzazione e trasformazione turistica dei litorali) e, in secondo luogo, la cattura di esemplari per scopi amatoriali (tra le specie dell’erpetofauna europea è una delle più ambite), o la loro uccisione perpetuata dall’uomo.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Obst F.J., Šcerbak N.N., Böhme W., 1993 - Elaphe situla (Linnaeus 1758) - Leopardnatter. In: Böhme W. (ed.) - Handbuch der Reptilien und Amphibien Europas, Vol 3/I, Schlangen 1, pp. 431-453. Wiesbaden, Aula.
Pozio E., 1983 - The biology of free living and captive Elaphe situla. Litteratura serpentium, 3: 50-60.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Macroprotodon cucullatus (Geoffroy, 1827)
Nome italiano: Colubro dal cappuccio
Categoria IUCN:
VU A1c, D1
Tassonomia.
Macroprotodon cucullatus è un colubride opistoglifo di piccole dimensioni (40-60 cm di lunghezza), che si differenzia dagli altri membri della sua famiglia (Colubridae) per la presenza di una pupilla verticale in condizione di luce viva (simile a quella di Telescopus fallax da cui tuttavia differisce per le squame dorsali mai carenate). Altro carattere distintivo della specie è la sesta sopralabiale, più grossa delle altre, che viene a contatto con la parietale. Dietro alla testa presenta spesso una grossa macchia scura da cui il nome colubro dal cappuccio. Alcuni autori considerano le popolazioni del Marocco occidentale come una distinta razza geografica, M. cucullatus brevis (Günther, 1862). Tale distinzione deriva dall’analisi di caratteri della morfologia esterna, e richiede ulteriori approfondimenti per essere accettata.
Distribuzione passata e presente.
M. cucullatus è una specie delle regioni meridionali del Mediterraneo. E’ presente nel Sud del Portogallo e della Spagna, nella maggior parte delle regioni nord-africane a Nord del Sahara, dal Marocco all’Egitto, sino ad Israele. E’ inoltre presente in alcune isole del Mediterraneo occidentale (Baleari) e centrale (Lampedusa, Malta). La sua distribuzione in Italia è estremamente marginale essendo presente solo nell’isola di Lampedusa.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ un serpente molto poco studiato e i cui costumi di vita sono in gran parte ignoti. E’ attivo soprattutto di notte, mentre di giorno trova riparo sotto le rocce, in tane scavate nel terreno da mammiferi o alla base di fitti arbusti.
Habitat: Località sabbiose, sassose o rocciose con vegetazione xerofila rada, soprattutto di tipo arbustivo. In Marocco si trova dal livello del mare sino ad oltre i 2000 m in Marocco. A Lampedusa non supera i 100 m di quota.
Dimorfismo sessuale: le femmine presentano in media dimensioni maggiori dei maschi.
Dimensioni delle popolazioni: in Italia l’unica popolazione presente è nell’isola di Lampedusa, ed è distribuito su un’area di circa 100 kmq. Sebbene non siano note stime della numerosità di questa popolazione, si ritiene che essa sia relativamente bassa.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: anche di questo importante aspetto del suo ciclo vitale si sa ben poco. Le uova, prodotte in numero variabile a seconda delle dimensioni delle femmine (da un minimo di 3 ad un massimo di 7) sono deposte a giugno o a luglio, generalmente in siti non raggiunti dalle radiazioni solari dirette (sotto tronchi caduti, sotto pietre).
Sviluppo: si pensa che in natura il picco delle nascite cada tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. I neonati sono lunghi poco più di 10 cm.
Alimentazione: M. cucullatus è una specie vespertina o decisamente notturna, si ciba soprattutto di rettili (soprattutto di anfisbene nella Penisola Iberica, nelle altre aree di geconidi e di lucertole) e di piccoli mammiferi. Secondo alcuni autori caccia prevalentemente a vista, secondo altri autori basandosi sull'olfatto (organo di Jacobson). Il veleno di questa specie non sembra essere molto potente e pare che esso serva solo per immobilizzare la preda che viene uccisa per costrizione.
Rapporti con altre specie: i costumi notturni del colubro dal cappuccio non lo espongono a intense pressioni predatorie. Tra i predatori potenziali di questa specie vi sono soprattutto uccelli rapaci e ove presenti altri serpenti di più grosse dimensioni (i.e. Malpolon monspessulanus).
Cause del declino.
La specie in Italia ha una distribuzione estremamente marginale, è presente infatti solo nell’isola di Lampedusa in un’area di circa 100 kmq. Non sono note stime recenti o storiche sulla abbondanza di questa specie nell’isola per cui non è possibile dire se la popolazione è in declino o se è stabile. Gli ambienti colonizzati da questa specie non hanno subito una accentuata antropizzazione in questi ultimi decenni e quindi la scomparsa degli habitat non è un fattore che minaccia direttamente la sopravvivenza della popolazione. Senza dubbio i pericoli maggiori sono rappresentati dai danni diretti e indiretti prodotti dagli incendi che imperversano negli ambienti di macchia e di gariga della costa mediterranea.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Wade, E., 1988 - Intraspecific variation in the colubrid snake genus Macroprotodon. The Herpetological J., 1: 237-245.
Malpolon monspessulanus (Hermann, 1804)
Nome italiano: Colubro lacertino
Categoria IUCN:
Lower Risk near threatened
Tassonomia.
Delle tre specie del genere Malpolon solo M. monspessulanus vive in Europa. Presenta squame dorsali non carenate, pupilla rotonda di grosse dimensioni e denti veleniferi in posizione arretrata (condizione opistoglifa). Il capo è dorsalmente concavo per la presenza di una cresta sopraciliare che da sopra gli occhi si estende lungo i lati del muso, conferendo all’animale una espressione caratteristica (Arnold e Burton, 1985). Specie politipica, le razze geografiche presenti sul territorio europeo sono due: M. monspessulanus monspessulanus (Hermann, 1804) e M. monspessulanus insignitus (Geoffroy, 1827). In Italia si ritiene siano presenti entrambe le sottospecie.
Distribuzione passata e presente.
Specie con distribuzione mediterraneo-transcaucasico-iranica. Il suo areale distributivo comprende l’Italia nord-occidentale, la Francia meridionale e gran parte della Penisola Iberica; è presente in tutta l’Africa settentrionale dal Marocco sino in Egitto, e da qui, attraverso l’Arabia occidentale, raggiunge Israele e la Siria, quindi la Turchia, la Grecia e le coste orientali del Mar Adriatico. La specie estende il proprio areale in Iraq, Iran, Armenia, Georgia, Azerbaidjan e Daghestan (Steward, 1971). In Italia M. monspessulanus è limitato alla Liguria occidentale (dal confine francese sino ad Arenzano, in provincia di Genova) e al Piemonte sud-occidentale (dove è stato segnalato in alcune località delle Langhe). In queste regioni sarebbe presente la sottospecie nominale. La popolazione dell’Isola di Lampedusa viene invece riconosciuta come appartenente alla sottospecie M. monspessulanus insignitus. Lo stesso varrebbe per una popolazione isolata citata per il Trentino (Bruno, 1967) e mai più rinvenuta.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Le temperature ambientali ottimali per la specie sono molto elevate (30-40°C), questo spiega la preferenza del colubro lacertino per ambienti aperti e molto assolati ed i suoi ritmi di attività che raggiungono il picco nelle ore più calde del giorno.
Habitat: il colubro lacertino si rinviene più frequentemente in aree secche, con rocce e massi affioranti, caratterizzate da una buona copertura xerofila arbustiva; anche in boscaglie di leccio, pino d’Aleppo e pinastro; più raramente in boschi mesofili misti di latifoglie. In Liguria è frequente anche nei terrazzamenti coltivati ad ulivo e vite e può vivere anche a stretto contatto con l’uomo trovando rifugio in ruderi, cisterne o serre. In Marocco è presente dal livello del mare sino ad oltre 2000 m, da noi è più comune sotto 700 m, anche se occasionalmente è stato segnalato in località sopra 1000 m di quota (Monte Torraggio, presso Ventimiglia).
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono dimensioni maggiori dei maschi.
Dimensioni delle popolazioni: non si conoscono stime sulla numerosità delle popolazioni italiane.
Sex ratio: non è nota
Comportamento riproduttivo: nelle nostre regioni la stagione riproduttiva ha inizio ad aprile e prosegue per tutto il mese di maggio. La deposizione delle uova avviene circa due mesi più tardi, ciascuna femmina depone da 4 a 20 uova (circa 40x30 mm di dimensioni), di solito, alla base di arbusti sotto uno strato di foglie secche.
