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Petromyzon marinus Linnaeus, 1758
Nome italiano: Lampreda di mare
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A2b,c.
Tassonomia.
Classe dei Ciclostomi, famiglia Petromyzonidae, genere Petromyzon
Caratteri diagnostici: corpo anguilliforme non ricoperto da scaglie, bocca circolare a ventosa in posizione subterminale, circondata da 120-130 lamelle; 23 serie radiali di denti aventi misura progressivamente crescente dal bordo alla vera e propria apertura boccale, situata al centro; lingua armata di denti; una sola narice; 7 orifizi branchiali circolari allineati dietro ciascun occhio; assenza delle pinne pettorali e ventrali; la pinna dorsale, divisa più o meno nettamente in due parti, forma un tutt'uno con la pinna caudale gefirocerca e con la pinna anale. Colorazione del dorso grigio-marrone od olivastra con marmoreggiature più scure; ventre molto chiaro (Forneris et al., 1990). Le taglie massime raggiungibili sono 80-90 cm per circa 2 kg. di peso.
Distribuzione passata e presente.
Petromyzon marinus è una specie ad ampia distribuzione nord atlantica, presente in America settentrionale ed in Europa, dalla penisola scandinava a tutto il Mediterraneo.
In Italia è originariamente presente lungo tutta la fascia costiera ed in moltissimi corsi d'acqua di tutta la penisola. L'attuale areale di distribuzione, nonostante i dati su questa specie siano lacunosi, appare fortemente ridotto (Forneris et al., 1990; Marconato et al., 1994) .
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: Petromyzon marinus è una specie migratrice anadroma. I giovani permangono per circa 6-8 anni in ambiente fluviale, colonizzando substrati sabbiosi e fangosi e conducendo vita fossoria. Gli adulti conducono vita pelagica per circa 2 anni, per poi risalire i corsi d'acqua per la riproduzione.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: i maschi presentano la papilla genitale appuntita e la pinna dorsale più sviluppata.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: non è disponibile in bibliografia alcun dato sul rapporto maschi/femmine.
Comportamento riproduttivo: la risalita dei corsi d'acqua dei riproduttori avviene tra dicembre ed aprile. Durante questa fase gli animali, che hanno l'intestino atrofizzato, non si nutrono. La riproduzione avviene in tratti di corso d'acqua con corrente vivace e fondale ghiaioso, dove il maschio scava il nido, di forma oblunga, allungato nel senso della corrente. La femmina depone circa 200.000 uova. Dopo la riproduzione i riproduttori soccombono.
Sviluppo: la schiusura delle uova è rapida (circa 10 giorni). Le larve (ammocete) sono cieche. Strutturalmente presentano alcune differenze rispetto agli adulti: la pinna dorsale è poco sviluppata ed indivisa; gli occhi, rudimentali, sono ricoperti da tegumento; la bocca è priva di denti e gli orifizi branchiali sono oblunghi. Dopo 6-8 anni, durante il periodo estivo, l'ammocete va incontro a metamorfosi in lampreda adulta. Segue la migrazione verso il mare, dove gli adulti permarranno per circa 2 anni.
Alimentazione: l'alimentazione delle larve è costituita principalmente da microrganismi bentonici animali e vegetali e da particelle di detrito portate dalla corrente. Gli adulti sono ectoparassiti ematofagi di pesci.
Rapporti con altre specie: la lampreda di mare è un ectoparassita di molte specie ittiche: dopo essersi fissata con la bocca al tegumento dell'ospite ne perfora i tessuti tramite l'azione della lingua dentata mossa a stantuffo da una potente muscolatura, secernendo contemporaneamente un anticoagulante (lampredina) che permette alla lampreda di continuare a nutrirsi del sangue dell'ospite (Forneris et al., 1990).
Cause del declino
Secondo molti autori la contrazione dell'areale di distribuzione della lampreda di mare è da mettere in relazione con le alterazioni ambientali degli ambienti fluviali ed in particolare con la costruzione di dighe e sbarramenti che impediscono la risalita dei riproduttori verso le aree di deposizione, analogamente a quanto accade per le specie ittiche anadrome (storioni, cheppie) un tempo comuni nelle acque italiane ed oggi sempre più rare.
Bibliografia
Forneris G., Paradisi S., Specchi M., 1990 - Pesci d'acqua dolce. Carlo Lorenzini Editore, Udine, 214 pp.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Lampetra fluviatilis (Linnaeus, 1758)
Nome italiano: Lampreda di fiume
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A2b,c.
Tassonomia.
Classe dei Ciclostomi, famiglia Petromyzonidae, genere Lampetra
Caratteri diagnostici: corpo anguilliforme tubolare non ricoperto da scaglie, bocca circolare a ventosa in posizione subterminale, circondata da 96-112 lamelle; 70-95 denti labiali marginali allineati lungo tutto il perimetro della bocca e 9-16 denti labiali superiori posti davanti alla vera e propria apertura boccale, situata al centro; quest'ultima è circondata da piastre dentarie: una sopraorale, una infraorale con 5-9 denti, sei laterali. La dentatura è forte e le cuspidi dentali sono acute; lingua munita di denti. Una sola narice; 7 orifizi branchiali circolari allineati dietro ciascun occhio; assenza delle pinne pettorali e ventrali; la pinna dorsale, divisa più o meno nettamente in due parti, forma un tutt'uno con la pinna caudale gefirocerca e con la pinna anale. Colorazione di fondo argentea con dorso scuro; ventre bianco o giallastro (Forneris et al., 1990). Le taglie massime raggiungibili raggiungono i 40-50 cm.
Distribuzione passata e presente.
Lampetra fluviatilis è una specie ad ampia distribuzione europea, diffusa dalla penisola scandinava a tutto il Mediterraneo.
In Italia è originariamente presente lungo tutta la fascia costiera tirrenica e nei principali corsi d'acqua tirrenici (Magra, Arno, Ombrone, Tevere, Garigliano, Sele, Volturno). L'attuale areale di distribuzione della specie, così come quello di Petromyzon marinus, appare fortemente ridotto (Forneris et al., 1990; Bonini et al., 1990) .
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: Lampetra fluviatilis è una specie migratrice anadroma. I giovani permangono per circa 4 anni in ambiente fluviale, colonizzando substrati sabbiosi e fangosi con ridotta copertura vegetale e conducendo vita fossoria. Gli adulti conducono vita pelagica per circa 3 anni, per poi risalire i corsi d'acqua per la riproduzione.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: i maschi presentano la papilla genitale allungata e la pinna dorsale più sviluppata. Le femmine sviluppano alla base della seconda pinna dorsale e dietro l'apertura anale ispessimenti cutanei che facilitano la presa del maschio durante l'accoppiamento.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: non è disponibile in bibliografia alcun dato sul rapporto maschi/femmine.
Comportamento riproduttivo: la risalita dei corsi d'acqua dei riproduttori avviene tra dicembre ed aprile. Durante questa fase gli animali, che hanno l'intestino atrofizzato, non si nutrono. La riproduzione avviene in tratti di corso d'acqua con corrente vivace e fondale ghiaioso, dove i maschi scavano nidi di circa 40 cm di diametro, di forma oblunga, in cui possono convenire più maschi e più femmine. Entro due settimane dalla riproduzione i riproduttori soccombono.
Sviluppo: la schiusura delle uova è rapida (11-15 giorni). Le larve (ammocete) sono cieche. Strutturalmente presentano alcune differenze rispetto agli adulti: la pinna dorsale è poco sviluppata ed indivisa; gli occhi, rudimentali, sono ricoperti da tegumento; la bocca è priva di denti e gli orifizi branchiali sono oblunghi. Dopo circa 4 anni l'ammocete va incontro a metamorfosi in lampreda adulta. Segue la migrazione verso il mare, dove gli adulti permarranno per circa 3 anni.
Alimentazione: l'alimentazione delle larve è costituita principalmente da microrganismi e macrorganismi bentonici animali e vegetali e da particelle di detrito organico portate dalla corrente. Gli adulti sono ectoparassiti di pesci, mostrando peraltro attitudini più propriamente predatorie rispetto a Petromyzon marinus.
Rapporti con altre specie: la lampreda di fiume è un ectoparassita di altre specie ittiche: a differenza della lampreda di mare, spiccatamente ematofaga, la lampreda di fiume mostra un atteggiamento più aggressivo e predatorio, strappando brandelli di carne dal corpo dell'ospite (Forneris et al., 1990).
Cause del declino
Secondo molti autori la sensibile diminuzione contrazione dell'areale di distribuzione della lampreda di fiume è da mettere in relazione con le alterazioni ambientali degli ambienti fluviali ed in particolare con la costruzione di dighe e sbarramenti che impediscono la risalita dei riproduttori verso le aree di deposizione, analogamente a quanto accade per le specie ittiche anadrome (storioni, cheppie) un tempo comuni nelle acque italiane ed oggi sempre più rare.
Bibliografia
Bonini G., Durante M., Falché S., Landini W., 1990 - Carta Ittica della Provincia della Spezia. Amm. Prov. della Spezia, 168 pp.
Forneris G., Paradisi S., Specchi M., 1990 - Pesci d'acqua dolce. Carlo Lorenzini Editore, Udine, 214 pp.
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Lampetra planeri (Bloch, 1784)
Nome italiano: Lampreda di ruscello
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1a,b,c.
Tassonomia.
Classe dei Ciclostomi, famiglia Petromyzonidae, genere Lampetra
Caratteri diagnostici: corpo anguilliforme tubolare non ricoperto da scaglie, bocca circolare a ventosa in posizione subterminale, circondata da 66-98 lamelle appiattite; la disposizione dei denti periferici e delle placche dentarie è sostanzialmente simile a quella della lampreda di fiume ma i denti sono più piccoli e con cuspidi ottuse non pungenti; le placche dentali laterali mediane hanno 3 cuspidi e la piastra dentaria infraorale ha 7 cuspidi; lingua munita di denti. Una sola narice; 7 orifizi branchiali circolari allineati dietro ciascun occhio; assenza delle pinne pettorali e ventrali; la pinna dorsale, divisa più o meno nettamente in due parti, forma un tutt'uno con la pinna caudale gefirocerca e con la pinna anale. Colorazione di fondo chiara con dorso scuro; ventre biancastro (Forneris et al., 1990). Taglia massima raggiungibile è circa 20 cm.
Secondo Forneris et al. (1990) Lampetra planeri si sarebbe originata dalla forma migratrice Lampetra fluviatilis; questo concetto di specie appaiate, secondo cui una forma migratrice anadroma e parassita allo stadio adulto darebbe origine a forme stanziali non parassite è comune nei Petromizonidi.
Distribuzione passata e presente.
Lampetra planeri è una specie delle acque interne, ad ampia distribuzione europea, diffusa dalla penisola scandinava a tutto il Mediterraneo. Il suo areale di distribuzione è parzialmente sovrapponibile a quello di Lampetra fluviatilis.
In Italia è originariamente distribuita nei bacini del versante tirrenico, dal Magra in Liguria fino al Bussento in Basilicata. Sono presenti alcune popolazioni isolate nel bacino adriatico del F. Pescara (Abruzzo) (Zanandrea, 1963; Bonini et al., 1990; Bianco et al., 1996). La specie è in notevole diminuzione in tutto l'areale di distribuzione (Ferrara et al., 1996a,b) .
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: Lampetra planeri è una specie stanziale, tipica dei corsi d'acqua tirrenici. Gli stadi larvali (ammocete) e gli adulti immaturi colonizzano preferenzialmente substrati sabbiosi e fangosi con ridotta copertura vegetale, conducendo vita fossoria. Gli adulti conducono vita libera.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: nei maschi la seconda pinna dorsale tende a crescere, mostrando un arrotondamento del margine superiore, fino a congiungersi, senza sovrapporsi, alla prima pinna dorsale e compare un'estroflessione della papilla genitale (pseudopene); nelle femmine la seconda pinna dorsale assume una forma triangolare, si inspessisce e tende a sovrapporsi alla prima pinna dorsale e si rende evidente la papilla genitale e la piccola pinna anale, posta immediatamente dietro la cloaca (Ferrara et al., 1996a).
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla dinamica di popolazione. Le popolazioni sono normalmente strutturate in 5 classi di età per quanto riguarda gli ammocete ed in un'unica classe di adulti (Forneris et al., 1990; Ferrara et al., 1996b)
Sex ratio: secondo Ferrara et al. (1996b) in una popolazione del fiume Aniene (provincia di Roma) il rapporto è sostanzialmente 1:1.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione ha luogo da gennaio fino alla tarda primavera, in tratti di corsi d'acqua con corrente vivace e fondale ghiaioso, dove i maschi scavano nidi ellittici lunghi una decina di cm e profondi 2-3 cm. Durante l'accoppiamento la femmina aderisce al substrato tramite il disco orale mentre il maschio l'afferra, sempre con il disco orale, in corrispondenza della regione cefalica ed avvolge, avviluppandolo, il corpo della femmina con il proprio stimolando la deposizione. La riproduzione vede interagire gruppi anche di una trentina di individui. Durante la fase riproduttiva gli animali, che hanno l'intestino atrofizzato, non si nutrono e muoiono qualche settimana dopo la riproduzione (Forneris et al., 1990; Ferrara et al., 1996a).
Sviluppo: la schiusura delle uova è rapida (circa 10 giorni a 15 °C). Le larve (ammocete) presentano alcune differenze rispetto agli adulti: la pinna dorsale è poco sviluppata ed indivisa; gli occhi, rudimentali, sono ricoperti da tegumento; la bocca è priva di denti e gli orifizi branchiali sono oblunghi. Dopo la schiusa inizia una fase di dispersione che porta gli ammocete a colonizzare i tratti più a valle del corso d'acqua, su substrati fangosi o sabbiosi. Dopo circa 6 anni l'ammocete va incontro a metamorfosi in lampreda adulta. Tale fase dura circa 2 mesi, cui seguono 6-8 mesi in cui l'adulto raggiunge la completa maturità sessuale (Forneris et al., 1990).
Alimentazione: l'alimentazione delle larve è costituita principalmente da particelle di detrito organico portate dalla corrente o presenti nel substrato. Gli adulti non si nutrono.
Rapporti con altre specie: a differenze delle 2 specie anadrome di maggiori dimensioni Petromyzon marinus e Lampetra fluviatilis la lampreda di ruscello non attua mai all'interno del proprio ciclo vitale comportamenti alimentari parassiti o predatori. Al contrario essa viene predata frequentemente da specie ittiche ittiofaghe quali soprattutto i Salmonidi.
La specie è stata in passato oggetto di forte pressione di pesca a fini alimentari o per uso come esca nella pesca dei pesci predatori.
Cause del declino
Ferrara et al. (1996a) indicano nelle alterazioni chimico-fisiche delle acque e nelle modificazioni strutturali degli alvei le principali cause di rarefazione della specie; in particolare gli autori attribuiscono alla presenza di dighe e sbarramenti che limitano l'accesso alle aree riproduttive idonee, alle alterazioni dei substrati fluviali (dragaggi e diserbamenti spondali) che distruggono l'habitat degli stadi larvali ed alle forti pratiche di ripopolamento con Salmonidi la maggiore responsabilità del declino della lampreda di ruscello.
Bibliografia
Bianco P. G., Mearelli M., Giovinazzo G., Lorenzoni M., 1996 - Primo reperto di lampreda di ruscello in un bacino del versante adriatico dell'Appennino Umbro-Marchigiano (Ciclostomata, Petromyzontidae). Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 253-258. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento.
Bonini G., Durante M., Falché S., Landini W., 1990 - Carta Ittica della Provincia della Spezia. Amm. Prov. della Spezia, 168 pp.
Forneris G., Paradisi S., Specchi M., 1990 - Pesci d'acqua dolce. Carlo Lorenzini Editore, Udine, 214 pp.
Ferrara F. F., Quattrocchi L., Gibertini G., 1996a -Studio della biologia riproduttiva e prime fasi dello sviluppo embrionale in Lampetra planeri Bloch nella valle medio-alta del fiume Aniene. Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994) Vicenza, 221-233.
Ferrara F. F., Quattrocchi L., Gibertini G., 1996b -Analisi dei caratteri morfometrici e meristici in una popolazione di Lampetra planeri Bloch nel bacino del fiume Aniene.Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994). Vicenza, 387-395.
Zanandrea G., 1963 - Le lamprede della pianura padana e del rimanente versante adriatico d'Italia. Boll. pesca. Piscic. Idrobiol., 26: 53-80.
Lampetra zanandreai Vladykov, 1955
Nome italiano: Lampreda padana
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1,a,b,c.
Tassonomia.
Classe dei Ciclostomi, famiglia Petromyzonidae, genere Lampetra
Caratteri diagnostici: corpo anguilliforme tubolare non ricoperto da scaglie, bocca circolare a ventosa in posizione subterminale, circondata da 66-98 lamelle appiattite; la disposizione dei denti periferici e delle placche dentarie è sostanzialmente simile a quella della lampreda di ruscello ma se ne distingue per i seguenti caratteri: placche dentali laterali mediane con 2 cuspidi; piastra dentaria infraorale con 5 cuspidi; presenza di una fila di piccoli denti tra la piastra dentaria infraorale ed il margine della bocca. Una sola narice; 7 orifizi branchiali circolari allineati dietro ciascun occhio; assenza delle pinne pettorali e ventrali; la pinna dorsale, divisa più o meno nettamente in due parti, forma un tutt'uno con la pinna caudale gefirocerca e con la pinna anale. Colorazione di fondo argentea con dorso scuro; ventre argenteo (Forneris et al., 1990). Taglia massima raggiungibile è circa 20 cm.
Secondo Forneris et al. (1990) è una delle poche specie di lampreda cui non si possa applicare il concetto di specie appaiate: non esiste cioè una specie migratrice anadroma parassita da cui Lampetra zanandreai possa essere fatta derivare.
Distribuzione passata e presente.
Lampetra zanandreai è una specie endemica del bacino padano, originariamente diffusa nei corsi d'acqua del versante alpino tributari del Po e nei corsi d'acqua del Triveneto (Zanandrea, 1963).
L'attuale areale di distribuzione coincide parzialmente con quello originario, essendo la specie in diminuzione. (Marconato et al., 1994). Recentemente è stata segnalata una popolazione isolata nel bacino adriatico del F. Potenza (Marche) (Bianco et al., 1996) su cui sono tuttora in corso indagini più approfondite per identificarne con certezza l'identità specifica.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la lampreda padanaè una specie stanziale, tipica dei tratti di fondovalle dei corsi d'acqua padani della sinistra orografica del Po e del triveneto, particolarmente diffusa nelle risorgive. Gli stadi larvali (ammocete) e gli adulti immaturi colonizzano preferenzialmente substrati sabbiosi e fangosi, conducendo vita fossoria. Gli adulti conducono vita libera.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo e, secondo Forneris et al. (1990), analogo a quello di Lampetra planeri: nei maschi la seconda pinna dorsale tende a crescere, mostrando un arrotondamento del margine superiore, fino a congiungersi, senza sovrapporsi, alla prima pinna dorsale e compare un'estroflessione della papilla genitale (pseudopene); nelle femmine la seconda pinna dorsale assume una forma triangolare, si inspessisce e tende a sovrapporsi alla prima pinna dorsale e si rende evidente la papilla genitale e la piccola pinna anale, posta immediatamente dietro la cloaca (Ferrara et al., 1996). Unica distinzione rispetto a Lampetra planeri sarebbe costituita dalla forma della pinna caudale delle femmine di Lampetra zanandreai, con punta diritta o rivolta lievemente verso l'alto. La stessa pinna, nei maschi di lampreda padana, è rivolta verso il basso.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: non è disponibile in bibliografia alcun dato sul rapporto maschi/femmine.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione ha luogo da gennaio fino alla tarda primavera ed è preceduta da piccole migrazioni degli adulti verso tratti di corsi d'acqua con corrente vivace e fondale ghiaioso. Le modalità di accoppiamento sono simili a quelle descritte per Lampetra planeri. Nelle aree riproduttive convergono un gran numero di riproduttori (fino ad un centinaio) che si raccolgono in ammassi che continuamente si sciolgono e si riformano. La frenetica attività riproduttiva dura alcuni giorni. Durante la fase riproduttiva gli animali, che hanno l'intestino atrofizzato, non si nutrono e muoiono qualche settimana dopo la riproduzione (Forneris et al., 1990).
Sviluppo: la schiusura delle uova è rapida (una decina di giorni). Le larve (ammocete) alla nascita sono cieche ed hanno bocca priva di denti. Dopo la schiusa inizia una modesta fase di dispersione che porta gli ammocete a colonizzare i tratti più a valle del corso d'acqua, su substrati fangosi o sabbiosi. Dopo 3-5 anni l'ammocete va incontro a metamorfosi in lampreda adulta. La metamorfosi e la trasformazione in adulto sono leggermente più veloci rispetto alla lampreda di ruscello (Marconato et al., 1994).
Alimentazione: le larve sono detritivore e filtratrici. Allo stadio adulto l’alimentazione viene sospesa a seguito dell'atrofizzazione del tratto digerente.
Rapporti con altre specie: così come Lampetra planeri, la lampreda padana non attua mai all'interno del proprio ciclo vitale comportamenti alimentari parassiti o predatori, essendo al contrario predata frequentemente da specie ittiche ittiofaghe (soprattutto Salmonidi).
La specie è stata in passato oggetto di forte pressione di pesca anche di frodo (le carni sono molto apprezzate) ai fini alimentari o per uso come esca nella pesca dei pesci predatori.
Cause del declino
Le cause della rarefazione della lampreda padana sono analoghe a quelle descritte da Ferrara et al. (1996) nel caso della lampreda di ruscello, ovvero le alterazioni chimico-fisiche delle acque, le modificazioni strutturali degli alvei ed i massicci ripopolamenti con Salmonidi nelle aree di diffusione della specie.
Bibliografia
Bianco P. G., Mearelli M., Giovinazzo G., Lorenzoni M., 1996 - Primo reperto di lampreda di ruscello in un bacino del versante adriatico dell'Appennino Umbro-Marchigiano (Ciclostomata, Petromyzontidae)Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 253-258. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento.
Forneris G., Paradisi S., Specchi M., 1990 - Pesci d'acqua dolce. Carlo Lorenzini Editore, Udine, 214 pp.
Ferrara F. F., Quattrocchi L., Gibertini G., 1996 - Studio della biologia riproduttiva e prime fasi dello sviluppo embrionale in Lampetra planeri Bloch nella valle medio-alta del fiume Aniene.Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994) Vicenza, 221-233.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Zanandrea G., 1963 - Le lamprede della pianura padana e del rimanente versante adriatico d'Italia. Boll. pesca. Piscic. Idrobiol., 26: 53-80.
Acipenser sturio Linnaeus, 1758
Nome italiano: Storione
Categoria IUCN:
Endangered EN A1a,c.
Tassonomia.
Ordine degli Acipenseriformes, famiglia Acipenseridae, genere Acipenser
Caratteri diagnostici: corpo molto allungato; presenza di 5 serie longitudinali di ossa cutanee a forma di scudo: una serie dorsale di 9-16, due laterali di 24-40 e due latero-ventrali di 8-14 (Tortonese, 1970). Capo con muso prolungato a forma di rostro; bocca infera con apertura trasversale, relativamente piccola; presenza di 4 barbigli inseriti tra la bocca e la punta del muso, più vicini alla bocca, piegati all'indietro e non estesi fino all'apertura boccale. Pinna caudale eterocerca, con lobo superiore allungato ed appuntito. 15-29 branchiospine sul primo arco branchiale (Gandolfi et al., 1991).
Acipenser sturio è una delle 3 specie di Acipenseridi presenti nelle acque italiane (Tortonese, 1970), appartenenti ai 2 generi Acipenser ed Huso,distinti tra loro oltre che per caratteri morfometrici e meristici, anche per una diversa struttura cromosomica (Fontana e Colombo, 1974).
Distribuzione passata e presente.
Acipenser sturio è una specie anadroma ad ampia distribuzione europea e medio-orientale, presente dalla penisola scandinava fino al mar Nero, ed in parte del Nord Africa (Pedroli et al., 1991).
In Italia è una delle specie che ha visto diminuire maggiormente il proprio areale di distribuzione, originariamente comprendente le coste dei mari italiani ed i principali corsi d'acqua della penisola, in particolare i fiumi di maggiore portata della pianura padana (Gandolfi et al., 1991).
L'attuale distribuzione appare estremamente ridimensionata rispetto a quella originaria. Benché non siano disponibili dati bibliografici precisi ed organici sulla consistenza numerica della specie, la sua presenza nei corsi d'acqua italiani è ormai sporadica; la specie non viene praticamente mai catturata nel corso dei censimenti per la redazione delle carte ittiche e si segnalano sempre meno catture da parte dei pescatori professionisti. Risulta da verificare la presenza di alcune popolazioni in grado di compiere l'intero ciclo vitale in acque dolci, segnalate in alcuni fiumi del nord Italia.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la storione è una specie migratrice anadroma; gli adulti conducono vita pelagica per risalire i corsi d'acqua nel periodo riproduttivo. I giovani storioni permangono nei corsi d'acqua per un periodo non superiore ai 3 anni, per poi scendere verso le foci dei fiumi e, di qui, al mare. Nelle acque dolci gli adulti sono rinvenibili nei tratti più profondi ed a lenta corrente dei corsi d'acqua con buona portata, su fondali sabbiosi o fangosi ed in prossimità delle prismate.
In ambiente marino gli esemplari più giovani permangono per alcuni anni in prossimità delle foci dei fiumi, in zone a media profondità. Gli adulti di taglia maggiore sono localizzati a profondità maggiori (Gandolfi et al., 1991).
Dimorfismo sessuale: assente.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: secondo Gandolfi et al. (1991) il rapporto sessi è sbilanciato a favore delle femmine.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta in ambiente marino, a 7-9 anni per i maschi ed a 8-14 anni per le femmine, a lunghezze comunque superiori al metro (Marconato et al., 1991). La risalita dei corsi d'acqua avviene nel periodo primaverile, ed i maschi sono i primi a risalire i corsi d'acqua. L'entità delle migrazioni è notevole e, di fatto, le uniche limitazioni a migrazioni che possono estendersi per centinaia di chilometri, sono dovute alla presenza di ostacoli di natura antropica presenti sui corsi d'acqua.
Raggiunte le aree riproduttive, zone ad acqua profonda con substrato ciottoloso o ghiaioso, le femmine depongono alcune centinaia di migliaia di uova, che aderiscono al substrato. Terminata la riproduzione gli adulti ritornano al mare, per risalire e riprodursi nuovamente dopo 2-4 anni (Gandolfi et al., 1991).
Sviluppo: Lo sviluppo embrionale è rapido; dalla deposizione delle uova alla schiusa degli avannotti intercorre un periodo di 4-7 giorni. alla nascita le larve misurano circa 10 mm. Il successivo accrescimento è rapido: 30-50 cm a 1-2 anni, 70-80 cm a 5 anni, 140-160 cm a 10 anni (D'Ancona, 1924). Le femmine hanno crescita maggiore e più veloce rispetto ai maschi. La taglia massima riscontrata per le popolazioni italiane è di 275 cm.
Alimentazione: l'alimentazione dei giovani, in acque dolci, è costituita prevalentemente da macroinvertebrati bentonici. Negli adulti, in acque marine, l'alimentazione è integrata da pesci di piccole dimensioni. Secondo Gandolfi et al. (1991) durante la risalita dei fiumi e nel periodo riproduttivo l'alimentazione viene sospesa.
Rapporti con altre specie: non è riportato in bibliografia alcun dato su questo aspetto della biologia di Acipenser sturio. Alcuni autori ritengono probabile una forte competizione tra Acipenser sturio e Silurus glanis, siluro europeo, la cui introduzione nelle nostre acque ai fini della pesca sportiva ha causato danni gravi alle popolazioni di molte specie autoctone delle acque dov'è stato introdotto.
Lo storione è una specie che, in passato, è stato oggetto di intensa pesca professionale e sportiva in concomitanza con la risalita nei corsi d'acqua italiani. Attualmente la pressione di pesca sulla specie, in conseguenza della sua rarefazione, è molto diminuita. Ciò nonostante lo storione è ancora oggetto di pesca, soprattutto dilettantistica, in alcuni fiumi della pianura padana.
Cause del declino
Il decremento e la scomparsa della maggior parte delle popolazioni di Acipenser sturio nelle acque italiane costituisce il risultato di una serie di concause diverse, singolarmente già molto pesanti. In primo luogo la presenza di sbarramenti lungo i corsi d'acqua, che impediscono la migrazione e l'accesso alle aree riproduttive; in secondo luogo l'intensa pesca professionale e dilettantistica, che in un recente passato ha influito non poco sulla consistenza numerica delle popolazioni di storione; quindi l'introduzione di specie alloctone con esigenze ecologiche simili a quelle di Acipenser sturio,come il siluro europeo; infine l'alterazione dei regimi idrologici ed il degrado dei grandi fiumi di fondovalle, con compromissione degli habitat idonei per la riproduzione e per lo svezzamento degli stadi giovanili.
Bibliografia
D'Ancona U., 1924 - Contributo alla biologia degli storioni nelle acque italiane. Libreria dello Stato, Roma, 58 pp.
Fontana F., Colombo G., 1974 - The chromosomes of italian sturgeons. Experientia, 30: 739-742.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Maio G., Marconato E., Salviati S., 1996 - La distribuzione dell'ittiofauna dolce e salmastra in provincia di Rovigo. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 231-243. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Pedroli J.C. Zaugg B., KirchhoferA., 1991 -Verbreitungsatlas der fische und rundmauler der Schweiz. Schweizerishes Zentrum fur kartografische Erfassung der Fauna, Neuchatel, 207 pp.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Acipenser naccariiBonaparte, 1836
Nome italiano: Storione cobice
Categoria IUCN:
Endangered EN A1a,c.
Tassonomia.
Ordine degli Acipenseriformes, famiglia Acipenseridae, genere Acipenser
Caratteri diagnostici: corpo slanciato; presenza di 5 serie longitudinali di ossa cutanee a forma di scudo: una serie dorsale di10-14, due laterali di 32-42 e due latero-ventrali di 8-11. Capo con muso corto, largo e arrotondato all'apice; bocca infera, ampia, con apertura trasversale; presenza di 4 barbigli inseriti tra la bocca e la punta del muso, più vicini a quest'ultimo, piegati all'indietro e non estesi fino all'apertura boccale. Pinna caudale eterocerca, con lobo superiore allungato ed appuntito. 30-35 branchiospine sul primo arco branchiale (Tortonese, 1989; Gandolfi et al., 1991).
Acipenser naccarii è una delle 3 specie di Acipenseridi presenti nelle acque italiane (Tortonese, 1970), appartenenti ai 2 generi Acipenser ed Huso,distinti tra loro oltre che per caratteri morfometrici e meristici, anche per una diversa struttura cromosomica (Fontana e Colombo, 1974). Gli stessi autori e, più recentemente, Gandolfi e Zerunian (1987), hanno però sollevato alcuni dubbi sull'attribuzione dello storione cobice al genere Acipenser,auspicando un approfondimento degli studi sulla genetica e la biologia della specie.
Distribuzione passata e presente.
Acipenser naccarii è una specie anadroma a ridotta distribuzione europea, endemica dell'Adriatico settentrionale e dei bacini in esso confluenti, segnalata anche in Dalmazia, Albania e Grecia settentrionale (Tortonese, 1989).
In Italia la specie è originariamente presente nei corsi d'acqua di grande portata della pianura padana, sia tributari del Po, sia diretti tributari dell'Adriatico. Marconato et al. (1991) segnalano la sua passata presenza ed abbondanza oltre che in grandi fiumi come l'Adige, anche in corsi d'acqua minori.
L'attuale distribuzione, analogamente a quanto già visto per Acipenser sturio, appare estremamente ridimensionata rispetto a quella originaria. Tuttavia, rispetto allo storione, lo storione cobice è ancora relativamente consistente in alcuni bacini, e la sua presenza a monte di alcuni sbarramenti invalicabili, come segnalato per il Po ed il Ticino, ha suggerito l'ipotesi che la specie sia in grado di compiere l'intero ciclo vitale in acque dolci (Nardi, 1982; Bernini e Nardi, 1990a).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la storione è una specie migratrice anadroma; gli adulti conducono vita pelagica in prossimità delle foci dei fiumi, prevalentemente su fondali sabbiosi e fangosi. Nelle acque dolci gli adulti sono rinvenibili nei tratti più profondi ed a lenta corrente dei corsi d'acqua con buona portata, su fondali con sabbia e fango (Gandolfi et al., 1991).
Dimorfismo sessuale: assente.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: secondo Bernini e Nardi (1990a) il rapporto sessi è sbilanciato a favore delle femmine.
Comportamento riproduttivo: la biologia riproduttiva è pressoché sconosciuta; secondo Bernini e Nardi (1990a) la maturità sessuale viene raggiunta dalle femmine a lunghezze superiori al metro. La risalita dei corsi d'acqua avviene nel periodo primaverile, la riproduzione in giugno-luglio.
La presenza dello storione cobice a monte dello sbarramento di Isola Serafini (fiume Po, regione Emilia Romagna) induce alcuni autori a ritenere possibile che popolazioni riproduttivamente isolate compiano l'intero ciclo vitale in acqua dolce.
Sviluppo: l'accrescimento è rapido: nel fiume Po è di 27-55 cm a 1-2 anni, 82-110 cm a 3-4 anni, 137 cm a 5 anni (Bernini e Nardi, 1990a). Gli accrescimenti per il fiume Ticino sono superiori. La taglia massima riscontrata per le popolazioni indagate è di 164 cm.
Alimentazione: l'alimentazione nelle acque dolci è costituita prevalentemente da macroinvertebrati bentonici, in particolare Gammaridi, ditteri chironomidi ed oligocheti. Negli adulti l'alimentazione è integrata da pesci di piccole dimensioni (Bernini e Nardi, 1990b).
Rapporti con altre specie: non è riportato in bibliografia alcun dato bibliografico su questo aspetto della biologia di Acipenser naccarii.
Gli storioni sono specie che, in passato, sono state oggetto di intensa pesca professionale e sportiva in concomitanza con la risalita nei corsi d'acqua italiani. Attualmente la pressione di pesca su tutte le specie, in conseguenza della loro rarefazione, è molto diminuita. Ciò nonostante gli storioni sono ancora oggetto di pesca, soprattutto dilettantistica, in alcuni fiumi della pianura padana.
Cause del declino
Per quanto riguarda il decremento delle popolazioni di storione cobice nelle acque italiane, si riporta integralmente quanto già scritto per Acipenser sturio,con una nota aggravante costituita dal ridotto areale di distribuzione dello storione cobice rispetto allo storione comune, che induce a ritenere questa specie come fortemente a rischio. La scomparsa della maggior parte delle popolazioni di Acipenser naccarii dalle acque italiane costituisce il risultato di una serie di concause diverse, singolarmente già molto pesanti. In primo luogo la presenza di sbarramenti lungo i corsi d'acqua, che impediscono la migrazione e l'accesso alle aree riproduttive; in secondo luogo l'intensa pesca professionale e dilettantistica, che in un recente passato ha influito non poco sulla consistenza numerica delle popolazioni; quindi l'introduzione di specie alloctone con esigenze ecologiche simili a quelle di Acipenser naccarii,come il siluro europeo; infine l'alterazione dei regimi idrologici ed il degrado dei grandi fiumi di fondovalle, con compromissione degli habitat idonei per la riproduzione e per lo svezzamento degli stadi giovanili.
Bibliografia
Bernini F. Nardi P.A., 1990a - Accrescimento di Acipenser naccarii Bp. (Osteichthyes, Acipenseridae) nel tratto pavese dei fiumi Po e Ticino. Boll. Museo reg. Sci. nat. Torino, 8 (1): 159-172.
Bernini F., Nardi P.A., 1990b - Regime alimentare di Acipenser naccarii Bp. (Osteichthyes, Acipenseridae) nel tratto pavese dei fiumi Po e Ticino. Boll. Museo reg. Sci. nat. Torino, 8 (2): 429-439.
Fontana F., Colombo G., 1974 - The chromosomes of italian sturgeons. Experientia, 30: 739-742.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - L'ittiofauna autoctona delle acque interne italiane: problemi aperti nella sistematica. Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 131-145. (Torino, 5 - 6 giugno 1987) Torino.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Nardi P. A. 1982 - I pesci del Parco Ticino. Fabbri, Milano, 11 pp.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Tortonese E., 1989 - Acipenser naccarii Bonaparte, 1836. In: J. Holcík (Ed.) - The freshwater fishes of Europe, vol.1, Part 2, General Introduction to Fishes. pp. 285-293. Acipenseriformes. AULA-Verlag, Wiesbaden.
Huso huso Linnaeus, 1758
Nome italiano: Storione ladano
Categoria IUCN:
Critically endangered CR A1a.
Tassonomia.
Ordine degli Acipenseriformes, famiglia Acipenseridae, genere Huso
Caratteri diagnostici: corpo relativamente slanciato, tozzo negli esemplari in età avanzata; presenza di 5 serie longitudinali di ossa cutanee a forma di scudo ovale: una serie dorsale di 9-17, due laterali di 37-53 e due latero-ventrali di 7-14. Capo con muso più o meno allungato a formare un rostro con profilo laterale convesso, che con il progredire dell'età tende a divenire più tozzo; bocca infera, ampia, con apertura a forma di falce lunare; presenza di 4 barbigli inseriti tra la bocca e la punta del muso, piegati all'indietro ed estesi fino all'apertura boccale. Pinna caudale eterocerca, con lobo superiore allungato ed appuntito. 17-36 branchiospine sul primo arco branchiale (Pirogovskii et al., 1989; Gandolfi et al., 1991).
Huso huso è una delle 3 specie di Acipenseridi presenti nelle acque italiane (Tortonese, 1970), appartenenti ai 2 generi Acipenser ed Huso,distinti tra loro oltre che per caratteri morfometrici e meristici, anche per una diversa struttura cromosomica (Fontana e Colombo, 1974).
Distribuzione passata e presente.
Huso huso è una specie anadroma ad ampia distribuzione europea, presente nel Mediterraneo, nel Mar Caspio e nel Mar Nero.
In Italia la specie è originariamente presente nell'Adriatico settentrionale e nel bacino del fiume Po (Tortonese, 1970).
I dati bibliografici sull'attuale distribuzione sono scarsi e lacunosi. Secondo Alessio e Gandolfi (1983) le segnalazioni sulla sua relativa frequenza nel fiume Po sono inattendibili e la specie risulta estremamente rara nei bacini tributari dell'Adriatico.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la storione ladano è una specie migratrice anadroma; gli adulti conducono vita pelagica. Secondo Gandolfi et al. (1991) la sua presenza nelle acque dolci italiane è occasionale e limitata ai grandi e profondi fiumi del bacino padano-veneto.
Dimorfismo sessuale: assente.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: non è disponibile in bibliografia alcun dato sul rapporto maschi/femmine.
Comportamento riproduttivo: la biologia riproduttiva nelle popolazioni italiane è sconosciuta; Gandolfi et al. (1991) riportano dati relativi alle abitudini riproduttive nell'Europa orientale, dove la riproduzione avviene in primavera, in tratti di fiumi con acqua profonda e fondale ghiaioso o ciottoloso. La migrazione pre-riproduttiva è invernale e primaverile, ed interessa tratti lunghissimi dei corsi d'acqua. Il numero di uova deposte varia da circa 200.000 ad oltre 2.000.000, a seconda della taglia dell'animale.
Sviluppo: l'accrescimento è rapido: 40-50 cm al primo anno, 100-120 cm a 5 anni, 140 -170 cm a 10 anni, 200-260 cm a 20 anni. La taglia massima riscontrata per le popolazioni est europee è di oltre 8 m (Pirogovskii et al., 1989). In Italia le taglie raggiunte sono molto inferiori (Gandolfi et al., 1991).
Alimentazione: l'alimentazione è carnivora ed è costituita principalmente da pesci e, per quanto riguarda gli esemplari giovani, anche di macroinvertebrati bentonici (Pirogovskii et al., 1989).
Rapporti con altre specie: non è riportato in bibliografia alcun dato bibliografico su questo aspetto della biologia di Huso huso.
Benché non siano disponibili notizie bibliografiche in merito, molti autori sono concordi nel ritenere che lo storione ladano sia stato oggetto in passato di intensa pesca professionale, nonostante la scarsa presenza nei bacini italiani.
Cause del declino
In mancanza di dati bibliografici certi riguardanti la consistenza delle popolazioni di Huso huso nelle acque italiane e la sua distribuzione sia passata, sia attuale, è solo possibile ipotizzare per questa specie uno scenario assai simile a quello descritto per gli altri 2 Acipenseridi presenti nelle acque italiane, ovvero una decisa contrazione dell'areale legata soprattutto ad effetti di interventi antropici di vario tipico sugli ecosistemi e sulle biocenosi acquatiche.
Bibliografia
Alessio G., Gandolfi G., 1983 - Censimento e distribuzione attuale delle specie ittiche nel bacino del fiume Po. Quad. Ist. Ric. acque, n. 67 VII + 92 pp.
Fontana F., Colombo G., 1974 - The chromosomes of italian sturgeons. Experientia, 30: 739-742.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Pirogovskii M. I., Sokolov L. I., Vasil'ev V. P., 1989 - Huso huso Linnaeus, 1758. In: J. Holcík (Ed.) - The freshwater fishes of Europe, vol.1, Part 2, General Introduction to Fishes. Acipenseriformes. pp. 156-200. AULA-Verlag, Wiesbaden.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Salmo [trutta] marmoratusCuvier, 1817
Nome italiano: Trota marmorata
Categoria IUCN:
EN A1a,c,e
Tassonomia
Ordine dei Salmoniformes, famiglia Salmonidae, genere Salmo.
Caratteri diagnostici: corpo fusiforme, allungato, con capo pronunciato, bocca ampia e mediana, dentatura robusta e ben sviluppata su mandibole, mascelle e vomere. La livrea presenta una tipica ed inconfondibile marmoreggiatura scura su sfondo chiaro, variabile in intensità e colorazione. Sono assenti negli individui adulti le macchie rosse e nere tipiche delle altre due semispecie, Salmo [trutta] trutta e Salmo [trutta] macrostigma.
La sua posizione sistematica è stata oggetto di frequenti revisioni sistematiche, peraltro tuttora in corso. Pomini (1937) e Bernardi (1956) la consideravano una buona specie, così come Sommani (1948, 1960), l'autore che più di altri in passato ha contribuito alla sua conoscenza. Successivamente Tortonese (1970) e Gandolfi e Zerunian (1987) hanno proposto una revisione della posizione sistematica della trota marmorata, in base ad alcune sue caratteristiche ecologiche. Secondo questi autori Salmo [trutta] marmoratus, così come Salmo [trutta] trutta e Salmo [trutta] macrostigma costituirebbero 3 semispecie distinte, autoctone dei corsi d'acqua italiani, appartenenti alla superspecie Salmo trutta.
Distribuzione passata e presente
La trota marmorata è un endemismo padano veneto, tanto che in passato veniva definita come "trota padana". Il suo areale di diffusione originario comprendeva il fiume Po ed i suoi principali tributari di sinistra, i tributari di destra fino al fiume Tanaro ed i tributari diretti dell'alto Adriatico fino al bacino dell'Isonzo (Sommani, 1960). In particolare secondo tale autore la trota marmorata occupava i tratti di fondovalle e di pianura dei corsi d'acqua alpini di maggiore portata, relegando Salmo [trutta] trutta ai tratti montani superiori degli stessi corsi d'acqua ed agli affluenti minori.
L'attuale situazione appare modificata rispetto a quella originaria, a causa delle pesanti alterazioni antropiche a carico dei corsi d'acqua in cui vive, ma soprattutto dei continui ripopolamenti con trote fario di allevamento nelle aree originariamente occupate dalla marmorata, che hanno portato ad una forte espansione dell'areale della trota di torrente e delle forme ibride fario/marmorata ai danni di Salmo [trutta] marmoratus.
I dati più recenti indicano come la trota marmorata sia presente in modo discontinuo e talora con popolazioni destrutturate o sporadici individui solo in alcuni tra gli ambienti dove era originariamente presente. In provincia di Torino, a titolo di esempio, popolazioni di questo Salmonide non contaminate, o contaminate in minima parte dalla presenza di ibridi e trote fario, sono presenti nel solo torrente Pellice e nel fiume Po (Pascale 1995; Forneris et al., 1996).
Le indagini elettroforetiche condotte su esemplari di Salmo [trutta] marmoratus provenienti da bacini del nord Italia indicano come ormai quasi tutte le popolazioni presentino, in modo più o meno pronunciato, contaminazioni pregresse da parte di Salmo [trutta] trutta (Giuffra et al., 1996).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l'habitat caratteristico della trota marmorata è costituito dai tratti montani inferiori e di fondovalle dei maggiori corsi d'acqua alpini, dove occupa sia le zone profonde a corrente moderata, sia i tratti a corrente medio - veloce, a condizione che siano presenti ostacoli sommersi come fonte di rifugio. Alcuni autori individuano nei tratti pedemontani di alcuni corsi d'acqua alpini una "zona a trota marmorata/temolo". Occasionalmente è rinvenibile nei canali in comunicazione con i corsi d'acqua di maggiore portata. Nell'alto bacino del fiume Tanaro è stata rilevata la presenza di popolazioni ben strutturate ad altitudini anche superiori ai 1000 m. (Forneris et al., 1993). Questa quota può essere assunta come limite superiore nella distribuzione della semispecie.
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo gli individui di sesso maschile presentano spesso colorazioni più scure delle femmine.
Dimensioni delle popolazioni: sono disponibili dati riguardanti popolazioni di trota marmorata dei fiumi Stura di Lanzo, dei torrenti Pellice e Corsaglia (Pascale, dati pers.) In questi corsi d'acqua Salmo [trutta] marmoratus è presente con densità comprese tra 0,02 e 0,8 ind/m2 e una biomassa compresa tra 1 e 5 g/m2
Sex ratio: secondo Jelli et al. (1996) il rapporto è sostanzialmente 1:1
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta al 3° anno dalle femmine ed al 2° -3° anno da parte dei maschi. La riproduzione avviene nel tardo autunno. Nel torrente Pellice (provincia di Torino) la riproduzione si completa nel mese di novembre (Alessio et al., 1990). Durante questo periodo i riproduttori effettuano micromigrazioni alla ricerca di zone con corrente medio - veloce (45/78 cm/sec) e profondità compresa tra i 20 ed i 40 cm. con substrato ciottoloso (Forneris et al., 1996). Individuato il luogo idoneo la femmina inizia la preparazione del nido, scavando con colpi di coda una buca sul fondo del corso d'acqua. Ad avvenuta deposizione e fecondazione la buca viene ricoperta con ciottoli e ghiaia.
Sviluppo: l'incubazione delle uova fecondate, fino alla fuoriuscita dell'avannotto ha una durata di 420-450 gradi giorno Nell'incubatoio di Luserna S. Giovanni (provincia di Torino), con una temperatura media di 10°, la schiusa avviene in circa 42 giorni (Forneris e Pascale, dati non pubblicati). Il completo riassorbimento del sacco vitellino avviene in circa 15 giorni.
Alimentazione: i dati bibliografici disponibili riguardano le abitudini alimentari a partire dallo stadio di trotella (6-9 cm). Lo spettro trofico delle fasi giovanili è prevalentemente basato sulla predazione di larve di insetti, crostacei ed anellidi ed occasionalmente piccoli pesci. In esemplari allevati in cattività la tendenza all'ittiofagia si manifesta già alla taglia di 4-5 cm (Motta, rif. pers). Allo stadio adulto mostra spiccate tendenze ittiofaghe, sempre più accentuate con l'aumentare della taglia.
Rapporti con altre specie: la trota marmorata è, in fase adulta, un forte predatore, la cui attività di predazione non però sembra influire sulle popolazioni di ciprinidi e di cottidi che costituiscono le sue prede abituali. Benché siano frequenti le interazioni riproduttive tra Salmo [trutta] marmoratus e Salmo [trutta] trutta, secondo molti autori (Sommani, 1961; Forneris, 1989, 1990) queste interazioni sarebbero da mettere in relazione con una simpatria artificialmente indotta con i ripopolamenti con trote fario nei corsi d'acqua popolati da Salmo [trutta] marmoratus. In condizioni naturali infatti le 2 semispecie sono in condizione di allopatria e gli areali di distribuzione si sovrappongono in limitatissimi tratti dei corsi d'acqua
Cause del declino
Il pericolo principale per la sopravvivenza della trota marmorata è rappresentato, ancora più che dalle alterazioni antropiche ai danni degli ambiente in cui essa vive, dalla già citata massiccia e ripetuta immissione di trote fario di allevamento nei corsi d'acqua dove essa vive. In passato molteplici autori hanno sollevato questo problema, ma l'attuale gestione della fauna ittica sembra tuttora più improntata alla tutela della pesca piuttosto che a quella dell'ittiofauna. In passato è stato documentato come al cessare dei ripopolamenti con Salmo [trutta] trutta, Salmo [trutta] marmoratus prenda facilmente il sopravvento su di essa,in virtù di una maggiore adattabilità agli ambienti di fondovalle e ad una superiore competitività nella ricerca del cibo e delle zone di rifugio.
Accanto al rischio di contaminazione genetica delle popolazioni residue di trota marmorata esistono una serie di fattori antropici estremamente pericolosi per questo Salmonide, quali la costruzione di dighe e sbarramenti che interrompono la continuità dei corsi d'acqua e limitano l'accesso alle aree riproduttive, il depauperamento idrico per uso idroelettrico ed agricolo e la forte pressione di pesca, talora con metodi illegali, non supportata da regolamenti adeguati.
Bibliografia
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Bernardi C., 1956 - Considerazioni sulla paleodiffusione nelle nostre acque di alcune rare specie di Salmo e sulle ragioni che impongono l'adozione di misure protettive idonee ad impedire il prevedibile prossimo annientamento. Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. Roma, 10: 34-77
Forneris G., 1989 - Ambienti acquatici ed ittiofauna. Regione Piemonte.
Forneris G., 1990 - Gli Incubatoi di Valle. Amministrazione Provinciale di Torino, 59 pp
Forneris G., Pascale M., 1993 - L'ittiofauna delle acque correnti del Parco del Pesio: situazione attuale ed indicazioni gestionali. Dipartimento di Produzioni animali della Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Torino, 25 pp.
