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Gli Anfibi (Amphibia, Linnaeus 1758) sono una classe di animali vertebrati appartenente al phylum Chordata. Gli anfibi sono stati i primi vertebrati a colonizzare l'ambiente terrestre (tetrapodi), e come tali hanno avuto in passato una notevole espansione e diversificazione. Rimangono però nella maggior parte dei casi ancora estremamente legati all'acqua; lo stesso nome della classe deriva dalla fusione delle due parole greche ἀμφί, col significato di "doppio", e βίος, col significato di "vita". Tale nome è dovuto sia al fatto che il ciclo vitale degli anfibi prevede che almeno una parte della vita dell'animale venga trascorsa nell'elemento acquatico, sia al fatto che la maggior parte delle specie presenta una fase larvale dall'aspetto piuttosto dissimile da quello della fase adulta, alla quale l'animale giunge tramite metamorfosi.

 

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    Anfibi

     

Euproctus platycephalus (Gravenhorst, 1829)

Nome italiano:  Euprotto sardo

Categoria IUCN:
Critically Endangered: CR A1, B1, B2a,b,d,e

Tassonomia
Il genere Euproctus comprende tre specie: E. platycephalus, E. montanus presente solo in Corsica ed E. asper dei Pirenei centrali e orientali. E. platycephalus è specie monotipica endemica della Sardegna descritta in origine dal Gennargentu e caratterizzata dal capo fortemente depresso, dall’assenza di parotoidi e di plica golare e dalla presenza di lobi labiali. La coda è bassa, a sezione subcilindrica. A differenza di E. montanus, nei periodi di vita acquatica, la coda di E. platycephalus presenta una cresta mediana bassa e a margine intero.

Distribuzione passata e presente
Dati storici evidenziano una ampia distribuzione altitudinale dell’euprotto, da poco al di sopra del livello del mare (50 m) sino alle quote più elevate del Massiccio del Gennargentu (1800 m). Sebbene più abbondante nelle regioni centrali dell’isola al di sopra dei 400 m, la specie era segnalata anche nelle regioni Nord-occidentale (Alghero), Nord-orientale (Monte Limbara), Sud-occidentale (Iglesiente) e Sudorientale (Monte Sette Fratelli) dell’isola (Bruno, 1973). Indagini più recenti (Van Rooy e Stumpel, 1995; Casu et al., 1996) hanno confermato la presenza dell’euprotto in tre sole località: Monte Limbara (Sassari), Suprammonte di Urzulei (Nuoro) e Monte Sette Fratelli (Cagliari). Alcher (1975) riportava 45 popolazioni distinte.  Una serie di dati ulteriori non pubblicati e desunti dalle collezioni in alcool di diversi Musei italiani hanno aggiunto un’altra decina di località. Solo le popolazioni del nuorese, tuttavia, hanno ancora attualmente una certa consistenza numerica.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Buona parte delle informazioni disponibili in letteratura sulla biologia dell’euprotto sardo sono tratte dai lavori di Alcher (1975, 1981). Più recentemente, le università di Sassari e Torino, in collaborazione, hanno iniziato uno studio sulla biologia ed ecologia di questa specie (Casu, 1996; Sotgiu et al. 1996).

Habitat:  sebbene sia stato rinvenuto anche in ambienti di bassa quota, l’euprotto sardo predilige corsi d’acqua e laghetti delle zone montane, tra i 400 ed i 1700 m, con acque ben ossigenate e correnti deboli o moderatamente veloci, di rado in acque quasi stagnanti. E’ stato segnalato anche in ambiente cavernicolo (Ingurtidorgius), ma non è tuttavia chiaro se tale ambiente sia utilizzato come semplice rifugio alle avverse condizioni epigee, o se la popolazione si riproduca nelle pozze all’interno della grotta.

Dimorfismo sessuale: Il dimorfismo sessuale è molto evidente nell’Euprotto sardo. I maschi raggiungono taglie maggiori delle femmine e recenti ricerche scheletro-cronologiche suggeriscono che tali differenze siano in gran parte da imputare alla maggiore longevità dei maschi rispetto a quella delle femmine (Sotgiu et al. 1996). Ulteriori caratteri dimorfici sono la presenza nei maschi  di uno sperone fibulare sul margine distale della gamba, che, nelle femmine,  si riduce ad una debole salienza marginale, e la differente forma e dimensione della cloaca. Nei maschi la cloaca e prominente, con sezione rotondeggiante, nelle femmine, invece, è sensibilmente compressa. I maschi, inoltre, hanno la coda in proporzione più lunga di quella delle femmine.

Dimensioni delle popolazioni. Attraverso metodi di cattura e ricattura è stato possibile stimare la numerosità della popolazione di Su Gorroppu (Suprammonte di Urzulei). Essa è risultata costituita da circa 400 individui adulti e subadulti metamorfosati. Sebbene manchino analoghi dati sulle popolazioni di euprotto nelle altre località dove la specie è tuttora segnalata (Monte Limbara e Monte Sette Fratelli), sopralluoghi effettuati in diversi periodi dell’anno indicano come la numerosità di queste popolazioni sia assai più esigua di quella del Suprammonte di Urzulei.  Fa eccezione in questo solo la popolazione ‘cavernicola’ di Su Ingurtidorgius (Perdas de Fogu: Sardegna orientale), dove un paio di dozzine di esemplari sono state osservate da M. Mucedda nel 1994.

Sex ratio: sensibilmente sbilanciata a favore dei maschi che rappresentano il 65-70 % dell’intera popolazione adulta.

Comportamento riproduttivo: le classi di età osservate variano dai 2 anni (larve ancora branchiate) ai 17 anni.  Gli adulti hanno almeno 4 anni di vita. La classe di età più comune è quella di 6-7 anni. Il comportamento riproduttivo è stato descritto da Schmidtler e Schmidtler (1987) ed è simile a quello delle specie congeneri. I maschi maturano gli spermi già in autunno (Lissa Frau, 1963) e la riproduzione avviene in acque basse tipicamente a metà della primavera, anche se non si esclude la possibilità di accoppiamenti e deposizioni nel periodo autunnale. L’amplesso non sembra preceduto da alcuna parata di corteggiamento, il maschio azzanna la femmina poco sopra l’attacco delle zampe anteriori, piega il corpo indietro e la coda in avanti in modo tale che la femmina si trovi  stretta all’interno di un anello costituito dal corpo del maschio. Mantenendo questa posizione, il maschio porta la propria cloaca a contatto con quella femminile e rilascia la spermatofora che viene prontamente assorbita dalla femmina. Le femmine depongono le uova fecondate ad una ad una attaccandole alla superficie inferiore delle pietre sommerse, quando la temperatura dell’acqua è di 19°-20°C.  Una femmina è stata vista deporre a 22°C.  Non è chiaro se le femmine restino in prossimità delle uova, come avviene in E. montanus (della Corsica), o se invece le abbandonino  come in E. asper (Pirenei).

Sviluppo:  le larve sgusciano dopo circa un mese; la durata dello stadio larvale varia da 11 a 15 mesi (Alcher, 1981, confermato dai nostri dati), in relazione alle condizioni termiche e al periodo dell’anno in cui le uova sono state deposte. Le larve possono essere osservate nell’acqua anche con temperature di 27°C. Gli adulti sono in acqua con temperature di 17°-22.5°C, più spesso 19°-20°C (Alcher, 1980b). Seppur continuo, l’accrescimento corporeo risulta molto maggiore nel periodo antecedente la maturità sessuale (4-5 anni) e cala successivamente. L’euprotto è una specie molto longeva: l’età massima osservata in natura è risultata di 17 anni.

Alimentazione: sia le larve che gli adulti si cibano prevalentemente degli organismi della fauna macrobentonica dei corsi d’acqua in cui vivono. In particolare, le larve di ditteri chironomidi sono risultate di gran lunga il cibo più importante. Gli individui di maggiori dimensioni possono anche cibarsi di grossi insetti caduti in acqua (cavallette, mantidi, lombrichi). In alcuni casi è stata osservata la predazione da parte di maschi di uova della propria specie.

Rapporti con  altre specie: per quanto non si abbiano dati diretti, in condizioni naturali i potenziali predatori dell’euprotto sardo sembrano essere Salmo trutta, Natrix maura e forse N. natrix cettii. In particolare, la specie appare molto vulnerabile all’azione predatoria delle trote, infatti, la introduzione di trote fario (S. trutta fario) in molti torrenti e laghi dell’isola è una delle cause principali della riduzione e scomparsa di questa specie.

Cause del declino.
Poiché molte delle zone dove un tempo era nota la presenza dell’euprotto e dove oggi invece la specie è assente non sembra abbiano subito drastiche modificazioni ambientali, il deterioramento fisico degli habitat per se non appare come la causa principale della drastica riduzione cui la specie sta andando incontro.  Al contrario, un chiaro impatto negativo è da attribuire alle opere di reintroduzione di specie ittiche alloctone (in particolare la trota fario), il cui disastroso effetto è risultato particolarmente evidente nelle popolazioni del Monte Limbara. Anche l’eccessivo prelievo di acqua per uso domestico effettuata nei mesi estivi può aver recato seri danni alle popolazioni di Euprotto. Infatti il prosciugamento estivo di pozze o tratti di torrente causerebbe la morte degli stadi larvali con deleterie conseguenze sull’intera popolazione.

 

Bibliografia

Alcher M., 1975 - L’Urodéle Euproctus platycephalus (Gravenhorst, 1829): repartition géographique et exigence thermique. Vie Milieu, 15(1)(c): 169-179.

Alcher M., 1980a - Contribution à l’étude du developpement de l’Urodèle Euproctus platycephalus (Gravenhorst, 1829). Vie Milieu, 30(2): 157-164.

Alcher M., 1980b - Mantien en captivité des Amphibiens torrenticoles Euproctus platycephalus et Euproctus montanus (Urodela: Salamandridae). Conditions d’obtention de la reproduction de l’espèce sarde.  Rev. fr. Aquariol., 7: 61-64.

Alcher M., 1981 - Reproduction et elevage de Euproctus platycephalus. Amphibia-Reptilia, 2: 97-15.

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450.

Casu D., Manca L., Delitala G., 1996 - Analisi del fenotipo emoglobinico di Euproctus platycephalus  e di Euproctus montanus. Riassunti 1° Congresso SHI (Torino 2-6 ottobre 1996): pag. 61

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Lissa Frau A.M., 1963 - Il ciclo spermatogenetico annuale di Euproctus platycephalus Bonap.  Studi sassaresi, 41(1-2): 180-189.

Sotgiu G., Bovero S., Castellano S., 1996 - Analisi morfometrica, scheletrocronologica e comportamento riproduttivo in Euproctus platycephalus. Riassunti 1° Congresso SHI (Torino 2-6 ottobre 1996): pag. 69.

Thiesmeier B., 1992 - Comparative experiments on larval drift of five European urodelan species in a water channel - preliminary results.  pp. 439-442 Proc. 6th OGM of SEH, Budapest.

Van Rooy T.J.C, Stumpel A.H.P., 1995 - Ecological impact of economic development on Sardinian Herpetofauna. Conservation Biology, 9: 263-269.

Voesenek L. A. C. J., van Rooy P. T. J. C., Strijbosch H., 1987 - Some autoecological data on the Urodeles of Sardinia.  Amphibia-Reptilia, 8: 307-314.


Salamandra atra Laurenti, 1768

Nome italiano:  Salamandra alpina

Categoria IUCN:
Lower risk (conservation dependent)

Tassonomia
Salamandra atra è specie politipica suddivisa in tre distinte razze geografiche: S. a. atra, diffusa su buona parte dell’arco alpino, S. atra aurorae, presente in una ristretta area del Nordest italiano (Bosco del Dosso, provincia di Vicenza) e S. atra prenjensis, dei monti Prenj in Slovenia. Un tempo erano considerate appartenenti a questa specie anche le popolazioni delle Alpi Occidentali, piemontesi e francesi, cui è stato recentemente riconosciuto lo status di specie (Nascetti et al., 1988) e denominate S. lanzai. Risultati di ricerche genetiche condotte sulle tre razze geografiche sopra menzionate metterebbero in dubbio anche lo status di semplice razza geografica di S. [atra] aurorae e suggerirebbero di considerarla come specie distinta (si veda relativa scheda).

Distribuzione passata e presente
S. atra è un’entità alpino-centroorientale-dinarica, distribuita su buona parte dell’arco alpino italiano ed in alcune aree montuose della Penisola Balcanica (Klewen, 1988). Sebbene Bruno (1973) segnali la presenza di salamandre alpine (sensu lato) anche sulle Alpi Piemontesi e della Valle d’Aosta, queste segnalazioni non hanno trovato sino ad oggi conferma, e si ritiene che la specie, in Italia, sia attualmente presente solo ad Est del Lago di Como e che sia assente sui rilievi alpini della Valle d’Aosta e del Nord del Piemonte. Nelle Alpi Cozie sono invece presenti solo le popolazioni di S. lanzai, che risultano quindi geograficamente isolate da quelle di S. atra.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Adattata agli ambienti alpini, spesso anche di alta quota, la salamandra alpina, come già la salamandra di Lanza, è specie vivipara, quindi  svincolata dall’acqua per la riproduzione.

Habitat:  luoghi umidi e ombrosi, in boschi misti o di conifere, spesso si spinge oltre il limite della vegetazione di alto fusto anche se, a differenza di S. lanzai, non sembra prediligere gli ambienti di prateria alpina, evitando in particolare i versanti esposti a Sud dove è elevata l’insolazione. E’ distribuita su una ampia fascia altitudinale, dai 400 m ai 3000 m, ma è più frequente a quote intermedie, tra i 600 ed i 2000 m.

Dimorfismo sessuale: il maschio ha dimensioni più piccole della femmina e presenta una cloaca più gonfia e marcata.

Dimensioni delle popolazioni: sebbene non molto comune, laddove è presente,  costituisce popolazioni numerose, di diverse centinaia di individui.

Sex ratio: non si discosta significativamente dall’unità.

Comportamento riproduttivo: l’inizio della stagione riproduttiva dipende dalle condizioni climatiche e di innevamento e varia significativamente a seconda della altitudine a cui vive la popolazione. In genere l’inizio dell’attività riproduttiva coincide con lo scioglimento del manto nevoso e la comparsa  di aree erbose nelle quali gli animali si radunano, raggiungendo talvolta densità elevate (sino a 15-18 individui in 6-20 mq, Bruno, 1973). I maschi si spostano attivamente in queste aree nel tentativo di intercettare una femmina recettiva. Quando due individui di sesso diverso si incontrano ha inizio una complessa sequenza di comportamenti che terminano con la deposizione di una spermatofora da parte del maschio e con la sua assunzione da parte della femmina. Gli spermatozoi possono sopravvivere per parecchio tempo prima di fecondare le uova. La femmina produce da 40 a 60 uova, ma generalmente solo due, una per ovario, si sviluppano, mentre le altre vengono riassorbite o servono da nutrimento per gli embrioni.

Sviluppo: la gestazione è molto lunga. In femmine di alta quota può durare dai due ai tre e più anni, mentre nelle femmine di bassa quota la durata della gestazione raramente supera i due anni. Alla nascita i piccoli, di aspetto simile all’adulto, misurano 40-50 mm di lunghezza. L’accrescimento è molto lento. Sebbene non ci siano noti dati sulla longevità e sull’età alla quale la maturità sessuale è raggiunta è assai probabile che, analogamente a quanto osservato nella salamandra di Lanza, gli individui possano vivere più di venti anni e che raggiungano l’età adulta non prima del quinto o sesto anno di vita.

Alimentazione: la salamandra alpina è un predatore di invertebrati, soprattutto di insetti e più raramente di Aracnidi e Lumbricidi.

Rapporti con  altre specie: le secrezioni cutanee tossiche che gli animali emettono quando disturbati rendono questa specie poco sensibile alla pressione predatoria. Tra i parassiti di questa specie si annoverano Eimeria salamandrae (Protozoi, Coccidi), Nematotaenia dispar (Platelminti, Cestodi) e Acanthocephalus ranae (Acantocefali).

Cause del declino.
La distribuzione tipicamente alpina di S. atra la espone ad un impatto antropico relativamente scarso. L’inquinamento atmosferico (piogge acide, aumento delle radiazioni UV), tra le principali cause della scomparsa delle popolazioni di Anfibi di alta quota, non dovrebbe avere effetti particolarmente significativi sulla sopravvivenza di questa specie, vivipara e di costumi prevalentemente crepuscolari. Le cause principali del declino sono quindi da ricercare soprattutto nella raccolta di esemplari a scopo amatoriale terraristico e, in alcuni casi, nella mortalità legata al  traffico motorizzato sulle strade di alta quota.

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Bibliografia

Andreone F., Capula M., Nascetti G., Bullini L., 1990 - Studi genetici e morfologici su Salamandra atra, S. lanzai e S. salamandra (Amphibia, Urodela, Salmandridae). Atti VI Conv. naz. Ass. “A. Ghigi”,  pp. 154-159. Mus. reg. Sci. nat, Torino.

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450

Grossenbacher K., 1994 - Distribution et systématique des salamandres noires.  Bull. Soc. herp. Fr., 1994 (71/72):  5-12.

Klewen R., 1988 - Die Landsalamander Europas I. Die Guttunge Salamandra und Mertensiella Wittenberg Lutherstadt, A. Ziemsen Verlag, 184 pp.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Nascetti G., Andreone F., Capula M., Bullini L., 1988 - A new Salamandra  species from southwestern Alps (Amphibia, Urodela, Salamandridae). Boll. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 6 (2): 617-638.

Trevisan P., 1982 - A new subspecies of alpine salamander. Boll. Zool., 49: 235-239.


Salamandra [atra] aurorae Trevisan, 1982

Nome italiano:  Salamandra di Aurora

Categoria IUCN:
Critically Endangered: B1, B2e, C2a

Tassonomia
Lo status tassonomico di questa entità endemica di una ristretta area dell’Altipiano di Asiago in provincia di Vicenza non è stato chiarito del tutto. Inizialmente venne descritta come sottospecie di S. atra (Trevisan, 1982). Tuttavia,  successive ricerche sul polimorfismo delle proteine del siero (Joger, 1986) evidenziarono differenze dalla sottospecie nominale molto più accentuate di quelle rilevate tra quest’ultima e S. atra prenjensis, delle montagne  Slovene. Sebbene S. a. atra non sia sintopica di  S. [atra] aurorae, solo una distanza di pochi chilometri separa i confini degli areali distributivi dei due taxa. S. [atra] aurorae si differenzia morfologicamente da S. a. atra per la colorazione dorsale in gran parte giallo paglierino che la rende più simile a S. salamandra, anche se in questa specie le macchie dorsali sono di un giallo-vivo o aranciato. Inoltre S. [atra] aurorae, come S. atra, ma a differenza di S. salamandra, presenta processi mascellari corti, che non raggiungono l’estremità anteriore dello pterigoide (Trevisan, 1982).

Distribuzione passata e presente
S. [atra] aurorae vive in una area di pochi chilometri quadrati sull’Altipiano di Asiago, in provincia di Vicenza, tra la Val Remaloch e la Val Rotta, nel bosco del Dosso, a quote comprese tra i 1300m ed i 1550 m  Sebbene il taxon sia stato descritto solo di recente (Trevisan, 1981) si ritiene che il suo areale distribuivo non sia molto più esteso di quello attualmente noto, il quale copre una superficie di appena 3 Kmq. Sulla base delle attuali conoscenze sembra non esservi sovrapposizione di areale tra S. [atra] aurorae e S. atra, presente nel Bosco di Costa Larici, tra Val Rotta e la Val Renzola, a circa 3 Km in linea d’aria dal Bosco del Dosso.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Ad eccezione di pochi lavori di carattere prevalentemente tassonomico e morfologico, non sono stati condotti studi sulla biologia ed ecologia di questo taxon, di cui si sa quindi molto poco. E’ tuttavia plausibile ipotizzare che le caratteristiche biologiche, ecologiche ed etologiche della salamandra di Aurora siano simili a quelle descritte per S. a. atra (alla cui scheda si rimanda per maggiori dettagli).

Habitat:  Tutti gli individui di S. atra aurorae noti a tutt’oggi sono stati osservati nel Bosco del Dosso, in Val Renzola, in un foresta mista di  abete bianco (Abies alba), specie dominante, abete rosso (Picea excelsa), larice (Larix decidua) e faggio (Fagus sylvatica) con fitto sottobosco di felci ed erbe, su substrato calcareo.

Dimensioni della popolazione:  sono sconosciute.  Gli individui osservati nell’ambito di un periodo di ricerca di qualche giorno non superano mai le poche unità.  Tuttavia la specie deve essere più abbondante di quanto non appaia in genere, se si considera che nell’Ottobre del 1985 un censimento condotto dal Corpo Forestale in collaborazione con le Guardie ecologiche ha consentito di individuare ben 28 esemplari.

Cause del declino.
L’areale estremamente circoscritto della salamandra di Aurora espone il taxon ad un elevato rischio di estinzione. Le scarse informazioni a nostra  disposizione sulla struttura di popolazione e soprattutto sulla sua effettiva numerosità non favoriscono oculati interventi di salvaguardia. Uno sconsiderato prelievo di esemplari a scopo amatoriale è forse il principale fattore di minaccia ipotizzabile per la sopravvivenza di questo taxon.

 

Bibliografia

Klewen R., 1988 - Die Landsalamander Europas I. Die Guttunge Salamandra und Mertensiella Wittenberg Lutherstadt, A. Ziemsen Verlag, 184 pp.

Joger U., 1986 - Serumproteinelektrophoretische Daten zur Frage der Validitat der Unterarten des Alpensalamanders Salamandra atra, Laurenti 1768 (Caudata, Salamandridae). Salamandra, 22: 218-220.

Grossenbacher K., 1994 - Distribution et systématique des salamandres noires.  Bull. Soc. herp. Fr., 1994 (71/72):  5-12.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Trevisan P., Pederzoli-Trevisan A., Callegarini C., 1981 - A new form of Alpine Salamander.  Boll. Zool., 48: 77-82.

Trevisan P., 1982a - Una nuova sottospecie di salamandra alpina: Salamandra atra aurorae n. subsp. Boll. Zool., 49 suppl.: 184.

Trevisan P., 1982b - A new subspecies of alpine salamander. Boll. Zool., 49: 235-239.

Trevisan P., Pederzoli A., Callegarini C., 1981 - A new form of alpine salamander, Boll. Zool., 48: 78-82.
Salamandra lanzai Nascetti, Andreone, Capula & Bullini, 1988

Nome italiano:  Salamandra del Lanza

Categoria IUCN:
VU C2a

Tassonomia: Un tempo era ritenuta una sottospecie di Salamandra atra, ma successive  ricerche genetiche e morfologiche hanno elevato il taxon a rango di specie distinta, vicariante geografica di S. atra, dalla quale si differenzia per le maggiori dimensioni, per la testa più larga e depressa e per l'apice della coda arrotondato invece che appuntito, nonché per la mancanza  disposizione delle file di rilievi ghiandolari sulla linea vertebrale (sono presenti solo ai lati del corpo)(Grossenbacher, 1994).

Distribuzione passata e presente. Rara, molto localizzata, le popolazioni note sono limitate alle Alpi Cozie  (Alta Valle del Po, Val Germanasca, Val Angrogna, Val Pellice e Val Chisone e sul versante francese del Massiccio del Monviso). La specie è citata  anche per le Alpi Marittime anche se la sua presenza in quest'area rimane dubbia e necessita di ulteriore conferma.

Habitat, Ecologia e Biologia di popolazione. Specie peciloterma di alta quota, presenta tipici adattamenti fisiologici e comportamentali al rigido clima alpino: viviparità, elevata longevità, scarsa vagilità, attività fortemente influenzata dalle condizioni meteorologiche, in generale limitata a brevi periodi dell'anno (da giugno a ottobre) e con picchi  giornalieri nelle prime ore notturne e al mattino. 

Habitat: l'habitat di elezione è rappresentato dalle praterie umide alpine ad altitudini comprese tra 1500 e 2400 m, è stata osservata occasionalmente in ambiente forestale a latifoglie (Fagus sylvatica) e conifere (Larix decidua). Trascorre la maggior parte del tempo in microambienti riparati (sotto rocce, sassi o tronchi) da cui, in condizioni climatiche  favorevoli, si allontana per ricercare prede o per riprodursi.

Dimorfismo sessuale: sebbene non si osservino significative differenze in longevità tra i due sessi, le femmine hanno dimensioni corporee (lunghezza punta del muso-cloaca) circa il 4% superiori a quelle dei maschi e risultano, a parità di lunghezza, più pesanti.

Dimensioni delle popolazioni: laddove presente, la specie raggiunge ragguardevoli valori di densità. Stime effettuate forniscono valori di circa 500-600 individui per ettaro. Sebbene scarsamente erratica è possibile ipotizzare che l'entità numerica delle popolazioni superi abbondantemente il migliaio di individui.

Sex-ratio: non si discosta significativamente dal valore unitario

Comportamento riproduttivo: la viviparità (aplacentare) e il prolungato periodo di gestazione (due, in alcuni casi tre anni)  riducono notevolmente il tasso di riproduzione caratteristico della specie: una femmina partorisce da due a sei  piccoli già completamente adattati alla vita terrestre ogni 2-3 anni. La stagione riproduttiva è nei tardi mesi dell'estate alpina (Agosto, Settembre) anche se non si escludono possibili accoppiamenti già nei mesi di Giugno e Luglio. L'accoppiamento è simile a quello osservato in altre specie congeneriche: il maschio si dispone sotto alla femmina, stringendone gli arti anteriori con i propri, la fecondazione delle uova (interna) può essere ritardata rispetto all'accoppiamento anche di parecchi mesi ('sperm storage'). Sono stati osservati occasionalmente fenomeni di lotta tra maschi che lasciano supporre l'esistenza di fenomeni di territorialismo.

Sviluppo: specie longeva con accrescimento estremamente lento; in natura sono stati catturati individui di età superiore ai venti anni. I giovani di aspetto del tutto simile a quello degli adulti, si differenziano da essi per le più piccole dimensioni. L'accrescimento, come nella maggior parte dei pecilotermi, non si arresta una volta raggiunta la maturità sessuale, anche se subisce un generale e progressivo rallentamento. Il raggiungimento della maturità sessuale avviene sia nei maschi che nelle femmine intorno al quinto o sesto  anno di età.

Alimentazione: predatore di invertebrati di media e grossa taglia, prevalentemente insetti (Ortotteri ed Emitteri), secondariamente Aracnidi, Diplopodi e Oligocheti, presenta uno spettro trofico ampio, indice di una strategia alimentare opportunista.

Rapporti con altre specie:  il comportamento schivo nonché la tossicità delle secrezioni cutanee emesse dall'animale sotto stress limitano l'entità della  pressione predatoria cui la specie è sottoposta.

Cause del declino.
Sebbene l'habitat colonizzato ed il comportamento schivo non la rendano soggetta ad un intenso impatto antropico, il carattere endemico, il basso numero di popolazioni e la loro distribuzione tutt'altro che uniforme nel territorio, la espongono a  seri rischi di estinzione. E' per questo importante ridurre al minimo l'impatto antropico, principalmente rappresentato dal traffico motorizzato sulle strade di alta quota. Un ulteriore possibile causa di declino è rappresentata dalla raccolta amatoriale o a scopo di lucro o di ricerca scientifica degli esemplari di questa specie.

 

Bibliografia

Andreone F., 1992 - Observation on the territorial and reproductive behaviour of Salamandra lanzai and considerations about its protection (Amphibia: Salamandridae).  British Herpetological Society Bulletin, 39: 31-33.

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Grossenbacher K., 1994 - Distribution et systématique des salamandres noires.  Bull. Soc. herp. Fr., 1994 (71/72):  5-12.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Nascetti G., Andreone F., Capula M., Bullini L., 1988 - A new Salamandra  species from southwestern Alps (Amphibia, Urodela, Salamandridae). Boll. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 6 (2): 617-638.

 

 


Salamandra salamandra (Linnaeus, 1758)

Nome italiano:  Salamandra pezzata

Categoria IUCN:
Lower Risk: Least Concern

Tassonomia
Salamandra salamandra è una specie politipica di cui sono state descritte circa una quindicina di razze geografiche, molte delle quali endemiche della Penisola Iberica (Alcobendas et al., 1996). Nella Penisola italiana sono presenti la sottospecie nominale, S. s. salamandra e S. salamandra gigliolii Eiselt e Lanza (1956), la prima è presente nelle regioni alpine e prealpine dell’Italia settentrionale sino alle Alpi Liguri, la seconda sui rilievi appenninici dell’Italia peninsulare. S. s. salamandra raggiunge dimensioni maggiori di S. s. gigliolii e presenta macchie gialle dorsali più piccole, mentre nella sottospecie appenninica le macchie hanno dimensioni maggiori e si riuniscono spesso a formare disegni irregolari. In S. s. gigliolii si nota spesso una colorazione rossastra nella regione golare. Assente in Sardegna la salamandra pezzata è presente in Corsica con la razza endemica S. salamandra corsica il cui aspetto esterno ricorda quello della sottospecie nominale.

Distribuzione passata e presente
A geonemia mediosudeuropea-maghrebino-anatolico-iranica (Lanza, 1983) la salamandra pezzata è ben distribuita  su tutto il territorio italiano ad eccezione delle isole. Essa infatti manca in Sardegna ed è estremamente rara e localizzata in Sicilia. In Sicilia sono note segnalazioni storiche risalenti al secolo scorso, ma la presenza della specie è stata solo recentemente confermata da avvistamenti sulle pendici dell’Etna e sui Monti Nebrodi (Cortesogno e Balletto, com. verbale). Predilige le regioni alpine o prealpine e risulta più comune nella fascia altitudinale compresa tra i 400 e 1300 m, anche se in alcune regioni è frequente anche a quote più basse (nel recente atlante Ligure più del 30% delle località segnalate è a quote inferiori ai 400 m, Salvidio e Doria, 1994) e sulle Alpi è stata osservata sino a 1800 m di quota. La sua distribuzione risulta discontinua, comune in alcune regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Abruzzo) è più rara in altre (Marche, Lazio e Puglia) (Bruno, 1973).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie diffusa in tutta l’Italia continentale e in Sicilia.

Habitat: predilige i boschi freschi e umidi di latifoglie (castagneti, querceti mesofili, faggete) o boschi misti di latifoglie e conifere (abieti-fageto), nel cui ricco sottobosco, nella lettiera o sotto pietre e tronchi marcescenti, trova microhabitat adatti. Specie euriterma è attiva soprattutto al crepuscolo e di notte, nelle giornate umide e senza vento. La salamandra pezzata è scarsamente legata all’acqua, ove si reca solo nel periodo riproduttivo per partorire le piccole larve branchiate. L’habitat riproduttivo è rappresentato da pozze in torrenti e ruscelli, con debole corrente.

Dimorfismo sessuale: di dimensioni corporee simili alla femmina, il maschio è riconoscibile per la cloaca rigonfia, che è invece piatta e saliente nella femmina.

Dimensioni delle popolazioni: i costumi riservati della Salamandra pezzata non facilitano una precisa stima della sua presenza nel territorio. La densità può variare da poche decine sino a qualche centinaio di individui per ettaro, nelle aree boschive più umide e ricche di rigagnoli.  All’Alpe di Rezzo Cortesogno e Balletto hanno valutato una densità di 3 es/ha a livello del bosco mesofilo sottostante la faggeta (1000 m circa).

Sex ratio: non si discosta significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti si osservano soprattutto in primavera, talvolta anche in autunno, e si svolgono a terra. I maschi, durante la fregola, ricercano la femmina spostandosi attivamente sul terreno, aiutandosi con l’olfatto (la intensa respirazione bucco-faringea tipica dei maschi recettivi sembra svolgere questa funzione olfattiva). Una volta intercettata la femmina il maschio la cinge con gli arti anteriori, posizionandosi al di sotto del corpo della compagna. Il maschio trasporta quindi la femmina per un certo tempo, talvolta per più di un’ora. Successivamente, trovato un sito adatto, il maschio, continuando a cingere la femmina, depone una spermatofora sul terreno e si sposta lateralmente in modo che la partner possa raccogliere il cumulo di sperma e depositarlo all’interno della spermateca. All’interno del corpo della femmina  gli spermatozoi possono sopravvivere per periodi molto lunghi, talvolta anche più di un anno. L’intervallo di tempo tra accoppiamento e fecondazione delle uova può infatti essere molto lungo.

Sviluppo: la salamandra pezzata è tipicamente ovovivipara anche se sono note diverse popolazioni, in particolare quelle delle quote più elevate, che mostrano una completa viviparità. Nel nord della Penisola Iberica sono note popolazioni in cui sono riscontrati entrambi i modi di riproduzione, viviparità e ovoviviparità  (Alcobendas et al., 1996). Nella condizione tipica ovovivipara le femmine si dirigono nei  ruscelli, nelle cui lente e poco profonde acque vengono partorite le larve dotate di branchie e capaci di vita autonoma. Il numero di larve può variare molto, da 10 a 70, più frequentemente 20-40 per femmina. Le larve metamorfosano in 3-4 settimane raggiungendo lunghezze del corpo di 50-60 mm. L’accrescimento dei giovani è piuttosto veloce, ad un anno misurano da 70 a 90 mm, ma rallenta con il passare del tempo, soprattutto dopo il raggiungimento dell’età adulta, che avviene generalmente al quarto anno di età. In cattività le salamandre pezzate possono vivere sino a 50 anni, in condizioni naturali almeno 12 anni (Lanza, 1983).

Alimentazione: la dieta delle larve è costituita prevalentemente da invertebrati acquatici, soprattutto artropodi. In alcuni casi sono stati osservati fenomeni di cannibalismo, che sembrano più comuni durante lo sviluppo all’interno del corpo materno (adelfofagia). Gli adulti sono predatori di invertebrati, soprattutto insetti e altri artropodi terrestri, talvolta molluschi e lombrichi (Kuzmin 1994).

Rapporti con  altre specie: le larve sono facile preda di trote e i continui ripopolamenti ittici, effettuati nei ruscelli anche di scarsa portata, sono una delle cause principali del declino di questa specie. Altri predatori delle larve di salamandra sono le grosse larve di invertebrati (in particolare Coleotteri Ditiscidi e Odonati), nonché i rettili del genere Natrix. Gli adulti, grazie alle loro grosse dimensioni e al secreto tossico rilasciato a scopo difensivo dalla cute non risentano di una intensa pressione predatoria. Occasionali predatori di salamandre sono i serpenti del genere Natrix e uccelli, soprattutto falchi e ghiandaie.

Cause del declino.
L’inquinamento dei corsi d’acqua, le canalizzazioni artificiali dei ruscelli, la captazione delle piccole sorgenti e l’aumento della pressione predatoria dovuta a ripopolamenti ittici sono tra le principali cause del declino di questa specie.

 

Bibliografia

Alcobendas M., Dopazo H., Alberch P., 1996 - Geographic variation in allozymes of populations of Salamandra salamandra (Amphibia: Urodela) exhibiting distinct reproductive modes. Journal of Evolutionary Biology, 9: 83-102.