Sviluppo: Le uova schiudono dopo circa 50 giorni dalla loro deposizione. I neonati sono lunghi 20-28 cm. La longevità massima in natura si aggira intorno ai 25 anni.
Alimentazione: le dimensioni delle prede variano in relazione alle dimensioni del serpente. I giovani si cibano prevalentemente di lucertole di piccole e medie dimensioni, ma spesso anche di grossi insetti (soprattutto Ortotteri). Gli adulti si cibano sempre di sauri, anche di grosse dimensioni (ramarri, lucertole ocellata), di piccoli mammiferi e di nidiacei di specie che nidificano al suolo o su bassi arbusti, il colubro lacertino preferisce infatti cacciare a terra e non è un abile arrampicatore. Le prede sono uccise con il veleno. Il veleno, innocuo per l’uomo, contiene neurotossine in grado di uccidere una lucertola di medie dimensioni nell’arco di 3-5 minuti. In attesa che la preda muoia, prima di ingoiarla, il serpente la trattiene tra le spire del corpo.
Rapporti con altre specie: Tra i predatori di questa specie (soprattutto di giovani e di individui di più piccole dimensioni) vi sono alcuni uccelli rapaci di grosse dimensioni, in particolare il biancone, la poiana e il nibbio.
Cause del declino.
In un recente censimento dell’erpetofauna ligure questa specie è risultata essere distribuita in modo piuttosto uniforme nelle zone centro-occidentali della regione. Il confronto con dati storici non evidenzia un significativo declino e lo stato di conservazione della specie è stato giudicato stazionario (Ferri, 1993). Sia in Piemonte, dove sono note poche e sporadiche segnalazioni (Morisi, 1983), che in Trentino, la specie è invece molto rara. In assenza di dati storici di confronto non è tuttavia possibile giudicare quanto questa rarità sia l’effetto di un recente declino per cause antropiche o se non rappresenti piuttosto una caratteristica biogeografia della specie. In generale, il traffico stradale è una frequente causa di mortalità di colubri lacertini, e, in aree dove è più intenso, può diventare una delle principali cause del declino di questa specie. Gli incendi possono provocare gravi danni alle popolazioni. Tuttavia si ritiene che gli incendi, provocando la scomparsa della fitta vegetazione di macchia e favorendo una vegetazione arbustiva più rada, possano indirettamente favorire un ampliamento delle aree colonizzabili dal colubro lacertino.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1967 - A proposito di Malpolon monspessulanus (Hermann, 1804) in Vallarsa (Trentino). Studi trent. Sci. Nat., (B) 4: 274-278.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
De Haan C. C., 1984 - Dimorphisme et comportment sexuel chez Malpolon monspessulanus. Consideration sur la denomination subspecifique insignitus. Bull. Soc. herp. France, 30: 19-26.
Ferri V., 1994 - Colubro lacertino Malpolon monspessulanus (Hermann, 1804). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 106-107.
Ferri V., Dell’Acqua A., Salvidio S., 1991 - Distribuzione dei rettili nella fascia costiera della Liguria occidentale: I. Lacerta l. lepida e Malpolon m. monspessulanus. Ric. Biol. Selvaggina, Suppl., 16: 217-220.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Natrix maura (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Biscia viperina
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Natrix maura come le altre due specie di bisce acquatiche italiane (famiglia Natricinae, N. natrix e N. tessellata) presenta pupilla rotonda, squame dorsali carenate e squama preanale divisa. I caratteri che consentono di distinguerla da N. natrix sono: la posizione delle narici (rivolte verso l’alto), la forma non rettangolare ma trapezoidale delle internasali, l’assenza di un collare dietro la testa. Si differenzia invece da N. tessellata, oltre che per il diverso areale distributivo (vedi paragrafo Distribuzione), per il numero di sopralabiali (generalmente sette con terza e quarta a contatto con l’occhio) e quello di postoculari (due, raramente tre). Specie monotipica.
Distribuzione passata e presente.
Entità a geonemia ovest-mediterranea (Lanza, 1983). E’ diffusa nell’Africa nordoccidentale (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia nordoccidentale), nell’Europa occidentale (Penisola Iberica, Francia centrale e meridionale, Svizzera sudoccidentale, Italia nordoccidentale) e in alcune isole del Mediterraneo occidentale (Baleari -Maiorca e Minorca-, Sardegna e alcune isole satelliti -Asinara, S. Pietro, S. Antioco, Maddalena-). In Italia è comune in Liguria, dove è presente dal confine francese sino al torrente Petronio, nel comune di Casarza Ligure (Andreotti, 1994; Salvidio e Doria, 1990), mentre diventa più rara nel Piemonte meridionale (segnalata lungo i corsi d’acqua Stura, Tanaro, Ellero e Belbo) (Morisi, 1983), in Lombardia (presente Oltrepo pavese e forse in poche località a Nord del Po) (Zuffi e Barbieri, 1988; Zuffi, 1987) e in Emilia-Romagna (presente nelle province di Parma e Piacenza) (Mazzotti e Stagni, 1993). In Emilia-Romagna N. maura raggiunge il limite orientale del suo areale distributivo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: N. maura è molto legata all’ambiente acquatico, da cui si allontana solo raramente e per periodi generalmente brevi. Frequenta ogni tipo di acque, sia ferme che correnti, con abbondante vegetazione rivierasca, ma anche in assenza di questa. Talvolta la si può osservare anche in acque salmastre e, in via del tutto eccezionale, in mare. In Sardegna è diffusa dal livello del mare sino a 1000 m, in Liguria non supera i 600-700 m di quota.
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono lunghezze corporee maggiori di quelle dei maschi. I maschi presentano coda proporzionalmente più lunga e con un maggior numero di squame ventrali e sottocaudali (Scali et al., 1996). Inoltre, nei maschi, la carenatura delle squame dorsali della regione anale termina con un piccolo rigonfiamento.
Dimensioni delle popolazioni localmente può essere abbondante con popolazioni che superano il centinaio di individui, anche se non ci sono note stime quantitative precise.
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: la stagione degli accoppiamenti ha inizio in primavera, verso la fine di marzo, al termine del periodo di latenza invernale. I maschi ricercano attivamente la femmina. Talvolta più maschi, probabilmente attratti dalla presenza di una femmina, si concentrano in una ristretta area e si contendono il diritto ad accoppiarsi attraverso lotte ritualizzate. Il maschio non trattiene la femmina mordendola sul capo, ma spostandola di lato, posa il proprio corpo su quello di lei in modo da far combaciare le due cloache. Il trasferimento di sperma avviene attraverso l’introduzione di un solo emipene. La deposizione delle uova avviene tra la fine di giugno e quella di luglio. Ciascuna femmina depone da un minimo di 3 ad un massimo di 30 uova in buche nel terreno o presso le rive dei corsi d’acqua o degli stagni.
Sviluppo: le uova schiudono dalla fine di agosto ad ottobre, dopo 40- 90 giorni di incubazione. I piccoli serpenti alla nascita sono lunghi 16-18 cm. Ad un anno d’età raggiungono i 22 cm di lunghezza, a tre anni i 35 cm. La maturità sessuale è raggiunta al terzo anno di vita nei maschi (talvolta già al secondo, più raramente al quarto), generalmente al quarto anno d’età nelle femmine.
Alimentazione: può cacciare sia a terra che in acqua. La dieta dei giovani differisce da quella degli adulti più per dimensioni che tipo di prede. Preda soprattutto anfibi (sia urodeli che anuri, in fase larvale e adulta) e pesci, occasionalmente anche animali a sangue caldo, soprattutto piccoli mammiferi legati all’ambiente acquatico (es. toporagni d’acqua).
Rapporti con altre specie: tra i predatori che possono occasionalmente cibarsi di N. maura vi sono alcuni uccelli rapaci, soprattutto diurni (biancone, poiana) più raramente quelli notturni (alcuni Strigiformi), alcuni mustelidi e occasionalmente il riccio. I giovani possono anche essere predati da Anuri di grossa taglia (es. Bufo bufo).
Cause del declino.