Forneris G., Palmegiano G. B., Pascale M., 1996 Caratterizzazione delle aree di frega di una popolazione di Salmo trutta marmoratus Cuv. del basso Pellice". Distribuzione della fauna ittica italiana. pp. 355-366. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Giouffra E., Forneris G., Goujmard R., 1996 - Polimorfismo genetico e filogenia delle popolazioni di trota del bacino del Po. Distribuzione della fauna ittica italiana. pp. 21-32. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Forneris G., Pascale M., Palmegiano G. B., Lodi E., Badino G., 1996 - Attuale distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Torino. Atti del 6° Convegno A.I.I.A.D. Varese Ligure. In stampa.
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - I pesci delle acque interne italiane: aggiornamento e considerazioni critiche sulla sistematica e la distribuzione. Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 128: 3-56.
Jelli F., Alessio G., Duchi A., 1996 - Biologia della trota marmorata, Salmo [trutta] marmoratus Cuv. pp. 47-76. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Pascale M., 1995 - L'attuale distribuzione dei Salmonidi autoctoni nella Provincia di Torino. Workshop A.I.I.A.D. sui Salmonidi italiani. (Trieste). Biologia Ambientale, Reggio Emilia, 5: 23-27.
Pomini F.P., 1937 - Osservazioni sull'ittiofauna delle acque dolci del Veneto ed indagini riguardanti la pesca. . Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. Roma, 13: 262 -312.
Sommani E., 1948 - Sulla presenza di Salmo fario e del Salmo marmoratus Cuv. nell'Italia settentrionale: loro caratteristiche ecologiche e considerazioni relative ai ripopolamenti. Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. Roma 24(3 )(n.s.), (I): 136-145.
Sommani E., 1960 - Il Salmo marmoratus Cuv.: sua origine e distribuzione nell'Italia settentrionale. Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. Roma, 15: 40-47.
Tortonese E., 1970 - Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed. Calderini, Bologna, 545 pp.
Salmo [trutta] macrostigmaDuméril, 1858
Nome italiano: Trota macrostigma
Categoria IUCN:
Endangered EN A1a,c,e.
Tassonomia
Ordine dei Salmoniformes, famiglia Salmonidae, genere Salmo.
Caratteri diagnostici: corpo fusiforme, meno slanciato di quello di Salmo [trutta] trutta. La colorazione di fondo è grigiastra o bruno verdastra, con un numero variabile di macchie nere e bruno - aranciate lungo i fianchi e con la presenza costante di 9-13 grandi macchie ellissoidali sui fianchi, simili alle macchie "parr" tipiche delle fasi giovanili dei Salmonidi e di una evidente macchia nera nella regione preopercolare (Gandolfi et al., 1991)
Le prime indagini tassonomiche su esemplari di trota macrostigma provenienti da alcuni corsi della Sardegna furono condotte da Pomini (1940), per il quale questa entità tassonomica costituiva una buona specie.Successivamente Tortonese (1970) attribuiva al taxon un significato minore, considerando la trota macrostigma una "forma" di S. trutta. Le più recenti revisioni sistematiche (Gandolfi e Zerunian, 1990) attribuiscono a Salmo [trutta] macrostigma il rango di semispecie.
Distribuzione passata e presente
Alcuni autori considerano Salmo [trutta] macrostigma come il probabile progenitore delle differenti forme di Salmo presenti nell'area mediterranea, (Lelek, 1987; Gandolfi et al., 1991) da un punto della quale area la specie si sarebbe irradiata utilizzando il Mar Mediterraneo come mezzo di dispersione. La sua distribuzione originaria appare piuttosto ampia, comprendendo parte dell'Europa centro meridionale, il Marocco e l'Algeria e la Turchia occidentale (Blanc et al., 1971). In Italia la trota macrostigma è sicuramente indigena della Sicilia e della Sardegna e, per quanto riguarda l'Italia peninsulare, del Lazio (Chiappi, 1924).
Attualmente la semispecie è sicuramente presente in alcuni corsi d'acqua delle 2 principali isole italiane (Duchi, 1988; Massidda P., 1995), nel lago di Posta Fibreno e nel suo affluente Fibreno (Zerunian e Gandolfi, 1986; Gibertini et al., 1990; Zerunian e Gandolfi, 1990), dove vive in simpatria con un Salmonide endemico del lago di Posta Fibreno (Lazio), Salmo fibreni. Dati pregressi riguardanti la presenza di Salmo [trutta] macrostigma in alcuni corsi d'acqua dell'Italia peninsulare meridionale andrebbero verificati, perché in realtà si sarebbe fatto riferimento ad esemplari ibridi tra la trota macrostigma e la trota fario (Gandolfi et al., 1991)
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: Salmo [trutta] macrostigma colonizza alcuni corsi d'acqua peninsulari caratterizzati da una forte presenza di vegetazione acquatica, accentuate magre estive, acqua limpida, a moderata corrente e temperature estive ben superiori ai 20°C, considerate al limite della sopravvivenza per i Salmonidi. Come nel caso del lago di Posta Fibreno, si tratta tipicamente di ambienti di risorgiva che originano da zone carsiche e che molto spesso risultano completamente isolati dalle altre porzioni di bacino.
Dimorfismo sessuale: non è noto alcun carattere discriminante.
Dimensioni delle popolazioni: non sono disponibili dati relativi alla dinamica di popolazione di Salmo [trutta] macrostigma.
Sex ratio: gli unici dati disponibili sono relativi ad una popolazione del rio Flumineddu (Sardegna), dove è stato riscontrato un rapporto femmine maschi di 47 contro 33 (Mureddu, 1985).
Comportamento riproduttivo: gli unici dati relativi alla biologia riproduttiva riguardano esemplari del lago di Posta Fibreno (Gibertini et al., 1991), dove la maturità sessuale viene raggiunta ad una lunghezza di 17-19 cm per i maschi e di 28-30 cm per le femmine. Il periodo riproduttivo è invernale, e si compie nei mesi di febbraio e marzo. Duchi (1996) riporta per alcuni esemplari del fiume Tellesimo (provincia di Ragusa) dati discordanti, avendo rinvenuto femmine di macrostigma sessualmente mature già a partire da 21 cm, ed avendo osservato la riproduzione nei mesi di dicembre-gennaio.
Sviluppo: sono disponibili dati sul periodo di incubazione delle uova, pari a 20-22 giorni ad una temperatura costante di 10 °C. (Duchi et al., 1996). Non sono disponibili dati sullo sviluppo embrionale e post-embrionale.
Alimentazione: Pomini (1940) riporta alcuni dati relativi allo spettro trofico di alcuni esemplari sardi che appare parzialmente sovrapponibile a quello di Salmo [trutta] trutta,edècostituito da larve ed adulti di insetti, molluschi, aracnidi ed elementi vegetali.
Rapporti con altre specie: anche per quanto riguarda le interazioni tra la trota macrostigmae le altre specie ittiche i dati bibliografici sono scarsi. Nelle zone dove vive in simpatria con altri Salmonidi si rinvengono con una certa frequenza ibridi, segnatamente tra Salmo [trutta] macrostigma e Salmo [trutta] trutta, immessa a scopo di ripopolamento,mentre non sono segnalati ibridi tra la macrostigma e Salmo fibreni, i cui periodi riproduttivi sono sfalsati (Gibertini et al., 1991).
Cause del declino
Le principali cause della rarefazione della trota macrostigma vanno ricercate nella forte pressione di pesca cui la specie è soggetta, nei fenomeni di bracconaggio, nei ripopolamenti con Salmonidi non autoctoni dei bacini dell'Italia centro-meridionale, ma soprattutto nei pesanti prelievi idrici a carico di corsi d'acqua con regimi idrologici già di per se piuttosto delicati.
Bibliografia
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Duchi A., 1988 - Dati preliminari sulle trote del torrente Tellesimo (Ragusa, Sicilia) (Pisces, Salmonidae).Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 129 (2-3): 167-172
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Duchi A., Occhipinti G., 1996 - Produzione sperimentale di novellame di trota macrostigma, Salmo [trutta] macrostigma Dum. in provincia di Ragusa [Sicilia]. Biologia dei Salmonidi. Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994). Vicenza, 379-385.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Zerunian S., 1990 - I pesci delle acque interne italiane: chiarimenti sulle critiche ad un nostro recente contributo. Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 131 (21): 293-307
Gibertini G., Ceccarelli E., Zerunian S., 1990 - Contributo alla conoscenza della riproduzione delle trote indigene nel lago di Posta Fibreno [Lazio] [Osteichthyes, Salmonidae].Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29(1):247-268
Lelek A., 1987 - Threatened fishes of Europe.AULA - Verlag, Wiesbaden, 343 pp.
Massidda P., 1995 - Salmo [trutta] macrostigma in Sardegna. Workshop A.I.I.A.D. sui Salmonidi italiani. (Trieste). Biologia Ambientale. Reggio Emilia, 5: 40-43.
Mureddu F., 1985 - Salmonidi e Salmo trutta macrostigma. Tesi di laurea, Univ. di Cagliari.
Pomini F.P., 1940 - Ricerche sul Salmo macrostigma Dum. Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. Roma, 3: 1-63.
Tortonese E., 1970 - Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Zerunian S., Gandolfi G., 1986a - Considerazioni preliminari sulle trote presenti nel lago di Posta Fibreno (Lazio)(Pisces, Salmonidae).Ateneo parmense, Acta nat., 22: 53-63.
Zerunian S., Gandolfi G., 1990 - Salmo fibreni n. sp.(Osteichtes,Salmonidae) endemica nel bacino del Fibreno.Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29 (1):521-532.
Thymallus thymallus Linnaeus, 1758
Nome italiano: Temolo
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1c,e.
Tassonomia
Ordine dei Salmoniformes, fam. Salmonidae, sottofam. Thymallinae, gen. Thymallus.
Caratteri diagnostici: Gandolfi et al. (1991) riportano per la sottofamiglia Thymallinae i seguenti caratteri: 17 o più raggi nella prima pinna dorsale; denti presenti sui mascellari; orbitosfenoide assente; sopraopercolare assente; corpo fusiforme, allungato, con capo piccolo e appuntito, pinna dorsale ampia e sviluppata in altezza ed in lunghezza, pinna caudale biloba , scaglie di media grandezza.
La sottofamiglia è rappresentata in Italia da un unico genere, Thymallus, ed un'unica specie Thymallus thymallus (Nelson, 1984). Alcuni autori, Tortonese (1970) tra questi, considerano la sottofamiglia Thymallinae come famiglia distinta.
Distribuzione passata e presente.
Il genere Thymallus è ad ampia distribuzione olartica, ed è diffuso in molti corsi d'acqua ed ambienti lacustri europei. In Italia risulta indigeno nella pianura padana (Tortonese, 1970), in particolare negli affluenti di sinistra del fiume Po, in quelli di destra fino al bacino del Tanaro e nei diretti tributari dell'alto Adriatico. Il suo areale di distribuzione originario coincide sostanzialmente con quello di Salmo [trutta] marmoratus.
In Piemonte il temolo è presente con popolazioni talora abbondanti negli affluenti di sinistra del Po con maggiore portata, nel Maira, nel Varaita e nel bacino del Tanaro (Regione Piemonte, 1991) e mantiene popolazioni stabili nei tributari di sinistra del Po lombardi e nei maggiori corsi d'acqua del Triveneto (Marconato et al, 1986) ed in alcuni ambienti di risorgiva. In passato sono stati fatti tentativi di introduzione del temolo in alcuni corsi d'acqua dell'Appennino ligure ed emiliano ed in Italia centrale, con risultati differenti. Nel bacino del fiume Vara (La Spezia) la specie non sembra aver attecchito (Bonini et al., 1990) nonostante ripetute immissioni di stadi giovanili ed adulti, mentre risultati più positivi si sono avuti nel bacino del Trebbia, ed in particolare sul t. Aveto, dove attualmente è presente una popolazione di temoli ben strutturata ed automantenentesi (Borroni, 1995; Marconato, rif. pers).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l'habitat caratteristico del temolo è costituito dai corsi d'acqua alpini di maggior portata, dove colonizza i tratti montani inferiori e di fondovalle, occupando preferenzialmente i tratti a corrente medio-veloce con substrato ciottoloso e ghiaioso. Non a caso questi tratti dei corsi d'acqua vengono indicati da alcuni autori come "zone a trota marmorata e/o temolo", e costituiscono molto spesso ampie porzioni delle aste principali dei maggiori bacini alpini. Thymallus thymallus è rinvenibile anche in alcune risorgive di pianura e in canali artificiali in diretta comunicazione con i corsi d'acqua con habitat adatti per la specie.
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo la livrea dei maschi vira su tonalità più accese e la pinna dorsale assume riflessi violacei e blu molto intensi.
Dimensioni delle popolazioni: i dati bibliografici sulla dinamica di popolazione del temolo sono assai scarsi. E' ampiamente riportato in letteratura il fenomeno delle cicliche fluttuazioni cui sarebbero sottoposte le popolazioni di Thymallus thymallus, peraltro mai oggetto di seri studi scientifici.A titolo esemplificativo si riportano alcuni dati relativi al fiume Stura di Lanzo (provincia di Torino), dove in zone contigue ed in momenti differenti si sono avute densità di 0,01 ind/m2 (1993) e 2,2 ind/m2. (Pascale, dati pers.)
Sex ratio: non è disponibile alcun dato bibliografico relativo alle popolazioni italiane.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene durante il periodo primaverile, nei mesi di marzo, aprile e maggio. I riproduttori si portano in acque poco profonde e veloci, dove la femmina allestisce un nido rudimentale scavando con colpi di coda piccole nicchie sul substrato ciottoloso o ghiaioso del corso d'acqua, dove vengono deposte le uova, di diametro variabile trai 2 ed i 3 mm ed in numero pari a 6000/7000 per Kg di peso (Forneris, 1990). Dopo la fecondazione le uova vengono ricoperte con ghiaia e piccoli ciottoli.
Sviluppo: lo sviluppo del temolo è stato seguito in condizioni sperimentali da Penaz (1975) a temperatura costante e da Kokurewicz et al. (1980), a temperature variabili tra i 3 ed i 23°C. Secondo questi autori il range ottimale per lo sviluppo embrionale è compreso tra i 7 ed i 13°C, e corrisponde all'aumento graduale che avviene in condizioni naturali dalla fecondazione alla schiusa dell'uovo. In condizioni sperimentali lo sviluppo completo è avvenuto in 37 giorni a 3,3°C e 7 giorni a 16,7 °C, a temperatura costante, corrispondenti mediamente a 172 gradi giorno. Questo valore è molto simile a quello di 180-200 gradi giorno riportato da Gandolfi et al. (1991).
Alimentazione: Sommani (1954) riporta alcuni studi sull'alimentazione delle fasi larvali e giovanili del temolo condotti in condizioni sperimentali sia in cattività sia in ambiente naturale, durante le quali le larve hanno mostrato di nutrirsi esclusivamente di alimento vivo, plancton e microfauna bentonica.
L'alimentazione degli adulti è costituita da larve acquatiche e fasi adulte di insetti, da crostacei e gasteropodi. Gli esemplari di taglia maggiore possono manifestare tendenze ittiofaghe.
Rapporti con altre specie: Il temolo è una specie gregaria che spesso, soprattutto nelle aree di transizione tra la "zona a trota marmorata e/o temolo e quella a "ciprinidi reofili", forma branchi misti in cui sono possono essere presenti Barbus plebejus, Leuciscus cephalus e Chondrostoma genei ed occasionalmente Salmo [trutta] trutta ed Ochorhynchus mykiss.
Cause del declino. Le cause della restrizione dell'areale di distribuzione di Thymallus thymallus, documentata da più autori, vanno ricercate essenzialmente nei pesanti interventi antropici ai danni dei corsi d'acqua popolati dalla specie. In particolare sono le rettificazioni e le banalizzazioni degli ecosistemi fluviali e soprattutto gli eccessivi prelievi idrici a fini idroelettrici ed irrigui, più ancora degli episodi di inquinamento, ad influire negativamente sulle popolazioni residue. Alcune osservazioni preliminari condotte su corsi d'acqua piemontesi, indicano come il valore di questa specie come indicatore di qualità ambientale vada forse parzialmente rivisto; il temolo sembra infatti soffrire più le alterazioni delle portate idriche che non il peggioramento della qualità dei corsi d'acqua, tanto da essere presente nel tratto torinese del Po, non eccelso dal punto di vista qualitativo, ma con portate elevate e costanti. Il frequente rinvenimento di temoli nei principali canali derivati dai maggiori corsi d'acqua alpini, dove il deflusso è abbondante e costante, sembra confermare queste osservazioni. Gli individui si portano in ambienti artificiali, banalizzati e molto spesso inquinati, ma con portate elevate e costanti ed abbandonano l'ambiente naturale dove i deflussi non sono compatibili con le esigenze della specie.
Il temolo sembra inoltre particolarmente sensibile ai forti aumenti dei solidi in sospensione, fenomeno questo che si verifica raramente ed in caso di forti piene e molto più frequentemente a causa degli interventi in alveo di sistemazione fluviale.
Un ultimo accenno va fatto riguardo all'utilizzo, per la reintroduzione o per il rimpinguamento delle popolazioni esistenti, di ceppi di derivazione transalpina, in prevalenza balcanica. Benché non siano disponibili dati bibliografici su eventuali differenze intraspecifiche tra i differenti ceppi, questi interventi potrebbero costituire un serio rischio per l'integrità genetica delle popolazioni autoctone.
Bibliografia
Bonini G., Durante M., Falché S., Landini W., 1990 - Carta Ittica della Provincia della Spezia. Amm. Prov. della Spezia, 168 pp.
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Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Zerunian S., 1990 - I pesci delle acque interne italiane: chiarimenti sulle critiche ad un nostro recente contributo. Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 131 (21): 293-307
Kokurewicz B., Kowalewski M., Witkowski A., 1980 - Influence of constant and variable temperatures on the embryonic development of european grayling, Thymallus thymallus L. Zool. Poloniae, 27 (3): 335-362
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Marconato A., Salviati S., Maio G., Marconato E., 1986 - La distribuzione dell'ittiofauna nella provincia di Vicenza. Provincia di Vicenza - Assessorato alla Pesca, 149 pp.
Penaz M., 1975 - Early development of the grayling Thymallus thymallus [Linnaeus, 1758].Acta Sc. nat. Brno, 9 (11): 1-35
REGIONE PIEMONTE, 1993 -Carta Ittica Relativa al territorio della Regione piemontese. Regione Piemonte - Assessorato Caccia e Pesca, 2 vol., 295 pp.
Sommani E., 1954 - Esperimenti di allevamento artificiale del temolo(Thymallus thymallus, L). Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. Roma, 8 (n.s.): 47-57.
Tortonese E., 1970 - Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Coregonus lavaretus Linnaeus, 1758
Nome italiano: Coregone o Lavarello
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1a,e.
Tassonomia.
Ordine dei Salmoniformes, fam. Salmonidae, sotto fam. Coregoninae, gen. Coregonus.
Caratteri diagnostici: bocca piccola, priva di denti o con denti rudimentali, appendici piloriche numerose, margine anteriore della pupilla appuntito. Il carattere che viene però maggiormente considerato è il numero delle branchiospine e la loro forma (Ladiges e Vogt, 1979). Attualmente vengono riconosciute appartenenti al genere Coregonus 6 specie (Muus e Dahlstrom, 1967; Maitland, 1977), delle quali 4 indigene dell’arco alpino settentrionale. Studi più recenti (Behnke, 1972; Lelek, 1987) tenderebbero però ad attribuire ad un’unica specie, Coregonus lavaretus complex, tutte le specie europee.
Secondo Gandolfi e Zerunian (1987) e Gandolfi et al. (1991) la situazione sistematica del genere Coregonus è tutt’altro che definita, a causa della grande plasticità fenotipica degli appartenenti al genere, che si manifesta in caratteri morfometrici e meristici assai variabili, e dell’ampia possibilità di ibridazione tra le singole specie, amplificata dalle transfaunazioni operate dall’uomo. Essi però propongono la revisione della vecchia denominazione di Coregonus forma hybrida proposta da Tortonese (1970) per le popolazioni italiane di lavarello.
Caratteri utili per l’identificazione sistematica di Coregonus lavaretus sono un numero di branchiospine variabile tra 23 e 38, ed il corpo relativamente slanciato.
Distribuzione passata e presente.
Il gen. Coregonus ha distribuzione olartica. Secondo Thienemann (1950) avrebbe avuto origine in Siberia per poi irradiarsi nei periodi interglaciali lungo i margini dei ghiacciai a tutto il suo attuale areale di distribuzione fino alle aree periferiche costituite dai laghi del versante alpino settentrionale. In Italia il genere non è indigeno. Per quanto riguarda Coregonus lavaretus, la sua presenza deriva da alcune immissioni effettuate alla fine del secolo scorso nei principali laghi subalpini, utilizzando esemplari provenienti dai laghi svizzeri (Berg e Grimaldi, 1965) ed in alcuni laghi del centro Italia (lago di Bolsena) utilizzando materiale proveniente dal lago di Costanza (Svizzera) e dal lago di Como (Grimaldi, 1986). Successivamente la specie è stata introdotta con successo anche in piccoli laghi di origine naturale ed artificiale dell’Italia settentrionale (lago di Monate, lago di Viverone, lago di Ceresole), centrale e centro-meridionale (lago di Campotosto).
La distribuzione attuale di questa specie comprende i pricipali laghi subalpini settentrionali, alcuni laghi alpini ed appenninici naturali ed artificiali dell’Italia centrale e centro-meridionale.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l’habitat caratteristico del lavarello è rappresentato dai bacini lacustri, in cui conduce vita pelagica mantenendosi in folti gruppi (Gandolfi et al., 1991). La temperatura ottimale è compresa tra 8 e 17 °C. Nel lago Maggiore i branchi avrebbero una dislocazione spaziale differente nei diversi periodi dell’anno: superficiale (0-10 m di profondità) durante la primavera, ed a media profondità (10-23) durante l’estate e l’inverno (Berg e Grimaldi, 1965).
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo compaiono tubercoli nuziali, disposti in file in senso cefalo - caudale lungo tutto il corpo.
Dimensioni delle popolazioni: non sono disponibili dati sulle dimensioni delle popolazione italiane
Sex ratio: non sono disponibili dati bibliografici
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale è raggiunta al 2° anno di età (Mazzini et al., 1996). Questo dato è discordante con i dati relativi a popolazioni della Gran Bretagna, dove la maturità sessuale viene raggiunta tra i 3 ed i 4 anni. Nel lago Maggiore, nel lago di Garda e nel lago di Bolsena la riproduzione avviene tra la prima metà di dicembre e la metà di gennaio (Berg e Grimaldi, 1965, Giarola e Oppi, 1986, Mazzini et al., 1996). La riproduzione ha luogo su fondali ghiaiosi e sassosi lungo i litorali, a bassa profondità. Ogni femmina in grado di produrre circa 40000 uova /kg. di peso.
Sviluppo: il periodo di incubazione dura circa 250-260 gradi giorno, corrispondenti a circa un mese a temperatura di 6-8 C°. Le larve misurano alla nascita circa 12 mm, e riassorbono il sacco vitellino in 10-20 giorni (Gandolfi et al., 1991). I valori di accrescimento medi relativi a lavarelli catturati nel lago di Como (Negri et al., 1996), ottenuti mediante retrocalcolo, sono i seguenti: 19,3 cm al 1° anno, 28,8 cm al 2°, 34,4 cm al 3°, 36,6 cm al 4°, 40, 5 cm al 5° e 43,2 cm al 6°.
Alimentazione: la dieta del lavarello è planctonica. Alcune osservazioni su esemplari provenienti dal lago Maggiore (Grimaldi ed Oppi, 1977) indicano come sia costituita nel periodo primaverile prevalentemente da copepodi ciclopoidi, in estate da cladoceri ed in inverno da copepodi e macroinvertebrati bentonici. Occasionalmente nella dieta possono comparire uova di pesce.
Rapporti con altre specie: le popolazioni di lavarello introdotte in tempi successivi nei bacini lacustri italiani hanno mostrato una buona capacità di acclimatazione, riproducendosi naturalmente e raggiungendo buone densità di popolazione. Ben presto questa specie è diventata oggetto di pesca professionale ed importante fonte di reddito per l’economia locale. Secondo Gandolfi et al. (1991) l’introduzione del lavarello non sembra aver comportato sensibili problemi di tipo competitivo alle preesistenti specie planctofaghe indigene. In alcuni grandi laghi subalpini l’introduzione della bondella, Coregonus oxyrhynchus, sembra aver causato una progressiva diminuzione del lavarello.
Cause del declino.
Le popolazioni di lavarello presenti in Italia sono in fase di contrazione progressiva e costante, come dimostra la diminuzione della quantità del pescato in alcuni laghi, iniziata a partire dagli anni 60. Indubbiamente parte della responsabilità del declino di questa specie deve essere attribuita all’eccessivo sforzo di pesca, ma sembra essere soprattutto l’aumento del grado di trofia dei laghi il maggior responsabile principale della diminuzione del lavarello. Come già citato sopra, dopo l’introduzione della bondella in alcuni bacini dell’Italia settentrionale (lago Maggiore, 1950; lago di Como, 1970) si è assistito ad una diminuzione del lavarello a favore dell’altra specie, che attualmente costituisce la maggior parte del pescato. Secondo alcuni autori la bondella sarebbe meno sensibile alle modificazioni dei livelli di trofia degli ambienti lacustri e pertanto più competitiva rispetto al lavarello.
Bibliografia
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Coregonus oxyrhynchus Linnaeus, 1758
None italiano: Bondella
Categoria IUCN:
Data deficient DD.
Tassonomia.
Ordine dei Salmoniformes, fam. Salmonidae, sotto fam. Coregoninae, gen. Coregonus.
Caratteri diagnostici: rispetto al lavarello la bondella presenta corpo meno affusolato e più sviluppato in altezza, numero di branchiospine variabile tra 33 e 44. Secondo Berg e Grimaldi (1965) e Tortonese (1970) sarebbe, tra le specie di coregoni europei, quella con la maggiore variabilità di caratteri morfometrici e meristici.
Così come per il lavarello, anche per quanto riguarda la tassonomia di questa specie i pareri dei sistematici sono discordanti. Tortonese (1970) descriveva la bondella, Coregonus macrophthalmus come buona specie, a differenza degli altri coregoni italiani, descritti come “forme ibride”. Questa impostazione era già presente in un lavoro di Berg e Grimaldi (1965) ed è stata recentemente ripresa da Gandolfi e Zerunian (1987). Più recentemente Gandolfi et al. (1991) hanno proposto di utilizzare per la bondella, così come proposto da Lelek (1987), la denominazione Coregonus oxyrhynchus.
Distribuzione passata e presente.
La bondella presenta una distribuzione originaria simile a quella del lavarello. In Italia la specie stata introdotta nei soli laghi Maggiore e di Como, dove in breve tempo ha costituito popolazioni stabili.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la biologia della bondella è sostanzialmente molto simile a quella del lavarello, rispetto al quale sembra prediligere gli strati d’acqua più superficiali, mantenendo comunque caratteristiche pelagiche e l’abitudine a formare folti branchi. Si dimostra più tollerante rispetto all’aumentare del livello trofico degli ambienti lacustri.
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo i maschi, così come in misura minore anche le femmine, presentano vistosi tubercoli nuziali in file cefalo - caudali lungo i fianchi, generalmente con un tubercolo ogni scaglia.
Dimensioni delle popolazioni: non sono disponibili dati quantitativi relativi alle popolazioni italiane. I dati relativi alla pressione di pesca sulla specie indicherebbero delle forti fluttuazioni demografiche, correlate a fattori intrinseci ma anche e soprattutto all’eccessivo sforzo di pesca.
Sex ratio: non sono disponibili dati bibliografici.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta, come nel lavarello, al 2° anno di età. Per quanto riguarda il lago di Como, la percentuale di bondelle sessualmente mature al 2° anno è, mediamente, dell'80% (Negri et al., 1996). La riproduzione avviene alla fine di gennaio, in aree sub-littoranee, a profondità di 35-100 m.
Le femmine depongono circa 50000 uova/kg di peso (Ladiges e Vogt, 1979).
Sviluppo: sono disponibili dati sull’accrescimento, che è di 9-12 cm al termine del 1° anno di età. (Berg e Grimaldi, 1965). Nel lago di Como (Negri et al., 1996) l'accrescimento medio stimato attraverso il retrocalcolo è il seguente: 11,9 cm al 1° anno, 24,3 cm al 2°, 29,4 cm al 3°, 32,3 cm al 4°, 35,5 cm al 5° e 38 cm al 6°.
Alimentazione: lo spettro trofico risulta molto simile a quello del lavarello e costituito principalmente da organismi planctonici, in particolare copepodi e cladoceri (Ferri et al., 1996). Uno studio sulla popolazione di bondelle del lago Maggiore (Berg e Grimaldi, 1965) ha messo in evidenza una maggior tendenza ad ingerire organismi non planctonici durante il periodo invernale.
Rapporti con altre specie: la bondella rappresenta, così come il lavarello, una non trascurabile fonte alimentare per l’uomo e di conseguenza riveste una certa importanza nella pesca professionale e nell’economia rivierasca di alcuni bacini lacustri dell’Italia settentrionale. Data l’ampia sovrapposizione degli spettri trofici e le abitudini ecologiche assai simili, le 2 specie sono destinate ad entrare in competizione in condizioni di simpatria.
Cause del declino.
Secondo Gandolfi et al.(1991) questa specie, introdotta in Italia nel 1950 nel lago Maggiore e nel lago di Como (1970), avrebbe in realtà espanso il suo areale di distribuzione ai danni di Coregonus lavaretus,rispetto al quale presenta una miglior adattabilità ed una minor sensibilità agli inquinamenti. Inoltre la bondella presenterebbe una maggior fertilità, un periodo riproduttivo più favorevole per la sopravvivenza degli stadi giovanili e sarebbe meno soggetta ad un’eccessiva pressione di pesca, più indirizzata verso il lavarello che è in grado di raggiungere taglie maggiori. a parità di età (Berg e Grimaldi, 1965).
Bibliografia
Berg A., Grimaldi E., 1965 - Biologia delle due forme di coregone(Coregonus sp.)del Lago Maggiore. Mem. Ist. Ital. Idrobiol., 18: 25-196.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - I pesci delle acque interne italiane: aggiornamento e considerazioni critiche sulla sistematica e distribuzione. Atti Soc. Ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 128: 3-56.
Ladiges W., Vogt D., 1979 - Die susswasserfische Europas. Parey, Hamburg, 250 pp.
Lelek A., 1987 - Threatened fishes of Europe. AULA - Verlag, Wiesbaden, 343 pp.
Negri A., Arlati G., 1996 -La biologia dei coregoni del lago di Como. Biologia dei Salmonidi. Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994), Vicenza, 63-77.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Leuciscus lucumonis Bianco, 1982
Nome italiano: Cavedano dell’Ombrone
Categoria IUCN:
Critically endangered CR A1a,c,e.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Leuciscus.
Leuciscus lucumonis è stato descritto per la prima volta da Bianco (1982, 1983) sulla base di studi effettuati su esemplari di Leuciscini provenienti da alcuni bacini dell’Italia centrale. Gli elementi che separerebbero Leuciscus lucumonis dagli altri appartenenti al genere Leuciscus, ed in particolare da Leuciscus cephalus, sarebbero alcuni valori relativi al numero di scaglie lungo la linea laterale, al numero di raggi della pinna anale e delle pinne ventrali ed al numero delle branchiospine. Secondo Gandolfi et al. (1991) questi elementi non sarebbero però sufficienti per attribuire con certezza ad una nuova specie gli esemplari esaminati. Gli autori, pur ammettendo che questa nuova specie potrebbe essersi evoluta in condizioni di simpatria rispetto a Leuciscus cephalus, rispetto al quale differisce per caratteri macroscopici evidenti quali una differente livrea e taglie sensibilmente più ridotte, sospettano trattarsi piuttosto di forme ibride Leuciscus cephalus x Leuciscus souffia o Leuciscus cephalus x Rutilus rubilio,già descritti in letteratura (Tortonese, 1970).Ciò sarebbe avvalorato dalla parziale sovrapposizione dei caratteri meristici con quelli delle specie in questione.
Distribuzione passata e presente.
La specie è endemica di alcuni bacini idrografici del centro Italia, tra i quali il bacino dell’Ombrone e quello del Tevere. In quest'ultimo bacino risulta comune nei sottobacini dei fiumi Topino e Chiascio e nel Nestore (Mearelli et al., 1996).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: le informazioni sull’ecologia di Leuciscus lucumonis sono molto scarse. La specie colonizza corsi d’acqua di dimensioni medio - piccole, poco profondi e con substrato prevalentemente costituito da sabbia e ghiaia.
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo i maschi presentano piccoli tubercoli nuziali sul capo, sulle ossa opercolari e sul dorso (Bianco, 1982).
Dimensioni delle popolazioni non sono disponibili dati sulla struttura e sulla dinamica di popolazione di questa specie.
Sex ratio: non è noto alcun carattere discriminante.
Comportamento riproduttivo: le informazioni sul comportamento riproduttivo sono molto scarse. Secondo Bianco (1982) la maturità sessuale sarebbe raggiunta al 2° anno e la riproduzione avverrebbe tra aprile e giugno.
Sviluppo: gli unici dati disponibili riguardano l’accrescimento, che è di 40-45 mm al primo anno, 75 -80 mm al 2°, 105-110 mm al 3° e 125 -130 mm al termine del 4°anno (Bianco e Taraborelli, 1984) . Massima misura raggiungibile è 180 mm.
Alimentazione: non sono disponibili informazioni sullo spettro trofico. Molto probabilmente è simile a quello di altre forme ciprinicole di piccola taglia.
Rapporti con altre specie: gli scarsi dati disponibili non permettono di formulare giudizi sulle interazioni di questa specie con quelle con cui normalmente convive, Leuciscus cephalus, Rutilus rubilio e Barbus plebejus.
Cause del declino.
La recente scoperta della specie, la sua scarse conoscenza ed i dubbi aperti sulla sua reale posizione sistematica non consentono di formulare ipotesi su eventuali variazione del suo areale di distribuzione o decrementi numerici delle singole popolazioni.
Bibliografia
Bianco P. G., 1982 - Leuciscus lucumonis, a new specie of Cyprinid fish from Italy. 4° Congr. Europ. Ichthyologists, Hamburg, Abst. n.30.
Bianco P. G., 1983 - Leuciscus lucumonis n. sp. from Italy. Senckenbergiana biol., 64: 81-87.
Bianco P. G., Taraborelli T., 1984 - Il Leuciscus lucumonis Bianco,1983nel bacino del Tevere e altri reperti di pesci d’acqua dolce in Italia. Natura. Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Acquario civ. Milano, 75: 110-116.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Mearelli M., Giovinazzo G., Lorenzoni M., Costantini L., 1996 - Contributo alla carta ittica della Regione Umbria: caratterizzazione ambientale e comunità ittiche di alcuni bacini del Tevere umbro. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 259-270. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Alburnus albidus Costa, 1838
Nome italiano: Alborella meridionale
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A2,c,e.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Alburnus.
Caratteri diagnostici: i caratteri utili per il riconoscimento della specie sono il numero dei raggi della pinna anale (12-15), inferiore a quello (14-18) relativo all’altra specie indigena delle acque italiane, l’alborella Alburnus alburnus alborella, la posizione della bocca, tipicamente supero-mediana ed il corpo relativamente più sviluppato in altezza.
Secondo Gandolfi et al. (1991) le popolazioni presenterebbero comunque una notevole variabilità nei caratteri morfometrici e meristici ed una certa plasticità fenotipica a seconda della condizioni ambientali.
La sistematica dell’alborella meridionale è stata studiata da Tortonese (1970) e, più recentemente, da Bianco (1980). Il primo autore classificava questa specie come Alburnus vulturius,da cui la denominazione alborella del Vulture, che spesso viene utilizzata per definirla. Bianco ha invece proposto per le popolazioni italiane la denominazione Alburnus albidus,tuttora usata.
Distribuzione passata e presente.
L’alborella meridionale è una specie endemica dell’Italia meridionale, distribuita nei corsi d’acqua appenninici dell’Abruzzo, del Molise, della Campania, della Puglia e della Calabria (Bianco, 1978). Non è possibile dire se l’attuale area di diffusione coincida con l’areale di distribuzione originario.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: popola i tratti medi ed inferiori di fiumi e torrenti della parte meridionale, ed è presente in laghi e stagni della pianura e delle zone collinari (Gandolfi et al.,1991).
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo i maschi presentano sul capo, sul dorso, sui fianchi e sulle pinne i caratteristici tubercoli nuziali e la base delle pinne pettorali, ventrali ed anale acquista un colore giallo-aranciato. (Bianco, 1978).
Dimensioni delle popolazioni: non sono disponibili dati bibliografici sulle dimensioni e sulla dinamica di popolazione.
Sex ratio: secondo Bianco (1980) il rapporto sarebbe sbilanciato verso le femmine, soprattutto nelle classi più avanzate.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene nella tarda primavera. La deposizione avviene su fondali ghiaiosi e ciottolosi, in prossimità della riva (1980). Le uova hanno un diametro di 1,3-1,5 mm.
Sviluppo: sono disponibili dati sull’accrescimento in lunghezza, che risulta più rapido nelle femmine (Bianco, 1980). A 4 anni gli individui misurano mediamente 125-135 mm.
Alimentazione: la specie è onnivora e la dieta variabile nelle stagioni. Durante l’estate prevale l’attitudine fitofaga, abbandonata durante il resto dell’anno per una dieta più carnivora, basata principalmente su larve di insetti acquatici.
Rapporti con altre specie: sono segnalati frequenti casi di ibridazione con altri Ciprinidi, in particolare con il cavedano Leuciscus cephalus (Bianco, 1982) con cui convive nei corsi d’acqua appenninici e, in condizioni sperimentali, con l'alborella comune Alburnus alburnus alborella (Calderoni, 1996). Per quanto riguarda i suoi rapporti con l’uomo, la specie non riveste particolare importanza per quanto riguarda la pesca.
Cause del declino.
Come già accennato più sopra, non è possibile allo stato attuale determinare la reale consistenza delle popolazioni di Alburnus albidus ne’ affermare con certezza se la specie abbia subito una contrazione dell’area di distribuzione. Secondo Gandolfi et al. (1991) attualmente la specie non sembrerebbe minacciata. Certamente il fenomeno dei massicci ripopolamenti con Ciprinidi provenienti da altri bacini ed in particolare dal bacino del Po, sviluppatosi con il boom della pesca dilettantistica ed agonistica dalla fine degli anni 70, così come in altri casi, può aver influito negativamente su questo e su altri delicati endemismi della parte meridionale della penisola, favorendo fenomeni di ibridazione e competizione interspecifica.
Bibliografia
Bianco P. G., 1978 - Alburnus vulturius Costa nei corsi d’acqua del versante adriatico della Puglia e del Molise. Natura. Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Acquario civ. Milano, 69: 31-41.
Bianco P. G., 1980 -Remarks of the genera Alburnus and Alburnoides and description of a neotype for Alburnus albidus (Costa, 1838), senior synonymous of Alburnus vulturius (Costa, 1838)(Pisces,Cyprinidae).Cybium, 9: 31-44.
Bianco P. G., 1982 - Hybridisation between Alburnus albidus [Costa] and Leuciscus cephalus cabeda Risso in Italy. J Fish Biol., 21: 583-603.
Calderoni P., 1996 - Primi risultati dell'ibridazione in ambiente naturale tra l'alborella(Alburnus alburnus alborella De Filippi) del lago Trasimeno e l'alborella[Alburnus albidus Costa]del fiume Basento (Basilicata).Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento, 379-386.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Leuciscus souffia Risso, 1826
Nome italiano: Vairone
Categoria IUCN:
Lower Risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Leuciscus.
Caratteri diagnostici sono: corpo fusiforme, bocca mediana, denti faringei su 2 file (2 sulla fila anteriore, 5 sulla posteriore), fascia laterale scura dall'occhio al peduncolo caudale, 45-53 scaglie lungo la linea laterale.
Alcuni autori, da Tortonese (1970) in poi, attribuiscono le popolazioni italiane alla sottospecie Leuciscus souffia muticellus, per distinguerle dalle popolazioni transalpine. Gandolfi e Zerunian (1987) propongono invece la classificazione binomia Leuciscus souffia,non ritenendo sufficienti per il riconoscimento di differenze sottospecifiche i dati derivanti dal confronto tra le popolazioni italiane e quelle transalpine.
Distribuzione passata e presente.
Il vairone è una specie ampiamente diffusa in Europa centrale, presente in Francia, Germania, Italia, Slovenia, Svizzera ed Austria (Pedroli et al., 1991).
In Italia la specie è indigena dei corsi d'acqua alpini ed appenninici, meno frequente su quelli orientali. Il limite meridionale è costituito dai corsi d'acqua campani e molisani (Gandolfi et al., 1991). Secondo Bianco (1996) la specie avrebbe origine trans-balcanica ed avrebbe raggiunto prima il bacino padano ed in seguito, per via trans-appenninica, i bacini tirrenici, disperdendosi poi in Italia centro-meridionale nel corso di regressioni marine e connessioni fluviali tra i maggiori fiumi del distretto tosco-laziale.
I dati più attuali sulla sua distribuzione indicano come il vairone sia tuttora presente in parte del suo areale di distribuzione con popolazioni talora abbondanti, come in Piemonte (Forneris et al.,1996), in Liguria (Borroni, 1995), in Lombardia (Leoni e Moietta, 1996) ed in Umbria (Mearelli et al., 1996).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il vairone è un tipico Ciprinide reofilo, moderatamente frigofilo, diffuso e talora molto abbondante in laghi ed in fiumi, torrenti e canali, anche di piccole dimensioni, con acque correnti e ben ossigenate e substrato ciottoloso. E' facilmente rinvenibile nelle zone "a trota fario" dei torrenti appenninici, nelle "zone a trota marmorata e temolo" dei principali corsi d'acqua alpini e nei tratti di fondovalle e di pianura (zone a Ciprinidi) di tutti i corsi d'acqua dell'Italia peninsulare.
Dimorfismo sessuale: solo nel periodo riproduttivo, quando i maschi presentano una livrea con tonalità più accese e piccoli tubercoli nuziali sul capo.
Dimensioni delle popolazioni: le informazioni sulla dinamica ed entità delle popolazioni di Leuciscus souffia sono insufficienti per valutare numericamente le dimensioni delle popolazioni di questa specie. Pizzul et al. (1996) hanno rinvenuto nelle acque friulane popolazioni strutturate in 6 classi di età, con la classe centrale (3+) più frequente. Maio et al. (1996) hanno riscontrato nel T. Aveto (prov. di Piacenza) densità comprese tra 0,005 e 0,044 ind/m2.
Sex ratio: dati bibliografici non disponibili.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene nel periodo tardo primaverile. La deposizione avviene in tratti a bassa profondità e corrente vivace. Ogni femmina depone alcune migliaia di uova del diametro di 1,7-2 mm Secondo Gandolfi et al (1991) la maturità sessuale viene raggiunta tra il 2° ed il 3° anno di età.
Sviluppo: i dati sullo sviluppo embrionale e sull'accrescimento sono scarsi ed insufficienti. Gandolfi et al (1991) riportano dati generici sull'accrescimento, che in 3 anni vede raggiungere lunghezze di 10-12 cm.
Alimentazione: la dieta è onnivora, con una componente animale costituita da macroinvertebrati bentonici, insetti alati ed aracnidi, ed una componente vegetale costituita soprattutto da alghe epilitiche
Rapporti con altre specie: secondo Tortonese (1970) Leuciscus souffia può interagire riproduttivamente con Leuciscus cephalus, Scardinius erythropthalmus e Chondrostoma genei, generando ibridi. Il vairone rientra tra le specie maggiormente predate dai pesci ittiofagi, ed in particolare dai Salmonidi, tanto da essere usato come pesce esca per la loro cattura. Localmente la specie riveste un qualche interesse per la pesca sportiva.
Cause del declino.
Questa specie mostra una marcata sensibilità alle alterazioni delle condizioni ambientali ed in particolare alla qualità delle acque, risentendo negativamente dell'inquinamento organico, delle alterazioni delle portate e degli alvei fluviali. Inoltre risente dei massicci ripopolamenti con Salmonidi, in particolare trote fario, di cui risulta una preda preferenziale. Nonostante non esistano dati precisi sulla reale entità del decremento di questa specie, i dati riguardanti le ultime indagini sull'ittiofauna dei corsi d'acqua della penisola indicano una generale riduzione della consistenza delle popolazioni.
Bibliografia
Bianco P. G., 1996 - Inquadramento zoogeografico dell'ittiofauna continentale autoctona nell'ambito della sottoregione euro-mediterranea.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 145-170(Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991), Trento.
Borroni I., 1995 - Carta ittica della Provincia di Genova. Amm. Prov. di Genova, 360 pp.
Forneris G., Pascale M., Palmegiano G. B., Badino G., Lodi E., 1996 - Attuale distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Torino. Atti del 6° Convegno A.I.I.A.D. Varese Ligure. In stampa.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - L'ittiofauna autoctona delle acque interne italiane: problemi aperti nella sistematica. Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Torino, 5-6 giugno 1987) Torino, 131-145.
Leoni E., Moietta A., 1996 - La fauna ittica della provincia di Milano. distribuzione, modifiche ed indirizzi gestionali. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento, 337-344.
Maio G., Perini V., Marconato E., Salviati S., 1996 - Il popolamento ittico del T. Aveto in provincia di Piacenza. Biologia dei Salmonidi. Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 421-425. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994) Vicenza.
Mearelli M., Giovinazzo G., Lorenzoni M., Costantini L., 1996 - Contributo alla carta ittica della Regione Umbria: caratterizzazione ambientale e comunità ittiche di alcuni bacini del Tevere umbro. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp 259-270. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Pedroli J. C., Zaugg B., KirchhoferA., 1991 -Verbreitungsatlas der fische und rundmauler der Schweiz. Schweizerishes Zentrum fur kartografische Erfassung der Fauna, Neuchatel, 207 pp.
Pizzul E., Specchi M., Valli G., 1996 - Distribuzione delle comunità ittiche e struttura di popolazione di alcune specie di Ciprinidi nella zona orientale della Bassa pianura Friulana. Biologia dei Salmonidi. Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 295-305. (Montecchio Maggiore (Vi), 28 -29 ottobre 1994) Vicenza.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Barbus meridionalis Risso,1826
None italiano: Barbo canino
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1c.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Barbus.
Caratteri diagnostici: corpo fusiforme, apparato boccale pronunciato, con bocca infera e protrattile. Labbra ben sviluppate, carnose; presenza costante di 2 paia di barbigli sulla mascella superiore. Denti faringei disposti su 3 fila. 44-57 scaglie lungo la linea laterale. Livrea con macchie irregolari di media dimensione sul dorso e sui fianchi.
Secondo Tortonese (1970) le popolazioni italiane di barbo canino sono attribuibili alla sottospecie Barbus barbus meridionalis. Gandolfi et al. (1991) propongono la denominazione binomia Barbus meridionalis,in attesa di studi più precisi sul complesso di sottospecie appartenenti al genere Barbus.
Distribuzione passata e presente.
Il barbo canino è una specie ad areale frammentato, presente in parte dell'Europa centro-meridionale (Muus e Dahlstrom, 1967). In Italia la specie è indigena dell'Italia centro-settentrionale, presentando una distribuzione frammentaria (Gandolfi et al., 1991) .
L'attuale areale di distribuzione nelle acque italiane comprende sicuramente corsi d'acqua del Piemonte (Regione Piemonte, 1992), della Liguria (Borroni, 1995; Bonini et al., 1990), della Lombardia (Leoni e Moietta, 1996), del Triveneto (Marconato et al., 1986) e dell'Emilia Romagna (Ferri et al., 1986). La distribuzione odierna sembra tuttavia non coincidere con quella originaria, soprattutto per quanto riguarda l'entità delle popolazioni presenti, in drastico calo numerico.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il barbo canino è una tipica specie di fondo, reofila, ed occupa i tratti pedemontani e collinari di fiumi e torrenti con acque molto ossigenate della parte settentrionale della penisola. Per quanto riguarda i corsi d'acqua alpini è normalmente associato alle zone "a trota marmorata e temolo" ed "a Ciprinidi reofili". Talora è rinvenibile, soprattutto nei corsi d'acqua appenninici, nelle zone "a trota fario".
Dimorfismo sessuale: assente
Dimensioni delle popolazioni: sono disponibili valori di densità relativi ad un corso d'acqua appenninico (T. Aveto, provincia di Piacenza), dove il barbo canino è presente con densità comprese tra 0,005 e 0,011 ind/m2 (Maio et al., 1996).
Sex ratio: non è disponibile alcun dato bibliografico.
Comportamento riproduttivo: secondo Gandolfi et al. (1991) la riproduzione avviene tra la seconda metà di maggio e la prima metà di luglio, in acque poco profonde e con substrato ciottoloso. La maturità sessuale viene raggiunta al 3° anno dai maschi ed al 4° dalle femmine.
Sviluppo: sono disponibili dati sull'accrescimento. Gandolfi et al. (1991) riportano le seguenti taglie: 4-5 cm al primo anno, 8-10 cm al secondo, 13-15 cm al terzo. La taglia massima riscontrata, relativa ad un esemplare del fiume Brenta è di 26 cm (Marconato et al., 1986).
Alimentazione: uno studio effettuato su campioni di una popolazione di Barbus meridionalis del rio Valsoglia, in provincia di Torino (Ronco et al., 1987) ha evidenziato una dieta carnivora, composta esclusivamente da larve di insetti, con predominanza di Efemerotteri e Ditteri. Occasionalmente la dieta può comprendere crostacei ed anellidi.
Rapporti con altre specie: non sono disponibili notizie bibliografiche sui rapporti tra questa e le altre specie con cui convive. In alcuni bacini dell’Italia settentrionale (bacino del F. Vara, Liguria), dove le aree di distribuzione del barbo canino e del barbo comune si sovrappongono, è possibile rinvenire individui con fenotipo intermedio (Pascale, dati non pubblicati), su cui sarebbe importante avviare indagini di tipo genetico.
Per quanto riguarda i rapporti con l'uomo, il barbo canino riveste un interesse molto limitato per la pesca; secondo alcuni autori la specie sarebbe però localmente interessata da attività di bracconaggio.
Cause del declino.
Gandolfi et al (1991) individuano nella riduzione delle portate dei tratti pedemontani, dove la specie vive preferenzialmente, negli inquinamenti organici e nelle modificazioni antropiche sugli alvei le principali cause della contrazione delle popolazioni di barbo canino nell'areale di distribuzione italiano. Probabilmente un'ulteriore componente negativa è costituita dai ripopolamenti con Salmonidi e Ciprinidi nelle zone tipiche del barbo canino, che possono innescare fenomeni di competizione e predazione ai danni di Barbus meridionalis e, nel caso di altri Ciprinidi appartenenti allo stesso genere, possibili fenomeni di interazione ed interferenza nell'attività riproduttiva.