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Greven H., Thiesmeier B., (Eds), 1994 - Biology of Salamandra  and Mertensiella. Salamandra, Suppl. 4: 1-454.

Kuzmin S. L., 1994 - Feeding ecology of Salamandra and Mertensiella: a review of data and ontogenetic evolutionary trends. In: Greven H., Thiesmeier B., (Eds), Biology of Salamandra  e Mertensiella. Salamandra, Suppl. 4: 271-286.

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Salamandrina terdigitata (Lacépède, 1788)

Nome italiano:  Salamandrina dagli occhiali

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c, C2a

Tassonomia
Al genere Salamandrina appartiene l’unica specie S. terdigitata, endemica dell’Italia peninsulare. Carattere distintivo di questa specie, sia nella larva che nell’adulto, è la presenza di quattro dita sulle zampe posteriori e anteriori; in tutti gli altri Urodeli europei le zampe posteriori hanno sempre cinque dita.

Distribuzione passata e presente
Specie endemica dell’Italia appenninica, la si ritrova dalla Liguria, in provincia di Genova, all’Aspromonte. E’ più frequente sul versante tirrenico degli Appennini, meno su quello Adriatico (Manzi et al., 1990) ed è ancora più rara su quello Padano, dove è stata rinvenuta nelle valli Scrivia (GE), Spinti e Borbera (AL),  Trebbia (PV, PC, GE) e Marecchia (Barbieri, 1994). Dove presente, la salamandrina dagli occhiali è diffusa all’interno di una ampia fascia altitudinale, da poche decine di metri sul livello del mare ad oltre i 1300 m, anche se è più frequente tra i 200 m ed i 600 m.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
I costumi della salamandrina dagli occhiali sono abbastanza simili a quelli descritti per la salamandra pezzata. Come questa specie, infatti, anche la salamandrina frequenta zone boschive con ampie radure. E’ attiva soprattutto di notte in condizioni di tempo coperto e piovoso. Di costumi tipicamente terricoli, gli adulti  si dirigono all’acqua solo per deporvi le uova.

Habitat: l’ambiente terrestre è rappresentato da boschi di latifoglie di vario tipo, preferibilmente con ampie radure e spessa lettiera, ma non è raro osservarla in vicinanza di centri abitati, in campi e giardini (Lanza, 1983). Gli individui adulti non mostrano un forte attaccamento all’ambiente acquatico, a causa della loro scarsa mobilità, sono tuttavia più frequenti a distanze non superiori  a qualche centinaio di metri dall’acqua. I siti di deposizione delle uova e del successivo sviluppo larvale sono costituiti da pozze, fossi, abbeveratoi e più frequentemente dai tratti a più debole corrente di piccoli corsi d’acqua con una ricca vegetazione arbustiva sulle rive. La temperatura preferenziale (attività normale assoluta) è di 13°-15°C; la massima assoluta di tolleranza è di 29°-30°C; la massima critica oscilla intorno a  32°-35°C, in ambiente saturo di umidità. A queste temperature, in ambiente secco le salamandrine possono perdere fino al 34% del peso corporeo in 25 minuti, mantenendo così la temperatura corporea a 19°-24°C. La resistenza alle alte temperature è comunque molto maggior in ambiente umido  (Cherchi, 1953).

Dimorfismo sessuale: non molto accentuato. Rispetto alle femmine, i maschi hanno una cloaca più rigonfia, lunghezza del corpo in media più corta, capo proporzionalmente più lungo e largo e arti proporzionalmente più lunghi.

Dimensioni delle popolazioni: molto variabili da poche decine di individui adulti ad alcune centinaia. Nel corso di una recente ricerca condotta in provincia di Terni (Antonelli e Utzeri 1996), sono stati catturati un centinaio di femmine gravide in una pozza di circa 5 mq di superficie suggerendo quindi che le dimensioni della popolazione possano raggiungere valori ragguardevoli.  Stefano Zagaglioni (1972: com. verbale) valendosi di metodi di cattura e ricattura ha valutato rispettivamente a 287 e a 547 esemplari le popolazioni di Rocchetta e di Monte Morello (Firenze). Le relative densità erano di 1 es/6.7 mq e di 1 es/2.7 mq.

Sex ratio: i valori di sex ratio riportati nei pochi lavori condotti su questa specie variano considerevolmente a seconda del periodo dell’anno in cui le catture sono state effettuate. In autunno, nel periodo degli accoppiamenti, il rapporto sessi osservato è di circa 2:1 a favore dei maschi, mentre scende a 0.15 (mm/ff) in primavera, durante la migrazione in acqua delle femmine, quando i maschi sono difficilmente osservabili.

Comportamento riproduttivo: il corteggiamento ha luogo a terra. Da quanto osservato in terrario da Strötgen (1927, si vedano anche Naviglio, 1971 e Lanza, 1983) il maschio insegue la femmina mantenendo il capo attaccato alla cloaca della compagna, che si muove in cerchio facendo ondulare il corpo e la coda come un serpente. Il corteggiamento terminerebbe quando il maschio riesce ad infilarsi sotto la femmina e ad allacciare le rispettive code. Al termine di questa parata, che dura 2-15 minuti, il maschio depone una spermatofora conica, trasparente e alta 2 mm, che viene risucchiata dalle labbra cloacali della femmina e trattenuta all’interno di una spermateca (Chiarugi, 1899). I maschi presentano spermatozoi maturi già in autunno, i corteggiamenti si verificano a terra, dalla seconda metà di Ottobre ai primi di Novembre (Chiarugi, 1899, 1900), o anche in Dicembre Strötgen (1927). La migrazione in acqua delle femmine gravide (i maschi non vanno mai in acqua) avviene in genere da Marzo ad Aprile-Maggio (cfr. Ramorino, 1863; Chiarugi e Banchi, 1896; ecc.), secondo la latitudine e l’altitudine, ma soprattutto secondo l’andamento stagionale e meteorologico di quel dato anno. Chiarugi (1899, 1900), ad esempio, in altri anni ha trovato le uova già a Gennaio e Naviglio (1971) addirittura il 27 Dicembre, con una temperatura dell’acqua di 12°C. Per ogni singolo anno, comunque, il periodo di deposizione è molto breve. Le femmine più grosse arrivano prima al sito di deposizione dove vi rimangono in media una settimana (Antonelli e Utzeri, 1996). Le uova sono deposte singolarmente in pozze profonde almeno 20 cm e attaccate al substrato o alla vegetazione sommersa mediante un corto peduncolo. Il numero di uova deposte in un solo gruppo varia da 5 a 20, globalmente da 30 a 50 per femmina, in relazione alle dimensioni della femmina stessa (Antonelli e Utzeri, 1994).  Terminata la deposizione le femmine compiono in acqua una muta che dura un paio di giorni. L’exuvia non viene divorata (Zagaglioni com. verbale).

Sviluppo:  le uova schiudono dopo una ventina di giorni dalla loro deposizione e terminano la metamorfosi dopo circa due mesi. Sebbene non siano noti dati relativi alla longevità di questa specie in condizioni naturali, esemplari mantenuti in terrario hanno vissuto per più di 10 anni.  La maturità sessuale è raggiunta ad una lunghezza di 70 mm; a un anno di vita gli esemplari hanno già la colorazione definitiva.

Alimentazione: le larve sono carnivore e predano piccoli invertebrati acquatici. Gli adulti, anch’essi predatori, si cibano prevalentemente di invertebrati terrestri, in particolare artropodi e chioccioline.

Rapporti con  altre specie: I siti riproduttivi della salamandrina terdigitata sono frequentemente utilizzati da altre specie di anfibi. In un recente censimento condotto in Liguria (Barbieri, 1994) la specie è stata osservata frequentemente in sintopia con Salamandra salamandra, meno spesso con Rana italica e Bufo bufo. Tra i potenziali predatori delle larve si annoverano molte specie di artropodi acquatici, tra cui alcune specie di Crostacei quali Austropotamobius pallipes e Potamon fluviatile, e molte larve di insetti (Odonati, Coleotteri Ditiscidi). Tra i predatori degli adulti troviamo alcuni piccoli mammiferi, alcuni rettili (Anguis fragilis, Natrix sp.) e alcuni anfibi (i.e. Bufo bufo).

Cause del declino.
La salamandrina dagli occhiali è un buon indicatore della qualità di biotopi acquatici, in particolare dei corsi d’acqua a debole corrente. Le cause principali del declino di questa specie sono sempre legate, direttamente o indirettamente, all’attività umana. le principali sono: la riduzione delle aree boscate, l’inquinamento chimico di ruscelli e torrenti, la captazione delle acque di sorgente ed il conseguente parziale o totale prosciugamento di pozze e interi tratti di torrente, la introduzione nei corpi idrici di specie ittiche predatrici.

 

Bibliografia

Antonelli D., Utzeri C., 1996 - Una popolazione centroitaliana di Salamandrina terdigitata (Lacépède) in ambiente semiartificiale. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre 1996), pp 86-87.

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Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450

Cherchi M. A., 1953 - Termoregolazione in Salamandrina terdigitata (Lacépède).  Boll. Musei Ist. biol. Univ. Genova, 25: 11-41.

Chiarugi G., 1899 - Receptaculum seminis nella di Salamandrina perspicillata.  Mem. R. Accad. Sci. Torino, 10: 102-112.

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Chiarugi G., 1900 - Alcune osservazioni sulla vita sessuale della Salamandrina perspicillata.  Monitore zool. Ital., 11: 41-43.

Chiarugi G., Banchi A., 1896 - Influenza della temperatura sullo sviluppo delle uova della Salamandrina perspicillata.  Monitore zool. Ital., 7: 47-51.

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Manzi A., Pellegrini M., Pellegrini M., 1990 - Nuove segnalazioni di Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata Lacépède, 1788) in Abruzzo. Atti Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 131: 433-452

Naviglio L., 1971 - Il periodo degli amori nella Salamandrina terdigitata.  Notiz. UEI, 1: 39-43.

Ramorino G., 1863 - Appunti sulla storia naturale della Salamandrina terdigitata.  Tipogr. Sordomuti, Genova.

Strötgen F., 1927 - Liebesspiele und Begattung bei den Brillensalamander.  Bl. Aquar.-Terrar.-kde, 38: 94-95.


Triturus alpestris (Laurenti, 1768)

Nome italiano:  Tritone alpestre

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c

Tassonomia
La filogenesi e la tassonomia del genere Triturus sono state studiate da Giacoma e Balletto (1988).
Triturus alpestris è una specie politipica a distribuzione medio-sudeuropea raggiunge a Nord la Penisola dello Jutland, a Sud l’Italia meridionale e la Penisola Balcanica, ad Est i rilievi dei Monti Cantabrici e ad Ovest i territori della Russia occidentale (Balletto e Giacoma, 1990). In questo esteso areale distributivo sono state descritte molte razze geografiche, su base prevalentemente morfologica. In Italia sono riconosciute tre distinte sottospecie: T. a. alpestris, presente sui rilievi alpini e collinari da Trieste sino alla Valle d’Aosta, T. a. apuanus, riconoscibile per la fitta macchiettatura scura della gola, diffuso nelle Langhe, nelle Alpi Marittime, nelle Alpi Apuane e nell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, e T. a. inexpectatus presente in un limitato numero di laghi calabri. Il differenziamento genetico fra queste sottospecie è notevole e coinvolge diversi aspetti comportamentali (Andreone et al., 1993).

Distribuzione passata e presente
In Italia T. alpestris è un entità alpino-appenninca con una ampia fascia di distribuzione altitudinale. Sulle Alpi non è raro trovare T. a. alpestris a quote superiori ai 2000 m, ed eccezionalmente può raggiungere i 3000 m (Lanza, 1983). T. a. apuanus si trova a quote generalmente più basse e, in Liguria può spingersi quasi a livello del mare (Andreotti, 1994). In Piemonte questa sottospecie colonizza le regioni collinari delle Langhe e di Torino. Solo in casi eccezionali ne è stata rilevata la presenza in Pianura (Bernini e Mezzadri, 1990). Assente nelle isole, lungo la penisola la specie è distribuita in maniera frammentata nell’Appennino centro-settentrionale, sino ai Monti della Laga (Rieti), mentre più a Sud sono note solo poche ed isolate popolazioni in Calabria, sui rilievi della Catena Costiera, a quote comprese tra 800 e 1200 m (Giacoma et al., 1988).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Tra i tritoni italiani è la specie con costumi più spiccatamente acquatici e, nelle popolazioni di quote più basse, gli animali possono trascorrere in acqua anche tutto l’anno, inverno compreso. Come in altre specie di tritoni, anche in T. alpestris sono noti casi di neotenia.

Habitat: frequenta prevalentemente laghetti, stagni o semplici pozze, in presenza o in assenza di una fitta vegetazione rivierasca ed emergente, comune nelle torbiere di alta quota, nelle aree di pianura è più raro e generalmente relegato alle zone di risorgiva. Talvolta lo si rinviene anche in ambienti antropizzati quali abbeveratoi e vasche artificiali (Giacoma, 1988; Giacoma et al., 1988).

Dimorfismo sessuale: come in tutti i tritoni esiste un accentuato dimorfismo sessuale, i maschi, in media più piccoli delle femmine, presentano una evidente cresta vertebrale e una livrea dai colori sgargianti con una caratteristica banda argentea lungo i fianchi, delimitata inferiormente da una stria celeste. Banda e stria sono assenti nelle femmine. La cloaca dei maschi ha forma emisferica, nelle femmine è meno pronunciata e a forma di tronco di cono.

Dimensioni delle  popolazioni: popolazioni riproduttive variabili da poche decine di individui adulti ad alcune centinaia. I valori di densità al sito riproduttivo variano da un minimo di 0.01 ad un massimo di 10 individui adulti per metro quadrato. Le popolazioni di alta quota mostrano densità inferiori di quelle di bassa quota.

Sex ratio: considerato nel complesso il rapporto sessi al sito riproduttivo non varia significativamente dal valore unitario. Tuttavia si osservano accentuate variazioni nel corso della stagione riproduttiva. All’inizio i maschi sono in numero superiore alle femmine, e la sex-ratio può raggiungere valori di quattro maschi per femmina. Successivamente, il numero di femmine aumenta e supera quello dei maschi, con un rapporto sessi di due femmine per maschio.

Comportamento riproduttivo: inizio e durata della stagione riproduttiva variano da località a località a seconda dell’altitudine e latitudine, ma coincidono con l’inizio della stagione primaverile e, nelle popolazioni d’alta quota, con lo scioglimento del manto nevoso. Alle quote più basse i tritoni sono in acqua già verso la fine di gennaio e vi rimangono generalmente sino ad agosto. Il picco di attività riproduttiva si osserva generalmente a marzo alle basse altitudini, a maggio giugno nelle località a quote più elevate (Fasola e Canova, 1992a). Come negli altri tritoni la fecondazione è interna. Quando una femmina si avvicina ad un maschio, ha inizio una complessa parata di corteggiamento, costituita da una successione regolare di display comportamentali altamente stereotipati e specie-specifici (Giacoma, 1985; Belvedere et. al., 1988), che possono eventualmente concludersi con la deposizione della spermatofora da parte del maschio e con la sua assunzione da parte della femmina. Nel corso di una stagione riproduttiva i maschi possono produrre circa una cinquantina di spermatofore. Le femmine vengono fecondate più volte, talvolta dallo stesso maschio a breve distanza di tempo. Ciascuna femmina depone da 100 a 350 uova che fissa, una ad una, alla vegetazione sommersa.

Sviluppo: la schiusa delle uova avviene dopo circa un mese dalla deposizione e fuoriescono piccole larve branchiate, il cui aspetto, a grandi linee, è già simile a quello dell’adulto. La durata del ciclo larvale è normalmente di 4 o 5 mesi. In condizioni ambientali estreme la completa metamorfosi può avvenire non prima di due anni dalla schiusa delle uova. La maturità è raggiunta in media al terzo anno di età, sia nei maschi che nelle femmine. L’età media stimata in un campione costituito da più di 150 individui di T. a. apuanus di 9 diverse località è risultata di circa 5 anni, in entrambe i sessi, mentre l’età massima rilevata è stata di 13 anni. Tuttavia l’età media degli individui aumenta con l’altitudine a cui vive la popolazione, da 4.2 anni a 400 m, fino a 7.8 anni a 2066 m, forse in relazione alla diversa lunghezza del periodo annuo di vita attiva (Andreone et al., 1990).
Il ritardo della metamorfosi fin dopo il raggiungimento della maturità sessuale (neotenia) in questa specie è relativamente comune (Dolce e Stoch, 1984) e si conoscono alcune popolazioni nelle quali gli individui neotenici sono molto abbondanti (Andreone e Dore, 1991).  Tale processo coinvolge anche alcune modificazioni comportamentali (Bovero et al., 1996).

Alimentazione: le larve predano piccoli invertebrati acquatici. Gli adulti, in grado di alimentarsi sia in acqua che a terra, si cibano di invertebrati, prevalentemente Artropodi, secondariamente di Anellidi e Molluschi (Fasola e Canova, 1992b).  Stoch e Dolce (1984) hanno osservato in una popolazione friulana (Monte Corno) che la composizione percentuale dei contenuti gastrici di T. a. alpestris è più simile a quella di T. vulgaris che a quella di T. carnifex e mostra una forte prevalenza di crostacei cladoceri e copepodi oltre a una piccola percentuale di insetti.

Rapporti con  altre specie: le larve sono predate da numerose specie di invertebrati acquatici, in particolare insetti, e da vertebrati acquatici, soprattutto pesci (trote), e rettili (Natrix e tartarughe acquatiche) che possono anche cibarsi degli adulti.

Cause del declino.
La scomparsa degli habitat riproduttivi è la causa principale del progressivo declino di questa specie nelle nostre regioni. In alcuni casi, come già osservato nelle altre specie di tritoni italiani, il ripopolamento ittico con specie predatrici nei siti di riproduzione del tritone può aver contribuito alla estinzione locale della popolazione riproduttiva.

 

Bibliografia

Andreone F., Dore B., 1991 - New data on paedomorphism in Italian populations of the Alpine Newt, Triturus alpestris.  Herperozoa, 4(3/4): 149-156.

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Giacoma C., Balletto E., 1989 - Phylogeny of the Salamandrid genus Triturus.  Boll. Zool., 55:  337-370.

Giacoma C.,  Picariello O.,  Puntillo D., Rossi F.,  Tripepi S., 1988 - The distribution and habitats of the newt  (Triturus, Amphibia) in Calabria (Southern Italy). Monitore zool. ital.(N.S.)  22: 449-464.

Joly P., Giacoma C., 1992 - Limitation of similarity and feeding habits in three syntopic species of newts (Triturus, Amphibia). Ecography, 15: 401-411.

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Triturus carnifex (Laurenti, 1768)

Nome italiano:  Tritone crestato italiano

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c

Tassonomia
Un tempo riconosciuto come razza geografica di T. cristatus, recenti studi cariologici ne hanno elevato il rango a piena specie (Bucci-Innocenti et al., 1983). Si differenzia da T. cristatus, oltre che per il diverso areale di distribuzione, per le zampe anteriori proporzionalmente più lunghe, la pelle meno verrucosa, l’assenza della punteggiatura bianca sui fianchi e per la presenza di una stria vertebrale chiara, generalmente gialla, spesso presente nelle femmine. Tra i tritoni italiani è la specie che raggiunge le più grosse dimensioni.

Distribuzione passata e presente
Entità a geonemia sudeuropea, è presente in Austria, nelle provincie di Salisburgo e Vienna, nella Baviera meridionale, in Slovenia e Croazia e nella Svizzera meridionale (Balletto e Giacoma, 1990). In Italia risulta diffuso lungo tutta la penisola, mentre è assente in Sardegna, Corsica ed in Sicilia (dove esiste una segnalazione di Sava del 1844 sulle pendici dell’Etna, citato in Bruno, 1973, mai più confermata). Nel nostro territorio, il tritone crestato predilige le zone di bassa quota e raramente si spinge al di sopra dei 600-700 m di altitudine, anche se può raggiungere eccezionalmente i 1400 m sulle Alpi e i 1800 m di quota sugli Appennini (Giacoma et al., 1988).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.

Habitat:  gli ambienti acquatici colonizzati sono generalmente laghi di piccola estensione, stagni, pozze, canali e risorgive, preferibilmente con una ricca vegetazione acquatica sommersa ed emergente. A terra, il tritone crestato vive in campi, prati e boschi, mai troppo lontani dal sito di riproduzione. Sverna generalmente sotto le pietre o interrato, anche se occasionalmente il tritone può raggiungere l’ambiente acquatico già in autunno e svernare in acqua (Giacoma, 1988). I caratteri ambientali determinanti per la presenza di T. vulgaris meridionalis e di T. carnifex sono stati studiati in Piemonte da Pavignano (1988).

Dimorfismo sessuale: molto accentuato, soprattutto durante la stagione riproduttiva. Le femmine raggiungono dimensioni maggiori di quelle dei maschi, presentano spesso una stria vertebrale giallastra e hanno una cloaca piatta e poco saliente nella sua porzione ventrale. I maschi, durante la stagione riproduttiva, presentano caratteri sessuali secondari molto appariscenti: cresta vertebrale alta anche più di un centimetro, con margine dentellato, presenza sui lati della coda di una banda bianco-lattea con riflessi sericei, cloaca rigonfia di forma emisferica.

Dimensioni delle popolazioni: da diverse decine ad alcune centinaia di individui adulti.  L’età media di maschi e femmine può variare a seconda delle popolazioni da 5-6 anni in popolazioni planiziali sino a 9 anni in popolazioni presenti in aree a riserva integrale come la Val d’Aveto (Pagano et al., 1990; Vallese et al., 1996). Non sono emerse differenze significative nella distruzione delle età di maschi e femmine adulte.

Sex ratio: nelle popolazioni riproduttive non si discosta significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: i maschi raggiungono l’ambiente acquatico non appena le condizioni atmosferiche rendono possibili gli spostamenti a terra, a partire dalla fine di febbraio, nelle zone a più bassa quota o latitudine, ad aprile nelle località con clima più rigido (Andreone e Giacoma, 1988). Gli animali rimangono in acqua sino ad agosto anche se il picco di attività riproduttiva coincide con i primi mesi primaverili (Fasola e Canova, 1992a). Le modalità riproduttive sono simili a quelle descritte per T. alpestris. La deposizione della spermatofora da parte del maschio è preceduta sempre da una complessa successione di display comportamentali (Giacoma, 1985; Malacarne e Giacoma, 1986; Belvedere et al., 1988; Andreoletti et al., 1994). La femmina depone le uova (sino ad un massimo di 400) singolarmente, attaccandole alla vegetazione o alle pietre del fondo.  In Friuli Dolce et al. (1982) hanno osservato l’inizio dell’attività fra la fine di Marzo e l’inizio di Aprile, con temperature dell’acqua fra 8.0° e 9°C.  La deposizione si verificava invece con temperature dell’acqua fra i 15°-16°C

Sviluppo: le uova schiudono dopo circa due settimane dalla loro deposizione. Lo sviluppo larvale dura circa tre mesi. L’età media stimata in alcune popolazioni riproduttive dell’Italia settentrionale (Liguria), meridionale (Calabria) e della Svizzera è risultata, per entrambi i sessi, di circa 6 anni, con un picco di reclutamento (età a cui si ha la prima riproduzione) in corrispondenza della quarta classe d’età. Gli animali più longevi sono risultati di 18 anni. Nonostante il ritardo della metamorfosi fin dopo il raggiungimento della maturità sessuale (neotenia) sia più comune in T. alpestris, se ne conoscono casi anche in questa specie (Dolce e Stoch, 1984).

Alimentazione: le larve sono predatrici di invertebrati acquatici di piccole e medie dimensioni. Bruno (1973) riporta lo spettro trofico riscontrato in una popolazione laziale di T. carnifex: i giovani presentano una dieta costituita prevalentemente da Crostacei (Copepodi, Ostracodi e Cladoceri), da Oligocheti e in misura minore da Ciliati. Stoch e Dolce (1985) hanno visto che nel Carso Triestino le larve assumono più di frequente cladoceri (58%), copepodi (43%), ostracodi (43%), larve di efimere (40%), di ditteri (30%) e di odonati (10%).  Negli adulti la dieta cambia a favore delle prede di più grandi dimensioni: i gruppi più rappresentati risultano quello degli insetti, dei molluschi e degli Oligocheti. Gli adulti possono predare giovani e adulti di T. vulgaris, T. alpestris, T. italicus e in alcuni casi anche giovani della propria specie (Fasola e Canova, 1992b).  Stoch e Dolce (1984) hanno visto che la composizione percentuale dei contenuti gastrici della popolazione del Monte Corno (Friuli) mostra circa 1/3 di insetti, 1/3 di crostacei (cladoceri e copepodi), 1/3 di uova e larve di anfibi. Nel Carso quest’ultima componente è ancora maggiore ed è rinvenibile nel 45% degli stomaci (Stoch e Dolce 1985), mentre è invece minima o assente nei contenuti gastrici di T. a. alpestris e di T. vulgaris meridionalis (Friuli: Stoch e Dolce 1984).  Esistono comunque variazioni anche in questo parametro e Ancona e Bolzern (1993) hanno osservato che in Val d’Aveto anche se T. carnifex mantiene una dieta più varia di T. vulgaris meridionalis, quest’ultimo si nutre in parte di larve di tritoni, mentre il primo preda più spesso i girini di Rana temporaria. In simpatria, la ripartizione delle risorse fra le tre specie si compie a vari livelli ecologici e trofici e in modo diverso fra i sessi e le classi di età (Fasola, 1993).

Rapporti con  altre specie: T. carnifex  vive frequentemente in sintopia con altre specie di tritoni, in particolare T. vulgaris e, nell’Italia peninsulare, T. italicus, con i quali non sono noti fenomeni di ibridazione. Tra i predatori delle larve di tritone vi sono numerosi insetti acquatici, Coleotteri Ditiscidi, Emitteri e Odonati. Particolarmente pesante risulta la pressione predatoria esercitata dai Salmonidi, introdotti dall’uomo per scopi alimentari e ricreativi.

Cause del declino.
La causa principale del declino di questa specie è la progressiva distruzione degli habitat riproduttivi, conseguenza di uno sviluppo intensivo dell’agricoltura o di una spinta urbanizzazione della campagna. Talvolta a queste cause si aggiungono gli effetti disastrosi provocati dalla introduzione nei siti riproduttivi di specie ittiche predatrici, in particolare Salmonidi, ma anche Alborelle (Alburnus albidus) e cavedani (Leuciscus cephalus)(Caputo et al., 1993).

 

Bibliografia

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Triturus italicus (Peracca, 1898)

Nome italiano:  Tritone italico

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c

Tassonomia
Specie monotipica endemica delle regioni centromeridionali della Penisola Italiana. E’ il tritone italiano che presenta le più piccole dimensioni corporee, con maschi che non superano i 90 mm di lunghezza (coda inclusa). Può essere confuso solo con T. vulgaris meridionalis, con il quale tuttavia solo raramente vive in simpatria, e rispetto al quale si differenzia, oltre che per la taglia, per la colorazione della gola di un giallo ocraceo più intensa rispetto a quella ventrale, per la ridotta presenza della macchiettatura ventrale, e, spesso, per la presenza di due macchie giallo oro sulla parte dorsale della testa.

Distribuzione passata e presente
Il confine settentrionale dell’areale distributivo della specie varia nei due versanti appenninici (Giacoma, 1988). Lungo la dorsale adriatica la specie raggiunge le Marche, spingendosi a Nord sino ad Ancona, mentre ad Ovest della catena appenninica il tritone italiano si ferma ai territori del Lazio meridionale (Monti Aurunci). In queste regioni  T. italicus  si distribuisce dal livello del mare sino ad oltre 1500 m di quota (Giacoma et al., 1988). 

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.

Habitat: l’ambiente acquatico è rappresentato da fiumare, piccoli laghi, pozze, cisterne e abbeveratoi. Predilige ambienti con abbondante vegetazione acquatica, ma può colonizzare anche habitat privi o con scarsa vegetazione acquatica e ripariale (Giacoma, 1988).

Dimorfismo sessuale: poco accentuato sia nella colorazione che nelle dimensioni corporee. Il maschio, in media  più piccolo della femmina, presenta una coda proporzionalmente più lunga ed una cloaca di forma emisferica, non troncoconica come nelle femmine (Scillitani, 1996). Il maschio inoltre presenta due strie dorsolaterali che delimitano la fascia gialla iridescente dei fianchi.

Dimensioni delle popolazioni:  le popolazioni riproduttive hanno dimensioni molto variabili da poche decine a qualche centinaio di individui. Stime di densità animale al sito di riproduzione hanno fornito valori variabili da 0.001 a 20 individui per metro quadrato (Giacoma, 1988).

Sex ratio: il rapporto sessi calcolato su un campione di animali catturato in 20 distinte popolazioni rivela valori prossimi a quelli unitari (mm/ff= 1/1.22), sebbene leggermente sbilanciati a favore delle femmine  (Giacoma, 1988).

Comportamento riproduttivo: Il comportamento riproduttivo di T. italicus presenta caratteristiche simili a quello degli altri tritoni italiani. La stagione riproduttiva ha inizio in primavera. La fecondazione delle uova è interna. Il maschio, avvicinata una femmina recettiva, inizia una complessa parata di corteggiamento che generalmente termina con il rilascio di una spermatofora (Giacoma, 1983; Giacoma, 1985; Giacoma e Sparreboom, 1987; Belvedere et al., 1988; Guy e Giacoma, 1990). La femmina viene quindi indotta a raccogliere con le labbra cloacali la spermatofora e gli spermatozoi in essa contenuti. Il picco di deposizione delle uova pur variando da località a località, è generalmente in aprile o maggio.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa 20-30 giorni (Giacoma et al., 1987). La durata del ciclo larvale è più breve di quella osservata nelle altre specie, spesso condizionata dalla progressiva riduzione e scomparsa dell’acqua (Giacoma et al., 1987). Verso agosto, circa due mesi dopo la schiusa, la larva perde le branchie ed abbandona l’ambiente acquatico. A differenza delle altre specie congeneriche, non si hanno informazioni dettagliate sull’età a cui T. italicus  raggiunge la maturità sessuale. La longevità massima è di 8-10 anni (Bruno, 1983).

Alimentazione: simile alle altre specie di tritoni, le uniche differenze sono dovute alle più ridotte dimensioni corporee del tritone italico che inducono gli animali a cibarsi anche di prede più piccole (Joly e Giacoma, 1992).

Rapporti con  altre specie: tra i numerosi predatori delle larve del tritone italico si annoverano numerose specie di insetti acquatici (Coleotteri Ditiscidi, Odonati, Emitteri). Tra i vertebrati  potenziali predatori del tritone sia nella fase larvale che in quella di adulto, citiamo pesci (Salmonidi), rettili (soprattutto Natricini), alcuni uccelli acquatici e alcuni mammiferi.

Cause del declino.
La distruzione degli habitat riproduttivi è la causa principale del declino di questa specie. Ad essa si somma talvolta l’eccessivo prelievo d’acqua che provoca il prosciugamento precoce dei siti di riproduzione e quindi la morte delle larve che non riescono ad ultimare la metamorfosi. Effetti molto negativi sulle popolazioni di tritone italico sono inoltre provocati dalla introduzione di specie ittiche predatrici.

Bibliografia

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Ferri V., Di Cerbo A., 1996 - Habitat selection di tre specie sintopiche di tritoni: Triturus carnifex (Laurenti, 1768),  T. vulgaris meridionalis (Boulanger, 1882) e T. italicus (Peracca, 1898): dati preliminari. Riassunti 1° Congresso SHI (Torino 2-6 ottobre 1996): pag. 85

Giacoma C., 1983 -  Aspetti della biologia riproduttiva di  Triturus italicus. Atti III Conv. Ass. “A. Ghigi”, 2-5 ottobre 1983, Bellagio (Como): 24.

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Triturus vulgaris (Linnaeus, 1758)

Nome italiano:  Tritone punteggiato

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c

Tassonomia
Specie politipica a geonemia euroanatolico-caucasica. In Italia è presente la sottospecie T. v. meridionalis. Alcune popolazioni della sottospecie nominale T.  vulgaris vulgaris sono state recentemente trovate, in territorio italiano,  nelle Alpi Giulie (Lapini et al., 1993). I maschi in livrea riproduttiva di T. v. meridionalis si differenziano da quelli di  T. vulgaris vulgaris per i seguenti  caratteri morfologici: presenza di pliche dorso laterali, cresta vertebrale più bassa e a margine intero o debolmente ondulato, cresta caudale ventrale con banda celeste basale e coda terminante con un filamento lungo 5-8 mm (Lanza, 1983). Le due sottospecie sembrano differire anche nel numero di vertebre presacrali (13 in T. v. meridionalis, più frequentemente 14 in T. vulgaris vulgaris) e in alcuni comportamenti di corteggiamento (Pellarini e Lapini, 1996). Non si esclude che successive ricerche su base genetico-molecolare possano elevare a rango di specie lo status tassonomico di T. vulgaris meridionalis.

Distribuzione passata e presente
Triturus vulgaris meridionalis è presente oltre che in Italia, anche nella Svizzera meridionale (Canton Ticino) e in Slovenia. Da noi è diffuso nelle regioni settentrionali, dal Piemonte al Friuli, lungo la penisola si spinge a Sud sino a raggiungere la Campania, sul versante tirrenico e le Marche su quello adriatico. Le popolazioni più meridionali segnalate da Lanza (1983) sono quelle del Lago di Averno, del Lago di Patria e di Cicciano, tutte in provincia di Napoli. Più a Sud è sostituito  da T. italicus, con il quale T. vulgaris meridionalis  è solo raramente sintopico. Nelle regioni dove è presente T. v. meridionalis si distribuisce su una ampia fascia altitudinale, dal livello del mare sino ad oltre i 2000 m di quota nelle Alpi Orientali.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Gli habitat dove è più frequente trovare T. vulgaris presentano caratteristiche simili a quelli descritti per T. carnifex, specie con la quale vive frequentemente in sintopia.

Habitat: in acqua lo si osserva in stagni, pozze, fossati, canali, cisterne, abbeveratoi, ruscelli  e torrenti nei tratti a debole corrente. Come T. carnifex predilige ambienti ricchi di vegetazione sommersa, nella quale trova rifugio e un sito adatto alla deposizione delle uova. Più eliofilo degli altri tritoni, si trova frequentemente nelle pozze esposte completamente al sole. Sembra in grado di tollerare, sia nella fase adulta che in quella larvale, concentrazioni saline dell’acqua relativamente alte, e ciò, a differenza degli altri tritoni italiani, gli consente di colonizzare anche ambiente debolmente salmastri. I caratteri ambientali determinanti per la presenza di T. vulgaris meridionalis e di T. carnifex sono stati studiati in Piemonte da Pavignano (1988).