La biscia viperina è relativamente abbondante in Sardegna (dove è il serpente più comune) e in Liguria, dove un recente censimento ha constatato una distribuzione uniforme della specie sul territorio (Andreotti, 1994). La maggior rarità di questa biscia in Piemonte, in Lombardia e in Emilia è probabilmente l’effetto sinergico di diversi fattori, sia naturali che antropici. Queste regioni rappresentano il limite orientale dell’areale della specie, per cui le popolazioni tendono ad essere meno numerose e più isolate. In questa situazione di intrinseca vulnerabilità gli effetti negativi di uno sviluppo intensivo delle pratiche agricole, responsabile della distruzione degli habitat tipici della specie e della rarefazione delle popolazioni di anfibi, principale fonte di alimento per N. maura, possono aver accelerato, più che altrove, la scomparsa della biscia viperina da aree precedentemente abitate.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) - Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane. 27. AQ/1/205. CNR, Roma.
Andreotti A., 1994 - Natrice viperina Natrix maura (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 108-109.
Salvidio S., Doria G., 1990 - Nuovo limite orientale di Natrix maura (L.) (Reptilia: Colubridae) in Liguria. Boll. gruppo R.A.N.A., 3: 77-78.
Scali S., Montonati S., Dimitolo G., 1996 - Analisi multivariata del dimorfismo sessuale nei natricini (Reptilia: Colubridae). Riassunti 1° Congresso Naz. Societas Herpetologica Italica (Torino, 2-6 Ottobre 1996), pag. 67.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Zuffi M, Barbieri F., 1988 - Proposte per la gestione dell’erpetofauna paracquicola appenninica e nuovi dati sulla distribuzione di Salamandrina terdigitata, Triturus alpestris apuanus, Rana graeca, Natrix maura, Natrix tessellata. Boll. Mus. St. nat. Lunigiana, 6-7: 181-184.
Zuffi M., 1987 - Nuovi dati sulla distribuzione di Natrix maura (L.) in Piemonte, Lombardia e Emilia Romagna. Atti Soc. it. Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 128 (3-4): 337-343.
Natrix natrix (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Biscia d’acqua
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Al genere Natrix appartengono tre specie, tutte presenti sul territorio italiano: N. natrix, N. maura e N. tessellata. Si differenziano dagli altri Colubridi per la presenza di squame dorsali chiaramente carenate, per la pupilla rotonda e per la squama preanale divisa in due. I caratteri che permettono di distinguere N. natrix dalle due specie congeneriche, sono: le narici mai rivolte verso l’alto, la presenza di due squame internasali ampie e rettangolari e la presenza di un collare dietro la testa. N. natrix è una specie politipica di cui oggi si riconoscono tre sottospecie (Thorpe, 1973): una insulare (N. natrix cetti, della Sardegna e della Corsica), le altre due (N. natrix natrix e N. natrix helvetica) continentali. Secondo Thorpe (1973) le due sottospecie continentali sono da considerarsi specie incipienti, infatti nelle zone di contatto (secondario) nei territori della Svizzera e della Germania esse non tendono ad ibridarsi, mentre formano una fascia di introgressione nella Padania orientale. In Italia sarebbero quindi presenti tutte e tre le sottospecie anche se quella nominale sarebbe relegata ad una ristretta area dell’Italia nordorientale (vedi paragrafo Distribuzione).
Distribuzione passata e presente.
Specie a geonemia euro-centro-asiatico maghrebina, è diffusa nell’Africa settentrionale (Tunisia, Algeria, Marocco), in Europa (manca in Irlanda e nelle regioni a Nord del 67° parallelo) e in Asia centrale (ad Est sino al Lago Baikal e a Sud-Est sino al 40° parallelo). In Italia è diffusa un po’ ovunque, lungo la penisola, nelle isole maggiori (Sardegna e Sicilia) e nell’Isola d’Elba. In Italia sono presenti tutte e tre le sottospecie: N. natrix cettii (si veda la relativa scheda) è presente, sebbene molto rara, in Sardegna (e in Corsica), N. natrix helvetica è diffusa in tutte le regioni meridionali, centrali e settentrionali ad eccezione di quelle nordorientali dove è invece presente N. natrix natrix. Secondo alcuni autori nella Pianura Padana, zona di contatto tra le due razze, si avrebbero popolazioni con caratteri intermedi (fascia di introgressione).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Come tutti i natricini italiani anche N. natrix è legata all’ambiente acquatico, anche se in misura minore di quanto non lo siano le altre due specie. E’ il più comune serpente acquatico italiano.
Habitat: N. natrix vive generalmente in prossimità di piccoli corsi d’acqua, laghetti, stagni o semplici pozze, più raramente vicino a fiumi e laghi. I giovani tendono a colonizzare i prati igrofili e mesofili, o le aree boscate in prossimità delle zone umide da cui si allontanano raramente, gli adulti, invece, possono colonizzare anche praterie xeriche o aree boscate site ad una certa distanza dall’acqua. La biscia d’acqua è distribuita dal livello del mare sino ad oltre 2000 m sulle Alpi, anche se è più frequente alle quote intermedie. Tollera bene la presenza dell’uomo e spesso può stabilirsi in orti e giardini, sotto legnaie o anche all’interno di fienili e cantine dove trova un ambiente adatto per trascorrere il periodo di latenza invernale. La temperatura preferenziale (cloacale) è di circa 24.4°C (Scali e Zuffi, 1994).
Dimorfismo sessuale: la femmina raggiunge dimensioni maggiori del maschio. Il maschio, rispetto alla femmina, presenta coda in proporzione più lunga ed un maggior numero di sottocaudali (Scali et al., 1996). I maschi, inoltre, presentano sulle squame dorsali della regione anale un rigonfiamento all’estremità distale della carena. Questo carattere manca sempre nei giovani e, se non in casi eccezionali, anche nelle femmine.
Dimensioni delle popolazioni: popolazioni spesso numerose. In alcune zone di delta sono stati contati 230-260 animali in circa 3 Km di riva (riportato in Bruno, 1986). In aree boscate di collina o di montagna la densità degli animali è molto variabile, da meno di 10 a più di 100 individui per ettaro.
Sex ratio: alla schiusa il numero di maschi è uguale a quello delle femmine (Luiselli et al., 1997). In Friuli è stato osservato un rapporto sessi di 3:1 (Dolce et al., 1982). Nel Parco del Ticino Donà et al. (1991) hanno osservato un rapporto di 1.45:1 (55 maschi e 38 femmine, più 7 giovani).
Comportamento riproduttivo: gli adulti emergono dall’ibernazione all’inizio di Marzo, con temperature del substrato di 10°C e in genere i maschi compaiono prima delle femmine (Dolce et al., 1982). Il periodo degli accoppiamenti è tra aprile (Friuli) e maggio (Svizzera), con una coda talvolta in autunno (Steward, 1971). Nel periodo riproduttivo può capitare di osservare numerosi individui riuniti su di una piccola area. L’amplesso non è preceduto da una vera e propria parata di corteggiamento, il maschio, una volta intercettata e avvicinata la femmina recettiva, striscia il proprio mento sulla sua schiena. Dopodichè si posiziona in modo tale da fare combaciare la propria apertura cloacale con quella della femmina, si ha quindi estroflessione degli emipeni e trasferimento di spermatozoi nella cloaca femminile. Le uova sono deposte da giugno ad agosto, secondo la latitudine (in Svizzera e in Nord Italia in Luglio). Ciascuna femmina, a seconda delle dimensioni, può deporre da 8 a 40 uova (eccezionalmente anche più di 80), di colore biancastro, lunghe 30x20mm. I siti di deposizione preferiti da N. natrix sono buche in terreni smossi, nel legno fradicio, in fenditure della roccia o al di sotto di spessi strati di vegetazione marcescente (ma anche sotto cumuli di letame). Più femmine possono utilizzare lo stesso sito di deposizione.
Sviluppo: le uova schiudono dopo 3-8 settimane di incubazione, le prime schiuse si hanno ad agosto e continuano sino alla fine di settembre, talvolta anche in ottobre. I piccoli alla nascita sono lunghi 14-19 cm, perdono il dente dell’uovo dopo 10-20 giorni dalla nascita. Ad un anno le bisce sono lunghe 23-30 cm, a due anni 32-42 cm e a tre anni 43-52 cm. La maturità sessuale nei maschi è raggiunta alla fine del terzo anno di età, nelle femmine all’inizio del quarto.