Bibliografia
Bonini G., Durante M., Falché S., Landini W., 1990 - Carta ittica della Provincia della Spezia. Analisi ambientale e programmazione. Amm. Prov. di La Spezia, La Spezia, 172 pp.
Borroni I., 1995 - Carta ittica della Provincia di Genova. Amm. Prov. di Genova, Recco, 360 pp.
Ferri M., Sala L., Tongiorgi P., 1986 - Fauna ittica delle province di Modena e Reggio Emilia. F.I.P.S. sez. Modena - Provincia di Modena, Modena, 87 pp.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Leoni E., Moietta A., 1996 - La fauna ittica della provincia di Milano. distribuzione, modifiche ed indirizzi gestionali. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 337-344. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento.
Maio G., Perini V., Marconato E., Salviati S., 1996 - Il popolamento ittico del T. Aveto in provincia di Piacenza. Biologia dei Salmonidi. Atti del 5° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 421-425. (Montecchio Maggiore (Vi), 28-29 ottobre 1994). Vicenza.
Marconato A., Salviati S., Maio G., Marconato E., 1986 - La distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Vicenza. Provincia di Vicenza - Assessorato Pesca, Vicenza, 149 pp.
Mearelli M., Giovinazzo G., Lorenzoni M., Costantini L., 1996 - Contributo alla carta ittica della Regione Umbria: caratterizzazione ambientale e comunità ittiche di alcuni bacini del Tevere umbro.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 259-270. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Muus B. J., Dahlstrom P., 1967 - Europas Ferskvandfisk. G.E.C. Gads, København, 244 pp.
REGIONE PIEMONTE, 1992 - Carta Ittica relativa al territorio della Regione Piemontese. 2 Assessorato Pesca della Regione Piemonte, Torino, 296 pp.
Ronco S., Currado I., Giannatelli R., 1987 - Note sull'alimentazione di Barbus barbus plebejus Val. e di Barbus meridionalis Risso in Piemonte.Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 281-286. (Torino, 5-6 giugno 1987) Torino.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Barbus plebejus (Bonaparte, 1839)
Nome italiano: Barbo
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1e.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Barbus.
Caratteri diagnostici sono: corpo fusiforme, apparato boccale pronunciato, con bocca infera e protrattile. Labbra ben sviluppate, carnose; presenza costante di 2 paia di barbigli sulla mascella superiore. Denti faringei disposti su 3 file. 49-82 scaglie lungo la linea laterale. Livrea con piccole macchie grigie puntiformi sul dorso e sui fianchi.
La sistematica del gen. Barbus è controversa. Alcuni autori stranieri classificano il barbo italiano come Barbus plebejus (Ladiges e Vogt, 1965; Muus e Dahlstrom, 1967). Secondo Tortonese (1970) le popolazioni italiane di barbo sono invece attribuibili alla sottospecie Barbus barbus plebejus,facenti parte di un complesso di sottospecie facenti capo alla specie politipica Barbus barbus. Gandolfi et al. (1991) ripropongono la denominazione binomia,in attesa di studi più precisi e su un maggior numero di esemplari sul complesso di sottospecie appartenenti al genere Barbus.
Distribuzione passata e presente.
Il barbo è una specie ad areale frammentato, a distribuzione circum mediterranea settentrionale ed orientale (Almaca, 1984). In Italia la specie è indigena dell'Italia settentrionale e peninsulare.
L'attuale areale di distribuzione nelle acque italiane comprende la maggior parte dei corsi d'acqua settentrionali e centro-meridionali, dove risulta ancora oggi molto comune e rappresenta una delle specie più diffuse. In alcuni casi la specie ha visto un'espansione dell'areale, causata da transfaunazioni e modificazione degli habitat che hanno permesso la sua colonizzazione di aree altrimenti non adatte.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il barbo una tipica specie di fondo, reofila, ed occupa i tratti medio-superiori dei fiumi planiziali. E' la specie tipica e caratterizzante i tratti di corso d'acqua denominati "zone a ciprinidi reofili", caratterizzati da acque limpide, veloci ed ossigenate, con substrato ciottoloso e ghiaioso, ma talora è rinvenibile con popolazioni anche abbondanti nei tratti pedemontani dei fiumi e torrenti alpini ( zone “a trota marmorata e temolo") e, soprattutto nei corsi d'acqua appenninici, nelle zone "a trota fario". A valle può sconfinare nelle "zone a Ciprinidi limnofili", dove occupa gli ambienti a corrente più vivace .
Dimorfismo sessuale: assente
Dimensioni delle popolazioni: Barbus plebejus risulta, insieme a Leuciscus cephalus,la componente di biomassa più importante dei grandi fiumi di pianura, dove arriva a rappresentare circa il 30% della comunità ittica (Vitali e Braghieri, 1981). Nel corso principale del fiume Brenta (provincia di Padova) sono state riscontrate densità comprese tra 0,004 e 0,01 individui/m2 e biomasse comprese tra 0,8 e 8,3 g/m2 (Turin et al., 1995).
Sex ratio: prossimo all'unità nei primi 3 anni, è sbilanciato verso le femmine dal 4°anno di vita in poi, a causa di un alto tasso di mortalità a carico dei maschi adulti (Vitali e Braghieri, 1981).
Comportamento riproduttivo: secondo Gandolfi et al. (1991) la riproduzione avviene tra la metà di maggio e la metà di luglio. Dopo una migrazione verso i tratti superiori dei corsi d'acqua, i riproduttori raggiungono tratti con acque a media profondità e con substrato ciottoloso e ghiaioso; qui le femmine depongono le uova, fecondate da più maschi. Ogni femmina è in grado di deporre alcune migliaia di uova, del diametro di 2-2,5 mm. La maturità sessuale viene raggiunta al 2°-3° anno dai maschi ed al 3°-4° dalle femmine.
Sviluppo: la schiusa delle uova avviene in circa 8 giorni ad una temperatura costante di 16°C (Gandolfi et al., 1991). 10-20 giorni dopo la schiusa le larve iniziano a condurre vita libera, riunendosi in sciami misti con avannotti di altri Ciprinidi reofili. I dati sull'accrescimento su individui del tratto medio del Po (Vitali e Braghieri, 1984) e del Brenta (Turin et al., 1995) sono parzialmente sovrapponibili: 4,5-7cm al 1°anno, 18,5 cm al 2°, 23,5-27 cm al 3°, 32 cm al 4° e 36-38 cm al 5°anno. Le taglie massime raggiungibili sono di circa 70 cm (esemplari di 8 anni).
Alimentazione: uno studio effettuato su campioni di una popolazione del rio Valsoglia, in provincia di Torino (Ronco et al., 1987), dove Barbus plebejus vive in simpatria con Barbus meridionalis, ha evidenziato una dieta carnivora, composta esclusivamente da larve di insetti, con predominanza di Tricotteri ed Efemerotteri. Appare più probabile che la dieta sia integrata con crostacei, anellidi e piccoli pesci.
Rapporti con altre specie: il barbo comune si trova frequentemente associato con altri Ciprinidi reofili come il cavedano, la lasca ed il vairone con cui forma branchi misti. Talora è associato con il gobione ed il ghiozzo padano, con cui condivide l'abitudine di alimentarsi nei pressi del fondo.
La specie riveste un notevole interesse per la pesca sportiva.
Cause del declino.
Nonostante il barbo risulti ancora relativamente comune nella maggior parte dei tratti di fiume "a Ciprinidi reofili", la specie è minacciata dalle alterazioni antropiche degli ambienti fluviali dove vive. In particolare le manomissioni degli alvei, con riduzione delle aree adatte alla riproduzione e la costruzione di dighe e sbarramenti che limitano le migrazioni verso le aree riproduttive, costituiscono una fonte di serio rischio per le popolazioni di barbo. Un rischio forse ancor maggiore deriva dalle recenti documentate immissioni in alcuni corsi d'acqua di barbi del nord Italia della specie Barbus barbus,acquistati presso piscicolture della zona nord orientale della penisola. Tali immissioni possono mettere a repentaglio l'identità genetica delle popolazioni autoctone italiane.
Bibliografia
Almaca C., 1984 - Note on some species of western Palearctic Barbus (Cyprinidae, Pisces). Arq. Mus. Boc., 2: 1-76.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Ladiges W., Vogt D., 1965 - Die susswasserfische Europas. Parey, Hamburg, 250 pp.
Muus B. J., Dahlstrom P., 1967 - Europas Ferskvandfisk. G.E.C. Gads, København, 244 pp.
Ronco S., Currado I., Giannatelli R., 1987 - Note sull'alimentazione di Barbus barbus plebejus Val. e di Barbus meridionalis Risso in Piemonte. Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Torino, 5-6 giugno 1987) Torino, 281-286.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Turin P., Zanetti R., Loro R., Bilò M. F., 1995 - Carta Ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 399 pp.
Vitali R., Braghieri L., 1981 - Caratteristiche strutturali e dinamiche del popolamento ittico del medio Po nella zona di Caorso. Riv. Idrobiol., 20: 267-299.
Vitali R., Braghieri L., 1984 - Population dynamics of Barbus barbus plebejus [Val.]and Leuciscus cephalus cabeda (Risso)in the middle River Po (Italy). Hydrobiologia, 109: 105-124.
Rutilus rubilio (Bonaparte, 1837)
Nome italiano: Rovella
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1a,c,e.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Rutilus.
Caratteri diagnostci: corpo fusiforme, bocca piccola e mediana, denti faringei disposti su un'unica fila, 4-6 per lato; 35-44 scaglie lungo la linea laterale; presenza di una fascia scura laterale poco marcata ed evidente solo nella posteriore del corpo; iride dell'occhio argentea; pinne pari e pinna anale di colore arancio o rossastro.
La sistematica di Rutilus rubilio, così come quella del genere Rutilus nel suo complesso, è piuttosto controversa. Fino ad alcuni anni orsono veniva riconosciuta in Italia la presenza di 2 sole specie appartenenti al genere, Rutilus rubilio e Rutilus pigus (Tortonese, 1970), la prima diffusa in tutta la penisola, la seconda limitata all'Italia settentrionale. Successivamente alcuni autori (Cataudella et al., 1976; Comparini et al., 1982; Zerunian, 1981, 1984, 1990) hanno riconosciuto l'esistenza di una terza specie, Rutilus erythrophthalmus,cui sarebbero attribuibili le popolazioni dei corsi d'acqua settentrionali prima indicate come Rutilus rubilio.
Distribuzione passata e presente.
Il genere ha ampia distribuzione euro-asiatica, comprendendo nel complesso una dozzina di specie (Gandolfi et al, 1991). In Europa Rutilus rubilio è presente in alcuni bacini balcanici (Ladiges e Vogt, 1965). In Italia la specie è indigena della parte centro-meridionale della penisola, dall'estremo più orientale della Liguria alla Calabria.
L'attuale distribuzione, secondo Gandolfi et al (1991), ricalca quella originaria, e la specie occupa tuttora gran parte degli ambienti presenti all'interno del suo areale. Recentemente sono state rinvenute alcune popolazioni in Sicilia, nel basso corso del fiume Cerami (provincia di Enna) e nel bacino del fiume Simeto (Tigano e Ferrito, 1988).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la rovella è una specie ad ampia valenza ecologica (Gandolfi et al, 1991). E' rinvenibile sia nelle zone a Ciprinidi dei corsi d'acqua peninsulari, sia nei laghi interni, sia nei laghi costieri. Talora può sconfinare nelle zone più montane, fino ai limiti con la zona "a trota fario". Predilige substrati ghiaiosi e sabbiosi ed acque moderatamente correnti.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: i maschi presentano vistosi tubercoli nuziali e colori della livrea (in particolare delle pinne) più accentuati.
Dimensioni delle popolazioni: non esistono dati bibliografici sulla struttura e dinamica di popolazione.
Sex ratio: sostanzialmente pari all'unità nei primi anni di età, il rapporto è sbilanciato verso le femmine in fase adulta. A tal proposito si è sospettata un'inversione sessuale proterandrica (Calderoni, 1966), ma il fenomeno sarebbe piuttosto attribuibile ad una maggiore longevità delle femmine (Gandolfi et al, 1991).
Comportamento riproduttivo: la riproduzione è primaverile ed avviene quando la temperatura dell'acqua raggiunge i 16°C. I riproduttori raggiungono tratti dei corsi d'acqua a bassa profondità, dove le femmine depongono le uova, immediatamente fecondate da più maschi, su substrati ghiaiosi o sulle macrofite acquatiche (Zerunian, 1981). La deposizione di ciascuna femmina può durare più giorni. Le uova misurano circa 1 mm di diametro.
Sviluppo: lo sviluppo embrionale dura 5-6 giorni a temperature prossime a 16°C. Alla schiusa le larve misurano circa 6 mm (Calderoni, 1966). Le notizie sugli accrescimenti sono modeste. La crescita è comunque rapida in buone condizioni trofiche
Alimentazione: la dieta, come per la maggior parte dei Ciprinidi, è onnivora, con la componente carnivora preponderante. Lo spettro trofico comprende le larve e le fasi adulte degli insetti , gli anellidi, i crostacei ed i molluschi ed occasionalmente alghe epilitiche.
Rapporti con altre specie: Gandolfi et al. (1991), sulla base di dati raccolti da altri autori, riferiscono una marcata sensibilità della rovella nei confronti dei fenomeni competitivi con altri Ciprinidi con simili caratteristiche ecologiche (Alburnus alburnus alborella, Alburnus albidus, Rutilus erythrophthalmus) nei confronti dei quali Rutilus rubilio avrebbe la peggio. Secondo Bianco (1996) nel bacino dell'Ombrone (provincia di Siena) la lasca Chondrostoma genei, endemismo del l'area padano-veneta, si sta sostituendo gradualmente alla rovella. Va rimarcato come alcune di queste specie, non originariamente in simpatria con la rovella, sono entrate in contatto con questa specie attraverso transfaunazioni ed immissioni a scopo di ripopolamento.
La rovella è oggetto di pesca sportiva e negli ambienti lacustri è stata oggetto di pesca professionale.
Cause del declino.
La rovella è tuttora piuttosto diffusa nell'areale di distribuzione originario e pertanto non è da considerarsi specie in pericolo. Tuttavia, così come per la maggior parte degli endemismi della porzione centro meridionale della penisola (distretto tosco-laziale), una minaccia alla sua sopravvivenza ed alla sua identità genetica può derivare dai ripopolamenti con Ciprinidi (in particolare Rutilus erythrophthalmus) provenienti dall'area padana o dalle più recenti introduzioni di specie del bacino danubiano.
Bibliografia
Bianco P. G., 1996 - Inquadramento zoogeografico dell'ittiofauna continentale autoctona nell'ambito della sottoregione euro-mediterranea. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 145-170. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Calderoni P., 1966 - Considerazioni sulla posizione sistematica della "laschetta" del Lago Trasimeno. Riv. Idrobiol., 5: 25-31.
Cataudella S., Conti C., Zerunian S., 1976 - Populations italiennes de Rutilus rubilio (Bp.)et considerations à propos de la taxonomie de cette espece. Rev. Trev. Inst. Peches marit., 40: 526-529.
Comparini A., Oppi E., Rizzotti M., Rodinò E., Zerunian S., 1982 - Confronti preliminari di carattere biochimico fra Rutilus rubilio e Rutilus erythrophthalmus. Boll. Zool., 49 (Suppl): 49.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Ladiges W., Vogt D., 1965 - Die susswasserfische Europas. Parey, Hamburg, 250 pp.
Tigano C., Ferrito V., 1988 - Ulteriori contributi sul Rutilus rubilio (Bp.) con qualche particolarità osteologica (Pisces, Ciprinidae). Atti del Convegno Scientifico "I corsi d'acqua minori dell'Italia appenninica". Boll. Mus. St. nat. Lunigiana, Aulla (MS) 6-7 (1-2): 175-180.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Zerunian S., 1981 - Il comportamento riproduttivo del triotto Rutilus rubilio (Bp.) (Pisces, Cyprinidae). Boll. Museo civ. Stor. nat. Verona, 7: 265-273.
Zerunian S., 1984 - Il problema sistematico dei Rutilus italiani (Pisces, Cyprinidae). Boll. Museo civ. Stor. nat. Verona, 11: 217-236.
Zerunian S., 1990 - A proposito del nome scientifico del triotto (Osteichthyes, Ciprinidae).Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 131: 285-289.
Rutilus pigus ( Lacépède, 1804)
Nome italiano: Pigo
Categoria IUCN:
Data deficient DD.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Rutilus.
Caratteri diagnostici: corpo fusiforme, bocca piccola e mediana, denti faringei disposti su un'unica fila, 4-6 per lato; 46-51 scaglie lungo la linea laterale; pinne pari e pinna anale di colore arancio o rossastro.
Alcuni autori (Muus e Dahlstrom, 1967; Tortonese, 1970; Ladiges e Vogt, 1979) riconoscono l'esistenza di popolazioni appartenenti a 2 differenti sottospecie, Rutilus pigus pigus e Rutilus pigus virgo, indigene rispettivamente dell'Italia settentrionale e dei bacini danubiani. Gandolfi et al., (1991) propongono invece per le popolazioni italiane di pigo la nomenclatura binomia Rutilus pigus,in attesa di ulteriori approfondimenti sulla sistematica della specie .
Distribuzione passata e presente.
L'areale di distribuzione originario del pigo comprende il bacino del Danubio e la parte settentrionale della penisola italiana.
Rutilus pigus è limitato in Italia alla sola area padana, in particolare del bacino del Po, originariamente presente nel corso principale e nei maggiori affluenti di sinistra ed in alcuni corsi d'acqua veneti tributari dell'alto Adriatico.
Attualmente la specie sembra avere ridotto molto l'areale di distribuzione, tanto da risultare scomparso in molte acque venete (Marconato et al., 1986) dove un tempo era abbondante. Il pigo è sicuramente presente in Piemonte (Delmastro e Lodi, 1978), dove non era segnalato, in Lombardia (Moietta, 1996), in Veneto (Marconato et al., 1994), seppur con distribuzione frammentaria. E' stato introdotto in alcuni laghi appenninici.
Recentemente Bianco (1996) ha sollevato dubbi circa l'autoctonia di Rutilus pigus; secondo tale autore sarebbe una specie di origine e derivazione danubiana, introdotta durante il periodo Romano o nel Medio Evo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il pigo predilige i tratti più profondi ed a lento decorso dei corsi d'acqua padani con buone portate, in cui vi sia abbondante vegetazione acquatica. E' altresì rinvenibile nei grandi laghi subalpini originati dai principali affluenti del Po.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: i maschi presentano vistosi tubercoli nuziali sul capo, sul dorso e lungo i fianchi, e colori della livrea (in particolare delle pinne) più accentuati.
Dimensioni delle popolazioni non sono disponibili dati bibliografici sulle dimensioni delle popolazioni.
Sex ratio: non è disponibile alcun dato in letteratura.
Comportamento riproduttivo: la biologia riproduttiva di questa specie è poco conosciuta. la maturità sessuale viene raggiunta al 2-3° anno di età (Gandolfi et al., 1991). La riproduzione avviene nei mesi di aprile, maggio, in tratti a profondità ridotta ed abbondante vegetazione sommersa, su cui vengono deposte le uova.
Sviluppo: la schiusa delle uova e la fuoriuscita delle larve avviene in circa 2 settimane (Gandolfi et al., 1991). Sono disponibili dati sull'accrescimento: a 3-4 anni gli individui misurano mediamente 20 -25 cm; la taglia massima raggiungibile è di circa 45 cm.
Alimentazione: l'alimentazione è onnivora, ma una importante parte della dieta è costituita dalla componente vegetale, in particolare le alghe filamentose. Il pigo si nutre inoltre di macroinvertebrati bentonici (Pignalberi, 1967).
Rapporti con altre specie: non sono segnalate interazioni particolari con altre specie. Secondo Trisolini et al. (1989) il pigo formerebbe sciami misti con altri Ciprinidi reofili ed in particolare con la savetta Chondrostoma soetta.
Per quanto riguarda il rapporto con l'uomo, il pigo è stato in passato, ed è tuttora, oggetto di pesca sportiva, soprattutto nei tratti subalpini dei grandi tributari del Po.
Cause del declino
Le cause della restrizione dell'areale di distribuzione di Rutilus pigus vanno ricercate nei pesanti interventi antropici ai danni dei corsi d'acqua popolati dalla specie. In particolare la costruzione di dighe e sbarramenti che, oltre a ridurre drasticamente le portate, costituiscono spesso sbarramenti invalicabili per le migrazioni pre-riproduttive influiscono negativamente sulle popolazioni residue. Secondo alcuni autori anche la pesca sportiva avrebbe contribuito in modo determinante alla rarefazione del pigo ed alla sua scomparsa totale da alcuni corsi d'acqua.
Bibliografia
Bianco P. G., 1996 - Inquadramento zoogeografico dell'ittiofauna continentale autoctona nell'ambito della sottoregione euro-mediterranea. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 145-170. (Riva del Garda, 12 - 13 dicembre 1991) Trento.
Delmastro G. B., Lodi E., 1978 - Intorno alla presenza nelle acque del Piemonte del Ciprinide Rutilus pigus e dei cobitidi del genere Sabanejewia [Pisces,Osteichthyes]. Boll. Museo Zool. Univ. Torino, 2: 5-8.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Ladiges W., Vogt D., 1979 - Die susswasserfische Europas. Parey, Hamburg, 2 ed., 231 pp.
Leoni E., Moietta A., 1996 - La fauna ittica della provincia di Milano. distribuzione, modifiche ed indirizzi gestionali. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 337-344. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento.
Marconato A., Salviati S., Maio G., Marconato E., 1986 - La distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Vicenza.Provincia di Vicenza - Assessorato Pesca, Vicenza,149 pp.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Muus B. J., Dahlstrom P., 1967 - Europas Ferskvandfisk. G.E.C. Gads, København, 244 pp.
Pignalberi C., 1967 - Importanza dei diversi gruppi di organismi nell'alimentazione estiva delle specie ittiche litorali del Lago Maggiore.Mem. Ist. ital. Idrobiol., 21: 89 -103.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Chondrostoma genei (Bonaparte, 1839)
Nome italiano: Lasca
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Chondrostoma
Caratteri diagnostici: bocca infera con la parte superiore cornea, dura e tagliente. Denti faringei su un'unica fila, generalmente in numero di 5, allungati e con superficie masticatoria liscia; corpo relativamente slanciato, con altezza massima uguale al 25-30% della lunghezza standard; banda scura trasversale presente lungo i fianchi del corpo che non raggiunge il doppio dell'altezza del capo (Gandolfi et al., 1991).
La denominazione Chondrostoma toxostoma,utilizzata da Tortonese (1970) e da altri autori per le popolazioni italiane di lasca, è stata recentemente sostituita, in base ad un lavoro di Elvira (1987) basato sulla comparazione di alcuni caratteri morfometrici all’interno di popolazioni europee, da Chondrostoma genei. Questa classificazione, peraltro, è già presente in alcuni precedenti contributi (Ladiges e Vogt, 1979; Muus e Dahlstrom, 1967), riferita anche ad altre popolazioni europee.
Distribuzione passata e presente.
Chondrostoma genei è una specie indigena delle regioni settentrionali e centrali italiane, distribuita nell’area padana, sul versante adriatico peninsulare fino all’Abruzzo, su quello tirrenico fino al Lazio (Gandolfi et al., 1991).
L’attuale areale di distribuzione della specie non sembra coincidere con quello originario. Secondo Bianco (1996) la lasca è un endemismo del distretto padano-veneto, introdotto nelle regioni centro-meridionali a scopo di ripopolamento per la pesca sportiva.
Benché la specie abbia probabilmente subito un ampliamento dell’areale, attualmente mostra una distribuzione quantitativa discontinua in alcuni dei corsi d’acqua dove un tempo era una delle specie più abbondanti (Ferri et al., 1986).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la lasca è una tipica specie reofila e gregaria, ed occupa i tratti medio-superiori dei fiumi planiziali e dei loro affluenti. E' una delle specie caratterizzanti i tratti di corso d'acqua denominati "zone a ciprinidi reofili", caratterizzati da acque limpide, veloci ed ossigenate, con substrato ciottoloso e ghiaioso. Talora è rinvenibile con popolazioni anche abbondanti nei tratti pedemontani di fiumi e torrenti alpini, nelle zone “a trota marmorata e temolo" e, soprattutto nei corsi d'acqua appenninici, nelle zone "a trota fario". A valle può sconfinare nelle "zone a Ciprinidi limnofili", dove occupa gli ambienti a corrente più vivace.
Dimorfismo sessuale: limitato al periodo riproduttivo; si manifesta con la comparsa, nei maschi, dei tipici tubercoli nuziali.
Dimensioni delle popolazioni: non sono riportate in bibliografia informazioni sulla struttura e dinamica di popolazione. Nel corso medio del fiume Adige rappresenta circa il 20% della comunità ittica ed insieme a Barbus plebejus e Leuciscus cephalus il 70 % della biomassa totale (Marconato e Marconato, 1989).
Sex ratio: dati non disponibili in letteratura.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene nel periodo primaverile. I riproduttori compiono brevi migrazioni per portarsi in tratti di fiumi e torrenti con bassi fondali, corrente vivace e substrato ciottoloso e ghiaioso, dove avviene la deposizione. Il numero di uova deposte da ciascuna femmina è di poche migliaia (Gandolfi et al., 1991). La maturità sessuale viene raggiunta al 2-3° anno di età (Ferri et al., 1986).
Sviluppo: i dati sull’accrescimento di questa specie sono molto scarsi: Secondo Gandolfi et al. (1991) gli adulti di lasca misurano tra 14 e 20 cm, con peso leggermente superiore nelle femmine. La misura massima raggiungibile è 25 cm (Marconato et al., 1994).
Alimentazione: la dieta è onnivora. La lasca ha abitudini alimentari simili a quelle del barbo, specie con cui spesso convive. Lo spettro trofico comprende larve di insetti, crostacei, molluschi, anellidi e componenti vegetali.
Rapporti con altre specie: la lasca è una specie gregaria; spesso è rinvenibile in branchi misti, composti da altri Ciprinidi reofili come il barbo ed il cavedano. In alcune acque dell’Italia centro-meridionale, dov’è stata introdotta a scopo di ripopolamento, la sua acclimatazione ha causato un decremento delle popolazioni locali di Rutilus rubilio e Leuciscus lucumonis (Bianco,1996).
La lasca è oggetto di intensa pesca sportiva, soprattutto in occasione dei fenomeni migratori pre-riproduttivi.
Cause del declino.
Le popolazioni di lasca, così come tutte le popolazioni appartenenti a specie ittiche che devono intraprendere migrazioni più o meno lunghe per raggiungere le aree riproduttive, sono condizionate dalla presenza di ostacoli artificiali come dighe e sbarramenti e dal deterioramento delle aree riproduttive attuato attraverso gli interventi di disalveo e sbancamento dei letti fluviali, che in alcuni casi hanno causato la loro scomparsa da alcuni corsi d’acqua. Anche la pesca sportiva ha contribuito in modo determinante alla rarefazione di questa specie nelle acque italiane.
Bibliografia
Bianco P. G., 1996 - Inquadramento zoogeografico dell'ittiofauna continentale autoctona nell'ambito della sottoregione euro-mediterranea.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 145-170. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Elvira B., 1987 - Taxonomic revision of the genus Chondrostoma Agassiz, 1835 (Pisces, Ciprinidae). Cybium, 11(2): 111-140
Ferri M., Sala M., Tongiorgi P., 1986 - Fauna ittica delle province di Modena e Reggio Emilia. F.I.P.S. sez. Modena - Provincia di Modena. Modena, 87 pp.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Ladiges W., Vogt D., 1979 - Die susswasserfische Europas. Parey, Hamburg, 2 ed., 231 pp.
Marconato A., Marconato E., 1989 - I pesci, la pesca e la gestione dell’ittiofauna nel tratto dell’Adige padovano, rodegino e veneziano.Atti Conv “Il fiume Adige, stato delle conoscenze e problematiche gestionali”. (Verona, 6-8 aprile 1989), Verona, 305-313.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Muus B. J., Dahlstrom P., 1967 - Europas Ferskvandfisk. G.E.C. Gads, København, 244 pp.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Chondrostoma soetta Bonaparte, 1840
Nome italiano: Savetta
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Chondrostoma
Caratteri diagnostici: bocca infera con la parte superiore cornea, dura e tagliente. Denti faringei su un'unica fila, in numero di 6-7, allungati e con superficie masticatoria liscia; corpo relativamente sviluppato in altezza, con altezza massima pari al 25-30% della lunghezza standard. (Gandolfi et al, 1991).
Tutte le popolazioni di savetta presenti in Italia appartengono alla specie Chondrostoma soetta,descritta da Tortonese (1970) e da Elvira (1987) .
Distribuzione passata e presente.
La savetta è un endemismo padano-veneto, il cui areale di distribuzione originario comprende i principali corsi d’acqua padani ed i grandi laghi prealpini. Il suo limite orientale di distribuzione è il bacino del fiume Tagliamento (Forneris et al., 1990). Alcune segnalazioni riferite al bacino dell’Isonzo sarebbero in realtà relative ad individui appartenenti alla specie Chondrostoma genei (Pizzul et al., 1996).
I dati sulla sua distribuzione attuale sono scarsi e generici. Secondo Alessio e Gandolfi (1983) la savetta risulta più abbondante nelle regioni padane occidentali. Recentemente la specie è stata introdotta in alcuni bacini lacustri laziali (Zerunian e Zerunian, 1990) e dell’Appennino Tosco-Emiliano (Trisolini et al., 1989).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: la savetta vive nei tratti medi e medi inferiori dei principali corsi d’acqua della pianura padana, nelle zone “ a Ciprinidi reofili” ed “ a Ciprinidi limnofili”, occupando preferenzialmente le buche più profonde ed i tratti a lenta corrente. E’ rinvenibile talora negli affluenti dei corsi d’acqua principali, soprattutto durante il periodo riproduttivo. Il suo habitat comprende anche i grandi laghi subalpini dove, peraltro, risulta in diminuzione (Oppi, 1975) ed alcuni laghi artificiali appenninici, dove è stata immessa.
Dimorfismo sessuale: non presente.
Dimensioni delle popolazioni: non sono disponibili dati bibliografici sulla consistenza delle popolazioni di savetta.
Sex ratio: pari nei primi anni di vita, si sposta decisamente a favore delle femmine nelle classi di età più avanzate
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta al 3-4° anno di età, ad una lunghezza media di 15-20 cm (Gandolfi et al., 1991).
La riproduzione avviene, analogamente a quanto visto per la lasca, nel periodo primaverile; i riproduttori compiono una migrazione verso i tratti superiori dei corsi d’acqua o risalgono gli affluenti, alla ricerca di zone con basso fondale, fondo ciottoloso e corrente vivace, dove avviene la deposizione. Ogni femmina può deporre alcune migliaia di uova. Secondo Pomini (1937) la riproduzione è notturna.
Sviluppo: sono disponibili dati bibliografici sull’accrescimento nel fiume Ticino (Ludini e Nardi, 1979). In quell’ambiente la savetta raggiunge lunghezze di 22-26 cm al 5° anno di età, con una crescita piuttosto lenta. La taglia massima raggiunta è di 40 cm (9° anno di età). Nel lago di Turano (provincia di Rieti), dove Chondrostoma soetta è stata immessa a scopo di ripopolamento, la savetta misura 23,5-25,1 cm al 4° anno, 25,2-27,3 cm al 5°, 25,6-34,5 cm al 6° anno (Zerunian e Zerunian, 1990).
Alimentazione: secondo Gandolfi et al. (1991) la savetta si ciba prevalentemente sul fondo. Nella dieta un ruolo fondamentale è costituito dalla componente vegetale (alghe epilitiche). Nello spettro trofico rientrano inoltre larve di insetti, anellidi , crostacei e gasteropodi.
Rapporti con altre specie: non sono noti fenomeni di competizione o di predazione nei confronti di altre specie. Analogamente a quanto detto per la lasca, l’immissione di specie di origine padano-veneta nei corsi d’acqua e nei bacini dell’Italia centro-meridionale può comunque costituire un serio rischio per i Ciprinidi indigeni di quelle acque.
La savetta è oggetto di pesca sportiva, soprattutto in occasione dei fenomeni migratori pre-riproduttivi.
Cause del declino.
E’ una specie che ha risentito pesantemente delle trasformazione dei corsi d’acqua e della costruzione di dighe e sbarramenti che, interrompendo la continuità dei corsi d’acqua, limitano gli spostamenti longitudinali dell’ittiofauna e l’accesso alle aree riproduttive. Di conseguenza l’attuale consistenza delle popolazioni appare molto modesta, rispetto al passato e l’areale di distribuzione originario in costante riduzione. Anche la pesca sportiva ha contribuito, soprattutto in passato, alla rarefazione di questo endemismo delle acque italiane.
Bibliografia
Bianco P. G., 1996 - Inquadramento zoogeografico dell'ittiofauna continentale autoctona nell'ambito della sottoregione euro-mediterranea.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento, 145-170.
Elvira B., 1987 - Taxonomic revision of the genus Chondrostoma Agassiz, 1835 (Pisces, Ciprinidae).Cybium,11 (2): 111-140
Forneris G., Paradisi S., Specchi M., 1990 - I pesci delle acque dolci. Carlo Lorenzini Editore, Udine, 214pp.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Ludini G., Nardi P. A. 1979 - Osservazioni sull’ecologia di una popolazione di Chondrostoma soetta (Bp.)(Ciprinidae,Osteichthyes,Pisces) del fiume Ticino. Quad. del Sile e di altri Fiumi. Riv. ital. Potamol., 2-3: 48-60.
Oppi E.,1975 - Presenza del genere Chondrostoma (L. Agazziz,1835) nel Lago di Garda. Riv. ital. Piscic. Ittiopatol., 10: 43 -44.
Pizzul E., Specchi M., Valli G., 1996 - Prime osservazioni su Chondrostoma nasus nasus (Osteichthyes,Ciprinidae) del Friuli Venezia Giulia.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento, 271-293.
Pomini F. P., 1937 - Osservazioni sull’ittiofauna delle acque dolci del Veneto e indagini riguardanti la pesca. Boll. Pesca Piscic. Idrobiol., 3: 262-312.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Zerunian S., Zerunian Z., 1990 - Nuove segnalazioni di pesci introdotti in alcuni laghi del Lazio. Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia, 29(1):533-538.
Chondrostoma nasus (Bonaparte, 1839)
Nome italiano: Naso
Categoria IUCN:
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Ciprinidae, gen. Chondrostoma
Caratteri diagnostici: bocca infera con la parte superiore cornea, dura e tagliente. Denti faringei su un'unica fila, in numero di 5-7, allungati e con superficie masticatoria liscia; corpo relativamente slanciato, con altezza del corpo che non raggiunge il doppio dell'altezza del capo (Forneris et al, 1990).
La sistematica di questa specie, relativa alle popolazioni italiane, si deve a Pizzul et al. (1993), che sulla base dello studio di alcuni caratteri morfometrici e meristici di esemplari di naso provenienti dai bacini friulani, hanno attribuito le popolazioni alla sottospecie Chondrostoma nasus nasus, così come proposto da Elvira (1987).
Distribuzione passata e presente
Il naso è una specie il cui areale di distribuzione originario comprende gran parte dell'Europa occidentale, centrale ed orientale (Nelva et al., 1988). Per quanto riguarda la distribuzione della sottospecie Chondrostoma nasus nasus,questa comprende l'Europa occidentale e centrale, estendendosi ad oriente fino alla Romania ed alla Russia europea (Elvira,1987; Nelva et al., 1988).
Chondrostoma nasus nasus non è indigeno delle acque italiane. La sua presenza in alcuni corsi d'acqua friulani, ed in particolare nel bacino dell'Isonzo deriva, secondo Pizzul et al.(1996), da un'introduzione effettuata nel tratto sloveno del Vipacco, già segnalata da Povz (1985), da cui la specie si sarebbe irradiata a valle nelle acque italiane. Attualmente il naso è presente in tutti i principali corsi d'acqua del bacino dell'Isonzo, con l'eccezione dei fiumi Malina e Versa.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: i campionamenti effettuati nei corsi d'acqua friulani indicano come il naso sia localizzato prevalentemente nei tratti planiziali dell'Isonzo e dei suoi affluenti, nelle "zone a Ciprinidi" e, parzialmente, nelle "zone a trota marmorata e temolo". Si tratta di zone con alternanza di tratti a veloce corrente e tratti con acqua profonda ed a lento decorso, limpida e ben ossigenata, e substrato costituito prevalentemente da ciottoli, ghiaia e sabbia.
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo i maschi presentano tubercoli nuziali sul capo e sul dorso. Secondo Matvejev (1983) è possibile determinare il sesso misurando la distanza tra la radice della pinna ventrale e quella della pinna anale, che nei maschi è inferiore.
Dimensioni delle popolazioni non esistono dati bibliografici sulle popolazioni italiane. Sono disponibili tuttavia dati sulla struttura di alcune popolazioni friulane, in cui sono state rinvenute fino ad 11 classi di età (Pizzul et al., 1996).
Sex ratio: non sono disponibili dati in bibliografia.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione è primaverile, ed è preceduta da migrazioni talvolta di notevole entità. La deposizione avviene in acque correnti e ciottolose.
Sviluppo: i bibliografici relativi alle popolazioni italiane riguardano gli accrescimenti (Pizzul et al., 1996). Le lunghezze medie raggiunte sono di 9,6 cm al termine del 1° anno, 12,4 al 2°, 15,5 al 3°, 20,2 al 4° e 25,6 cm al 5° anno. Le misure sono leggermente superiori a quelle relative ad esemplari catturati in bacini cecoslovacchi e sloveni (Matvejev, 1983).
Alimentazione: da uno studio effettuato da Nelva e Pasqual (1985) sul bacino del Rodano, una delle principali fonti di alimentazione per Chondrostoma nasus nasus è costituita dai vegetali acquatici; la differenza di crescita osservata nelle singole popolazioni sarebbe, secondo gli autori, da mettere in relazione con la maggior o minor disponibilità di questa fonte alimentare. Benché non siano disponibili dati sulle popolazioni italiani, è probabile che lo spettro trofico del naso nelle nostre acque comprenda, oltre ad elementi vegetali, larve di insetti, anellidi e crostacei.
Rapporti con altre specie: secondo Povz e Ocvirk (1990) l'introduzione di Chondrostoma nasus nasus in alcuni corsi d'acqua sloveni ha portato alla scomparsa di altri appartenenti al genere Chondrostoma,ed in particolare di Chondrostoma genei, da quegli ambienti. Non vi sono dati relativi agli effetti dell'acclimatazione di questa specie nelle nostre acque ma, data la rapidità della sua diffusione, è possibile ipotizzare un riflesso negativo sulle specie che condividono l'habitat con il naso, in particolare la lasca, il barbo, il temolo e, seppur parzialmente, i Salmonidi.
Osservazioni.
La specie, alloctona, è in rapido aumento, così come dimostrato dagli studi effettuati da Pizzul et al. (1996). Gli stessi autori auspicano un'estensione delle ricerche ad altri corsi d'acqua friulani, sospettando una più ampia diffusione del naso nelle acque italiane.
Bibliografia
Elvira B., 1987 - Taxonomic revision of the genus Chondrostoma Agassiz, 1835 (Pisces, Ciprinidae). Cybium,11 (2): 111-140
Forneris G., Paradisi S., Specchi M., 1990 - I pesci delle acque dolci. Carlo Lorenzini Editore. Udine, 214 pp.
Matvejev S. D., 1983 - Age group and sexual maturity of Chondrostoma nasus L. from the Sava river near Ljubljana. Ichthyologia, 15(2): 1-16.
Nelva A., Collares-Pereira M. J., Coelho M., 1988 - Systématique et repartition du genre Chondrostoma Agassiz, 1835 (Pisces, Ciprinidae).Arch. Hydrobiol., 113: 94-111.
Nelva A., Pasqual A., 1985 - Biogéographie, demographie et ecologie de Chondrostoma nasus nasus. Thèse du doctorat, 359 pp.
Pizzul E., Specchi M., Valli G., 1993 -Sulla recente colonizzazione di Chondrostoma nasus nasus (Osteichthyes,Ciprinidae) nelle acque del Friuli Venezia Giulia. Gortania. Atti del Museo di Storia Naturale di Udine. In stampa.
Pizzul E., Specchi M., Valli G., 1996 - Prime osservazioni su Chondrostoma nasus nasus (Osteichthyes, Ciprinidae)del Friuli Venezia Giulia. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento, 271-293.
Povz M., 1985 - Migration of nase carps(Chondrostoma nasus nasus L.1758) in the river Sava and Savinja in Slovenia. Ichthyos, 2: 23-30.
Povz M., Ocvirk A., 1990 - Pregled naseljevanja novih in preseljevanja avtohtonih sladkovodnih ribjik vrstv vodak Slovenije. Ichthyos, 9: 1-9.
Rhodeus sericeus (Pallas,1776)
Rodeo amaro
Categoria IUCN:
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, famiglia Cyprinidae, genere Rhodeus.
Caratteri diagnostici sono: corpo tozzo, compresso, sviluppato in altezza, bocca piccola, denti faringei su un'unica fila (5 per lato), linea laterale incompleta, composta da 5-6 scaglie (Sterba).
Secondo Lelek (1989) le popolazioni europee fanno parte della sottospecie Rhodeus sericeus amarus (Bloch, 1782).
Distribuzione passata e presente.
Rhodeus sericeus è una specie a distribuzione europea ed asiatica, presente in Europa dalla Francia nord orientale (bacino del Rodano) alla regione baltica (bacino della Neva), ed in alcuni bacini balcanici (Lelek, 1989). Secondo Pedroli et al. (1991) la specie è assente nell'Europa settentrionale, così come a sud delle Alpi.
Attualmente la specie è in contrazione in molti bacini europei (Lelek, 1989).
In Italia la specie è alloctona, ed è segnalata nel solo fiume Menago (provincia di Verona) (Confortini, 1990).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il rodeo amaro vive in corsi d'acqua a corrente moderata ed in laghi, con fondo fangoso e presenza di ricca vegetazione acquatica (Gandolfi et al., 1991). Secondo Lelek (1989) è indispensabile per la biologia della specie la presenza di molluschi bivalvi (Anodonta ed Unio).
Dimorfismo sessuale: durante il periodo riproduttivo le femmine presentano un lungo ovidepositore estroflesso, di colore rosato. I maschi hanno livrea molto sgargiante, con tonalità molto accese. Al di fuori del periodo riproduttivo non c'è dimorfismo (Sterba).
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile in bibliografia alcun dato sulla struttura e dinamica di popolazione nelle acque italiane.
Sex ratio: non è disponibile in bibliografia alcun dato sul rapporto maschi/femmine.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta al 2-3° anno (Lelek, 1989). La riproduzione ha luogo in primavera. Le uova vengono deposte all'interno della cavità palleale dei molluschi bivalvi. L'apertura delle valve viene stimolata dal pesce stesso. Il maschio emette poi lo sperma in prossimità del mollusco, che lo inala attraverso il sifone, consentendo la fecondazione delle uova.
Sviluppo: lo sviluppo embrionale avviene all'interno dei bivalvi (Anodonta ed Unio). Dopo 4-5 settimane i giovani fuoriescono dal sifone esalante, per condurre vita libera (Sterba).
Alimentazione: l'alimentazione è basata su fitoplancton, piccoli organismi bentonici, detriti vegetali (Lelek, 1989).
Rapporti con altre specie: ad eccezione dell'interazione con alcune specie di molluschi bivalvi per la riproduzione, non è riportato in bibliografia alcun dato bibliografico sui rapporti di Rhodeus sericeus con altre specie.
Il rodeo amaro è una specie ornamentale, allevabile e facilmente mantenibile in acquario. Non riveste alcun interesse per la pesca.
Cause del declino
Secondo Lelek (1989) il rodeo amaro è una specie molto sensibile ai fenomeni di inquinamento, specialmente industriale, responsabile della sua scomparsa da molti corsi d'acqua e laghi dell'Europa centrale. In molti degli ambienti caratteristici, nonostante una ancora buona presenza dei bivalvi Anodonta ed Unio,il rodeo risulta totalmente scomparso.
Bibliografia
Confortini I., 1990 -Presenza del rodeo amaro, Rhodeus sericeus (Pallas, 1776), nel fiume Menago (Provincia di Verona) (Pisces, Cyprinidae).Boll. Mus. civ. Stor. nat. Verona, in stampa.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Lelek A., 1989 - Rhodeus sericeus (Pallas, 1776). in Cyprinidae. In: J. Holcík, (Ed.) - The freshwater fishes of Europe, vol. 9, General Introduction to Fishes. pp. 223-225. AULA-Verlag, Wiesbaden.
Pedroli J.C. Zaugg B., KirchhoferA., 1991 - Verbreitungsatlas der fische und rundmauler der Schweiz. Schweizerishes Zentrum fur kartografische Erfassung der Fauna. Neuchatel. 207 pp.
Sterba G., - Freshwater fishes of the world.Vista Books, London, 877 pp.
Cobitis taenia Linnaeus, 1758
Nome italiano: Cobite
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Cobitidae, gen. Cobitis
Caratteri diagnostici: corpo allungato e compresso lateralmente, con testa ed occhi piccoli; bocca piccola ed infera, con 3 paia di barbigli corti, con il terzo paio più sviluppato. Presenza di una spina suborbitale, erettile e bifida. Denti faringei sottili, su un'unica fila; Linea laterale incompleta, limitata alla parte anteriore del corpo; vescica gassosa bipartita, con la parte anteriore con capsula ossea. Pinna caudale con 16 raggi. (Gandolfi et al., 1991).
La specie presenta 2 fenotipi estremi, "puta" e "bilineata", ed una serie di fenotipi intermedi.
Il fenotipo "puta" presenta una serie di grandi macchie trasversali lungo i fianchi, sormontate da una serie di macchioline ravvicinate a formare 3 linee irregolari. Il fenotipo "bilineata" presenta 2 bande scure evidenti lungo i fianchi e l'assenza di macchie.
Nel passato la copresenza di differenti fenotipi ha autorizzato alcuni autori a riconoscere 3 differenti sottospecie: Cobitis taenia puta, Cobitis taenia bilineata e Cobitis taenia zanandreai (Bacescu, 1962; Zanandrea e Cavicchioli, 1964). Gli studi successivi hanno invece dimostrato come fenotipi differenti si manifestino nell'ambito di tutte le popolazioni, con proporzioni diverse. Pertanto la sistematica più recente (Gandolfi e Zerunian, 1987; Gandolfi et al., 1991) considera tutte le popolazioni italiane come facenti parte della specie Cobitis taenia.
Distribuzione passata e presente
L'areale di distribuzione originario del cobite comprende l'Eurasia e parte del nord Africa. (Gandolfi et al., 1991).
Nelle acque italiane il cobite è indigeno dell’Italia settentrionale e dei corsi d'acqua tirrenici. Il limite meridionale di diffusione coincide con la Campania (Gandolfi et al., 1991).
Attualmente Cobitis taenia è presente su tutto l'areale di distribuzione originario, seppur con minor abbondanza rispetto al passato, ed è stato introdotto in alcuni bacini della parte meridionale della penisola, in Abruzzo, Basilicata e Calabria (Bianco, 1996). Secondo tale autore l'areale di distribuzione originario della specie coincide con i bacini del distretto padano-veneto, ed il limite meridionale di distribuzione coincide con il bacino del fiume Chienti (Marche). La presenza del cobite nei bacini tirrenici e nel Sud Italia è da imputarsi a transfaunazioni operate dall'uomo.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il cobite è una specie bentonica che popola ambienti assai diversi, purché il fondo, sabbioso o fangoso, gli permetta di trovare rifugio durante il giorno (Rasotto et al., 1987). Popola indifferentemente fiumi di grande portata, piccoli ruscelli e laghi
Dimorfismo sessuale: i maschi presentano pinne pettorali lunghe, strette ed appuntite, mentre le femmine hanno pinne più larghe e corte. Nei maschi è inoltre costantemente presente una struttura ossea laminare, la cosiddetta "paletta di Canestrini", internamente alla base delle pinne pettorali. Questa struttura può essere presente anche nelle femmine. Il fenotipo "bilineata" è inoltre più comune nei maschi, soprattutto durante il periodo riproduttivo. Secondo Lodi (1968) la paletta di Canestrini ed il fenotipo sono caratteri influenzati dagli ormoni androgeni.
Dimensioni delle popolazioni sono disponibili dati sulla struttura e sulla dinamica di una popolazione del torrente Timonchio (provincia di Vicenza) (Marconato e Rasotto, 1989; Rasotto et al., 1987), dove il cobite presenta densità comprese tra 1,5 e 4 ind/m2 e dove la popolazione è composta da 5 classi di età.
Sex ratio: secondo Rasotto et al. (1987) il rapporto sessi è prossimo all'unità sia nelle fasi giovanili, sia negli adulti.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene tra la seconda metà di maggio e la prima metà di luglio (Gandolfi et al., 1991). La maturità sessuale viene raggiunta al 2° anno di vita. Secondo Rasotto et al. (1987) la maggior parte degli individui sessualmente maturi è rappresentata da individui maschi e femmine di età 2+ e 3+.
La riproduzione avviene su fondali ghiaiosi o sabbiosi, e prevede un accoppiamento in cui maschio e femmina restano avvinghiati. L'attorcigliamento dei corpi stimola la femmina alla deposizione. Dopo la fecondazione le uova restano incustodite (Lodi e Malacarne, 1984). Osservazioni istologiche effettuate da Rasotto et al. (1987) inducono a ritenere che le femmine possano deporre più volte nell'ambito della stessa stagione riproduttiva. Gli stessi autori hanno rinvenuto in alcuni esemplari gonadi ermafrodite, ma questo non avrebbero un significato funzionale ne' sarebbe dovuto ad inversione sessuale, come evidenziato da altri autori (Lodi, 1967; 1968; Lodi e Badino, 1981), bensì ad anomalie nello sviluppo gonadico.
Sviluppo: in condizioni sperimentali le uova schiudono in 2-3 giorni a 22-25 °C; gli accrescimenti delle forme giovanili sono di 2-4 cm in 2-3 mesi e 4,5-5 cm in 6-7 mesi (Lodi e Badino, 1986). In ambiente naturale gli accrescimenti sono piuttosto lenti e variano nei 2 sessi. Nei maschi la velocità di accrescimento si riduce già a partire dal 1° anno di età, mentre nelle femmine si mantiene elevata fino all'inizio del 3° anno. Ne consegue un notevole dimorfismo sessuale nelle dimensioni e, mentre i maschi raggiungono di rado i 70 mm, le femmine raggiungono frequentemente i 90-100 mm (Rasotto et al., 1987).