Dimorfismo sessuale: molto accentuato, soprattutto nel periodo riproduttivo quando i maschi presentano caratteri sessuali secondari ben sviluppati. Maschi con dimensioni corporee in media più piccole di quelle femminili. La cresta vertebrale è presente in entrambi i sessi, ma nel maschio è molto più alta e con margine ondulato o debolmente dentellato.  Nei maschi, colorazione dei fianchi iridescente, banda azzurra e rossa che corre lungo la parte basale della coda, dita degli arti posteriori frangiate, cloaca più grossa e a forma emisferica.

Dimensioni delle popolazioni: laddove presente il tritone punteggiato può risultare relativamente numeroso, con popolazioni riproduttive che superano abbondantemente il centinaio di individui. La densità di animali adulti al sito riproduttivo varia da un minimo di 0.3 ad un massimo di 5.2 individui per metro quadrato (Giacoma, 1988).

Sex ratio: non si discosta significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo : consiste in una fase iniziale di approccio, seguita da una fase di esibizione in cui il maschio invia segnali visivi, tattili ed olfattivi specie-specifici. In natura il 55% dei corteggiamenti  è interrotto da altri maschi che entrano in competizione diretta con il maschio che corteggia ( Pavignano et al., 1993). Il ciclo di attività giornaliero è diurno ( Pavignano et al., 1993). Gli animali raggiungono l’acqua dopo il periodo di ibernazione terrestre. L’inizio della stagione riproduttiva varia da località a località, con oscillazioni annuali, in relazione alle più o meno rigide condizioni climatiche (Fasola e Canova, 1992a). La femmina, nell’arco dell’intera stagione riproduttiva, depone da 100 a 300 uova, che vengono attaccate singolarmente alla vegetazione del fondo. In Friuli Dolce et al. (1982) hanno osservato la deposizione fra la fine Marzo e metà Aprile, con temperature delle acque fra 12° e 16°C, di rado più tardi, ma con temperature simili (17°C).

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa 4 settimane dalla deposizione. Le larve metamorfosano verso la fine dell’estate e si dirigono a terra dove trascorrono l’inverno, rifugiandosi nel terreno, sotto pietre o tronchi marcescenti. La maturità sessuale è raggiunta in ambo i sessi al 3-4 anno di età. La longevità massima osservata in natura è di 13-14 anni. Nonostante il ritardo della metamorfosi fin dopo il raggiungimento della maturità sessuale (neotenia) sia più comune in T. alpestris, se ne conoscono casi anche in questa specie (Dolce e Stoch, 1984).

Alimentazione: simile a quella del tritone crestato italiano. Sia le larve che gli adulti sono voraci predatori di invertebrati acquatici, in particolare di crostacei (Ostracodi, Copepodi e Cladoceri), molluschi e oligocheti  (Fasola e Canova, 1992b). Stoch e Dolce (1984) hanno osservato in una popolazione friulana (Monte Corno) che la composizione percentuale dei contenuti gastrici di T. a. alpestris è più simile a quella di T. vulgaris che a quella di T. carnifex e mostra una forte prevalenza di crostacei cladoceri e copepodi oltre a una piccola percentuale di insetti.

Rapporti con  altre specie: il tritone punteggiato vive spesso in simpatria con il tritone crestato e talvolta anche con il tritone alpestre. Estremamente rari sono invece i casi di sintopia tra T. vulgaris e T. italicus (Ferri e Di Cerbo, 1996). Tra i predatori delle larve vi sono numerose specie di invertebrati acquatici, in particolare insetti, e di vertebrati acquatici, soprattutto pesci (trote), e rettili (Natrix e tartarughe acquatiche) che possono anche cibarsi degli adulti.

Cause del declino.
In Italia T. vulgaris  è spesso sintopico di T. carnifex e le cause responsabili del declino di quest’ultima specie (inquinamento delle acque, distruzione degli habitat di riproduzione, ripopolamenti ittici) provocano anche la scomparsa della prima. Ricerche condotte in Nord-Europa hanno evidenziato nel tritone punteggiato, rispetto al tritone crestato, una maggior resistenza a certi tipi di stress ambientale. In particolare, il tritone punteggiato ha mostrato una maggiori capacità di  tollerare specie ittiche predatrici introdotte dall’uomo nei siti di riproduzione (Beebee, 1996). In Italia la progressiva scomparsa dei tritoni sembra tuttavia  aver coinvolto in ugual misura il tritone crestato e quello punteggiato.

 

Bibliografia

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Ferri V., Di Cerbo A., 1996 - Habitat selection di tre specie sintopiche di tritoni: Triturus carnifex (Laurenti, 1768),  T. vulgaris meridionalis (Boulanger, 1882) e T. italicus (Peracca, 1898): dati preliminari. Riassunti 1° Congresso SHI (Torino 2-6 ottobre 1996): pag. 85.

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Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955)

Nome italiano:  Geotritone di Ambrosi

Categoria IUCN:  
Lower risk (near threatened)

Tassonomia
Il genere Speleomantes raggruppa tutti i geotritoni europei ed è l’unico genere della famiglia Plethodontidae presente nel continente Euroasiatico. Il nome generico Speleomantes (Dubois, 1984) ha recentemente sostituito quello di Hydromantes (Gistel, 1848) che era già stato usato come sinonimo di Triturus (Rafinesque, 1815). Tutte le sette specie appartenenti a questo genere sono presenti in Italia: tre hanno una distribuzione continentale (Speleomantes ambrosii, S. strinatii e S. italicus), le restanti quattro (S. genei, S. flavus, S. supramontis e S. imperialis) sono endemismi della Sardegna. Le specie sono più differenziate a livello genetico che morfologico e talvolta la loro corretta attribuzione tassonomica può essere effettuata solo con l’ausilio di tecniche elettroforetiche. Tuttavia, poiché le specie presentano areali per lo più non sovrapposti, la località di cattura  è un utile indizio per la corretta determinazione sistematica degli esemplari. S. ambrosii è un endemismo della Liguria orientale e della Toscana settentrionale. Questo taxon, inizialmente descritto come razza geografica di S. italicus, venne successivamente riconosciuto come specie distinta includendovi anche il taxon un tempo conosciuto come S. italicus strinatii (Aellen, 1958) delle Alpi Marittime e Liguri. Più recentemente anche a questo ultimo taxon è stato riconosciuto lo status di specie distinta. S. ambrosii forma una interessante fascia di ibridazione con S. italicus  nelle Alpi Apuane (province di Massa e Lucca).

Distribuzione passata e presente
Come si è detto nel paragrafo precedente, in assenza di informazioni genetiche, la conoscenza dell’areale distributivo dei geotritoni è una condizione fondamentale per determinare  la posizione tassonomica degli esemplari. L’areale distributivo di S. ambrosii è limitato ad una ristretta zona nelle province di La Spezia (Liguria) e Massa-Carrara (Toscana). In questa zona la presenza del geotritone di Ambrosi è stata rilevata in una trentina di stazioni, rappresentate quasi sempre da grotte, dal Passo del Bracco sino alle Alpi Apuane, in una fascia altitudinale che va dal livello del mare sino a 1730 m. A Nord S. ambrosii è vicariato da S. strinatii, a Sud e ad Est da S. italicus. Nelle zone di contatto degli areali di S. ambrosii e S. italicus esiste una interessante fascia di ibridazione con fenomeni di introgressione genetica (Lanza et al., 1995).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
I geotritoni sono Anfibi Urodeli che nonostante presentino peculiari e interessantissimi caratteri morfologici, ecologici ed etologici non sono, ad oggi, sufficientemente studiati. Lanza et al. (1995) hanno pubblicato un lavoro monografico sulla sistematica di questo gruppo. Salvidio (1991, 1992) ha condotto ricerche su alcuni aspetti della ecologia dei geotritoni liguri.

Habitat:  la specie colonizza habitat riparati, non raggiunti da una radiazione solare diretta, con umidità relativa prossima alla saturazione. I geotritoni sono una componente della fauna interstiziale, anche, ma non soltanto come abitatori di grotte naturali o artificiali, e possono essere osservati all’aperto in boschi igrofili (ontaneti) o mesofili  (castagneti), pareti rocciose non esposte al sole e altri tipi di ambienti umidi e riparati (eccezionalmente anche cantine di caseggiati e muretti a secco) (Salvidio, 1994).  Le temperature preferenziali oscillano intorno ai 16°C; la temperatura massima intorno ai 26°C (Cherchi, 1952).

Dimorfismo sessuale: poco accentuato, le femmine possono raggiungere dimensioni maggiori dei maschi (media 64 mm). Questi ultimi si riconoscono dalle femmine per la taglia minore (media 58 mm) la presenza di ghiandole del mento e di denti premascellari (generalmente due per lato) di più grosse dimensioni (Salvidio, 1993). Inoltre, nei maschi la cloaca ha un aspetto più rigonfio che nelle femmine.

Dimensioni delle popolazioni  in condizioni ambientali favorevoli il geotritone di Ambrosi può raggiungere rilevanti valori di densità. Lanza et al. (1995) hanno osservato sulle pareti di una caverna spezzina più di 100 individui su una superficie di circa 50 metri quadrati.

Sex ratio: sebbene non siano noti dati specifici sul rapporto sessi nelle popolazioni di geotritoni, dall’esame dei campioni raccolti da Lanza et al. (1995) (40 maschi, 36 femmine) sembra che il rapporto sessi non si discosti molto da quello unitario.

Comportamento riproduttivo: il comportamento dei geotritoni è poco conosciuto. Le uniche osservazioni di accoppiamenti sarebbero avvenute in cattività (Bruno, 1973). Il maschio, avvicinata la femmina, strofinerebbe la ghiandola del mento sul dorso della compagna, quindi si insinuerebbe al di sotto del suo corpo, spostandosi in avanti sinché il mento della femmina non poggi sulla parte anteriore della coda del maschio. Al termine di questa ‘danza nuziale’ il maschio deporrebbe una spermatofora, raccolta dalla femmina. L’intervallo di tempo tra l’accoppiamento e la deposizione delle uova può essere molto lungo (in cattività a 12-13 °C le deposizioni sono avvenute tre mesi dopo l’accoppiamento, Bruno, 1973). Gli accoppiamenti avvengono in Maggio, durante il primo picco annuale di attività. Nessuna femmina è gravida in questo periodo, mentre durante il secondo picco di attività le femmine gravide sono dal 48% (Ottobre) al 58% del totale (Dicembre). L’attività si svolge in concomitanza con le piogge. S. ambrosii depone le uova (12-17, in media 13) (Salvidio, 1993) nelle fessure umide del substrato e da esse nascono individui già metamorfosati (Stefani e Serra, 1966; Durand, 1967a,b). Le femmine rimangano nei pressi del sito di deposizione probabilmente allo scopo di difendere le uova dall’attacco di eventuali predatori o parassiti.

Sviluppo: la durata dello sviluppo embrionale varia da 10 a 12 mesi secondo la temperatura. Dalle uova schiudono individui già metamorfosati, il cui aspetto è del tutto simile a quello degli adulti, e la cui lunghezza è poco più di 2 cm. Durante i primi due anni di vita la velocità di crescita dei giovani è di 10-13 mm/anno. La  maturità sessuale si verifica a 3.5 anni (maschi) o a 4.5 anni (femmine) di età. Le femmine deporrebbero quindi le prime uova a 5 anni. La longevità degli individui in condizioni naturali non è conosciuta, tuttavia, come in molti Urodeli, è possibile che gli animali possano vivere a lungo, forse più di 10 anni.

Alimentazione: i giovani e gli adulti sono predatori di invertebrati. La dieta è molto varia e si adegua alla disponibilità di prede presenti nell’ambiente. Ad esempio, in  geotritoni di ambiente interstiziale Salvidio (1992) rileva una dieta costituita da isopodi, araneidi, opilionidi, chilopodi, acari, coleotteri e larve di insetti, ovvero da tutti i più importanti gruppi di invertebrati edafobionti.

Rapporti con  altre specie: sulle Alpi Apuane in provincia di Massa-Carrara il geotritone di Ambrosi viene a contatto con il geotritone italico e forma una fascia di ibridazione con fenomeni di introgressione genetica. La pressione predatoria esercitata da alcuni mammiferi e uccelli (soprattutto Strigiformi) non sembra essere particolarmente elevata a causa dei costumi criptici e dell’habitat del geotritone.

Cause del declino.
I risultati di un recente censimento condotto in Liguria (Salvidio, 1994) non evidenziano seri pericoli per la sopravvivenza a breve termine del geotritone nella regione. Tuttavia, il ristretto areale di distribuzione ed il conseguente limitato numero di popolazioni (anche se a detta dei ricercatori possono essere talora molto numerose) rendono necessarie  misure di salvaguardia per prevenire che gli ambienti colonizzati dal geotritone subiscano una pressione antropica eccessivamente elevata. Tra i rischi maggiori per la sopravvivenza delle popolazioni indichiamo il deterioramento delle condizioni degli habitat cavernicoli, dovuto ad un turismo selvaggio o più spesso al progressivo accumulo nelle grotte di ingenti quantità di rifiuti. Il prelievo di esemplari a scopo collezionistico può essere un ulteriore causa del decremento numerico delle popolazioni di geotritone.

 

 

Bibliografia

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Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London

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Durand A., 1967b - Sur l’ontogenèse d’Hydromantes italicus Dunn (Urodèle, Plethodontide). C.R. Acad. Sci. Paris, D265: 1533-1535.

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Speleomantes flavus (Stefani, 1969)

Nome italiano:  Geotritone di Monte Albo

Categoria IUCN:
VU C2b, D2

Tassonomia
Inizialmente descritto come razza geografica di Hydromantes (=Speleomantes) genei,includendovi anche le popolazioni oggi descritte come Speleomantes supramontis, venne successivamente elevato a status di piena specie sulla base dei risultati di ricerche genetiche (Lanza, Nascetti e Bullini, 1982, 1986). L’elevata variabilità intra-popolazionale nella colorazione dorsale e nelle dimensioni corporee sconsiglia l’impiego dei caratteri morfologici nella classificazione degli esemplari di geotritone. Ancora una volta, quindi, in assenza di informazioni genetiche, la conoscenza della località di provenienza del campione risulta indispensabile per una corretta determinazione del suo status tassonomico.  Secondo Lanza et al. (1986) S. flavus sarebbe più prossimo a S. supramontis (distanza di Nei D=0.5 circa) ed entrambe le specie sono vicine a S. imperialis (D=0.53 circa), mentre la specie sarda più differenziata sarebbe S. genei (D=1.63 circa),  più prossima a quelle continentali.

Distribuzione passata e presente
S. flavus  è il geotritone sardo con il più limitato areale di distribuzione (circa 300 Kmq). Questa specie è endemica della provincia di Nuoro, e colonizza i territori montuosi del Monte Albo e quelli collinari a Nord-Est del Monte Albo sino a raggiungere l’abitato di Siniscola ed il fiume Posada. La distribuzione altitudinale è compresa tra i 40 (Grotta di Cane Gortoe) e 1040 m  (Conca ‘e Crapa).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Caratteristiche in gran parte simili a quelle descritte per gli altri geotritoni sardi.

Habitat:  come tutti i geotritoni fa parte della fauna interstiziale e si rinviene in ambienti umidi e ombrosi, come i boschi mesofili. Spesso si osserva nelle grotte, ma può quindi essere osservato anche all’aperto in anfratti di roccia su pareti esposte a mezzanotte, o sotto pietre e massi. E’ attivo prevalentemente di notte in condizioni di cielo coperto, in giornate piovose può essere osservato all’aperto anche nelle ore diurne.

Dimorfismo sessuale: come per S. genei e S. imperialis.

Dimensioni delle popolazioni: come gli altri geotritoni, anche questa specie, seppure molto localizzata, laddove è presente, è generalmente abbondante (Lanza et al., 1995). Voesenek et al. (1987) hanno stimato una popolazione osservata in un bosco mesofilo a circa 300 es/ha, mentre in una grotta hanno osservato 98 individui.

Sex ratio: non si ritiene si discosti significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: si veda S. ambrosii e S. genei.

Sviluppo: come per S. ambrosii e S. genei

Alimentazione: come gli altri geotritoni, sia i giovani che gli adulti sono predatori di invertebrati di piccole e medie dimensioni, prevalentemente artropodi.

 

Rapporti con  altre specie: per via del comportamento criptico di questa specie, si ritiene che essa non soffra un’elevata pressione predatoria. Tra i predatori più comuni possiamo citare alcuni mammiferi, alcuni uccelli (soprattutto Strigiformi) e rettili (soprattutto Natricini e Colubridi).

Cause del declino.
Come già evidenziato per le altre specie di geotritone sardo, le informazioni a disposizione non consentono di effettuare alcuna valutazione sullo stato attuale delle popolazioni di questa specie. Secondo alcuni Autori (citati in Lanza et al., 1995) non ci sono motivi per ritenere che la specie sia in declino, in quanto negli habitat adatti essa risulta spesso abbondante. Come S. supramontis anche questa specie vive in habitat che hanno risentito, in generale di uno scarso impatto antropico.

 

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Lanza B., Caputo V., Nascetti G., Bullini L., 1995 - Morphologic and genetic studies of the European plethodontid salamanders: taxonomic inferences (genus Hydromantes). Museo Reg. Sc. Nat. Torino, Monografie XVI, Torino.

 

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Speleomantes genei (Temmink e Schlegel, 1838)

Nome italiano:  Geotritone dell’Iglesiente

Categoria IUCN:
Lower risk (near threatened)

Tassonomia
Delle sette specie di pletodontidi euroasiatici, tutte presenti sul territorio italiano, quattro specie, fra cui Speleomantes genei, sono endemiche della Sardegna. Un tempo tutti i geotritoni della Sardegna erano inclusi in questa specie, successive indagini genetiche hanno evidenziato una notevole differenziamento tra le popolazioni della Sardegna centro-orientale e quelle sud-occidentali (Iglesiente). Nel gruppo centro-orientale si riconoscono tre diverse specie (S. imperialis, S. supramontis e S. flavus). Queste specie sono risultate geneticamente più vicine ai geotritoni peninsulari che non a quelli della Sardegna sudoccidentale (S. genei), indicando come la separazione dei due gruppi, orientale e occidentale, sia molto antica (Miocene) e sia dovuta a due successive colonizzazioni (Lanza, 1983, Nardi et al., 1996). Dal punto di vista morfologico S. genei  si differenzia dagli altri geotritoni sardi per le dimensioni corporee che generalmente non superano i 13 cm e per le zampe significativamente più corte. Queste differenze morfologiche non sempre consentono la sicura determinazione tassonomica degli esemplari, per cui è di fondamentale importanza conoscerne la località di provenienza.

Distribuzione passata e presente
S. genei è un endemismo della Sardegna sudoccidentale (regione del Sulcis-Iglesiente, Provincia di Cagliari) con areale di distribuzione molto limitato che non supera i 600-800 Kmq. In queste zone, negli habitat adatti, è piuttosto comune. Questa specie è stata osservata dal livello del mare sino a 600 m di quota, non si esclude, tuttavia, che possa trovarsi anche a quote superiori.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Le informazioni relative a molti aspetti della  biologia e della ecologia di questa specie, come del resto delle altre specie di geotritoni sardi, sono estremamente scarse.

Habitat:  come tutti i geotritoni predilige ambienti con un tasso di umidità relativa prossimo alla saturazione, si ritrova in ambienti cavernicoli,  negli anfratti della roccia sulle pareti esposte a Nord o comunque nelle zone ombrose non colpite direttamente dalle radiazioni solari. Comune anche nelle miniere abbandonate. L’attività è prevalentemente notturna. L’optimum termico sembra aggirarsi intorno ai 13-15 °C, l’animale è inattivo a temperature superiori ai 17 °C o inferiori ai 4 °C.

Dimorfismo sessuale: poco accentuato, i maschi sono generalmente più piccoli delle femmine (anche se la differenza tra le lunghezze corporee medie dei maschi e delle femmine non supera i 3-4 mm); i maschi adulti hanno particolari strutture ghiandolari edoniche (ghiandole del mento) e sono dotati di denti premascellari (due per lato) di grosse dimensioni. Inoltre, nei maschi la cloaca ha un aspetto più rigonfio che nelle femmine.

Dimensioni delle popolazioni: secondo Lanza et al. (1995) la specie è molto comune all’interno del suo areale distributivo anche se non sono note stime attendibili dell’effettiva numerosità delle singole popolazioni.

Sex ratio: non sembra discostarsi significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: simile a quello già descritto per S. ambrosii. Il periodo riproduttivo in questa specie sembra essere quello invernale o primaverile. La fecondazione è interna e la femmina depone le uova sul fondo sabbioso e umido delle grotte, o nelle fessure più profonde delle rocce (Stefani e Serra, 1966). 

Sviluppo: lo sviluppo delle uova è diretto, alla schiusa escono individui già simili all’adulto, lunghi circa 20 mm. La comparsa dei caratteri sessuali secondari maschili avviene quando gli individui sono lunghi circa 45 mm, anche se non sono note né l’età di maturità sessuale né la longevità degli individui.

Alimentazione: giovani e adulti sono predatori con dieta generalista, potendosi cibare di qualsiasi tipo di invertebrato di opportune dimensioni, prevalentemente di insetti e miriapodi. Le prede sono catturate con la lingua che può venire protratta a una distanza di 3-4 cm.

Rapporti con  altre specie: il comportamento criptico tipico dei geotritoni limita la pressione predatoria.

Cause del declino.
La mancanza di dati precisi sulla consistenza delle popolazioni del geotritone dell’Iglesiente non consente di valutare in maniera oggettiva gli eventuali pericoli cui la specie va incontro. Secondo alcuni autori (Lanza et al., 1995) la specie sebbene localizzata è abbondante e non in declino, ad eccezione forse delle popolazioni vicino a Carbonia. Secondo altri la situazione è più grave e la specie necessita di interventi di salvaguardia.

 

Bibliografia

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Salvidio S., 1991 - Habitat ed attività stagionale delle popolazioni interstiziali di Speleomantes ambrosii nell’Alta Val Bisagno (Liguria centrale). Riv. Piem. St. Nat., 12: 69-74.

Salvidio S., 1992 - Diet and food utilization in a rock face population of Speleomantes ambrosii (Amphibia, Caudata, Plethodontidae). Vie Milieu, 42 (1): 35-39.

Salvidio S., 1994 - Geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955) Geotritone italiano, Speleomantes italicus (Dunn, 1923). In: Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria, Cataloghi dei Beni Naturali (2). Genova.

Stefani R., 1969 - La distribuzione geografica e l’evoluzione del geotritone sardo (Hydromantes genei Schleg.) e del geotritone continentale europeo (Hydromantes italicus Dunn). Archo zool. ital., 53: 207-243.

Stefani R., Serra G., 1966 - L’oviparità di Hydromantes genei (Temm. & Schleg.).  Boll. Zool., 33: 283-291.


Speleomantes imperialis (Stefani, 1969)

Nome italiano:  Geotritone odoroso

Categoria IUCN:
Lower risk (near threatened)

Tassonomia
Speleomantes  imperialis  venne inizialmente descritto come sottospecie di Hydromantes genei (= Speleomantes genei). Ricerche successive hanno rilevato un elevato livello di differenziamento genetico tra le due sottospecie, e hanno conferito a S. imperialis lo status di piena specie. Gli studi citomolecolari hanno inoltre consentito di evidenziare una maggiore affinità genetica di S. imperialis con S. flavus e S. supramontis che non con S. genei. I maschi più grossi di S. imperialis raggiungono i 13 cm, le femmine i 14 cm. Ciò consente, almeno in alcuni casi, di distinguere gli individui di questa specie da quelli di S. genei, tipicamente più piccoli (dimensioni massime dei maschi 11.5 cm, delle femmine 12.5 cm), ma non dalle altre due specie che presentano analoghe dimensioni massime. S. imperialis rilascia attraverso la cute sostanze fortemente odorose quando maneggiato (da qui il nome volgare di geotritone odoroso), probabilmente a scopo difensivo. Nelle altre specie questo fenomeno non è osservato o è molto meno frequente. Nonostante queste peculiarità, rimane valido quanto detto per gli altri geotritoni: per una sicura classificazione degli esemplari l’esame dei caratteri morfologici esterni non è sufficiente ed è di fondamentale importanza conoscere la località di provenienza dell’animale.

Distribuzione passata e presente
S. imperialis  è endemico della Sardegna centrale e sudorientale. L’areale ha un’estensione di circa 1000 Kmq ed è compreso nelle province di Oristano, Nuoro e Cagliari. Come gli altri geotritoni presenta una ampia distribuzione altitudinale, andando dal livello del mare sino ai 1170 m sul Monte Tonneri in provincia di Nuoro.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Simili a quelle delle altre specie di geotritone.

Habitat: specie troglofila, può essere rinvenuta anche fuori dalle grotte negli anfratti della roccia su pareti non esposte a radiazione solare diretta. A differenza della maggior parte degli Anfibi non necessita dell’acqua per riprodursi, ma colonizza ambienti con condizioni di umidità relativa prossime al valore di saturazione. E’ attivo prevalentemente nelle ore notturne, ma in giornate di pioggia può essere osservato in ambienti aperti anche di giorno.

Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono dimensioni massime superiori a quelle dei maschi. Nei maschi la cloaca ha aspetto rigonfio, nelle femmine ha forma più appiattita. Infine, i maschi presentano a livello del capo, nell’area inter-mandibolare, un piccolo rigonfiamento  (4x5 mm), di forma subtriangolare, appiattito o debolmente concavo, costituito da un ammasso di cellule secernenti (ghiandola del mento). Questa struttura è assente nelle femmine.

Dimensioni delle popolazioni  Sebbene manchino stime precise dell’entità numerica delle popolazioni, si ritiene che la specie, laddove presente, sia numerosa. Nei primi 10-12 m all’interno di una grotta della zona carsica di Samugheo e Aruni (Oristano) Lanza (1991) ha contato circa 500 individui.

Sex ratio: come negli altri geotritoni si ritiene che la sex ratio non si discosti significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: si veda quanto detto per S. ambrosii. In questa specie, come negli altri geotritoni sardi, si ritiene che il picco di attività riproduttiva sia primaverile (Casu et al., 1984).

Sviluppo: non si conosce molto sullo sviluppo dei geotritoni sardi, si veda quanto detto per le specie continentali (scheda S. ambrosii).

Alimentazione: i giovani e gli adulti sono predatori di invertebrati di piccole e medie dimensioni, prevalentemente di artropodi.

Rapporti con  altre specie: come negli altri geotritoni, il comportamento criptico di questa specie non espone i geotritoni ad elevati rischi di predazione.

Cause del declino.
Anche per questa specie vale quanto detto per S. genei. Le scarse informazioni a disposizione non consentono di valutare in maniera oggettiva i rischi di estinzione a breve e a medio termine. Secondo alcuni autori (Lanza  1991) la specie, sebbene localizzata, è abbondante e non è in declino. Secondo altri la situazione è più grave e la specie necessita di interventi di salvaguardia.

Bibliografia

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450.

Casu T., Lai G., Pinna G., 1984 - Guida alla flora e alla fauna della Sardegna. Ed. Archivio Fotografico Sardo. Nuoro.

Lanza B., 1991 - Note faunistiche sulle grotte di Samugheo e di Asuni, in particolare sul geotritone Speleomantes imperialis. In: Bartolo G. e Muzzetto G.: Il Castello di Medusa: ambiente, leggende, grotte. Guido Bartolo ed.

Lanza B., Caputo V., Nascetti G., Bullini L., 1995 - Morphologic and genetic studies of the European plethodontid salamanders: taxonomic inferences (genus Hydromantes). Museo Reg. Sc. Nat. Torino, Monografie XVI, Torino.

Nardi I., Marracci S., Loreti S., Batistoni R., 1996 - The European plethodontid salamanders and their evolutionary relationships: a cytomolecular approach. Riassunti 1° Cong. Naz. Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre, 1996), pag. 54.

Salvidio S., 1991 - Habitat ed attività stagionale delle popolazioni interstiziali di Speleomantes ambrosii nell’Alta Val Bisagno (Liguria centrale). Riv. Piem. St. Nat., 12: 69-74.

Salvidio S., 1992 - Diet and food utilization in a rock face population of Speleomantes ambrosii (Amphibia, Caudata, Plethodontidae). Vie Milieu, 42 (1): 35-39.

Salvidio S., 1994 - Geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955) Geotritone italiano, Speleomantes italicus (Dunn, 1923). In: Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria, Cataloghi dei Beni Naturali (2). Genova.

Stefani R., 1969 - La distribuzione geografica e l’evoluzione del geotritone sardo (Hydromantes genei Schleg.) e del geotritone continentale europeo (Hydromantes italicus Dunn). Archo zool. ital., 53: 207-243.

 


Speleomantes italicus  (Dunn, 1923)

Nome italiano:  Geotritone italico

Categoria IUCN:
Lower risk (Conservation Dependent)

Tassonomia
Sino a pochi anni or sono in questa specie venivano incluse oltre alle popolazioni dell’Italia peninsulare anche quelle dell’Italia settentrionale, quelle liguri e quelle della Francia meridionale. L’impiego di tecniche elettroforetiche ha tuttavia evidenziato, all’interno di questa area,  l’esistenza di tre distinti taxa, morfologicamente simili, ma geneticamente ben differenziati. A ciascuno di essi è stato attribuito il rango di piena specie. Senza l’ausilio di queste tecniche di analisi genetica, ma con il solo supporto di osservazioni morfologiche è assai difficile distinguere S. italicus dalle altre due specie di geotritone della penisola (S. ambrosii, S. strinatii). Tuttavia, poiché gli areali distributivi dei tre taxa non si sovrappongono, la corretta posizione tassonomica degli esemplari potrà essere stabilita una volta nota la località di provenienza

Distribuzione passata e presente
S. italicus  è un endemismo dell’Italia centrosettentrionale. Il limite settentrionale del suo areale distributivo è rappresentato dalla provincia di Reggio-Emilia, quello meridionale dalla provincia di Pescara. All’interno di questa fascia latitudinale, la specie sembra tuttavia assente in Liguria (dove è vicariato da S. ambrosii  e S. strinatii), in parte della Toscana e nel Lazio. Sulle Alpi Apuane la specie viene a contatto con S. ambrosii con cui forma una fascia di ibridazione. Nel suo areale distributivo la specie è presente da pochi metri sopra il livello del mare (80 m, Garfagnana, Lucca) sino a circa 1600 m sulle Alpi Apuane (Monte Corchia, Lucca).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Simili a quelle descritte per le altre specie di geotritone.

Habitat:  specie troglofila, la si rinviene più comunemente all’interno di grotte e caverne, da cui si allontana nelle giornate con clima umido. Come le altre specie di geotritoni, predilige gli ambienti riparati e ombrosi dove le condizioni di umidità relativa sono sempre prossime ai livelli di saturazione.

Dimorfismo sessuale: le femmine possono raggiungere dimensioni maggiori dei maschi. Come negli altri geotritoni, i maschi,  a differenza delle femmine, presentano una ghiandola del mento, denti premascellari più grossi e cloaca più rigonfia (vedi scheda S. ambrosii).

Dimensioni delle popolazioni  vale quanto detto per S. ambrosii  e per  S. strinatii. Dove presente, la specie è generalmente numerosa, con popolazioni che superano abbondantemente il centinaio di individui adulti. Unica eccezione sembra essere rappresentata dalle popolazioni abruzzesi più meridionali (provincia di Teramo e Pescara), che sembrano essere meno numerose.

Sex ratio: si ritiene che il rapporto sessi non si discosti significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: come in S. ambrosii.

Sviluppo:  come in S. ambrosii

Alimentazione: come in S. ambrosii

Rapporti con  altre specie: nelle Alpi Apuane S. italicus  forma una fascia di ibridazione con S. ambrosii, questo provoca fenomeni di introgressione genetica (incorporazione di geni tipici di S. ambrosii  nel genoma di S. italicus), che sono riscontrabili in buona parte delle popolazioni della provincia di Lucca.

Cause del declino.
Come per le altre due specie di geotritoni della penisola italiana anche per S. italicus non vi è motivo di ritenere che le popolazioni siano minacciate di estinzione (almeno a breve e medio termine). Nella porzione più meridionale dell’areale le popolazioni di geotritone italico sono meno numerose e risultano più isolate che altrove e, per tale ragione, sono più esposte a rischi di estinzione. Ciò è probabilmente dovuto a fenomeni naturali (rarefazione delle popolazioni e maggior isolamento ai confini dell’areale) e non è il risultato diretto dell’azione dell’uomo.

Bibliografia

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450.

Lanza B., Caputo V., Nascetti G., Bullini L., 1995 - Morphologic and genetic studies of the European plethodontid salamanders: taxonomic inferences (genus Hydromantes). Museo Reg. Sc. Nat. Torino, Monografie XVI, Torino.

Nardi I., Marracci S., Loreti S., Batistoni R., 1996 - The European plethodontid salamnders and their evolutionary relationships: a cytomolecular approach. Riassunti 1° Cong. Naz. Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre, 1996), pag. 54.

Salvidio S., 1991 - Habitat ed attività stagionale delle popolazioni interstiziali di Speleomantes ambrosii nell’Alta Val Bisagno (Liguria centrale). Riv. Piem. St. Nat., 12: 69-74.

Salvidio S., 1992 - Diet and food utilization in a rock face population of Speleomantes ambrosii (Amphibia, Caudata, Plethodontidae). Vie Milieu, 42 (1): 35-39.

Salvidio S., 1994 - Geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955) Geotritone italiano, Speleomantes italicus (Dunn, 1923). In: Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria, Cataloghi dei Beni Naturali (2). Genova.

Stefani R., 1969 - La distribuzione geografica e l’evoluzione del geotritone sardo (Hydromantes genei Schleg.) e del geotritone continentale europeo (Hydromantes italicus Dunn). Archo zool. ital., 53: 207-243.

 


Speleomantes strinatii (Aellen, 1958)

Nome italiano:  Geotritone di Strinati

Categoria IUCN:
Lower risk (near threatened)

Tassonomia
Speleomantes strinatii  è una delle tre specie continentali di geotritoni. Per un più dettagliato esame della complessa tassonomia di questo genere di Urodeli pletodontidi si rimanda alla scheda relativa a S. ambrosii. Il geotritone di Strinati venne inizialmente descritto come razza geografica di S. italicus, successivamente venne riconosciuto come appartenente alla specie S. ambrosii, ma solo recentemente, sulla base dei risultati di studi genetici, a questo taxon è stato riconosciuto lo status di specie distinta. Dal punto di vista morfologico non risulta facilmente distinguibile né da S. ambrosii, né da S. italicus. In assenza di informazioni genetiche la attribuzione di un esemplare ad una delle tre specie continentali  viene effettuata in base alle località di cattura.