Alimentazione: i giovani si cibano soprattutto di girini e larve di tritone e a volte lombrichi; con lo sviluppo aumentano anche le dimensioni delle prede (piccoli anfibi, tritoni). Gli adulti sono predatori soprattutto di anuri (rane, ma in mancanza di queste anche di rospi) che cacciano sia in acqua che sulla terra, talvolta si cibano anche di pesci, ma in questo tipo di caccia mostrano una minor perizia rispetto alle altre due specie congeneriche. La natrice attacca raramente animali a sangue caldo anche se sono segnalati casi di predazione nei confronti di piccoli roditori e nidiacei di uccelli. Il comportamento alimentare di questa specie è però plastico: Dolce et al. (1982), Dolce (1983) hanno osservato che in Val Rosandra (Trieste) essa si ciba soprattutto di anuri, seguiti da pesci, crostacei e insetti; in un ambiente privo di pesci (Friuli) hanno osservato predazioni a carico di Triturus vulgaris. Rana latastei, e R. esculenta (larve).
Rapporti con altre specie: I predatori più importanti della biscia d’acqua sono uccelli rapaci sia diurni (biancone, poiana) che notturni (alcuni Strigiformi), alcuni mustelidi, il riccio e numerosi animali da cortile qualora la biscia abbia avuto la sventura di avvicinarsi troppo all’abitato umano.
Cause del declino.
Insieme al biacco (Coluber viridiflavus) la biscia d’acqua è il più diffuso serpente italiano. La sua presenza è andata tuttavia diminuendo a seguito della scomparsa e all’inquinamento degli habitat colonizzati dalla natrice e in generale la frammentazione dell’habitat. La diffusione di una agricoltura intensiva ha comportato la scomparsa di ambienti umidi di limitata estensione, provocando l’estinzione delle comunità di anfibi, che utilizzavano questi habitat per riprodursi, e conseguentemente delle popolazioni di bisce ad esse associate. Una ulteriore causa del declino di questa specie è da ricercare nell’ormai radicato costume di introdurre salmonidi in qualsiasi bacino d’acqua, per quanto piccolo esso sia. Per via della competizione alimentare con i salmonidi introdotti, la quantità di cibo a disposizione delle natrici subisce una netta riduzione. Inoltre, le sue poco brillanti doti di predatore acquatico, non consentono alla natrice di compensare la ridotta disponibilità di prede, utilizzando questi stessi pesci come fonte alternativa di cibo.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Dolce S., 1983 - Osservazioni eco-etologiche su Natrix natrix (L.) negli stagni del Carso Triestino (Italia nordorientale). Atti Mus. civ. St. nat. Trieste, 35: 313-328.
Dolce S., Lapini L., Stergulc F., 1982 - Contributo preliminare allo studio dell’erpetofauna della bassa pianura friulana. Note eco-etologiche sugli Anfibi e Rettili del Bosco Baredi e Selva di Arvonchi (Muzzana del Turgnano, Udine), pp. 9-35. CNR Roma, AQ/1/181.
Donà C., Gentilli A., Zuffi M., 1991 - Tecniche di censimento degli Ofidi in un bosco planiziale del Parco del Ticino (Lombardia). Atti 2° Seminario ital. Censimenti Faunistici Vertebrati. Ric. Biol. Selvagg., Suppl. 16: 211-215.
Kaden D., 1990 - La Biscia dal Collare. Biologia e Protezione. KARCH, Berna.
Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) - Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane. 27. AQ/1/205. CNR, Roma.
Luiselli L., Capula M., Shine R., 1997 - Food habits, growth rates, and reproductive biology of grass snakes, Natrix natrix (Colubridae) in the Italian Alps. J. Zool. Lond., 241: 371-380.
Raineri V., 1994 - Natrice dal collare Natrix natrix (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 110-111.
Scali S., Montonati S., Dimitolo G., 1996 - Analisi multivariata del dimorfismo sessuale nei natricini (Reptilia: Colubridae). Riassunti 1° Congresso Naz. Societas Herpetologica Italica (Torino, 2-6 Ottobre 1996), pag. 67.
Scali V., Zuffi M., 1994 - Preliminary report on a reptile community ecology in a suburban habitat of northern Italy. Boll. Zool., 61:73-76.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Natrix [natrix] cettii (Gené, 1839)
Nome italiano: Natrice di Cetti
Categoria IUCN:
Critically Endangered: A1c, B1
Tassonomia.
Lo status tassonomico di N. [natrix] cettii (semplice razza geografica o specie distinta ?) è ancora oggetto di discussione e solo futuri studi condotti su caratteri enzimatici e cariologici lo potranno chiarire. Il taxon fu descritto da Gené come specie distinta, in base a 3 esemplari provenienti rispettivamente da S. Giovanni di Iglesias (Sulcis-Iglesiente), da Fonni (Gennargentu) e dal Sud della Corsica Le popolazioni corse tuttavia sono oggi considerate appartenere alla sottospecie Natrix natrix corsa (Hecht 1930), i cui rapporti con N. [n.] cettii restano peraltro oscuri. Per il momento, comunque e in mancanza di dati sicuri, conviene considerare i due taxa distinti. La natrice di Cetti si differenzia dalla natrice dell’Italia peninsulare, N. natrix helvetica, per le più piccole dimensioni (Capula et al, 1994) e per il diverso tipo di colorazione, caratterizzato da diffuse macchie nerastre sul dorso del capo, dall’assenza del collare chiaro e da macchie lungo i lati del corpo che raggiungono la linea vertebrale sino a fondersi con quelle dorsali, a formare un disegno di bande trasversali (Lanza, 1983).
Distribuzione passata e presente.
N. [natrix] cettii è endemica della Sardegna e della Corsica. In entrambe le isole è molto rara. Come si è detto, esemplari sardi sui cui fu basata la prima descrizione di questo taxon provenivano rispettivamente da S. Giovanni di Iglesias (Provincia di Cagliari, Sardegna sud-occidentale) e da Fonni (provincia di Nuoro, Monti del Gennargentu). Da quanto emerge dall’analisi dei rari esemplari delle collezioni museali (in totale non più di 20), in passato la natrice di Cetti era distribuita in tutta la Sardegna settentrionale, centrale e sud-occidentale. A partire dagli anni ‘60 gli avvistamenti sono diventati sempre più sporadici e limitati alle aree montuose del Monte Albo (Sardegna centrale) e del Monte Limbara (Nord Sardegna: 1 esemplare fotografato da I. Camarda nel 1975). Gli ultimi avvistamenti sul Monte Limbara risalgono tuttavia al 1976 (Tiedemann, 1978). Nel 1990 alcuni individui di questa specie vennero osservati da C. Murgia sulle pendici del Monte Arcosu (Sulcis-Iglesiente, provincia di Cagliari). Nel corso di una ricerca condotta nel Supramonte di Oliena (Nuoro), Capula e colleghi (1994) catturarono 18 esemplari adulti. Almeno in questa zona della Sardegna, la Natrice di Cetti sembra essere presente in condizioni ancora apprezzabili di densità.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
A causa della estrema rarità della natrice di Cetti quasi nulla è noto della sua biologia e dei suoi costumi di vita, e le poche informazioni a disposizione sono per lo più aneddotiche e basate su osservazioni in cattività (Bruner, 1909). Unica eccezione è il lavoro di Capula et al. (1994).
Habitat: in passato si riteneva che la natrice di Cetti avesse costumi meno spiccatamente acquatici della sottospecie peninsulare (Stefani, 1983). Più recenti indagini sembrano tuttavia contraddire questa ipotesi. Tutti gli avvistamenti più recenti sono avvenuti quasi esclusivamente in torrenti di montagna, o poco lontano da essi.
Dimorfismo sessuale: femmina raggiunge dimensioni maggiori dei maschi, i quali presentano una coda proporzionalmente più lunga e un maggior numero di squame ventrali e subcaudali.
Dimensioni delle popolazioni: per via del limitatissimo numero di avvistamenti di questa specie, si ritiene che il numero e la numerosità delle popolazioni siano molto limitati. Nel Supramonte di Oliena sono stati catturati 18 esemplari adulti lungo un torrente di montagna. E’ possibile, quindi, che nelle zone più impervie dell’isola sopravvivano ancora popolazioni di una certa consistenza.
Sex ratio: nel Suprammonte di Oliena vennero catturati 18 esemplari adulti di N. n. cettii, 8 di essi erano femmine, 10 erano maschi. Il rapporto sessi non differisce significativamente da quello unitario (Capula et al., 1994)
Comportamento riproduttivo: non si hanno informazioni dirette. Probabilmente non differisce molto da quello di N. natrix, alla cui scheda si rimanda per maggiori informazioni.