Alimentazione: lo spettro trofico è costituito prevalentemente da microrganismi e da frammenti di origine vegetale. L'alimentazione avviene prevalentemente nelle ore crepuscolari e notturne (Gandolfi et al., 1991).
Rapporti con altre specie: non è disponibile in bibliografia alcun dato sui rapporti di Cobitis taenia con altre specie. Può comparire nella dieta di specie ittiofaghe (Esocidi, Percidi e Salmonidi).
Il cobite non riveste alcun interesse per la pesca dilettantistica. La specie viene però usata come pesce-esca per la pesca di specie carnivore.
Osservazioni.
Secondo Gandolfi et al. (1991) il cobite, benché specie bentonica sensibile alle modificazioni degli habitat ed in particolare alla modificazione della composizione del fondo dei corsi d'acqua, non sembra correre rischi evidenti di contrazione della sua diffusione e consistenza. Una conferma rispetto a questa posizione viene da Bianco (1996), secondo cui la specie presenta un'espansione del proprio areale di distribuzione. Secondo tale autore il rinvenimento del cobite in alcuni corsi d'acqua che presentano segni molto evidenti di degrado ambientale, dovrebbe far riconsiderare l'immagine di "bioindicatore" associata molto spesso a Cobitis taenia.
Bibliografia
Bacescu M., 1962 - Données nouvelles sur les loches(Cobitis) d'Europe, avec references speciales sur le cagnettes de l'Italie du Nord.Trav. Mus. Hist. nat. G. Antipa, 3: 281-301.
Bianco P. G., 1996 -Nuove forme alloctone nel lago di Campotosto(Abruzzo): Padogobius martensii (Günther, 1861)(Pisces, Gobiidae), Cobitis taenia (Linnaeus, 1758)(Pisces, Cobitidae), e Piscicola geometra Linnaeus, 1758 (Hirudinea, Piscicolidae).Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 245 -252 (Riva del Garda, 12 - 13 dicembre 1991) Trento..
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - I pesci delle acque interne italiane: aggiornamento e considerazioni critiche sulla sistematica e la distribuzione. Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 128: 3 - 56
Lodi E., 1967 -Sex reversal of Cobitis taenia (Osteichthyes,Cobitidae). Experientia, 23: 443.
Lodi E., 1968 - Polimorfismo e livree sessuali di Cobitis taenia (Osteichthyes,Cobitidae). Boll. Zool., 36: 157-164.
Lodi E., Badino G., 1981 - Riproduzione in laboratorio del cobite comune, Cobitis taenia bilineata Canestrini (Osteichthyes,Cobitidae). Riv. it. Piscic. Ittiopatol., XVI, 1: 1-8.
Lodi E., Malacarne G., 1984 - First data on spawning activities in the italian spined loach Cobitis taenia bilineata Canestrini (Pisces, Cobitidae). Newsletter intern. Ass. Fish. Ethologists, 3: 23-25.
Marconato A., Rasotto M. B., 1989 - The biology of a population of spined loach Cobitis taenia L. Boll. Zool., 56: 73-80.
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Sabanejewia larvata Vladykov, 1929
Nome italiano: Cobite mascherato
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A2c,e.
Tassonomia.
Ordine dei Cypriniformes, fam. Cobitidae, gen. Sabanejewia
Caratteri diagnostici: corpo allungato con capo compresso lateralmente, testa ed occhi piccoli; peduncolo caudale con una plica cutanea superiore ed una inferiore ben evidenti. Bocca infera, con 3 paia di barbigli corti. Presenza di una spina suborbitale, erettile, robusta e bifida. Denti faringei in numero di 8-11 per lato; canale della linea laterale assente; vescica gassosa bipartita, con la parte anteriore con capsula ossea. Pinna caudale con 14 raggi. (Gandolfi et al., 1991).
Tortonese (1970) attribuisce le popolazioni italiane a 2 specie: Sabanejewia larvata e Sabanejewia conspersa. Successivamente Lodi (1979), attraverso un'analisi comparata di alcuni caratteri morfometrici e meristici, dimostra l'inaccettabilità della separazione proposta da Tortonese, attribuendo tutte le popolazioni italiane a Sabanejewia larvata.
Distribuzione passata e presente
Il cobite mascherato è una specie endemica del distretto padano-veneto. (Tortonese, 1970).
L'attuale distribuzione comprende l'areale originario, ed è stata artificialmente ampliata medianti i ripopolamenti. Attualmente alcune popolazioni sono insediate in Italia centrale, nel bacino del fiume Tevere (Zerunian e Zerunian, 1986).
Rispetto al cobite comune, con cui vive parzialmente in simpatria, Sabanejewia larvata risulta meno comune. Nelle indagini condotte da Marconato et al. (1986) in alcune province venete è emerso che in 36 delle 40 stazioni in cui è stato rinvenuto il cobite mascherato era contemporaneamente presente il cobite comune, ma questo era l'unico cobite presente in altre 63 stazioni di campionamento.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il cobite mascherato è una specie bentonica che popola i corsi d'acqua di pianura, occupando preferenzialmente le zone a lenta corrente, con fondale fangoso e ricco di vegetazione (Gandolfi et al., 1991).
Dimorfismo sessuale: i maschi presentano 2 rigonfiamenti, legati all'ingrossamento della muscolatura del tronco, su ciascun fianco; il primo, voluminoso, anteriormente all'inserzione della pinna dorsale, il secondo, più modesto, in posizione più arretrata. Tale carattere è più evidente durante il periodo riproduttivo ed è un tipico carattere sessuale secondario legato alla secrezione ormonale (Rasotto et al., 1990). E' assente la paletta o squama di Canestrini, presente nel cobite comune. Il dimorfismo sessuale riguarda anche le dimensioni, sempre maggiori nelle femmine.
Dimensioni delle popolazioni la reale consistenza delle popolazioni italiane non è nota. Sono però disponibili dati sulla struttura di una popolazione del rio Pergola (provincia di Vicenza) (Rasotto et al., 1990), dove il cobite mascherato convive con il cobite comune, ma risulta meno rappresentato (rapporto 1:3), e dove la popolazione è composta da 3 classi di età.
Sex ratio: secondo Rasotto et al. (1990) il rapporto sessi è sbilanciato significativamente a favore delle femmine (rapporto 1:1,67).
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene nei mesi di maggio, giugno e luglio. La maturità sessuale viene raggiunta al 2° anno di vita (Rasotto et al. 1990). Tutti gli individui sessualmente maturi sono maschi e femmine di età 2+ e 3+.
La riproduzione è simile a quella del cobite comune. Le osservazioni istologiche effettuate sulle gonadi di individui di Sabanejewia larvata hanno messo in evidenza profonde differenze rispetto a Cobitis taenia; le femmine dicobite mascherato presentano un maggior indice gonadosomatico e depongono un maggior numero di uova, ma il cobite comune presenta più deposizioni nell'anno contro un'unica deposizione del cobite mascherato, risultando complessivamente più fertile. A conferma dell'unica deposizione annuale nel cobite mascherato, anche la spermatogenesi nel maschio presenta un unico picco nei mesi primaverili, mentre risulta continua nel corso dell'anno per il cobite comune (Rasotto et al., 1987).
Sviluppo: l'accrescimento è piuttosto lento ed è diverso per i 2 sessi. Si mantiene simile nel primo anno di età, quando viene raggiunta mediamente la misura di 54 mm, per poi variare, a favore delle femmine, nel 2° e 3° anno. A 3 anni le femmine misurano mediamente 84 mm, i maschi 69 mm (Rasotto et al., 1990). Il dimorfismo sessuale nelle dimensioni è quindi presente, ma meno accentuato di quello presente in Cobitis taenia.
Alimentazione: le abitudini alimentari sono sconosciute. Presumibilmente lo spettro trofico è sovrapponibile a quello del cobite comune.
Rapporti con altre specie: nelle situazioni in cui Sabanejewia larvata vive in simpatria con Cobitis taenia è stata osservata una diversa dislocazione spaziale delle 2 specie: il cobite mascherato tende a localizzarsi nei tratti maggior vegetazione acquatica, mentre il cobite comune colonizza uniformemente tutte le aree con fondale sabbioso o melmoso (Rasotto et al., 1990). In quasi tutte queste situazioni il cobite comune è numericamente prevalente, grazie ad una maggior valenza ecologica.
La specie non riveste alcuna importanza per la pesca.
Cause del declino.
Secondo Gandolfi et al. (1991) e Rasotto et al. (1990) il cobite mascherato è una specie molto sensibile alle modificazioni ambientali ed in particolare alla modificazione della composizione del fondo dei corsi d'acqua, ed è quindi potenzialmente a rischio, nonostante sia ancora relativamente frequente in molti corsi d'acqua.
Bibliografia
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Lodi E., 1979 - Osservazioni intorno Sabanejewia larvata (De Fil.) e alle sue relazioni con gli altri cobitidi italiani (Pisces, Cypriniformes). Boll. Mus. Zool. Univ. Torino, 6: 135-144.
Marconato A., Salviati S., Maio G., Marconato E., 1986 - La distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Vicenza.Provincia di Vicenza - Assessorato Pesca, Vicenza, 149 pp.
Rasotto M.B., Marconato A., Comuzzi M., Cardellini P., 1990 -Osservazioni sulla biologia riproduttiva del cobite mascherato, Sabanejewia larvata De Filippi (Pisces, Cobitidae). Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29 (1):445-460.
Rasotto M.B., Marconato A., De Mas S., 1987 -Osservazioni sulla biologia riproduttiva di Cobitis taenia bilineata Can. Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 269-279. (Torino, 5 - 6 giugno 1987) Torino.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Zerunian S., Zerunian Z., 1986 - Sabanejewia larvata nel bacino del fiume Tevere (Pisces, Cobitidae). Riv. Idrobiol., 25: 81-85.
Cottus gobio Linnaeus 1756
Nome italiano: Scazzone
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1,a,c,e.
Tassonomia.
Ordine degli Scorpaeniformes, fam. Cottidae, gen. Cottus
Caratteri diagnostici: capo grande, largo e appiattito, ossatura cranica robusta, con armatura ossea del capo ridotta. Pelle nuda o coperta di piccolissime spine. Denti presenti sulle mascelle , spesso sul vomere e sui palatini. Due pinne dorsali molto ravvicinate tra loro. Pinne pettorali molto ampie. Linea laterale con pori molto piccoli, in un’unica fila e a volte incompleta.(Gandolfi et al., 1991).
Cottus gobio è l’unico Cottide presente nelle acque interne italiane.
Distribuzione passata e presente
Cottus gobio è una specie ad ampia diffusione europea, assente solo in Scozia, Norvegia e Finlandia e nei distretti ittiogeografici dell’Adriatico, dello Ionio e dell’Egeo (Pedroli et al., 1991; Vukovic e Ivanovic, 1971).
In Italia lo scazzone è originario dell’area padana ed è presente con popolazioni isolate nell’Appennino (Tortonese, 1975; Ferri et al., 1986). Secondo Gandolfi et al. (1991) le segnalazioni relative alla sua presenza in Sardegna sarebbero dovute ad un’errata determinazione.
La presenza di popolazioni isolate in Appennino viene spiegata da Bianco (1996) ammettendo una dispersione progressiva dalle zone a contatto con i bacini transalpini, da cui la specie sarebbe penetrata in Italia, a quelle del versante padano dell’Appennino, con successive catture di testate fluviali tra opposti bacini dei versanti appenninici avvenute nel Pleistocene.
La distribuzione attuale ricalca solo in parte quella originaria. Le popolazioni di scazzone hanno infatti subito drastiche riduzioni su tutto l’areale ed in particolare nelle acque di risorgiva ed in pianura (Marconato et al., 1986).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: lo scazzone è una specie bentonica, molto esigente quanto a qualità ambientale. Coabita con i Salmonidi nelle “zone a trota fario ” e nelle “zone a marmorata e temolo”, ma è rinvenibile anche nei tratti di pianura dei fiumi alpini, negli ambienti di risorgiva e nei laghi alpini e prealpini. Necessita di acque fredde, veloci e ben ossigenate con substrati costituiti da massi, ciottoli e ghiaia.
Dimorfismo sessuale: presente esclusivamente durante il periodo riproduttivo, quando i maschi assumono una livrea più scura, in particolare sul capo (Gandolfi et al., 1991).
Dimensioni delle popolazioni i dati bibliografici sulle popolazioni italiane indicano una grande variabilità nella densità di Cottus gobio nei diversi ambienti: Marconato e Bisazza (1988) riportano valori di 0,9-2,6 individui/m2 per gli ambienti di risorgiva veneti. Tali valori coincidono in parte con quelli di 0,5-1,5 ind/m2 riportati da Perini et al. (1996) e relativi ad ambienti analoghi. Nei corsi d’acqua montani la densità risulta più bassa, e si attesta su valori medi di 0,4 ind/m2 (Marconato et al.,1990).
Sex ratio: secondo Marconato e Bisazza (1988), a causa di una forte mortalità dei maschi a partire dal 2° anno di età , il rapporto è sbilanciato verso le femmine. Questa tesi è in contrasto con quanto osservato da Chiara et al. (1987) relativamente ad un ambiente di risorgiva friulano, dove la popolazione è nettamente sbilanciata verso i maschi. Specchi et al. (1987), in base ad osservazioni su molteplici siti, concludono che il rapporto sessi è molto variabile ed è determinato in larga misura dall’aleatorietà delle catture.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione avviene nel tardo inverno o in primavera. Secondo Chiara et al (1987) la maturità sessuale viene raggiunta già al termine del 1° anno di età. Le osservazioni fatte da questi autori mostrano come sia proprio la classe 1+ a sostenere maggiormente la riproduzione. Gandolfi et al. (1991) affermano invece che la maturità viene raggiunta non prima del 2° anno, ed è più tardiva negli ambienti montani. La riproduzione prevede la costruzione di un nido da parte del maschio, al riparo di sassi o altri oggetti sommersi. Qui viene attirata la femmina che depone in posizione rovesciata, sulla volta del riparo. Più femmine possono deporre nello stesso nido. Ogni femmina depone poche centinaia di uova, del diametro di 2,2-3 mm (Marconato e Bisazza, 1988). Il ciclo riproduttivo prevede una sola deposizione negli ambienti a bassa produttività, più cicli in ambienti maggiormente produttivi.
Sviluppo: l’accrescimento è influenzato notevolmente dalle caratteristiche ambientali. Negli ambienti di risorgiva le lunghezze medie raggiunte sono di 4 -5 cm al termine del 1° anno, 7 -8 cm al 2°, 10 -11 cm al 3°, 11,5 -12,5 cm al 4°. La crescita delle femmine risulta inferiore. In questi ambienti sono presenti non più di 4 classi di età (Marconato, 1986; Chiara et al., 1987). Negli ambienti montane la crescita è più lenta ma le popolazioni sono composte da un maggior numero di classi di età (Perini et al., 1996). La taglia massima raggiungibile è di 15 -16 cm.
Alimentazione: l’alimentazione dello scazzone mostra variazioni stagionali abbastanza significative (Perini et al., 1996). Durante il periodo estivo è basata principalmente su larve d’insetti e crostacei. In inverno la dieta è più varia, comprendendo anche anellidi e, durante il periodo riproduttivo, uova predate nel proprio nido. La comparsa di uova nella dieta deriverebbe dall’intensità delle cure parentali, che impedirebbero il normale foraggiamento e indurrebbero i maschi al cannibalismo parentale.
Rapporti con altre specie: secondo Gandolfi et al. (1991) lo scazzone risente negativamente dell’accresciuta presenza di Salmonidi, che esercitano una forte pressione predatoria nei confronti degli stadi giovanili e, più generalmente, entrano in competizione a livello alimentare. Uno studio sull’ittiofauna del torrente S. Bernardino (provincia di Verbano, Cusio Ossola) dimostra come, nell’ambito dello stesso corso d’acqua, nei tratti a più alta densità di Salmonidi (trote fario di immissione) Cottus gobio risulta assente, mostrando invece una buona densità dove la densità dei Salmonidi è ridotta (Forneris et al., 1995).
Lo scazzone ha scarsa importanza ai fini della pesca sportiva. Soprattutto in passato però la specie è stata oggetto di pesca di frodo e non di rado utilizzata come esca per la pesca ai Salmonidi.
Cause del declino.
Lo scazzone è una specie estremamente sensibile alle più piccole alterazioni dei corsi d’acqua, e come tale viene considerata in ottimo indicatore biologico. A causa della sua elevata sensibilità alle alterazioni fisico-chimiche delle acque ed alle alterazioni dei substrati ed in conseguenza delle ripetute e massicce immissioni di Salmonidi (trote fario in particolare) negli ambienti caratteristici, la specie ha subito un netto decremento su tutto l’areale di distribuzione e l’estinzione totale di intere popolazioni in alcuni ambienti di risorgiva. Nei corsi d’acqua dove meno si sono sentiti gli effetti dei ripopolamenti (Forneris e Pascale, dati non pubblicati) e sono presenti popolazioni naturali di Salmonidi (trota marmorata), Cottus gobio è tuttora presente con buone densità e popolazioni ben strutturate, a testimonianza di un sostanziale equilibrio tra le specie indigene.
Bibliografia
Bianco P. G., 1996 - Inquadramento zoogeografico dell'ittiofauna continentale autoctona nell'ambito della sottoregione euro-mediterranea.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento, 145-170.
Bisazza A., Marconato A., 1988 - Female mate choice, male-male competition and parental cure in the river bullhead, Cottus gobio L. Anim. Behav., 35: 1352-1360.
Chiara G., Specchi M., Buda Dancevich M., 1987 - Nota preliminare sulla struttura della popolazione di Cottus gobio L.(Osteichthyes,Scorpaeniformes) della roggia Venchiaredo (Friuli-Venezia Giulia). Quaderni E.T.P., Udine, 15: 1-8
Ferri M., Sala M., Tongiorgi P., 1986 - Fauna ittica delle province di Modena e Reggio Emilia. F.I.P.S. sez. Modena - Provincia di Modena, Modena, 87 pp
Forneris G., Pascale M., Perosino G. C., 1995 - L'ittiofauna del bacino del torrente S. Bernardino. Situazione attuale ed ipotesi di gestione. Dipartimento di Produzioni animali, epidemiologia ed ecologia della Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Torino, 38 pp.
Forneris G., Pascale M., Palmegiano G. B., Lodi E., Badino G., 1996 - Attuale distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Torino. Atti del 6° Convegno A.I.I.A.D. Varese Ligure. In stampa.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Marconato A., 1986 - Strategie riproduttive e selezione sessuale in tre specie di pesci Teleostei d’acqua dolce. Tesi di Dottorato di Ricerca in Biologia Evoluzionistica, Università di Padova.
Marconato A., Bisazza A., 1988 - Mate choice, egg cannibalism and reproductive success in the river bullhead, Cottus gobio L. Fish Biol., 33: 905-916.
Marconato A., Salviati S., Maio G., Marconato E., 1986 - La distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Vicenza. Provincia di Vicenza - Assessorato Pesca, Vicenza, 149 pp.
Marconato A., Marconato E., Salviati S., Maio G., 1990 - la carta ittica della Provincia di Vicenza. Zona montana. Provincia di Vicenza - Assessorato Pesca, Vicenza, 125 pp.
Pedroli J.C. Zaugg B., KirchhoferA., 1991 - Verbreitungsatlas der fische und rundmauler der Schweiz. Schweizerishes Zentrum fur kartografische Erfassung der Fauna, Neuchatel, 207 pp.
Perini V., Marconato A., Bisazza A., 1996 - Struttura, dinamica di popolazione e alimentazione dello scazzone(Cottus gobio L.) in due ambienti a diversa produttività. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 103-116. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Specchi M., Valli G., De Cristini F., Chiara G., 1987 - Aspetti biologici di Cottus gobio L. (Osteichthyes, Cottidae) del Friuli-Venezia Giulia. Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Torino, 5-6 giugno 1987) Torino, 299-312.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Tortonese E., 1975 -Fauna d’Italia. 11 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 636 pp.
Vukovic T., Ivanovic B., 1971 - Slatkovodne ribe Jugoslavije. Zemaliski Muzej BiH, Sarajevo, 268 pp.
Alosa fallax (Lacépède, 1803)
Nome italiano: Alosa - Cheppia (forma migratrice) - Agone (forma stanziale)
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1,c.
Tassonomia.
Ordine dei Clupeiformes, fam. Clupeidae, gen. Alosa
Caratteri diagnostici: corpo relativamente alto nella parte preventrale e compresso in senso laterale nella parte ventrale; testa con profilo triangolare; bocca terminale con mascella superiore incisa. Evidenti striature raggiate sugli opercoli. Pinna caudale nettamente biloba. 28-54 branchiospine sul primo arco branchiale. Presenza di evidenti macchie nere (fino ad 8 per lato) sui fianchi, in posizione medio-alta.(Gandolfi et al., 1991). Gli agoni presentano corpo più affusolato, 54-70 branchiospine sul primo arco branchiale (Oppi e Novello, 1986), fino a 12 macchie nere su ogni fianco, in posizione medio-superiore.
Secondo Tortonese (1970) Alosa fallax è l’unico Clupeide presente nelle acque interne italiane con 2 sottospecie, Alosa fallax lacustris,stanziale dei laghi subalpini e Alosa fallax nilotica,migratrice.
Secondo Gandolfi e Zerunian (1987) l’estrema variabilità dei caratteri considerati da Tortonese e dagli altri autori che hanno riconosciuto più sottospecie di Alosa fallax nei bacini mediterranei autorizza a considerare come appartenenti alla sola specie Alosa fallax tutte le popolazioni di Clupeidi dulcicoli, migratori e non.
Distribuzione passata e presente
Alosa fallax è una specie pelagica ampiamente diffusa lungo le coste europee dell’Atlantico, nel Mediterraneo e nel mar Nero, con differenti sottospecie secondo alcuni autori (Quignard e Kartas, 1977; Quignard e Douchement, 1991), con un’unica specie e differenti popolazioni anadrome e stanziali di alcuni bacini lacustri secondo altri (Gandolfi e Zerunian, 1987; Gandolfi et al., 1991).
In Italia sono presenti popolazioni anadrome (alose) che risalgono per la riproduzione i corsi d’acqua della parte settentrionale e centrale della penisola ed i maggiori fiumi della Sardegna. Le popolazioni stanziali (agoni) sono localizzate nei grandi laghi prealpini italiani ed in alcuni laghi dell’Italia centrale, dove sono state immesse. Le popolazioni sia della forma migratrice sia della forma stanziale hanno subito negli ultimi anni un netto decremento su tutto l’areale di distribuzione, fino a scomparire totalmente in alcuni casi.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l’alosa è una specie pelagica che risale i corsi d’acqua per la riproduzione. Le giovani alose si trattengono in acque dolci per pochi mesi, per poi migrare verso il mare aperto, anche se recentemente sono state individuate popolazioni di alose stanziali che non avevano compiuto la migrazione verso il mare (Serventi et al., 1996). La forma stanziale abita le zone pelagiche dei grandi laghi subalpini, spingendosi verso al riva in inverno e durante il periodo riproduttivo (Gandolfi et al., 1991).
Dimorfismo sessuale: assente.
Dimensioni delle popolazioni non sono disponibili dati quantitativi sulle popolazioni di agone ed alosa.
Sex ratio: nelle popolazioni risalenti il Po il rapporto è sostanzialmente 1:1. (Serventi et al., 1990).
Comportamento riproduttivo: alosa: la riproduzione è preceduta dalla migrazione dei banchi di riproduttori, che inizia nel periodo primaverile (Serventi et al., 1996), benché la loro comparsa alle foci dei corsi d’acqua sia più precoce (Serventi et al., 1990). I banchi sono composti in maggioranza da maschi di oltre 3 anni e femmine di oltre 4 anni (Gandolfi et al., 1991). I riproduttori risalgono i corsi d’acqua ed i principali affluenti fino a raggiungere tratti con fondali ghiaiosi o sabbiosi dove avviene la deposizione. Dopo la deposizione gli adulti ritornano al mare. La mortalità post-riproduttiva, secondo Serventi et al. (1990) è molto elevata.
Agone: la riproduzione avviene nei mesi di tardo primaverili ed estivi; avviene in prossimità dei litorali lacustri, a basse profondità, dove le femmine depongono uova di tipo demersale (Pedroli et al., 1991).
Sviluppo: alosa: sono disponibili gli accrescimenti relativi a popolazioni risalenti il Po (Serventi et al., 1990); le lunghezze medie raggiunte sono tra 133 e 142 mm al termine del 1° anno, tra 225 e 235 mm al 2°, tra 301 e 312 mm al 3°, tra 360,5 e 380 mm al 4°, tra 401 e 424mm al 5° e tra 428 e 455 mm al 6° anno. La crescita delle femmine risulta superiore.
Agone: nel lago di Garda l’agone mostra i seguenti accrescimenti (Novello e Oppi, 1985): 13 cm al termine del 1° anno, 22,5 cm al 2°, 25,6 al 3° e 27,4 al 4°. L’accrescimento, a partire dal 2° anno è maggiore nelle femmine (Berg e Grimaldi, 1966a).
Alimentazione: alosa: uno studio su una popolazione di alosa risalenti il Tevere, (D’Ancona, 1928) ha mostrato come nello spettro trofico siano presenti macroinvertebrati e piccoli pesci. Secondo Gandolfi et al. (1991) le alose si alimentano in acqua dolce solo durante la fase migratoria di ritorno al mare.
Agone: è una specie planctofaga. L’alimentazione è basata su cladoceri e copepodi (Berg e Grimaldi, 1966a).
Rapporti con altre specie: alosa: non sono documentate interazioni tra Alosa fallax e le altre specie con cui convive in acque dolci durante il periodo riproduttivo. Data la spiccata attitudine all’ittiofagia mostrata in ambiente marino è possibile la predazione di specie di piccola taglia (Ciprinidi in particolare) durante la sua breve permanenza nelle acque dolci.
Questa specie ha un discreto interesse per quanto riguarda la pesca professionale e sportiva, nonostante la sua breve permanenza in acque dolci.
Agone: non sono documentati fenomeni di competizione con altre specie planctofaghe, con le quali coabita facilmente diversificando lo spettro alimentare (Berg e Grimaldi, 1966b). Secondo Pedroli et al. (1991) l’agone avrebbe risentito negativamente dell’introduzione del coregone.
L’agone è una specie molto apprezzata dal punto di vista alimentare ed è oggetto di pesca professionale nei laghi del nord e del centro Italia.
Cause del declino.
Come già riferito più sopra, le popolazioni sia migratrici, sia stanziali di Alosa fallax mostrano un preoccupante, costante decremento su tutto l’areale di distribuzioni italiano; per quanto riguarda le popolazioni migratrici le cause più negative sono costituite dalla presenza di dighe e sbarramenti che limitano le migrazioni riproduttive e l’alterazione delle poche aree riproduttive accessibili. Anche la pesca, soprattutto quella dilettantistica, contribuisce in modo sensibile a ridurre la consistenza dei banchi di riproduttori. Le popolazioni lacustri stanziali hanno invece risentito della feroce pesca professionale cui sono state sottoposte soprattutto in passato, della mancanza di una politica gestionale che permettesse il mantenimento di stock di riproduttori sufficienti per il mantenimento delle popolazioni ed infine del grave degrado degli ambienti lacustri.
Bibliografia
Berg A., Grimaldi E., 1966a - Biologia del’agone(Alosa ficta lacustris)del Lago Maggiore.Mem. Ist. Ital. Idrobiol., 18: 171-182.
Berg A., Grimaldi E., 1966b - Ecological relationship between planktophagic fish species in the lago Maggiore. Verh. internat. Verein Limnol., 16: 1065-1073
D’Ancona U., 1928 - La biologia dell’alosa del Tevere in confronto a quelle di altre regioni. Int. Rev. Hydrobiol., 20: 430-463
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - I pesci delle acque interne italiane: aggiornamento e considerazioni critiche sulla sistematica e la distribuzione. Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 128: 3-56
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Novello R., Oppi E.,1985 - Biologia e pesca dell’agone nel lago di Garda. In “Il Garda. L’ambiente, l’uomo”, 1: 21-85.
Oppi E., Novello R., 1986 - Ulteriori osservazioni sulla biologia e pesca dell’agone(Alosa fallax lacustris)nel lago di Garda. F.I.P.S. sez. Verona, La Grafica, Vago di Lavagno, 18 pp.
Pedroli J.C. Zaugg B., KirchhoferA., 1991 -Verbreitungsatlas der fische und rundmauler der Schweiz. Schweizerishes Zentrum fur kartografische Erfassung der Fauna, Neuchatel, 207 pp.
Quignard J.-P., Kartas F., 1977 -Les Aloses fintes Alosa fallax (Lacépède, 1803). Poissons Clupeiformes de l’Atlantique nord-est et de la Mediterranee. etude des caracteres numeriques. Bull. Mus. natl. Hist. Paris, Zool., 350: 1241-1256.
Quignard J.-P., Douchement C., 1991 - Alosa fallax (Lacépède, 1803). In “The freshwater fishes of Europe, vol. 2, AULA-Verlag, Wiesbaden, 213-224.
Serventi M., Vitali R., Gandolfi G., 1990 -Biologia e biometria dei riproduttori di Alosa, Alosa fallax (Lacépède),in migrazione nel delta del Po. Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28 -30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29 (1): 469-476.
Serventi M., Piccinini A., Gandolfi G., 1996 - Sulla presenza di giovani di Alosa fallax nel Lago Inferiore di Mantova e in canali di bonifica. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12 - 13 dicembre 1991) Trento, 513-520.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Knipowitschia panizzae (Verga, 1841)
Nome italiano: Ghiozzetto di laguna
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Knipowitschia
Caratteri diagnostici: corpo fusiforme, con capo non depresso, ricoperto di scaglie ctenoidi, assenti nella regione predorsale anteriormente alla seconda pinna dorsale. Occhi grandi, molto ravvicinati e sporgenti, in posizione dorso-laterale; bocca obliqua con mandibola prominente. Disco pelvico munito di membrana basale; pinne dorsali distanziate; presenza del sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale con un numero ridotto di pori. (Gandolfi et al., 1991).
Attribuita inizialmente al genere Gobius, e confusa spesso Padogobius martensi,questa specie fu attribuita al genere Knipowitschia da Miller (1972). La denominazione Knipowitschia panizzae è tuttora utilizzata.
Distribuzione passata e presente
Il ghiozzetto di laguna è una specie endemica dell'alto Adriatico, originaria nelle lagune del Veneto, del Delta del Po e nel lago di Lesina (Puglia) (Gandolfi et al., 1991).
Attualmente la specie è presente, oltre che nelle zone di origine, in alcune acque salmastre del versante tirrenico (Gandolfi e Tongiorgi, 1976), ed in alcuni laghi laziali: nel lago Trasimeno (Natali, 1993), nel lago di Bolsena (Zerunian e Zerunian, 1990) e nel lago di Fondi (Zerunian e Gandolfi, 1986).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il ghiozzetto di laguna è una specie eurialina, comune sia nelle lagune ad acqua salmastra, sia in corsi d'acqua anche a diversi chilometri dalla foce in mare (Marconato et al., 1994). L'habitat tipico è costituito da ambienti a bassa o nulla velocità di corrente, con substrato di sabbia fine, limo o argilla, coperti da ricca vegetazione.
Dimorfismo sessuale: secondo Miller (1972) si fonda sulla taglia, sempre maggiore nelle femmine. Gandolfi et al. (1991) indicano come carattere determinante per il riconoscimento del sesso il rapporto tra la lunghezza del corpo e la distanza tra l'apice del muso e l'inserzione della pinna anale, maggiore nei maschi, e il rapporto tra la lunghezza del corpo e la lunghezza delle pinne pettorali, maggiore nelle femmine. Ancora discriminante sono la papilla genitale, allungata nei maschi e tozza nelle femmine e la livrea nel periodo riproduttivo, molto scura nei maschi.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile alcun dato bibliografico.
Sex ratio: secondo Maccagnani (1984) il rapporto è sbilanciato a favore delle femmine.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta entro il primo anno di vita (Gandolfi, 1972). La riproduzione ha luogo da marzo fino a luglio (Gandolfi et al., 1991), con modalità caratteristiche e simili a quelle degli altri Gobidi; il maschio allestisce un nido scavando al di sotto di un bivalve e viene raggiunto da una femmina che, dopo un rituale di corteggiamento piuttosto complesso, penetra nel nido deponendo le uova sulla volta, in posizione rovesciata. Le successive cure parentali, fino alla schiusa delle uova, sono praticate dal maschio. La riproduzione è poligamica e ciascuna femmina depone, in nidi diversi, da alcune decine fino ad oltre 100 uova per volta, ad intervalli di 10-15 giorni (Gandolfi, 1972).
Sviluppo: il ciclo vitale è molto breve, non superiore ai 2 anni (Marconato et al., 1994). l'accrescimento è relativamente rapido. Secondo Gandolfi et al. (1991) oltre il 70% dell'accrescimento si compie entro i primi 6 mesi di vita, ed è più rapido, in questa fase, nei maschi; tuttavia sono le femmine a raggiungere le dimensioni finali maggiori.
Alimentazione: la dieta è composta di forme meio e macrobentoniche, associate a forme zooplanctoniche e crostacei (Maccagnani et al., 1985).
Rapporti con altre specie: secondo Gandolfi et al. (1991) la specie è un'importante anello delle catene trofiche degli ambienti di foce, essendo una preda abituale di specie ittiche quali l'anguilla e la spigola.
Cause del declino.
La relativa consistenza delle popolazioni di Knipowitschia panizzae nelle aree originarie e la documentata espansione del suo areale sembrano indicare, al momento, l'assenza di reali ed imminenti pericoli per la sopravvivenza della specie. Secondo Gandolfi e Torricelli (1985), la riproduzione di tipo poligamico, con un forte rimescolamento genico, insieme con l'elevato numero di uova deposte in ogni stagione riproduttiva, conferiscono alla specie una forte capacità di resistenza ed adattamento al deterioramento delle caratteristiche ambientali.
Bibliografia
Gandolfi G., 1972 - Osservazioni sul comportamento riproduttivo di Knipowitschia panizzai (Osteichthyes, Gobiidae). Boll. Zool., 39: 621-622.
Gandolfi G., Tongiorgi P., 1976 - La presenza di Knipowitschia panizzai in acque lagunari ed estuariali tirreniche(Osteichthyes,Gobiidae). Atti Soc. toscana Sci. nat. Mem. Ser. B, 83: 1-9.
Gandolfi G., Torricelli P., 1985 - Comportamento e strategie riproduttive in pesci delle acque interne (Pisces: Gobiidae). Atti Soc. ital. Ecol., 5: 697-701.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Miller P. J., 1972 - Gobiid fishes of the Caspian genus Knipowitschia from the Adriatic sea. J. mar. biol. Ass. U.K., 52: 145-160.
Natali M., 1993 - I pesci del lago Trasimeno. Provincia di Perugia, Assessorato programmazione e gestione faunistica, Perugia, 60 pp.
Maccagnani R., 1984 - Biologia di Knipowitschia panizzae (Verga, 1841)(Osteichthyes, Gobiidae) in una sacca del Delta del Po. Tesi di laurea in Scienze Biologiche, Facoltà di Scienze M.F.N., Università di Ferrara, 54 pp.
Maccagnani R., Carrieri A., Franzoi P., Rossi R., 1985 - Osservazioni sulla struttura di popolazione e il ruolo trofico di tre specie di Gobidi(Knipowitschia panizzae, Pomatoschistus marmoratus, Pomatoschistus canestrinii) in un ambiente del Delta del Po.Nova Thalassia, 7 (Suppl. 3): 373-378.
Zerunian S., Gandolfi G., 1986 - Considerazioni sui Gobidi d'acqua dolce presenti nel basso Lazio (Pisces, Gobiidae).Riv. Idrobiol., 25: 69-80.
Zerunian S., Zerunian Z., 1990 - Nuove segnalazioni di pesci introdotti in alcuni laghi del Lazio. Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29(1): 533-538.
Padogobius martensii Günther, 1861
Nome italiano: Ghiozzo padano
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Padogobius
Caratteri diagnostici: corpo tozzo, ricoperto di scaglie ctenoidi, mancanti nella regione predorsale. Capo massiccio, appiattito dorsalmente; occhi grandi, ravvicinati e sporgenti, in posizione dorso-laterale; bocca obliqua con mandibola leggermente prominente. Pinne con raggi spiniformi, sottili e flessibili. Disco pelvico breve; assenza del sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale. Assenza delle papille sottorbitali della serie a (Gandolfi et al., 1991).
L'attribuzione alle popolazioni italiane di questa specie della denominazione Padogobius martensii si deve a Tortonese (1975), ed è stata ripresa da tutti gli autori successivi. Recentemente Soregaroli et al. (1996), in base ad analisi elettroforetiche ed in via preliminare, hanno però sollevato alcuni dubbi sulle precedenti classificazioni basate su caratteri morfometrici e meristici. Allo stato attuale, comunque, le popolazioni di ghiozzo padano sono ancora attribuite a Padogobius martensii.
Distribuzione passata e presente
Padogobius martensii è una specie endemica dell'area padano-veneta, dall'arco alpino al versante settentrionale dell'Appennino. Il limite orientale della sua distribuzione è il bacino dell'Isonzo (Vukovic e Ivanovic, 1971), mentre il limite meridionale è costituito dai corsi d'acqua a nord del Conero (Marche). E' assente nei corsi d'acqua tirrenici del centro Italia.
L'attuale areale di distribuzione coincide con quello originario, sebbene in molti corsi d'acqua la specie sia in decremento (Gandolfi et al., 1991). La specie è comune in Piemonte, Lombardia e Veneto, in Emilia Romagna e nelle Marche. Sono presenti popolazioni isolate in Liguria (Bonini et al., 1990) in Lazio ed in Abruzzo (Zerunian e Gandolfi, 1986; Bianco, 1996), dove la specie è stata immessa accidentalmente.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: Padogobius martensii predilige i tratti di pianura dei corsi d'acqua (zone a Ciprinidi) ma non di rado è rinvenibile nelle zone a corrente più moderata dei tratti pedemontani dei corsi d'acqua alpini, nelle "zone a trota marmorata e temolo". E' una specie tipicamente bentonica, legata a substrati sassosi e ciottolosi. E' nota la sua territoritorialità. Il territorio presieduto, generalmente una piccola superficie intorno ad un sasso appiattito o ad un ostacolo sommerso, ha una funzione trofica e riproduttiva per i maschi e solo trofica per le femmine. Uno studio di Lugli et al. (1990) ha messo in luce una forte competizione territoriale per le zone adiacenti i sassi più grandi, in cui gli esemplari di taglia maggiore hanno la meglio.
Dimorfismo sessuale: alcuni caratteri permettono il riconoscimento dei sessi: la taglia, decisamente maggiore nei maschi, le dimensioni del capo, più pronunciate nei maschi e la conformazione della papilla genitale, conica ed allungata nei maschi e larga e tronca nelle femmine (Gandolfi e Tongiorgi, 1974). Durante il periodo riproduttivo la livrea dei maschi diviene più scura, quasi nera.
Dimensioni delle popolazioni non esistono in bibliografia notizie sulle dimensioni delle popolazioni. Sono però disponibili dati sulla struttura delle stesse. Beseghi (1984) descrive una popolazione di un corso d'acqua appenninico in cui il 58% è rappresentato da individui 0+, il 37% da individui 1+ e solo il 5% da individui 2+.
Sex ratio: il rapporto sessi risulta a leggero favore delle femmine (53,4% vs. 46,6%), ma questa leggera differenza si attenua col procedere dell'età (Gandolfi et al., 1991).
Comportamento riproduttivo: la riproduzione ha luogo durante i mesi di maggio, giugno e luglio. (Marconato et al., 1994). Il nido, ricavato al di sotto di qualunque oggetto in grado di offrire riparo, viene approntato dal maschio, che provvede anche alla sua pulizia. La fase di corteggiamento prevede un rituale complesso che comprende l'emissione di suoni. Dopo il corteggiamento la femmina depone le uova sulla volta del nido e lo abbandona volontariamente o ne viene scacciata. Le cure parentali sono a carico del maschio, che provvede alla ventilazione delle uova ed alla rimozione delle uova non fecondate o morte. Più femmine possono deporre nello stesso nido. Secondo Cinquetti e Rinaldi (1987) le femmine possono avere più cicli riproduttivi nello stesso anno. La maturità sessuale è raggiunta al 2° anno dai maschi ed al 1-2° anno dalle femmine (Gandolfi et al., 1991).
Sviluppo: dalla fecondazione alla schiusa delle uova intercorre un periodo di 12-15 giorni ad una temperatura di 25°C (Marconato et al., 1994). Le larve alla nascita sono bentoniche e già autosufficienti. L'accrescimento presenta un andamento stagionale ed è diverso nei due sessi e ad età differenti. In genere la crescita dei maschi risulta più rapida (Bobbio et al., 1990).
Alimentazione: da uno studio effettuato su alcune popolazioni (Gandolfi e Tongiorgi, 1974) lo spettro trofico risulta piuttosto ampio, comprendendo larve di insetti, anellidi e crostacei.
Rapporti con altre specie: non sono noti fenomeni di competizione interspecifica. In alcuni tratti di fondovalle di corsi d'acqua piemontesi (Forneris et al., 1996) il ghiozzo padano è spesso associato ad altre specie bentoniche come il gobione Gobio gobio e, seppur parzialmente, lo scazzone Cottus gobio. In alcuni corsi d'acqua ha risentito negativamente dei massicci ripopolamenti con Salmonidi e dei conseguenti fenomeni di predazione ai suoi danni.
La specie non ha alcun interesse per la pesca anche se, secondo Gandolfi et al. (1991) localmente è interessata da pesca di frodo.
Cause del declino.
La progressiva diminuzione riscontrata da alcuni autori è da mettere in relazione al forte degrado ambientale in cui versano gli ambienti fluviali di fondovalle ed alle portate ridotte che diminuendo il potere di diluizione dei corsi d'acqua, acuiscono i fenomeni di inquinamento organico, cui le specie bentoniche sono particolarmente sensibili. In alcune aree dove la situazione ambientale è ancora idonea al mantenimento di buone popolazioni di Padogobius martensii, le immissioni di altre specie, ed in particolare di Salmonidi, hanno causato un netto decremento della specie.
Bibliografia
Beseghi A., 1984 - Biologia del ghiozzo di fiume Padogobius martensi,in un ambiente fluviale subappenninico. Tesi di laurea in Scienze Naturali, Facoltà di Scienze M.F.N., Università di Parma, 77 pp.
Bianco P. G., 1996 - Nuove forme alloctone nel lago di Campotosto (Abruzzo): Padogobius martensii (Günther, 1861) (Pisces, Gobiidae), Cobitis taenia (Linnaeus, 1758) (Pisces, Cobitidae), e Piscicola geometra Linnaeus, 1758 (Hirudinea, Piscicolidae). Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 245-252. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Bobbio L., Gandolfi G., Lugli M., Torricelli P., 1990 - Analisi eco-etologica del successo riproduttivo del maschio di ghiozzo di fiume, Padogobius martensii (Pisces, Gobiidae).Boll. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 7: 423-426.
Bonini G., Durante M., Falché S., Landini W., 1990 - Carta ittica della Provincia della Spezia. Analisi ambientale e programmazione.Amm. Prov. di La Spezia. La Spezia. 172 pp.
Cinquetti R., Rinaldi L., 1987 - Changes in the gonadal histology of Padogobius martensii (Pisces, Gobiidae) during the reproductive cycle.Boll. Zool., 54: 233-241.
Forneris G., Pascale M., Palmegiano G. B., Lodi E., Badino G., 1996 - Attuale distribuzione dell'ittiofauna in provincia di Torino. Atti del 6° Convegno A.I.I.A.D. Varese Ligure. In stampa.
Gandolfi G., Tongiorgi P., 1974 - Taxonomic position, distribution and biology of the gobies present in Italian freshwaters, Padogobius martensii (Günther)and Gobius nigricans canestrini (Osteichthyes,Gobiidae).Ann. Mus. civ. Stor. nat. Genova, 80: 92-118.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Lugli M., Bobbio L., Torricelli P., Gandolfi G., 1990 - Analisi dei fattori che influenzano la distribuzione nello spazio dei riproduttori di Padogobius martensii (Pisces, Gobiidae). Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29(1): 299-308.
Marconato E., Salviati S., Maio G., Marconato A., 1994 - La fauna ittica della provincia di Padova. Provincia di Padova - Assessorato alla Pesca, Padova, 191 pp.
Soregaroli D., Serventi M., Torricelli P., Gandolfi G., 1996- Indagine elettroforetica su due specie di gobidi d'acqua dolce attribuiti al genere Padogobius (P. martensii e P. nigricans). Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento, 521-528.
Tortonese E., 1975 -Fauna d’Italia. 11 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 636 pp.
Vukovic T., Ivanovic B., 1971 - Slatkovodne ribe Jugoslavije. Zemaliski Muzej BiH, Sarajevo, 268 pp.
Zerunian S., Gandolfi G., 1986 - Considerazioni sui Gobidi d'acqua dolce presenti nel basso Lazio (Pisces, Gobiidae). Riv. Idrobiol., 25: 69-80
Padogobius nigricans (Canestrini, 1867)
Nome italiano: Ghiozzo di ruscello
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1a,e.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Padogobius
Caratteri diagnostici: corpo tozzo, ricoperto di scaglie ctenoidi, assenti nella regione predorsale anteriormente alla prima pinna dorsale. Capo massiccio, appiattito dorsalmente; occhi grandi, ravvicinati e sporgenti, in posizione dorso-laterale; bocca obliqua con mandibola prominente e labbra spesse. Pinne dorsali di altezza diversa. Disco pelvico esteso fino all'80% dello spazio compreso tra il punto d'inserzione e l'ano; presenza del sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale. (Gandolfi et al., 1991).
Considerata inizialmente come "varietà " del ghiozzo padano,successivamente questa specie è stata distinta da Padogobius martensii edenominata dapprima Gobius avernensis ed infine Padogobius nigricans (Bianco e Miller, 1990). Recentemente Gandolfi e Zerunian (1977) Soregaroli et al. (1996), in base ad analisi elettroforetiche ed in via preliminare, hanno però sollevato alcuni dubbi sulle precedenti classificazioni basate su caratteri morfometrici e meristici ed in particolare sull'analisi della conformazione dei canali mucosi e delle papille sensoriali. Allo stato attuale, comunque, le popolazioni di ghiozzo di ruscello sono ancora attribuite al genere Padogobius,in attesa di un ampliamento dell'indagine.
Distribuzione passata e presente
Il ghiozzo di ruscello è un endemismo dell'Italia centrale (distretto tosco-laziale) (Bianco, 1977), diffuso nei corsi d'acqua tirrenici, in particolare in Toscana e Lazio.
L'attuale distribuzione si presenta frammentata all'interno dell'areale di distribuzione originario, a causa della scomparsa di alcune popolazioni per cause antropiche. (Gandolfi et al., 1996).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l'habitat caratteristico è costituito dai corsi d'acqua appenninici di modeste dimensioni, con acqua limpida e ben ossigenata, poco profondi e a corrente moderata. Padogobius nigricans è una specie bentonica, legata a substrati ciottolosi. Secondo Gandolfi e Tongiorgi (1974) esercita una marcata territoritorialità solo durante il periodo riproduttivo.
Dimorfismo sessuale: alcuni caratteri permettono il riconoscimento dei sessi: la taglia, decisamente maggiore nei maschi, la conformazione della papilla genitale, appuntita nei maschi e larga e tronca nelle femmine (Gandolfi e Tongiorgi, 1974), la presenza nei maschi di una macchia ocellare nella parte posteriore della prima pinna dorsale. Durante il periodo riproduttivo la livrea dei maschi assume una tonalità più scura, quasi nera ed il capo appare più largo per il rigonfiamento delle regioni preopercolare ed opercolare (Gandolfi et al., 1991).
Dimensioni delle popolazioni: non sono disponibili in bibliografia dati sulla dinamica di popolazione.
Sex ratio: dati non disponibili in bibliografia.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale è raggiunta probabilmente al 1° anno sia dai maschi, sia dalle femmine (D'Onofrio et al., 1988). La riproduzione ha luogo durante i mesi di maggio e giugno. (Gandolfi e Tongiorgi, 1974; D'Onofrio et al., 1988). Il nido, ricavato al di sotto di un sasso, viene approntato dal maschio, che provvede anche alla sua pulizia. La fase di corteggiamento prevede un rituale complesso che comprende l'emissione di suoni. Dopo il corteggiamento la femmina depone le uova sulla volta del nido. La deposizione avviene in più riprese. Le cure parentali sono a carico del maschio, che provvede alla cura delle uova fino alla schiusa. Ogni femmina può deporre 100-200 uova. L'osservazione di un alto numero di uova nei singoli nidi indica che più femmine possono deporre nello stesso nido. (D'Onofrio et al., 1988).
Sviluppo: sono disponibili dati sullo sviluppo embrionale (D'Onofrio et al., 1990); secondo gli autori, Padogobius nigricans ha uno sviluppo significativamente più lungo degli altri Gobidi ed, alla schiusa, uno stadio di sviluppo più avanzato, una lunghezza totale maggiore, un sacco vitellino di più ampie dimensioni e l'assenza della vescica gassosa. La durata dello sviluppo embrionale è di 18-20 giorni a 18 °C.
Alimentazione: la dieta è carnivora ed è costituita da larve di insetti, crostacei ed oligocheti.
Rapporti con altre specie: Zerunian e Gandolfi (1986) riportano i risultati di uno studio condotto sul fiume Amaseno (Lazio), dove è stata rilevata la presenza di Padogobius martensii,introdotto accidentalmente ed acclimatatosi con facilità. Gli autori sospettano l'instaurarsi di fenomeni di competizione interspecifica, avendo le 2 specie esigenze ecologiche molto simili.
La specie non ha alcun interesse per la pesca. Secondo Gandolfi et al. (1991) localmente è interessata da pesca di frodo.
Cause del declino.
Il forte degrado ambientale ed i frequenti episodi di inquinamento cui sono sottoposti i piccoli corsi d'acqua appenninici sono indicati tra le principali cause della rarefazione di questa specie. Nelle aree dove la situazione ambientale è ancora idonea e Padogobius nigricans è ancora abbondante, il ripopolamento con ittiofauna proveniente dal distretto padano-veneto, tra cui potrebbe essere accidentalmente presente Padogobius martensii, costituisce una minaccia reale per la sopravvivenza delle popolazioni.