Distribuzione passata e presente
S. strinatii è il geotritone con areale più settentrionale. Esso include i territori della Francia meridionale (Provenza, Alpi Marittime francesi); quelli della Liguria Occidentale e centrale (province di Imperia, Savona e Genova) sino quasi a Levanto (La Spezia), dove viene a contatto con S. ambrosii; i territori del Piemonte meridionale (province di Cuneo e Alessandria). La sua presenza è stata inoltre rilevata  in provincia di Pavia e in provincia di Piacenza, mentre necessita ulteriore conferma il suo rinvenimento sugli Appennini del parmense (Lanza et al., 1995). La sua distribuzione altitudinale è molto ampia andando da pochi metri sopra il livello del mare a 1300 m nelle Alpi Liguri e a oltre i 2000 m sulle Alpi Marittime francesi.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La biologia delle tre specie di geotritoni continentali presenta caratteristiche molto simili. Si tratta di animali troglofili attivi solo in condizioni di umidità relativa prossima ai livelli di saturazione e per tale ragione con costumi di vita prevalentemente notturni. Per molte delle informazioni sulla biologia di questa specie si rimanda a quanto detto nella scheda di S. ambrosii.

Habitat: colonizza prevalentemente ambienti di caverna, è possibile tuttavia osservarlo anche su pareti rocciose esposte a Nord, in boschi igrofili e mesofili e talvolta, in prossimità di caseggiati, in anfratti artificiali della roccia, in muretti a secco, più raramente in  cantine di case di campagna. Al Bosco di Rezzo (IM) è comune fra i massi di una paleofrana sovrastante un inghiottitoio dolinico.

Dimorfismo sessuale: come S. ambrosii.

Dimensioni delle popolazioni: a distribuzione localizzata e frammentata, dove è presente è spesso molto numeroso. Raffaelli (1988) ha contato 33 individui in un tratto di torrente lungo 200 m nelle Alpi Marittime francesi. Cortesogno e Balletto (1989), in un bosco di faggio in località  Alpe di Rezzo (1250 m, Imperia) hanno stimato una densità di popolazione massima di 10 individui in 100 mq e una media prossima ai 7.5 es/ha.

Sex ratio: si ritiene che la sex ratio non si discosti significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: come in S. ambrosii (Durand, 1967a,b).

Sviluppo:  come in  S. ambrosii.

Alimentazione: come in S. ambrosii.

Rapporti con  altre specie: Il comportamento criptico di questa specie non la espone ad elevati rischi di predazione. Tra i suoi potenziali predatori vi sono alcuni rettili (in particolare serpenti), alcuni uccelli (soprattutto Strigiformi) e qualche mammifero.

Cause del declino.
Anche questa specie come S. ambrosii non sembra correre particolari rischi di estinzione, né aver subito un significativo declino in questi ultimi anni. Questa specie, seppur non esclusiva degli ambienti cavernicoli, è ad essi fortemente associata. La scomparsa e il deterioramento degli habitat cavernicoli, i cui ecosistemi sono particolarmente sensibili agli interventi antropici, non potrà che avere effetti molto negativi sulla futura sopravvivenza di questa specie. Anche il prelievo di esemplari per scopi amatoriali può avere seri effetti negativi, soprattutto quando effettuato su popolazioni numericamente esigue.

 

Bibliografia

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450.

 

Cortesogno L., Balletto E., 1989 - Lineamenti dell’ecologia dei Rettili e degli Anfibi dell’Alpe di Rezzo (Imperia) e considerazioni sulla erpetofauna delle faggete italiane.  Boll. Musei Ist. Biologici Univ. Genova, 53: 123-140.

Durand A., 1967a - Sur la reproduction ovipare d’Hydromantes italicus strinatii Aellen (Urodèle, Plethodontide). C.R. Acad. Sci. Paris, D264: 854-856.

Durand A., 1967b - Sur l’ontogenèse d’Hydromantes italicus Dunn (Urodèle, Plethodontide). C.R. Acad. Sci. Paris, D265: 1533-1535.

Lanza B., Caputo V., Nascetti G., Bullini L., 1995 - Morphologic and genetic studies of the European plethodontid salamanders: taxonomic inferences (genus Hydromantes). Museo Reg. Sc. Nat. Torino, Monografie XVI, Torino.

Raffaelli J, 1983 - Confirmation de la présence d’Hydromantes (Hydromantes italicus) dans l’arrière pays niçois. Bull. Soc. herp. Fr., 27: 43-44.

Salvidio S., 1991 - Habitat ed attività stagionale delle popolazioni interstiziali di Speleomantes ambrosii nell’Alta Val Bisagno (Liguria centrale). Riv. Piem. St. Nat., 12: 69-74.

Salvidio S., 1992 - Diet and food utilization in a rock face population of Speleomantes ambrosii (Amphibia, Caudata, Plethodontidae). Vie Milieu, 42 (1): 35-39.

Salvidio S., 1994 - Geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955). In: Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria, Cataloghi dei Beni Naturali (2). Genova.

Stefani R., 1969 - La distribuzione geografica e l’evoluzione del geotritone sardo (Hydromantes genei Schleg.) e del geotritone continentale europeo (Hydromantes italicus Dunn). Archo zool. ital., 53: 207-243.

 


Speleomantes supramontis (Lanza, Nascetti et Bullini, 1986)

Nome italiano:  Geotritone del Supramonte

Categoria IUCN:
Lower risk (near threatened)

Tassonomia
Questo geotritone è endemico della Sardegna centro-orientale. Un tempo descritto come appartenente alla sottospecie Hydromantes (= Speleomantes) genei flavus, è stato riconosciuto come piena specie sulla base di studi  genetici (Lanza, Nascetti, Bullini, 1986). Dal punto di vista morfologico è assai difficile distinguerlo dagli altri geotritoni insulari, per cui, senza l’ausilio di tecniche elettroforetiche, l’attribuzione sistematica di un esemplare è possibile solo conoscendone la località di provenienza.

Distribuzione passata e presente
S. supramontis è endemico di un’area di circa 700 Kmq, nella Sardegna centro-orientale, intorno al Golfo di Orosei, in provincia di Nuoro. La specie ha un’ampia distribuzione altitudinale, dai 100 m  (Voragine del Golgo) ad oltre i 1300 m (Supramonte di Orgosolo).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Molti aspetti della biologia di questa specie (come degli altri geotritoni) sono poco conosciuti e meriterebbero di essere studiati più approfonditamente.

Habitat:  come negli altri geotritoni sardi (si veda S. genei). Predilige gli ambienti cavernicoli anche se può essere osservato in ambienti aperti, negli anfratti di roccia, sotto le pietre, generalmente in zone ombrose. E’ attivo prevalentemente di notte, in condizioni di cielo coperto ed elevata umidità dell’aria. Nelle giornate di pioggia può essere osservato in attività anche nelle ore diurne.

Dimorfismo sessuale: come negli altri geotritoni, le femmine raggiungono dimensioni in media maggiori dei maschi. I maschi adulti presentano nella zona inter-mandibolare una struttura ghiandolare (ghiandola del mento) assente nelle femmine. La cloaca dei maschi tende ad essere più rigonfia di quella delle femmine.

Dimensioni delle popolazioni  sebbene localizzato, laddove è presente il geotritone del Supramonte sembra essere piuttosto comune e abbondante sia in ambiente di grotta che all’aperto (Loru, 1984). Voesenek e Rooy (1987) (citato in Lanza et al., 1995), in un’area vicino al Golfo di Orosei hanno stimato una densità di 300 individui per ettaro.

Sex ratio: non sembra discostarsi significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: si veda S. genei.

Sviluppo:  si veda S. genei.

Alimentazione: giovani e adulti sono predatori di invertebrati di piccole e medie dimensioni. La dieta è generalista ed include qualsiasi specie animale di opportune dimensioni.

Rapporti con  altre specie: per via del comportamento criptico di questa specie, si ritiene che i geotritoni non soffrano di un’elevata pressione predatoria. Tra i predatori più comuni possiamo citare alcuni mammiferi, alcuni uccelli (soprattutto Strigiformi) e rettili (soprattutto Natricini e Colubridi).

Cause del declino.
Le informazioni a disposizione non consentono di effettuare alcuna valutazione sullo stato attuale delle popolazioni di geotritone del Supramonte. Secondo alcuni Autori (citati in Lanza et al., 1995) la specie non correrebbe alcun immediato rischio di estinzione e non ci sono motivi per ritenere che essa sia in declino. Questa opinione è avvalorata dal fatto che la regione colonizzata da questa specie è una delle più selvagge della Sardegna e non ha subito forti impatti antropici.

 

Bibliografia

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450.

Casu T., Lai G., Pinna G., 1984 - Guida alla flora e alla fauna della Sardegna. Ed. Archivio Fotografico Sardo. Nuoro.

Lanza B., Nascetti G., Bullini L., 1986 - A new species of Hydromantes from eastern Sardinia and its genetic relationships with the other Sardinian plethodontids (Amphibia, Urodela). Boll. Mus. reg. Sci. nat. Torino, 4 (1): 261-289
.

 

Lanza B., Caputo V., Nascetti G., Bullini L., 1995 - Morphologic and genetic studies of the European plethodontid salamanders: taxonomic inferences (genus Hydromantes). Museo Reg. Sci. nat. Torino, Monografie XVI, Torino.

Loru R., 1984 - Campo Oddeu, Monte Omene e altre cose. Bollettino del Gruppo Speleologico Sassarese, 7: 32-33.

Nardi I., Marracci S., Loreti S., Batistoni R., 1996 - The European plethodontid salamanders and their evolutionary relationships: a cytomolecular approach. Riassunti 1° Cong. Naz. Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre, 1996), pag. 54.

Salvidio S., 1991 - Habitat ed attività stagionale delle popolazioni interstiziali di Speleomantes ambrosii nell’Alta Val Bisagno (Liguria centrale). Riv. Piem. St. Nat., 12: 69-74.

Salvidio S., 1992 - Diet and food utilization in a rock face population of Speleomantes ambrosii (Amphibia, Caudata, Plethodontidae). Vie Milieu, 42 (1): 35-39.

Salvidio S., 1994 - Geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955) Geotritone italiano, Speleomantes italicus (Dunn, 1923). In: Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria, Cataloghi dei Beni Naturali (2). Genova.

Stefani R., 1969 - La distribuzione geografica e l’evoluzione del geotritone sardo (Hydromantes genei Schleg.) e del geotritone continentale europeo (Hydromantes italicus Dunn). Archo zool. ital., 53: 207-243.

 


Proteus anguinus Laurenti, 1768

Nome italiano:  Proteo

Categoria IUCN: VU B1+2bc, C2a

Tassonomia
La famiglia Proteidae annovera, oltre a Proteus anguinus, unico suo rappresentante nel continente Euroasiatico, altre cinque specie del genere Necturus, tutte nordamericane. Si tratta di animali prevalentemente acquatici che mantengono per tutta la vita caratteri larvali, quali ad esempio le branchie. Tra gli altri caratteri peculiari del proteo ci limitiamo a citare l’occhio coperto dalla cute e le zampe degli arti anteriori e posteriori rispettivamente con tre e due dita.

Distribuzione passata e presente
Il proteo è un endemismo dinarico, abitatore dei sistemi idrici ipogei delle regioni dell’ex-Yugoslavia, in Istria, Dalmazia, Croazia e Slovenia. In Italia  è presente nella Venezia Giulia orientale, spingendosi ad occidente sino all’Isonzo. Una popolazione non autoctona (introdotta nella seconda metà del secolo scorso) sopravvive nella grotta Parolini di Oliero, nelle Prealpi Venete, in provincia di Vicenza. 

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La biologia di questa specie può essere compresa solo alla luce delle particolari condizioni di vita, come risposta adattativa alle condizioni fisiche e trofiche degli ambienti ipogei.

Habitat:  il proteo vive nei corsi d’acqua sotterranei e nei laghi in grotte calcaree. Animale stenotermo, si trova generalmente in acque con temperatura tra i 5 ed i 10 °C, anche se è in grado di sopportare per periodi non molto lunghi temperature di 28-30 °C senza apparenti danni (Lanza, 1983). Sebbene indissolubilmente legato all’ambiente acquatico, non si esclude che possa spostarsi sul terreno anche per distanze apprezzabili e tali da consentirgli di raggiungere corpi idrici limitrofi.  La popolazione italiana abita le acque del sistema del Reka/Timavo e del Vippach/Isonzo, al disotto del livello di falda freatica e all’interno di quella gigantesca spugna idrogeologica che è il Carso triestino.  L’habitat di questa specie può quindi essere osservato solo laddove la falda è raggiungibile, cioè o attraverso l’esplorazione del sistema carsico, nel caso fortuito in cui una grotta raggiunga la falda stessa, o più a valle, dove le acque giungono in superficie, presso il Lago di Doberdò.  Altrimenti capita di tanto in tanto che qualche esemplare venga deposto fuori del suo habitat naturale da una piena, o addirittura risucchiato nei filtri dell’acquedotto di Trieste. In Carniola (Doblicica: Bela Kraijna: Slovenia), peraltro, è stata recentemente scoperta una popolazione a corpo pigmentato, quasi nero e con occhi non compiutamente atrofici, la quale sembra abitare acque più superficiali (Habic et al., 1993)

Dimorfismo sessuale: modesto, i maschi presentano durante il periodo riproduttivo una cloaca più rigonfia rispetto a quella della femmina.

Dimensioni delle popolazioni: sebbene non esistano prove definitive in materia, a causa delle grandi difficoltà di osservazione di questa specie, come sopra accennato, si ritiene che le popolazioni di  proteo siano numericamente scarse, come conseguenza del lento accrescimento, della bassa fertilità degli individui e della scarsa disponibilità trofica degli ambienti colonizzati.

Sex ratio: sconosciuta

Comportamento riproduttivo: tutte le informazioni note derivano da studi condotti in cattività. Si ritiene che la stagione riproduttiva copra l’intero anno con picchi di attività in corrispondenza delle piene, quando l’acqua è più abbondante. La fecondazione è interna e avviene mediante l’assunzione da parte della femmina della spermatofora deposta dal maschio. Il rilascio della spermatofora avviene al termine di un corteggiamento durante il quale i due partner si inseguono in cerchio, ciascuno con la testa a contatto con la cloaca dell’altro. La deposizione delle uova inizia dopo due o tre giorni dall’accoppiamento e può durare per settimane. La femmina attacca le uova, una ad una, sulla superficie inferiore di pietre o sporgenze delle rocce. Ciascuna femmina depone in media 40 uova.  Terminata la deposizione la femmina si trattiene presso le uova, fino alla schiusa, difendendole da eventuali predatori.

Sviluppo: a temperature prossime ai 10 °C, le uova schiudono dopo circa quattro mesi dalla loro deposizione, liberando larve lunghe circa 20 mm, prive di zampe posteriori, con branchie digitate e una cresta vertebrale su tutto il tronco. Lo sviluppo larvale è molto lento. Dopo circa tre mesi la larva ha completamente sviluppato gli arti posteriori e le tipiche branchie piumose. Al quinto mese la cresta vertebrale è quasi del tutto scomparsa e l’animale si è allungato assumendo l’aspetto anguilliforme dell’adulto. La maturità sessuale viene raggiunta intorno al decimo e dodicesimo anno di età. Gli animali più longevi possono raggiungere i 40 anni di età.

Alimentazione: si ritiene che le larve nei loro primi periodi di vita si cibino in parte o esclusivamente di batteri, protisti e delle sostanze organiche contenute nel limo. I giovani e gli adulti sono predatori di varie specie di invertebrati cavernicoli o di altri invertebrati trasportati dalle acque all’interno delle grotte, tra questi ultimi particolare importanza rivestono i Crostacei del genere Asellus e Gammarus. Si ritiene che il proteo possa sopravvivere senza alimentarsi per periodi molto lunghi, in casi eccezionali anche per parecchi mesi.

Rapporti con  altre specie: le peculiarità dell’ambiente ipogeo non espone il proteo a intense pressioni predatorie. Sebbene non siano noti casi di cannibalismo, non si esclude che questo fenomeno possa verificarsi, soprattutto in popolazioni a densità animale più elevata.

Cause del declino.
L’habitat di questa specie (corsi d’acqua ipogei di sistemi carsici) è soggetta al rischio di un progressivo deterioramento delle sue caratteristiche chimico-fisiche, in relazione soprattutto all’inquinamento delle acque interne, ad un loro eccessivo prelievo con conseguente abbassamento della falda, all’accumulo di rifiuti e alle attività estrattive. Le acque del Reka/Timavo sono protette in Italia, non fosse altro che a causa del fatto che esse alimentano l’acquedotto principale della città di Trieste, ma poco è stato possibile ottenere, fino ad oggi, dalle Autorità dei Paesi confinanti.  Le popolazioni di proteo, adattatesi nel corso della evoluzione a vivere in ambienti dalle condizioni estreme ma stabili nel tempo, si ritiene non siano in grado di tollerare grosse perturbazioni del loro habitat. Inoltre la rarità della specie e lo scarso numero di individui aumentano ulteriormente il rischio di una progressiva scomparsa del proteo.

 

Bibliografia

Bruno S., 1973 - Anfibi d’Italia: Caudata. Natura Soc. it Sc. nat. Mus. civ. St. nat. Milano, 64: 209-450

Canu E., 1969 - Sulla presenza di Proteus anguinus Laurenti nelle acque della provincia di Gorizia (Italia) e sulla sua presumibile presenza in quelle del bacino del fiume Timavo inferiore (Carso di Trieste). Actes IV Cong. Int. Speleol., 4-5: 35-40.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London

Durand J.P. (1983) -Données et hypothèses sur l’evolution des Proteides. Bull. Soc. Zool. France, 108 (4): 617-630.

Durand J.P., Paoletti M., Pichl I., Pichl E., 1982 - Rapporto sulla presenza di Proteus anguinus (Amphibia, Caudata) e della fauna associata nelle acque interne sotterranee di Segrado (Provincia di Gorizia, Italia). Considerazioni sulla protezione di questi animali relitti, attualmente in via di estinzione.  Mem. Biospeleol., 8:  63-67.

Habic P., Aljancic M., Bulog B., Kranjc A., Josipovic D., Sket B., Skoberne P., 1993 - Proteus - The mysterious ruler of the Karst darkness.  Vitrum Ltd. Ljubljana.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.


Bombina pachypus (Bonaparte, 1839)

Nome italiano:  Ululone italiano

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c,d

Tassonomia
Specie monotipica endemica dell’Italia peninsulare. Un tempo considerata razza geografica di B. variegata, recenti indagini morfometriche e genetiche ne hanno proposto lo status specifico (Nascetti et al., 1982, Lanza e Corti, 1993). Di aspetto simile a B. variegata, si differenzia da questa, oltre che per la diversa distribuzione geografica, per una meno estesa colorazione giallastra delle parti ventrali del corpo, in particolare la faccia ventrale della gamba e del tarso risulta di colore prevalentemente scuro, con punti o macchiette chiare di diametro inferiore ai due millimetri, e con macchie gialle pettorali tipicamente separate.

Distribuzione passata e presente
Bombina pachypus è endemica della penisola italiana, presente a Sud del fiume Po, dalla Liguria centrale all’Aspromonte. E’ inoltre segnalata la presenza di almeno una popolazione relitta in Sicilia, sulle pendici dell’Etna. Nonostante l’ampio areale, la sua distribuzione attuale risulta frammentata e limitata ad ambienti localizzati (Di Cerbo e Ferri, 1996). In Liguria, limite occidentale dell’areale, è da considerarsi una specie rara e in regressione, in quanto attualmente assente in stazioni in cui ne era stata segnalata la presenza nella prima metà del ‘900. In Emilia-Romagna, limite nord dell’areale, è frequente nelle province più meridionali mentre è assente in quelle più settentrionali (Mazzotti e Stagni, 1993).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Di abitudini simili a B. variegata, non sono molti gli studi sulla biologia ed ecologia condotti su questa specie. In particolare citiamo il lavoro Pickett (1988) e quello di Di Cerbo e Ferri, (1996) su una popolazione abruzzese dell’ululone italiano.

Habitat: specie a distribuzione collinare montana, durante il periodo di attività colonizza torrenti, ruscelli, pozze e laghetti, con acque poco profonde con o senza vegetazione emergente. Specie eliofila ed euriterma può sopportare temperature prossime allo zero e resta attiva anche quando la temperatura dell’aria supera i 30 °C.

Dimorfismo sessuale: come in B. variegata i maschi, di dimensioni corporee simili alle femmine, presentano durante la stagione riproduttiva escrescenze cornee sulla superficie interna delle prime due dita delle zampe anteriori e sulla faccia inferiore degli avambracci.

Dimensioni delle popolazioni. Popolazioni frammentate e generalmente poco numerose. In una popolazione ritenuta tra le più numerose dell’Abruzzo è stato stimato un numero massimo di 220 individui, includendo sia gli adulti che gli  immaturi (Di Cerbo e Ferri, 1996).

Sex ratio: variabile da un massimo di 3 maschi per femmina all’inizio della stagione riproduttiva ad un minimo di un maschio per femmina a stagione avanzata (Di Cerbo e Ferri, 1996).

Comportamento riproduttivo: In generale gli animali si riprendono dalla latenza invernale verso la fine di marzo o nei primi giorni di aprile. L’inizio della stagione riproduttiva varia a seconda della latitudine e dell’altitudine, sugli Appennini a quote comprese tra 500 e 800 m, le prime deposizioni di uova si osservano a partire da maggio e proseguono sino ad agosto con picco a giugno. I maschi al sito si organizzano in cori ed emettono canti di richiamo consistenti in due note armoniche ripetute al ritmo di circa due al secondo. L’accoppiamento è lombare e può durare alcune ore. La femmina depone le uova isolate o in gruppi poco numerosi (di solito meno di 10, eccezionalmente più di 20) attaccandole alla vegetazione sommersa. Nel corso di una singola stagione riproduttiva le femmine possono deporre sino a tre ovature, per un totale di circa 300 uova.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo poco più di una settimana dalla deposizione. La durata del ciclo larvale è di circa due mesi e mezzo e la lunghezza totale massima dei girini prima della metamorfosi è di 37 mm. I neo-metamorfosati hanno dimensioni medie di poco superiori al centimetro. Non si hanno informazioni precise sull’età a cui è raggiunta la maturità sessuale. In B. variegata l’età di maturità sessuale è risultata essere al secondo o al terzo anno di età.

Alimentazione: il comportamento alimentare di B. pachypus è simile a quello descritto in B. variegata, le larve sono onnivore, potendosi cibare sia di vegetali che di piccoli organismi acquatici. Gli adulti sono voraci predatori di invertebrati, tipicamente di artropodi, che possono essere catturati anche in acqua.

Rapporti con  altre specie: spesso sintopica con altre specie di Anuri e Urodeli. Nella popolazione studiata in Abruzzo (Di Cerbo e Ferri, 1996) B. pachypus era sintopica di Rana italica  e Salamandrina terdigitata, con le quali non sono state rilevate interferenze negative. I girini sono risultati oggetto di predazione da parte di numerosi invertebrati acquatici, in particolare di larve di Odonati (gentile. Aeschna), di Coleotteri Ditiscidi e di Tricotteri Riacofilidi. I neometamorfosati sono spesso facile preda di giovani natrici.

Cause del declino.
In buona parte del territorio italiano la specie sembra essere in forte regresso, risultando estinta da numerosi siti dove fino ad una decina di anni or sono era ancora presente. Ciò sembra principalmente dovuto alla scomparsa dei siti adatti per la riproduzione e alla progressiva frammentazione e all’isolamento delle popolazioni sopravvissute dovuti alla comparsa di barriere fisiche artificiali quali strade e autostrade. In alcune regioni l’utilizzo indiscriminato di sorgenti e corsi d’acqua per scopi irrigui e industriali contribuisce a ridurre  il numero e la qualità  dei siti di riproduzione.

 

Bibliografia

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London

Di Cerbo A., Ferri V., 1996. Primi dati sull’ecologia di una popolazione di Bombina pachypus (Bonaparte, 1838) della Maiella Orientale, Abruzzo. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino, 2-6 Ottobre 1996), pag. 83.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Lanza B., Corti C. 1993. Erpetofauna italiana: acquisizioni ed estinzioni nel corso del Novecento. Suppl. Ricerche Biol. Selvaggina, 21: 5-49.

Mazzotti S., Stagni G., 1993.  Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5: 148 pp.

Nascetti G., Vanni S., Bullini L., Lanza B., 1982 - Variabilità e divergenza genetica in popolazioni italiane del genere Bombina (Amphibia: Discoglossidae). Atti XLIX Convegno U.Z.I., Bari: 134-135.

Pickett J., 1988 - A note on the Appennine Yellow Bellied Toad, Bombina variegata pachypus Bonaparte. British Herpetological Society Bulletin, 25: 25-28.

 

Bombina variegata (Linnaeus, 1758)

Nome italiano:  Ululone ventregiallo

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c

Tassonomia
Specie politipica a geonemia medio-sudeuropea. Fino a qualche anno or sono in Italia il taxon era distinto in due sottospecie: B. variegata variegata e B. variegata pachypus. Quest’ultimo taxon, endemico dell’Italia peninsulare, è stato recentemente promosso a status di nuova specie e verrà quindi trattato in una scheda separata (si veda Bombina pachypus, Bonaparte, 1838). L’aspetto generale è quello di un piccolo rospo, con pelle del dorso fortemente verrucosa, ventre con vistosa colorazione giallastra, talvolta tendente all’arancione, con macchie blu-grigiastre più o meno abbondanti. B. variegata si differenzia da B. pachypus, oltre che per la diversa distribuzione geografica, per una più estesa e uniforme colorazione giallastra, che si spinge anche sulla faccia ventrale della gamba e del tarso (in B. pachypus la faccia ventrale della coscia e del tarso è prevalentemente scura, con macchiette chiare sempre di piccole dimensioni che non si uniscono a formare vere e proprie striature).

Distribuzione passata e presente
Bombina variegata è presente nell’Europa centromeridionale spingendosi ad Ovest sino ai Pirenei francesi, con l’esclusione della Penisola Iberica, a Nord sino al 52° parallelo, ad Est sino al Mar Nero, mentre il limite meridionale è rappresentato dai Balcani dove raggiunge i territori della Dalmazia, Albania e Macedonia. In Italia è presente solo a Nord del fiume Po, sono note popolazioni in Lombardia, in Trentino, in Alto-Adige, in Veneto ed in Friuli Venezia Giulia. In Lombardia, in particolare, un recente censimento (Di Cerbo e Ferri, 1996) ha consentito di rilevare la presenza della specie in non più di una decina di località distribuite su una fascia altitudinale compresa tra i 200 ed i 1100 metri.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La maggior parte degli studi relativi alla biologia ed ecologia di B. variegata sono stati condotti su popolazioni nord-europee (Barandun e Reyer, 1997; Plytycz e Biga, 1984; Beshkov e Jameson, 1980), dove la specie è più abbondante. In Italia sono noti lavori su popolazioni del Friuli (Dolce et al., 1982), del Trentino (Caldonazzi et al., 1996) e studi eco-etologici su popolazioni della Lombardia (Milesi et al., 1994).

Habitat: l’ululone ventregiallo, prevalentemente diurno, frequenta nei periodi di attività ambienti acquatici assai diversificati, dai torrenti e ruscelli a debole corrente alle piccole pozze, laghetti, vasche e talvolta anche abbeveratoi, dove l’acqua è generalmente poco profonda, con o senza vegetazione emergente. Pur localmente presente nelle zone di pianura, è più comune in quelle collinari o pedemontane. Eccezionalmente si può spingere ad altitudini superiori ai 1500 m.

Dimorfismo sessuale: presenza di caratteri sessuali secondari nei maschi sotto forma di escrescenze cornee nerastre sulla superficie interna delle prime tre dita della zampa anteriore, nonché sulla faccia inferiore dell’avambraccio.

Dimensioni delle popolazioni: le popolazioni italiane studiate risultano meno numerose di quelle di altri paesi europei. La popolazione più numerosa della Lombardia annovera non più di 60 individui adulti, mentre in Trentino è nota una popolazione con circa 170 animali adulti.

Sex ratio: non si discosta significativamente dall’unità. Nei siti di riproduzione, tuttavia, si osserva spesso una superiorità numerica del sesso maschile.

Comportamento riproduttivo: gli animali raggiungono il sito riproduttivo tra marzo ed aprile, a seconda della altitudine, e vi rimangono sino a settembre o ottobre. Generalmente si osservano due o tre picchi di attività riproduttiva. I maschi formano cori ed emettono canti di richiami consistenti in brevi note armoniche ripetute all’incirca al ritmo di due note per secondo. L’accoppiamento è lombare. La femmina rilascia nel corso di una singola deposizione un totale di 40-100 uova, che attacca alla vegetazione sommersa in gruppetti di poche unità (massimo 10) o singolarmente.  In Friuli Dolce et al. (1982) hanno osservato i primi arrivi allo stagno verso metà Marzo, con temperature dell’acqua di 7.5-8.0°C.  Le deposizioni avvengono però solo più tardi (Aprile), con temperature di 14°C e si protraggono fino a metà Giugno.  Gli adulti conducono vita acquatica fino a Luglio, con temperature dell’acqua fino a 32°C.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa una settimana dalla deposizione. Le larve metamorfosano dopo 2-3 mesi, ma nel caso di deposizioni tardive la durata del ciclo larvale risulta molto più lunga e i girini possono svernare in acqua. In Friuli (Dolce et al., 1982) la metamorfosi delle larve derivanti dalle prime deposizioni si verifica verso fine Giugno, ma si continuano ad osservare larve in acqua fino all’inizio di Settembre. Appena metamorfosato l’ululone ha dimensioni di poco superiori al centimetro. La maturità è generalmente raggiunta al secondo o al terzo anno di età. Non si hanno dati precisi sulla longevità in natura di questa specie, in condizioni di cattività alcuni animali sono sopravvissuti sino a 6 anni.

Alimentazione: le larve sono onnivore, potendosi cibare sia di sostanze vegetali che di piccoli organismi e di materiale organico depositato sul fondo delle pozze. Gli adulti sono predatori, prevalentemente di Artropodi, che possono venire catturati anche sott’acqua.

Rapporti con  altre specie: le uova e le larve dell’ululone sono predate da numerosi invertebrati acquatici, in particolare citiamo le larve di Odonata, larve di Dytiscidae e adulti di Heteroptera (Gerridae, Notonectidae e Nepidae). Studi condotti in diversi siti riproduttivi hanno riscontrato una riduzione del successo riproduttivo quando la popolazione era sintopica con Triturus carnifex che si ritiene possa esercitare una intensa pressione predatoria soprattutto sulle uova di ululone.

Cause del declino.
I territori dell’Italia nordoccidentale rappresentano il confine meridionale della specie, per tale ragione le popolazioni risultano di per sé scarse e tendenti alla frammentazione. Ciò nonostante sulla base di ricostruzioni storiche, talvolta difficili a causa della scarsa attendibilità delle fonti, si ritiene che in questi ultimi decenni le popolazioni di bombina ventregiallo siano andate drasticamente riducendosi. Di Cerbo e Ferri (1996), a conclusione di uno studio pluriennale condotto sulle popolazioni lombarde di questa specie, indicano tra le cause principali del suo declino: l’inquinamento chimico (legato agli scarichi industriali nei corsi d’acqua), il deterioramento fisico dei siti riproduttivi (spesso dovuto al calpestio del fondo da parte di bovini in abbeverata), l’elevata mortalità negli stadi precoci di sviluppo (embrioni e larve) dovuta alla distruzione delle ovature o alla loro predazione da parte di numerosi insetti acquatici e, in ultimo, l’indiscriminata raccolta a fini collezionistici e/o terraristici di animali adulti (lo scarso numero di individui riproduttivi fa sì che la cattura anche di un numero limitatissimo di animali possa avere effetti deleteri sul successo riproduttivo della popolazione).

 

Bibliografia

Barandun J., Reyer H. 1997 - Reproductive ecology of Bombina variegata: characterisation of spawning ponds. Amphibia-Reptilia, 18: 143-154.

Beshkov V., Jameson D.L., 1980 - Movement and abundance of the yellow-bellied toad Bombina variegata. Herpetologica, 36: 365-370.

Caldonazzi M., Marsilli A., Torboli C., Zanghellini S., 1996 - Caratterizzazione biometrica di una popolazione di ululone ventregiallo (Bombina variegata) del Trentino. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre 1996), pag. 65.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.

Di Cerbo A., Ferri V., 1996 - La conservazione di Bombina variegata variegata (Linnaeus, 1758) in Lombardia. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre 1996), pag. 127.

Dolce S., Lapini L., Stergulc F., 1982 - Contributo preliminare allo studio dell’erpetofauna della bassa pianura friulana.  Note eco-etologiche sugli Anfibi e Rettili del Bosco Baredi e Selva di Arvonchi (Muzzana del Turgnano, Udine), pp. 9-35.  CNR Roma, AQ/1/181.

Ferri V., 1992 - Primo consuntivo del censimento regionale dell’erpetofauna, coordinato dal Centro Studi Erpetologici «Emys» della S.I.S.N. Parte I.  Anfibi.  7 pp. (m/s).  Regione Lombardia, Settore Ecologia.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Milesi S., Crestani C., Barbieri F., 1994 - Indagini eco-etologiche sull’ululone ventregiallo (Bombina variegata variegata) nelle Prealpi lombarde. Acta Biologica, Studi Trentini di Sc. naturali, in stampa.

Plytycz B., J. Biga, 1984 - Preliminary studies on the growth and movements of the yellow-bellied toad, Bombina variegata (Anura: Discoglossidae). Amphibia-Reptilia, 5: 81-86.


Discoglossus pictus (Otth, 1837)

Nome italiano:  Discoglosso dipinto

Categoria IUCN
Lower Risk

Tassonomia
Specie monotipica a geonomia mediterraneo-occidentale. Di aspetto simile al congenerico D. sardus se ne differenzia, innanzitutto, per l’areale di distribuzione. Dal punto di vista morfologico, invece, differisce dal congenerico per il corpo più esile, il capo più piccolo e per una macchiettatura dorsale generalmente più marcata. Recenti ricerche genetiche hanno evidenziato una notevole differenziamento tra i discoglossi della penisola Iberica e quelli Siciliani (Capula et al., 1985). Questi autori hanno proposto di considerare le popolazioni della penisola Iberica come appartenenti ad una specie distinta, proponendo il nome di D. galganoi.

Distribuzione passata e presente
D. pictus è diffuso in Nord-Africa, dalla Tunisia al Marocco. E’ presente in buona parte della Penisola Iberica, ad eccezione delle regioni nord-orientali dove la sua presenza è limitata ad un tratto della costa mediterranea, tra Gerona e Banyuls-sur-Mer (Lanza, 1983). E’ presente, inoltre, nelle isole di Malta e Gozo e, per quanto riguarda il territorio italiano, solo in Sicilia. Qui, la specie frequenta una gran varietà di ambienti, dal livello del mare sino a 1500 m di altitudine sulle pendici dell’Etna. 

 
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.

Habitat:  specie essenzialmente acquatica, colonizza sia le acque correnti che stagnanti, anche se sembra preferire le acque poco profonde e tranquille di stagni e piccoli bacini. Può riprodursi in acque debolmente salmastre tollerando concentrazioni di NaCl sino a 8 g/l  (Lanza, 1983). E’ attivo sia di giorno che di notte dimostrando una certa eliofilia. In condizioni di aria satura di umidità la temperatura preferenziale è stata stimata intorno ai 30 °C, mentre è di circa 20 °C in condizioni di umidità relativa del 50%. Gli animali non sono attivi quando la temperatura dell’aria scende al di sotto di 9 °C o in condizioni di umidità relativa inferiori al 40%. 