Alimentazione: la dieta di questa specie non sembra differire da quella di N. natrix della penisola. L’analisi del contenuto stomacale di nove individui adulti ha evidenziato come le prede più comuni siano adulti e girini di Hyla sarda e piccole lucertole (Podarcis tiliguerta).
Cause del declino.
Il declino delle popolazioni della natrice di Cetti non sembra essere la conseguenza diretta della scomparsa e del deterioramento degli habitat, in quanto la maggior parte delle zone dove il taxon era stato in precedenza segnalato presentano ancora oggi buone condizioni ambientali e non hanno subito intense pressioni antropiche. Un possibile fattore di perturbazione è rappresentato dai frequenti ripopolamenti ittici nei corsi d’acqua dell’isola, che, contribuendo alla scomparsa delle popolazioni di anfibi, potrebbero aver causato un significativo decremento delle prede a disposizione della natrice. Sembra inoltre possibile, per quanto del tutto ipotetico, che il declino di N. [natrix] cettii sia in qualche maniera legato all’interazione competitiva con N. maura. Le due specie presentano infatti una nicchia trofica forse molto simile e non è quindi impossibile che tra di esse possa insorgere una intensa competizione ecologica. Secondo Stefani (1983) N. maura avrebbe raggiunto l’isola in tempi più recenti di N. [natrix] cettii e la scomparsa di quest’ultima potrebbe essere un fenomeno di esclusione competitiva.
Bibliografia
Balletto E., Giacoma C., (in stampa) - The Sardinian Grass Snake, Natrix [natrix] cettii Gené, 1839. In: K. Corbett (Ed.) - Action Plan for the European Herpetofauna. IUCN, Cambridge.
Bruner K., 1908 - Die Cettischer Ringelnatter, Tropidonotus natrix ssp. cettii (Gen.). Bl. Aquar.-Terrkde, 19: 3-7.
Capula M., Rugiero L., Luiselli L., 1994 - Ecological observation on the Sardinian grass snake, Natrix natrix cetti. Amphibia-Reptilia, 15: 221-227.
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London
Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) - Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane. 27. AQ/1/205. CNR, Roma.
Stefani R., 1983 - La natrice di Cetti. Lavori Soc. ital. Biogeogr., 8: 745-755.
Tiedemann F. R., 1978 - Herpetologischer Aufsammlungen in Nord-Sardinien. Ann. Naturhist. Mus Wien, 81: 447-463.
Natrix tessellata (Laurenti, 1768)
Nome italiano: Biscia tassellata
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Specie morfologicamente uniforme, di cui, nonostante l’ampio areale distributivo, non sono descritte razze geografiche. Unica eccezione è rappresentata dalla razza endemica dell’isola Serpilor del Mar Nero, descritta da alcuni autori come N. tessellata heinrothi, sottospecie che, tuttavia, da molti studiosi è ritenuta di dubbia validità (Mazzotti e Stagni, 1993; Bruno, 1981). Simile per costumi di vita a N. maura, di cui è vicariante, si distingue da questa, dal punto di vista morfologico, per la presenza di otto squame sopralabiali (non sette come in N. maura), di cui la quarta e a volte la quinta sono a contatto con l’occhio. Si distingue inoltre da N. natrix, con cui spesso vive in simpatria, per la posizione delle narici (rivolte verso l’alto e non lateralmente) e per la forma piramidale (e non rettangolare) delle internasali.
Distribuzione passata e presente.
Entità a geonemia eurocentroasiatica, è diffusa nell’Europa centrale e orientale (Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Svizzera centro-orientale, Italia, Penisola Balcanica, Russia meridionale), in molte isole del Mediterraneo orientale (tra cui Krk, Adua, Corfù, Creta) e in Asia centrale, dove si spinge ad Est sino alla Cina nord occidentale. Pure in questo ampio areale, la specie è in declino in Germania, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca e Ungheria Nord-occidentale. In Germania ha registrato un decremento dell’80% e conta ormai 3 sole popolazioni relitte, per un totale stimato di 200 adulti (SEH CC, 1990). In Italia è presente nella maggior parte delle regioni continentali e peninsulari ad eccezione della sola Calabria, dove è rara e non si spinge più a Sud della provincia di Cosenza. Manca in Sardegna, in Sicilia (dove esiste una unica segnalazione, probabilmente errata, risalente al secolo scorso) e nelle altre isole minori italiane.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: molto simile a quello di N. maura, rispetto alla quale, tuttavia, mostra una dipendenza dagli habitat acquatici ancora maggiore. Predilige laghi di media o scarsa estensione, con acque statiche o poco mosse, ma è frequente anche lungo le rive di corsi d’acqua a deflusso sia lento che veloce. Solo raramente si allontana dall’acqua e mai per grandi distanze. Nelle nostre regioni è presente dal livello del mare sino ai 1000 m di quota.
Dimorfismo sessuale: come negli altri natricini. Le femmine raggiungono dimensioni corporee maggiori dei maschi. I maschi hanno la coda in proporzione più lunga e un numero maggiore di squame ventrali e sottocaudali (Scali et al., 1996).
Dimensioni delle popolazioni nelle zone umide di una certa estensione può raggiungere valori anche elevati di densità. In alcune località dell’Ucraina (Lanza, 1983) sono state contate 86-96 esemplari per ettaro, con una biomassa di circa 8 Kg/ha.
Sex ratio: non si conoscono stime relative al rapporto sessi.
Comportamento riproduttivo: simile a quello degli altri natricini. La stagione riproduttiva ha inizio alla ripresa dell’attività, dopo il periodo di latenza invernale. La femmina depone da 5 a 40 uova, 40x25 mm di dimensione, a partire dalla fine di giugno sino ai primi di agosto. I siti di deposizione sono simili a quelli descritti per N. maura: buche nel terreno, presso le rive dei corsi d’acqua o degli stagni, sotto cumuli vegetali, tronchi o massi.
Sviluppo: le uova schiudono dopo 8 o 10 settimane dalla loro deposizione. I neonati pesano circa 5 g e sono lunghi poco più di 20 cm.
Alimentazione: il 60-70% della dieta della biscia tassellata è costituito da pesce, che l’animale caccia attuando tecniche di appostamento piuttosto che di inseguimento. In alcuni casi sembra che la biscia, immobile sul fondo, possa utilizzare i movimenti della lingua come zimbello (simulante un verme) per attirare la preda (Steward, 1971). Si ciba frequentemente anche di anfibi, sia di adulti che di larve, e, talvolta, anche di piccoli mammiferi o nidiacei di uccelli nidificanti negli ambienti acquatici.
Rapporti con altre specie: tra i predatori di N. tessellata vi sono alcuni uccelli rapaci, (biancone, nibbi, albanelle, poiana), alcuni mammiferi (soprattutto mustelidi).
Cause del declino.
In Germania e in Svizzera, come si è visto, N. tessellata è in forte declino e sono stati avviati interventi di salvaguardia e di ripopolamento (Gruschwitz et al., 1992). In Italia poiché mancano dati sulla effettiva numerosità delle popolazioni di questa biscia è assai difficile stabilirne l’attuale stato di conservazione. La biscia tassellata è strettamente legata agli ambienti acquatici. Un tipo di habitat che, in questi ultimi decenni, ha subito drastici interventi da parte dell’uomo, con effetti spesso deleteri per l’intero ecosistema. Le opere di captazione delle sorgenti hanno ridotto la portata dei corsi d’acqua, causandone in alcuni casi il prosciugamento estivo, con conseguente moria della fauna ittica e delle larve di anfibi, componente essenziale della dieta della biscia. Nelle zone di pianura, molti piccoli invasi d’acqua sono stati eliminati per aumentare la superficie coltivabile. Gli effetti devastanti delle sostanze inquinanti su tutte le componenti trofiche dell’ecosistema acquatico diventano particolarmente drammatiche per quelle specie che, come la biscia tassellata, occupano i livelli più elevati della rete alimentare.
Bibliografia
Arnold E.N., Burton J.A., 1985 - Guida dei Rettili e degli Anfibi di Europa. Franco Muzzio & C. Editore.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze.
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Gruschwitz M., Lenz S., Jes H., Nogge G., 1992 - Die Nachrucht der Würfelnatter (Natrix tessellata Laurenti 1768) im Aquarium des Kölmer Zoos. Ein Beitrag zum Artenshutz. Z. Kölner Zoo, 3: 117-125.
Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) - Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane. 27. AQ/1/205. CNR, Roma.
Salvidio S., 1994 - Natrice tassellata Natrix tessellata (Laurenti, 1768). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 112-113.
Scali S., Montonati S., Dimitolo G., 1996 - Analisi multivariata del dimorfismo sessuale nei natricini (Reptilia: Colubridae). Riassunti 1° Congresso Naz. Societas Herpetologica Italica (Torino, 2-6 Ottobre 1996), pag. 67.
SEH CC - SOCIETAS EUROPAEA HERPETOLOGICA -CONSERVATION COMMITTEE, 1990 - Threatened Reptiles in Europe requiring special conservation measures. Council of Europe, Strasbourg, T-PVS (90) 57.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Zuffi M, Barbieri F., 1988 - Proposte per la gestione dell’erpetofauna paracquicola appenninica e nuovi dati sulla distribuzione di Salamandrina terdigitata, Triturus alpestris apuanus, Rana graeca, Natrix maura, Natrix tessellata. Boll. Mus. St. nat. Lunigiana, 6-7: 181-184.
Vipera ammodytes (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Vipera dal corno
Categoria IUCN:
VU B1,2b
Tassonomia.
Vipera ammodytes si riconosce facilmente da tutte le altre vipere europee per la forma nettamente triangolare del capo che termina anteriormente con una prominenza carnosa (il cornetto) ricoperta solitamente da 7-18 squame. La frontale e la parietale sono solitamente indistinte in quanto sostituite da numerose squame di piccole dimensioni. Tra le labiali e l’occhio vi sono generalmente due file di piccole squame. E’ una specie politipica distinta di solito in quattro razze geografiche, in Italia è presente la sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
V. ammodytes è una entità prevalentemente balcanica. Il suo areale comprende i territori dell’Austria meridionale, dell’Italia nordoccidentale, della Slovenia, Croazia e delle altre repubbliche della ex-Yugoslavia, della Grecia, Romania, Bulgaria, Turchia. La specie è anche presente in poche regioni dell’Asia occidentale (Siria, Libano, Georgia). In Italia la sua presenza sembra ristretta ai soli territori della Venezia Giulia anche se popolazioni isolate vivono in Trentino. In Veneto (sui Monti Lessini) sono stati effettuati alcuni avvistamenti, ma sembra trattarsi di animali introdotti dall’uomo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Rettile dai costumi di vita diurni, è attivo soprattutto nella tarda mattinata e nelle ore centrali pomeridiane. Il periodo di latenza invernale varia da località a località, nelle popolazioni del Carso triestino va da ottobre-novembre sino alla seconda metà di marzo.
Habitat: La vipera dal corno predilige zone aperte e assolate, è frequente in boscaglie, doline, campi carreggiati, al limitare delle foreste o nelle radure, in prossimità di casolari e ruderi, lungo i sentieri nei muretti a secco. E’ presente dal livello del mare sino oltre 2500 m di altitudine in Grecia.
Dimorfismo sessuale: i sessi differiscono per dimensioni (la femmina tende ad essere più grossa del maschio) e per colorazione e disegno dorsale. Le femmine hanno una colorazione di fondo in genere più chiara (bruno-giallastra, arancione o giallastra) di quella dei maschi (grigi, bruno-verdastri, bruno-nerastri), inoltre nei disegni dorsali delle femmine mancano generalmente i colori scuri (bruni e nerastri), diffusi e talvolta dominanti nei maschi.
Dimensioni delle popolazioni: le uniche stime in possesso si riferiscono ad una popolazione della Georgia, la cui densità nel territorio variava a seconda dei diversi habitat da un minimo di 2 ad un massimo di 15 individui per ettaro (stime primaverili).
Sex ratio: non è nota.
Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti hanno luogo tra aprile e maggio. Le femmine hanno ciclo riproduttivo annuale o biennale, mentre i maschi sembrano potersi riprodurre tutti gli anni. La specie è vivipara e le femmine partoriscono da 5 a 15 piccoli tra la fine di agosto e gli inizi di settembre.
Sviluppo: alla nascita i piccoli sono lunghi 15-25 cm. L’accrescimento è piuttosto veloce. Da adulti la frequenza delle mute sembra essere di tre volte per anno (a luglio, ad agosto e a settembre), ma i giovani probabilmente compiono un numero ancora maggiore di mute. In cattività può raggiungere i 22 anni di età.
Alimentazione: i giovani si cibano quasi esclusivamente di lucertole, con lo sviluppo la dieta cambia ed i piccoli roditori diventano la componente di gran lunga più importante degli adulti. Occasionalmente si può cibare anche di uccelli (nidiacei), di rane o di altri serpenti.
Rapporti con altre specie: Nelle aree di simpatria V. ammodytes può ibridarsi con V. aspis e, meno frequentemente, con V. berus. I predatori più comuni sono mammiferi mustelidi (puzzole, tassi, martore), il riccio e il cinghiale, qualche uccello rapace diurno (soprattutto il biancone).
Cause del declino.
Come per le altre vipere anche in questo caso la causa principale del declino delle popolazioni è la raccolta di esemplari a scopo commerciale o l’uccisione degli stessi senza fine di lucro, ma solo per ignoranza o paura. Gli esemplari trentini sarebbero particolarmente ambiti dai terrariofili e questo ha causato la quasi totale scomparsa di queste popolazioni (Bruno e Maugeri, 1990).
Bibliografia
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze.
Bruno S., 1985 - Le vipere d’Italia e d’Europa. Edagricole, Bologna.
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.
Saint Girons H., 1980 - Biogeographie et evolution des viperes europeennes. C.R. Soc. Biogeographie, 496: 146-172.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Vipera aspis (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Vipera comune o Aspide
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Vipera aspis è tra le quattro specie di Viperidi presenti sul territorio italiano quella più ampiamente diffusa e comune. I Viperidi si riconoscono dai Colubridi per la pupilla verticale, per le squame dorsali carenate e per la squama anale di solito non divisa. Nonostante la grande variabilità morfologica che contraddistingue la specie, V. aspis si riconosce dalle altre vipere italiane per la forma del capo che, pur mancando di un ‘corno’ rostrale ben distinto, ha la punta molto spesso rivolta all’insù e per la presenza di due file di squame sotto gli occhi. Specie politipica distinta generalmente in 5 sottospecie. In Italia ne sono presenti 4: oltre alla sottospecie nominale dell’Italia settentrionale, abbiamo in Italia centrale V. aspis francisciredi Laurenti, 1768. V. aspis montecristi (Mertens, 1956) è limitata alla sola Isola di Montecristo (Arcipelago Toscano) e V. aspis hugyi Schinz, 1833 si trova in Calabria e Sicilia.
Distribuzione passata e presente.
V. aspis è l’unico viperide con areale limitato alle sole regioni europee. La specie è presente nella Spagna nordorientale, nella Francia meridionale, nella Germania sudoccidentale, Svizzera occidentale e in Italia. In Italia l’aspide è presente su tutta la catena alpina, mentre è raro in Pianura Padana, dove è generalmente limitato ai lembi sopravvissuti di bosco planiziale, è diffuso lungo la penisola sino in Calabria ed è presente nelle isole Elba e Montecristo, nell’arcipelago Toscano, e in Sicilia. Manca in Sardegna.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Serpente dai costumi diurni, nelle regioni più calde è attivo dalla fine di febbraio ad ottobre, mentre nelle zone a quote più elevate il periodo di latenza invernale può prolungarsi sino ad aprile o maggio. Le temperature ottimali del substrato si aggirano intorno ai 30 °C, gli animali divengono inattivi a temperature prossime ai 10-12 °C.
Habitat: l’aspide è presente in qualsiasi tipo di ambiente, dal livello del mare sino ad oltre 2500 m sulle Alpi. La specie può colonizzare gli ambienti costieri con vegetazione xerica arbustiva o con foresta di latifoglie sempreverdi, gli ambienti collino-planiziali con vegetazione più mesofila, gli ambienti montani caratterizzati dalle foreste caducifoglie quelli subalpini con foreste di conifere sino a spingersi oltre il limite delle piante di alto fusto nelle praterie alpine. In questa varietà di ambienti l’aspide predilige le zone più assolate, con substrato più accidentato dove trova rifugio tra rocce e pietre o dentro cespugli sparsi.
Dimorfismo sessuale: le femmine presentano una coda proporzionalmente più corta dei maschi ed hanno generalmente una colorazione del dorso meno brillante e un disegno meno marcato.