Bibliografia
Bianco P. G., 1977 - Sulla presenza di Gobius nigricans (Pisces, Gobiidae) in un piccolo affluente del Tevere a nord di Roma. Riv. Idrobiol., 16: 239-242.
Bianco P. G., Miller., P. J., 1990 - Yugoslavian and other records of the Utalian freshwater goby, Padogobius martensii, and a character polarization in gobioid fishes. J. nat. Hist., 24: 1289-1302.
D’Onofrio E., Gibertini G., Zerunian S., 1988 -Aspetti della biologia riproduttiva di Gobius nigricans (Osteichthyes, Gobiidae). Boll. Zool., 55 (Suppl.): 58.
D’Onofrio E., Gibertini G., Margotta V., Zerunian S., 1990 -Biologia di Gobius nigricans (Osteichthyes, Gobiidae). aspetti dello sviluppo embrionale e della morfologia dell'avannotto.Atti del 3° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Perugia 28-30 settembre 1989). Rivista di Idrobiologia, Perugia 29 (1):185-199.
Gandolfi G., Tongiorgi P., 1974 - Taxonomic position, distribution and biology of the gobies present in italian freshwaters, Padogobius martensii (Günther) and Gobius nigricans canestrini (Osteichthyes,Gobiidae).Ann. Mus. civ. Stor. nat. Genova, 80: 92-118.
Gandolfi G., Zerunian S., 1987 - L'ittiofauna autoctona delle acque interne italiane: problemi aperti nella sistematica. Biologia e gestione dell'ittiofauna autoctona.Atti del 2° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Torino, 5-6 giugno 1987) Torino, 131-145.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Soregaroli D., Serventi M., Torricelli P., Gandolfi G., 1996- Indagine elettroforetica su due specie di gobidi d'acqua dolce attribuiti al genere Padogobius (P. martensii e P. nigricans). Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 521-528. (Riva del Garda, 12-13 dicembre 1991) Trento.
Zerunian S., Gandolfi G., 1986 - Considerazioni sui Gobidi d'acqua dolce presenti nel basso Lazio (Pisces, Gobiidae). Riv. Idrobiol., 25: 69-80
Pomatoschistus canestrini (Ninni, 1883)
Nome italiano: Ghiozzetto cenerino
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Pomatoschistus
Caratteri diagnostici: corpo fusiforme, con capo piuttosto largo; peduncolo caudale lungo e stretto; corpo ricoperto di scaglie ctenoidi, assenti sul capo. Occhi grandi, molto ravvicinati e sporgenti, in posizione dorso-laterale; disco pelvico non esteso fino all'apertura anale; pinne dorsali molto ravvicinate; sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale sviluppato, ma semplificato rispetto agli altri appartenenti al genere (Gandolfi et al., 1991).
La mancanza di alcuni caratteri tipici del genere Pomatoschistus ed in particolare la semplificazione del sistema dei canali mucosi cefalici, con la costante assenza del canale preopercolare, hanno indotto alcuni autori ad attribuire la specie al genere Knipowitschia (Iljin, 1930) o a considerarla parte di un nuovo genere (Whitley, 1951). Secondo Gandolfi et al.(1991) la denominazione Pomatoschistus canestrini è però tuttora da ritenersi la più valida.
Distribuzione passata e presente
La specie è diffusa nell'area mediterranea (Miller, 1973).
In Italia, il ghiozzetto cenerino è una specie endemica dell'alto Adriatico, originaria delle lagune del Veneto e del Delta del Po.
Attualmente la specie è presente, oltre che nelle zone di origine, in alcune acque salmastre del Golfo di Taranto (Gandolfi et al., 1982), dove è stata accidentalmente introdotta.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il ghiozzetto cenerino è una specie tipica di ambienti salmastri, comune sia in mare, sia nelle lagune, sia in corsi d'acqua in prossimità del mare (Gandolfi et al., 1991). L'habitat tipico è costituito da ambienti con acqua poco profonda, con substrato fangoso e privo di vegetazione. Il maschio mostra una spiccata territorialità.
Dimorfismo sessuale: maschi e femmine hanno livrea differente: il maschio ha colore di fondo grigio, con fasce trasversali più scure e con punti neri evidenti lungo i fianchi e sul capo, sopra la linea mediana. E' presente una serie di punti scuri disposti verticalmente a livello dell'inserzione delle pinne pettorali ed una macchia a livello del peduncolo caudale. Una macchia nera ocellare è presente sulla prima pinna dorsale. La femmina ha colore più chiaro, e tutti i caratteri descritti per il maschio sono presenti con tinte più tenui e contorni meno definiti. A livello del muso vi sono 2 bande scure preorbitali che decorrono obliquamente dal margine dell'occhio alle labbra. Durante il periodo riproduttivo le tonalità scure del maschio tendono ad accentuarsi ed i già tenui colori della femmina tendono a schiarirsi. (Gandolfi et al., 1991). La papilla genitale è conica e allungata nei maschi e larga e tronca nelle femmine. Altri caratteri discriminanti sono le pinne pettorali, anale e dorsale, più sviluppate nei maschi.
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile alcun dato bibliografico sulle dimensioni delle popolazioni. La struttura delle popolazioni è molto semplice, costituita al massimo da 2 classi di età (Gandolfi et al., 1991).
Sex ratio: secondo Maccagnani et al. (1985) il rapporto è sbilanciato a favore delle femmine.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta entro il primo anno di vita ed il ciclo vitale dura un solo anno (Gandolfi et al., 1982). La riproduzione ha luogo in primavera ed in estate (Gandolfi et al., 1991), quando il maschio allestisce un nido scavando al di sotto di un oggetto sommerso. Le osservazioni condotte in differenti ambienti hanno dimostrato come non esista una preferenza nella scelta dell'oggetto, essendo stati osservati nidi al di sotto di sassi, pezzi di legno, conchiglie bivalvi e oggetti di chiara provenienza antropica. La deposizione delle uova è preceduta da un rituale di corteggiamento ed avviene in posizione rovesciata, sulla volta del nido. Le successive cure parentali, fino alla schiusa delle uova, sono praticate dal maschio. Ogni femmina può deporre fino a 300 uova per volta, fino ad un massimo di 10 volte per stagione riproduttiva.
Sviluppo: la schiusa avviene in 5-7 giorni a 20-22°C. Gli avannotti misurano, alla nascita 2,2-2,3 mm; entro l'autunno successivo hanno raggiunto lunghezze standard di 2-4 cm per le femmine e 3,5 -5 cm per i maschi. Le taglie massime osservate sono di 64 mm per i maschi e 49 mm per le femmine (Gandolfi et al., 1982).
Alimentazione: la componente principale della dieta degli adulti è rappresentata da copepodi, associati a policheti, anfipodi, isopodi, larve di ditteri, bivalvi, gasteropodi e uova di pesci. I giovani si nutrono preferenzialmente di cirripedi ed ostracodi. (Gandolfi et al., 1982).
Rapporti con altre specie: in generale non vi sono fenomeni di competizione con altri Gobidi, con i quali convive in alcune zone del Delta del Po; episodi di competizione per il sito riproduttivo con altre specie (Pomatoschistus marmoratus e Salaria pavo) sono stati segnalati solo dove le disponibilità di rifugi sommersi erano limitate (Gandolfi et al. 1982).
La specie riveste scarso interesse per la pesca.
Osservazioni.
Il modesto interesse per la pesca e la relativa abbondanza della specie su tutto l'areale di distribuzione originario non inducono a considerarla tra quelle maggiormente in pericolo.
Bibliografia
Gandolfi G., Torricelli P., Cau A., 1982 - Osservazioni sulla biologia del ghiozzetto cenerino Pomatoschistus canestrinii (Ninni)(Osteichthyes,Gobiidae). Nova Thalassia, 5: 97-123.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Iljin B. S., 1930 - Le système des Gobides. Trab. Inst. esp. Oceanogr. Madrid, no 2, 63 pp W 038.
Maccagnani R., Carrieri A., Franzoi P., Rossi R., 1985 - Osservazioni sulla struttura di popolazione e il ruolo trofico di tre specie di Gobidi(Knipowitschia panizzae, Pomatoschistus marmoratus, Pomatoschistus canestrinii)in un ambiente del Delta del Po. Nova Thalassia, 7 (Suppl. 3): 373-378.
Whitley G. P., 1951 - New fish names and records.Proc. R. zool. Soc. N.S.W., (1949-1950): 61-68.
Pomatoschistus marmoratus (Risso, 1810)
Nome italiano: Ghiozzetto marmoreggiato
Categoria IUCN:
Vulnerable LR.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Pomatoschistus
Caratteri diagnostici: corpo slanciato, con capo leggermente largo; peduncolo caudale lungo e stretto; corpo ricoperto di scaglie ctenoidi, assenti nella regione predorsale. Occhi ravvicinati e sporgenti, in posizione dorso-laterale; disco pelvico esteso fino alla papilla genitale; pinne dorsali relativamente distanziate; sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale molto sviluppato. (Gandolfi et al., 1991).
La specie è stata descritta da Miller (1973) e, più recentemente da Gandolfi et al., 1991.
Distribuzione passata e presente
La specie è diffusa nell'area mediterranea (Miller, 1973).
In Italia, il ghiozzetto cenerino è una specie ampiamente diffusa negli ambienti estuariali e lagunari della penisola.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il ghiozzetto cenerino è una specie eurialina, tipica di ambienti salmastri in cui la salinità presenti valori superiori al 15-20 per mille (Gandolfi e Tongiorgi, 1978). L'habitat caratteristico è costituito da ambienti con acqua poco profonda, con substrato sabbioso e privo di vegetazione. Durante il periodo invernale si spinge in acque più profonde (Maccagnani et al., 1985).
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: il maschio assume una tonalità più scura, specialmente sul capo; la femmina mantiene colori tenui, mentre compare una macchia scura nell'area giugulare e si intensificano le bande scure decorrenti dagli angoli della bocca agli occhi (Tortonese, 1975).
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile alcun dato bibliografico sulle dimensioni delle popolazioni. La struttura delle popolazioni è semplice, costituita al massimo da 3 classi di età (Gandolfi et al., 1991).
Sex ratio: secondo Gandolfi et al. (1991) il rapporto è sbilanciato a favore delle femmine.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione ha luogo in primavera ed in estate, ma alcune femmine sono mature già a partire da febbraio (Maccagnani et al., 1985). Il nido viene allestito dal maschio, al di sotto di un oggetto sommerso. La deposizione delle uova è preceduta da un rituale di corteggiamento ed avviene in posizione rovesciata, sulla volta del nido. Le successive cure parentali, fino alla schiusa delle uova, sono praticate dal maschio. Ogni femmina può deporre più volte nell'ambito della stagione riproduttiva.
Sviluppo: secondo Gandolfi et al. (1991) il 60-65% dell'accrescimento si compie entro il primo anno di vita ed è più rapido, in questa fase, nei maschi; tuttavia sono le femmine a raggiungere le dimensioni finali maggiori. Le taglie massime osservate sono di 66,7 mm per i maschi e 68,1 mm per le femmine (Gandolfi et al., 1982).
Alimentazione: la dieta è carnivora; la componente principale negli adulti è rappresentata da forme meio e macro-bentoniche, in particolare copepodi, e policheti, associati ad anfipodi e ad altre prede occasionali. I giovani si nutrono preferenzialmente di policheti, copepodi ed organismi planctonici. (Maccagnani et al., 1985).
Rapporti con altre specie: non sono documentati fenomeni di competizione alimentare con altri Gobidi, con i quali convive in alcune zone del Delta del Po; episodi di competizione per il sito riproduttivo con altre specie (Pomatoschistus canestrinii) sono invece stati segnalati solo dove le disponibilità di rifugi sommersi sono limitate (Gandolfi et al. 1982).
La specie non riveste alcun interesse per la pesca.
Osservazioni.
La relativa abbondanza della specie su tutto l'areale di distribuzione originario e la pressoché nulla importanza per la pesca professionale non inducono a considerarla tra quelle maggiormente in pericolo.
Bibliografia
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Gandolfi G., Tongiorgi P., 1978 - Nuove indagini sulla distribuzione dei Gobidi nelle acque dolci e salmastre italiane. Boll. zool., 45: 328.
Gandolfi G., Torricelli P., CAU A., 1982 - Osservazioni sulla biologia del ghiozzetto cenerino Pomatoschistus canestrinii (Ninni)(Osteichthyes,Gobiidae). Nova Thalassia, 5: 97-123.
Maccagnani R., Carrieri A., Franzoi P., Rossi R., 1985 - Osservazioni sulla struttura di popolazione e il ruolo trofico di tre specie di Gobidi(Knipowitschia panizzae, Pomatoschistus marmoratus, Pomatoschistus canestrinii)in un ambiente del Delta del Po. Nova Thalassia, 7 (Suppl. 3): 373-378.
Miller P.J., 1973 - Gobiidae. In: J.C. Hureau e T. Monod, (Eds) - Check-list of the fishes of the North-Eastern Atlantic and of the Mediterranean. vol. 1, UNESCO, Paris, 483-515.
Tortonese E., 1975 -Fauna d’Italia. 11 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 636 pp.
Pomatoschistus minutus (Pallas, 1770)
Nome italiano: Ghiozzetto minuto
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Pomatoschistus
Caratteri diagnostici: corpo allungato e snello, con capo grosso e largo; peduncolo caudale lungo e stretto; corpo ricoperto di scaglie ctenoidi anche nella parte anteriore della regione predorsale. Occhi grandi, ravvicinati e sporgenti, in posizione dorso-laterale; disco pelvico oblungo, non esteso fino alla papilla genitale; pinne dorsali ben distanziate; sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale molto sviluppato. (Gandolfi et al., 1991).
La specie è stata ridescritta recentemente da Miller (1973). Secondo Gandolfi et al (1991) la posizione sistematica di Pomatoschistus minutus,la cui prima descrizione risale a più di 2 secoli fa, è stata per molto tempo assai controversa, anche a causa di errate determinazioni degli esemplari esaminati .
Distribuzione passata e presente
La specie è diffusa nell'area mediterranea (Miller, 1973).
Il ghiozzetto minuto è una specie ampiamente diffusa negli ambienti marini costieri della penisola italiana ed alle foci dei fiumi, ambienti che costituiscono anche l'areale di distribuzione originario in Italia.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il ghiozzetto minuto è una specie eurialina, tipica di ambienti marini e salmastri in cui la salinità presenti valori anche piuttosto bassi (Webb, 1980). L'habitat caratteristico è costituito da ambienti con substrato sabbioso o fangoso, privo di vegetazione. Secondo Bouchereau et al.(1989) gli ambienti lagunari sono colonizzati prevalentemente da giovani, mentre gli adulti sono rinvenibili con maggior frequenza in mare aperto, dove avviene la riproduzione. La colonizzazione degli ambienti salmastri da parte dei giovani avviene nel periodo primaverile.
Dimorfismo sessuale: presente durante il periodo riproduttivo: il maschio assume una tonalità più scura, e compaiono evidenti bande scure lungo i fianchi (Tortonese, 1975).
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile alcun dato bibliografico sulle dimensioni delle popolazioni. La struttura delle popolazioni è molto semplice, costituita al massimo da 2 classi di età (Gandolfi et al., 1991). Negli ambienti lagunari le popolazioni sono tipicamente costituite dalla sola classe 0+ (Bouchereau et al.1989).
Sex ratio: secondo Bouchereau et al.(1989) il rapporto è prossimo all'unità.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta al primo anno di età. La riproduzione ha luogo in primavera ed in estate, in ambiente marino, ed è preceduta dalla migrazione degli adulti verso il mare, che inizia già nei mesi di novembre-dicembre. Il nido viene allestito dal maschio al di sotto di una conchiglia bivalve, ricoperta dalla sabbia con colpi di coda. La deposizione delle uova, da 100 a 5000 per deposizione, avviene in posizione rovesciata, sulla volta del nido. Le successive cure parentali, fino alla schiusa delle uova, sono praticate dal maschio (Bouchereau et al., 1990). Ogni femmina può deporre più volte nell'ambito della stagione riproduttiva.
Sviluppo: secondo Bouchereau et al.1989 l'accrescimento si compie entro il primo anno di vita ed è particolarmente accentuato nel periodo pre riproduttivo autunnale. Le taglie massime osservate sono di 82,4 mm per i maschi e 80,2 mm per le femmine.
Alimentazione: la dieta è carnivora; la componente principale sembra essere rappresentata da crostacei (Tortonese, 1975). Non esistono studi approfonditi sull'alimentazione delle popolazioni italiane.
Rapporti con altre specie: non sono documentati fenomeni di competizione con altri Gobidi ed interazioni con altre specie ittiche.
La specie non riveste interesse per la pesca.
Osservazioni.
La relativa abbondanza della specie su tutto l'areale di distribuzione originario e la scarsa importanza per la pesca professionale non inducono a considerarla tra quelle maggiormente in pericolo.
Bibliografia
Bouchereau J. L., Quignard J. P., Tomasini J. A., Joyeaux J. C., Capape C., 1989 -La population de Pomatoschistus minutus (Pallas, 1770) de la lagune de Mauguio, France. Paramètres demographiques et croissance individuelle.Cah. Biol. mar., 30: 487-514.
Bouchereau J.L., Quignard J.P., Tomasini J.A., Joyeaux J.C., Capape C., 1990 -Cycle sexuel, condition, feconditè et ponte de Pomatoschistus minutus (Pallas, 1770) (Gobiidae) du Golfe du Lion, France. Cybium, 14: 251-267.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Miller P.J., 1973 - Gobiidae. In:. J.C. Hureau e T. Monod, (Eds) - Check-list of the fishes of the North-Eastern Atlantic and of the Mediterranean.. 1: 483-515, UNESCO, Paris,.
Tortonese E., 1975 -Fauna d’Italia. 11 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 636 pp.
Webb C.J., 1980 - Systematics of the Pomatoschistus minutus complex(Teleostei: Gobiidae). Phil. Trans. R. Soc. London, Ser. B, 291: 201-241.
Zosterisessor ophiocephalus (Pallas, 1811)
Nome italiano: Ghiozzo gò
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Gobiidae, gen. Zosterisessor
Caratteri diagnostici: corpo allungato e compresso in senso laterale, con profilo dorsale leggermente arcuato; bocca ampia, con labbra grandi; corpo ricoperto di piccole scaglie ctenoidi, assenti su parte degli opercoli. Occhi piccoli, non sporgenti dal profilo dorsale del capo; disco pelvico piuttosto corto, non esteso fino alla papilla genitale; pinne dorsali ravvicinate; sistema di canali mucosi cefalici della linea laterale sviluppato. Assenza delle papille sottorbitali della serie a (Gandolfi et al., 1991).
Secondo Miller (1973) il ghiozzo gò appartiene al genere Zosterisessor, per quanto incluso, un tempo, in Zostericola (Whitley, 1935).
Distribuzione passata e presente
Zosterisessor ophiocephalus è una specie originaria del Mediterraneo e del Mar Nero (Miller, 1973), presente in Italia lungo le coste, nelle lagune ed alle foci di corsi d'acqua e canali tributari del Mar Adriatico, soprattutto nella parte settentrionale.
L'attuale distribuzione coincide, sostanzialmente, con quella originaria.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: il ghiozzo gò è una specie eurialina, il cui habitat preferenziale è costituito dai bassi fondali marini costieri, dalle zone lagunari e dalle zone di foce, dove conduce vita bentonica su substrati fangosi. In particolare la specie tende a vivere in tane scavate nel fango, tra le radici. Secondo Casaretto (1988) esistono differenti tipi di tana, con strutture e funzioni diverse. Secondo Gandolfi et al. (1991), due parametri importantissimi e discriminanti per la scelta dell'habitat sono costituiti dalla presenza di praterie di zostere e posidonie e dalla salinità delle acque, che non dev'essere molto bassa. La specie mostra una spiccata territorialità.
Dimorfismo sessuale: la papilla genitale è conica e allungata nei maschi e larga e tronca, con due punte terminali nelle femmine. Durante il periodo riproduttivo i maschi presentano colorazione più vivace. (Casaretto, 1988).
Dimensioni delle popolazioni non è disponibile alcun dato sulle dimensioni e sulla dinamica di popolazione di questa specie.
Sex ratio: non è disponibile alcun dato bibliografico sul rapporto maschi/femmine.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale è raggiunta al 2° anno di età. La riproduzione avviene nel periodo primaverile ed ha luogo in tane scavate nel fango, sotto i rizomi di zostera; nelle tane, scavate a pochi centimetri di profondità e con struttura abbastanza complessa, partecipano alla riproduzione gruppi di 4-8 individui, composti da 1 maschio dominante di grossa taglia, alcune femmine ed alcuni maschi più piccoli ed immaturi (Casaretto, 1988). Le uova vengono deposte sulla volta del nido, sui rizomi di zostera che pendono all'interno.
Sviluppo: non è disponibile alcun dato sullo sviluppo e sull'accrescimento di questa specie.
Alimentazione: la dieta è costituita da crostacei, molluschi, policheti ed anche piccoli pesci tra cui latterini, noni e Gobidi di piccola taglia (Pagotto e Campesan, 1980).
Rapporti con altre specie: non sono documentati fenomeni di competizione con altri Gobidi per la scelta dei siti trofici e riproduttivi, mentre è documentata la predazione ai danni di stadi giovanili di altre specie ittiche.
Secondo Gandolfi et al. (1991) la specie è oggetto di pesca professionale e sportiva, ed è correntemente commercializzata a prezzi notevolmente superiori a quelli degli altri Gobidi nei mercati ittici di alcune regioni italiane (soprattutto il Veneto), in quanto considerata molto pregiata dal punto di vista alimentare.
Cause del declino.
Nonostante la notevole pressione di pesca nei suoi confronti, la relativa abbondanza di questa specie e la consistenza delle popolazioni rinvenibili non inducono a considerarla tra quelle più a rischio. Ciononostante in alcune zone negli ultimi anni si è registrato un calo numerico (Maio et al., 1996), sulle cui cause occorrerà avviare indagini approfondite.
Bibliografia
Casaretto L., 1988 - Analisi del comportamento di Zosterisessor ophiocephalus (Pisces, Gobiidae). Tesi di laurea in Scienze Biologiche, Facoltà di Scienze M.F.N., Università di Trieste, 101 pp.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Maio G., Marconato E., Salviati S., 1996 - La distribuzione dell'ittiofauna dolce e salmastra in provincia di Rovigo.Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento, 231-243.
Miller P.J., 1973 - Gobiidae. In: . J.C. Hureau & Th. Monod, (Eds) - Check-list of the fishes of the North-Eastern Atlantic and of the Mediterranean1: 483-515. UNESCO, Paris..
Pagotto G., Campesan G., 1980 - Abitudini alimentari di specie ittiche della Laguna di Venezia. Atti Mus. civico Stor. nat. Trieste, 32: 1-18.
Whitley G. P., 1935 - Studies in Ichthyology.No. 9 Rec. aust. Mus., 19: 215-250.
Salaria fluviatilis (Asso, 1801)
Nome italiano: Cagnetta
Categoria IUCN:
Data deficient DD.
Tassonomia.
Ordine dei Perciformes, fam. Blenniidae, gen. Salaria
Caratteri diagnostici: corpo allungato e compresso in senso laterale. Pelle nuda, coperta da uno spesso strato di muco. Capo corto, sviluppato in altezza, con bocca in posizione mediana. Pinne ventali molto avanzate, con un raggio spinoso e tre raggi molli; pinna anale con una o due spine; pinne pettorali con raggi indivisi, estese in lunghezza fino all'ano; pinna dorsale allungata, senza incisura tra la parte anteriore sorretta da raggi spinosi e la posteriore, sorretta da raggi molli. Presenza di canali mucosi sopraorbitali; presenza di tentacoli sopraorbitali brevi e suddivisi in più filamenti (Gandolfi et al., 1991).
Alla famiglia Blenniidae appartiene la sottofamiglia dei Blennini, costituita da una settantina di specie attribuite a 15 generi (Bath, 1976). Salaria fluviatilis è, con Salaria pavo (bavosa), specie eurialina, l'unica specie italiana appartenente al genere Salaria presente nelle acque interne.
Distribuzione passata e presente
Salaria fluviatilis è una specie a distribuzione circummediterranea, autoctona in Italia ma con distribuzione frammentata e puntiforme (Tortonese, 1975).
In Italia settentrionale la specie è sicuramente presente nei 2 grandi laghi subalpini Garda e Maggiore, nel lago di Mergozzo ed è stata segnalata recentemente nel fiume Ticino, in provincia di Novara e Milano (Delmastro e Balma, 1984; Giudice, rif. pers.) ed in provincia di Rovigo, nel complesso reticolo idrografico facente capo al basso corso del fiume Po (Maio et al., 1996). Nell'Italia centrale e meridionale la specie è segnalata genericamente come abitante di corsi d'acqua anche di modesta portata, di laghi e di ambienti ad acque salmastre a bassa salinità (Gandolfi et al., 1991).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l'habitat caratteristico è costituito sia da corsi d'acqua e bacini lacustri con acque limpide e fondale costituito da ciottoli, sia da ambienti lagunari costieri a bassa salinità dove la cagnetta vive su substrati melmosi ricchi di vegetazione acquatica. E' noto il comportamento spiccatamente territoriale. L'area presieduta è generalmente costituita da una piccola nicchia al di sotto di un sasso o di un qualunque ostacolo sommerso, che l'animale provvede a mantenere pulito con movimenti delle pinne (Wickler, 1957). Gli individui in possesso di un territorio hanno livrea più scura di quelli che ne sono privi.
Dimorfismo sessuale: alcuni caratteri permettono il riconoscimento dei sessi: la taglia, decisamente maggiore nei maschi, la costante presenza, nei maschi, di una cresta, a volte estesa fino all'origine della pinna dorsale e la conformazione della papilla genitale, conica ed allungata nei maschi (Wickler, 1957).
Dimensioni delle popolazioni non esistono in bibliografia notizie sulle dimensioni delle popolazioni.
Sex ratio: dati non disponibili in bibliografia.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione ha luogo da aprile a luglio. (Gandolfi et al., 1991). E' preceduta dal corteggiamento del maschio, che invita la femmina nel proprio nido. Le uova, adesive, vengono deposte sulla volta del nido. Le cure parentali sono a carico del maschio, che provvede alla ventilazione delle uova ed alla rimozione delle uova morte (Giudice, rif. pers.) Più femmine possono deporre nello stesso nido.
Sviluppo: dalla fecondazione alla schiusa delle uova intercorre un periodo di circa 2 settimane ad una temperatura di 20°C (Gandolfi et al., 1991). Non è disponibile in bibliografia alcun dato sull'accrescimento. La taglia massima raggiungibile è di 15 cm.
Alimentazione: la bibliografia non riporta studi sull'alimentazione della cagnetta. Secondo Gandolfi et al. (1991) lo spettro trofico risulta costituito da piccoli macroinvertebrati bentonici.
Rapporti con altre specie: non è disponibile alcun dato bibliografico su questo aspetto della biologia di Salaria fluviatilis.
La specie non riveste alcun interesse per la pesca sportiva ne, tantomeno, professionale.
Osservazioni.
I pochi dati bibliografici sulla distribuzione di questa specie non evidenziano una rarefazione della cagnetta, evidenziando semmai un'espansione del suo areale (Maio et al., 1996). Molto probabilmente, come già riportato da Gandolfi et al.(1991) quest'espansione è piuttosto da mettere in relazione con la precedente scarsa conoscenza della specie, la cui distribuzione in passato è stata probabilmente sottostimata.
Bibliografia
Bath B., 1976 - Revision der Blenniinae (Pisces, Blennidae).Senck. biol., 57: 167-234.
Delmastro G. B., Balma G. A. C., 1984 - Conferma, mediante fotografia subacquea, della presenza di Salaria fluviatilis (Asso) e di altre specie ittiche nelle acque del Fiume Ticino. Riv. piemont. Stor. nat., 5: 165-169.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Maio G., Marconato E., Salviati S., 1996 - La distribuzione dell'ittiofauna dolce e salmastra in provincia di Rovigo. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 231-243. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento..
Tortonese E., 1975 -Fauna d’Italia. 11 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 636 pp.
Whickler W., 1957 - Vergleichende Verhaltensstudien an Grundfischen. Beitrage zur Biolgie, besonders zur Ethologie von Blennius fluviatilis Asso im Vergleich zu einigen anderen Bodenfischen. Z. Tierpsychol. 14: 393-428.
Signathus abaster Risso, 1810
Nome italiano: Pesce ago di rio
Categoria IUCN:
Lower risk LR.
Tassonomia.
Ordine dei Sygnathiformes, fam. Sygnathidae, gen. Sygnathus
Caratteri diagnostici: corpo molto allungato e sottile, rivestito da una guaina di anelli ossei. Capo con lunghezza compresa più di 8 volte nella lunghezza totale. Muso tubolare subcilindrico, con bocca piccola in posizione terminale. Pinne ventali assenti; pinne anale, caudale e pettorali molto piccole; pinna dorsale con origine all’altezza dell’apertura anale, estesa su 6-11 anelli. Presenza di una cresta poco pronunciata nella regione occipitale. (Gandolfi et al., 1991).
Alla famiglia Sygnathidae appartengono 2 sottofamiglie: Sygnathinae (pesci ago) e Hippocampinae (cavallucci marini), prevalentemente costituite da specie marine o di acqua salmastra (Gandolfi et al., 1991). Sygnathus abaster è una specie di acque marine costiere, studiata in passato da D’Ancona (1934) e Tortonese (1970).
Distribuzione passata e presente
Il pesce ago di rio è una specie ad ampia distribuzione mediterranea (D’Ancona, 1934; Tortonese, 1975), diffusa negli ambienti costieri ad acqua salmastra.
In Italia la specie è presente negli ambienti lagunari ed alle foci dei corsi d’acqua in tutta la penisola (Gandolfi et al., 1991), nonché in alcuni canali di bonifica nella zona del Delta del Po.
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l'habitat caratteristico è costituito dagli ambienti lagunari ed estuariali o deltizi, dove colonizza fondali sabbiosi e fangosi, ricchi di vegetazione acquatica. Secondo Gandolfi et al. (1991) la specie presenta una forte tolleranza alle acque dissalate ed a basse temperature, mostrando maggiore adattabilità rispetto all’altro Sygnathidae comune nelle acque costiere italiane Sygnathus acus,pesce ago.
Dimorfismo sessuale: nei maschi è presente una tasca incubatrice, formata da 2 duplicature cutanee combacianti lungo la linea mediana, nella parte inferiore ed anteriore del peduncolo caudale. Durante il periodo riproduttivo essa risulta particolarmente evidente. Al di fuori del periodo riproduttivo è comunque rilevabile per la presenza di una fessura longitudinale nella parte ventrale, posteriormente all’ano (Gandolfi et al., 1991).
Dimensioni delle popolazioni non esistono in bibliografia notizie sulle dimensioni delle popolazioni.
Sex ratio: dati non disponibili in bibliografia.
Comportamento riproduttivo: la maturità sessuale viene raggiunta al termine del primo anno. La modalità riproduttiva prevede un accoppiamento effettuato intrecciando i peduncoli caudali, durante il quale la femmina emette le uova che vengono accolte nella tasca incubatrice del maschio, dove permangono per tutto lo sviluppo embrionale (D’Ancona, 1934).
Sviluppo: solo molto scarsi i dati sullo sviluppo e sull’accrescimento: secondo Gandolfi et al. (1991) l’accrescimento è proporzionalmente simile a quello di Sygnathus acus, per il quale sono noti i seguenti dati: i piccoli misurano alla nascita 24-28 mm, raggiungono 5 cm entro la prima estate, ed una lunghezza massima di 20 cm. Il ciclo vitale è di 3 anni.
Alimentazione: secondo Ferrari et al. (1978) lo spettro trofico risulta costituito da Foraminiferi, larve di Policheti, Anfipodi e di copepodi Calanoidi e Ciclopoidi.
Rapporti con altre specie: non è disponibile alcun dato bibliografico su questo aspetto della biologia di Sygnathus abaster.
La specie non riveste alcun interesse per la pesca sportiva e professionale.
Osservazioni.
I pur generici dati bibliografici sulla distribuzione di questa specie in Italia non evidenziano contrazioni dell’areale di distribuzione (Gandolfi et al., 1991; Maio et al., 1996). Secondo tali autori il pesce ago di rio, essendo ampiamente tollerante rispetto alle variazioni di salinità ed alle alterazioni ambientali e non rivestendo alcun interesse per la pesca, presenta popolazioni tuttora consistenti in tutto il suo areale di distribuzione.
Bibliografia
D’Ancona U., 1934 - Le specie mediterranee del genere Sygnathus. R. Comit. talassogr. ital., Mem. no. 210, 79 pp.
Ferrari I., Gandolfi G., Stefanini A., 1978 - Lo zooplancton della Sacca del Canarin (Delta del Po): composizione e ruolo nell’alimentazione dei pesci planctofagi.Atti Soc. ital. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano., 119: 211-228.
Gandolfi G., Marconato A., Torricelli P., Zerunian S., 1991 - I pesci delle acque interne italiane. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 617 pp.
Maio G., Marconato E., Salviati S., 1996 - La distribuzione dell'ittiofauna dolce e salmastra in provincia di Rovigo. Atti del 4° Convegno Nazionale A.I.A.A.D. pp. 231-243. (Riva del Garda, 12- 13 dicembre 1991) Trento.
Tortonese E., 1970 -Fauna d’Italia. 10 Osteichthyes. Ed.Calderini, Bologna, 545 pp.
Aphanius fasciatus Nardo, 1827
Nome italiano: Nono
Categoria IUCN:
Vulnerable VU A1,a,c,e.
Tassonomia.
Ordine dei Cyprinodontiformes, fam. Cyprinodontidae, gen. Aphanius
Caratteri diagnostici: corpo tozzo, con capo leggermente appiattito e peduncolo caudale corto ed alto. Bocca supera, con mascelle con denti tricuspidati in un'unica fila. Pinne dorsale ed anale alte ed arretrate; pinne pettorali e ventrali poco sviluppate. Scaglie grandi di tipo cicloide; assenza della linea laterale lungo i fianchi. (Gandolfi et al., 1991).
Alla famiglia Cyprinodontidae appartiene un'unica specie presente nelle acque italiane, Aphanius fasciatus.
Distribuzione passata e presente
Il nono è una specie ad ampia distribuzione circummediterranea centrale ed orientale, diffuso fino al Mare di Marmara (Bianco, 1996) ed assente nel Mar Nero (Parenti, 1981). E' presente con numerose popolazioni geograficamente isolate ed altamente polimorfe (Comparini et al., 1983).
In Italia la specie è presente negli ambienti salmastri, e nelle acque dolci anche ad una certa distanza dal mare in tutta la penisola (Gandolfi et al., 1991).
Secondo Bianco (1996) la distribuzione attuale del nono nella penisola segue quella degli ambienti di transizione (acque salmastre) e quelli ipersalini (saline). Sono note alcune segnalazioni anche per le acque marine, in particolare nel Mar Ligure, e per corsi d'acqua dolce ad oltre 50 Km dal mare. La specie è presente in Liguria, Toscana, Lazio, Veneto, Emilia-Romagna, Puglia, Sicilia e Sardegna (Tigano e Ferrito, 1985).
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Habitat: l'habitat caratteristico è costituito dagli ambienti ad acqua salmastra soggetti a forte escursione di salinità, di temperatura e di quantità di ossigeno disciolto (Cottiglia, 1980). E' rinvenibile frequentemente nelle acque lagunari, ma anche in ambienti ipersalini come le saline, e nei corsi d'acqua anche a notevole distanza dal mare. Il nono colonizza preferenzialmente le acque poco profonde di lagune e canali e fiumi a lento decorso e con ricca vegetazione acquatica.
Dimorfismo sessuale: maschi e femmine hanno livrea differente: il maschio ha colore di fondo bianco argenteo con dorso bruno olivastro, ventre bianco e presenza di 7-15 bande trasversali scure sui fianchi. Le pinne sono giallastre, con orlo nero sui margini superiore ed anteriore della dorsale. La femmina ha colore più tenue, con il dorso più chiaro e le bande trasversali meno evidenti. Le pinne sono biancastre e proporzionalmente meno sviluppate di quelle del maschio. La diversità di colorazione si accentua durante il periodo riproduttivo, quando la livrea dei maschi assume toni ancora più accesi (Gandolfi et al., 1991).
Dimensioni delle popolazioni non esistono in bibliografia notizie sulle dimensioni delle popolazioni.
Sex ratio: secondo Musio (1930) nelle popolazioni lagunari vi è prevalenza di femmine.
Comportamento riproduttivo: la riproduzione ha luogo da marzo a giugno. La deposizione avviene su bassi fondali ricchi di vegetazione. L'accoppiamento è preceduto da una forte competizione tra maschi e da rituali di corteggiamento (Marconato, 1982).
Sviluppo: solo molto scarsi i dati sullo sviluppo e sull’accrescimento: secondo Mazza (1901) alla nascita gli avannotti misurano 4-4,5 mm. La maturità sessuale viene raggiunta a circa 25mm, lunghezza alla quale si manifesta il dimorfismo sessuale.
Alimentazione: secondo Cottiglia (1980) lo spettro trofico risulta composto da invertebrati planctonici e bentonici.
Rapporti con altre specie: secondo Bianco (1996) il nono è una specie particolarmente sensibile a fenomeni di competizione alimentare e predazione. In particolare la loro assenza nelle maggior parte delle acque dolci è da mettere in relazione alla copresenza di specie primarie (Darlington, 1957). Un esempio di ciò è la presenza di Aphanius fasciatus nel fiume Salso, in Sicilia, a 50 km dalla foce in mare, dove non vi sono altre specie ittiche.
La specie non riveste alcun interesse per la pesca sportiva e professionale.
Cause del declino.
Secondo Bianco (1996), benché lo stato attuale di conservazione del nono in Italia sia sconosciuto, è probabilmente critica la sua posizione a causa della progressiva bonifica delle aree umide e dei bacini salmastri. Un ulteriore elemento di pericolo è costituito dall'introduzione e dall'acclimatazione della gambusia, Gambusia holbrooki,Pecilide di origine nord americana, che ha causato, a pochi anni dalla sua introduzione (datata intorno agli inizi degli anni '20), la scomparsa del nono da alcuni ambienti salmastri costieri del Lazio (Parenzan, 1929). Uno studio effettuato sui corsi d'acqua della provincia di Rovigo (Maio et al., 1996) ha invece evidenziato come la specie abbia mantenuto uno stato di sostanziale costanza numerica e spaziale, nonostante la copresenza della gambusia.
Bibliografia
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IL LINGUAGGIO CHIMICO DEI PESCI
Attualmente si conoscono circa 25.000 specie di pesci diverse e grazie ad esperimenti effettuati su pesci gatto si è riuscito a capire in che modo gli individui di una stessa specie riescono ad interagire tra di loro.
Ad esempio esistono pesci che vivono tutta la loro esistenza nelle profondità oceaniche; la cosa più sorprendente è che questi animali, benché siano quasi completamente ciechi, abbiano sviluppato un comportamento sociale elaborato. Ciò lo si può spiegare col fatto che questi pesci hanno la possibilità di comunicare attraverso i loro sensi chimici come i ricettori del gusto e dell’olfatto che si trovano sparsi su tutta la superficie del corpo, ed i centri celebrali a loro collegati che predominano come componenti sensoriali del sistema nervoso sopraffacendo i lobi ottici.
Alcuni pesci possiedono una sensibilità chemiosensoriale quasi incredibile. 
Il pesce gatto, un animale prevalentemente notturno, ha una pessima vista ma i sensi dell’olfatto e del gusto sono estremamente sviluppati.
Infatti essi individuano la presenza di cibo nell’acqua con l’utilizzo dei bottoni gustativi localizzati su tutto il corpo dell’animale, grazie agli stimoli chimici provenienti dal cibo. Tutto ciò è stato dimostrato distruggendo chirurgicamente i bottoni gustativi su un lato del corpo. Il pesce ebbe delle difficoltà nel trovare il cibo e vi riuscì soltanto incurvandosi in modo da esporre il lato dove i bottoni gustativi erano ancora intatti.
Da altri esperimenti si dedusse che un soggetto accecato si eccitava e diventava aggressivo quando veniva a contatto con l’acqua di un pesce con il quale aveva combattuto, mentre non lo diventava quando veniva a contatto con l’acqua di specie diverse. Evidentemente esso riusciva a riconoscere la propria specie grazie a qualche sostanza chimica dispersa nell’acqua. I risultati di questi esperimenti hanno portato a pensare che questi segnali chimici trasmettessero un messaggio. In questo modo il ricevente era in grado di identificare un individuo della sua stessa specie o un estraneo come rappresentante di un certo tipo di minaccia.
Un piccolo ghiozzo che diventa cieco da giovane e trascorre la propria esistenza in un cunicolo scavato nel fango, possiede un’estrema aggressività nei riguardi del suo stesso sesso e tollera come coinquilino solo membri di sesso opposto. Maschio e femmina fanno coppia per tutta la vita prima di essere sessualmente maturi. Se un intruso invade la loro tana, quello dello stesso sesso ingaggia una lotta feroce che si conclude con la morte di uno dei due contendenti. Se poi l’intruso sconfigge l’occupante della tana si sostituisce ad esso e la femmina lo accetta come se nulla fosse. Tutto questo è dovuto al fatto che questo pesce riconosce il sesso di un membro della sua stessa specie mediante un segnale chimico.
Inoltre si riuscì a determinare con altri esperimenti che le reazioni dei pesci erano dovute a un segnale chimico anche in certi tipi di atteggiamenti di corteggiamento associati ad una forte motivazione sessuale e che potrebbero essere scatenati soltanto dai feromoni.
Essi infatti reagivano quando venivano a contatto con l’acqua che conteneva un altro pesce e che un feromone prodotto dalla femmina durante il corteggiamento è il segnale che distingue le due specie; è questa segnalazione che impedisce l’ibridazione di due specie diverse.
I pesci gatto sono i rappresentanti più evoluti dal punto di vista dei sensi chimici mentre le facoltà visive sono molto ridotte.
Essi eleggono comunemente un proprio territorio che difendono dagli intrusi magari costituito solo da una zona d’acqua ben delimitata.
ESPERIMENTO:
Quando in una vasca venivano introdotti due pesci ognuno stava nel proprio territorio, cambiando direzione quando ne raggiungevano il limite. Se uno dei due pesci veniva allontanato l’altro non osava invadere il territorio lasciato libero, ma se veniva introdotto un pesce estraneo subito lo attaccava mentre, se veniva inserito un vecchio occupante cominciavano a rispettare i vecchi confini. Questo vuol dire che un pesce gatto non solo è in grado di identificare ma anche di ricordare l’identificazione di un particolare individuo.
Nelle vasche dove sono contenuti un certo numero di individui, si stabilisce una gerarchia. Un pesce domina gli altri ed elegge l’area più grande e protetta come proprio territorio mentre i pesci di grado inferiore occupano aree più piccole. I conflitti tra pesci gatto assumono forme svariate a seconda del grado gerarchico.
Nel caso di membri appartenenti allo stesso gruppo si limitano semplicemente ad una danza mentre nel caso di pesci estranei al gruppo la lotta determina la morte di uno dei due contendenti. I pesci gatto inoltre possono assumere un comportamento cooperativo. Quando in una piccola comunità veniva introdotto un estraneo, il membro dominante faceva entrare gli altri membri del gruppo nel suo territorio dopo di che si faceva avanti per fronteggiare l’intruso.
Il comportamento e la capacità di riconoscimento non dipende dalla vista; infatti il comportamento non si modificò anche dopo che alcuni furono accecati. Per i pesci gatto prevalgono gli stimoli chimici e la memoria nel riconoscerle.
ESPERIMENTO:
Durante un esperimento successe che, dopo aver inserito parecchi piccoli pesci in una vasca, un grosso pesce vi saltò dentro provocando la morte di tutti i pesci che tentarono di sfuggirgli saltando fuori tranne due che rimasero nella vasca prima che venisse tolto l’intruso. Non appena rimasero soli si suddivisero di nuovo il territorio ai due lati della vasca ma con l’introduzione di acqua prelevata dalla vasca del pesce grosso corsero a nascondersi insieme per ritornare nel proprio territorio solo con la scomparsa del pericolo. Con l’ulteriore introduzione di acqua venuta a contatto col pesce responsabile dell’aggressione il fenomeno si ripeteva ogni volta nello stesso modo. La memoria di questo segnale chimico rimase attiva per quattro mesi e non risposero mai nello stesso modo con acque provenienti da altri pesci diversi.
L’esistenza di questi segnali chimici è permessa dalla presenza di feromoni. Questo fu verificato attraverso i segnali provenienti da due pesci gatto. Uno di questi stimoli era positivo con la ricompensa di cibo mentre al contrario una scossa elettrica corrispondeva ad una risposta negativa.
ESPERIMENTO:
L’esperimento venne attuato con un pesce immesso in una vasca con un riparo. Con l’immissione nella vasca di acqua proveniente da un soggetto “positivo”, il pesce veniva a galla ed apriva la sua bocca per ricevere la ricompensa in cibo. Con l’immissione di acqua proveniente da un soggetto “negativo”, il pesce correva a rifugiarsi nel riparo per evitare la scossa elettrica. I pesci sottoposti a questo esperimento risposero positivamente nella quasi totalità dei casi.
ESPERIMENTO:
Per determinare se lo stimolo viene avvertito dall’olfatto o dal gusto sono stati distrutti i recettori olfattivi in alcuni esemplari. Questi soggetti non erano più capaci di distinguere i vari segnali.
La comunicazione mediante segnali chimici, nei pesci gatto, avviene quindi chiaramente attraverso il senso dell’olfatto. Per questo si può dire che questi animali utilizzano i bottoni gustativi per trovare il cibo e l’organo dell’olfatto per ricevere informazioni di ordine sociale.
Ad esempio costituendo una comunità di individui privati dei tessuti olfattivi questi si comportano come fossero estranei e solo dopo che i tessuti olfattivi si erano rigenerati andavano a costituire nuovamente la comunità.
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I PRIMI PESCI D'ACQUA DOLCE
Il neo-acquariofilo resta sicuramente affascinato dalla grande varietà di pesci tropicali d'acqua dolce dalle forme e dai colori più disparati. Presto, però, la meraviglia e l'entusiasmo cedono il passo al panico: acquistato l'acquario, quali pesci ospitarvi? Sceglierli in base alla taglia o ai colori che si armonizzino tra loro e magari con l'arredamento circostante vuol dire andare incontro ad un sicuro fallimento. Ecco una piccola guida per non sbagliare.
I Ciclidi
Tra i più popolari pesci d'acquario, lo scalare o pesce angelo (Pterophyllum scalare), come viene comunemente chiamato, proviene dal Sud America, precisamente dall'area amazzonica. La forma sviluppata in altezza ed estremamente compressa del corpo ne indica la natura di pesce adattato a vivere in acque caratterizzate da ostacoli sommersi e una ricca vegetazione acquatica, all'interno della quale si muove con assoluta disinvoltura. Un acquario adatto ad ospitarlo nel migliore dei modi va quindi allestito con radici di torbiera o di savana e numerose piante. Le radici di torbiera, rilasciando acidi umici e tannino tenderanno a colorare ed acidificare l'acqua, portandola a un pH (6,5-6,8) che è quello più adatto a questi pesci. Trattandosi di esemplari nella maggioranza dei casi riprodotti dai grandi esportatori europei o asiatici sono comunque pesci che si adattano benissimo anche all'acquario di comunità e a caratteristiche dell'acqua più standard (pH 7, GH 10, temperatura 24-26° C). Lo scalare, se di dimensioni non eccessive (raggiunge i 20 cm di altezza) può convivere anche con pesci (ad esempio Caracidi) di piccole dimensioni e va nutrito con mangime in scaglie, in granuli o con crostacei (dafnie, artemia) surgelati o liofilizzati. Per selezione ne sono state ottenute numerosissime varietà, sia cromatiche che mutate nella forma e nelle dimensioni delle pinne, ma è possibile trovare in commercio anche esemplari selvatici, dai colori particolarmente belli ed intensi. Il discus vive in buona parte dell'Amazzonia, dal corso medio-basso del Rio delle Amazzoni (intorno ai centri di Santarém e Alenquer) al corso superiore (Solimòes) in territorio brasiliano, a ovest fino al Rio Putumayo in Perù. Non vive solo in acque "scure" come il suo cugino discus Heckel (caratteristico del Rio Negro), ma preferisce piuttosto quelle derivate dalla mescolanza di acque scure con acque "bianche". Il suo habitat d'elezione (ma non esclusivo) è costituito da acque piuttosto profonde, relativamente torbide, con abbondanza di crepacci e rami contorti caduti dalla foresta circostante, pressoché prive di piante eccetto quelle galleggianti e alcune specie anfibie come certi Echinodorus. Per le popolazioni selvatiche viene citata usualmente in letteratura una lunghezza massima di 14-15 cm (pinna caudale esclusa), in realtà tra le centinaia di razze e varietà domestiche vi sono molti esemplari che superano nettamente tali misure. Anche se qualche esperto allevatore afferma il contrario, è pressoché impossibile distinguere esternamente i sessi, tranne negli individui impegnati nella riproduzione in cui si può osservare la papilla genitale estroflessa: conica e appuntita nel maschio, arrotondata nella femmina. Il discus è una specie dalla livrea estremamente variabile anche in natura, a seconda delle popolazioni e dei biotopi colonizzati, particolarità che è stata sfruttata dagli allevatori per selezionare centinaia di varietà diverse, soprattutto nell'ultimo ventennio. Le varietà selvatiche prendono di regola il nome dalla località di provenienza: tra i marroni, particolarmente rinomate sono la "Rio Madeira" e la "Alenquer" (che ha contribuito alla selezione dei "rossi"); tra i blu, la "Manacapuru" e la "Rio Purus"; tra i verdi, infine, la "Tefé" e la "Coar". Le forme domestiche (spesso ibridi tra sottospecie e varietà cromatiche selvatiche) vantano invece nomi curiosi che comunque in genere richiamano certe caratteristiche cromatiche o morfologiche: "Hi-Fin" (pinne lunghe), "Hi-Body" (corpo ellittico che ha ben poco di "discoidale"!), "Turchese", "Turchese-Rosso", "Pidgeon Blood" (sangue di piccione), "Solid" (indica un colore uniforme), "Snake Skin" (pelle di serpente), ecc. È tra i Ciclidi più pacifici e tranquilli. I giovani sono piuttosto socievoli, anche se nel gruppo si instaura sempre una certa gerarchia che talvolta può portare all'esclusione dei soggetti più piccoli e deboli. Gli adulti formano solitamente coppie fisse e stabili nel tempo, che però fuori dal periodo riproduttivo si mescolano spesso ad altri esemplari. Il discus è un pesce onnivoro, con spiccata tendenza alla zoofagia: in natura la sua alimentazione comprende soprattutto piccoli invertebrati (vermi, crostacei, insetti e loro larve), ma anche semi, frutti e detriti vegetali caduti in acqua dalla foresta sovrastante. In acquario la regola da seguire tassativamente fin dalla giovane età è: variare la dieta il più possibile! Il discus infatti è un pesce "pigro", che in acquario tende a prediligere un cibo su tutti rifiutando sdegnosamente gli altri, a tutto svantaggio della sua salute. Oggi fortunatamente l'acquariofilo dispone di una vastissima scelta di alternative per nutrire i discus, che andranno proposte (talora imposte) di volta in volta senza lasciarsi troppo... intenerire dalle bizze dei suoi beniamini: mangimi secchi dedicati (spesso arricchiti di carotenoidi e altre sostanze coloranti naturali per mantenere e intensificare le livree), "pastoncini" surgelati realizzati su ricetta dei migliori allevatori, cibi surgelati (artemie, dafnie, chironomi, larve bianche e nere di zanzara), cibo vivo (tubifex, enchitrei, chironomi), cuore di manzo in piccoli pezzi, ecc.