Dimorfismo sessuale: i sessi presentano dimensioni simili, i maschi tuttavia hanno arti anteriori proporzionalmente più lunghi e robusti, palmatura dei piedi più estesa e, durante la stagione riproduttiva, presentano escrescenze cornee nerastre sulle prime due dita delle zampe anteriori e nella parte ventrale della testa, lungo il margine della mandibola.

Dimensioni delle popolazioni:  sebbene  scarse, le informazioni a disposizione indicano una bassa numerosità delle popolazioni: da qualche decina di individui adulti a qualche centinaia.

Comportamento riproduttivo: gli accoppiamenti si possono osservare a partire da febbraio sino a settembre e ottobre, ma in condizioni climatiche favorevoli anche in altri mesi dell’anno. I maschi emettono canti di richiamo sia sopra che sotto il pelo dell’acqua. L’accoppiamento è lombare e dura pochi minuti.

Sviluppo: La femmina rilascia, per ogni deposizione, da 300 a 1000 piccole uova, che schiudono dopo un periodo di due o sei giorni. La durata del ciclo larvale varia da un minimo di uno ad un massimo di due mesi. I neo-metamorfosati misurano 8-10 mm di lunghezza. Al terzo anno di età, quando la maggior parte degli individui raggiunge la maturità sessuale, gli animali sono lunghi 50-60 mm (distanza muso-cloaca). In natura gli individui possono raggiungere i 15 anni di età.

Alimentazione: le larve sono onnivore. Gli adulti sono voraci predatori di invertebrati, soprattutto insetti, ma anche di piccoli vertebrati, soprattutto Anuri. Sono segnalati occasionali casi di cannibalismo. Gli adulti possono nutrirsi anche sott’acqua.

Rapporti con  altre specie: il discoglosso è frequentemente parassitato dalla sanguisuga Batracobdella algira, tra i suoi predatori ci sono mammiferi di piccola e media taglia, uccelli acquatici, rettili (in particolare del genere Natrix) e anche Anuri, soprattutto rane verdi. Alcuni Urodeli possono predare le uova del Discoglosso, mentre numerosi insetti acquatici, soprattutto le larve di Odonati, possono predarne i girini.

Cause del declino.
La ristretta diffusione geografica, la scarsa numerosità delle popolazioni e la loro frammentata distribuzione sottopongono la specie a seri rischi di estinzione e  rendono urgente l’adozione di alcune misure di tutela sul nostro territorio. La causa principale del declino di questa specie sembra essere la progressiva scomparsa degli habitat acquatici, frutto di una negligente politica di gestione delle acque interne minori. L’interramento di pozze e stagni, un tempo utilizzati come abbeveratoi per il bestiame, il prosciugamento di canali o di tratti di torrente, spesso dovuto ad un eccessivo prelievo di acqua durante i mesi estivi, hanno ridotto il numero di siti adatti alla sopravvivenza e riproduzione del discoglosso.

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Capula M., Nascetti G., Lanza B., Bullini L. Crespo E.G., 1985 - Morphological and genetic differentation between the Iberian and the other West Mediterranean Discoglossus  species. Monitore zool. ital., 19: 69-90.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London

Garcia Paris M., 1985 - Los anfibios de España. Publicaciones de Estensiòn Agraria. Madrid.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.


Discoglossus sardus (Tschudi, 1837)

Nome italiano:  Discoglosso sardo

Categoria IUCN:
Lower Risk (near threatened)

Tassonomia
Il genere Discoglossus comprende cinque specie (Capula et al., 1985). Di queste, due sono presenti sul territorio italiano: D. pictus, presente solo in Sicilia, e D. sardus, specie monotipica a geonemia tirrenica. L’aspetto generale è quello di una rana, ma con pupilla rotondeggiante o triangolare (con vertice verso il basso) e lingua discoidale. Simili da un punto di vista morfologico e comportamentale, D. sardus  si differenzia da D. pictus  per l’aspetto più robusto, il capo proporzionalmente più largo e per una macchiettatura dorsale scura generalmente meno marcata.

Distribuzione passata e presente
Il discoglosso sardo è diffuso in Sardegna, dove è anche presente nelle isole di S. Pietro e Caprera,  in Corsica (Isola Lavezzi inclusa), nelle isole di Hyères (Port Cros, Ile du Levant) e nell’Arcipelago Toscano (Giglio e Montecristo). L’unica stazione segnalata sul continente è quella del Monte Argentario, in Toscana (Lanza, 1983).

 
Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.

Habitat:  frequentatore di una grande varietà di ambienti, lo si trova sia in pianura, in prossimità del mare, sia nelle zone più interne collinari e montuose: in Corsica è stato osservato a quote superiori ai 1700 m (alta Valle del Tavignano), in Sardegna la sua presenza è stata rilevata ad analoghe quote nel massiccio del Gennargentu. Rispetto a D. pictus, D. sardus manifesta una minor eurialinità: studi condotti da Knoepffler (1962) hanno evidenziato come le larve non riescano a sopravvivere in condizioni di salinità superiori a 5 g di NaCl per litro. Il valore minimo di temperatura che consente l’attività degli animali è all’incirca di 7° C, quando l’umidità relativa non scende al di sotto del 45%. A temperature più elevate gli animali sono attivi solo in condizioni di maggior umidità dell’aria. D. sardus ha abitudini spiccatamente acquatiche, i  siti di svernamento sono sempre in prossimità degli ambienti acquatici.

Dimorfismo sessuale: maschi e femmine all’incirca delle stesse dimensioni corporee. I maschi, a differenza delle femmine, presentano zampe anteriori più robuste,  palmatura dei piedi più estesa, escrescenze cornee nerastre sui due diti più interni delle zampe anteriori.

Dimensioni delle popolazioni: scarse le informazioni a disposizione. Esse sembrano tuttavia indicare una bassa consistenza numerica delle popolazioni riproduttive, spesso costituite da poche decine, più raramente da qualche centinaio di individui.

Sex ratio: rapporto sessi nelle popolazioni riproduttive non è noto.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva va da febbraio a maggio, ma in condizioni climatiche favorevoli si possono osservare picchi di attività riproduttiva anche in altri mesi dell’anno. Il maschio al sito riproduttivo emette canti di richiamo, spesso rimanendo con il corpo completamente sott’acqua. L’accoppiamento è lombare e di breve durata. Ciascuna ovatura può contenere sino a 1000 piccolissime uova.

Sviluppo: Le uova schiudono dopo pochi giorni dalla deposizione liberando girini molto piccoli (3-4 mm) che si accrescono velocemente, raggiungendo al momento della metamorfosi (poco più di un mese dalla schiusa) dimensioni di 25-35 mm. I neo-metamorfosati sono lunghi in media 8 mm. Ad un anno misurano in media 16 mm, a due anni 30 mm e a tre anni, quando è solitamente raggiunta la maturità sessuale, circa 45 mm. La longevità supera i 9 anni (Lanza, 1983).

Alimentazione: le larve sono onnivore. L’adulto è caratterizzato da una notevole voracità. La dieta è costituita principalmente da invertebrati, in particolare da insetti. Il discoglosso può, tuttavia, ingoiare anche piccoli vertebrati, in particolare piccole lucertole (Lanza, 1983). La cattura delle prede negli adulti può avvenire anche sott’acqua.

Rapporti con  altre specie: tra i predatori del discoglosso si annoverano vari mammiferi di piccola e media taglia, alcuni uccelli acquatici, in particolare aironi, e alcuni rettili, soprattutto serpenti del genere Natrix. I siti riproduttivi del discoglosso sono spesso condivisi con altri Anuri, in particolare la raganella sarda, Hyla sarda, ed il rospo smeraldino, Bufo viridis, con i quali, tuttavia non sono note interazioni competitive di una certa intensità.

Cause del declino.
Un tempo specie diffusa e comune in quasi tutta la Sardegna oggi è divenuta molto più rara (Casu et al. 1984). Sebbene continui ad essere presente un po’ ovunque, il numero di individui adulti è generalmente molto limitato ed il rischio di estinzione delle singole popolazioni risulta per questo motivo elevato (Balletto e Giacoma, 1993). Tra le cause principali del declino vi è il progressivo interramento e la scomparsa di piccole pozze utilizzate un tempo come abbeveratoi per il bestiame e oggi, soprattutto nelle regioni costiere, del tutto abbandonate; la introduzione di fauna ittica alloctona (soprattutto trote Fario) in corpi idrici di limitata portata con conseguente aumento della pressione predatoria sulle uova e sulle larve di discoglosso; infine, la captazione eccessiva di acqua durante i mesi caldi che provoca l’abbassamento della falda freatica ed il prosciugamento di interi tratti di torrente.

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Capula M., Nascetti G., Lanza B., Bullini L., Crespo E.G., 1985 - Morphological and genetic differentiation between the Iberian and the other West Mediterranean Discoglossus species (Amphibia Salientia Discoglossidae). Monitore Zoologico Italiano 19: 69-90.

Casu T., Lai G., Pinna G., 1984 - Guida alla flora e alla fauna della Sardegna. Ed. Archivio Fotografico Sardo. Nuoro.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
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Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.


Pelobates [fuscus] insubricus (Cornalia, 1873)

Nome italiano:  Pelobate padano

Categoria IUCN 
Critically Endangered: B1, B3b,d, C2a

Tassonomia
Cornalia (1873) descrisse il pelobate fosco della Pianura Padana come specie separata da Pelobates fuscus europeo, in base ad esemplari raccolti presso Milano. Heron-Royer (1888) ignorando il lavoro di Cornalia ridescrisse il taxon con il nome di Pelobates latifrons, sulla base di caratteri osteologici e morfologici. A partire dal lavoro di Wolterstoof (1888), anche esso basato su una serie di caratteri osteologici e morfologici, venne riconosciuto al taxon lo status di sottospecie. I caratteri esterni che consentono di distinguere questa sottospecie da quella nominale diffusa nel resto d’Europa sono il colore bianco-giallastro (anziché nero) del tubercolo metatarsale interno e, nei maschi, le più piccole dimensioni della ghiandola omerale. I due taxa si differenziano anche per molti caratteri biologici (Andreone, 1992)

Distribuzione passata e presente
Nel secolo scorso Pelobates fuscus insubricus era presente in tutta la Pianura Padano Veneta anche se, presumibilmente, la distribuzione si presentava già alquanto discontinua ed irregolare. Recenti censimenti condotti in regioni in cui era nota, in passato, la presenza del pelobate hanno evidenziato il forte e preoccupante declino cui il taxon è andato incontro in questi ultimi decenni. Dei 55 siti un tempo colonizzati dal pelobate solo 4 sono risultati abitati da popolazioni ancora vitali, tre di questi sono in territorio Piemontese (provincia di Torino e Asti) e uno in Lombardia (provincia di Cremona).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Il Pelobates fuscus è una entità euro-centroasiatica, diffusa dalla Francia nordorientale agli Urali e alle steppe dell’Asia centrale, dalla Svezia meridionale alla Pianura Padana, ai Balcani settentrionali e alla Ciscaucasia. La sottospecie P. fuscus insubricus è endemica della Pianura Padana.

Habitat:  il pelobate è una specie tipicamente fossoria, predilige le località di pianura o collinari, ricche di acqua e con terreno soffice, sabbioso o argilloso-sabbioso ove l’animale si infossa velocemente grazie alla efficiente azione di scavo condotta con gli arti posteriori. I siti colonizzati durante la stagione riproduttiva sono soggetti a medio-alti impatti antropici (canali di irrigazione, risaie) e solo nel caso della popolazione di Cremona l’ambiente colonizzato è semi-naturale (lanca del fiume Po). I siti riproduttivi sono generalmente poco maturi dal punto di vista ecologico, hanno acque poco profonde, sono localizzati in ambienti aperti ed esposti al prolungato irraggiamento solare, il quale durante lo sviluppo larvale può innalzare la temperatura dell’acqua fino a 33°C. In buona parte dei siti di riproduzione l’acqua non è presente nel corso dell’intero anno, venendo a mancare del tutto all’inizio della stagione estiva.

Dimorfismo sessuale: i maschi misurano 40-50 mm (distanza muso-cloaca), le femmine 55-63 mm. I pesi sono di 10-15 g (maschi) e di 16-25 g (femmine) (Andreone e Pavignano, 1988). I maschi presentano sulla faccia dorsale del braccio una grossa formazione ghiandolare e nel periodo riproduttivo mostrano escrescenze perliformi ed incolori sulle dita e sulla superficie dorsale dell’avambraccio.

Dimensioni della popolazione. La popolazione di maggiori dimensioni è risultata quella di Cremona, in cui sono stati catturati 65 individui (Ghezzi e Groppali, 1987). Uno studio condotto sulla popolazione di Ivrea (Torino) ha consentito di catturare 33 di individui adulti (Andreone e Pavignano, 1988).

Sex ratio: al sito riproduttivo la sex-ratio osservata è risultata di 1.81:1 (m:f) (Andreone e Pavignano, 1988).

Comportamento riproduttivo: Pelobates fuscus insubricus ha una stagione riproduttiva molto breve, che non supera generalmente le tre settimane. La migrazione verso il sito riproduttivo avviene in primavera, generalmente in Aprile, in corrispondenza delle prime precipitazioni piovose primaverili e dura dai due ai quattro giorni. Maschi e femmine raggiungono il sito riproduttivo più o meno contemporaneamente. I maschi emettono segnali acustici stando sott’acqua. Le femmine emettono richiami di risposta e ‘duettano’ col maschio durante l’amplesso (Andreone e Piazza, 1986). L’amplesso è lombare e può durare anche più di un giorno. Durante l’accoppiamento possono sorgere lotte fra il maschio accoppiato ed altri individui che cercano di sostituirsi ad esso scalzandolo dall’accoppiamento. Le uova sono rilasciate in cordoni e ciascuna ovodeposizione può contenere da 1200 a 3400 uova. La migrazione verso i quartieri estivi avviene spesso in concomitanza di precipitazioni piovose e si esaurisce nell’arco di pochi giorni (normalmente 3).

Sviluppo:  Lo sviluppo embrionale è stato descritto da Andreone et al. (1992). Le larve sgusciano precocemente (dopo 5-6 giorni secondo Boulanger, citato in Lanza, 1983). Lo sviluppo larvale è lento e dura circa 80 giorni, da fine Aprile agli inizi di Luglio. Al momento della metamorfosi le larve raggiungono i 10-11 cm di lunghezza (Pavignano, 1990). I giovani metamorfosati, tuttavia, sono relativamente piccoli, misurando dai 25 ai 35 mm (distanza muso-cloaca).

Alimentazione: le larve sono tipicamente erbivore e si nutrono principalmente di alghe (85% del totale) e fanerogame. Protozoi e Metazoi (soprattutto Rotiferi) costituiscono una frazione più esigua della dieta delle larve (Pavignano, 1990). Gli adulti sono carnivori e possono cibarsi di vari invertebrati anche di ragguardevoli dimensioni, anche se i Coleotteri risultano la fonte di cibo di gran lunga più importante: Ferri e Schiavo (1988) hanno stimato che il 72.6% delle prede del pelobate sia costituito da Coleotteri.

Rapporti con  altre specie: non sono stati evidenziati casi di competizione diretta con altre specie. Le larve sono spesso sintopiche e sincroniche con quelle di Hyla intermedia che presentano una simile dieta. I metamorfosati sono predati da uccelli acquatici e bisce d’acqua (Natrix sp.). L’incidenza di tale pressione predatoria sulle popolazioni di pelobate non è tuttavia nota.

Cause del declino.
Le informazioni attualmente disponibili suggeriscono che il pelobate fosco insubrico sia una specie opportunista, colonizzatrice di ambienti planiziali umidi aperti e con substrati sabbiosi. Un tempo la naturale dinamica fluviale e le stagionali alluvioni rendevano disponibile un numero costante di pozze, in grado di sostituire i vecchi siti riproduttivi, divenuti inadatti a causa dello sviluppo nel tempo di una ricca vegetazione acquatica. La intensa antropizzazione dei corsi d’acqua e la canalizzazione degli alvei ha contribuito a ridurre il numero di siti adatti alla riproduzione e ha costretto la specie a colonizzare ambienti altamente antropizzati quali le risaie e i canali di irrigazione. L’elevata plasticità ecologica del pelobate ne ha consentito la sopravvivenza anche in ambienti caratterizzati da cattiva qualità delle acque (Andreone e Pavignano, 1988). Tuttavia, la distribuzione non omogenea sul territorio di queste aree di riproduzione ha impedito che tra le popolazioni di pelobate si mantenesse un sufficiente tasso di migrazione. Piccole popolazioni isolate sono soggette ad un elevato tasso di estinzione come conseguenza di semplici oscillazioni stocastiche nella loro struttura. Quando il tasso di estinzione non è compensato da un tasso di ricolonizzazione di analoga portata, la specie tenderà progressivamente a scomparire dal territorio. Recenti studi indicano questo fattore come la causa più probabile del declino del pelobate fusco insubrico nella Pianura Padana (Balletto e Giacoma, 1993).

 

Bibliografia

Andreone F., Fortina R., Chiminello A., 1992 - Natural history, ecology and conservation of the Italian Spadefoot Toad (Pelobates fuscus insubricus). Soc. zool. “La Torbiera”, Sci. Repts, 2. Agrate Conturbia (Novara).

Andreone F., Pavignano I., 1988 - Observation on the breeding migration of Pelobates fuscus insubricus Cornalia, 1873 at a ditch in north-western Italy (Amphibia, Anura, Pelobatidae). Boll. Mus. regionale Sci. nat. Torino, 1: 241-250.

Andreone F., Piazza R., 1990 - A bioacoustic study on Pelobates fuscus insubricus (Amphibia, Pelobatidae).  Boll. Zool., 57: 341-349.

Balletto E., 1993 - Conservation of the Italian Spadefoot Toad (Pelobates fuscus insubricus).  In:  Fernandez-Galliano E. (Ed.) - Seminar on recovery plans for species of Amphibians and Reptiles (El Hierro, Canary Islands, Spain 11-14 October 1993).  pp. 30-33.  Council of Europe, Strasbourg.  TPV-S(93) 34.

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Balletto E., Giacoma C., (in stampa) - The Italia Spadefoot Toad, Pelobates fuscus insubricus Cornalia, 1876.  In: K. Corbett (Ed.) - Action Plan for the European Herpetofauna.  IUCN, Cambridge.

Chiminello A., Generani M., 1992 - Hyla arborea L.,  Pelobates fuscus insubricus C., and Rana esculenta Complex:  feeding habits during the breeding period in some rice fiels of the Po plane (Piedmont, North Italy).  Proc. 6th SEH meeting, Budapest, pp. 115-120.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
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Ghezzi D., Groppali R., 1987 - Sulla presenza del Pelobate Fosco lungo il Po Casalasco. Pianura, 1: 107-108.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

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Pelodytes punctatus (Daudin, 1802)

Nome italiano:  Pelodite punteggiato

Categoria IUCN 
Critically Endangered: B1, B3b,d, C2a

Tassonomia
Unico rappresentante in Europa della famiglia Pelodytidae, il pelodite punteggiato è specie monotipica a geonemia europea occidentale. Di aspetto simile a quello dei giovani del genere Rana e Discoglossus se ne differenzia per la pupilla verticalmente ellittica e per la quasi totale assenza di palmatura ai piedi. Le parti dorsali sono grigiastre od oliva-grigiastre con macchiette da oliva scuro a verde brillante.

Distribuzione passata e presente
Diffuso in Europa Occidentale, nella Penisola Iberica, in Francia e in Belgio, in Italia è presente solo nelle regioni nordoccidentali, in Liguria e nel Piemonte meridionale. In queste zone il pelodite è una specie rara con distribuzione molto frammentata. In Piemonte la presenza è segnalata solo in alcune località delle Langhe e del basso bacino del Tanaro, dove lo si può trovare anche a quote relativamente elevate (Serra del Pampanato, 1300 m). In Liguria sono note solo 10 stazioni storiche dove è stata segnalata la presenza del pelodite (Sindaco e Andreone, 1988). In alcune di esse (ad esempio il rio Rialasco in Val Polcevera) la specie risulta definitivamente estinta (Sindaco, 1994). L’unica popolazione di una certa consistenza attualmente nota è quella dell’Altopiano delle Manie, anche in questo caso, tuttavia, sono stati conteggiati non più di una ventina di maschi.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La biologia del pelodite punteggiato nella penisola italiana è poco conosciuta e la scarsa entità numerica delle popolazioni presenti ha impedito ricerche approfondite su questa specie.

Habitat:  Il pelodite predilige le zone di pianura o collinari, anche se sulle Alpi della Provenza è stato rinvenuto a quote superiori a 1500 m  e in Piemonte è stato segnalato in una stazione a 1300 m di altitudine (Morisi, 1983). Nella Penisola Iberica lo si trova sia in aree boscate che in zone libere da vegetazione e utilizza come siti di riproduzione bacini e pozze naturali o artificiali e talvolta anche rigagnoli con acqua corrente. La specie mostra inoltre una certa troglofilia ed esemplari sono stati catturati sino a 80 m dall’entrata delle grotte. In Italia i siti colonizzati dal pelodite sono piccoli stagni in cave abbandonate, fossi con vegetazione emergente, laghetti artificiali, cisterne e vasche in cemento (Sindaco, 1994).

Dimorfismo sessuale: maschio con corpo più corto e arti anteriori più lunghi e robusti, presenza di un sacco vocale interno, durante la stagione riproduttiva presenza di escrescenze cornee bruno-scure nella metà inferiore del ventre, sulle dita più interne delle mani, sul petto in corrispondenza dell’attacco delle zampe anteriori, e sulla faccia ventrale del braccio e dell’avambraccio.

Dimensioni delle popolazioni  Tutte le segnalazioni indicano una presenza sporadica degli animali al sito riproduttivo e suggeriscono quindi l’esistenza di popolazioni numericamente molto esigue. La popolazione forse più numerosa è quella dell’Altipiano delle Manie dove tuttavia il numero massimo di maschi presenti contemporaneamente al sito non è risultato mai superiore alla ventina.

Sex ratio: al sito riproduttivo i maschi sono generalmente più numerosi delle femmine anche se il rapporto sessi non è noto con esattezza.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva inizia verso la fine di febbraio e prosegue fino ad aprile avanzato, presentando brevi picchi di attività che seguono a ruota periodi di precipitazione piovosa. Al sito riproduttivo i maschi emettono canti di richiamo rimanendo immersi sott’acqua. Le femmine gravide, attratte dal canto dei maschi, raggiungono il sito di riproduzione e qui ha inizio l’accoppiamento. L’accoppiamento è lombare e dura generalmente poche ore. Le uova sono emesse in masse nastriformi, ciascuna delle quali può contenere da 40a 100 uova. In totale una femmina è in grado di deporre fino a 1600 uova. Come in Portogallo e nella Francia meridionale anche in Italia è stato talvolta osservato un secondo picco di attività riproduttiva in autunno (Sindaco e Andreone, 1988).

Sviluppo: le uova schiudono dopo pochi giorni dalla deposizione e lo sviluppo larvale dura circa due mesi. I tempi di sviluppo possono essere tuttavia molto più lunghi nel caso di ovature deposte in autunno. Larve allevate in cattività e mantenute in condizioni termiche simili a quelle autunnali hanno impiegato circa sei mesi a metamorfosare. In condizioni di cattività la comparsa dei caratteri sessuali secondari (indice del raggiungimento della maturità sessuale) venne osservata, nei maschi, già al primo anno dopo la metamorfosi (Jesu et al., 1996).

Alimentazione: come nella maggior parte degli Anuri la larva è onnivora, mentre l’adulto è un predatore di piccoli invertebrati, prevalentemente di insetti.

Rapporti con  altre specie: le larve sono predate da numerosi insetti acquatici (larve di Odonati, Coleotteri Ditiscidi, Eterotteri). Gli adulti sono predati soprattutto da uccelli acquatici e rettili (Natricini).

Cause del declino.
A livello europeo il pelodite punteggiato non risulta particolarmente a rischio di estinzione. La situazione è invece più preoccupante in Italia. Il pelodite è scomparso da molte località dove la sua presenza era stata segnalata fino a poche decine di anni fa. Inoltre la scarsa numerosità delle poche popolazioni sopravvissute aumenta il rischio di una loro prossima estinzione. Le ragioni di questa allarmante situazione sono in parte da ricercare nella posizione marginale delle nostre popolazioni nell’ambito dell’areale distributivo della specie e nel conseguente isolamento che rende le popolazioni liguri (e piemontesi) particolarmente sensibili al deterioramento e alla distruzione degli habitat riproduttivi.

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
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Jesu R., Emanueli L., Schimmenti G., Mamone A., Arillo A., Salvidio S., Cresetta P., Doria G., Lamagni L., 1996 - Problematiche di conservazione del pelodite punteggiato (Pelodytes punctatus). Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 Ottobre 1996), pag. 122.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Sindaco R., 1994 - Pelodite punteggiato, Pelodytes punctatus (Daudin, 1802). In: Doria G., Salvidio S. (ed.), Atlante degli Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria, Servizio Beni Ambientali e Naturali, Genova, pag. 151.

Sindaco R., Andreone F., (1988) - Considerazioni sulla distribuzione di Pelodytes punctatus (Daudin, 1802) in territorio italiano (Amphibia, Anura, Peloditidae). Atti Mus. Civ. St. nat. Trieste, 41 (2): 161-167.


Bufo bufo (Linnaeus, 1758)

Nome italiano:  Rospo comune

Categoria IUCN
Lower risk

Tassonomia
Specie a geonemia eurocentrasiatica-maghrebina, comune in quasi tutta l’Europa e nel bacino del Mediterraneo eccezion fatta per alcune delle isole maggiori. La specie è distinta in un certo numero di razze geografiche, anche se la posizione sistematica di esse è in alcuni casi dubbia. In Italia sono di solito riconosciute due sottospecie, B. bufo bufo, dell’Europa non mediterranea, e da noi delle regioni alpine, e B. bufo spinosus, diffuso nell’Italia peninsulare, in Sicilia e nell’Isola d’Elba, caratterizzato dalle più grandi dimensioni degli adulti, soprattutto delle femmine, e dalla presenza di verruche più sviluppate e frequentemente spinose.

Distribuzione passata e presente
In Italia Bufo bufo è presente un po’ ovunque ad eccezione della Sardegna e della Corsica e di alcune isole minori. In Sardegna è però conosciuto allo stato fossile. In Italia è diffuso su un’ampia fascia altitudinale, dal livello del mare sino a quote superiori ai 2000 m. L’analisi preliminare dei dati di censimento su scala nazionale lo indica come uno degli anuri più comune nel nostro territorio (Barbieri et al., 1996)

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Una specie opportunista molto comune in tutta Italia, esclusa la Sardegna.

Habitat: Specie opportunista, frequenta qualsiasi tipo di ambiente, anche se fortemente antropizzato e non è raro trovarlo anche in città. Ad eccezione della breve stagione degli amori, il rospo comune conduce vita esclusivamente terrestre e lo si ritrova spesso anche a grande distanza (2-4 Km) dal più vicino sito di riproduzione. La riproduzione si può compiere in  laghi, pozze, paludi, semplici vasche in cemento, canali con correnti d’acqua non troppo rapide, ma si svolge in genere in acque poco profonde e di ampia superficie.

Dimorfismo sessuale: rispetto alle femmine, i maschi presentano dimensioni corporee più piccole, arti anteriori proporzionalmente più lunghi e muscolosi, palmatura delle zampe posteriori più accentuata, pelle meno verrucosa e, durante la stagione riproduttiva, escrescenze cornee nerastre sulla superficie interna delle prime tre dita degli arti anteriori.

Dimensioni delle popolazioni:  molto variabili, da poche decine di individui a diverse centinaia.  A causa delle sex ratio molto sbilanciate, però, le dimensioni effettive delle popolazioni (EPS) possono anche essere molto minori della numerosità globale (cfr. Balletto, 1995).

Sex ratio: popolazioni riproduttive con rapporto sessi fortemente sbilanciato a favore dei maschi, variabile da 5:1 sino a 20:1 e in un caso addirittura fino a 62:1, con ampia variabilità sia fra le popolazioni, sia fra gli anni (Castellano e Giacoma, 1989; Francillon-Vieillot et al., 1989).

Comportamento riproduttivo: L’inizio della stagione riproduttiva è fortemente influenzato dalle condizioni meteorologiche, dalla latitudine e dalla altitudine della stazione. Tipicamente l’attività riproduttiva inizia nella prima metà di marzo, ma in molte stazioni gli animali sono attivi già a febbraio, in altre non prima di aprile. In concomitanza di precipitazioni piovose maschi e femmine raggiungono, spesso in gran numero, il sito di riproduzione. Talvolta le femmine giungono al sito già accoppiate, ma nella maggior parte dei casi la coppia si forma in acqua. I maschi si spostano attivamente in acqua o sulla terra poco lontano dalla riva cercando le femmine. L’accoppiamento è ascellare e tra la formazione della coppia e la deposizione delle uova possono trascorrere diversi giorni. Durante questo periodo il maschio accoppiato può subire l’attacco di altri maschi che cercano di scalzarlo e di sostituirsi ad esso nell’accoppiamento. Talvolta queste lotte sono molte cruente e quando coinvolgono più maschi possono causare anche la morte per soffocamento della femmina. Le uova sono deposte in lunghi cordoni attaccati alla vegetazione sommersa. Ciascuna ovatura può contenere da 4000 a 6000 uova. Generalmente molte femmine tendono a deporre le ovature in una medesima zona del sito riproduttivo (‘spawning site’). La durata della stagione riproduttiva è tipicamente breve, molto spesso non supera la settimana, anche se sono noti casi di popolazioni con stagione riproduttiva superiore al mese.

Sviluppo: in condizioni normali di temperatura, le uova schiudono dopo circa due settimane e l’embrione, ancora incapace di muoversi, rimane per qualche giorno attaccato al cordone gelatinoso. Lo sviluppo larvale dura dai due ai tre mesi. I rospetti neo-metamorfosati hanno dimensioni di poco superiori al centimetro. La maturità sessuale nei maschi è raggiunta al terzo o quarto anno di età, nelle femmine al quarto o al quinto. Sebbene in cattività i rospi possano vivere per più di 20 anni, in natura superano raramente i 10 anni d’età (Francillon-Vieillot et al., 1989).

Alimentazione: i girini sono onnivori, mentre gli adulti sono voraci predatori di invertebrati (soprattutto insetti) e, in casi eccezionali, di piccoli vertebrati (topolini). Gli adulti durante lo svernamento e la fregola non si alimentano.

Rapporti con  altre specie: sia i girini che gli adulti contengono nei loro tessuti una sostanza tossica (la bufotaina) che li rende particolarmente inappetibili ai potenziali predatori. Per tale ragione il rospo comune risulta essere, tra gli Anuri, la specie che forse meglio tollera la presenza nel sito di riproduzione di specie ittiche. Tra i predatori del rospo comune annoveriamo rettili del genere Natrix, alcuni mammiferi (riccio) e alcuni uccelli acquatici. Talvolta il rospo comune può rimanere vittima di gravissime miasi.

 

Cause del declino.
Tra le specie di Anfibi presenti sul territorio italiano il rospo comune è una delle più diffuse, in virtù del suo carattere opportunista che gli consente di colonizzare anche ambienti soggetti ad un elevato impatto antropico. Ciò nonostante il numero di popolazioni si è ridotto significativamente in questi ultimi decenni in parallelo al generale declino delle altre specie di Anfibi. Tra i fattori maggiormente responsabili del declino troviamo al primo posto la progressiva scomparsa dei siti adatti alla riproduzione ed il deterioramento di quelli rimasti. In entrambi i casi le cause sono soprattutto da ricercare nelle pratiche agricole intensive che hanno trasformato in deserti inospitali intere regioni (Beebee, 1996). La costruzione di nuove vie di comunicazione e l’elevato traffico automobilistico sono responsabili della progressiva scomparsa di intere popolazioni (Corbett, 1989). Infatti, la spiccata filopatria e gli spostamenti migratori pre-riproduttivi provocano una elevata moria di animali quando questi sono costretti ad attraversare strade molto trafficate.

Bibliografia

Balletto E., 1995 - Zoologia evolutiva. Zanichelli, Bologna.

Barbieri F., Sindaco R., Doria G., 1996 - Atlante provvisorio degli Anfibi e Rettili italiani. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino, 2-6 Ottobre 1996), pag. 94.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London

Castellano S., Giacoma C., 1990 - Selezione sessuale in maschi di Bufo bufo. Atti VI Conv. naz. Ass. “A. Ghigi”,  pp. 161-164. Mus. reg. Sci. nat, Torino.

Giacoma C., Giuliano V., 1996 - Il progetto di salvaguardia anfibi della Provincia di Torino. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino, 2-6 Ottobre 1996), pag. 133.

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Gambino E., Laiolo P., Gallo L. M., Giacoma C., 1993 - Distribuzione degli Anfibi in provincia di Asti.  Ricerche, Biol. Selvagg., Suppl. 21: 693-706.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.


Bufo viridis Laurenti, 1768

Nome italiano:  Rospo smeraldino

Categoria IUCN:
Lower risk

Tassonomia
Specie politipica con areale di distribuzione eurocentroasiatico-mediterranea. Nella penisola italiana è presente la sottospecie nominale, B. viridis viridis, presente anche nell’Europa centro-orientale. Il rospo smeraldino è presente anche su buona parte delle isole tirreniche e adriatiche. In Sardegna e in Corsica Hemmer et al. (1981) identificano la sottospecie B. viridis balearicus. Sebbene esistano evidenti differenze morfologiche e morfometriche tra i rospi di Sardegna e Corsica e quelli della penisola italiana un più accurato studio genetico è indispensabile per chiarire l’effettivo status tassonomico delle popolazioni insulari.

Distribuzione passata e presente
La penisola italiana rappresenta l’estremo sud-occidentale dell’areale europeo di Bufo viridis. In queste regioni, soprattutto nelle zone di bassa quota, la specie è generalmente comune, spesso simpatrica con il congenerico B. bufo. Diviene invece più rara in Piemonte e soprattutto in Liguria dove sono conosciute poche e isolate popolazioni riproduttive. La specie è presente nelle isole maggiori e in alcune isole minori, quali l’Elba, Lipari, Lampedusa e quelle dell’Arcipelago della Maddalena (Lanza, 1983).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Il rospo smeraldino presenta una biologia per molti aspetti simile a quella del rospo comune (B. bufo). Da esso si differenzia tuttavia per alcuni caratteri ecologici e popolazionali.