Dimensioni delle popolazioni: in condizioni ambientali buone (scarsa antropizzazione, abbondanti risorse alimentari) è stata valutata una densità di 5 individui per ettaro. In Friuli (Bosco Baredi) Dolce et al. (1982) hanno osservato e marcato 15 esemplari (9 maschi, 5 femmine e un giovane) in 2760 mq.
Sex ratio: in genere non si discosta significativamente dal valore unitario, ma in Friuli Dolce et al. (1982) hanno osservato un rapporto sessi di 1.8:1.
Comportamento riproduttivo: la fase di latenza invernale termina tra la fine di febbraio e aprile, a seconda delle regioni e delle quote. In Friuli i maschi emergono in Marzo, ma restano pochissimo all’aperto finché il substrato non raggiunge la temperatura di 15°C. Le femmine emergono circa 15 -20 giorni dopo i maschi; all’inizio di Aprile comincia la stagione degli accoppiamenti (Dolce et al., 1982). In questo periodo il maschio si sposta attivamente alla ricerca di una femmina. Quando un maschio si imbatte in un conspecifico del proprio sesso, spesso iniziano lotte ritualizzate che terminano generalmente con l’allontanamento di uno dei due contendenti. Quando il maschio incontra una femmina, le si avvicina e da’ inizio ad una serie di contatti e strofinamenti. Se la femmina si mostra recettiva, questi contatti preliminari sono immediatamente seguiti dalla copulazione, che può durare anche un’ora. Soprattutto nelle zone di bassa quota, si può avere un secondo periodo di accoppiamenti in autunno, poco prima dell’inizio della latenza invernale. I maschi sembra possano riprodursi ogni anno, mentre le femmine si riproducono ogni due o tre anni. Le femmine sono vivipare. La durata della gestazione varia da 100 a 130 giorni e ogni femmina partorisce da 6 a 8 neonati. La periodicità del ciclo riproduttivo, la durata della gestazione e la fecondità delle femmine varia molto da località a località, in relazioni alle diverse condizioni bioclimatiche, legate soprattutto alle differenti quote, cui la popolazione vive.
Sviluppo: alla nascita (di solito nella seconda metà di Agosto, in Friuli a metà Settembre) i piccoli sono lunghi in media 20 cm e pesano 3-9 g. I maschi raggiungono la maturità sessuale a 3-4 anni quando sono lunghi in media 38 cm e pesano circa 20 g. Le femmine sono mature al quarto, più spesso al quinto anno di vita quando sono lunghe 50 cm e pesano 40 g. In natura la vipera difficilmente supera i 14 anni.
Alimentazione: il fabbisogno alimentare settimanale di una vipera adulta corrisponde circa al 6% del suo peso corporeo e per incamerare questa quantità di cibo una vipera deve nutrirsi una volta ogni 4- 12 giorni. Tra le prede più comuni delle vipere vi sono diversi piccoli roditori (Apodemus, Arvicola, Mus, Microtus, Clethrionomys glareolus), qualche insettivoro (Sorex, Talpa, Crocidura), uccelli passeriformi (fringillidi, turdidi, motacillidi) e qualche sauro. Dolce et al. (1982) hanno osservato (Friuli) anche predazioni a carico di Rana latastei e R. dalmatina.
Rapporti con altre specie: tra i predatori più comuni della vipera troviamo tra i mammiferi molti mustelidi (puzzole, tassi, martore), il riccio e il cinghiale, qualche uccello rapace diurno (soprattutto il biancone) e solo occasionalmente alcuni corvidi e fasianidi. Anche serpenti quali il colubro lacertino ed il colubro liscio possono occasionalmente predare giovani vipere. In aree di simpatria V. aspis può occasionalmente ibridarsi con V. ammodytes e, più raramente, con V. berus.
Cause del declino.
Da sempre la vipera è stata oggetto di una intensa caccia da parte dell’uomo. In epoche passate la cattura delle vipere ed il loro commercio (per scopi sia collezionistici che farmaceutici) era una vera e propria professione da cui ricavavano sostentamento intere famiglie, soprattutto dei paesi di montagna. La uccisione gratuita di esemplari è tuttora un comportamento diffuso tra gli escursionisti delle nostre montagne, uccisione che viene giustificata dalla supposta pericolosità per l’uomo di questi serpenti. L’intensa pressione predatoria esercitata dall’uomo è quindi uno dei fattori più importanti tra quelli responsabili del declino delle popolazioni di questa specie. Nelle zone di pianura lo sviluppo di una agricoltura intensiva ha distrutto gli habitat di questa specie ed essa si è quasi ovunque estinta ad eccezione di piccole riserve ove sopravvivono lembi di foresta planiziale.
Bibliografia
Borgo E., 1994 - Vipera comune Vipera aspis (Linnaeus, 1758). In: Doria G., Salvidio S. (ed.). Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei Beni Naturali: pp 114-115.
Bruno S., 1984 - Serpenti d’Italia. Giunti Martello Editore, Firenze
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Dolce S., Lapini L., Stergulc F., 1982 - Contributo preliminare allo studio dell’erpetofauna della bassa pianura friulana. Note eco-etologiche sugli Anfibi e Rettili del Bosco Baredi e Selva di Arvonchi (Muzzana del Turgnano, Udine), pp. 9-35. CNR Roma, AQ/1/181.
Mazzotti S., Stagni G., 1993. Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.
Saint Girons H., 1980 - Biogeographie et evolution des viperes europeennes. C.R. Soc. Biogeographie, 496: 146-172.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Vipera berus (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Marasso
Categoria IUCN:
Lower risk
Tassonomia.
Vipera berus si riconosce dalle altre vipere italiane per la forma del muso il cui apice è dorsalmente piatto, per le squame frontali e parietali molto più grosse di quelle circostanti, per la presenza di una sola fila di squame tra le labiali e il margine dell’occhio e di almeno 13 squamette sul dorso del muso. E’ una specie politipica e sul territorio italiano è presente la sola sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
Entità centronordeuropea-asiatica, nel continente Euroasiatico è il serpente che presenta il più ampio areale distributivo. E’ diffuso in gran parte dell’Europa ad eccezione della Penisola Iberica, della Francia meridionale, dell’Italia meridionale e di parte della Penisola Balcanica. Si spinge a Nord sino ai territori della Svezia e della Finlandia poco sotto il 70° parallelo. Dalla Russia si estende ad Est e, attraverso un’ampia fascia delimitata a Nord dai territori della Siberia meridionale e a Sud dalle regioni della Cina settentrionale, raggiunge le coste dell’Oceano Pacifico e l’Isola di Sakhalin. In Italia il marasso è presente solo lungo la catena alpina (Alpi Marittime e Cozie escluse) ed è estremamente raro (forse estinto) nelle zone di Pianura.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ il serpente che mostra la più ampia valenza ecologica. Ha costumi prevalentemente diurni. La sua temperatura corporea ottimale si aggira intorno ai 25-28 °C, ma poiché è in grado di mantenere un elevato gradiente termico con l’ambiente esterno, la specie è attiva anche in condizioni di temperatura dell’aria spesso inferiori a 10 °C.
Habitat: il marasso è una specie euriecia in grado di abitare quasi tutti gli ambienti delle zone di vegetazione boreale, atlantica e subatlantica. Nella porzione più settentrionale del suo areale è frequentemente rinvenuto a livello del mare, mentre nelle regioni più meridionali è più frequente in ambienti montani, subalpini e alpini e raggiungendo sulle Alpi quote superiori a 2600 m, sulle montagne dell’Asia centrale si spinge spesso oltre 3000 m. In questi ambienti predilige le zone boscate aperte, le radure di boschi, su substrati smossi con rocce e massi affioranti. A differenze dell’aspide mostra una certa predilezione per gli ambienti umidi (torbiere, ruscelli alpini, paludi).
Dimorfismo sessuale: la femmina presenta dimensioni maggiori dei maschi ed una coda proporzionalmente più corta. I sessi differiscono anche per colorazione fondamentale delle parti superiori del corpo: le femmine sono solitamente brune, giallastre, olivastre o rossastre, mentre i maschi sono di regola grigi, grigio-biancastri o grigio-bruni.
Dimensioni delle popolazioni: in ambiente subalpino e alpino, su un’area di circa 1 Kmq si è stimata una densità di popolazione di circa 3 individui adulti per ettaro.
Sex ratio: non sembra variare significativamente dal valore unitario.