Gli Apistogramma, originari del Sud America, sono "Ciclidi nani" per eccellenza e, come la maggioranza di questi, è ideale per gli acquari di comunità con pesci pacifici e tranquilli, anche di piccola taglia. Una coppia o un piccolo gruppo (1 maschio e 3-4 femmine) si può allevare in vasche a partire da 60-80 litri, con molte piante e arredamento costituito da ciottoli e radici di torbiera che offrano adeguati nascondigli e luoghi per la riproduzione. Gli Apistogramma sono tra i pochi Ciclidi allevati negli acquari "olandesi", principalmente dedicati alle piante che non danneggiano e tra le quali si sentono a proprio agio. Gradito un filtraggio su torba. Valori fisico-chimici dell'acqua: T 23-28°C; pH 6-7; durezza 5-12°dGH. Anche se accettato, il mangime secco è solo un complemento alla loro dieta, costituita essenzialmente da piccole prede vive, surgelate o liofilizzate (artemie, dafnie, chironomi, larve di zanzara, tubifex, enchitrei, ecc.). I maschi sono territoriali tra loro ma pacifici con gli altri pesci, questi Ciclidi possono convivere anche con Caracidi nani e altre specie di piccola taglia. In quasi tutte le specie, il maschio è riconoscibile per la taglia maggiore, la livrea più colorata e le pinne più ampie, in particolare le pinne impari spesso sono appuntite e si prolungano in filamenti, assenti nelle femmine. Questi Ciclidi sono poligami: ogni maschio difende un territorio all'interno del quale vivono più femmine, con le quali si accoppia. La riproduzione avviene all'interno di piccole grotte o cavità (si possono usare gusci di noci di cocco, mezzi vasi di terracotta, tubi in PVC, foratini, ecc.), a volte nell'intrico delle radici di torbiera. Le uova (50-150) aderiscono alle pareti e vengono curate dalla femmina, mentre il maschio sorveglia i dintorni mostrandosi aggressivo verso gli intrusi. Quando i piccoli cominciano a uscire dal "nido", della loro cura e difesa si occupano entrambi i genitori. Per il primo nutrimento degli avannotti sono indicati i naupli di artemia.
Il Ciclide nano più popolare tra gli acquariofili è probabilmente Microgeophagus ramirezi. Originaria del bacino dell'Orinoco, tra Venezuela e Colombia, questa splendida specie fu scoperta quasi contemporaneamente da ittiologi e acquariofili nel dopoguerra, e fu a lungo classificata nel genere Apistogramma, con il quale però presentava significative differenze morfologiche e comportamentali. Oggi M. ramirezi è uno dei Ciclidi più allevati in acquario, oltre alla forma originaria se ne conoscono diverse varietà domestiche, tra cui una dorata. Si può tenere in acquario con le stesse modalità di Apistogramma, la riproduzione però è diversa: gli adulti infatti non sono poligami ma formano coppie stabili, che depongono le uova non all'interno di cavità bensì all'aperto, su legni e rocce piatte.
Tra i Ciclidi dei grandi laghi africani, le specie dei generi Labidochromis e Pseudotropheus sono tra le più diffuse in acquariofilia e, per la loro robustezza, consigliabili anche ai principianti, purché allevate in acquari "Malawi" di almeno 150 litri arredati con sole rocce e possibilmente privi di piante, con una buona copertura di alghe. Sono piuttosto territoriali ed è bene allevarne piccoli gruppi formati da 1 maschio e 3-4 femmine, queste ultime spesso meno colorate.

I Caracidi
Neon e cardinale (taglia massima 4-5 cm), i più noti rappresentanti del gruppo dei "tetra" o Caracidi, sono certamente tra i più popolari pesci d'acquario. Pacifici e socievoli, devono essere assolutamente allevati in branchi numerosi (minimo una decina di esemplari), altrimenti intristiscono e divengono eccessivamente timidi. Si possono tenere anche in vasche piccole (a partire da 40-50 litri), sono però particolarmente valorizzati in acquari di media capacità, con sfondo scuro e folta vegetazione lungo le pareti, che lasci uno spazio libero a centro vasca dove questi piccoli Caracidi amano spostarsi. Per le loro ridotte dimensioni vengono facilmente risucchiati dai filtri, che devono perciò essere muniti di griglie di aspirazione sufficientemente fitte. Entrambe le specie gradiscono un'acqua tenera e leggermente acida (pH intorno a 6, durezza inferiore a 10°dGH), pur adattandosi a valori sensibilmente più alti; riguardo la temperatura hanno però esigenze diverse: il neon preferisce valori tra 20 e 25°C, il cardinale vuole acque più calde (23-28°C). Si adattano a tutti i mangimi secchi, da integrare però ogni tanto con cibo vivo e surgelato molto piccolo (artemie, dafnie, copepodi, chironomi sminuzzati). È assai difficile distinguere i sessi, le femmine generalmente sono più massicce e con ventre tondeggiante in periodo riproduttivo.Caratteristiche ed esigenze abbastanza simili hanno i graziosi e popolari tetra sudamericani dei generi Gymnocorymbus, Hasemania, Fustella, Moenkhausia, Thayeria, Hemigrammus e Hyphessobrycon: pacifici e vivaci pesci di branco, ideali per ogni acquario di comunità a partire da 60-80 litri avendo una taglia massima compresa generalmente fra 2-3 e 5-6 cm. Apprezzano la presenza di una folta vegetazione acquatica che lasci però ampio spazio libero per nuotare. Un fondo di sabbia scura e uno sfondo ugualmente scuro valorizzano le delicate livree iridescenti della maggior parte delle specie. Acqua limpida, ben filtrata e ossigenata. Valori fisico-chimici ottimali: T 22-26°C; pH 6-7; durezza 6-12°dGH. Vengono accettati tutti i mangimi in scaglie o granuli, da integrare (soprattutto per la riproduzione) con cibo vivo e surgelato minuto (dafnie, copepodi, artemie, ecc.). Il dimorfismo sessuale è poco accentuato, la femmina si riconosce in genere per la taglia maggiore e l'aspetto più massiccio, soprattutto in prossimità dell'ovodeposizione. Affine ai Caracidi sudamericani ma appartenente alla famiglia Alestidae, compresa nell'ordine Caraciformi, il tetra del Congo (Phenacogrammus interruptus) è diffuso in Africa Centrale, nel Bacino del Congo, in particolare nella zona nota come Stanley Pool, dove popola acque tranquille, con densa vegetazione lungo le rive. Pesce di branco, raramente supera i 6-8 cm di lunghezza ed ha una bellissima colorazione metallica. Piuttosto timido, va allevato in compagnia di specie pacifiche, in una grande vasca (oltre 100 litri di capacità) la cui luminosità sia smorzata da piante galleggianti e da un filtraggio attraverso torba. Filtraggio che porterà il pH dell'acqua, che è bene sia piuttosto tenera (5-15°dGH), su valori leggermente acidi (6,5). Regolari e robusti cambi parziali dell'acqua delle vasche che li ospitano sono importanti per il benessere di questi pesci, che devono essere nutriti il più frequentemente possibile con cibo vivo (larve di zanzara, drosofile, artemie), anche se accettano tranquillamente tutti i mangimi secchi. Il maschio adulto si distingue dalla femmina per la taglia maggiore, i colori più intensi e le pinne più sviluppate, in particolare la dorsale e la caudale, quest'ultima più sviluppata nella parte centrale, dove negli adulti si sfrangia in lunghi filamenti. La riproduzione può avvenire isolando la coppia in una vaschetta di 20-30 litri, ricca di piante a foglie fine, all'interno delle quali avverrà l'accoppiamento, in genere nelle prime ore del mattino. L'incubazione delle uova (200-300) può durare fino ad una settimana. Gli avannotti, molto piccoli, vanno nutriti inizialmente con tuorlo d'uovo sodo polverizzato ed infusori, successivamente con naupli di artemia. Altri Caraciformi che ben poco sembrerebbero avere in comune con neon e cardinali sono i "famigerati" piranha (Serrasalmidi). Richiedono una vasca speciale di almeno 120 cm di lunghezza per un piccolo gruppo di 3-4 esemplari, meglio se più grande. Indispensabile arredarla con grosse rocce e radici che formino nascondigli adeguati alla taglia degli animali. Piante non necessarie, se non si intende rinunciarvi occorre scegliere specie robuste da coltivare in vasetto (Echinodorus, Cryptocoryne) o direttamente sui legni e sulle rocce (Anubias, Microsorum, Vesicularìa). Filtraggio molto energico, frequente pulizia dei materiali di prefiltraggio e regolari cambi parziali dell'acqua. Valori fisico-chimici: T 22-26°C; pH 6-8; durezza 8-20°dGH. Voraci pesci carnivori, i giovani reperibili in commercio (4-5 cm) si possono nutrire con cibo vivo e surgelato (artemie, mysis, chironomi, larve di zanzara, tubifex), gli adulti con pesci e gamberetti interi vivi o morti, grossi lombrichi, cuore di bue, ecc. Evitare digiuni prolungati (oltre le 24 ore), che scatenano l'aggressività di questi pesci. Il dimorfismo sessuale è poco evidente e piuttosto controverso, gli autori di volta in volta riportano caratteristiche distintive dei sessi diverse riguardanti la colorazione, il profilo, la conformazione della pinna anale o caudale, ecc., non sempre però attendibili. L'unica specie regolarmente riprodotta in acquario e negli allevamenti è il piranha rosso (S.nattereri): le uova (fino a un migliaio) vengono deposte in buche scavate sul fondo dal maschio (in altre specie tra le radici delle piante galleggianti), che il giorno dopo scaccia la femmina restando da solo a curare la prole. Questa può essere "tirata su" anche senza il contributo del padre, che del resto se ne disinteressa ben presto. La schiusa è piuttosto lunga (circa una settimana) e gli avannotti cominciano a nutrirsi dopo qualche giorno: occorre somministrare loro grandi quantità di naupli di artemia e plancton minuto, sostituiti man mano durante la crescita da mangime surgelato (artemie adulte, dafnie, copepodi), enchitrei e tubifex tagliuzzati, larve di zanzara, polpa di cozza e carne magra finemente tritate, ecc

I Ciprinidi
I Barbus sono diffusi nel Sud-Est asiatico, fino alla Cina, per la gran parte provenienti dalle acque stagnanti e correnti dello Sri Lanka, dell'India, di Sumatra, del Borneo, di Giava e dell'Indonesia. Molti dei corsi d'acqua popolati da questi pesci, a causa della presenza di acidi umici derivante dalla decomposizione della vegetazione sommersa mostrano un pH tendente all'acidità (5,5-6,5) e una durezza mediobassa (5-10° GH). Questi valori sono graditi anche dai pesci disponibili in commercio, che tuttavia, provenendo dai grandi allevamenti asiatici, e sono perciò adattati a vivere e riprodursi in acque con durezza maggiore e pH 6,5-7. L'acquario destinato ad ospitarli, al di la delle dimensioni che variano a seconda di quelle delle diverse specie, deve comunque essere provvisto di una fitta vegetazione, meglio se composta da piante provenienti dall'area asiatica (Cryptocoryne, Higrophila, Bardaia). Possiamo dividere i Barbus, da un punto di vista strettamente acquariofilo, in due gruppi. Al primo, composto da specie di piccole e medie dimensioni, che possono essere ospitate in una vasca di 50-60 litri di capienza (spesso anche di "comunità"), appartengono, fra gli altri, B. pentazona hexazona, B. lineatus, B. tetrazona e B. tìtteya. Nel secondo gruppo troviamo, invece, pesci di taglia medio grande o decisamente grande, quali B. schwanefeldi, B. lateristriga e B. filamentosus, che hanno bisogno, per vivere bene, di un acquario di almeno 150-200 litri di capienza. Va considerato, oltretutto, che la maggioranza delle specie di Barbus in natura vive in branco, e quindi anche in vasca va allevata in gruppi di almeno 4-5 esemplari. Pesci di branco per eccellenza, le rasbore (genere Rasbora) appartengono alla grande famiglia dei Ciprinidi e in natura vivono nelle ossigenate acque correnti
indocinesi, popolando piccoli fiumi e ruscelli che scorrono nelle foreste. In acquario vanno allevate in gruppi di almeno 6-8 esemplari, in una vasca arredata con una ricca vegetazione, pietre piatte e legname, a simulare, possibilmente, la conformazione della sponda di un corso d'acqua, il pH dell'acqua è preferibile sia leggermente acido (6,5), la durezza media (non oltre i 10-12°dGH), la temperatura di 24-26° C. Accettano praticamente tutti i mangimi confezionati e sono da considerare ospiti ideali non solo dell'acquario biotopo o geografico, ma anche di quello di comunità. La specie più conosciuta è sicuramente Rasbora heteromorpha, caratterizzata da una livrea con un tipico triangolino nero, molto comune e, ultimamente, utilizzata spesso per popolare gli acquari di stile "giapponese". Non supera i 4-5 cm di lunghezza e va allevata in vasche con fondo scuro e luce attenuta dalla presenza di piante galleggianti. Di forma più allungata e con una striscia rosso intenso che attraversa l'intero corpo è, invece, R. paudperforata, che raggiunge i 7 cm di lunghezza e può essere alimentata con cibo vivo (Tubifex, Gammaras, enchitrei), integrato da mangime sminuzzato in scaglie, alghe e verdura bollita. Un "gigante" del suo genere è sicuramente R. trilineata, che, nonostante i 10 cm di lunghezza, può tranquillamente convivere con altri pesci essendo di carattere gregario ed assolutamente pacifico. Proviene, come le altre, dalle acque asiatiche, e va nutrita con mangimi liofilizzati e in scaglie. Vive bene in acqua resa scura e leggerrnente acida dal filtraggio attraverso la torba. Conosciuto comunemente come "squaletto d'acqua dolce" per la forma allungata del corpo e la pinna dorsale triangolare, Balantiocheilus melanopterus vive nel Sud-Est asiatico (Tailandia, Sumatra, Borneo, Malesia), dove popola laghi e fiumi. Raggiungendo i 35 cm di lunghezza, ha bisogno di una vasca molto spaziosa (almeno un metro di lunghezza), anche di comunità, vista la sua indole assolutamente pacifica, vasca dove potremo allevarlo in piccoli branchi. E' un abile saltatore, l'acquario deve quindi essere munito di un efficace copertura. Importante è predisporre, nell'arredamento, ampie zone libere per il nuoto, uno strato di sabbia fine come substrato di fondo e radici di legno. Predilige acqua limpida e filtrata energicamente, con durezza medio-bassa (5-10° dGH) e pH da leggerrnente acido a neutro (6,5-7), con temperatura di 24-25° C. Per mantenerlo in buona salute è necessaria una dieta non solo abbondante, ma anche molto varia, composta da mangimi secchi (dopo breve periodo d'acclimatazione), surgelati (artemie, mysis, chironomi, dafnie) e verdure bollite. I sessi sono praticamente indistinguibili, solo nel periodo degli accoppiamenti la femmina assume un aspetto più rotondeggiante. La riproduzione è stata ottenuta in acquario nei grandi allevamenti asiatici, ma probabilmente mediante induzione ormonale. Ideali per l'acquario di comunità del neofita, i Brachidanio sono pesci robusti, pacifici e vivaci, sempre in movimento; andrebbero sempre allevati in gruppo (minimo 5-6 individui), in acquari piuttosto spaziosi lunghi almeno 70-80 cm. Si spostano soprattutto presso la superficie e gradiscono perciò la presenza di piante galleggianti, mentre la vegetazione sommersa deve lasciare un ampio spazio libero per il nuoto. Valori fisico-chimici dell'acqua: T 22-26°C; pH 7; durezza 8-15°dGH. Onnivori, accettano tutti i mangimi secchi, sia in scaglie che in granuli. Gradito ogni tanto del cibo surgelato minuto come dafnie e artemie. Possono convivere con tutti i pesci d'acquario, la loro inesauribile vivacità li rende però spesso fastidiosi per le specie più timide e tranquille, nei confronti delle quali possono rivelarsi anche pericolosi concorrenti nell'alimentazione. Il danio zebra o "pesce juventino" (B. rerio), lungo fino a 6 cm, è uno dei pesci più popolari in acquariofilia, diffuso in commercio anche con varietà selezionate in allevamento come la dorata e la "leopardo", quest'ultima nota come B. frankei. Molto bello ma meno diffuso il danio periato (B. albolineatus), della stessa taglia.

I Melanotenidi
Conosciuti come "pesci arcobaleno" (Rainbow Fishes), le melanotenie appartengono ad una famiglia (Melanotaeniidae) delle acque dell'Australia e della Nuova Guinea, dove è possibile trovarle nei laghi e nei fiumi, prediligendo acque limpide ed ossigenate, con pH leggermente alcalino (7,2-7,4). In acquario, si sono comunque dimostrati pesci robusti, allevabili in diverse condizioni di acqua. Essendo voraci e di dimensioni che possono raggiungere i 15 cm, producono molte sostanze organiche di rifiuto, che vanno eliminate con frequenti cambi parziali dell'acqua. Si tratta di specie gregarie, che devono quindi essere allevate in gruppi composti da almeno 5-6 individui, in una vasca ampia, oltre 150 litri di capacità, ricca di piante e molto luminosa. Il loro nome comune deriva da una particolare colorazione iridescente e metallica, valorizzata appunto in acquario da un'illuminazione intensa e diretta. Il carattere pacifico li rende adatti ad un acquario di comunità, o geografico, dedicato all'ambiente australiano. In natura le Melanotenie si cibano di piccoli invertebrati, accettando in vasca cibo vivo o surgelato (mysis, chironomi, artemie), ma anche in scaglie di buona qualità. Fra le specie più note e più frequentemente commercializzate vi sono Melanotaenia splendida, M. boesemani e M. herbertaxelrodi.

I Labirintidi
Il sottordine degli Anabantoidei (o Labirintidi, come spesso sono ancora chiamati) è caratterizzato dalla presenza di un organo respiratorio supplementare, il labirinto appunto, che consente a questi pesci di estrarre ossigeno direttamente dall'atmosfera. Il genere Betta (incluso nella famiglia Belontiidae) comprende molte specie dai comportamenti interessanti che è possibile allevare in acquario. Betta splendens, o pesce combattente del Siam, è uno dei più noti pesci d'acquario, in natura vive nelle acque stagnanti delle risaie, dei relativi canali d'irrigazione e delle paludi ricche di vegetazione del Sud-Est asiatico. Può essere allevato sia in vasche dedicate, che in acquati "di comunità" o riservati agli Anabantoidei, in cui potremo mantenere un maschio ed alcune femmine. Una vasca del primo tipo può avere come dimensioni 40x40x60 cm, ma riempita d'acqua per non più di 30 cm, in modo da permettere alle eventuali piante palustri presenti, di emergere dalla sua superficie. Adattissime per l'arredamento anche specie come la felce di Giava (Microsorum pteropus), il muschio Vesicularia dubiana e la galleggiante Riccia fluitans. Per il filtraggio si può utilizzare tranquillamente un piccolo filtro-pompa interno. I valori ottimali dell'acqua sono: pH da 6,5 a 7, durezza 12-15°dGH, temperatura 24-26°C. In commercio è possibile trovare mangimi specifici per questi pesci, che vanno integrati con surgelati (chironomidi, dafnie, tubifex) e, possibilmente, cibo vivo. I sessi, in questo gruppo di specie, sono facilmente distinguibili, poiché i maschi hanno colori molto più vivaci delle femmine, oltre a pinne più sviluppate. La riproduzione può avvenire piuttosto facilmente in una piccola vasca, con temperatura di 28°C, e piante galleggianti. I maschi di Betta costruiscono nidi di bolle e schiuma dove sono depositate le uova, custodite dai genitori fino alla schiusa. I graziosi gurami nani del genere Colisa si allevano facilmente in vasche di 60-80 cm di lunghezza, ricche di vegetazione anche galleggiante (come Lemna e Salvinia), fondo di sabbia fine e scura, acqua poco mossa ma ben filtrata. Valori fisico-chimici dell'acqua: T 24-28°C; pH 6-7; durezza 5-15°dGH. Accettano i mangimi secchi, ma gradiscono soprattutto piccole prede vive o surgelate (dafnie, chironomi, larve di zanzara, tubifex). Il dimorfismo sessuale è evidente in tutte le specie: i maschi sono assai più colorati e con pinne più sviluppate ed appuntite. La riproduzione avviene con le modalità già viste per Betta, vengono deposte fino a 500-600 uova. Dopo la deposizione, è opportuno allontanare la femmina lasciando solo il maschio, piuttosto aggressivo, a guardia del nido. Simili per biologia e modalità riproduttive sono i gurami maggiori (genere Trichogaster), anch'essi molto apprezzati dagli acquariofili e facili da allevare nelle vasche di comunità.

I Pecilidi
Black molly, guppy, platy, xifo o portaspada, tutti questi comunissimi ed amati ospiti dei nostri acquari appartengono alla famiglia dei Pecilidi, che comprende oltre 150 specie d'acqua dolce (e salmastra) tropicale e temperata, diffuse prevalentemente nel continente americano. Caratteristica comune di tutti gli appartenenti a questo gruppo è la modalità riproduttiva. Si tratta, infatti, di pesci ovovivipari, un termine che indica animali in cui lo sviluppo e la schiusa delle uova avviene all'interno del corpo della madre, che partorisce avannotti vivi e già perfettamente autosufficienti. Questo tipo di riproduzione condiziona ovviamente anche il metodo di fecondazione che è esterno, con il maschio provvisto di una pinna anale trasformata in organo riproduttore (gonopodio), attraverso la quale feconda la femmina. Tutti i Pecilidi possono essere con facilità riprodotti in acquario, anche se le loro tendenze "cannibali" consigliano l'utilizzo della cosiddetta "sala parto" dove è posta la femmina ovipera, che è messa nell'impossibilità di divorare la sua prole.
I Pecilidi sono pesci adatti all'acquario di comunità, anche se non sarebbe male dedicarne uno a quest'interessante gruppo. In esso potremo ospitare quelli provenienti dall'America Centrale (Messico, Guatemala) come Xiphoporus helleri, (portaspada), X. maculatus e X. variatus (platy) e Poecilia velifera/latipinna (molly), possibilmente in gruppi costituiti da 3-4 esemplari, mentre Poecilia reticulata (guppy) meriterebbe un acquario "speciale" solo per lui, pur essendo il più delle volte ospite di vasche "miste". Del platy, come anche del portaspada e del guppy, sono state prodotte un'infinita serie di varietà commerciali, con colori e forme molto diverse dagli originali selvatici. In generale i Pecilidi, che raramente superano i 5-6 cm di lunghezza possono essere ospitati in una vasca di 40-60 litri, con acqua piuttosto dura (dGH 12-15°), pH alcalino (7,2-7,5) e temperatura di 22-26°C, arredato con molte piante.

I Killi
Pesci da appassionati per eccellenza, i "killifish" appartengono alla famiglia dei Ciprinodontidi, che annovera specie di acqua dolce e salmastra, in genere caratterizzate da piccole dimensioni e propensione alla vita in ambienti "estremi". In effetti, questi pesci, in natura, vivono soprattutto in piccoli corsi d'acqua, in stagni o in pozze anche temporanee, in Africa, Asia, nell'America del Nord e in Sud America. Dal punto di vista dell'allevamento, la divisione che generalmente viene proposta è quella fra specie annuali (generi Aphyosemion, Nothobranchius, Austrofundulus, Pterolebias e Cynolebias) e non annuali (generi Aplocheilichthys, Aplocheilus, Epiplatys, Cyprinodon, Fundulus, Rivulus e ancora Aphyosemion). Le prime esauriscono il loro ciclo vitale nel corso di un anno o poco più, come adattamento appunto alla vita in ambienti acquatici sottoposti a periodici periodi di prosciugamento, anche totale. In questo caso le uova, in genere deposte all'interno del substrato di fondo, prima di schiudersi trascorrono un periodo più o meno lungo di "incubazione" e questo rende possibili "scambi" delle stesse fra gli acquariofili che allevano tali pesci. I killi non annuali, invece, hanno una durata della vita più lunga, che comunque raramente supera i 3-4 anni e generalmente depongono le uova su piante acquatiche o, in acquario, su particolari substrati artificiali. La vasca adatta ad ospitare questi interessanti e spesso coloratissimi Ciprinodontidi, può essere di piccole o anche piccolissime dimensioni (20-40 litri di capacità), ed in genere si preferisce non allevare insieme specie diverse onde evitare la formazione di ibridi. Alcuni di essi sono comunque adatti anche all'acquario "di comunità". Una folta vegetazione e un piccoli filtro interno contribuiranno a creare un habitat adatto alla loro purtroppo non lunga vita in cattività. Importante è la presenza costante di un coperchio, trattandosi di abilissimi saltatori.

I Pulitori di fondo
Originari del Sud America, i Corydoras sono sicuramente fra i più noti e ricercati protagonisti degli acquari. Questi rappresentanti della famiglia dei Callittidi devono la loro popolarità sia alla loro indole pacifica, sia all'abitudine di ripulire la vasca dai residui di mangime; comportamento, quest'ultimo, che gli ha fatto meritare - come e più di tanti altri pesci di fondo detritivori - l'ingeneroso appellativo di "pesci spazzini". Per scovare, fra gli anfratti del substrato, qualcosa di commestibile, sono muniti di una bocca ventrale dotata di barbigli sensoriali (in numero di 2 o 4). Queste appendici cutanee sono la sede di papille gustative che consentono al pesce di individuare il cibo anche in condizioni di elevata torbidità; la presenza di muscoli rende poi i barbigli utili per scavare ed estrarre dalla sabbia del fondo le particelle di nutrimento.
I Corydoras raggiungono dimensioni modeste (4-12 cm), ciò li rende adatti anche ai piccoli acquari. Pur essendo assai adattabili, questi pacifici pesci gatto apprezzano acque che presentino pH neutro o leggermente acido e una media durezza (8-12°dGH). La temperatura, invece, deve essere regolata in relazione ai luoghi di provenienza dei vari esemplari e può variare dai 20 a i 30°C. Se si desidera ospitare una comunità di Corydoras di specie differenti, ricreando così ciò che si osserva in natura, è importante abbinarli tenendo conto delle temperature a cui sono abituati. Per quanto riguarda le dimensioni della vasca, considerando che in natura vivono in acque non particolarmente profonde (anche solo 20-30 cm), l'ideale è un acquario con una base ampia (70x30 cm almeno per un piccolo gruppo di taglia media) e non particolarmente sviluppato in altezza. È bene fornirgli un'alimentazione varia che affianchi ai mangimi secchi anche organismi vivi o surgelati (tubifex, larve di chironomi e di zanzara, dafnie).
Alcune specie si riproducono, in cattività, più facilmente di altre. Quindi, volendo cimentarsi per la prima volta nell'allevamento dei Corydoras risulterà più gratificante dedicarsi ad un gruppetto (5-6) di C. aeneus o di C. paleatus, da decenni stabilmente allevate in tutto il mondo. La maggior parte dei Corydoras raggiunge la maturità sessuale piuttosto tardivamente, intorno ai 2-3 anni; si può capire che i nostri esemplari si stanno avvicinando al periodo riproduttivo quando i maschi iniziano a corteggiare le femmine. Le femmine si distinguono dai maschi perché sono di dimensioni maggiori e perché, in genere, mostrano colori meno sgargianti.
Le Botia sono tipici pesci di fondo, ottimi "spazzini" adatti anche agli acquari di comunità grazie al loro comportamento generalmente pacifico e socievole. Richiedono vasche spaziose (a partire da 80-100 cm di lunghezza e un centinaio di litri di capacità), con fondo di sabbia fine e arredamento con rocce e legni che offra numerosi nascondigli. Apprezzata la presenza di una folta vegetazione, anche galleggiante,. Acqua ben filtrata e ossigenata. Valori fisico-chimici: T 24-28°C; pH 6-7; durezza 5-15°dGH. Pesci onnivori e detritivori, gli avanzi di mangime sono però insufficienti per loro e vanno integrati con cibi specifici: mangimi in compresse per pesci di fondo, verdura lessa (zucchine), cibo vivo o surgelato come tubifex, artemie e chironomi. Alcune specie (come B. macracanthus) sono attive divoratrici di lumachine acquatiche. Affini alle Botìa sono i piccoli Cobitidi serpentiformi del genere Pangio, "spazzini" ideali per gli acquari di comunità, anche i più piccoli (da 50-60 cm di lunghezza). Si ambientano meglio con un fondo di sabbia fine non troppo chiara, folta vegetazione (anche galleggiante) e numerosi nascondigli offerti da radici di legno e rocce. Indispensabile una buona copertura, in quanto "evadono" facilmente soprattutto di notte, quando sono più attivi. Valori fisico-chimici dell'acqua: T 24-28°C; pH 6-7; durezza 5-15°dGH.
Questo genere è ancora noto agli acquariofili con il vecchio nome Acanthophthalmus. Comprende numerose specie ma in commercio si trovano regolarmente solo P. kuhlii, P. semcinctus e P. myersi, tutte di taglia massima intorno a 10 cm.

I Mangia-alghe
Originaria del Sud America, la grande famiglia dei Loricaridi raggruppa centinaia di specie riunite in decine di generi diversi, che in natura colonizzano biotopi di acque correnti. Sono questi ambienti che hanno plasmato la loro caratteristica morfologia, con cute ricoperta di massicce placche dermiche, forme allungate, pinne ventrali munite di robusti aculei con cui si fissano agli ostacoli del fondo e bocca a ventosa. E' proprio tale tipo di apparato boccale ad individuare la funzione "ecologica" svolta dai Loricaridi in acquario, quella cioè di pesci "pulitori", che si nutrono di alghe raschiandole da rocce, piante, radici ed altri substrati sommersi. Pur essendo indispensabili per mantenere sotto controllo la proliferazione di tali vegetali infestanti, questi interessanti pesci vanno comunque nutriti, preferibilmente di sera, quando la loro attività raggiunge la punta massima, utilizzando mangimi in pasticche, verdure bollite e tavolette di alga spirulina. Le specie adatte all'allevamento possono essere suddivise, per taglia, in tre gruppi. Piccoli Loricaridi come Otocinclus, adatti anche a vasche si dimensioni modeste; specie di grandezza maggiore, come i notissimi Ancistrus, che è possibile ospitare in acquari di comunità (visto il loro carattere in genere assolutamente pacifico), per arrivare ai veri giganti del gruppo, come gli appartenenti ai generi Hypostomus e Glyptoperichthys. Questi ultimi, purtroppo, sono spesso venduti nelle attraenti forme giovanili, senza spiegare che si tratta di pesci che crescono piuttosto rapidamente, superando spesso i 30 cm di lunghezza. Nelle specie del genere Ancistrus è presente un dimorfismo sessuale piuttosto evidente: i caratteristici "tentacoli" (escrescenze carnose) sparsi sul muso e intorno alla bocca, infatti, sono assai più sviluppati e ramificati nel maschio rispetto alla femmina. Le coppie sono abbastanza fedeli e stabili nel tempo. Le uova vengono deposte a grappoli in fessure e interstizi (tra radici legnose contorte, ad esempio, o all'interno di canne di bambù e tubi in PVC), sorvegliate e curate dal maschio che difende anche gli avannotti fino a che questi non divengono autonomi (10-15 giorni dopo la schiusa). I piccoli possono essere nutriti con omogeneizzati di frutta e verdura, alghe secche e mangimi in fiocchi per pesci vegetariani.

fonte: www.saturatore.it
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P E S C I
Superclasse di Vertebrati acquatici suddivisa nelle classi Agnati, Condritti (o pesci cartilaginei) e Osteitti (o pesci ossei). I Pesci presentano corpo generalmente allungato e fusiforme, coperto di solito da scaglie e munito di pinne. Queste si distinguono in pari (pettorali e ventrali, omologhe agli arti dei Tetrapodi) e impari (dorsale, caudale, anale). Lo scheletro può essere cartilagineo (Condritti), parzialmente o totalmente ossificato (Osteitti). I Pesci hanno un cuore a due cavità, circolazione semplice (il sangue passa una sola volta dal cuore) e completa (non si mescolano sangue venoso e arterioso). L’apparato respiratorio è costituito da una camera branchiale, che negli Osteitti è protetta dall’opercolo. Derivata dall’apparato digerente ed esclusiva di molti Osteitti è la vescica natatoria, organo membranoso con funzione idrostatica.
Il sistema nervoso presenta un particolare sviluppo dei lobi olfattori. Tra gli organi di senso (occhi, organi olfattivi, acustici e dell’equilibrio), caratteristico è l’organo della linea laterale, formato da cellule sensitive disposte in solchi formanti linee che percepiscono variazioni di pressione dell’acqua. La bocca, che può aprirsi anteriormente o inferiormente è generalmente fornita di denti. L’organo dell’escrezione è il mesonefro. In genere a sessi separati, i Pesci sono ovipari, ovovivipari, vivipari; alcuni costruiscono nidi. Di grande interesse scientifico, pratico ed economico, i Pesci sono i più antichi Vertebrati comparsi sulla Terra; i primi resti risalgono infatti, al Paleozoico (Placodermi, Selaci, Ostracodermi) e dai Pesci (Crossopterigi) si fanno derivare gli Anfibi primitivi.
I Pesci più conosciuti che si trovano nel Mediterrano sono:
Acciuga o Alice:
Pesce (Engraulis encrasicholus) della famiglia dei Clupeidi; di colore blu verdastro/scuro sul dorso e argenteo nel resto del corpo. E’ un pesce di piccole dimensioni, dal corpo affusolato, il ventre liscio e arrotolato. La lunghezza comune è circa di 12 cm, mentre negli individui mediterranei la lunghezza è circa 20 cm. La durata della sua vita è di circa quattro anni. L’unica pinna dorsale è a circa metà del corpo. La pinna dorsale e la coda sono di colore grigio chiaro, le altre sono biancastre. E’ un pesce gregario che si riunisce in banchi numerosi e compie notevoli spostamenti, soprattutto nei mesi invernali, per rifugiarsi in profondità dove trova acque meno fredde. Si riproduce in estate e all’inizio dell’autunno, stagioni durante la quale si avvicina alla costa. Si nutre di plancton (piccoli crostacei, larve di molluschi, ecc.), compreso il fitoplancton (plancton vegetale), nuotando perennemente con la bocca spalancata. La pesca viene effettuata con reti da traino pelagiche (volanti) e con reti da circuizione (lampara o ciancialo). Il novellame è conosciuto con il nome di Bianchetto. L’acciuga è commercializzata fresca, congelata, salata, sott’olio, in salsa ed in pasta; è la specie di pesce fresco più acquistata in Italia. Dal punto di vista alimentare l’acciuga è un pesce classificabile come semigrasso e discretamente digeribile.
Aguglia:
Pesce (Belone belone) della famiglia dei Belonidi, dal corpo allungato, quasi cilindrico, snello e sottile fino a 90 cm e un caratteristico becco. La mascella inferiore, che è lunga quasi il doppio della rimanente parte della testa., è più lunga che quella superiore. E’ un pesce migratore, vive in branchi e in mare aperto; talvolta risale le acque salmastre e si può trovare in alcune lagune costiere. Oggi, di solito, viene catturata con reti da circuizioni. Il colore verde della spina centrale dell’aguglia non è indice di scarsa freschezza, ma è una specifica caratteristica. Carni di buona qualità, poca importanza commerciale.
Alaccia o Sardella d’Africa:
L’Alaccia (Sardinella aurita) della famiglia dei Clupeidi, è un pesce dal ventre rotondeggiante, con una prominente carena. La bocca non raggiunge il margine posteriore dell’occhio. Mascella inferiore leggermente prominente; quella superiore è priva di solchi mediani. Corpo coperto di squame grandi, cicloidi, caduche, assenti sulla testa; una squama lunga e stretta è presente su ciascun lobo della pinna caudale. Lunghezza massima 38 cm. La colorazione è blu verdastra dorsalmente, argentea sui fianchi e sul ventre; presenza di una linea dorata tra il dorso ed i fianchi e di una macchia scura sul bordo superiore dell’opercolo. Specie comune nel Mediterraneo, assente nell’Adriatico. Carni buone, discreta importanza commerciale.
Anguilla:
Pesce osseo (Anguillia anguilla) della famiglia degli Anguillidi, dal corpo subcilindrico, allungato, serpentiforme. La testa è allungata con le estremità della bocca che terminano sotto il centro dell’occhio. La bocca è munita di minuscoli denti in serie. La mandibola è più lunga della mascella. Sono presenti una narice anteriore situata all’apice del muso, dotata di un piccolo tubulo ed una narice posteriore. L’occhio è rotondo. La pinna dorsale è unita alla pinna caudale, mentre le pinne pettorali sono molto corte e tondeggianti. La pelle, viscida per la presenza di un’abbondante sostanza mucosa, è dotata di squame minute più o meno nascoste. La colorazione varia a seconda l’habitat negli adulti è bruno-verdastra, talora grigia o quasi nera; il ventre è argenteo, bianco o giallastro. Le femmine, più grandi dei maschi, possono raggiungere una lunghezza di circa 1 metro e pesare fino a 6 kg (capitoni); i maschi rimangono, quasi sempre, sotto i 50 cm, con un peso di 150-200 g. L’anguilla è una specie di fondo che può vivere in mare, in acque salmastre, in acque dolci, sotterranee (anche caverne e pozzi) e terminali.. Può resistere a lungo fuori dall’acqua, grazie al muco che ne ricopre la pelle ed alla capacità di mantenere umide le branchie. L’anguilla si riproduce in mare, ma vive per molto tempo (7 anni o più nel caso dei capitoni) in acque dolci (anguilla gialla) fino a raggiungere la maturità sessuale, quando migra verso il mare (migrazione catadroma). Il differenziamento sessuale inizia ad una lunghezza di circa 14-18 cm. La maturità sessuale è raggiunta nei maschi a 20-40 cm e nelle femmine a più di 40 cm. In inverno (ottobre – dicembre), gli individui europei maturi (anguille argentine) discendono i fiumi (calata) per raggiungere l’area di riproduzione (Mar dei Sargassi nell’Oceano Atlantico) dove si riproducono. Le larve (leptocefali) sono trasportate dalla corrente del Golfo fino alle coste europee, dove completano la metamorfosi e ne risalgono i fiumi. A questo stadio, le larve (ceche) sono trasparenti, fino a divenire ragani (5-15 g). Non è esclusa la presenza di altre aree di riproduzione nel Mediterraneo. L’anguilla è un vorace predatore, notturno, e si serve del fine olfatto per individuare larve di insetti, vermi, molluschi, crostacei, pesci e piccoli anfibi. Le larve si nutrono di piccoli organismi (plancton) animali. Oltre ad essere pescata con reti a strascico, palangari, nasse, viene anche allevata. Carni buone, grasse, saporite, molto apprezzate.
Aringa:
Pesce (Clupea harengus) della famiglia dei Clupeidi, lungo fino a 30 cm, ricoperto di scaglie argentee blu-verdi. Vive in branchi, in acque salate nei mari nordeuropei, asiatici e si trova anche nel Mediterraneo. Viene pescata attivamente con reti da traino pelagiche e con reti da circuizione. Si mangia soprattutto nei paesi nordici salata o anche affumicata.
Biso o Tombarello:
Il Biso (Auxis thazard) della famiglia dei Scombridi, ha corpo robusto, fusiforme, a sezione trasversale pressoché circolare. Muso conico ed appuntito. Bocca molto sviluppata, con mandibola leggermente prominente; mascelle munite di denti piccoli e conici uniseriati, assenti sul palato. Occhio di media grandezza, privo di palpebra adiposa. Corpo senza squame, ad eccezione sul corsaletto e sulla linea laterale. Lunghezza massima oltre 50 cm. La colorazione blu scura dorsalmente, tendente al violetto scuro nerastro sul capo; argentea sul ventre, con una quindicina di strisce scure quasi verticali, abbastanza larghe, nell’area priva di squame. Specie cosmopolita presente in tutto il Mediterraneo, si pesca con rete volante o circuizione. Carni discrete, piuttosto oleose; modesto interesse commerciale.
Boga o Boba:
La Boga (Boops boops) della famiglia dei Sparidi, è un pesce con corpo fusiforme, oblungo e poco compresso lateralmente. Occhio grande. Bocca terminale, obliqua, con labbra molto sottili. Mascelle provviste di una sola fila di denti incisiviformi con bordo libero seghettato. Lunghezza massima 36cm. La colorazione è verde olivastra dorsalmente, fianchi con riflessi argentei o dorati con 3-5 linee longitudinali dorate, talvolta non evidenti; una piccola macchia nerastra limitata all’ascella delle pettorali. Specie comune nel Mediterraneo è catturata con reti a strascico e pelagiche. Carni discrete poco interesse commerciale.
Busbana o Cappellano:
La Busbana (Trisopterus minutus capelanus) della famiglia dei Gadidi, è un pesce dal corpo affusolato, alto, compresso lateralmente. Il muso è corto, appuntito, con bocca non molto grande e piuttosto obliqua. La mascella superiore è leggermente prominente. La pelle è ricoperta da squame caduche. Questa specie ha 3 pinne dorsali, 2 anali, pettorali corte, ventrali sottili; la coda è leggermente concava. Sul mento è presente un barbiglio ben sviluppato. La colorazione è marroncino-chiaro, giallastra sul dorso, bianco sui fianchi e sul ventre, con una macchia scura alla base delle pinne pettorali. Vive su fondali sabbiosi o fangosi a branchi, si trova spesso nelle presure di vecchie navi o zone di ripopolamento, può raggiungere la lunghezza di 20-25 cm. Viene catturata con le reti a strascico. Ha carni commestibili con molte lische.
Branzino o Spigola:
Pesce (Dicentrarchus labrax) della famiglia dei Serranidi, può raggiungere il peso di 10-12 kg e una lunghezza di circa 1 metro. La Spigola è un pesce di taglia medio-grande, con corpo slanciato. Il muso è appuntito, la bocca grande con mandibola leggermente prominente e protrattile. I denti sono sottili, aguzzi ed in più serie. Nella parte posteriore della testa, l‘osso che chiude la camera delle branchie (opercolo) è armato posteriormente da due grosse spine, mentre il preopercolo (una delle ossa sovrapposte all’opercolo) ha sul bordo inferiore una fine dentellatura. Le pinne hanno raggi spinosi robusti; le pinne sul dorso sono due: la prima formata da raggi spinosi robusti, mentre la seconda da un raggio duro e da 12-13 raggi molli. La pinna anale ha tre raggi spinosi. La colorazione è grigio argentea sui fianchi, scura sul dorso e bianca sul ventre. Una macchia scura, più o meno evidente, può essere presente sull’opercolo. I giovani presentano numerose piccole macchie sui fianchi. E’ un pesce molto vorace e veloce; si nutre in particolare di piccoli pesci e crostacei Vive su fondali di vario tipo, penetra spesso nelle lagune ed è in grado di risalire i fiumi. E’ una specie gregaria in età giovanile e solitaria da adulta. E’ presente in tutto il Mediterraneo e viene catturata per mezzo di reti da posta e lavorieri. La sua carne è molto apprezzata e ricercata, di primo interesse commerciale. Viene commercializzata fresca o congelata. In Italia, e in tutto il Mediterraneo, è diventata una delle specie ittiche più allevate ed è uno dei prodotti della pesca più acquistati, negli ultimi anni, nel nord della penisola. La spigola è conosciuta nelle varie regioni italiane con i nomi: spinola, lupu de mari, ragno, percèa, brancin, branzinoto, spinottu.
Cefalo o Muggine:
Il Cefalo (Mugil cephalus) genere di pesci Teleostomi che da nome alla famiglia dei Mugilidi, ha corpo cilindrico, più compresso in direzione della coda e con il capo allargato ed appiattito muso corto, bocca piccola, pinne dorsali distanti. Il colore del dorso è grigio, con riflessi azzurri verdastri, mentre i fianchi hanno un colore argentato. Le pinne hanno una colorazione giallastra. Il cefalo vive su fondi rocciosi, sabbiosi e melmosi; si trova sotto costa, nei porti, alla foce dei fiumi ed anche in mare aperto fino a 350 m di profondità. Amano acque ricche ed eutrofiche. Tutte le specie effettuano periodiche migrazioni tra il mare e le acque salmastre e dolci in cerca di condizioni più favorevoli (temperatura e alimentazione). Sopportano variazioni di temperatura (euritermo) e di salinità (eurialino). Si nutre di plancton vegetale e piccoli organismi (crostacei, molluschi e larve di insetti). Raggiunge la maturità sessuale a circa tre anni d’età. La riproduzione avviene in mare, da agosto ad ottobre. E’ diffuso in tutto il Mediterraneo e viene catturato con le reti da posta, con quelle a circuizione (cianciolo costiero), traino pelagico (volanti), sciabiche e bilance. Nelle zone lagunari viene catturato soprattutto con i lavorieri. Può raggiunge la lunghezza massima di 70 cm. Il Cefalo al mercato si può acquistare soprattutto fresco.E’ un pesce semigrasso, facilmente digeribile, con carni sode e saporite. Particolarmente apprezzata dai buongustai è la bottarga (uova salate ed essiccate).
Cernia:
La Cernia (Epinephelus guaza) della famiglia dei Serranidi, è un pesce dal corpo robusto slanciato, piuttosto compresso, testa grossa con bocca molto grande, più sporgente nella parte inferiore (mandibola) rispetto alla superiore (mascella); su entrambe, è presente una fila esterna di denti anteriori caniniformi ed inclinati verso l’interno, seguiti da serie più interne di denti mobili e depressibili. La pinna dorsale è unica, con 11 robusti raggi spiniformi nella parte anteriore. Il colore della cernia tende al rosso e al marrone: diffuse su tutto il corpo, macchie irregolari, grigie o giallastre; occhi celesti. La coda presenta un' evidente stria bianca. La cernia è un pesce di tana, vive presso fondali rocciosi, ricchi di grotte, dalla superficie di 10 m. sino a 100.; Può raggiungere il 1,5 m. di lunghezza e pesare 60-70 kg. Vive fino a 40-50 anni. La riproduzione nel Mediterraneo avviene in estate, quando gli individui sessualmente maturi si raggruppano in aree a profondità di 15-30 m per emettere i gameti (uova e spermatozoi). Ciascun individuo, nel corso della crescita, inverte il proprio sesso: per i primi 10-12 anni ogni cernia è femmina, dopo i 12 anni diventa maschio (ermafroditismo proteroginico). Nei mari italiani sono presenti quattro specie di cernia appartenenti al genere di Epinephelus: oltre a E.guaza si conoscono E.alexandrinus, E.caninus, E.aeneus (E.alexandrinum e E.caninus si distinguono da E.guaza per una diversa forma della coda, che è diritta o concava anziché arrotondata. Sono animali predatori e si nutrono soprattutto di cefalopodi, crostacei e pesci. È’ pescata nei nostri mari con palangari di profondità, soprattutto nei mari di Sardegna e Sicilia. Carni buone e povere di grasso.
Cheppia:
La Cheppia (Alosa fallax nilotica) della famiglia dei Clupeidi, è un pesce dal corpo fusiforme lungo sino a 50 cm.; le sue specie sono marine e alcune risalgono i fiumi per riprodursi. Il corpo allungato e compresso lateralmente. La bocca è provvista di piccoli e sottili denti; la mandibola è lievemente prominente. La pinna dorsale è unica e la coda è biforcuta. La colorazione è verde azzurra sul dorso mentre i fianchi e il ventre sono argentei. Si nutre di crostacei e piccoli pesci. E’ molto comune nell’Adriatico e si cattura con reti a circuizione o reti da posta. La sua carne non è molto apprezzata. Scarso valore economico.
Cicerello:
Il Cicerello (Gymnamodities cicerulus) della famiglia degli Ammoditidi, è un pesce dal corpo sottile, allungato, bocca orizzontale, grande, che non oltrepassa, all’indietro, il margine anteriore dell’occhio. Mascella inferiore munita di una piccola appendice sotto l’apice. Squame presenti solo all’estremità posteriore del corpo. Linea laterale con ramificazioni verticali situate superiormente ed inferiormente che terminano con un poro; termina prima dell’estremità posteriore dell’anale e della dorsale. Presenza di una piega cutanea che decorre longitudinalmente, in posizione ventrale, dalla base della pettorale fino all’inizio dell’anale o poco oltre. Coda piccola. La colorazione del cicerello è azzurro verdastra dorsalmente, argentea sui fianchi e sul ventre. Specie comune nei nostri mari. Carni buone ma non particolarmente apprezzate; commercializzazione di scarso interesse.
Corvina:
La Corvina (Scianea umbra) della famiglia dei Scienidi, è un pesce dal corpo alto, fortemente arcuato dorsalmente, compresso lateralmente. Muso piuttosto corto, tondeggiante, con bocca piuttosto piccola, quasi orizzontale, posta inferiormente. Occhio piuttosto grande. Presenza di 5 pori sul mento e di 10 sul muso. Assenza di barbiglio sul mento. Corpo coperto di squame grosse. Si trovano 12-16 brevi branchiospine sul primo arco. Vescica gassosa senza appendici. Lunghezza massima 50 cm. La colorazione è brunastra scura con riflessi dorati o metallici. Pinna anale e ventrale nero lucida con la parte spinosa bianca; bordo della 2 dorsale e bordo inferiore della caudale nerastri. E’ presente in tutto il Mediterraneo e viene catturata con reti a strascico. Carni buone, discreto interesse commerciale.