Habitat:  rispetto al rospo comune, B. viridis è più termofilo. In Italia, solo di rado si spinge a quote superiori ai 1000 m  (Sardegna, Italia meridionale), prediligendo invece le regioni costiere e le zone sabbiose. Durante la stagione riproduttiva lo si trova spesso nelle zone di confluenza al mare di piccoli rigagnoli e torrenti, anche in acque con elevato grado di salinità. Il rospo smeraldino è infatti una specie eurialina e le larve sono in grado di vivere in acque con un alto tenore di NaCl (fino a 20 g/l). E’ una specie opportunista e colonizzatrice di stagni retrodunali, di ghiareti, o comunque di pozze di recente formazione, spesso transitorie, con vegetazione acquatica scarsa o assente e ampia visibilità del cielo. Per tale ragione lo si può trovare frequentemente in pozze formatesi a seguito di scavi effettuati dall’uomo (cantieri edili, cave di estrazione).  Le uova sono deposte nei punti poco profondi della pozza (max 60 cm).

Dimorfismo sessuale: distanza muso-cloaca nei maschi adulti variabile tra 55 e 75 mm, nelle femmine tra 60 e 85 mm. Macchiettatura dorsale meno contrastata e con macchie più piccole e numerose nei maschi rispetto alle femmine. Presenza nei maschi di un sacco vocale esterno subgolare, di ipertrofia muscolare degli arti anteriori e di cuscinetti copulatori sulle prime tre dita delle zampe anteriori.

Dimensioni delle popolazioni.  Le popolazioni riproduttive sono costituite tipicamente da alcune centinaia di individui.

Sex ratio: le popolazioni riproduttive presentano un rapporto sessi tipicamente sbilanciato a favore dei maschi, anche se l’entità di tale sbilanciamento risulta differire nelle popolazioni studiate e da un anno all’altro, da un minimo di 1.2 (Moldavia, 1989) ad un massimo di 14.5 (Paola: Cosenza, 1988) maschi per femmina riproduttiva (Zugolaro et al., 1993). 

Comportamento riproduttivo: in Italia l’inizio della stagione riproduttiva varia molto da una popolazione all’altra, spesso in modo imprevedibile su base geografica, da Febbraio, ad esempio in Sardegna, a Marzo-Aprile, in Calabria e nelle regioni più settentrionali (Zugolaro et al., 1993). La durata della stagione riproduttiva può variare anch’essa da un minimo di due o tre settimane ad un massimo di due o tre mesi (Laoretti et al. 1996). Nei casi di prolungata stagione riproduttiva si osservano spesso diversi picchi di attività, solo in parte associati a mutamenti climatici. I maschi, raggiunto il sito di riproduzione, iniziano una intensa attività canora. Le femmine in genere raggiungono il sito qualche giorno dopo l’arrivo dei maschi e in serate piovose. Nella condizione tipica le femmine iniziano l’accoppiamento selezionando il maschio sulla base delle caratteristiche del canto nuziale. In condizioni di alta densità maschile, tuttavia, la femmina a volte può venire intercettata da un altro maschio prima che di poter effettuare la propria scelta. Se la femmina accetta il partner normalmente si immerge sul fondo della pozza e  la coppia non sarà più disturbata; altrimenti tende a rimanere in superficie, il che può scatenare la competizione fra i maschi.  L’accoppiamento è ascellare e la sua durata varia da poche ore a più giorni. La femmina depone tutte le uova (da 5000 a 13.000) in un lungo doppio cordone che viene teso attorno alla vegetazione  sommersa, in acque basse. La femmina, terminata la deposizione, abbandona l’ambiente acquatico. I maschi, al contrario, vi permangono sino al termine della stagione.

Sviluppo: di regola le larve sgusciano dopo circa una settimana dalla deposizione e metamorfosano dopo un mese e mezzo o due mesi. Il neometamorfosato ha dimensioni comprese tra i 10 ed i 17 mm (distanza muso-cloaca) e va incontro ad un rapido accrescimento che lo porta a raddoppiare le proprie dimensioni prima del periodo di quiescenza invernale. La maturità sessuale si ha al terzo o al quarto anno di età, la maggior parte delle femmine raggiunge la maturità sessuale un anno più tardi dei maschi. In natura sono stati trovati animali fino a 12 anni di età.

Alimentazione: le larve sono tipicamente detritivore e onnivore. Gli adulti di rospo smeraldino, come quelli del rospo comune, sono noti per la loro voracità. Tipicamente insettivori, si cibano di ogni tipo di invertebrato, anche di grosse dimensioni (es. grossi lombrichi).

Rapporti con  altre specie: grazie alla secrezione tossica emessa attraverso la cute i rospi in generale, e lo smeraldino in particolare, non risentono di una intensa pressione predatoria. Molti mammiferi, qualche uccello e qualche rettile (genere Natrix) possono occasionalmente predare il rospo smeraldino. In molte regioni dell’Italia il rospo smeraldino vive in simpatria con il rospo comune. Sebbene non sia raro il caso in cui le due specie sfruttino lo stesso sito riproduttivo, non si ha quasi mai sovrapposizione temporale. Infatti,  la stagione riproduttiva del rospo comune ha un inizio più precoce e una durata più breve di quella del rospo smeraldino.

Cause del declino.
In molti territori dell’Europa centrale il rospo smeraldino è andato incontro ad un progressivo e preoccupante declino, ed in alcune regioni (Svizzera) la specie è virtualmente estinta (Corbett, 1989). Da noi la situazione appare meno allarmante anche se non da sottovalutare. Il rospo smeraldino nelle nostre regioni è risultato una specie opportunista in grado di tollerare bene la presenza dell’uomo e non è raro trovarlo in centri abitati. In Italia risulta in serio pericolo di estinzione solo in Liguria, limite occidentale dell’areale della specie, dove sono note solo poche popolazioni, alcune delle quali numericamente esigue (Laoretti et al., 1996). Tra le cause generali del declino vi sono la distruzione e l’alterazione degli habitat, la frammentazione delle popolazioni per l’insorgenza di barriere fisiche quali strade e autostrade, l’uso di pesticidi nelle pratiche agricole con il conseguente inquinamento chimico delle zone umide utilizzate come siti di riproduzione.

 

Bibliografia

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London

Ferri V., 1992 - Primo consuntivo del censimento regionale dell’erpetofauna, coordinato dal Centro Studi Erpetologici «Emys» della S.I.S.N. Parte I.  Anfibi.  7 pp. (m/s).  Regione Lombardia, Settore Ecologia.

Hemmer H., Kadel B., Kadel K., 1981 - The Balearic toad (Bufo viridis balearicus, Boettger, 1881); human bronze age culture and Mediterranean biogeography. Amphibia-Reptilia, 2: 217-230.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Laoretti F., Castellano S., Giacoma C., 1996 - Struttura e dinamica stagionale di alcune popolazioni di rospo smeraldino (Bufo viridis) della Liguria. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica, pag 16-17.

Rosso A., Doglio S., Bovero S., Castellano S., Giacoma C., 1996 - Struttura e dinamica stagionale di una meta-popolazione di rospo smeraldino (Bufo viridis) in Piemonte. Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica, pag 16.

Zugolaro C., Giacoma C., Kozar T., 1993 - The population structure of Bufo viridis.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 713-720.


Hyla arborea (Linnaeus, 1758)

Nome italiano: Raganella comune

Categoria IUCN:
VU A1c

Tassonomia
Specie politipica distinta originariamente in sei sottospecie. Sul territorio italiano si riteneva fossero presenti due sottospecie: quella nominale, sulla penisola, e H. a. sarda, in Sardegna ed in alcune isole dell’arcipelago Toscano e della Corsica. Oggi si tende a considerare queste due sottospecie come due piene specie: H. sarda e H. intermedia. In particolare, le popolazioni della penisola italiana sono state distinte su base morfologica e genetica dalle popolazioni centro-europee di H. arborea. Secondo queste recenti ricerche (Nascetti et al., 1995) sul territorio italiano, H. arborea sarebbe presente solo nel Friuli orientale sul confine con la Slovenia.

Distribuzione passata e presente
H. arborea ha un’ampia distribuzione sul continente euroasiatico. E’ presente nella penisola Iberica, in Portogallo e nella Spagna centro-settentrionale; è presente in Francia, con l’esclusione delle regioni più meridionali, dove è sostituita da H. meridionalis; è presente in Europa centrale e orientale e si spinge ad Est sino agli Urali. A Nord raggiunge Århus, (nello Jutland: Danimarca) e la penisola di Scania (Svezia) e il limite settentrionale del suo areale coincide approssimativamente con la isoterma dei 16°C in Luglio. H. arborea è ampiamente diffusa su tutta la penisola Balcanica, in Turchia, sulle coste del Mar Nero e raggiunge la costa occidentale del Mar Caspio. In Italia la presenza di H. arborea è stata accertata in Friuli, a Tarvisio (Udine) e a Sgonico (Trieste). Il Friuli orientale rappresenta il punto di contatto tra gli areali di H. arborea e H. intermedia, un monitoraggio delle popolazioni di raganella di questa regione potrà fornire informazioni più dettagliate sull'effettiva presenza di H. arborea sul nostro territorio.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La raganella è uno degli anuri europei più studiati dal punto di vista ecologico ed etologico. Nel 1992 venne organizzato in Germania un workshop internazionale dedicato all’ecologia e alla conservazione di H. arborea. Buona parte delle informazioni qui riportate sono il risultato delle ricerche presentate in quella occasione (Stumpel & Tester, 1993).

Habitat: la raganella abita le regioni di bassa quota, in Europa centrale raramente si spinge sopra 500 m, mentre nella penisola Iberica e in quella Balcanica (Bulgaria) la specie è stata segnalata anche a quote superiori a 1500 m. Predilige aree aperte con scarsa presenza umana, o comunque a limitato impatto antropico. Si riproduce in bacini di piccole o medie dimensioni, poco profondi, circondati da una ricca vegetazione rivierasca,  caratterizzati da una buona qualità delle acque e da una elevata diversità di specie vegetali.
Dimorfismo sessuale: le femmine raggiungono in media dimensioni maggiori di quelle dei maschi. I maschi hanno un sacco vocale subgolare e, durante la stagione riproduttiva, presentano granuli cornei incolori sulle dita più interne delle zampe anteriori.

Dimensioni delle popolazioni: in Europa centrale il numero di raganelle presente ai siti di riproduzione è generalmente limitato (qualche decina di animali). La raganella mostra tuttavia una struttura spaziale piuttosto complessa; in anni diversi gli stessi animali possono utilizzare siti diversi di riproduzione, per cui il numero effettivo di individui di ciascuna popolazione può essere assai superiore a quello che si osserva in un determinato anno in un unico sito riproduttivo.

Sex ratio: maschi in numero superiore a quello delle femmine, variabile da 2.4 maschi per femmina (Kozar 1984) a 3.3 maschi per femmina (De Orense & Tejedo 1990)

Comportamento riproduttivo: l’inizio della stagione riproduttiva varia a seconda della latitudine e delle condizioni climatiche. Nelle regioni più meridionali l’attività riproduttiva ha inizio già in marzo, in quelle più settentrionali verso la fine di aprile. Il picco di attività si ha comunque tra la seconda metà di aprile e la prima metà di maggio. I maschi organizzano cori. I loro canti possono essere uditi a diversi chilometri di distanza. Le femmine raggiungono il sito e selezionano (sulla base dei criteri acustici del canto) il proprio partner riproduttivo. La coppia si allontana dal coro e dopo qualche ora inizia a deporre le uova. La femmina depone da un minimo di due ad un massimo di 53 piccole ovature. Le ovature hanno le dimensioni di piccole noci, possono contenere da 2 a 125 uova, e vengono ancorate alla vegetazione acquatica del fondo.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa due settimane dalla loro deposizione. A temperature dell’acqua di 25 °C la metamorfosi ha inizio 45-50 giorni dalla deposizione. A temperature inferiori la durata dello sviluppo larvale si protrae per almeno tre mesi, in casi del tutto eccezionali si è osservato lo svernamento in acqua dei girini. I neometamorfosati hanno dimensioni medie di 1.5 cm. La maturità sessuale è raggiunta al secondo o al terzo anno di età. Le femmine tendono generalmente a maturare un anno più tardi dei maschi. In cattività la raganella può raggiungere i 22 anni, ma in natura l’età  media è di 3 o 4 anni.

Alimentazione: le larve sono onnivore, per lo più detritivore. Gli adulti sono predatori (artropodi, in particolare insetti).

Rapporti con  altre specie: durante la stagione riproduttiva le raganelle possono essere predate da numerose specie di vertebrati: mammiferi, uccelli acquatici e rettili (soprattutto Natrix).

 

Cause del declino.
H. arborea è considerata una specie minacciata in buona parte del suo areale di distribuzione. Le cause principali del suo declino sono: l’inquinamento chimico delle acque, la scomparsa dei siti riproduttivi, la frammentazione e conseguente isolamento degli habitat, la numerosità molto piccola di molte popolazioni europee (Balletto e Giacoma, 1993a,b). In Italia H. arborea sembra avere una distribuzione solo marginale e al momento non sono noti né il numero delle popolazioni effettivamente presenti, né la loro consistenza numerica.

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993a - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Balletto E., Giacoma C., 1993b - Stochastic extinction probability for European populations of Hyla arborea: an approach by VORTEX.  In: A. H. P. Stumpel & U. Tester (Eds), Ecology and conservation of the Europea Tree Frog. pp. 81-90. DLO Inst. For Forestry and Nature Res., Wageningen.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.

De Orense F.M., Tejedo M.M., 1990 - size-based mating pattern in the treefrog  Hyla arborea. Herpetologica,  46: 176-182.

Fog K., 1988 - The causes of decline of Hyla arborea on Bornholm. Memoranda Soc. Fauna Flora Fennica, 64: 136-138.

Kozar, T., 1984 - The reproductive biology of Hyla arborea, Bufo bufo and Bufo viridis. Ph.D. Thesis, Moldova.

Giacoma C., Balletto E., 1993 - Una valutazione delle probabilità di estinzione delle popolazioni europee di Hyla arborea. Quad. Civ. Staz. Idrobiol., 20: 21-28.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Nascetti G., Lanza B., Bullini L., 1995 - Genetic data support the specific status of the Italian treefrog (Amphibia: Anura: Hylidae). Amphibia-Reptilia, 16: 215-227.

Stumpel A.H.P., Tester U., 1993 - Ecology and conservation of the European tree frog. Proceedings of the 1st International Workshop on Hyla arborea. DLO-Institute for Forestry and Nature Research, Wageningen.

 


Hyla intermedia Boulanger, 1882

Nome italiano:  Raganella italiana

Categoria IUCN
Vulnerable A1c

Tassonomia
Le popolazioni di raganella del territorio italiano erano fino a poco tempo fa ascritte alla specie politipica Hyla arborea. Recenti ricerche hanno tuttavia evidenziato l’elevato grado di differenziazione genetica delle popolazioni italiane rispetto a quelle centro-europee e hanno quindi proposto di dare alle popolazioni di raganella italiana il rango di piena specie (Nascetti, Lanza, Bullini, 1995). Queste ricerche hanno inoltre rilevato un’area di contatto tra gli areali di H. arborea e della raganella italiana (H. intermedia). Questa zona è situata nel Friuli orientale in prossimità del confine con la  Slovenia. In questa regione, in particolare a Tarvisio e Sgonico, sono state catturate raganelle appartenenti alla specie H. arborea.

Distribuzione passata e presente
Specie endemica della penisola italiana, predilige le regioni pianeggianti e collinari, anche se la sua presenza è stata segnalata sull’arco Alpino a quote superiori ai 2000 m (Lanza, 1983). Essa è diffusa in tutta la penisola italiana ad eccezione della Liguria dove sono note pochissime popolazioni: una al confine con il Piemonte (Millesimo), le altre in provincia di La Spezia (a Est del fiume Vara). Come per H. arborea, la raganella italiana ha subito negli ultimi anni un significativo declino sia in termini di numero di popolazioni che di consistenza numerica di ciascuna popolazione.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Molti aspetti della biologia della raganella italiana sono simili a quelli delle altre due specie congeneriche presenti in Italia: H. meridionalis e H. sarda.

Habitat:  anche la raganella italiana è una specie arboricola. Grazie al potere adesivo dei dischi sottodigitali essa si arrampica sulle fronde degli alberi ove trascorre buona parte del giorno. Di sera, si sposta nelle pozze e negli stagni dove avviene la riproduzione. Gli ambienti acquatici preferiti dalla raganella italiana sono pozze, stagni o piccoli bacini circondati da una ricca vegetazione arbustiva e di alto fusto, tifeto o fragmiteto (Pavignano et al., 1989). La raganella è capace di sopravvivere in condizioni di intensa aridità e ciò le consente, terminata la stagione riproduttiva, di spingersi anche a diversi chilometri di distanza dal sito riproduttivo.

Dimorfismo sessuale: le femmine sono mediamente più grosse dei maschi. Questi ultimi sono dotati di un sacco vocale subgolare e, durante la stagione riproduttiva, di granuli cornei incolori sulle dita più interne degli arti anteriori.

Dimensioni delle popolazioni. le popolazioni riproduttive sono costituite da un numero variabile di individui adulti: da poche decine a molte centinaia.

Sex ratio: il rapporto sessi nelle popolazioni riproduttive varia da un minimo di 3 ad un massimo di 6 maschi per femmina.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva può iniziare già a metà marzo nelle zone con clima più temperato, ma presenta il picco di attività nei mesi di aprile e soprattutto maggio. La migrazione verso il sito riproduttivo si compie durante le notti piovose, con temperature dell’aria di 6°-8°C. I maschi all’imbrunire scendono dai ripari diurni nella vegetazione e raggiungono il sito riproduttivo. Qui, organizzati in cori, iniziano una intensa attività canora. La femmina raggiunge il sito  attirata dal richiamo maschile e inizia l’accoppiamento selezionando il proprio partner sulla base delle caratteristiche acustiche del canto. In condizioni di elevata densità maschile alcuni individui possono adottare tattiche riproduttive alternative. In questi casi alcuni maschi possono rimanere silenti e cercano di intercettare le femmine durante i loro spostamenti in acqua. L’accoppiamento è ascellare e dura poche ore, le uova (circa 1000) sono deposte in masserelle grandi quanto noci che vengono attaccate alla vegetazione sommersa, a una profondità di 5-10 cm. La stagione riproduttiva è tipicamente lunga.  A Ivrea, Pavignano (1990) ha osservato stagioni riproduttive di 36 e 31 giorni rispettivamente nel 1988 e 1989, con temperature dell’acqua di 10°-22°C.  In entrambi gli anni vi furono 2 picchi di ovideposizione, uno a metà Aprile e uno a metà Maggio, in concomitanza delle piogge.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa due settimane dalla loro deposizione. Lo sviluppo larvale si protrae per quasi 70 giorni. Nelle regioni più fredde ed in annate con clima particolarmente rigido si è osservato svernamento delle larve in acqua e completamento della metamorfosi nella primavera successiva. I neometamorfosati hanno dimensioni medie di 1.5 cm. La maturità sessuale è raggiunta al secondo o al terzo anno di età. Le femmine tendono generalmente a maturare un anno più tardi dei maschi.

Alimentazione: le larve sono onnivore, per lo più detritivore. Gli adulti sono predatori prevalentemente insettivori, capaci di catturare prede in volo.

Rapporti con  altre specie: durante la stagione riproduttiva le raganelle possono essere predate da numerose specie di vertebrati: mammiferi, uccelli acquatici e rettili (soprattutto Natrix). H. intermedia, inoltre, è spesso  sintopica e sincronica con altre specie di anfibi Anuri, in particolare Bufo viridis e Rana esculenta. Questa ultima specie può talvolta esercitare una significativa pressione predatoria sulle popolazioni di raganella.

Cause del declino.
Le raganelle europee sono andate incontro negli ultimi decenni ad un drastico calo nel numero di popolazioni, soprattutto nei territori dell’Europa centrale e settentrionale (Hyla arborea), dove da alcuni anni sono stati avviati progetti di salvaguardia e di ripopolamento (Fog, 1988; Stumpel e Tester, 1993; Beebee, 1996). La situazione della specie italiana (Hyla intermedia) appare meno preoccupante rispetto a quella centroeuropea anche se un netto declino è stato osservato anche nelle nostre popolazioni (Balletto e Giacoma, 1993). La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che una fra le cause principali del declino sia da ricercare nella distruzione degli habitat dovuta allo diffusione delle tecniche di agricoltura intensiva, all’impiego sempre in aumento di pesticidi e diserbanti, nonché all’eutrofizzazione delle acque dei siti di riproduzione, in seguito all’eccessivo utilizzo di concimi chimici nelle pratiche agricole. A questi fattori di disturbo si aggiunge talvolta l’eccessiva pressione predatoria esercitata sui girini da specie ittiche, generalmente Salmonidi, introdotte dall’uomo per scopi ricreativi.

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993a - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Balletto E., Giacoma C., 1993b - Stochastic extinction probability for European populations of Hyla arborea: an approach by VORTEX.  In: A. H. P. Stumpel & U. Tester (Eds), Ecology and conservation of the Europea Tree Frog. pp. 81-90. DLO Inst. For Forestry and Nature Res., Wageningen.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.

Fog K., 1988 - The causes of decline of Hyla arborea on Bornholm. Memoranda Soc. Fauna Flora Fennica, 64: 136-138.

Giacoma C., Balletto E., 1993 - Una valutazione delle probabilità di estinzione delle popolazioni europee di Hyla arborea. Quad. Civ. Staz. Idrobiol., 20: 21-28.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Pavignano I., 1990 - Studies on the biology of the tree-frog Hyla arborea during the breeding season in North-Western Italy.  Alytes, 8(1): 17-21.

Pavignano I., Mattioli M., Pignone A., Giacoma C., 1989 - Censimento di anfibi in un’area ella cintura torinese.  Riv. piem. Sci. nat., 10: 183-194.

Stumpel A.H.P., Tester U., 1993 - Ecology and conservation of the European tree frog. Proceedings of the 1st International Workshop on Hyla arborea. DLO-Institute for Forestry and Nature Research, Wageningen.


Hyla meridionalis Boettger, 1874

Nome italiano:  Raganella mediterranea

Categoria IUCN:
Vulnerable A1c,d, B2d

Tassonomia
Specie monotipica del bacino occidentale del Mediterraneo a lungo considerata una sottospecie di Hyla arborea e solo successivamente innalzata a rango  di specie (Paillette, 1967). Si distingue da H. arborea e da H. intermedia per l’assenza della stria scura dei fianchi, per le dimensioni leggermente maggiori, per il sacco vocale maschile più grande che a riposo presenta una tipica pieghettatura in senso longitudinale e per le diverse proprietà acustiche del  canto di richiamo maschile.

Distribuzione passata e presente
Specie a geonemia mediterranea occidentale, in Italia è presente solo in Liguria dove è vicariante della raganella italiana. Dati bibliografici e reperti museali indicavano la provincia di Genova come limite orientale del suo areale. Recentemente sono state rinvenute quattro nuove stazioni in provincia di La Spezia (Levanto, Monterosso, Vernazza e Manarola) (Emanueli, 1993). La specie risulta comunque più comune e abbondante nelle zone occidentali della Liguria (Provincia di Imperia), dove si spinge anche all’interno sui versanti meridionali delle Alpi Liguri sino a quote prossime ai 600 m. Nelle provincie di Savona e di Genova la specie, ancora frequente, appare più legata all’ambiente costiero mediterraneo. A Est di Rapallo la raganella diviene sempre più rara ed esclusiva degli ambienti costieri.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Molte caratteristiche della biologia della raganella mediterranea sono simili a quelle di Hyla intermedia e di H. sarda, alle cui schede si rimanda.

Habitat: la raganella mediterranea è una specie arboricola e nel periodo non riproduttivo trascorre buona parte del tempo sulla vegetazione di medio o alto fusto, fonte di riparo durante il giorno e territorio di caccia nelle ore notturne. Come la raganella italiana H. meridionalis è in grado di tollerare condizioni di elevata aridità. I siti di riproduzione sono rappresentati da pozze, rigagnoli, cisterne abbandonate, preferibilmente con un ricco sviluppo di vegetazione emergente (Phragmythes, Typha). Le larve possono tollerare acque leggermente salmastre, ma muoiono in condizioni di  concentrazione di NaCl  superiori al 4%.

Dimorfismo sessuale: maschi più piccoli delle femmine, dotati di sacco vocale subgolare e, durante la stagione riproduttiva di callosità cornee incolori sulle dita delle zampe anteriori.

Dimensioni delle popolazioni: popolazioni riproduttive costituite da un numero variabile da poche decine a qualche centinaio di individui adulti.

Sex ratio: nei siti di riproduzione la sex ratio è sbilanciata a favore dei maschi. Ciò dipende dal fatto che i maschi spendono un maggior numero di notti al sito rispetto alle femmine. Considerando la popolazione nel suo complesso la sex ratio non si discosta significativamente dal valore unitario.

Comportamento riproduttivo: nelle nostre regioni il periodo di attività ha inizio a marzo e può protrarsi per buona parte dell’estate, eccezionalmente sino a settembre. In primavera i maschi raggiungono i siti di riproduzione e formano cori. I canti di richiamo possono essere uditi da distanze superiori al chilometro tant’è elevata l’intensità a cui sono emessi. La femmina, raggiunto il sito riproduttivo, si avvicina ad un particolare maschio del coro propiziando direttamente l’accoppiamento. L’accoppiamento è di tipo ascellare e dura generalmente poche ore. Come nelle altre raganelle europee, le uova sono deposte in masserelle di pochi centimetri di diametro, che vengono attaccate alla vegetazione sommersa. Ciascuna femmina può deporre fino a 1000 - 1200 uova.

Sviluppo:   le uova schiudono dopo un paio di settimane. La durata del ciclo larvale varia da due a tre mesi. Subito dopo la metamorfosi i ranocchietti hanno dimensioni di poco superiori al centimetro e mezzo. Una volta abbandonata l’acqua, i neo-metamorfosati rimangono per un certo periodo nei pressi della pozza tra l’erba bassa. Sebbene non ci siano noti lavori sulla struttura d’età delle popolazioni di raganella mediterranea, è probabile che la maturità sessuale sia raggiunta al terzo o quarto anno di età come in Hyla intermedia.

Alimentazione: sia le larve che gli adulti hanno una nicchia trofica simile a quella di H. intermedia. Le larve sono detritivore e onnivore. Gli adulti sono predatori di invertebrati di piccola e media taglia, in particolare di insetti.  Cott (1934) ha osservato che nella popolazione di Gran Canaria il 58.2 % delle prede ingerite era rappresentato da formiche, seguito da un 16.5% di coleotteri, un 5.8% di ragni e un 6.1% di ditteri, su di un totale di 195 raganelle studiate.

Rapporti con  altre specie: In Italia Hyla meridionalis è vicariante di H. intermedia e non sono noti casi di sintopia. Ciò potrebbe indicare un’esclusione competitiva dovuta alla sovrapposizione della nicchia riproduttiva. Se così fosse, l’ostacolo maggiore ad una estensione dell’areale della raganella mediterranea verso Est potrebbe essere rappresentato dalla presenza della raganella italiana. Per i predatori vale quanto detto per H. intermedia e H. sarda.

Cause del declino.
La raganella mediterranea è una specie che ha una distribuzione marginale in Italia, è presente solo in Liguria, regione che costituisce il confine orientale dell’areale distributivo della specie. La progressiva bonifica delle zone umide, la cementificazione e canalizzazione dei corsi d’acqua, soprattutto nei tratti di sbocco a mare, ha ridotto la disponibilità di ambienti adatti alla riproduzione, riducendo sia il numero che la numerosità delle popolazioni. Forse per necessità, la raganella mediterranea si è adattata a vivere anche a stretto contatto con l’uomo, colonizzando cisterne, vasche di cemento e altri piccoli invasi d’acqua artificiali all’interno di centri abitati. Queste aree di riproduzione, pur non presentando condizioni ottimali, con livelli di inquinamento talvolta elevati, consentono la sopravvivenza delle popolazioni, favorendo una presenza più o meno continua della specie nel territorio, anche se a densità limitate.

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
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Cott H. B., 1934 - On the ecology of Hyla arborea var. meridionalis in Gran Canaria, with special reference to predatory habits considered in relation to the predatory adaptation of insects.  Proc. Zool. Soc., 1934 (2): 311-331.

Emanueli L., 1994 - Raganella mediterranea. In: Doria G., Salvidio S. (ed.), Atlante degli Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei beni naturali 2. Genova.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

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Hyla sarda (De Betta, 1853)

Nome italiano:  Raganella sarda

Categoria IUCN:
Endangered: A1, B1

Tassonomia
Specie monotipica, un tempo riconosciuta come razza geografica di Hyla intermedia, solo recentemente elevata a status di specie. Si distingue da H. intermedia per la stria scura dei fianchi meno sviluppata (priva della appendice diretta in avanti e in alto), per la tendenza allo sviluppo di una macchiettatura dorsale scura e per le dimensioni corporee leggermente più piccole. Il canto è simile a quello di H. intermedia.

Distribuzione passata e presente
Tipica entità tirrenica, risulta presente nelle isole dell’Arcipelago Toscano (Elba, Capraia), in Corsica (Isola Cavallo compresa), in Sardegna (ivi comprese le isole di Maddalena, Caprera, S. Pietro, Spargi, S. Stefano, Giardinelli e S. Maria). Risulta più comune in pianura ed in collina, anche se nelle due isole maggiori può raggiungere quote superiori ai 1000 m 

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Analogamente a quanto si osserva nelle altre due specie congeneriche della erpetofauna italiana (H. intermedia e  H. meridionalis), la raganella sarda è una specie tipicamente arrampicatrice e predilige spostarsi tra le fronde degli alberi e degli arbusti. In grado di resistere a condizioni di prolungata aridità, la raganella sarda sembra tuttavia più legata all’ambiente acquatico di quanto non lo siano le altre due specie. Rispetto ad esse, inoltre, è più eurialina.

Habitat: Durante il periodo riproduttivo la raganella sarda colonizza pozze o piccoli invasi d’acqua, preferendo bacini con abbondante vegetazione riparia e emergente (erbe, canne e tife). Talvolta la si può rinvenire in prossimità di cascine o casolari all’interno di cisterne colme di acqua, dimostrando di ben tollerare la vicinanza dell’uomo. Nel periodo post-riproduttivo la raganella sarda non si allontana mai troppo da pozze e corsi d’acqua dimostrando uno spiccato attaccamento a questo tipo di ambienti.

Dimorfismo sessuale: femmine mediamente più grosse dei maschi. Maschi dotati di un sacco vocale. Durante la stagione riproduttiva, i maschi sono distinguibili dalle femmine per via dei granuli cornei trasparenti che coprono la base del loro dito interno della mano.

Dimensioni delle popolazioni. popolazioni riproduttive costituite da parecchie decine di individui adulti, in alcuni casi (siti di riproduzione molto estesi, con molte pozze attigue) da alcune centinaia.

Sex ratio: il rapporto sessi delle popolazioni riproduttive, quando misurato nell’arco di una intera stagione riproduttiva, non si discosta in modo significativo dal valore unitario. Tuttavia, poiché i maschi spendono periodi più lunghi delle femmine al sito di riproduzione, il rapporto sessi valutato a livello di singola notte è sempre fortemente sbilanciato a favore dei maschi.

Comportamento riproduttivo: simile a quello che si osserva nelle altre due specie congeneriche. La stagione riproduttiva è lunga: essa ha inizio nel tardo inverno e prosegue per tutta la primavera, talvolta si possono sentire maschi in canto in estate avanzata. I maschi al sito riproduttivo si organizzano in cori. Le femmine gravide guidate dal canto dei maschi raggiungono il sito riproduttivo e iniziano l’accoppiamento selezionando un maschio, sulla base soprattutto delle proprietà acustiche del suo canto. L’accoppiamento è ascellare e dura solitamente poche ore. In condizioni di temperatura eccezionalmente bassa, la coppia può rimanere in amplesso anche qualche giorno. La femmina depone sino a 1000 uova in piccole masserelle grandi quanto noci che vengono attaccate alla vegetazione sommersa.

Sviluppo:  in condizioni normali di temperatura, le uova schiudono dopo circa due settimane dalla loro deposizione. La durata del ciclo larvale può variare dai due ai tre mesi. Subito dopo la metamorfosi le raganelle sono lunghe 13-15 mm. La maturità sessuale viene raggiunta probabilmente già al terzo o al quarto anno di vita.

Alimentazione: durante lo sviluppo larvale la dieta è esclusivamente detritivora e diviene insettivora negli individui metamorfosati.

Rapporti con  altre specie: i siti di riproduzione della raganella sarda possono essere talvolta condivisi con altre specie di Anuri, in particolare con il rospo smeraldino (Bufo viridis). In questo caso, i maschi delle due specie entrano in competizione per la conquista dello spazio sonoro e la raganella, avendo un richiamo più intenso, ha solitamente la meglio. Non sono invece noti gli effetti della presenza di altri Anuri sullo sviluppo larvale della raganella sarda. La raganella è predata da alcune specie di uccelli e di rettili, in particolare Natrix maura.

Cause del declino.
Rispetto alle raganelle continentali, quella sarda, manifesta un maggior attaccamento all’ambiente acquatico e di conseguenza risulta più colpita dalla progressiva degradazione e distruzione di questi habitat. Ciò nonostante, in Sardegna l’agricoltura non è generalmente praticata con metodi intensivi come in altre regioni italiane e ciò ha consentito il mantenimento di un certo numero di siti adatti alla riproduzione. Più preoccupante è invece la trasformazione in pascolo di estese aree boscate con ricco sottobosco o la loro scomparsa dovuta agli incendi che si verificano regolarmente nel corso della stagione estiva. La scomparsa o la drastica riduzione di questi habitat può creare infatti un elemento di instabilità nella dinamica delle metapopolazioni (ridotta dispersione e conseguente riduzione del flusso genetico e aumento della frammentazione delle popolazioni) e aumentare quindi la probabilità di una loro estinzione (Balletto e Giacoma, 1993).

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London

Casu T., Lai G., Pinna G., 1984 - Guida alla flora e alla fauna della Sardegna. Ed. Archivio Fotografico Sardo. Nuoro.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.


Rana dalmatina Bonaparte, 1840

Nome italiano:  Rana agile

Categoria IUCN:
Lower risk

Tassonomia
Specie monotipica, R. dalmatina è una delle quattro specie di rane rosse presenti sul territorio  italiano (le altre tre specie sono R. temporaria,  R. italica e R. latastei). Si distingue da R. temporaria soprattutto per le minori dimensioni corporee, per l’aspetto più slanciato e per gli arti posteriori proporzionalmente più lunghi (l’articolazione tibio-tarsica supera la punta del muso quando l’arto è allungato in avanti lungo il fianco). Di aspetto più simile a R. latastei, si distingue da questa per la gola normalmente bianca a bianco-grigiastra, per il timpano più grosso e per la regione femorale spesso giallastra.