Comportamento riproduttivo: simile a quello descritto per V. aspis. La stagione degli accoppiamenti ha inizio, di norma, in primavera subito dopo la fase di latenza invernale. In questa stagione i maschi si spostano molto attivamente nel territorio alla ricerca delle femmine. Quando i maschi si incontrano possono talvolta nascere delle lotte ritualizzate, che raramente provocano ferite, e che probabilmente consentono di stabilire una sorta di gerarchia all’interno dei maschi. Di norma, i maschi si riproducono ogni anno, mentre le femmine hanno cicli riproduttivi più lunghi: una femmina di solito può riprodursi una volta ogni due o tre anni, raramente ogni uno o quattro anni. Questa variabilità dipende in gran parte dall’ambiente colonizzato dalla popolazione (femmine di alta quota hanno cicli riproduttivi più lunghi), ma anche dalle condizioni fisiche e fisiologiche delle singole femmine all’interno della popolazione (stato di nutrizione e di salute dell’animale). Le femmine sono vivipare e partoriscono da 6 a 14 piccoli tra la fine di luglio e gli inizi di settembre.
Sviluppo: alla nascita i piccoli sono lunghi 14-23 cm. Secondo alcuni autori i neonati rimarrebbero nei primi mesi di vita nello stesso territorio della madre, la quale effettuerebbe una sorta di cura della prole. La muta del marasso sembra si verifichi due volte all’anno negli adulti, almeno tre volte nei giovani e nei subadulti. I maschi raggiungono la maturità sessuale al quarto anno di vita, le femmine un anno dopo. La longevità degli animali in natura si aggira in media intorno agli 8 anni, in casi eccezionali gli animali possono raggiungere 11-15 anni di vita.
Alimentazione: i giovani si nutrono di grossi artropodi o piccoli vertebrati (soprattutto sauri), gli adulti predano roditori, rane, tritoni, uccelli e le loro uova.
Rapporti con altre specie: il marasso è predato da alcuni mammiferi (soprattutto mustelidi, il riccio e il cinghiale), da uccelli rapaci (soprattutto il biancone) occasionalmente da alcuni corvidi e fasianidi. Nelle aree di simpatria V. berus può occasionalmente ibridarsi con V. ammodytes e con V. aspis.
Cause del declino.
In molti paesi europei il marasso è in declino ed in alcuni di essi, come la Polonia o il Belgio, la specie corre seri rischi di estinzione (Corbett, 1989). In queste regioni la causa principale del declino della specie è legata alla distruzione degli habitat dovuti allo sviluppo di un’agricoltura intensiva, e all’uccisione perpetuata dall’uomo. In alcuni casi è stata riscontrata come possibile e significativa causa di declino l’introduzione a scopo venatorio di fagiani, occasionali predatori di vipere. In Italia il marasso vive in ambienti montani e alpini, che, rispetto a quelli planiziali, hanno subito un minor impatto antropico. Nelle nostre regioni la causa principale del declino della specie continua ad essere l’elevata mortalità dovuta ai molti escursionisti che visitano, in estate, le Alpi.
Bibliografia
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Saint Girons H., 1980 - Biogeographie et evolution des viperes europeennes. C.R. Soc. Biogeographie, 496: 146-172.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Vipera ursinii (Bonaparte, 1835)
Nome italiano: Vipera di Orsini
Categoria IUCN:
EN B2c, C2a
Tassonomia.
Vipera ursinii è la vipera europea di più piccole dimensioni (non supera generalmente i 50 cm di lunghezza). A differenza di V. aspis, con cui in Italia è spesso simpatrica, presenta un muso con apice dorsalmente piatto, frontale e parietale più grosse, una sola fila di piccole squame tra le sopralabiali e l’occhio. A differenza di V. berus presenta una preoculare superiore di regola a contatto con la nasale; presenta inoltre narici di piccole dimensioni, spostate verso il margine della squama nasale. La sistematica di questa specie non è del tutto chiarita, molti autori tendono a considerarla una specie politipica distinguendola in alcune razze geografiche, di cui quella presente in Italia sarebbe la sottospecie nominale.
Distribuzione passata e presente.
V. ursinii è una specie a distribuzione prevalentemente centroasiatica e in Europa è presente solo con popolazioni isolate e molto localizzate. E’ presente in Francia nelle regioni alpine sudorientali, in Italia negli Appennini centrali (Monti Sibillini, Gran Sasso, Monti della Laga, del Velino e della Meta, La Maiella e Monte Marsicano), in Austria orientale e in ristrette regioni dell’Europa orientale e della Penisola Balcanica. In Asia è diffusa dall’Iran settentrionale alla Russia meridionale, al Kazakhstan, Kirghizstan ad Est sino alla Mongolia e alla Cina nordoccidentale. Secondo alcuni autori le popolazioni austriache e dell’Europa orientale dovrebbero essere considerate come appartenenti ad una specie diversa.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie di piccole dimensioni, in Italia vive esclusivamente in ambiente montano e alpino. Dai costumi quasi esclusivamente diurni è particolarmente attiva nelle ore della tarda mattinata.
Habitat: In Italia è tipica dell’ambiente alpino al di sopra della vegetazione di alto fusto. Predilige gli ambienti con rocce calcaree affioranti, i pascoli e le praterie alpine dei versanti meridionali delle montagne dove sono abbondanti gli arbusti di ginepro nano (Juniperus communis nana). Da noi raggiunge 2400 m di quota. In Asia centrale sono stati trovati individui a quote prossime a 4000 m.
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono lunghezze corporee in media maggiori di quelle dei maschi. Questi presentano coda proporzionalmente più lunga.
Dimensioni delle popolazioni: negli ambienti di steppa dell’Asia centrale la vipera di Orsini può raggiungere valori notevoli di densità, sino 50-60 individui per ettaro (nelle steppe umide), mentre in ambiente submontano il numero di individui per ettaro è compreso tra 20 e 50 (Bruno e Maugeri, 1990). Sia in Francia che in Italia, la specie è molto rara con poche e piccole popolazioni. In Francia si stima che il numero totale di individui adulti si aggiri sui 200-300 esemplari, mentre in Italia sembra essere leggermente superiore (Corbett, 1989), ma mai paragonabile ai valori di numerosità delle popolazioni asiatiche.
Sex ratio: non è nota
Comportamento riproduttivo: il periodo degli accoppiamenti è tra aprile e maggio. Le femmine, tipicamente vivipare, partoriscono da 3 a 8 piccoli tra la fine di luglio ed i primi di settembre.
Sviluppo: i piccoli alla nascita sono lunghi 12-18 cm. Gli animali effettuano due mute all’anno, la prima in primavera la seconda in estate.
Alimentazione: la dieta delle popolazioni alpine sembra essere costituita quasi esclusivamente da artropodi (in particolare grossi insetti, soprattutto cavallette) e in misura minore da sauri, soprattutto lucertole. In ambienti di più bassa quota si ciba anche di piccoli mammiferi (in particolare roditori).
Rapporti con altre specie: i predatori più comuni della vipera di Orsini sono uccelli rapaci quali il biancone, la poiana o l’aquila reale, alcuni mustelidi e occasionalmente anche le coturnici e le pernici possono cibarsi di giovani serpenti.
Cause del declino.
Le cause principali del declino delle popolazioni italiane della vipera di Orsini sembrano essere due: la cattura di esemplari da parte di commercianti di animali rari o di collezionisti erpetofili e terrariofili; i danni prodotti dai frequenti incendi, spesso appiccati dai pastori per ‘migliorare’ i pascoli sui versanti coperti da ginepro nano. Vista l’esiguità numerica delle popolazioni italiane, queste azioni possono avere effetti molto negativi sulla loro futura sopravvivenza.
Bibliografia
Agrami U., Luiselli L., 1992 - Feeding strategies of the viper Vipera ursinii ursinii (Reptilia: Viperidae) in the Appennine. The Herpetological J., 2: 37-42.
Bruno S., 1985 - Le vipere d’Italia e d’Europa. Edagricole, Bologna.
Bruno S., Maugeri S., 1990 - Serpenti d’Italia e d’Europa. Giorgio Mondadori Editore, Milano.
Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.
Saint Girons H., 1980 - Biogeographie et evolution des viperes europeennes. C.R. Soc. Biogeographie, 496: 146-172.
Steward J.W., 1971 - The snakes of Europe. David & Charles, Newton Abbot
Fonte: /ftp.scn.minambiente.it
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