Costardello o Costardella:
Il Costardello (Scomberesox saurus) della famiglia dei Scomberesocidi, è un pesce dal corpo allungato e modicamente compresso lateralmente. La mascella inferiore è leggermente più lunga della superiore, ed entrambe sono lunghe e sottili, a forma di becco, munite di denti piccoli, appuntiti, piuttosto deboli. Squame piccole, cicloidi, facilmente caduche. Linea laterale in posizione ventrale. Pinna dorsale e pinna anale inserite molto caudale. Pinne ventrali in posizioni addominale. Pinna caudale biloba. Presenza di una serie di pinnule posteriormente alla pinna dorsale ed alla pinna anale. La colorazione blu dorsale, argentea sui fianchi, piccola macchia nera all’ascella delle pettorali. Specie politipica, comune in tutto il Mediterraneo. Carni buone, nessun interesse commerciale.
Dentice mediterraneo:
Il Dentice (Dentex dentex) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale, piuttosto compresso lateralmente. Profilo della testa armonicamente arrotondato negli adulti, quasi rettilineo nei giovani; nei soggetti molto grossi è osservabile una leggera gobba nella regione nucale. Occhio piccolo, muso piuttosto lungo e acuto, bocca posta in basso, leggermente obliqua, con mandibola alquanto sporgente. Lunghezza massima 100 cm. La colorazione azzurro grigio sul dorso, argentea con riflessi rosati sui fianchi, biancastra sul ventre; presente in tutto il corpo e testa piccole macchie scure. E’ una specie comune nel Mediterraneo e viene catturata con reti a strascico. Carni ottime.
Galera o Stringa:
La Galera (Cepola rubescens) è un pesce dal corpo molto allungato, fortemente compresso lateralmente, nastriforme. Lunghezza dai 30-50 cm, colore rosa rosso, è un pesce con molte spine. Viene pescato con reti a strascico. Carni mediocri, scarso interesse commerciale.
Gallinella o Testola:
La Gallinella (Trigla lyra) della famiglia dei Triglidi, è un pesce dal capo grosso e dal corpo fortemente assottigliato nella zona caudale. Il capo è completamente coperto da scaglie ossee ed in parte da spine. Il muso è fortemente concavo ed inciso nel centro, la bocca è in posizione ventrale, la mascella superiore è prominente. Gli occhi sono molto sviluppati. Posteriormente all’opercolo, è presente una spina lunga e acuta. Possiede due pinne dorsali contigue. Le pettorali sono molto grandi a ventaglio. Il dorso è rossastro, il ventre bianco e si trovano macchie azzurre sulle pinne dorsali e pettorali. Vive su fondali fangosi in tutto il Mediterraneo, e può raggiungere la lunghezza di 60 cm. E’ comune nei mari italiani, e si pesca con reti a strascico, da posta e con i palangari. Le sue carni non sono molto apprezzate.
Ghiozzo o guato:
Il Ghiozzo (Gobius niger) è un pesce che ha la pinna dorsale, con 6 raggi che si prolungano quasi in filamenti; labbra sporgenti e tozze, pinna codale ben arrotondata, colore bruno, talvolta nero, chiazzato di macchie scure, lunghezza massima 15 cm. Si pesca con le reti a strascico, altre volte invece con le nasse. Carni discrete, commercializzazione nulla.
Grongo:
Il Grongo (Conger conger) è un pesce anguilliforme della famiglia dei Congridi con il corpo allungato e cilindrico nella parte anteriore, compresso invece in quella posteriore; è interamente viscido ed è più massiccio e potente dell’anguilla. Può arrivare a una lunghezza di due metri e occasionalmente anche di tre, superando abbondantemente i dieci chili di peso. Il muso è allungato, con ampia bocca dalle grosse labbra. La bocca è larga e si estende fino al centro dell’occhio, che è grande, vagamente sporgente, in special modo negli esemplari adulti, ed ovale. La mascella inferiore è leggermente più corta di quella superiore, i denti sono corti, appuntiti e robusti. Non ci sono scaglie, la pelle è liscia e ricoperta di muco. L’apertura branchiale è grande e nella parte inferiore raggiunge il ventre. Le pinne pettorali sono ben sviluppate e hanno da 17 a 20 raggi; la pinna dorsale e l’anale sono unite alla codale. La colorazione varia dal grigio- violaceo al grigio-biancastro. Le pinne impari sono bordate di nero. Il grongo è carnivoro e si nutre di piccoli pesci che normalmente stanno a contatto del fondo, di crostacei e di cefalopodi. Mentre di giorno se ne sta tranquillo nella sua tana, di notte si trasforma in una specie di killer e si mette a caccia per provvedere al cibo. La riproduzione avviene in estate inoltrata in acque di media profondità. Tra Gibilterra e le Azzorre è stata individuata una zona di riproduzione, che probabilmente fornisce il ricambio della popolazione di gronghi dell’Europa settentrionale e sembra che vi siano aree del genere pure in Mediterraneo. Le larve si uniscono alle correnti di plancton e si lasciano trasportare verso i territori adatti alla loro crescita. Il matrimonio, comunque, per il grongo è una cosa seria, tanto che si unisce al partner una sola volta nella vita, che è abbastanza lunga. Man mano che invecchia, il grongo denuncia la sua età, al punto di perdere i denti e di cambiare la conformazione delle ossa, che impoveriscono di calcio e diventano molto gelatinose. Predilige le rocce, i sassi accatastati uno sull’altro, i massi ciclopici ricoperti di vegetazione, i pinnacoli di pietra cosparsi di fessure. La profondità per il grongo non è un problema. Gli piace stare in pochi metri d’acqua, come è capace di spingersi, trovandosi perfettamente a suo agio, sino a mille metri.Le sue tane hanno la caratteristica di essere quasi sempre a contatto con il fango, di essere cupe e tortuose. La sua vera passione sono i relitti. Viene catturato con nasse, palangari di fondo e con le reti a strascico. Le sue carni sono molto apprezzate anche se ricche di spine e possono essere cucinate in vari modi
Halibut:
L’Halibut (Hippoglossus hippoglossus) è un pesce della famiglia dei Pleuronettidi, corpo snello, ovale, piuttosto spesso, con testa di dimensioni contenute. Bocca grande posta a destra degli occhi, provvista di mascelle robuste; giunge fino al centro dell’occhio inferiore. Mascelle grosse, con denti robusti. Corpo coperto di squame piccole e lisce con i margini liberi arrotondati. Lunghezza massima 250 cm. La colorazione bruno-verdastra opaca, talvolta quasi nera. Lato cieco: bianco perlacea. Specie comune nell’Atlantico nord-orientale e sulle coste dell’Islanda. Specie pregiata di notevole importanza commerciale. Carni sode e gustose.
Latterino:
Il Latterino (Atherina boyeri) è un pesce della famiglia dei Aterinidi, con corpo affusolato, dalla forma leggermente compressa lateralmente. Testa corta, solitamente appiattita dorsalmente. Muso corto, con bocca piccola; mascella inferiore prominente. Entrambe le mascelle munite di denti piccoli, appuntiti, presenti nei palatini e sul vomere. Corpo coperto di squame di regola cicloidi. Linea laterale assente. Presenza di 2 pinne dorsali, con la prima situata all’incirca in corrispondenza della metà del corpo, ben separate fra loro, e di pinna anale. Pinne ventrali situate in posizione addominale. Pinna caudale biloba, forcuta. La colorazione grigio verdastra, con puntini neri, dorsalmente; biancastra sul ventre. Specie altamente eurialina che vive anche in alcuni laghi dell’Italia centromeridionale. Specie comune in tutto il Mediterraneo. Carni buone, piuttosto apprezzate; discreto valore commerciale.
Leccia:
La Leccia (Campogramma glaydos) della famiglia dei Carangidi, è un pesce con corpo ovaliforme, assai compresso lateralmente. Testa di dimensioni piuttosto piccola, con muso corto. Bocca piccola, obliqua, che si estende all’indietro, appena oltre il margine anteriore dell’occhio, che è piccolo. Entrambe le mascelle munite di denti villiformi, presenti anche sul vomere, sui palatini e sulla lingua. Lunghezza massima 70 cm. La colorazione grigio azzurra dorsalemte, argentea sui fianchi e sul ventre, con 3-6 macchie neraste, ovaliformi sui fianchi; seconda dorsale anale e lobi della caudale con gli apici nerastri. Specie comune nel mediterraneo viene pescata con reti a strascico. Carni bianche, buone; discreto valore commerciale.
Luccio marino:
Il Luccio marino (Sphyraena sphyraena) della famiglia dei Sfirenidi, è un pesce dal corpo sottile, fusiforme, con mascella inferiore più lunga della superiore, entrambe armate di denti robusti e aguzzi. Due pinne dorsali, distanti fra loro, ventrali addominali, la seconda dorsale opposta alla addominale. Il dorso è bruno verdastro, il ventre argenteo. Il corpo è lungo di solito da 30-50 cm., ma può raggiungere il metro. Vive su fondi arenosi e detritici e si pesca con qualsiasi tipo di rete a largo raggio, richiamandola con sorgenti luminose. Pesce vorace e veloce. Carni bianche e tenere, ma non sempre apprezzate.
Menola:
La Menola (Spicara flexuosa) della famiglia dei Centracantidi, è un pesce dal corpo allungato, piuttosto compresso lateralmente. Bocca con mascelle uguali, labbra oblique. Denti vomerini scarsi e piccoli, oppure assenti. Lunghezza massima 20 cm. La colorazione variabile con il sesso, l’età e la stagione; grigio brunastra, solitamente chiara, dorsalmente, argentea sui fianchi e sul ventre, con una macchia rettangolare nera tra la linea laterale ed il margine superiore della pinna pettorale; presenza, soprattutto nel periodo della riproduzione, di linee blu e macchie gialle. Specie comune nel Mediterraneo, viene catturata con reti a strascico. Carni discrete, scarso interesse commerciale.
Molo o Merlano:
Il Molo (Merlangius merlangus) della famiglia dei Gadidi, è un pesce dal corpo allungato, snello e compresso lateralmente, simile al nasello. Gli occhi sono grandi e rotondi. Possiede tre pinne dorsali e due anali; la coda è a forma di spatola. La sua colorazione marroncina sul dorso quasi bianca gialla sul ventre. Nei mari italiani può raggiungere i 20-30 cm. Vive generalmente nei fondali melmosi e si ciba di pesci e crostacei. Nell’Adriatico si pesca con reti a strascico. Le sue carni sono buone ma poco conosciute.
Molva:
La Molva (Molva molva) della famiglia dei Gadidi, è un pesce con la mandibola più lunga della mascella superiore e provvista di un barbiglio bifido; il dorso è grigio bruno e il ventre più chiaro e argentato E’ lunga da 50-80 cm. Vive in profondità, su fondi fangosi e si pesca prevalentemente in inverno.
Mormora:
La Mormora (Lithognathus mormyrus) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale allungato e compresso lateralmente. Il muso è lungo e spigoloso. La bocca ha labbra spesse, ma è relativamente piccola e provvista di denti appuntiti. La pinna dorsale si estende fin quasi alla coda. La coda ha due lobi nettamente incisi. La colorazione è grigia, più scura nel dorso, con riflessi argentei sulla pancia. Sui fianchi si notano strie verticali scure. Può raggiungere una lunghezza di circa 30-35 cm. Vive su fondali sabbiosi e fangosi e in prossimità di praterie di posidonia da pochi metri fino a 80 m. Si nutre di invertebrati. Nel mare Adriatico si cattura con reti da posta, strascico e pelagiche. Ha carni ottime.
Nasello o Merluzzo:
Il Nasello (Merluccius merluccius) della famiglia dei Gadidi, ha il corpo allungato e poco compresso. La testa è lunga, con la parte superiore appiattita, bocca grande, con mascelle con due o tre serie di denti, di cui quelli interni mobili. Gli occhi sono vicini al profilo superiore della testa. Si nota, la presenza di un’incisione a forma di V con apice sulla sommità della testa, rivolta posteriormente. Ha due pinne dorsali distinte, di cui la prima alta e triangolare e la seconda lunga, con la parte posteriore più alta. La pinna caudale è triangolare. La colorazione è grigio-acciaio sul dorso, argentea lungo i fianchi e bianca sul ventre. Le pinne sono grigie. Negli adulti, la bocca è nerastra. La taglia più comune nel Mediterraneo è di 30-40 cm; può raggiungere i 140 cm. Al genere Merluccius appartengono 13 specie, 10 delle quali vivono nell’Oceano Atlantico. Il nasello è l’unica, tra queste, che vive anche nel Mediterraneo. Si nutre principalmente di piccoli pesci (piccoli della sua specie, pesce azzurro, ecc). e calamari, mentre in età giovanile, essenzialmente di piccoli crostacei. Vive in fondali sabbiosi e fangosi, in tutto il Mediterraneo e si cattura con reti a strascico, con palangari di profondità e con reti da posta. Migra verso acque più profonde nella stagione invernale, mentre è presente a minori profondità nella stagione estiva. Gli stadi larvali e giovanili vivono presso la costa, senza relazioni con il fondo. Acirca 3 cm di lunghezza, i giovani si dirigono verso il largo, spostandosi sul fondo, dove dimorano gli adulti. Ha sessi separati e si riproduce principalmente da dicembre a giugno, a profondità comprese tra i 100 ed i 150 m. E’ un pesce magro con alto valore nutrizionale.
Nono:
Il Nono (Aphanius fasciatus) della famiglia dei Ciprinodontidi è un pesce dal corpo tozzo, compresso lateralmente nella parte caudale, la cui altezza massima, inferiore alla lunghezza della testa, è circa ¼ della lunghezza standard. Occhio grande, bocca nettamente obliqua, piccola, con mascella inferiore leggermente prominente. Entrambe le mascelle munite di una fila di denti, ciascuno con tre punte. Linea laterale poco visibile; 25-29 squame in serie longitudinale; lunghezza massima cm 6. La colorazione è diversa nei 2 sessi. Maschi: verde-grigiastra dorsalmente, biancastra sul ventre con presenza di una dozzina di fasce verticali argentee; pinne giallastre; dorsalmente con margine nerastro, codale con una banda verticale nerastra. Femmine: grigio-brunastra dorsalmente, bianco-argentea sui fianchi e sul ventre con presenza di 10-16 linee verticali nerastre sui fianchi. Specie molto eurialina presente anche in lagune salmastre. Specie comune nel Mediterraneo, assente nella parte estrema del bacino occidentale e nel mar Nero. Specie totalmente prive di interesse commerciale. Carni ritenute permanentemente tossiche.
Occhiata:
L’Occhiata (Oblada melanura) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale, leggermente compresso lateralmente, con profilo ventrale e dorsale di curvatura pressoché uguale. Profilo della testa diritto dalla nuca in avanti. Occhio piuttosto grande, bocca terminale, obliqua, con mascella inferiore leggermente prominente. Lunghezza massima 30 cm. La colorazione grigio azzurra sul dorso, argentea con linee longitudinali scure più o meno evidenti sui fianchi; una grande macchia nera a forma di sella sul peduncolo caudale, tra la pinna dorsale e la coda, non estesa fino al margine inferiore del peduncolo medesimo. Pinne di colore chiaro, linea laterale scura. Viene catturato con reti a strascico. Carni discrete.
Ombrina:
L’Ombrina (Umbrina cirrosa) della famiglia dei Scienidi, è un pesce con due pinne dorsali distinte, la seconda delle quali è peraltro contigua alla prima ed è assai più lunga e molto bassa. Caratteristica è la forma generale del suo corpo, assai rilevato anteriormente a guisa di gobba. La testa finisce arrotondandosi, la bocca è posta in posizione inferiore ed ha la mascella di sopra più grande; un corto e grosso barbiglio impari pende sotto l’estremità mediana della mandibola. La bocca non è molto grande in proporzioni alle dimensioni totali del pesce e la dentatura è formata da piccoli denti disposti in fasce sulle mascelle. Il colore del dorso è cenerino argenteo più scuro sul dorso, ma un carattere che la rende inconfondibile è la presenza sui lati del corpo di numerose strie oblique a decorso leggermente ondulato, di color giallo dorato. Il ventre è bianco, il margine degli opercoli bianco. La lunghezza del corpo è compresa fra 30-70 cm. Vive su fondali fangosi e arenosi alla profondità di 15 m., specialmente vicino alla foce dei fiumi, in direzione dell’afflusso dell’acqua dolce, in particolare dove la corrente di ingresso del fiume si smorza frenata dal mare. Non esita ad entrare in tutte le acque salmastre, lagune, canali ed insenature. Il periodo di riproduzione è compreso fra maggio e giugno, e la deposizione delle uova è piuttosto numerosa. L’ombrina ha tendenza alla vita di gruppo durante il periodo della sua vita. Mantiene queste abitudini fino ad una certa dimensione, poi diviene solitaria o si sposta in coppie di sesso diverso e della stessa taglia. E’ un pesce timido nei suoi contatti con il mondo sottomarino, escluso il momento della nutrizione nel quale diviene agile e deciso. Si ciba di pesci, specialmente di sardine e sgombri che insegue con insistenza. Carni buone.
Orata:
L’Orata (Sparus aurata) della famiglia degli Sparidi, ha un corpo ovale e compresso. La parte superiore della bocca (mascella) sporge su quella inferiore (mandibola); sono presenti denti, in gran parte a forma molare, adatti a frantumare i gusci di conchiglie e crostacei. L’orata ha una sola pinna dorsale ed anale; le pinne pettorali sono lunghe ed acute, più corte le addominali, la coda è formata da due lobi ben distinti. Il colore del corpo è grigio, con riflessi azzurro-dorati sul dorso e argentei sui fianchi. Sul capo, spicca una fascia dorata all’altezza degli occhi (da cui deriva il nome della specie) e l’opercolo presenta una banda nera. Vive solitaria o in piccoli gruppi di individui di diversa età, in prossimità della costa, sui fondali sabbiosi e nella prateria di posidonia, raggiunge la lunghezza massima di 70 cm, ma mediamente raggiunge i 30-35 cm.. E’ una specie che tollera la salinità (eurialina), caratteristica che permette di penetrare in lagune e stagni costieri in cui migra all’inizio della primavera e che abbandona al sopraggiungere dell’inverno. In questa stagione, si sposta in acque più profonde, sia per evitare le basse temperature, che a scopo riproduttivo. L’orata, nel corso della vita ha caratteristiche sessuali maschili, successivamente acquisisce caratteri femminili (ermafrodita proterandrica). Il periodo riproduttivo è tra ottobre e dicembre, quando la temperatura dell’acqua è compresa tra 14 e 16 °C. Si nutre di crostacei, policheti, oloturie e soprattutto di molluschi.E’ comune in tutto il Mediterraneo, soprattutto in quello occidentale e settentrionale; viene catturata con reti da posta, a strascico e con i palangari. La sua carne è molto pregiata.
Pagello:
Il Pagello (Pagellus erythrinus) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale, compresso lateralmente. Il profilo superiore della testa è dritto. La bocca, situata in basso ed obliqua, ha le mascelle di lunghezza uguale, provviste nella parte anteriore di serie di denti conici ed appuntiti, seguiti da serie (2-3 file nella mascella superiore e 2 file in quella inferiore) di denti con forma simile a molari, più grandi nella parte posteriore.Possiede un’unica pinna dorsale con raggi duri (12) e raggi molli (9-11), come la pinna anale (3 duri e 8-9 molli). Le pinne pettorali, sono appuntite e lunghe, quanto la testa. E’visibile la linea laterale. La colorazione del corpo è grigio-rosa e il ventre è bianco con riflessi argentati. La testa è più scura, in particolare fra gli occhi ed il muso. Le pinne sono rosa, ad eccezione di quella caudale che è più scura. Una macchia rossa è presente alla base delle pinne pettorali. Il bordo superiore dell’opercolo è rosso scuro. Spesso, è presente una lieve punteggiatura azzurra nella parte superiore dei fianchi. Nel Mediterraneo raggiunge una lunghezza massima di 50 cm, ma di solito la sua lunghezza è di 10-30 cm. Vive su fondi rocciosi, ghiaiosi, sabbiosi e melmosi; comune in prossimità della costa a profondità superiori ai 15 m per i più giovani, ma si trova anche in mare aperto soprattutto gli adulti. Questa specie è gregaria (vive in piccoli gruppi); ha sessi separati ed è ermafrodita proteroginica, cioè lo stesso individuo presenta nel corso della vita funzioni sessuali femminili e quindi maschili. La maturità sessuale è raggiunta a 1-2 anni per le femmine, e 3 anni per i maschi. Si nutre di piccoli pesci ed invertebrati (molluschi , crostacei ecc), utilizzando la dentatura molariforme per triturare le prede. è’ commercializzato fresco, ha carni bianche, sode e saporite.
Pagello:
Il Pagello (Pagellus acarne) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale allungato, compresso lateralmente. Ha un’unica pinna dorsale e la coda è biforcuta. Alla base delle pinne ventrali è presente una scaglia ed appuntita. Il corpo è grigio rosa e il ventre bianco argenteo; c’è una macchia nera alla base delle pinne pettorali. La sua lunghezza varia dai 20-30 cm. E’ presente in tutto il Mediterraneo e nell’Adriatico viene catturato con reti a strascico, tramagli e nasse. Le sue carni sono pregiate.
Pagro mediterraneo:
Il Pagro mediterraneo (Pagrus pagrus) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale, piuttosto alto, compresso lateralmente. Profilo del capo convesso, leggermente più ripido al di sotto dell’occhio. Bocca piuttosto piccola , appena o non protrattile. Denti assenti sul palato e sul vomere. Margine posteriore del preopercolo liscio ed opercolo privo di spine. Corpo coperto di squame piuttosto grandi presenti sulle guance, assenti sul muso e sullo spazio suborbitale. Presenza di una pinna dorsale e di una anale. Pinne ventrali in posizione toracica; è presente, alla base delle pinne medesime, un processo ascellare. Pinna caudale biloba, forcuta.
La lunghezza massima è di 70 cm. Diffuso in tutto il Mediterraneo. La colorazione è rosa con riflessi argentei, più chiari sul ventre, testa più scura dalla nuca all’angolo della bocca. Coda rosa scuro con gli apici bianchi e l’orlo dell’incavo nerastro. Viene catturato con reti a strascico. Carni pregiate, interesse commerciale buono.
Palamita o Tonnetto:
La Palamita (Sarda sarda) della famiglia dei Scombridi, è un pesce di media grandezza ma inferiore a quella dei tonni, corpo allungato fusiforme, leggermente compresso lateralmente; muso conico con bocca piuttosto ampia. La colorazione è plumbeo argentea con bande oblique nere, dentatura completa, aghiforme; le pinne dorsali e anale terminano con 5-8 pinnule. La lunghezza è circa 60 cm, peso 5 kg. E’ una specie molto comune nei mari italiani, migra alternativamente del bacino occidentale a quello orientale verso il Mar Nero; le catture avvengono principalmente o con le tonnare fisse o con quelle a circuizione; accidentalmente nello strascico e nel traino. Carni gustose, notevole importanza commerciale.
Palombo:
Il Palombo (Mustelus mustelus) della famiglia dei Triachidi, è un piccolo squalo e, come tutti gli squali è un pesce cartilagineo (lo scheletro è composto di elementi cartilaginei) di medie dimensioni. Il corpo è allungato, snello ed affusolato. La testa è compressa nella parte superiore ed il muso è lungo ed arrotondato. La bocca, situata in basso, è obliqua e munita di serie di denti piccoli e bassi, che possono essere meno arrotondati negli esemplari giovani. Le narici, in posizione ventrale, hanno un’unica grande apertura e sono più vicine alla bocca che all’apice del muso. Gli occhi sono piccoli, rotondi nei più giovani, e con pupilla oblunga orizzontale negli adulti. Sul muso sono presenti organi di senso per la rilevazione della profondità (idrostatici). Ai lati della parte terminale della testa, sono presenti 5 fessure branchiali. Una piega cutanea decorre lungo il dorso, dalla coda sino al capo. La pelle(zigrino) è quasi liscia. Le pinne dorsali sono due, di forma triangolare, la seconda è leggermente più piccola della prima. Le pettorali hanno l’apice interno arrotondato e l’orlo posteriore poco incavato. La pinna caudale presenta due lobi non simmetrici (quello superiore più sviluppato). La pinna è presente. La colorazione del dorso e dei fianchi è grigio scuro, il ventre bianco. Può raggiungere una lunghezza di 160 cm, ma la sua lunghezza comune è da 60 a 120 cm. Il palombo è un pesce di fondo che vive generalmente tra i 5 e 50-100 metri, su fondi fangosi o detritici; vive in piccoli branchi. La specie ha sessi separati , facilmente distinguibili per la presenza nel maschio degli pterigopodi ( allungamento della parte terminale delle pinne ventrali), che hanno funzione di introdurre gli spermi nel corpo della femmina e permettere la fecondazione, che è quindi interna. Il palombo, a differenza degli altri squali è una specie vivipara; lo sviluppo dell’uovo fecondato e del piccolo squalo avviene infatti completamente all’interno della femmina. La gravidanza dura 10 mesi (da giugno a marzo). Al termine la femmina partorisce da 10 a 20 piccoli palombi di circa 25 cm di lunghezza. Il palombo si nutre principalmente di crostacei, piccoli pesci e anche di molluschi. Viene pescato con reti a strascico, reti pelagiche e palangari di profondità. E’ un pesce semigrasso, facile da digerire e buono.
Papalina, spratto:
La Papalina (Sprattus sprattus) della famiglia dei Clupeidi, è un pesce dalla carena ventrale pronunciata e seghettata. La bocca non giunge fino al margine posteriore dell’occhio. Mascella inferiore leggermente prominente; quella superiore è priva di solchi mediani. Opercolo senza striature, con margine posteriore tondeggiante. Corpo coperto di squame grandi, cicloidi, caduche, assenti sulla testa. Pinna dorsale a metà del corpo. Coda biloba. La colorazione blu verdastra dorsalmente, argentea sui fianchi e sul ventre; assenza di macchie scure sui fianchi. Specie diffusa in tutto il Mediterraneo specialmente in Adriatico. Carni discrete, importanza commerciale discreta.
Passera di mare:
La Passera di mare (Platichthys flesus flesus) della famiglia dei Pleuronettidi, è un pesce dal corpo piatto, asimmetrico e ovale. La bocca è munita di piccoli denti conici. L’occhio inferiore è più vicino alla bocca di quello superiore. Il corpo è ricoperto da squame molto piccole, che rendono la pelle liscia. Le pinne dorsali e anali sono lunghe e la coda ha il margine convesso. La colorazione è bruno verde o verde nerastra. Vive a basse profondità, su fondali sabbiosi e fangosi dove si trova spesso insabbiata. Si nutre di crostacei, molluschi e invertebrati. Può raggiungere i 40 cm di lunghezza. E’ presente in tutto il Mediterraneo; nell’Adriatico viene pescata con reti a strascico, rapidi e reti da posta. Carni eccellenti.
Pesce Prete o Lucerna mediterranea:
Il Pesce Prete (Uranoscopus scaber) della famiglia dei Uranoscopidi, è un pesce dalla testa molto grossa, rivestita di placche ossee, appiattita dorsalmente; corpo allungato, più largo e più alto anteriormente, piuttosto compresso posteriormente. Bocca ampia, verticale, protrattile, con mandibola prominente. Occhi piccoli, situati sulla parte dorsale della testa. Presenza su entrambe le mascelle di denti piccoli, villiformi, presenti anche sul vomere e sui palantini. Squame piccole e cicloidi. Presenza di due pinne dorsali, di cui una più corta. Pinne ventrali in posizione giugulare. Pinna caudale con margine convesso, arrotondato. Specie comune nel Mediterraneo, raggiunge la lunghezza massima di 40 cm. La colorazione è grigio brunastra, più scura dorsalmente, biancastra sul ventre, con linee trasversali più scure sui fianchi. Viene catturato con reti da traino. Carni discrete, scarso valore commerciale.
Pesce Ragno o Tracina
Il Pesce Ragno (Trachinus draco) della famiglia dei Trachinidi, è un pesce dalla testa piccola, arrotondata, corpo allungato che finisce quasi a punta, un po’ compresso ai lati. La bocca è grande e obliqua. Sono presenti una piccola spina sul capo, davanti a ciascun occhio, e una spina velenosa su ogni opercolo. Le pinne dorsali sono due. La prima, più corta, ha di solito cinque o sei robuste spine velenose, la seconda è composta da raggi molli. La sua colorazione è bruno verdastra dorsalmente, bianco giallastra sui fianchi e sul ventre, con macchie e strisce trasversali azzurre e gialle. Può raggiungere una lunghezza di quaranta centimetri. Vere e proprie ghiandole velenifere sono presenti alla base dei raggi della prima pinna dorsale e della robusta spina che c’è nell’opercolo. Il veleno non è mortale, ma, se l’esemplare è di grandi dimensioni, può essere ugualmente molto pericoloso, perché arriva a stordire un uomo. Se la ferita è ben curata, non dovrebbero sussistere preoccupazioni di alcun genere, mentre potrebbero verificarsi danni permanenti come paralisi locali. La cura migliore è comunque quella di immergere la ferita nell’acqua più calda che si può sopportare, perché il calore distrugge il veleno dei trachinidi. E’ comune nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale dal Marocco alla Norvegia. Vive semi sepolto e comunque appoggiato sui fondali di sabbia e di fango compresi tra i dieci e i cento metri. Spesso si apposta nelle radure di sabbia circondate dagli scogli e ciò la rende pericolosa per i subacquei che si possono immergere nelle vicinanze mentre, ignari della sua presenza, si accingono a esplorare le tane della zona in cerca di prede più pregiate. Può capitare, infatti, che se il pesce ragno si sente in pericolo non aspetti di essere attaccata, ma assalga lei per prima il presunto nemico, colpendolo ripetutamente con i pungiglioni della dorsale. Viene catturato con reti a strascico o rapidi. Carni buone soprattutto per la zuppa; commercialmente non interessante.
Pesce San Pietro:
Il Pesce San Pietro (Zeus faber) della famiglia dei Zeidi, è un pesce dal corpo alto, ovale e compresso lateralmente. Ha capo grosso dal profilo superiore obliquo, occhi grandi, posti vicino alla nuca; bocca protrattile, denti piccoli e conici. La pinna dorsale, caratterizzata da lunghi filamenti, e la pinna anale presentano alla base una serie di punte. Le pinne pettorali sono piccole, mentre le ventrali sono più sviluppate. La coda è quasi tronca. La colorazione, grigio verde , più scura sul dorso, con riflessi argentei sul ventre, è resa caratteristica dalla presenza di una macchia nera su ogni fianco. Vive su fondali sabbiosi o fangosi da 20 a 400 m, o vicino a praterie di posidonia; la sua lunghezza varia da 30-50 cm. E’ un pesce solitario, cattivo nuotatore, sfrutta il corpo appiattito per avvicinarsi con lente ondulazioni delle pinne ai pesci, che poi cattura con l’ampia bocca protrattile. Nel mare Adriatico è catturato con reti a strascico. Ha carni ottime.
Pesce Serra:
Il Pesce Serra (Pomatomus saltatrix) della famiglia dei Pomatomidi, è un pesce dal corpo allungato, fusiforme, quasi cilindrico; occhio piuttosto piccolo. Lunghezza massima 115 cm. Pinna dorsale bassa e corta, la seconda lunga e più alta spostata verso la coda, pinna anale opposta alla seconda dorsale. Coda biloba. La colorazione blu verdastra dorsale, argentea sui fianchi e ventre, con una macchia nero bluastra alla base delle pettorali; anale con margine biancastro. Specie cosmopolita, comune nel Mediterraneo. Carni poco apprezzate; scarso valore commerciale.
Pesce Spada:
Il Pesce Spada (Xiphias gladius) della famiglia dei Xifidi, è un pesce di notevoli dimensioni, la cuoi caratteristica è la forma delle mascelle allungata che terminano a punta. La mascella superiore è contraddistinta dalla presenza di un rostro osseo allungato ed appiattito in senso verticale con i bordi taglienti, che è circa 1/3 della lunghezza dell’intero animale. Le pinne ventrali sono assenti. L’aspetto degli animali giovani è diverso da quello degli adulti. I primi hanno denti e piccole squame ruvide, che poi scompaiono ed una sola pinna dorsale che si modifica notevolmente negli adulti, dando luogo anche a una seconda piccola pinna, che diviene alta e triangolare nella parte anteriore. La coda ha una caratteristica forma di mezzaluna, molto robusta e veloce. Le pinne pettorali sono a forma di falce. E’ un pesce pelagico, vive in mare aperto e si avvicina alla costa per riprodursi; è un pesce solitario, arriva anche a grandi profondità ma a volte nuota in superficie facendo grandi balzi fuori dell’acqua. Nel Mediterraneo questa specie raggiunge la lunghezza di 4 m. spada compresa e un peso di 350-400 kg. Si nutre di pesci pelagici e di calamari. Viene catturato con palangari, spadare, reti pelagiche. Carni buone e digeribili.
Rana Pescatrice o Rospo:
La rana pescatrice (Lophius piscatorius) della famiglia dei Lofidi, è un pesce che ha il capo e la parte anteriore del corpo molto larga e appiattita. La bocca è rivolta verso l’alto. Due le pinne dorsali: quella anteriore possiede il primo raggio (illicio) allungato e allargato all’apice a formare una sorta di esca bilobata. La colorazione sul dorso è bruno-grigio, con sfumature violacee e verdi, macchie irregolari chiare. La parte del ventre è di colore biancastro. Vive soprattutto su fondi sabbiosi o fangosi, si trova presente in tutto il Mediterraneo e può raggiungere i 2 metri di lunghezza e i 40 kg di peso. Nelle nostre coste raggiunge la lunghezza dai 50-100 cm e viene catturata con le reti a strascico e rapidi. Solo la parte posteriore del corpo, conosciuta come “coda di rospo”, è commestibile ed è una buona carne.
Razza:
La Razza (Raja clavata) della famiglia dei Rajdi, è un pesce dal corpo a forma di disco più largo che lungo. Muso corto con rostro breve ed appuntito. Margini anteriori del disco sinuosi. Dorso tutto spinuloso; negli adulti esistono grosse spine incurvate impiantate su grosse placche. Ventre più o meno spinuloso. Presenza sulla coda di una serie centrale di spine e di serie laterali che sono incomplete nei maschi e quasi incomplete nelle femmine. La colorazione dorsale grigio brunastra uniforme con macchie nerastre, o nero giallastre. Irregolari per forma e diffusione; possono esserci sulle pettorali 2 ocelli a centro più chiaro. Vive su fondali fangosi e sabbiosi, si trova in tutto il Mediterraneo e nell’Adriatico viene pescata con reti a strascico. Può raggiungere la lunghezza massima di 90 cm. Carni mediocri.
Ricciola:
La Ricciola (Seriola dumerilii) della famiglia dei Carangidi, è un pesce dal corpo allungato, fusiforme, leggermente compresso lateralnmente. Bocca piuttosto ampia che giunge, all’indietro, sotto il centro dell’occhio che è piuttosto piccolo. Osso mascellare alto, con un largo osso sopramascellare. Mascella inferiore leggermente prominente. Entrambe le mascelle sono munite di denti minuti, disposti in larghe bande, presenti anche sul vomere, sui palatini e sulla lingua. Presenza sul peduncolo caudale di una carena carnosa su ciascun lato e di due fossette, una dorsale ed una ventrale. Lunghezza massima 180 cm. La colorazione è grigio azzurra od olivacea, con riflessi dorati, dorsalmente; più chiara sui fianchi e bianco argentea sul ventre. Sovente è presente sui fianchi una fascia longitudinale color ambra estesa dalla testa alla coda. Presenza di una fascia scura sulla nuca. E’ una specie comune in tutto il Mediterraneo e viene catturata con reti a strascico e palangari. Carni ottime, commercialmente buon interesse.
Rombo chiodato:
Il Rombo chiodato (Psetta maxima) della famiglia dei Scoftalmidi, è un pesce dal corpo, appiattito e romboidale. La bocca è munita di piccoli denti. I due lati del corpo sono asimmetrici (uno, privo di pigmento e di occhi, appoggiato al fondo sabbioso, l’altro, pigmentato, con ambedue gli occhi, rivolti verso l’alto). La pelle è priva di squame ma cosparsa di tubercoli ossei. Le pinne dorsali ed anali sono lunghe. La coda ha il margine arrotondato. La colorazione è bruno grigia o marrone scuro, con macchie chiare e scure sparse sul corpo e pinne. Raggiunge il diametro di cm 50-60 cm. Vive su fondali sabbiosi e fangosi, fra i 25-80 m di profondità e si mimetizza nella sabbia e fango; si nutre si pesci, molluschi e crostacei. E’ presente in tutto il Mediterraneo e nell’Adriatico viene pescato con le reti a strascico e rapidi. Carni eccellenti.
Rossetto:
Il Rossetto (Aphia minuta) della famiglia dei Gobidi, ha corpo allungato, compresso lateralmente, con testa grossa, alquanto appuntita. Testa grossa, arrotondata, alquanto depressa. Muso corto, occhi solitamente grossi, ravvicinati e protuberanti. Sulla testa e sul corpo sono presenti numerose papille sensoriali (genipori). Presenza di canali mucosi sulla testa. Assenza di linea laterale. Presenza di 2 distinte pinne dorsali, con la seconda più lunga della prima, e di una anale. Pinne ventrali parzialmente o completamente unite fra loro, a forma di disco, situate in posizione toracica. Pinna caudale a forma di spatola, con margine più o meno rotondeggiante Lunghezza massima 6 cm. La colorazione bianco giallastra (il corpo è traslucido) con presenza di pigmento solamente sulla testa e lungo la base delle 2 pinne dorsali e della pinna anale. Nel Mediterraneo è una specie comune. Carni apprezzate, buono valore commerciale.
Salpa:
La Salpa (Sarpa salpa) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale, moderatamente compresso lateralmente, caratterizzato da un profilo ventrale e dorsale di curvatura pressoché uguale. Testa piccola con muso ottuso. Bocca terminale, con mascella superiore sporgente e labbra grosse. E’ grigio azzurrognola sul dorso, grigio argentea sul ventre e sui fianchi. E’ macchiata di nero alla base delle pinne pettorali ed è percorsa sulla parte superiore del corpo da una decina di strie longitudinali e parallele giallo dorate le quali percorrono anche gli opercoli. La sua lunghezza oscilla tra i 20-40 cm e il peso può raggiungere il chilogrammo e mezzo. La salpa vive in branchi numerosi su fondi di roccia e di fango, coperti di vegetazione. La pesca viene esercitata con qualsiasi tipo di rete. Carni cattive e disgustose per l’odore sgradevole di piante marine.
Sarago o Sargo:
Il Sarago (Diplodus sargus) della famiglia dei Sparidi, è un pesce dal corpo ovale, alto e compresso lateralmente. Muso appuntito, con bocca munita di labbra sottili. Profilo della testa curvo. La bocca ha 8 incisivi, quadrangolari, più o meno verticali, su ciascuna mascella, seguiti superiormente da 3-4 file di molari, inferiormente da 2-3 file. Lunghezza massima 40 cm. La colorazione è formata da 6-8 linee nere verticali su ciascun fianco, su fondo grigio argenteo più scuro sul dorso; presenta sul peduncolo codale una fascia nera che non raggiunge il margine inferiore del peduncolo stesso. Margine dell’opercolo e ascella delle pettorali neri, coda grigiastra orlata di nero. Specie diffusa nel Mediterraneo; nell’Adriatico viene catturato con reti a strascico o pelagiche. Carni apprezzate.
Sardina:
La Sardina (Sardina pilchardus) della famiglia dei Clupeidi, è un pesce di piccole dimensioni (lunga sino a 25 cm), dal corpo affusolato e leggermente compresso lateralmente, coperto di grosse squame caduche. Il muso è prominente ed acuto. La bocca è munita di piccolissimi denti. Le mascelle sono di dimensioni diseguali e non oltrepassano il margine anteriore degli occhi, che hanno una palpebra adiposa ben sviluppata. La struttura ossea che chiude la cavità branchiale (opercolo) è caratterizzato da 3-5 strie ben marcate. Ha un’unica pinna dorsale situata a metà del corpo e molto avanzata rispetto alla pinna anale. La colorazione è azzurro-verdastra sul dorso, argentea sui fianchi e sul ventre, con alcune macchioline nerastre lungo i fianchi. E’ una specie pelagica che vive vicino la costa, ha abitudini gregarie e migratorie. Si nutre indifferentemente di plancton animale e vegetale. Viene pescata con reti da traino pelagico (volanti), e da circuizioni (lampare). Il novellame è conosciuto con il nome di bianchetto. La sardina è commercializzata principalmente fresca o inscatolata (sott’olio, sotto sale, ecc.); è tra le prime dieci specie di pesce fresco più acquistate nel nord dell’Italia.
Sciabola:
La Sciabola (Lepidopus caudatus) della famiglia dei Trichiuridi, è un pesce dal corpo molto allungato, fortemente compresso lateralmente, nastriforme. Testa grande, con bocca ampia munita di mascella inferiore prominente; entrambe le mascelle sono provviste, alla loro estremità, di un processo dermico. Entrambe le mascelle provviste di denti robusti caniniformi, di cui quelli posti anteriormente sono a forma di zanna. Assenza di squame sul corpo. Presenza di una pinna dorsale molto lunga e bassa, con la parte spinosa più lunga di quella molle. Pinne ventrali assenti o molto piccole; pinna caudale assente o piccola e forcuta. La colorazione è uniformemente argentea, talvolta con una o più bande longitudinali giallo oro sui fianchi. Viene catturata con reti a strascico, soprattutto si trova nel mar Tirreno. Carni molto saporite e gustose; discreto interesse commerciale.
Sciarrano o Perchia:
Lo Sciarrano (Serranus cabrilla) della famiglia dei Serranidi, è un pesce dal corpo allungato, leggermente compresso lateralmente. Angolo percolare provvisto di 3 spine; muso e spazio interorbitale privi di squame. Gote e opercolo provvisti di squame. Lina laterale provvista di 72-78 squame; 12-16 branchiospine inferiormente sul primo arco. Lunghezza massima cm 40. La sua colorazione è giallo-rossiccia con 7-9 strisce verticali bruno-rossastre e 2-3 bande longitudinali azzurrastre sui fianchi; capo provvisto di strisce oblique di colore aranciato. Pinne grigio-giallastre, con puntini violetto pallido su quelle impari. Specie diffusa nel Mediterraneo; discreto l’interesse commerciale.
Scorfano mediterraneo:
Lo Scorfano mediterraneo (Scorpaena scrofa) della famiglia dei Scorpenidi, è un pesce dal corpo allungato, ovaliforme, più o meno compresso. Testa grossa, munita di spine, con bocca terminale piccola. Mascellare visibile a bocca chiusa. Presenza sotto l’occhio di una cresta ossea munita di spine, estesa dal preopercolo al preorbitale. Presenza di spine sul margine del preopercolo. Entrambe le mascelle sono munite di denti piccoli, solitamente villiformi; i denti sono presenti anche sul vomere e, anche sui palatini. Corpo coperto di squame ctenoidi. Presenza di una pinna dorsale e di anale. Pinne ventrali in posizione toracica. Pinna caudale non biloba. La colorazione è rossa, talvolta con macchie più scure rosse, gialle o marroni, su uno sfondo più chiaro; possibile presenza di una macchia nera sulla dorsale. La cattura avviene tramite reti a strascico. Carni discrete, buono l’interesse commerciale.
Sgombro o Scombro:
Lo Sgombro (Scomber scombrus) della famiglia dei Scombridi, è un pesce di medie dimensioni con il corpo affusolato e fusiforme. Il muso è appuntito, la bocca è provvista di piccoli denti conici presenti su entrambe le mascelle e nella parte interna della bocca. Lo sgombro ha due pinne dorsali; le pinne pettorali sono poco più lunghe delle pinne ventrali. Caratteristica è l’assenza della vescica gassosa. Il dorso è verde-blu metallico, iridescente con linee nerastre ad andamento sinuoso, che terminano appena al di sotto della linea laterale. I fianchi sono argentei, il ventre bianco. E’ una specie pelagica che è possibile trovare in tutte le profondità del Mediterraneo. Questa specie viene catturata con reti da traino pelagico (volanti) e da circuizione. Carni discrete.
Sogliola:
La sogliola (Solea vulgaris) della famiglia dei Soleidi, è un pesce piatto dal corpo ovale e molto compresso. La testa è piccola, il muso arrotondato. Entrambi gli occhi sono situati sulla parte visibile del corpo. Il pesce è ricoperto di numerose squame rettangolari, piccole e spinose ai margini. Le pinne sono prive di raggi spinosi. La pinna dorsale inizia all’altezza dell’occhio superiore e si collega, tramite una membrana, alla coda. La colorazione della parte superiore del pesce è marrone-grigio, la parte inferiore è biancastra. La sogliola è presente in tutto il Mediterraneo, in fondali sabbiosi e fangosi, raggiungendo una lunghezza massima di 30-35 cm. Viene catturata con le reti da traino (rapidi, sfogliare), con lo strascico, con attrezzi fissi (tramagli) e reti da posta. E’ uno dei pesci più acquistati in Italia, sia perché è un pesce magro, digeribile e appetibile.
Spinarello:
Lo Spinarello (Gasterosteus aculeatus) della famiglia dei Gasterosteidi, è un pesce dal muso corto con mascella prominente. Bocca obliqua, piccola, con entrambe le mascelle munite di denti minuti e appuntititi. Opercolo finemente striato, occhio piuttosto grande. Placche ossee: possono essere più di 30 sui fianchi negli esemplari marini e mancare in quelli di acqua dolce; una placca sul ventre ed alcune piccole sul dorso. Membrane branchiosteghe ampiamente unite all’istmo. Lunghezza massima cm 12,5. Ha tre spine isolate nel dorso, erettili , appuntite, la seconda è più lunga, la terza è molto breve; segue poi una pinna più lunga e robusta delle pinne dorsali. La colorazione è verde-brunastra, molto scura, dorsalmente; argentea sui fianchi e sul ventre. Gli esemplari marini sono bluastri dorsalmente con i fianchi argento chiaro. Parte ventrale della testa e ventre rossastri nei maschi in frega, con occhi blu elettrico. Specie eurialina (resiste a forti variazioni di salinità) circumpolare, presente nelle acque costiere e nelle acque dolci dell’emisfero settentrionale; assente nel mediterraneo, è presente nelle acque dolci italiane. Specie priva di interesse commerciale.
Spinarolo:
Lo Spinarolo (Squalus acanthias) della famiglia dei Squalidi, è un pesce dalla testa appiattita dorsalmente, con muso appuntito, conico. Occhi con diametro orizzontale doppio di quello verticale. Entrambe le mascelle sono munite di denti piccoli, appiattiti, con bordo liscio e dotati di una sola cuspide nettamente obliqua. Narici più vicine alla punta del muso che alla bocca, munite di valve terminanti con un unico lobo. Presenza di due pinne dorsali una quasi al centro del corpo più grande, l’altra verso la fine della coda più corta; due pinne pettorali molto lunghe; coda ben sviluppata, asimmetrica, parte alta più lunga. La pelle dello spinarolo si presenta zigrinata. La colorazione è grigiastra un po’ chiara sui fianchi, biancastra sul ventre; presenza di macchie bianche sul dorso e sui fianchi. Specie comune nel Mediterraneo. Vive su fondali sabbiosi e può raggiungere la lunghezza di 160 cm. Viene pescato con reti a strascico, pelagiche e palangari. Carni alquanto stoppose comunque discrete; è fra gli squamiformi più pescati.
Storione:
Lo Storione (Acipenser sturio) della famiglia delle Acipenseridi, è un pesce dal corpo affusolato a sezione approssimativamente semicircolare; testa coperta da una placca ossea; muso prominente lungo circa metà della lunghezza del capo; bocca inferiore anteriormente alla quale sporgono quattro barbigli. Lo Storione ha la pinna caudale con lobo superiore più sviluppato; cinque serie di placche ossee rivestono la superficie corporea; colorazione verdastra sul dorso, fianchi di varie tonalità di grigio, ventre bianco. Le sue misure sono fino a 2 m i maschi e fino a 6 m le femmine (circa 400 kg di peso).
Lo Storione si trova nella nostra penisola soprattutto nel settentrione; infatti risale nel fiume Po ed in altri corsi d’acqua che sboccano nell’Adriatico settentrionale. Il suo habitat è vario, migra periodicamente dal mare in ambiente fluviale e vive in rapporto con i sedimenti. Si alimenta di molluschi, vermi, insetti acquatici e le loro larve. La sua riproduzione avviene in acque fluviali a forte corrente e depone un numero assai elevato di piccole uova (fino ad oltre 2,5 milioni per femmina) che aderiscono alle pietre. La schiusa avviene in 3-6 giorni e la larva è lunga circa 9 mm. La migrazione dei giovani verso il mare avviene nel corso del secondo anno di vita. La maturità sessuale è raggiunta all’età circa di 8 anni per il maschio e di 12 anni per la femmina. Gli individui di taglia inferiore ad un metro sono immaturi. Lo Storione ha un valore economico elevato.
Fino al 1963 si riteneva che questa specie fosse presente anche lungo le coste atlantiche del Nord America. Si verificò poi che quella specie era diversa (forma degli scudi ossei e numero branchiospine) e fu classificata come Acipenser oxyrhnchus.
Suro o Sugarello:
Il Suro (Trachurus trachurus) della famiglia dei Carangidi, è un pesce dal corpo fusiforme e allungato. L’occhio è piuttosto grande, la bocca ampia, obliqua, con mandibola prominente. La colorazione è grigio verde o verde bluastra dorsalmente, argentea con riflessi metallici sui fianchi, bianco argentea sui fianchi. Sul margine superiore dell’opercolo e alla base delle pinne pettorali è presente una macchia nera. Può raggiungere i 40-50 cm di lunghezza. Vive a profondità tra i 50 e 600 m, è un pesce pelagico migratore, vive a branchi sia vicino la costa che a largo. E’ un animale vorace e veloce. E’ diffuso in tutto il Mediterraneo e nei mari italiani si pesca con reti a strascico, reti da posta e reti a circuizione con l’aiuto di potenti fonti luminose. Ha carni saporite.