Distribuzione passata e presente
R. dalmatina ha una distribuzione medio-sudeuropea, è diffusa dall’Europa centromeridionale (con l’esclusione della Penisola Iberica, della Corsica, della Sardegna e con ogni probabilità anche della Sicilia, nonostante una vecchia citazione) all’Asia Minore, Caucaso e Iraq nordoccidentale. Nell’Italia peninsulare è praticamente ubiquitaria. Frequenta coltivi, prati, radure dei boschi di latifoglie, dal livello del mare sino a circa 1600 m di quota (Appennino Tosco-Emiliano, Parco d’Abruzzo). Nell’Italia settentrionale non si spinge al di sopra dei 600 m di quota, dove viene generalmente sostituita da R. temporaria, anche se sono noti alcuni siti riproduttivi a quote superiori ai 1000 m (Barbieri e Tiso, 1990). 

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Una specie diffusa in tutta l’Italia continentale.

Habitat: Tra le rane rosse italiane R. dalmatina  è la specie con abitudini più marcatamente terrestri, meno abile nel nuoto è un’eccezionale saltatrice potendo spiccare salti sino a due metri di lunghezza. Specie tipicamente forestale, caratteristica di boschi di latifoglie o misti,   frequenta anche prati e coltivi, dal livello del mare sino a 1600 m  di quota. Anche laddove gli areali si sovrappongono, R. dalmatina non condivide quasi mai i siti riproduttivi con R. temporaria.  Gli ambienti acquatici visitati nel corso della breve stagione riproduttiva possono comunque essere molto variabili, piccoli laghetti o stagni, semplici pozze, vasche e abbeveratoi, caratterizzati dalla presenza di acque ferme e da vegetazione abbondante (Barbieri, 1994). Di costumi prevalentemente notturni, R. dalmatina può essere attiva anche in pieno giorno dimostrando una buona resistenza alla disidratazione.

Dimorfismo sessuale: rispetto alle femmine i maschi hanno arti anteriori proporzionalmente più lunghi e robusti, palmatura delle zampe posteriori più marcata, presenza durante la stagione riproduttiva di caratteri sessuali secondari (callosità grigiastra sulla superficie interna del primo dito della zampa anteriore).

Dimensioni delle popolazioni. Nel corso di una ricerca biennale condotta su una popolazione riproduttiva Piemontese di rana agile (Pavignano et al., 1990) sono stati catturati, con l’ausilio di recinzioni e trappole a caduta, un totale di 200 individui (1987) e 130 individui (1988).

Sex ratio: debolmente sbilanciata a favore dei maschi (1:0.60; 1:0.88).

Comportamento riproduttivo: R. dalmatina  è una delle prime specie di Anuro a riprodursi in primavera.  Nelle popolazioni di bassa quota e/o più meridionali la stagione riproduttiva inizia nella seconda metà di febbraio, mentre nelle popolazioni più settentrionali ha inizio verso la fine di marzo o i primi giorni di aprile. La migrazione verso il sito riproduttivo è fortemente influenzata dalle condizioni meteorologiche; in una medesima località, nei diversi anni, la data di inizio riproduzione può subire variazioni anche di diverse settimane (Pavignano e Giacoma, 1986; Pavignano et al., 1990). I maschi raggiungono il sito qualche giorno prima delle femmine e vi rimangono per 2-3 settimane, mentre le femmine trascorrono non più di 10 giorni in acqua. I maschi emettono deboli canti di richiamo, molto spesso mantenendosi sott’acqua. L’accoppiamento è ascellare e dura da qualche ora a più giorni. La femmina rilascia da 600 a 2000 uova in una singola masserella sferica che, una volta idratatasi, può avere un diametro di 13-15 cm (Barbieri, 1994).

Sviluppo: le uova schiudono dopo 15-30 giorni. Le larve terminano la metamorfosi dopo circa 2-3 mesi. Il neo-metamorfosato misura 15-20 mm di lunghezza. La maturità sessuale è raggiunta al terzo o quarto anno di età. Il più anziano individuo catturato in una popolazione naturale è risultato di 9 anni.

Alimentazione: la dieta di R. dalmatina è simile a quella delle altre rane rosse italiane. Le larve sono tipicamente onnivore, mentre gli adulti sono predatori di piccoli invertebrati, tipicamente insetti, ma anche miriapodi e aracnidi.

Rapporti con  altre specie: R. dalmatina  nel corso della riproduzione è spesso sintopica e talvolta sincronica di Bufo bufo, con il quale, tuttavia, non sono state rilevate significative interazioni competitive. Tra i predatori della rana agile troviamo alcuni mammiferi, alcuni uccelli acquatici ed alcuni rettili (in particolare le specie del genere Natrix).

Cause del declino.
La scomparsa in pianura di aree boscate, anche di estensione limitata e la diffusione di una agricoltura intensiva che si accompagna spesso ad un impiego indiscriminato di pesticidi e diserbanti sono tra le cause principali del declino di questa specie. Inoltre l’utilizzo di ingenti quantità di concimi chimici, che non trattenuti nel suolo, raggiungono canali, fossati, piccoli invasi, sono la causa principale della spinta eutrofizzazione di questi ambienti acquatici che divengono inospitali per le larve della rana agile. A questi fattori di disturbo si aggiunge talvolta l’eccessiva pressione predatoria esercitata sui girini da specie ittiche, generalmente Salmonidi, introdotte dall’uomo a scopo ricreativo.

 

Bibliografia

Balletto E., Giacoma C., 1993 - Struttura di popolazione e probabilità stocastiche di estinzione in alcune specie di anfibi.  Ricerche Biol. Selvagg., Suppl. 21: 135-150.

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Barbieri F., Tiso E., 1990 - Le rane rosse del versante padano dell’Appennino settentrionale. Atti LIII Congresso nazionale U.Z.I. Camerino, pag. 3.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Pavignano I., 1991 - Distribuzione di Rana temporaria e Rana dalmatina nell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea.  Riv. piem. Sci. nat., 12: 75-80.

Pavignano I., Castellano S., Giacoma C., 1990 - Reproductive behaviour of the agile frog (Rana dalmatina). Ethology Ecology and Evolution, 2: 322.

Pavignano I., Giacoma C., 1986 - Osservazioni sulla distribuzione e sul comportamento riproduttivo degli anfibi presenti in un’area della pianura piemontese.  Riv. piem. St. nat., 7: 153-171.


 Rana italica Dubois, 1985

Nome italiano:  Rana appenninica

Categoria IUCN:  Lower risk

Tassonomia
Le popolazioni attualmente classificate come R. italica, un tempo erano considerate appartenenti alla razza geografica R. graeca italica Dubois, 1985, isolata geograficamente dalla sottospecie nominale, abitante delle regioni balcaniche, e da cui si differenziava per le minori dimensioni corporee e per la diversa forma del corpo. Sulla base di recenti ricerche elettroforetiche (Picariello et al., 1990) è stato tuttavia proposto di elevare a rango di specie lo status tassonomico delle popolazioni italiane di questa rana rossa. Si distingue facilmente da Rana temporaria  per la maggiore lunghezza delle gambe e per l’assenza di sacchi vocali nel maschio. Da R. dalmatina  e da R. latastei si differenzia per la colorazione ventrale più scura, per il timpano più piccolo e non prominente, e per la forma a T dell’ultima falange.

Distribuzione passata e presente
Tipica entità appenninica, la si rinviene lungo tutta la penisola italiana, sino in Calabria. Il limite occidentale del suo areale distributivo è rappresentato dagli affluenti del Polcevera (provincia di Genova), mentre i limiti settentrionali sono nei comuni di Savignone e Vobbia (provincia di Genova) sul versante padano degli Appennini. In Lombardia sono note solo poche stazioni nell’Appennino Pavese (Ziliani e Barbieri, 1992). In Emilia-Romagna è presente più o meno regolarmente su tutto l’Appennino nella fascia  collinare e in quella montana (Mazzotti e Stagni, 1993). Manca in Piemonte e nelle altre regioni del Nord Italia.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Tra le rane rosse italiane è la specie più legata agli ambienti acquatici, da cui si allontana per breve tempo e mai di molto. Sebbene sia stata oggetto di ricerche di carattere sistematico, sono ben pochi i lavori sulla sua ecologia e biologia di popolazione (Guarino et al., 1993, Guarino et al., 1995), e le informazioni a disposizione sono quindi spesso episodiche e poco dettagliate.

Habitat: specie esigente predilige i boschi umidi di latifoglie con ricco sottobosco e tende ad evitare le aree coltivate e fortemente antropizzate. Distribuita su una ampia fascia altitudinale, dal livello del mare (Penisola Salentina) a quote superiori a 1500 m, risulta più frequente a quote intermedie (500-600 m ). Talvolta la si rinviene nel tratto iniziale di grotte e miniere. La rana appenninica rimane per gran parte dell’anno in prossimità di ruscelli o piccoli torrenti, spesso con rapido corso, tra le cui rocce del fondo trova frequentemente  rifugio e che, in condizioni di corrente più tranquilla, costituiscono un sito adatto per la deposizione delle uova.

Dimorfismo sessuale: maschi leggermente più piccoli delle femmine, ma con arti anteriori proporzionalmente più lunghi e robusti; durante la stagione riproduttiva presenza di cuscinetti cornei nerastri sulla superficie interna del primo dito delle zampe anteriori.

Dimensioni delle popolazioni. Popolazioni riproduttive con numero di individui variabile da qualche decina a poche centinaia.

Sex ratio: Nelle popolazioni riproduttive è sbilanciato a favore dei maschi. In due popolazioni naturali studiate da Guarino et al. (1995) il rapporto sessi è risultato rispettivamente di 2 (popolazione di Montecorice) e 2.4 (popolazione di Vesalo) maschi per femmina.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva va da febbraio a maggio, anche se il picco di attività si registra generalmente nel mese di marzo. I maschi in acqua emettono canti di richiamo consistenti in corte note non-armoniche, ripetute molto velocemente. L’amplesso è, come in tutte le rane, di tipo ascellare. Le ovature, di piccole dimensioni e contenenti da un minimo di 200 ad un massimo di 1400 uova, vengono attaccate ai sassi che bordano lateralmente le pozze dei torrenti. 

Sviluppo:  la bassa temperatura delle acque in cui le uova sono deposte fan sì che lo sviluppo degli embrioni sia lento. La schiusa avviene dopo 20-50 giorni dalla deposizione (Lanza, 1983). La durata del ciclo larvale, variabile da località a località, è in media di 2-3 mesi. I ranocchietti neo-metamorfosati sono lunghi 12-16 mm. La maturità sessuale viene raggiunta al secondo o al terzo anno di età nei maschi, più frequentemente al terzo anno di vita nelle femmine. Gli animali possono raggiungere i sei anni di vita. Nelle popolazioni di alta quota si sono osservati animali di otto anni.

Alimentazione: le larve sono onnivore, gli adulti predatori di invertebrati, in particolare di artropodi.

Rapporti con  altre specie: R. italica condivide i siti riproduttivi con poche altre specie di Anfibi. Sono noti casi di sintopia con  Salamandrina terdigitata, Salamandra salamandra, e più raramente con Bufo bufo e Bombina pachypus. Tra i predatori delle larve citiamo le larve acquatiche di alcuni insetti (Odonati, Coleotteri Ditiscidi) e alcuni rettili del genere Natrix, che possono predare anche individui adulti. Alcuni mammiferi (mustelidi, volpe), e alcune specie di  uccelli acquatici (in particolare gli ardeidi) sono i più comuni predatori dei metamorfosati.

Cause del declino.
La rana appenninica è prevalentemente legata ai corsi d’acqua e tende ad evitare le zone coltivate. La scomparsa dei siti adatti alla sopravvivenza e riproduzione è dunque una delle cause principali del declino di questa specie. Ad esse si aggiungono gli effetti di una irresponsabile gestione delle acque interne:  la costruzione di opere di captazione e l’eccessivo prelievo d’acqua che produce il prosciugamento, nei mesi più caldi, di interi tratti di torrente; la introduzione di specie ittiche, spesso alloctone, all’interno del corpo idrico, con conseguente aumento della pressione predatoria sugli stadi larvale e di adulto della rana.

 

Bibliografia

Barbieri F., 1994 - Rana appenninica Rana italica (Dubois, 1985). In: Doria G., Salvidio S. (ed.), Atlante degli Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei beni naturali 2. Genova. Pag. 62-63.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London.

Dubois A., 1985 - Notes sur les grenouilles brunes (Groupe de Rana temporaria Linné, 1758) IV. Note preliminaire sur Rana graeca Boulenger, 1891.  Alytes, 4: 135-138.

Guarino F.M., Di Fiore M.M., Caputo V., Iela L., Angelini F., Rastogi R.K., 1993 - Seasonal analysis of the reproductive cycle in two wild populations of Rana italica Dubois 1985. Animal Biology, 2: 25-43.

Guarino F.M., Angelini F., Giacoma C., Cavallotto G., 1995 - Age determination by skeletochronology in low- and high-elevation populations of Rana italica. In: Llorente et al. (eds), Scientia Herpetologica. Pag. 187-191.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Mazzotti S., Stagni G., 1993.  Gli Anfibi e Rettili dell’Emilia-Romagna (Amphia, Reptilia). Quad. Staz. Ecol. Civ. Museo Di St. nat. Ferrara, 5.

Picariello O., Scillitani G., Cretella M., 1990 - Electrophoretic data supporting the specific rank of the frog Rana graeca italica Dubois 1985. Amphibia-Reptilia, 11: 189-192.

Ziliani U., Barbieri F., 1992 - Gli Anfibi della Valle Staffora (Appennino lombardo). Atti LIV Congresso nazionale U.Z.I., Perugia: 117.

 

 
Zuffi M., Barbieri F., 1988 - Proposte per la gestione dell’erpetofauna paracquicola appenninica e nuovi dati sulla distribuzione di Salamandrina terdigitata, Triturus alpestris apuanus, Rana graeca, Natrix maura, Natrix tessellata. Boll. Mus. St. Nat. Lunigiana. Aulla, 6-7: 181-184.


Rana latastei Boulanger, 1879

Nome italiano:  Rana di Lataste

Categoria IUCN:
Endangered A1c,d

Tassonomia
La rana di Lataste è una rana rossa endemica della Pianura Padana. Di aspetto generale simile a quello di Rana dalmatina, specie della quale è talvolta simpatrica, se ne differenzia tuttavia per la colorazione bruno-rossastra della gola, tipicamente solcata nella porzione  mediana da una stria più chiara (in R. dalmatina la gola è generalmente bianca, talvolta grigia e mancante di stria mediana), per una banda sopralabiale che non giunge alla punta del muso (condizione tipica in R. dalmatina) e per le parti inguinali bianche, mai giallastre. Si distingue da R. italica, della quale tuttavia non è simpatrica, per via di un più preminente timpano e per una diversa forma del muso (in particolare, la distanza tra le narici è inferiore alla distanza tra narice ed occhio).

Distribuzione passata e presente
Endemismo ristretto in pratica all’Italia padana, la rana  di Lataste è distribuita dal Piemonte, dove è rara e presente  nei lembi sopravvissuti di bosco planiziale (es. Racconigi, Andreone  et al., 1988), al Veneto e al Friuli. In Lombardia, un recente censimento (Ferri, 1992) ne riporta la presenza  in tutti i quadranti (50x50 Km di lato) relativi alle  zone di pianura e prealpine. In Emilia Romagna, sono note tre sole stazioni, tutte di pianura, mentre la sua presenza non è confermata in altre due località storiche, in provincia di Parma, a quote più elevate (Mazzotti e Stagni, 1993). La specie è estinta a Redecessio (Milano) il sito di provenienza dell’olotipo descritto da Boulanger (Corbett, 1989). Al di fuori del territorio italiano R. latastei  è segnalata nel Canton Ticino (5 popolazioni, tutte a meno di 2 Km dal confine italiano) e in Croazia (Istria occidentale: 5 popolazioni nella zona del Fiume Miria/Motovun). Complessivamente sono oggi conosciute quasi 80 popolazioni relitte di questa specie, molte fra le quali sono presumibilmente composte da un basso numero di individui.

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie praticamente endemica italiana.

Habitat:  tipica rappresentante dei boschi planiziali a querce e carpini ricchi di fitto sottobosco (Querco-Carpinetum boreoitalicum), la si ritrova nelle zone collinari o di pianura a quote inferiori ai 400 m, preferenzialmente su terreni  incoerenti di origine alluvionale o morenica. Conduce vita quasi esclusivamente terricola e si reca all’acqua solo nel periodo riproduttivo. I siti di riproduzione sono costituiti da piccole pozze, da stagni o più raramente da ruscelli a debole corrente. Laddove sintopica di  R. dalmatina, la rana di Lataste è risultata, rispetto alla congenerica, più selettiva nella scelta dei siti di deposizione delle uova, limitandosi alle zone con acque più profonde, contigui alle aree boscate, con presenza di supporti per l’ancoraggio delle ovature (Vercesi et al., 1996).

Dimorfismo sessuale: maschio con arti anteriori più lunghi e robusti di quelli della femmina, durante la stagione riproduttiva aspetto edematoso della cute del dorso dei maschi, comparsa nei maschi di escrescenze cornee nerastre sulla superficie interna del primo dito.

Dimensioni delle popolazioni: In località Bosco della Fontana, una riserva naturale di 232ha in provincia di Mantova, Pozzi  (1980) stima la densità autunnale delle popolazioni variabile tra 53 e 73 individui per ettaro. Indagini più recenti hanno stimato che nell’intera riserva vi possano essere circa 5000 individui, ma la specie subisce notevoli oscillazioni numeriche annuali e tali stime si riferiscono in genere al periodo autunnale. Una popolazione ugualmente numerosa è presente in località Le Bine, tra Cremona e Mantova lungo il fiume Olio (Corbett, 1989). Nelle altre stazioni dove la specie è segnalata si ritiene che sia molto meno numerosa, con numero di individui adulti inferiore al centinaio.

Sex ratio: nelle popolazioni riproduttive i maschi sono generalmente più numerosi delle femmine.

Comportamento riproduttivo: simile a quello descritto per R. dalmatina. La stagione riproduttiva ha inizio a febbraio o, al più tardi, a marzo e ha durata tipicamente breve, da un minimo di due-tre giorni ad un massimo di due tre settimane. I maschi raggiungono il sito di riproduzione con qualche giorno di anticipo sulle femmine. Una volta al sito i maschi, stando fermi sott’acqua, emettono canti di richiamo di debole intensità, percepibili dall’uomo a non più 10-15 m di distanza. La femmina attirata dal canto di richiamo, o più frequentemente, intercettata dal maschio durante i suoi frequenti spostamenti nel sito, viene stretta nel tipico amplesso ascellare. La deposizione delle uova avviene poche ore dopo la formazione della coppia. La femmina rilascia da 90 a  900 uova (Lanza, 1983) in unica masserella sferica che idratandosi raggiunge il diametro di 10-15 cm. In Friuli Dolce et al. (1982) hanno osservato la deposizione a fine Febbraio, con temperature dell’acqua di 6°-8°C.  Sono stati contati fino a 33 ammassi di uova in un solo metro quadrato.  Gli adulti possono essere osservati in acqua (10°18°C) fino ad Aprile.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo due-tre settimane dalla deposizione. La durata del ciclo larvale varia da 90 a 110 giorni. Appena metamorfosati gli animali sono lunghi 15 mm e raggiungono i 32-36 mm ad un anno di età. Mancano dati sull’età di maturità sessuale e sulla longevità.

Alimentazione: come nelle altre rane rosse le larve hanno dieta onnivora. Gli adulti si cibano di una gran varietà di invertebrati, prevalentemente insetti, che riescono a catturare anche in acqua.

Rapporti con  altre specie: Vercesi et al. (1996) hanno osservato ingenti e ripetute predazioni sulle ovature da parte del germano reale. I girini sono predati dalle grosse larve acquatiche di Insetti, in particolare Odonati e Ditiscidi. Gli adulti sono invece predati da alcuni mammiferi, da uccelli acquatici e da Strigiformi (allocchi, e gufi), nonché da rettili del genere Natrix.

Cause del declino.
Recenti indagini stimano che il numero di popolazioni di R. latastei aventi una certa entità non superi la cinquantina (Corbett, 1989). Il declino è legato alla progressiva scomparsa di habitat adatti alla riproduzione e sopravvivenza della specie ed in particolare del Querco-Carpinetum boreoitalicum, un bosco planiziale a prevalenza di Farnia e Carpino, ciclicamente allagato, in condizioni naturali, dalle esondazioni del Po. E’ indicativo a tale proposito sottolineare come molte fra le popolazioni più numerose vivano già all’interno di aree protette, che pur non avendo come finalità primaria la protezione della batracofauna locale, attraverso una azione di salvaguardia degli habitat (in particolare quelli forestali), hanno comunque permesso la sopravvivenza della specie.

 

Bibliografia

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians. C. Helm, London

Ferri V., 1992 - Primo consuntivo del censimento regionale dell’erpetofauna, coordinato dal Centro Studi Erpetologici «Emys» della S.I.S.N. Parte I.  Anfibi.  7 pp. (m/s).  Regione Lombardia, Settore Ecologia.

Ildos A.S., Ancona N., 1994 - Analysis of amphibian habitat preferences in a farmland area (Po plains, Northern Italy). Amphibia-Reptilia, 15: 307-315.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Pozzi A., 1980 - Ecologia di Rana latastei Boul. (Amphibia Anura). Atti Soc. Sci. nat. Museo civ. St. Nat. Milano, 121 (4): 221-274

Vercesi A., Bernini F., Barbieri F., 1996 - La sintopia di Rana dalmatina e  Rana latastei  nei boschi planiziali del fiume Ticino: aspetti della biologia riproduttiva. Riassunti 1° Congresso SHI (Torino 2-6 ottobre 1996): pag. 61.


Rana temporaria Linnaeus, 1758

Nome italiano:  Rana temporaria

Categoria IUCN:
Lower risk (Conservation dependent)

Tassonomia
Specie politipica a distribuzione eurocentrosettentrionale-centroasiatica, in Italia è presente la sottospecie nominale. Tra le rane rosse è la specie che presenta dimensioni più grosse e robuste (gli adulti possono raggiungere i 10 cm di lunghezza - distanza muso-cloaca). I giovani possono essere confusi con adulti di Rana dalmatina, da cui si differenziano, tuttavia, per gli arti  posteriori proporzionalmente più corti (articolazione tibio-tarsale non supera la punta del muso), per la presenza nei maschi di sacchi vocali interni, e per la presenza di pliche dorsali ravvicinate.

Distribuzione passata e presente
Presente un po’ ovunque in Europa, dalla Spagna settentrionale sino agli Urali, è assente nelle isole mediterranee e nei Balcani meridionali. In Italia è comune sull’intero arco alpino e prealpino da 600 m a oltre 2600 m (Pavignano, 1990), mentre diviene più rara sugli Appennini, dove, mantenendosi in genere al di sopra dei 700 m di quota, si spinge a Sud sino a raggiungere le provincie di Firenze (Monte Falterona) e di Forlì (Foresta di Sasso Fratino e di Campinga). Una popolazione isolata è presente in provincia di Rieti, sul versante laziale dei Monti della Laga (1500 m) (Lanza, 1983). In Piemonte, nelle Langhe cuneesi, sono note popolazioni di R. temporaria a quote di poco superiori ai 200 m (Andreone et al., 1988), mentre in Liguria la specie  è stata osservata a quote ancora inferiori (comune di Finale Ligure, 20 m, Barbieri, 1994; Fabbriche di Voltri, 250 m, Capocaccia et al., 1969).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Anuro la cui biologia ed ecologia è stata oggetto di numerose ricerche. Particolarmente ricca di informazioni è la monografia di Savage (1961).

Habitat: la rana temporaria ha costumi spiccatamente terrestri, si reca in acqua solo durante la fregola. Secondo Grossenbacher (1990) peraltro, la migrazione degli adulti verso i siti riproduttivi si verifica già da Agosto e Novembre e parte degli animali trascorrerebbe l’inverno in acqua. I siti riproduttivi sono costituiti principalmente da pozze formatesi a seguito dello scioglimento delle nevi, da piccoli laghetti o da tratti di torrente a debole corrente, dove l’acqua è bassa e il ghiaccio sta fondendo. Spesso utilizza i torrenti alpini per la migrazione da e verso i siti riproduttivi (Fiorito et al., 1996). Anche laddove gli areali si sovrappongono, la rana temporaria non condivide in genere i siti riproduttivi con Rana dalmatina (Pavignano, 1991).  L’adattamento alle basse temperature consente alla rana di riprendersi dalla latenza invernale già agli inizi della primavera e di essere attiva anche quando la temperatura dell’aria è di pochi gradi centigradi sopra lo zero termico. Prevalentemente diurna in montagna, diviene di costumi notturni alle quote più basse.

Dimorfismo sessuale: maschi più piccoli delle femmine, con arti anteriori proporzionalmente più lunghi e muscolosi, e con due sacchi vocali interni; durante la stagione riproduttiva i maschi presentano escrescenze cornee nerastre sulla superficie interna del primo dito delle zampe anteriori, una colorazione del dorso più scura e bluastra, gola bianca con sfumature bluastre.

Dimensioni delle popolazioni: popolazioni riproduttive spesso numerose con parecchie centinaia, talvolta migliaia, di individui adulti. In Svizzera sono state osservate popolazioni con più di 10.000 individui (Grossenbacher, 1990). Uno studio quinquennale condotto su una popolazione riproduttiva delle Alpi Liguri (Cuneo), la cui consistenza è tipicamente di 3000 adulti (Rolando et al., 1994), ha evidenziato oscillazioni molto accentuate nel numero di individui riproduttivi nei diversi anni, in parte spiegabili sulla base delle diverse condizioni meteorologiche (Marzona et al., 1994). 

Sex ratio: Nelle popolazioni riproduttive la sex-ratio è sempre sbilanciata a favore dei maschi variando da un minimo di 2 ad un massimo di 4 maschi per femmina.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva ha inizio con lo scioglimento del manto nevoso, da febbraio a luglio a seconda della latitudine e della quota. Numerosi maschi raggiungono il sito riproduttivo nell’arco di 2-3 giorni; il resto della popolazione arriverà poi, poco a poco. I maschi in genere arrivano comunque qualche giorno prima delle femmine, e formano arene di centinaia e spesso migliaia di individui. Il canto di richiamo è basso, gutturale e poco appariscente. I maschi si spostano nelle pozze e talvolta sulla terra cercando attivamente la femmina. Quando un maschio intercetta una femmina non accoppiata le salta sul dorso e la avvinghia nel tipico amplesso ascellare. Se la femmina intercettata è già accoppiata il maschio può cercare di scalzare il rivale dall’accoppiamento. Nascono così lotte che possono coinvolgere più individui e che talvolta possono avere esiti letali per i contendenti e  più spesso per la femmina. L’accoppiamento dura da poche ore a qualche giorno e termina con la deposizione da parte della femmina di una unica masserella contenente tra 600 e 4000 uova. L’espulsione delle uova dura in tutto 3-5 secondi. Nel corso della deposizione le femmine perdono circa 1/3 del loro peso (Grossenbacher, 1990). I gruppi di uova sono spesso ammassati gli uni sugli altri, riempiendo quasi completamente lo stagno. La coppia si separa poco dopo la deposizione e la femmina abbandona repentinamente il sito riproduttivo o, se le condizioni atmosferiche non sono favorevoli, rimane alcuni giorni nascosta sul fondo della pozza o sotto le pietre dei rigagnoli (Fiorito et al., 1994). Il numero complessivo di giorni di attività riproduttiva non supera generalmente la quindicina, tuttavia la durata della stagione riproduttiva (cioè l’intervallo di tempo tra prima ed ultima deposizione) può superare abbondantemente il mese (Marzona et al., 1994). Spesso infatti si osservano una o più interruzioni prolungate dell’attività degli animali, a causa di bruschi peggioramenti delle condizioni meteorologiche.

Sviluppo: Il processo di idratazione dell’ovatura comporta un aumento di peso di circa 30 volte e si conclude al massimo in 48 ore (Rolando et al., 1994). Le uova schiudono dopo circa due-tre settimane dalla deposizione. La durata del ciclo larvale può variare considerevolmente da località a località in relazione alle diverse condizioni di temperatura e insolazione, nonché alla disponibilità di fitoplancton. A Palanfré (TO, 2000 m) nel 1986 i girini sono stati presenti in acqua tutto l’estate, mostrando grande variabilità dimensionale all’interno di ogni singolo stadio di sviluppo (Pavignano, 1988). In media, comunque, le larve terminano la metamorfosi dopo due mesi e mezzo dalla schiusa. I neometamorfosati misurano 12-15 mm di lunghezza. La maturità sessuale è raggiunta di solito al terzo anno di età, ma può essere più tardiva nelle popolazioni di alta quota. Alcune femmine avrebbero riproduzione biennale (Grossenbacher, 1990).

Alimentazione: le larve sono onnivore. Gli adulti sono predatori di invertebrati, principalmente artropodi.

Rapporti con  altre specie: gli adulti di R. temporaria, durante la stagione riproduttiva, sono facile preda di numerosi predatori, primo fra tutti l’uomo, che un tempo era solito visitare i siti di riproduzione e raccogliere senza alcuna fatica un gran numero di animali. Tra i predatori ‘naturali’ annoveriamo qualche mammifero (mustelidi, ricci e volpi), numerosi uccelli sia acquatici (ardeidi) che non acquatici (corvidi, rapaci notturni e diurni), e alcuni rettili (in particolare la natrice del collare). I girini sono spesso predati dalle larve acquatiche di insetti Odonati e Ditiscidi.

Cause del declino.
In Italia la rana temporaria colonizza prevalentemente ambienti alpini di media e alta quota e quindi, rispetto agli anfibi di pianura, è soggetta ad un minor impatto antropico diretto. Il solo tipo di impatto diretto che marita di essere qui ricordato è costituito dalla raccolta per uso culinario, ormai quasi completamente abbandonata ovunque. Tuttavia l’abbandono progressivo delle attività di pastorizia ha provocato in alcune zone alpine la scomparsa, o la riduzione in numero, dei siti riproduttivi della specie, spesso rappresentati da pozze e piccoli invasi costruiti dall’uomo per l’abbeveraggio del bestiame. Da un punto di vista più generale, l’inquinamento atmosferico può avere effetti molto deleteri sulle popolazioni di Rana temporaria. Ricerche condotte in Nord-Europa hanno evidenziato che la acidificazione delle acque dei siti riproduttivi, conseguenza delle piogge acide, produce un aumento della mortalità degli embrioni e delle larve di rana nelle loro prime fasi di sviluppo (Beebee, 1996). Blaustein et al., (1994) hanno suggerito che una causa della progressiva scomparsa delle specie di anfibi, soprattutto di quelle che vivono alle alte quote o ad elevate latitudini e che, come Rana temporaria, sono solite esporre le propria uova al sole per velocizzare i tempi di sviluppo, sia da ricercare nell’aumento della componente ultravioletta delle radiazioni solari, dovuto alla rarefazione dello strato di ozono. Gli effetti prodotti dalle piogge acide e dal buco dell’ozono sulla diffusione della rana temporaria nelle nostre regioni non sono al momento certi, e potranno essere chiariti solo da future e mirate ricerche. 

 

Bibliografia

Andreone F., Del Mastro G. B., Boano G., 1988 - Distribuzione delle rane rosse nel Piemonte occidentale. Pianura, 2: 7-20.

Beebee T.J.C., 1996 - Ecology and conservation of Amphibians. Chapman & Hall. London.

Blaustein A.R., Hoffman P.D., Hokit D.G., et al., 1994 - UV repair and resistence to solar UV-B in amphibians eggs: a link to population declines? Proceedings of the National Accademy of Sciences USA, 91: 1791-1795.

Capocaccia L., Arillo A, Balletto E., 1969. - Osservazioni intorno alle rane liguri. Annali Mus. civ. St. nat. “G. Doria” Genova, 75: 695-739.

Corbett K. (Ed.) 1989 - Conservation of European Reptiles and Amphibians.
C. Helm, London

Fiorito S., Cazzanti P., Rolando B., Castellano S., Rolando A., Giacoma C., 1994 - Post-breeding dispersal by adult common frogs Rana temporaria studied by radio-tracking. Studi trent. Sci. nat., Acta biol., 71:  183-189.

Grossenbacher K., 1990 - La Rana temporaria: biologia e protezione.  KARCH, Berna.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Marzona E., Castellano S., Colombo L, Giacoma C., 1994 - Condizioni climatiche e attività in Rana temporaria. Biologia Oggi, 8: 7-10.

Marzona E., Travers M., Giacoma C., Salio C., Zugolaro C., 1996 - Intervento di salvataggio di Rana temporaria nel comune di Perrero (provincia di Torino). Riassunti 1° Congresso Societas Herpetologica Italica (Torino 2-6 ottobre 1996), pag. 135.

Pavignano I., 1988 - Riproduzione di Rana temporaria nella Riserva Naturale di Palanfré.  Riv. piem. Sci. nat., 9: 155-162.

Pavignano I., 1990 - Ecologia e distribuzione di Rana temporaria in un settore delle Alpi.  pp. 417-420. Ecol. Biogéogr. Alpines, La Thuile.

Pavignano I., 1991 - Distribuzione di Rana temporaria e Rana dalmatina nell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea.  Riv. piem. Sci. nat., 12: 75-80.

Rolando B., Marzona E., Colombo L., Fiorito S., Castellano S., Giacoma C., 1996 - Deposizione e accrescimento delle ovature in Rana temporaria.  Studi trent. Sci. nat., Acta biol., 71:  191-196.

Savage M.R., 1961. The ecology and life history of the common frog. Pitman & Sons Ltd, London.

 

 


Rana esculenta Linnaeus, 1758

Nome italiano:  Rana verde

Categoria IUCN:
Lower risk

Tassonomia
Nonostante i meticolosi lavori condotti a partire dagli anni ‘70, la posizione sistematica della rana verde europea è tutt’oggi oggetto di discussione ed è lungi dall’essere chiarita. Il taxon denominato R. esculenta è in realtà un complesso di forme derivate dall’ibridazione tra R. ridibunda e R. lessonae (Berger, 1983), in cui l’ibrido sopravvive in popolazioni miste con una delle specie parentali attraverso un complesso meccanismo, noto con il termine di ibridogenesi. Le popolazioni italiane di R. esculenta, come del resto buona parte dei popolamenti centroeuropei, sono spesso sintopiche con quelle di R. lessonae, di cui in Italia sono noti almeno due ceppi ben differenziati geneticamente (Santucci et al., 1996 e in stampa), e si mantengono grazie all’esclusione pre-meiotica del genoma lessonae, all’endoduplicazione del genoma ridibunda e al ripetersi in ogni generazione di accoppiamenti misti R. esculenta x R. lessonae. Di fatto le specie del complesso delle rane verdi europee sono molto difficilmente distinguibili su base esclusivamente morfologica e una corretta attribuzione sistematica è spesso possibile solo con l’ausilio di tecniche elettroforetiche.