Tonno:
Il Tonno (thunnus thynnus) appartiene alla famiglia dei Scombridi, è un pesce dal corpo robusto particolarmente nella parte anteriore, fusiforme, lungo in media 2,5 m. e pesante fino a 6 q. Il muso è prominente, la testa grande, gli occhi piccoli. La bocca, non molto ampia, ha sulle mascelle un’unica serie di piccoli denti conici, presenti anche sulle ossa interne del palato. La pinna e la seconda pinna dorsale non sono separate nettamente. Sono presenti 8-10 pinnule dietro la seconda pinna dorsale. La colorazione è blu scuro, quasi nera sul dorso, grigio argentea sui fianchi, con pinne di colore grigio. Le pinnule sono gialle con bordo nero e i colori diventano più brillanti nella stagione riproduttiva. E’ l’unico pesce a sangue caldo: la sua temperatura supera infatti di 8-10 gradi la temperatura ambiente. Vive in mare aperto a grandi profondità e in estate si avvicina alla costa. E’ un specie pelagica, alterna la vita solitaria a quella gregaria; è un forte nuotatore. Si nutre di pesci e cefalopodi. Viene catturato con tonnare fisse, reti a circuizioni, reti pelagiche, pesca sportiva. Ha carni discretamente digeribili e viene consumato soprattutto sott’olio. Particolarmente apprezzata la bottarga (uova).
Triglia:
La Triglia (Mullus barbatus) della famiglia dei Mullidi, è un pesce di piccole dimensioni, che può raggiungere una lunghezza di circa 40 cm e varia comunemente tra i 20-25 cm. Le femmine hanno una dimensione maggiore. Ha due pinne dorsali distinte, la bocca piccola e protrattile, dalla cui estremità partono due appendici (barbigli) che vengono utilizzate per la ricerca del cibo sul fondo e che , in riposo, stanno nascoste in un solco. La colorazione è generalmente rossastra sul dorso, rosa o arancio lungo i fianchi, con bande giallastre sul ventre che di solito è bianco-rosato. Fasce trasversali scure segnano la prima pinna dorsale. E’ facile confondere la triglia di scoglio, che ha bande scure sulla pinna dorsale, con la triglia di fango in cui sono assenti. Vive in tutto il Mediterraneo in fondali rocciosi e fangosi, si cattura con le reti a strascico e con reti da posta. E' una delle specie più acquistata in Italia; la carne ha un alto valore nutrizionale.
Zanchetta o Suacia:
La Zanchetta (Arnoglossus laterna) della famiglia dei Botidi, è un pesce dal corpo, asimmetrico ed ovoidale. La bocca è munita di piccoli denti; la mandibola è sporgente. Gli occhi sono ravvicinati tra loro. Il corpo è ricoperto di squame. Le pinne dorsale ed anale sono lunghe e la coda ha il margine arrotondato. La colorazione è grigio marroncino giallastra, con macchie nerastre sulle pinne e sul corpo. Può raggiungere i 13-15 cm di lunghezza.. Vive su fondali sabbiosi o fangosi, fino a circa 200 m di profondità. Si nutre soprattutto di crostacei. Si pesca con reti a strascico. Carni discrete.
Zerro:
Lo Zerro (Centracanthus cirrus) è un pesce della famiglia dei Centracantidi, con corpo allungato, piuttosto compresso lateralmente, quasi cilindrico. Occhio molto grande, muso conico, bocca priva di denti vomerini, con mandibola leggermente prominente. Opercolo privo di spine. La colorazione bruon chiara-rossastra dorsalmente, bianco-argentea ventralmente; pinne dorsale e pettorali rosate, ventrali e anale biancastre. Nel Mediterraneo è una specie piuttosto rara. Carni mediocri scarso interesse commerciale.
M A M M I F E R I
La classe di Vertebrati comprendente gli animali più evoluti. Vivipari (con eccezione dei Monotremi, ovipari), nutrono i piccoli mediante il latte secreto dalle mammelle; la pelle è in genere provvista di peli (tranne che nei Cetacei e Sirenidi, che ne sono quasi privi). I Cetacei ordine di mammiferi Terii, comprendente specie che hanno acquisito, per adattamento alla vita acquatica, una loro specialissima e funzionale conformazione: corpo a fuso, con collo cortissimo ed immobile per l’anchilosi delle vertebre cervicali, colonna vertebrale lunghissima, trentaquattro vertebre caudali; gli arti anteriori sono metamorfosati in pinne e quelli posteriori sono rudimentali; mancano le clavicole e lo sterno; la coda termina in una pinna orizzontale. Le ossa sono spugnose e ricche di grasso. I Cetacei vivono in mare a gruppi, vi raggiungono sovente le più grandi dimensioni e sono anche oggetto di pesca intensa. Non escono dall’acqua nemmeno per riprodursi. Si suddividono in due sottordini: Odontoceti e Misticeti. Appartengono alla classe dei Cetacei:
Balena:
La Balena (Balaena comune) appartiene al sottordine dei Misticeti, famiglia dei Balenidi. Le balene presentano grandissime dimensioni e la loro lunghezza oscilla tra i 16-18 m. di cui 4-5 m. spettano alla coda. Le specie più note sono la balena boreale e la balena grigia. Per nuotare sott’acqua le balene aspirano un’enorme quantità di aria, da tre a quattro metri cubi. Così possono nuotare in immersione per 45 minuti. Quando tornano in superficie, emettono attraverso gli sfiatatoi un getto di fiato che raggiunge diversi metri di altezza. Si nutre di plancton. La balena viene cacciata per l’olio, ottenuto dal grasso; per la carne e per le stecche che vengono ricavate dai fanoni e si usano per busti, colletti, ecc.
Balenottera comune:
La Balenottera comune (Balaenoptera comune) appartiene alla famiglia dei Balenotteridi e si differenziano dalle balene per i solchi sulla pelle della gola e per una piccola pinna dorsale. Ha un dorso grigio azzurro e ventre bianco. Questo animale è gravemente minacciato di estinzione.Si nutre di plancton.
Capodoglio:
Il Capodoglio (Physeter macrocephalus) appartiene alla famiglia dei Fiseteridi. Arriva alla lunghezza di 24 m., ha una testa enorme, con cavità interne piene di grasso detto spermaceti, per il quale è oggetto di caccia. Predilige i mari caldi. Vive in branchi.
Delfino:
Il Delfino (Delphinus delphis) appartiene alla famiglia dei Delfinidi. La sua lunghezza è circa 2-2,5 m. ha corpo massiccio e capo piuttosto piccolo che termina a forma di becco appuntito, munito di denti, in un rostro che è lungo il doppio del cranio; gli arti sono trasformati in natatoie, spesso falciformi, mentre quelli posteriori sono individuabili nella robusta coda biloba; sul dorso è presente una pinna. Ha colore nero sulla parte superiore e bianco-verdastro su quella inferiore.Si nutre di pesci e vive in branchi:
Orca:
L’Orca (Orcinus orca) appartiene alla famiglia dei Delfinidi. Lunga 5-6 m., l’orca è una vorace predatrice di pesci, foche e cetacei. E’ caratterizzata da una grande pinna natatoria dorsale (può raggiungere i 2 m. e mezzo), dal colore nero sul dorso e bianco del ventre e anche da una notevole intelligenza.
Narvalo:
Il Narvalo (Monodon monoceros) appartiene alla famiglia dei Monodontidi. E’ lungo 6 m., e il maschio è caratterizzato dal dente canino sinistro, lungo fino a 2 m., che sporge orizzontalmente davanti al capo. Vive nei mari artici.
M O L L U S C H I
Tipo (Mollusca) di Metazoi Protostomi. Il corpo dei Molluschi nella stragrande maggioranza dei casi, è privo di scheletro interno; all’esterno è coperto da un guscio o corazza. Il corpo dei Molluschi è formato da tre parti: il capo, che contiene gli organi nervosi (gangli cerebrali) e di senso (occhi e tentacoli); il piede, una massa muscolare ventrale, usato prevalentemente come organo locomotore; il sacco dei visceri, dorsale e rivestito da una lamina epidermica (mantello) che scende centralmente e ricopre parzialmente il capo ed il piede, creando le pareti di una cavità, che ha funzioni respiratorie. Al suo interno troviamo le branchie. Il mantello secerne la conchiglia, formata da sostanze proteiche (conchiolina) mineralizzata da cristalli di carbonato di calcio. L’apparato digerente inizia con una bocca, spesso fornita di organo muscolare (radula), munito di numerosi dentelli chitinosi. Funziona come organo raschiatore. Nei Molluschi predatori la bocca è dotata di un potente becco corneo. Nel sacco viscerale è presente l’epatopancreas, una ghiandola voluminosa, coinvolta nella digestione. Nella ma maggior parte dei Molluschi, ad eccezione dei cefalopodi, l’apparato circolatorio è di tipo aperto. L’apparato escretore è composto da reni molto semplici che sboccano nella cavità del mantello. L’apparato nervoso è formato da alcune coppie di gangli, collegati tra loro da fasci di fibre. La riproduzione è sempre sessuale, solitamente lo sviluppo è indiretto e più comunemente sono presenti due successivi stadi larvali. . La maggioranza dei Molluschi abita nei mari, alcuni anche in terraferma, comunque per lo più vicino a corsi d’acqua. Molti Molluschi costituiscono il cibo fondamentale per i pesci. Alcuni si usano anche come alimento, da parte degli uomini. I gusci dei Molluschi si usano per preparare diversi oggetti (ad es., i bottoni di madreperla); da certi tipi di ostriche si ricavano le pregiatissime perle. Comprendono sette classi: Monoplacofori, Placofori, Solenogastri, Cefalopodi, Scafopodi, Gasteropodi, e Lamellibranchi (o Bivalvi). I più conosciuti e apprezzati sono:
LAMELLIBRANCHI o BIVALVI
Arca di Noè o Mussolo
Il Mussolo (Arca noae) famiglia dei Arcidi, ha conchiglia equivalve, ineqilaterale, subquadrangolare, rigonfia, con forma che ricorda le imbarcazioni primitive. Presenza sulla faccia esterna delle due valve di evidenti costole radiali squamose incrociatisi con i solchi longitudinali concentrici Margine ventrale spesso, leggermente incavato; margine posteriore con concavità più o meno evidente. Cerniera sottile e lunga, munita di circa 80 piccolissimi dentelli verticali, che verso i lati diventano più radi e tendono a diverger. Bordo interno delle valve liscio. Lunghezza massima cm 9. Colorazione esterna bianco-brunastra con bande bruno-rossicce ad andamento zigzagante; interna bianco-brunastra. Nel Mediterraneo è una specie molto comune ma senza grande interesse commerciale.. Carni buone, variamente apprezzate, generalmente consumate crude. Commercializzato fresco (vivo).
Canestrello o Pettine:
Il Canestrello (Chlamys varia) famiglia dei Pettinidi, ha conchiglia leggermente inequivalve ( la valva destra inferiore è meno convessa), di forma tondeggiante, leggermente allungata. Ciascuna valva è munita di due espansioni laterali molto diseguali (orecchiette) delle quali la destra (posteriore) è più piccolo ed è tronca obliquamente; le orecchiette sono percorse da coste radiali embricate e sono provviste di un seno bissale largo, profondo e munito di dentini. Presenza, sulla faccia esterna delle due valve, di 20 – 34 coste radiali ravvicinate fra loro che si irradiano dalla cerniera; le coste sono munite di spine e di lamelle spinose. Lunghezza massima cm 9. Colorazione esterna variabile: bianca, grigiastra, bruno-rossiccia, brunastra-rossa, gialla, verdastra, violacea e nerastra; internamente variabile più o meno corrispondente a quella esterna. Specie molto comune nel Mediterraneo, carni molto buone e gustose, piuttosto apprezzate. Commercializzato fresco (vivo), surgelato sgusciato, e preparato in conserva.
Cannolicchio:
Il Cannolicchio (Solen vagina) appartiene alla famiglia dei Solenidi e degli Psammobidi. Vive in posizione verticale infossato sui fondi di sabbia fine, anche vicinissimo alla riva, lasciando soltanto le estremità dei sifoni che appaiono come due piccoli fori sulla sabbia. Possiede una conchiglia equivalve, inequilaterale, dritta, molto allungata, cilindrica, aperta alle due estremità con le due valve alquanto convesse.Margini dorsale e ventrale paralleli, lunghi, pressoché dritti e taglienti. Margini anteriore e posteriore tronchi, alquanto arrotondati; l’anteriore è leggermente obliquo e presenta un solco trasversale. Presenza sulla faccia esterna delle due valve, solitamente non lucida, di strie longitudinali di accrescimento che piegano ad angolo retto lungo una linea diagonale che dall’umbone, indistinto e situato sul margine dorsale, scende verso l’angolo opposto. Entrambe le valve sono dotate di cerniera munita di un dente cardinale e di un dente laterale. Può raggiungere i 17 cm di lunghezza, ma generalmente è intorno ai 7 cm. . Si nutre filtrando piccole particelle alimentari dell’acqua. Colorazione esterna bianco-giallastra, brunastra; interna biancastra. Specie molto comune nel Mediterraneo, molto apprezzato commercialmente, carni discrete, variamente apprezzate. Commercializzato per lo più fresco. Viene pescato con rastrelli tirati a mano o con rastrelli a draga idraulica.
Cappasanta o Conchiglia di San Giacomo:
La Cappasanta (Pecten jacobaeus) della famiglia dei Pettinidi, è un mollusco che vive nei fondi sabbiosi o fangosi ricchi di detriti tra i 25 e i 200 metri di profondità. Ha una conchiglia a valve ineguali, provvista di 14 – 16 grosse costole striate, e nella zona di articolazione delle valve presenta due espansioni che vengono dette “orecchiette”. Può raggiungere i 15 cm di diametro. Gli individui giovani vivono ancorandosi attraverso dei filamenti, gli adulti vivono liberi sul fondo e si spostano a scatti all’indietro aprendo e chiudendo energicamente le valve per espellere con forza acqua. Viene pescata durante tutto l’anno, ma specialmente in inverno con apposite reti. Sono commestibili e saporiti.
Cuore:
Il Cuore (Cardium edule) della famiglia dei Cardidi, indica una tipologia di molluschi così chiamati per la loro forma caratteristica. Vive sui fondi fangosi nella zona di marea, soprattutto in prossimità delle foci dei fiumi e nelle acque salmastre. La conchiglia è globulosa, leggermente obliqua, con una ventina di grosse costole in rilievo provviste di tubercoli variamente sviluppati a seconda delle specie. Si pesca durante tutti i mesi dell’anno con le mani o con il rastrello. I sessi sono separati, con fecondazione esterna. L’accrescimento è abbastanza rapido raggiungendo la taglia commerciale in uno o due anni. Colorazione esterna bianco-brunastra, molto variabile; interna bianca, bianco-giallastra, porcellanata. Specie comunissima nel Mediterraneo, specie di discreto interesse commerciale, carni discrete, piuttosto apprezzate. Commercializzato fresco, surgelato sgusciato, ed anche preparato in conserva.
Dattero di mare:
Il Dattero di mare (Lithophaga lithophaga) della famiglia dei Mitilidi, è un mollusco dalla conchiglia a valve uguali, di forma allungata, quasi cilindrica e compressa posteriormente. La valva è sottile e ricoperta da un tessuto di rivestimento (periostraco) lucido, sul quale si notano le strie di accrescimento, più o meno evidenti. La cerniera è priva di denti. L’interno delle valve è liscio, lucido e madreperlaceo. La colorazione è marrone-scuro violacea; l’interno è bianco-bluastro giallastro. Vive sui fondali rocciosi di tipo calcareo e riesce a perforare la roccia con una sostanza di acido solforico. Con il tempo l’animale appare totalmente inglobato dalla roccia. La crescita è molto lenta e occorrono 15-20 anni per raggiungere i 5 cm di lunghezza. Ha carni gustose, molto apprezzate, ma è vietata la vendita e il consumo dal 1988.
Fasolaro:
Il Fasolaro (Callista chione) della famiglia dei Veneridi, è un mollusco bivalve che vive sui fondali sabbiosi, molto comune nel Mediterraneo. La conchiglia è ovale, lucida, percorsa da strie concentriche. La colorazione esterna è bruno-rossiccia con zone radiali più scure. Le sue dimensioni sono di 8 –10 cm e viene pescato durante tutto l’anno con il rastrello. E’ una specie di grande interesse commerciale caratterizzata da carni gustose e delicate.
Folade o Ballero:
Il Folade (Pholas dattylus) è un bivalve della famiglia dei Foladidi. Il folade ha conchiglia sottile, bianca, lamellata, striata con la quale perfora la roccia calcarea, ambiente in cui vive, creando gallerie. E’ presente lungo la costa rocciosa soprattutto nell’Adriatico centrale. Lunghezza fino a cm 10 – 12. Il folade ha carne gustosa ma è un mollusco protetto e la vendita è vietata. La pesca del ballero causa la distruzione delle rocce dove cresce questo mollusco; l’uso continuo dei martelli e scalpelli, per spaccare le rocce, ha provocato la devastazione irreparabile di interi litorali.
Mitilo o Cozza:
Il Mitilo (Mytilus galloprovincialis) della famiglia dei Mitilidi, vive a poca profondità fissato sui fondi costieri rocciosi o a corpi sommersi su fondali sabbiosi mediante il “bisso” emesso a più riprese nel corso della vita da una particolare ghiandola. Vive in comunità molto numerose soprattutto nelle acque salmastre delle lagune costiere. Il Mitilo si nutre filtrando l’acqua attraverso le branchie e trattenendo le particelle in sospensione. La lunghezza comune è intorno ai 5 – 8 cm, ma può raggiungere anche i 15 cm. Il Mitilo è formato da due conchiglie ovali, uguali tra loro, allungate, di colore nero e sulla superficie dorsale sono visibili le strie di accrescimento; la parte interna della conchiglia è madreperlata. L’animale costruisce la conchiglia ricavando il carbonato di calcio direttamente dall’acqua di mare. La carne è molto gustosa.
Tellina:
La Tellina (Donax trunculus) dela famiglia dei Donacidi, è una specie molto comune nel Mediterraneo, ma anche nel Mar Nero, nell’Atlantico orientale e nel Mar Rosso. La conchiglia leggermente inequivalve (il margine dorsale della valva sinistra oltrepassa sempre di un po’ quello della valva destrA), inequilaterale, di forma subtriangolare, alquanto appiatita. La parte anteriore è rotondeggiante, più lunga di quella posteriore che è tronca ed obliqua. Presenza su tutta la faccia esterna delle due valve, che è lucida, di strie longitudinali di accrescimento (più marcate nella parte anteriore) e di linee radiali molto sottili. Bordo interno marcatamente crenulato sulla parte ventrale, ad eccezione che alle estremità. Lunghezza massima cm. 5. Colorazione esterna bianco-giallastra, ulivacea, violacea o brunastra, con zone radiali più scure, internamente biancastra con ampie zone violacee. Specie di buon interesse commerciale, carni buone, commercializzate fresche.Vive infossata nella sabbia delle zone litorali. Viene pescata durante tutto l’anno con il rastrello “tellinaro” e anche con le mani data la vicinanza alla riva. La colorazione esterna è bianco-giallastra, violacea o brunastra. All’interno si presenta biancastra con ampie zone violacee.
Ostrica:
L’Ostrica (Ostrea edulis) costituisce da sola la famiglia degli Ostreidi. Le ostriche incominciano la loro vita allo stadio di larve, nel corpo dell’ostrica madre, quindi vengono espulse, e iniziano una vita libera, pelagica. L’ostrica è diffusa su fondi costieri fino a una profondità di 40 metri e vive in colonie numerose. La conchiglia è circolare o allungata, rugosa e ineguale: la valva sinistra, quella con cui il bivalve è attaccato al substrato, è convessa e più grande della valva destra, che è più pianeggiante e che si adagia a mo’di coperchio sulla valva sinistra. L’allevamento delle ostriche, o ostricoltura, è oggetto di notevole attività. Difatti le ostriche eduli sono coltivate perché costituiscono un alimento gustoso, e le ostriche perlifere perché producono perle. Le carni vengono consumate crude e sono ottime.
Piè d’asino:
Il Piè d’asino (Glycimeris glycimeris) famiglia dei Glicimeridi, ha conchiglia molto robusta, equivalve, inequilaterale, rotondeggiante, meno globosa rispetto alle specie congeneri, talvolta con il margine posteriore leggermente tronco. Ambone centrale alquanto convesso, leggermente inclinato posteriormente. Presenza sulla faccia esterna delle due valve di strie concentriche longitudinali marcate, incrociatisi con esili strie radiali. Margine ventrale munito di piccoli denti appiattiti, più o meno incisi al centro in senso longitudinale. Cerniera munita di numerosi denti ineguali (3-4 laterali anteriormente, 5-6 laterali posteriormente, ed alcuni mediani rudimentali). La conchiglia è rivestita di un periostraco solitamente persistente solo ai margini. Lunghezza massima cm 8,5. La colorazione esterna è bruno-pallida a bruno-scura, quella interna biancastra con sfumature brunastre. Specie comune nel Mediterraneo, mediocre l’interesse commerciale; carni piuttosto coriacee, non molto apprezzate. Commercializzato per lo più fresco (vivo).
Tartufo di mare o Noce:
Il Tartufo di mare (Venus verrucosa) della famiglia dei Veneridi, è piccolo, ha una conchiglia ovale, robusta e ruvida, di colore grigio giallastro, con flammule di colore marrone e raggiunge generalmente la dimensione di 5-6 cm. E’ diffuso nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale. Vive sui fondali sabbiosi detritici. Si pesca tutto l’anno preferibilmente a mano ma anche con il rastrello.
Vongola:
La Vongola (Chamelea gallina) della famiglia dei Veneridi, è un mollusco lamellibranco, con una conchiglia esterna formata da due parti distinte e uguali, dette valve. La conchiglia è composta dal carbonato di calcio che l’animale ricava dall’acqua del mare. Le due valve sono tenute insieme da un meccanismo a cerniera costituito da incastri. La valva ha forma triangolare arrotondata, più corta nella parte anteriore, con un margine interno finemente seghettato. L’interno delle conchiglie è liscio: la stria forma un’ansa dall’angolo orientato verso l’alto e impronte rotondeggianti segnano i muscoli adduttori. All’interno della conchiglia è presente il mantello con gli organi interni. La specie può raggiungere una dimensione massima di circa 5 cm, mentre quella comune varia da 2 – 3 cm. La colorazione esterna della conchiglia è grigia o bruno chiara. Quella interna è bianca o giallastra, con sfumature violacee nella parte superiore e posteriore. La vongola Tapes decussatus viene indicata col nome di “vongola verace” ed ha la conchiglia ovale, percorsa da sottili striature radiali. Di colorazione esterna variabile, dal giallastro al verdastro al grigio, può raggiungere 8 cm di lunghezza e ha carni ottime e ricercate. Una specie affine alla vongola verace nostrana è la “vongola filippina” Tapes philippinarum, introdotta nel Mediterraneo nel 1983. Simile alla vongola c’è anche il Longone o Lupino, guscio allungato di colore marroncino chiaro.
La vongola è presente soprattutto in fondali sabbiosi (sabbie fini ben calibrate), fino a 15 metri di profondità. Vive infossata nella sabbia in comunità numerose. Viene pescata tramite la vongolara con draga idraulica o con rastrelli. Tutte le vongole hanno carni ottime.
CEFALOPODI
Calamaro:
Il Calamaro (Loligo vulgaris) della famiglia dei Loliginidi è un mollusco cefalopode, comune lungo le nostre coste. Vive di giorno in profondità (tra i 20 e 250 metri) e di notte sale in superficie in cerca di cibo. Ha il corpo fusiforme e allungato con ai lati due ampie pinne triangolari occupano quasi i due terzi del corpo (mantello). Le sue dimensioni sono comprese comunemente tra i 15 e i 25 cm, ma possono raggiungere anche i 30/40 cm. Il Calamaro è munito di 10 tentacoli provvisti di quattro o più serie di ventose disuguali. Gli occhi del calamaro, come quelli di tutti i cefalopodi, hanno delle caratteristiche uniche fra gli invertebrati, perché sono simili a quelle dei vertebrati superiori, in grado di formare immagini reali, identiche a quelle che forma la retina umana. Si nutre di pesci, molluschi, crostacei e policheti. Viene pescato tutto l’anno con reti a strascico e, in alcune località con un particolare tipo di lenza detto “latero”.
Moscardino:
Il Moscardino (Eledone moschata) della famiglia dei Ottopodi, è un mollusco cefalopode simile ad un polpetto, caratterizzato da un mantello liscio o finemente granulato che, nell’animale vivo, emana un intenso odore di muschio. La testa è ben distinta dal corpo ed è provvista di due occhi laterali. I tentacoli sono muniti di una sola fila di ventose. Nei maschi, un tentacolo viene utilizzato per la riproduzione e serve per inserire all’interno della femmina gli spermatozoi. Il colore del moscardino è grigio bruno; si notano anche grosse bande nere. La taglia massima della specie, tentacoli compresi, è di 35 cm di lunghezza, con un peso di circa 600 – 700 g. Vive sui fondali fangosi e sabbiosi, tra i 15 ed i 90 m di profondità in gruppi di diversi individui e viene detto volgarmente polpo bianco e polpo muschiato. Si nutre soprattutto di molluschi bivalvi e di crostacei. La riproduzione avviene tra gennaio e maggio.Viene pescato durante tutto l’anno con le reti a strascico. Le sue carni sono discrete anche se non apprezzate come quelle del polpo.
Polpo:
Il Polpo (Octopus vulgaris) è un mollusco, appartenente all’ordine degli Ottopodi, con corpo ovale, globoso a forma di sacco, privo di pinne. La testa ed il corpo, robusti e muscolosi e fusi in una struttura chiamata mantello, sono ben distinguibili, per un’evidente strozzatura. Ai lati della testa, sono evidenti occhi piccoli, sporgenti lateralmente e sormontati da due protuberanze. Nella parte posteriore del mantello sono presenti da 7 a 11 lamelle branchiali (non visibili all’esterno) ed un sifone per espellere l’acqua (espirazione e locomozione). Non ha conchiglia cornea interna. Dal mantello, partono 8 tentacoli muniti di due file di ventose, raggiate e prive di denticoli, che nelle braccialaterali dei maschi sono di dimensioni maggiori. Al centro delle braccia, è situata la bocca. Le braccia sono di lunghezza e spessore simile, ad eccezione del braccio modificato nei maschi che è lungo circa il 20-25% in meno. I tentacoli non sono retrattili. La lunghezza totale del corpo è circa 20-25% di quelle delle braccia. Il polpo può cambiare colore mediante speciali cellule(cromatofori), utilizzati per la trasmissione di segnali (corteggiamento, accoppiamento, lotta tra maschi, ecc) e per mimetizzarsi con il fondale. La colorazione prende diverse sfumature secondo il colore del fondale in cui si trova. La parte ventrale è biancastra ed iridescente. La lunghezza massima raggiunta da questa specie è circa 1 m (mantello di 23 cm) con peso di 10 kg; comuni sono gli individui di 10-25 cm (mantello) e peso da 1 a 3 kg. Vive su fondi costieri, rocciosi, sabbiosi o a praterie di posidonia, fino ad una profondità di circa 100 m. E’ un animale solitario, molto legato al suo territorio, effettuata piccole migrazioni stagionali, in risposta alle variazioni di temperatura. Hanno sessi separati ed il periodo riproduttivo è in primavera ed autunno; l’adulto ha vita breve ,un solo anno di vita. Si nutre di molluschi bivalvi e crostacei. Un modo caratteristico di pescare i polpi è quello con anfore di terracotta o barattoli in cui viene sfruttata l’abitudine, in particolare dei piccoli polpi, di possedere un’abitazione entro cui rintanarsi. Viene pescato durante tutto l’anno con reti a strascico. Le sue carni sono molto gustose.
Seppia mediterranea:
La Seppia (Sepia officinalis) della famiglia dei Seppidi, è un mollusco cefalopode con corpo (mantello) ovale di sacco appiattito, che sormonta 10 appendici. Ai lati del mantello, sono presenti due pinne ed all’interno l’osso di seppia, che è una conchiglia calcificata.. L’osso ha estremità appuntite, di cui una con una piccola spina non evidente esternamente e strie di accrescimento. Nella parte superiore dela mantello, è situata una piccola sacca con un liquido (nero di seppia) che il mollusco espelle per nascondersi dall’aggressore. Gli occhi sono grandi e provvisti di membrana cornea trasparente; la bocca, munita di un becco, è circondata da 10 appendici (8 braccia, più corte e 2 tentacoli, più lunghi e retrattili). Le braccia hanno sull’intera faccia interna4 serie di ventose, presenti nei tentacoli solo all’estremità a forma di clava (5-6 serie). Le ventose sono formate da anelli concentrici, con i più grandi nella serie mediana. In età adulta, i maschi sono più numerosi, dal momento che dopo la riproduzione si verifica una notevole mortalità nelle femmine. La colorazione del dorso è molto variabile dal bruno-nerastro al giallastro, con striature chiare più o meno evidenti. La superficie ventrale è biancastra ed iridescente. Sul dorso del mantello, sono presenti speciali cellule che permettono variazioni di colorazione (cromatofori), utilizzati per trasmettere segnali e per mimetizzarsi con il fondale. La vita della seppia mediterranea varia da 18-30 mesi. La lunghezza massima raggiunta nel Mediterraneo è 35 cm, quella comune è da 15-25 cm. Vive su fondi costieri, sabbiosi o melmosi, fino a profondità di circa 150 m, ma è più comune a profondità di circa 100 m. La seppia pur essendo una buona notatrice, sosta spesso sul fondo. All’inizio della primavera si avvicina alla costa, in autunno si sposta verso il largo. La seppia ha sessi separati e la riproduzione avviene da aprile a luglio, vicino la costa, deponendo le uova (palline nere a grappolo). Si nutre principalmente di crostacei (gamberetti granchi), piccoli pesci ed altri molluschi. Viene pescata durante tutto l’anno con reti a strascico. Carne tenera e saporita.
Totano:
Il Totano (Illex coindetii) è nome comune di alcune specie di cefalopodi decapodi della famiglia degli Ommatostrefidi. Vive in acque aperte fino a 800 metri di profondità su fondali fangosi. Si nutre di crostacei, molluschi e pesci. Il sifone, ben visibile in posizione ventrale, è il principale organo locomotore del totano. Il totano si distingue dal calamaro per la forma triangolare delle pinne laterali che occupano solo la parte posteriore del corpo (mantello). Di colore violaceo rosso rosato, il totano può raggiungere il metro di lunghezza e i 15 Kg di peso, anche se le taglie più comuni sono attorno ai 30 – 40 cm. Si pesca durante tutto l’anno con reti a strascico. Tradizionalmente viene pescato trainando il “latero” o “totanata”. Le sue carni sono discrete.
GASTEROPODI
Bombo o Lumacone:
Il Bombo (Tonna galea) è una lumaca di mare, di medie dimensioni, di lunghezza non supera i 10 cm, con il guscio a spirale, lucido internamente un po’ striato l’esterno. Vive su fondali sabbiosi e fangosi e viene catturato con reti a strascico. La carne è commestibile.
Crocetta o Piè di Pellicano:
Il Piè di Pellicano (Chenopus pes pellicani) ha una conchiglia elicoidale, allungata, con l’ultimo giro espanso, palmato, terminante con tre prolungamenti digitiformi appuntiti all’estremità oltre al prolungamento anteriore di aspetto fogliaceo. Una serie di tubercoli è presente sulla parte rilevata di ciascun giro; sull’ultimo, se ne contano tre file di dimensioni diverse e quivi sono più manifeste le striature della conchiglia. Apertura della conchiglia lunga e stretta, chiusa da un piccolo opercolo corneo. Colore giallo chiaro. Lunghezza cm. 5. Vive su fondi sabbiosi e fangosi ove si pesca, durante tutto l’anno, col rastrello, con la draga o con le reti a strascico. Non dappertutto il Piè di pellicano è ugualmente apprezzato. Le carni lesse sono da alcuni ritenute squisite.
Lumachina o bombolino:
La Lumachina (Nassa mutabilis) è piccola, ha il guscio a spirale, si trova nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale. Vive sui fondali sabbiosi e fangosi e si nutre di animali morti o di bivalvi che uccide perforandone la conchiglia. La riproduzione ha luogo nei mesi primaverili. Viene pescata da ottobre a maggio, quando si avvicina alla costa con nassini, nasse e reti a strascico. Sono molto saporite.
Murice o Ragusa
Il Murice (Murex brandaris) appartiene alla famiglia dei Muricidi ha la conchiglia robusta, provvista di spine coniche, prolungata in un lungo canale che conferisce all’insieme l’aspetto di una clava. Apertura della conchiglia larga, di colore giallo-fulvo, chiusa da un opercolo corneo quando l’animale è completamente retratto. Esternamente il colore della conchiglia è grigio verdastro, talvolta rossiccio. Lunghezza cm. 8 – 9. Il Murice vive lungo il litorale su fondo fangoso sabbioso. Alle rocce della scogliera, il Murice, in primavera, attacca le uova, in quantità straordinaria, racchiuse in nidamenti che erroneamente vengono chiamati “spugne”.Di questi nidamenti, i pescatori si servono per catturare i molluschi i quali, allorché i nidamenti sono disposti su di una rete quadrata e questa viene adagiata sul fondo, vi si recano per aggiungere altre uova e facilmente possono essere raccolti tirando su la rete. I Murici vengono catturati in gran quantità con rapidi o reti a strascico. Le carni, lessate, sono buone, sebbene un po’ coriacee. Alcune specie forniscono la porpora.
Natica:
La Natica (Natica millepunctata) o (Natica hebraea) ha una conchiglia con una sporgenza nell’ombelico. Colore grigio o giallo cosparso di numerosi punti rosso bruni. Opercolo calcarea. Diametro cm. 4 – 4,5. Vivono nella sabbia o nel fango, a poca profondità, ove si pescano col rastrello o con la draga. Carni gustose, poco valore commerciale.
Neverite:
La Neverite (Neverita josephinia) ha la conchiglia appiattita, più larga che alta, provvista di una grossa e tondeggiante callosità bruna o violacea che chiude quasi l’ombelico. Colore bianco giallastro con una fascia grigia.Opercolo corneo di colore giallo. Il piede, di colore bianco latteo, si gonfia e si espande fino a ricoprire quasi interamente la conchiglia. Diametro cm. 3,5. Rassomiglia moltissimo, per la forma della conchiglia, alle specie del genere Natica del quale faceva parte. Le Neverite vivono nella sabbia o nel fango, a poca profondità, ove si pescano con rastrello o con la draga. Gustose le carni anche crude.
Patella:
La Patella (Patella coerulea) appartiene alla famiglia dei Patellidi. Ha una conchiglia quasi piatta, di forma intermedia tra l’ovale e il rotondeggiante con strie radiali numerose, che partono dal centro e si portano al margine festonato della conchiglia, che è di colore verde cupo, spesso ricoperta di incrostazioni e di alghe; la superficie interna è madreperlacea. Raggiunge la lunghezza di 5 cm. Comuni nel Mediterraneo, vivono nella zona di risacca, aderendo fortemente con il piede alle rocce. Vengono volgarmente dette lampade di mare; carni gustose, sebbene coriacee e indigeste. Si consumano crude o cotte.
Torricella comune o Garagolo:
La Torricella (Cerithium vulgatum) ha la conchiglia allungata, appuntita, provvista di numerosi giri strettamente uniti. L’ultimo giro, più largo, presenta dei piccoli tubercoli in serie. Apertura della conchiglia piccola, ovale, prolungata in un breve canale obliquo, leggermente curvo all’insù, e chiusa da un opercolo corneo. Colore bruno o verastro; non mancano le tinte grigie e rossiccie. Lunghezza fino a cm.7. Vive su fondo sabbioso e fangoso lungo il litorale, a poca profondità, in acque tranquille, anche salmastre. Si pesca col rastrello e reti a strascico. Discrete le carni consumate lesse.
C R O S T A C E I
Classe (Crustacea) di Artropodi Branchiati. Sono animali acquatici (viventi nelle acque dolci, salmastre e marine) e talora anche terrestri, il cui corpo, metamerico è avviluppato in un tegumento chitinoso (che può essere variamente mimetizzabile e colorato) che può subire, con la presenza di sali calcarei, una sclerotizzazione. Generalmente il corpo dei Crostacei viene divisoin due regioni, rispettivamente denominate: cefalotorace e addome. Sul capo presentano diverse paia di appendici, il primo dei quali è costituito dagli occhi peduncolanti, il secondo dalle antenne, mentre i 3 successivi interessano l’apparato di masticazione. Arti toracici ed arti addominali assicurano la locomozione e altri compiti. La classificazione dei Crostacei è piuttosto complessa ma comuque essa prevede la costituzione di diverse sottoclassi (Branchiopodi, Ostracodi, Copepodi, Branchiuri, Cirripedi, Malacostraci) che vengono raggruppate in due gruppi, rispettivamente denominati degli Entomostraci e dei Malacostraci. Dal punto di vista dell’interesse umano, alcune specie di Crostacei servono all’alimentazione diretta dell’uomo (gamberi, granchi, aragoste, ecc.), mentre altre, quali ospiti intermedie di parassiti del corpo umano, rappresentano elementi di altro interesse. I Crostacei più conosciuti nel Mediterraneo sono:
Astaco o Astice:
L’Astice (Homarus vulgaris) è un Crostaceo Macruri della famiglia degli Astacidi, ha l’addome allungato terminante con ventaglio codale che permette all’animale di indietreggiare rapidamente; si muove sui fondali sabbiosi per migrare, usando gli arti toracici. Vive nei fondali rocciosi a profondità comprese tra i 20 – 70 metri. E’ diffuso nelle nostre coste soprattutto lungo le coste sarde. Ottima la carne.
Aragosta:
L’Aragosta (Palinurus elephas) è un crostaceo dal corpo robusto e allungato; il cefalotorace è ricoperto da una robusta corazza calcificata, con numerose spine coniche e poco appuntite. Caratteristica, la presenza di due antenne più lunghe del corpo. Gli occhi sono mobili e sormontati da grosse spine triangolari. La parte anteriore e centrale dell’Aragosta è provvista di 13 paia di appendici, 5 delle quali servono per nuotare, mentre la parte posteriore, coda ha la forma di un ventaglio ed è detta telson. La colorazione del corpo è bruno rossastra o bruno violacea, con poche macchie chiare sul corpo. La lunghezza comune è di 20 – 40 cm.
Gambero rosso:
Il Gambero rosso (Aristeus antennatus) della famiglia dei Peneidi, è un crostaceo che ha la parte anteriore che si distingue facilmente da quella posteriore. Il cefalotorace è ricoperto da una robusta corazza con numerose spine, ed è provvisto di cinque paia di arti per la locomozione, di un paio di antennule, di antenne, di mandibole e di due paia di mascelle. L’addome ha cinque paia di appendici per il nuoto e termina con la caratteristica coda a forma di ventaglio, detta telson. Il carapace presenta un rostro, munito nella parte superiore di tre denti. Sotto il rostro, i grossi occhi neri, posti su un peduncolo. Il colore del corpo è rosso-chiaro o roseo, con sfumature violette nella parte superiore del carapace e lungo l’addome. Vive su fondali fangosi e in gruppi numerosi; può raggiungere la lunghezza di 22 cm. ma di solito è lungo tra i 10-18 cm. E’ diffuso lungo le nostre coste e si cattura con le reti a strascico. Il gambero ha carni pregiate.
Granceola:
La Granceola (Maja squinado) della famiglia dei Majdi, è il più grosso granchio del Mediterraneo. Il carapace è ovoidale, molto con convesso, e con molte protuberanze spinose. Il rostro è formato da due spine divergenti. I bordi laterali sono caratterizzati da numerose spine. La colorazione e rosso-bruna con zampe rosate. Vive su fondali sabbiosi, rocciosi e scogli ricchi di alghe e raggiunge la larghezza dai 15-18 cm. Si nutre di organismi morti. Viene pescata con reti a strascico. Ha carni buone.
Granchio:
Il Granchio (Carcinus maenas) è un crostaceo Decapode del sottordine dei Brachiuri. Il granchio come gli altri decapodi, ha tre paia di piedi mascellari e cinque paia di piedi ambulacrali; il primo paio termina con una robusta chela; ha l’addome ridotto e ripiegato in avanti sotto il carapace, arti addominali bifidi, che non servono per la locomozione. Il carapace o scudo ricopre completamente il torace e le branchie, formando intorno a queste ultime la camera branchiale. Gli ultimi arti addominali o uropodi e la pinna caudale mancano. Si hanno granchi marini, granchi di acqua dolce e granchi terrestri.
Mazzancolla o Gamberone Mediterraneo:
La Mazzancolla (Penaeus kerathurus) della famiglia dei Peneidi, è un crostaceo con rostro ben sviluppato che si estende anteriormente oltre gli occhi, leggermente incurvato verso l’alto in punta, con 9-11 denti sul margine dorsale ed un solo dente, robusto, sul margine ventrale. Presenza sul carapace di una robusta spina epatica. Posteriormente all’ultimo dente, la carena rostrale si sdoppia formando un solco rettilineo che raggiunge quasi il margine posteriore del carapace. Presenza, ai due lati della linea mediana del carapace, di una cresta prominente che si estende fino quasi al margine posteriore del carapace ed anteriormente fino al rostro. Assenza sul carapace di carene laterali. Presenza sul carapace di una cresta epatica che è dritta fino la punto di incontro con la cresta antennale, poi si inclina in senso anteroventrale; è presente una cresta gastrofrontale. Presenza sul carapace di un solco cervicale, che dorsalmente oltrepassa appena la metà della distanza esistente tra la cresta epatica ed il margine dorsale interno. Occhi peduncolati, lunghezza massima 23,5 cm. La colorazione giallastra pallida, rosata. Presenza di bande laterali bruno scure, banda dell’ultimo segmento addominale incompleta. Viene catturata con reti a strascico in tutto l’Adriatico. Carni ottime.
Paguro:
Il Paguro (Eupagurus bernardus) è un crostaceo Decapode, marino, con l’addome molle, che talvolta vive in simbiosi con attinie, ma più spesso entrano nelle conchiglie vuote dei molluschi gasteropodi e si creano la loro tana. Sono pure detti bernardi eremiti. Non sono commestibili.
Pannocchia o Nocchia:
La Pannocchia (Squilla mantis) della famiglia dei Squillidi,è un crostaceo dal corpo allungato. Il capo è provvisto di due paia di antenne e di due altre appendici mobili, dove sono collocati gli occhi. Possiede due pseudochele costituite ciascuna da un’articolazione munita di 6 spine. La parte terminale dell’addome (telson) è munita di dentelli e di due grosse macchie centrali violacee circondate da un anello biancastro, che hanno la funzione si simulare gli occhi e di confondere in questo modo gli altri animali. La colorazione del corpo è bianco-giallastra con sfumature violacee. Vive in tutto il Mediterraneo su fondali melmosi e fangosi, può raggiungere anche i 20 cm. ma generalmente misura dai 12-18 cm. Viene pescata principalmente con reti a strascico e rapidi. La sua carne è apprezzata in tutta Italia e viene commercializzata fresca.
Scampo:
Lo Scampo (Nephrops norvegicus) della famiglia dei Nefropidi, è un crostaceo con corpo allungato e di forma tubolare, costituito da una parte anteriore (cefalotorace) ricoperta di una robusta corazza calcificata (carapace), e da una parte posteriore (addome). Il cefalotorace è provvisto di 13 paia appendici, alcune delle quali fungono da arti per camminare (pereiopodi). L’addome ha altre 5 paia di appendici per il nuoto e termina con una sorta di coda (telson). Il primo paio di pereiopodi ha un paio di chele, armate di spine disposte in file longitudinali, mentre il secondo e terzo paio porta all’estremità delle piccole pinze. La colorazione è rosa-arancio nella parte superiore con sfumature arancio più o meno marcate, mentre la parte inferiore è biancastra. Vive su fondali sabbiosi e fangosi, raggiunge la lunghezza massima di 24 cm, ma è comune a 10-20 cm. E’ diffuso lungo le coste italiane e si pesca con reti a strascico. Lo scampo ha carni di notevole pregio.
C E L E N T E R A T I
Animali invertebrati del tipo metazoi comprendente Attini, Idre, Meduse e coralli; tutti organismi pluricellulari a simmetria generalmente raggiata. Una loro caratteristica, per questo sono detti anche Cnidari, è la presenza di particolari cellule orticanti (cnidoblasti), usate per difesa e offesa.
Presentano due tipi fondamentali di organizzazioni: polipo e medusa. I celenterati presentano sistemi muscolare e nervoso molto primitivi, formati da cellule mioepiteliali e nervose. All’interno del corpo presentano una cavità gastrovascolare, comunicante con l’esterno per mezzo di un’unica apertura orale. Animali acquatici, prevalentemente marini, vivono liberi o in colonie fisse al fondo o galleggianti. Si suddividono nelle classi Idrozoi, Scifozoi, Antozoi.
Attinia:
Nome non sistematico dato a vari animali marini, dalle forme simili a fiori. Questa denominazione è comune a molte specie di Celenterati Antozoi dell’ordine degli Attinarii, distribuite in generi diversi, viventi in quasi tutti i mari. Le attinie possono avere dimensioni notevoli, presentano numerosi tentacoli, colorazioni belle e vistose e un aspetto che le fa scambiare per fiori o altri vegetali. Le attinie sono anche dette rose di mare, anemoni di mare, garofani di mare. Più propriamente il nome di attinie spetta alle specie del genere Actinia tipiche rappresentanti della famiglia degli Attinidi. Hanno vita lunga e resistente. Possono essere tenute anche in acquari.
Idra:
Le Idre (Hydra virdis) appartengono al genere di Celenterati Idrozoi. Le idre sono piccoli polipi d’acqua dolce; vivono in acque calme, hanno corpo a sacco verde, lungo alcuni mm, e sono munite di 6 tentacoli con cellule orticanti.
Medusa:
Le Meduse (Pelagia noctiluca) sono forme natanti marine, tipiche dei Celenterati. Le meduse hanno simmetria raggiata, con forma del corpo caratteristica a ombrello. La loro struttura è affine, entro certi limiti, a quella del polpo. Si hanno due tipi di meduse: le meduse degli Idrozoi, o idromeduse, e le meduse degli Scifozoi, o scifomeduse. Queste ultime sono quelle più note, di dimensioni più grandi, mentre le idromuse sono di dimensioni piccolissime e anche microscopiche. Le meduse hanno sessi separati; è interessante il fatto che le meduse sono uno dei due modi di organizzazione dei celenterati: l’altro modo è il polipo. I polipi rappresentano la generazione asessuata; le meduse, quella sessuata. Il corpo delle meduse è formato da una massa gelatinosa, fortemente idratata (fino al 96,5% di acqua), con presenza di elementi cellulari
Epiteliali; esistono anche cellule sensoriali (statiche, visibili, tattili). La respirazione viene svolta direttamente dalle cellule a contatto con l’ambiente acqueo circostante.
Coralli:
I Coralli (Corallum rubrum) appartiene ai Celemterati Antozoi e più propriamente del corallo rosso. I coralli vivono nei mari temperati e caldi a profondità comprese tra 80-200 m.; formano colonie di polipi a forma arborescente, colorate nelle varie sfumature del sosso e talora in nero e bianco. La parte esterna dell’alberello, il cenosarco, presenta canali che fanno comunicare i polipi fissi nelle nicchie.
P O R I F E R I
Tipo di animali invertebrati che comprende le comuni Spugne, Metazoi acquatici in prevalenza marini. Hanno corpo sacciforme con pareti formate da ectoderma ed endoderma: tra questi si trova unospeciale tessuto connettivale (ectomesoderma), che produce uno scheletro formato da filamenti cornei, da spicole silicee o calcaree. Nei poriferi a organizzazione più semplice (il tipo Ascon) le pareti del corpo presentano numerosi forellini (pori inalanti) dai quali penetra l’acqua, che entra nalla cavità gastovascolare ed è spinta da cellule ciliate (nella parete della cavità) verso l’apertura (osculo). Si dividono in Calcisponge, Demosponge ed Esattinellidi.
E C H I N O D E R M I
Tipo di Metazoi Bilaterali, che comprende specie esclusivamente marine. Le forme che assumono sono più varie: esistono echinodermi di aspetto arborescente, altri di forma cilindroide, globosa o stellare. Lo scheletro degli echinodermi, situato sotto un sottile strato di derma (e chiamato per questo dermascheletro) è costituito da piastre calcaree, saldate in modo da formare una specie di guscio continuo nel quale si trovano gli organi ( negli Echinoidi), che hanno le piastre immobili, o costituito da piastre articolate (negli Asteroidi), o da elementi liberi e disgiunti (negli Oloturoidi). Gli echinodermi possiedono aculei mobili, articolati sulle piastre o aculei immobili per prolungamento delle piastre cutanee. L’apparato digerente ha origine dall’apertura boccale,, che può essere munito di apparato masticatore. La funzione respiratoria è svolta dall’apparato acquifero. Gli echinodermi presentano organi statici e visivi. La riproduzione per lo più è per via sessuale, a fecondazione esterna. Le oloturie, le stelle di mare, i ricci e i Crinoidi sono tutti echinodermi.
Riccio di mare:
Il Riccio di mare (Echinus esculentus), possiede aculei mobili intorno al corpo che servono per la locomozione e la protezione dell’animale. Ha guscio calcareo, vive su scogli e fondali rocciosi; è di colore nero, marrone scuro violaceo, sono commestibili.
Stella di mare:
La Stella di mare (Asterias aurantiaca), nome comune degli echinodermi classe Asteroidi, che presentano corpo appiattito provvisto di 5 o più braccia. E’ formata da piastre articolate che servono per muoversi. L’apparato masticatore è nella parte inferiore della stella , parte rivolta verso il fondo marino. La sua colorazione varia da rosso, marrone, bruno. Non è commestibile.
Ofiura:
La Ofiura appartiene agli Ofiureidi, famiglia dei Ofiolepidi, con specie affini alle stelle di mare Gli ofiureidi presentano braccia cilindriche allungate, sottili, semplici o ramificate, che hanno origine da un disco centrale del corpo. Si chiamano stelle serpentine perché le braccia sono molto mobili.
Giglio di mare:
Il Giglio di mare (Antedon rosacea) è una specie di echinoderma Crinoidei, della famiglia dei Comatulidi.
Oloturia:
L’Oloturia, genere di Echinodermi Eleuterozoi che dà nome alla famiglia degli Oloturòidi. Le oloturie hanno il corpo lungo, con superficie ventrale strisciante detta suola, con numerosi pedicelli ambulacrali. La superficie dorsale è fitta di papille. Si chiamano anche cetrioli di mare. Le oloturie arrivano fino a 50 cm. di lunghezza, e sono frequenti nelle acque marine tropicali e subtropicali. Sono un alimento ricercato soprattutto in Cina. Se spaventate e irritate, cercano di spaventare il nemico rovesciando all’esterno i visceri.
- Fine articolo Pesci tutto di tutto
Pesci tutto di tutto
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