Distribuzione passata e presente
L’areale distributivo di R. esculenta copre tutta l’Europa centromeridionale e ricalca più o meno fedelmente quello di R. lessonae con la quale vive tipicamente in sintopia. In Italia R. esculenta è diffusa su tutta la penisola, in Sicilia, nell’isola d’Elba, mentre risulta assente in Sardegna. In molte regioni (es. Piemonte) la rana verde è l’Anuro più frequente ed abbondante. In un censimento condotto nella provincia di Asti in quasi lo 80% dei siti esaminati R. kl. esculenta risultò presente, spesso con un numero elevato di individui (Gambino et al., 1993).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Molti aspetti della biologia ed ecologia di R. esculenta  risultano intermedi tra quelli di R. ridibunda e R. lessonae, alle cui schede quindi si rimanda.

Habitat:  nel suo areale distributivo si presenta come specie ad elevata valenza ecologica, la si ritrova dal livello del mare a quote superiori ai 1500 m, anche se è più comune nelle fasce altitudinali intermedie, dove è presente un po’ ovunque, in acque stagnanti o a debole decorso, con ricca vegetazione rivierasca ed emergente o in assenza quasi totale di vegetazione, anche in ambienti soggetti ad un forte impatto antropico. Nei popolamenti misti R. esculenta - R. lessonae dell’Italia peninsulare recenti ricerche hanno evidenziato una prevalenza numerica degli individui di R. esculenta in habitat disturbati (Santucci et al., 1996). R. esculenta è più legata agli ambienti acquatici di quanto non lo sia R. lessonae. R. esculenta raggiunge gli ambienti acquatici a febbraio o a marzo e vi rimane sino ad estate avanzata; in alcuni casi, come già osservato in R. ridibunda, può svernare in acqua.

Dimorfismo sessuale: maschio raggiunge dimensioni inferiori a quelle della femmina, presenta arti anteriori più lunghi, sacchi vocali ai bordi della gola e, durante la stagione riproduttiva,  cuscinetto basale con escrescenze cornee sul primo dito della zampa anteriore.

Dimensioni delle popolazioni: popolazioni miste con R. lessonae, normalmente numerose, costituite da diverse centinaia di individui adulti.

Sex ratio: debolmente sbilanciata a favore dei maschi.

Comportamento riproduttivo: dal punto di vista etologico non si rilevano significative differenze rispetto alle altre due specie di rane verdi. La stagione riproduttiva ha inizio in alcune regioni già a fine febbraio, più frequentemente nella seconda metà di marzo. I maschi si riuniscono a formare cori, emettendo richiami sia di giorno, ma più frequentemente di notte. L’accoppiamento, tipicamente ascellare, dura da poche ora ad un giorno e la femmina depone sino a 10000 uova in due o tre ammassi gelatinosi che vengono ancorati alla vegetazione del fondo, in acque generalmente poco profonde.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa due settimane. Le larve raggiungono, a sviluppo completo, lunghezze tra 70-90 mm. Sono noti casi di gigantismo larvale con girini che superano i 150 mm di lunghezza; in questi casi si ritiene siano animali con un cariotipo triploide (Lanza, 1983). La metamorfosi si completa dopo due tre mesi dalla schiusa ed i ranocchietti hanno lunghezze variabili  tra i 20 ed i 33 mm. La maturità sessuale è raggiunta già al primo anno di età, nelle femmine al secondo.

Alimentazione: simile alle altre rane verdi. Le larve sono tipicamente onnivore, gli adulti sono invece predatori di invertebrati di media taglia e di piccoli vertebrati. Sono comuni fenomeni di cannibalismo a scapito di neometamorfosati o di giovani. Come in R. ridibunda gli animali possono cibarsi in acqua oltre che in ambiente terrestre. Pozzi (1980) in base all’esame di 20 stomaci di esemplari di Rovasenda (VC) riporta la seguente composizione della dieta: formiche (30%), carabidi (27%), altri coleotteri (15%), altri insetti alati (9%), larve di lepidotteri (6%), altre larve di insetti (6%), altri insetti (4%), emitteri acquatici (Notonecta glauca:2%). 

Rapporti con  altre specie: spesso vive in sintopia con altri Anuri (oltre che con R. lessonae), più frequentemente con Bufo bufo e con Hyla intermedia, con i quali non sembra tuttavia mostrare particolari problemi di convivenza. Tra i predatori degli adulti, oltre all’uomo, annoveriamo alcuni mammiferi, uccelli acquatici, in particolare ardeidi e serpenti del genere Natrix.

Cause del declino.
Tra gli Anuri italiani la Rana kl. esculenta è una delle specie meglio adattate alla presenza umana. Ricerche condotte nelle zone di pianura dell’Italia nordoccidentale (Pavignano e Giacoma, 1990; Gambino et al., 1993) ne hanno evidenziato la presenza in ambienti anche fortemente inquinati. La scomparsa dei biotopi riproduttivi legata allo sviluppo di una agricoltura intensiva ha tuttavia esercitato effetti negativi anche su questa specie, la cui diffusione sul territorio italiano è andata in questi ultimi anni diminuendo. Un tempo la rana verde era molto comune nelle risaie del nord Italia, oggi è diventata più rara, a causa del diffondersi di tecniche di risicoltura (o “asciutte”) che riducono il periodo di allagamento dei campi. In molte regioni, soprattutto del Nord, è pratica diffusa la cattura a scopi alimentari delle rane verdi. Sebbene un tempo questa pressione predatoria non incidesse in maniera significativa sulla sopravvivenza delle popolazioni, un tale prelievo, assieme al forte inquinamento da erbicidi e l’elevata carica batterica (Merlo et al., 1993), risulta oggi in una ulteriore accelerazione del declino cui, per altri motivi, la specie è soggetta. Anche l’introduzione, volontaria o accidentale (fuga di animali da allevamenti), di esemplari provenienti da aree geografiche lontane, possono aver contribuito ad un impoverimento delle qualità genetiche delle popolazioni italiane e favorito la loro progressiva scomparsa. In ultimo, l’introduzione di specie ittiche predatrici nei siti di riproduzione della specie può aver contribuito alla sua rarefazione.

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Bibliografia

Balletto E., Cherchi M.A., Salvidio S., Lattes A., Malacrida A., Gaspari G., Doria G., 1986 - Area effect in southwestern European green frogs (Amphibia Ranidae). Boll. Zool., 53: 97-109.

Berger L., 1983 - Western Palearctic water frogs (Amphibia: Ranidae): systematics, genetics and population composition. Experientia, 39 (2): 227-234.

Gambino E., Laiolo P., Gallo L. M., Giacoma C., 1993 - Distribuzione degli Anfibi in provincia di Asti.  Ricerche, Biol. Selvagg., Suppl. 21: 693-706.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Merlo G., Borgi E., Garizio M., Giacoma C., Poncino A., Barcotti C., 1993 - Qualità delle acque e presenza di Anfibi in risaia.  Quad. civ. Staz. Idrobiol., 20: 75-80.

Pavignano I., Giacoma C., 1990 - Una valutazione ecologica dello stato di conservazione delle zone umide minori della pianura piemontese. Atti VI Conv. naz. Ass. “A. Ghigi”,  pp. 91-104. Mus. reg. Sci. nat, Torino.

Pozzi A., 1980 - Anfibi e rettili della brughiera di Rovasenda (Piemonte)  pp. 55-64. CNR, Roma AQ/1/59

Santucci F., Nascetti G., Andreani P., Bullini L., Il complesso Rana esculenta in Italia: struttura genetica e distribuzione geografica. Riassunti 1° Cong. naz. Societas Herpetologica Italica, pp. 54-55.


Rana lessonae Camerano, 1882

Nome italiano:  Rana di Lessona

Categoria IUCN:
Lower risk

Tassonomia
La tassonomia di Rana lessonae non è completamente chiarita, neppure a livello italiano.  La vera R. lessonae, descritta da Camerano per i dintorni di Torino (Moncalieri) è diffusa in tutta Europa a abita l’intera Italia settentrionale.  Nell’Appennino vive un’altra entità, geneticamente alquanto diversa e nota come Rana bergeri Günther, 1985 la cui distinzione da Rana lessonae potrebbe essere da considerare a livello sottospecifico.  Una terza entità, anch’essa distinta a livello genetico (Santucci et al., 1996) abita la Calabria e la Sicilia.  Per quest’ultima, forse anch’essa da considerare come una sottospecie di Rana lessonae, sarebbe disponibile il nome di Rana hispania Bonaparte, 1838 (nec Fitzinger, 1826  nomen nudum) avente come località tipica “Sicilia” (cfr. Dubois e Ohler, 1995).
Di aspetto simile alle altre rane verdi europee, R. ridibunda e R. kl. esculenta (quest’ultima specie ibrido ibridogenetico delle altre due - si veda relativa scheda),  se ne differenzia, dal punto di vista morfologico, per le più piccole dimensioni corporee (raramente superiori ai 9 cm), per i sacchi vocali biancastri e per la parte posteriore della coscia tipicamente gialla o arancione marmorizzata di marrone o nero. Questi caratteri morfologici, tuttavia, non sono sempre sufficienti per effettuare una sicura attribuzione tassonomica degli esemplari ed è talvolta necessario ricorrere all’esame di caratteri genetici e enzimatici. Rispetto a R. ridibunda e R. kl. esculenta, R. lessonae presenta costumi più spiccatamente terragnoli.

Distribuzione passata e presente
Specie a geonemia centroeuropea, è distribuita dalla Francia alla Russia (sino a 50° di longitudine Est), dalla Svezia e dall’Estonia a 60° di latitudine Nord all’Italia settentrionale e ai Balcani settentrionali (non è presente nella Francia meridionale). Nel territorio italiano è diffusa nelle zone di pianura, collinari e di media montagna dell’Italia settentrionale e peninsulare (Liguria esclusa).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Tra le rane verdi R. lessonae è la specie con costumi più terragnoli, la si ritrova frequentemente a terra, dove in caso di avverse condizioni climatiche trova rifugio scavando e nascondendosi nel terreno.

Habitat:  frequenta sia zone boschive che aperte, a terra può essere osservata anche a qualche chilometro di distanza dai siti di riproduzione, che sono generalmente rappresentati da stagni, paludi o pozze, generalmente di piccole dimensioni, spesso temporanei, o da ruscelli a lento decorso con abbondante vegetazione rivierasca. Nelle regioni dove è assente R. ridibunda, R. lessonae può colonizzare anche bacini di maggiore estensione. 

Dimorfismo sessuale: rispetto alle femmine i maschi presentano dimensioni corporee più piccole, arti anteriori proporzionalmente più lunghi e robusti, sacchi vocali laterali, cuscinetto basale sul primo dito della zampa anteriore munito, durante il periodo riproduttivo, di escrescenze cornee grigiastre.

Dimensioni delle popolazioni. Popolazioni riproduttive spesso assai numerose, superano facilmente le diverse centinaia, talvolta migliaia di individui adulti.

Sex ratio: nelle popolazioni riproduttive il rapporto sessi è debolmente sbilanciato a favore dei maschi.

Comportamento riproduttivo: gli animali si riprendono dal periodo di latenza invernale verso la fine di febbraio. I primi maschi raggiungono i siti di riproduzione già a  marzo anche se i picchi di attività riproduttiva si osservano tra aprile e giugno. I maschi in acqua si riuniscono a formare cori ed i loro chiassosi gracidii sono udibili, anche a notevole distanza, sia di giorno che di notte. L’amplesso è ascellare e dura da poche ore a più di un giorno. La femmina può deporre nel corso di una stagione riproduttiva più ovature, fino ad un totale di 10000 uova deposte. Le ovature sotto forma di ammassi gelatinosi di forma rotondeggiante sono ancorate alla vegetazione sommersa.

Sviluppo: le uova schiudono dopo 10-15 giorni dalla loro deposizione.  I girini terminano la metamorfosi dopo due o tre mesi dalla schiusa, trasformandosi in piccoli ranocchietti di 20-30 mm di lunghezza. La maturità sessuale è raggiunta ad un anno di età nei maschi, a due nelle femmine. La longevità in condizioni naturali raggiunge i cinque anni.

Alimentazione: le larve sono tipicamente onnivore. Gli adulti sono voraci predatori. A differenza di R. ridibunda sembra che la rana di Lessona non si alimenti in acqua, ma solo sulla sua superficie o a terra. Nella dieta degli adulti rientrano oltre che a invertebrati di medie e grosse dimensioni, in particolare artropodi, anche piccoli vertebrati. Come nelle altre rane verdi anche in questa specie sono stati osservati fenomeni di cannibalismo perpetuati dagli individui di più grosse dimensioni a scapito di girini o di giovani.

Rapporti con  altre specie: la rana di Lessona è simpatrica di R. kl. esculenta, con cui forma tipiche popolazioni miste (sistema L-E secondo Uzzell e Berger, 1975). In questi casi poiché esiste un effettivo scambio genetico tra i due taxa,  si dovrebbe considerare come popolazione riproduttiva l’insieme degli individui dei due gruppi. Tra i predatori delle larve si annoverano invertebrati acquatici, in particolare le grosse larve di Odonati e di Ditiscidi. Gli adulti sono predati, oltre che dall’uomo, da vari altri mammiferi, da uccelli acquatici e da serpenti, in particolare quelli del genere Natrix.

 

Cause del declino.
La rana di Lessona forma popolazioni miste con l’ibrido ibridogenetico R. kl. esculenta. Recenti ricerche (Santucci et al., 1996) hanno evidenziato come in queste popolazioni la componente lessonae tenda progressivamente a diminuire in condizioni di forte stress ambientale. E’ quindi probabile che R. lessonae  risenta maggiormente di  R. esculenta del degrado degli habitat acquatici. Per quanto riguarda le altre cause del declino della specie si rimanda a quanto già detto per R. esculenta.

Bibliografia

Balletto E., Cherchi M.A., Salvidio S., Lattes A., Malacrida A., Gaspari G., Doria G., 1986 - Area effect in southwestern European green frogs (Amphibia Ranidae). Boll. Zool., 53: 97-109.

Berger L., 1983 - Western Palearctic water frogs (Amphibia: Ranidae): systematics, genetics and population composition. Experientia, 39 (2): 227-234.

Gambino E., Laiolo P., Gallo L. M., Giacoma C., 1993 - Distribuzione degli Anfibi in provincia di Asti.  Ricerche, Biol. Selvagg., Suppl. 21: 693-706.

Dubois A., Ohler A., 1995 - Frogs of the subgenus Pelophylax: a catalogue of available and valid scientific names with comments on name-bearing types, complete synonymies proposed common names and maps showing all type localities.  Zoologica poloniae, 39: 139-204.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Pavignano I., Giacoma C., 1990 - Una valutazione ecologica dello stato di conservazione delle zone umide minori della pianura piemontese Atti VI Conv. naz. Ass. “A. Ghigi”,  pp. 91-104. Mus. reg. Sci. nat, Torino.

Santucci F., Nascetti G., Andreani P., Bullini L., 1996 - Hybrid zone between two genetically distinct frogs.  J. Evol. Biol., 9: 429-450.
Santucci F., Nascetti G., Andreani P., Bullini L., (in stampa) - Il complesso Rana esculenta in Italia: struttura genetica e distribuzione geografica. Riassunti 1° Cong. naz. Societas Herpetologica Italica, pp. 54-55.

 


Rana ridibunda Pallas, 1771

Nome italiano:  Rana verde maggiore

Categoria IUCN:
EN B1-2

Tassonomia
Ad eccezione di Rana catesbeiana, entità alloctona di origine nord-americana, in Europa occidentale sono presenti almeno quattro specie di “rane verdi”. Con l’esclusione di R. perezi, della penisola Iberica e del sud della Francia, le altre tre specie, R. lessonae (con le sue diverse sottospecie o specie distinte: cfr. scheda), R. kl. esculenta (cfr. scheda) e R. ridibunda sono distribuite sul territorio italiano, anche se la presenza di R. ridibunda è solo marginale (Lanza, 1983; Dell’Acqua. 1994). Premesso che le specie del complesso delle rane verdi europee sono molto difficilmente distinguibili su semplice base morfologica e che per una sicura attribuzione è spesso necessaria l’analisi di caratteri enzimatici, passiamo ad elencare  alcuni caratteri morfologici che possono aiutare a distinguere R. ridibunda da R. lessonae e da R. kl. esculenta: tubercolo metatarsale più piccolo, mai di forma semilunare; colore biancastro (non giallo o aranciato come nelle altre due specie) delle parti posteriori della coscia; sacchi vocali del maschio più scuri.

Distribuzione passata e presente
Rana ridibunda  ha un ampio areale distributivo, dal Reno e dall’Istria ad Ovest sino ai territori dell’Asia centrale (Laghi di Balkhash e Issik-kul) ad Est, dall’Estonia e dagli Urali a Nord sino all’Egitto a Sud. Le numerose introduzioni operate dall’uomo hanno tuttavia ulteriormente esteso il suo areale alla Francia, Olanda, Svizzera e Italia (Grossenbacher, 1988). Popolazioni autoctone di R. ridibunda  sul territorio italiano sono presenti solo nel Carso triestino (Mezzena e Dolce, 1977) in continuità con quelle istriane. Le popolazioni della Liguria (provincia di Imperia e di Savona), in precedenza attribuite a questa specie, derivano da esemplari provenienti dall’Albania centrale (Tirana) e introdotti in queste regioni a partire dagli anni ’40 (Lanza, 1962). Da allora la rana verde maggiore si è ben acclimatata ed ha potuto espandere notevolmente il proprio areale divenendo oggi uno degli Anfibi più comuni nel tratto costiero della Liguria occidentale (Dell’Acqua, 1994). Peraltro, con la recente distinzione a livello specifico di alcune entità balcaniche, l’attribuzione specifica di queste popolazioni non è del tutto chiara, anche se sembra probabile che debba trattarsi di Rana kartmuelleri Gayda, 1940 (=R. balcanica Schneider, Sinsch e Sofianidou, 1993 ?).  La presenza di R. ridibunda è stata segnalata anche nella Pianura Padana (Fiume Bormida, Piemonte).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie ad ampia valenza ecologica, presenta caratteristiche ecologiche simili a quelle di R. lessonae  e di R. kl. esculenta.

Habitat: tra le rane verdi è quella che manifesta un maggiore attaccamento all’ambiente acquatico, da cui si allontana raramente e mai per lunghe distanze, ed in cui frequentemente trascorre i mesi di inattività invernali. Gli ambienti acquatici sono di norma costituiti da bacini  e corsi d’acqua di notevole estensione.

Dimorfismo sessuale: maschio in media più piccolo, presenta arti anteriori più lunghi e robusti, sacchi  vocali ai lati della gola, un cuscinetto basale sul primo dito della zampa anteriore, che durante la stagione riproduttiva si ricopre di escrescenze cornee di colore grigio.

Dimensioni della popolazioni. Nel continente euroasiatico la specie è spesso molto numerosa con popolazioni costituite spesso da migliaia di individui adulti. In Italia, ad eccezione delle popolazioni alloctone della Liguria, costituite da diverse centinaia di individui, R. ridibunda presenta popolazioni poco numerose che risentono dell’isolamento tipico delle popolazioni che colonizzano regioni marginali dell’areale specifico.

Sex ratio: rapporto sessi debole sbilanciato a favore dei maschi.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva ha inizio nella seconda metà di febbraio e prosegue per tutta la primavera. I maschi in acqua emettono canti di richiamo che, rispetto alle altre rane verdi, risultano più forti, aspri e sonori. L’accoppiamento è ascellare. La femmina depone da 2000 a 13.000 uova.

Sviluppo:  le uova schiudono dopo circa 10-15 giorni dalla deposizione, e le larve completano la metamorfosi dopo poco più di due mesi. I ranocchietti neo-metamorfosati misurano da 20 a 37 mm. La maturità sessuale nei maschi è ad uno o due anni di età, nelle femmine a due anni.

Alimentazione: le larve sono onnivore. Gli adulti sono predatori voraci sia di invertebrati che di vertebrati di opportune dimensioni. Gli animali si alimentano frequentemente sott’acqua e nella loro dieta oltre a varie specie di artropodi (in particolare insetti) si annoverano un gran numero di piccoli pesci.

Rapporti con  altre specie: oltre che dall’uomo, la rana verde maggiore è predata da un gran numero di mammiferi, uccelli (in particolare ardeidi) e rettili (Natrix sp.). Laddove è stata introdotta (Liguria) è andata incontro ad una veloce espansione venendo spesso ad interagire con altre Anuri, soprattutto R. kl. esculenta. Le conseguenze di tali interazioni non sono al momento note, ma sono meritorie di attenzione e di future ricerche.

Cause del declino.
Rispetto all’ampio areale distributivo di R. ridibunda, la posizione marginale delle popolazioni autoctone italiane (limitata al Carso triestino) le espone ad un elevato rischio di estinzione. Tali rischi sono ulteriormente aumentati dagli effetti deleteri del degrado degli habitat acquatici e dalla pratica diffusa di catturare rane verdi a scopo alimentare. La introduzione di individui provenienti da aree geografiche lontane è una ulteriore causa dell’impoverimento genetico delle nostre popolazioni. In alcuni casi (Liguria) queste introduzioni hanno avuto successo è la specie si è acclimatata perfettamente, talvolta interagendo con popolazioni locali di rane verdi (Rana kl. esculenta), con effetti difficilmente prevedibili.

 

Bibliografia

Balletto E., Cherchi M.A., Salvidio S., Lattes A., Malacrida A., Gasperi G., Doria G., 1986 - Area effect in southwestern European green frogs (Amphibia Ranidae). Boll. Zool., 53: 97-109.

Berger L., 1983 - Western Palearctic water frogs (Amphibia: Ranidae): systematics, genetics and population composition. Experientia, 39 (2): 227-234.

Dell’Acqua A., 1994 - Rana verde maggiore (Rana ridibunda Pallas, 1771). In: Doria G., Salvidio S. (ed.), Atlante degli Anfibi e Rettili della Liguria. Regione Liguria Cataloghi dei beni naturali 2. Genova.

Grossenbacher K., 1988 - Verbreitungsatlas der amphibien der Schweiz. Documenta faunistica Helvetias, 7: 1-208.

Lanza B., 1962 - On the introduction of Rana ridibunda Pallas and Rana catesbeiana Shaw in Italy.  Copeia, 3: 362-363.

Lanza B., 1983 - Anfibi, Rettili (Amphibia, Reptilia). In: S. Ruffo (Ed.) -  Guida per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane.  27.  AQ/1/205.  CNR, Roma.

Mezzena R., Dolce S., 1977 - Anfibi e rettili del Carso - Atti Mus. civ. St. nat. Trieste, Trieste,  30 Suppl.: 1-218.

 

Fonte : ftp://ftp.scn.minambiente.it

 

  • Fine articolo Anfibi tutto di tutto

 

    Anfibi

     

PIANI DI ASSETTO AREE NATURALI PROTETTE
DI INTERESSE PROVINCIALE
(L.R. Lazio 29/97)

PARTE FAUNISTICA
1° RELAZIONE

Inquadramento dell'area sotto il profilo faunistico.

L'area di studio, ultimo lembo appenninico prima dell'agro romano, presenta - per la sua collocazione geografica - un interesse che va al di là delle specificità faunistiche locali. L'area è situata in una zona di transizione bioclimatica, geomorfologica e ambientale: le faune risultano così diversificate con popolazioni di alcune specie che qui raggiungono il proprio limite distributivo.
Dall'esame delle informazioni disponibili riguardo la distribuzione delle specie nella provincia di Roma, effettuata attraverso una elaborazione a GIS (Provincia di Roma, ined.; Ingravallo, com. pers.), risulta infatti una forte discontinuità degli areali specifici in questo settore, conseguenza del marcato cambiamento orografico presente nello spazio di pochi chilometri. Tale discontinuità geomorfologica si riflette sulla fauna provocando un turnover delle specie (sostituzione delle specie agricole, urbane e suburbane planiziarie con quelle tipiche di aree forestali e agroecosistemiche appenniniche e sub-appenniniche). Per tale motivo le popolazioni faunistiche presenti, al di là di eventuali valori ecologici e/o conservazionistici, presentano un’ importanza biogeografica, almeno a livello regionale.

Individuazione degli ambiti di studio; unità ecologiche principali:

Aree forestali: querceti decidui (cerrete), querceti sempreverdi (sugherete), boschi misti,  rimboschimenti, comprendenti le seguenti comunità vegetazionali individuate da Guidi (vedi relazione tema: flora e vegetazione),:

  1. boschi a latifoglie decidue a dominanza di cerro (Quercus cerris);
  2. sugherete con sottobosco di storace e castagni;
  3. boschi misti di latifoglie decidue e latifoglie sempreverdi a leccio (Quercus ilex), carpino nero (Ostrya carpinifolia), orniello (Fraxinus ornus), carpino orientale (Carpinus orientalis);
  4. popolamenti di castagno;
  5. rimboschimenti a conifere.

Arbusteti e aree a vegetazione scarsa: comprendenti:

  1. boschi e boscaglie con albero di Giuda, storace, acero minore, carpino nero, carpino orientale, sclerofille mediterranee;
  2. comunità miste di arbusti decidui e specie sclerofille mediterranee e rocce affioranti in larga parte coperte dalla vegetazione (macchia-sibjiak);
  3. ambienti con rocce affioranti, scarsa copertura vegetale, alberi e arbusti sparsi, radure pascolate, ambienti di margine;
  4. arbusteti post-incendio a erica, cisto e ginestra

Coltivi (comprendenti seminativi, colture orticole e legnose agrarie).

Individuazione dei gruppi sistematici di studio.

Riguardo alla scelta dei gruppi sistematici oggetto di indagine bibliografica e di campo ci si è limitati ai vertebrati terrestri. La scelta è stata dettata dalla possibilità di ottenere dati cospicui in tempi ridotti, quali quelli resi disponibili per la stesura dei piani di assetto.
In modo particolare la Classe degli Uccelli, per numero di specie, facilità di osservazione, ruolo come indicatori ecologici e di conservazione, sono stati studiati in modo più approfondito nel periodo in esame.

Metodiche specifiche per i gruppi individuati (schede, cartografie, strumenti, tecniche e materiali di raccolta)

Oltre ad una ricerca bibliocartografica nel settore, è stata condotta una ricerca di campo attraverso osservazione diretta e raccolta di indizi indiretti di presenza (tracce).
In particolar modo è stata focalizzata l'attenzione su tane (es.: Volpe, Istrice, Arvicole), nidi: (es.: Passeriformi), impronte (Volpe, Cinghiale), peli (es.: aculei di Istrice), penne e piume, gusci e uova, resti anatomici ossei, boli alimentari, canti e suoni.
I rilievi sono stati condotti utilizzando come base cartografie CTR 1:10000, binocolo da campo e, per i reperti, contenitori vari.

Uso dei dati bibliografici:

La prima fonte dalla quale acquisire informazioni pregresse sulle preesistenze faunistiche dell'area sono gli Atlanti che, benchè redatti a scale differenti per i diversi gruppi, possono offrire un primo quadro di riferimento.

Segue una prima lista faunistica delle specie presenti nell'area in esame desunte da fonti bibliografiche generali (Societas Herpetologica Italica, 1996 per l'erpetofauna; da Boano et  al., 1995 per l'avifauna; da Spagnesi e Toso, 1999 per la mammalofauna). In neretto le specie di interesse conservazionistico (indicate in lista rossa) tratte da Bulgarini et  al., (1998). B = dato bibliografico

ANFIBI

 

(con * le specie presenti nelle aree limitrofe al contesto di studio o non ascrivibili ad essa con precisione a causa della maglia UTM e della scala utilizzata dall'Atlante).

 

B Tritone crestato *

Triturus carnifex

 

B Tritone punteggiato *

Triturus vulgaris

 

B Rospo comune *

Bufo bufo

 

B Rana italiana *

Rana italica

 

B Rana verde *

Rana hispanica kl.

 

 

 

 

RETTILI

 

 

Ramarro *

Lacerta bilineata

 

Lucertola muraiola

Podarcis muralis

 

Lucertola campestre *

Podarcis sicula

 

B Biacco *

Coluber viridiflavus

 

B Saettone *

Elaphe longissima

 

B Vipera comune *

Vipera aspis

 

 

 

UCCELLI
L'elenco è limitato alle sole specie nidificanti. La lista corrisponde alle specie presenti nel foglio 121 in Boano et al., 1995 (foglio IGM 375IVNO). Con ° sono indicate le specie cacciabili nelle aree non precluse all'attività venatoria, limitrofe alla Riserva e ricomprese nell'ambito territoriale di caccia ATC RM/2 (art. 10 L. 157/92 e art. 34 L.R. Lazio 17/95):
Tali dati costituiscono una prima base bibliografica benché risultino di dubbia utilità in quanto riferiti a tutta l'area coperta dalla tavoletta IGM, ben superiore all'area di studio. Si è ritenuto inserire comunque tale informazione come stimolo per ulteriori approfondimenti.

 

Aquila reale

Aquila chrysaetos

 

Pellegrino

Falco peregrinus

 

Cuculo

Cuculus canorus

 

Rondone

Apus apus

 

Martin pescatore

Alcedo atthis

 

Allodola °

Alauda arvensis

 

Rondine

Hirundo rustica

 

Balestruccio

Delichon urbica

 

Ballerina gialla

Motacilla cinerea

 

Ballerina bianca

Motacilla alba

 

Scricciolo

Troglodytes troglodytes

 

Pettirosso

Erithacus rubecula

 

Usignolo

Luscinia megarhynchos

 

Saltimpalo

Saxicola torquata

 

Merlo °

Turdus merula

 

Usignolo di fiume

Cettia cetti

 

Occhiocotto

Sylvia melanocephala

 

Capinera

Sylvia atricapilla

 

Codibugnolo

Aegithalos caudatus

 

Cinciarella

Parus caeruleus

 

Cinciallegra

Parus major

 

Rigogolo

Oriolus oriolus

 

Averla piccola

Lanius collurio

 

Taccola

Corvus monedula

 

Cornacchia grigia °

Corvus corone cornix

 

Passera d'Italia

Passer italiae

 

Passera mattugia

Passer montanus

 

Fringuello

Fringilla coelebs

 

Verzellino

Serinus serinus

 

Verdone

Carduelis chloris

 

Cardellino

Carduelis carduelis

 

 

 

 

MAMMIFERI

Trattasi di presenze di massima desunte da areali nazionali e come tali indicative. Con ° sono indicate le specie cacciabili nelle aree non precluse all'attività venatoria, limitrofe alla Riserva e ricomprese nell'ambito territoriale di caccia ATC RM/2 (art. 10 L. 157/92 e art. 34 L.R. Lazio 17/95). Non sono stati considerati i Chirotteri per la carenza di dati e la difficoltà di ricognizione:

 

Riccio europeo

Erinaceus europaeus

 

Toporagno nano

Sorex minutus

 

Toporagno comune

Sorex araneus

 

Toporagno appenninico

Sorex samniticus

 

Toporagno d'acqua

Neomys fodiens

 

Toporagno acquatico di Miller

Neomys anomalus

 

Mustiolo

Suncus etruscus

 

Crocidura a ventre bianco

Crocidura leucodon

 

Crocidura minore

Crocidura suaveolens

 

Talpa romana

Talpa romana

 

Talpa cieca

Talpa cieca

 

Lepre comune o europea °

Lepus europaeus

 

Scoiattolo comune

Sciurus vulgaris

 

Quercino

Eliomys quercinus

 

Moscardino

Muscardinus avellanarius

 

Arvicola rossastra

Clethrionomys glareolus

 

Arvicola terrestre

Arvicola terrestris

 

Arvicola di Savi

Microtus savii

 

Topo selvatico a collo giallo

Apodemus flavicollis

 

Topo selvatico

Apodemus sylvaticus

 

Topo domestico

Mus domesticus

 

Ratto nero o dei tetti

Rattus rattus

 

Ratto delle chiaviche

Rattus norvegicus

 

Istrice

Hystrix cristata

 

Nutria *

Myocastor coypus (intr.)

 

Volpe °

Vulpes vulpes

 

Tasso

Meles meles

 

Donnola

Mustela nivalis

 

Puzzola

Mustela putorius

 

Faina

Martes foina

 

Martora

Martes martes

 

Gatto selvatico

Felis silvestris

 

Cinghiale °

Sus scrofa

 

 

Dati originali:
I dati originali sono stati raccolti mediante sopralluoghi naturalistici avvenuti, per il 1999, nelle date: 23.3, 11.10, 10.12, 20.12, e per il 2000 in date: 22.3, 19.5 e 26.5 ed a numerosi altri, di tipo gestionale, in cui l'obiettivo naturalistico era secondario. Con * sono indicate le specie la cui presenza nell'area di indagine è altamente probabile ed andrebbe confermata con un supplemento di indagine. In neretto le specie di interesse conservazionistico (indicate in lista rossa) tratte da Bulgarini et al. (1998). Tale lista, valutata criticamente, andrà ad implementare i dati bibliografici (v. sopra).

 

UCCELLI

 

Germano reale (1)

Anas platyrhynchos

Poiana

Buteo buteo

Gheppio

Phasianus colchicus

Quaglia *

Coturnix coturnix

Fagiano *

Phasianus colchicus

Colombaccio *

Columba palumbus

Tortora *

Streptopelia turtur

Cuculo

Cuculus canorus

Barbagianni *

Tyto alba

Assiolo *

Otus scops

Civetta *

Athene noctua

Allocco *

Strix aluco

Rondone

Apus apus

Martin pescatore *

Alcedo atthis

Upupa *

Upupa epops

Torcicollo

Jynx torquilla

Picchio verde

Picus viridis

Picchio rosso maggiore

Picoides major

Allodola *

Alauda arvensis

Rondine

Hirundo rustica

Balestruccio

Delichon urbica

Calandro

Anthus campestris

Ballerina gialla *

Motacilla cinerea

Ballerina bianca

Motacilla alba

Scricciolo

Troglodytes troglodytes

Passera scopaiola *

Prunella modularis

Pettirosso

Erithacus rubecula

Usignolo

Luscinia megarhynchos

Codirosso spazzacamino *

Phoenicurus ochruros

Saltimpalo

Saxicola torquata

Passero solitario

Monticola solitarius

Merlo

Turdus merula

Tordo bottaccio

Turdus philomelos

Tordela *

Turdus viscivorus

Usignolo di fiume *

Cettia cetti

Beccamoschino *

Cisticola juncidis

Canapino

Hippolais polyglotta

Sterpazzolina

Sylvia cantillans

Occhiocotto

Sylvia melanocephala

Sterpazzola *

Sylvia communis

Capinera

Sylvia atricapilla

Luì verde *

Phylloscopus sibilatrix

Luì piccolo *

Phylloscopus collybita

Fiorrancino

Regulus ignicapillus

Pigliamosche *

Muscicapa striata

Codibugnolo

Aegithalos caudatus

Cincia mora

Parus ater

Cinciarella

Parus caeruleus

Cinciallegra

Parus major

Picchio muratore

Sitta europaea

Rampichino

Certhia brachydactyla

Rigogolo *

Oriolus oriolus

Averla piccola

Lanius collurio

Ghiandaia

Garrulus glandarius

Gazza *

Pica pica

Taccola *

Corvus monedula

Cornacchia grigia

Corvus corone cornix

Storno *

Sturnus vulgaris

Passera d'Italia

Passer italiae

Passera mattugia *

Passer montanus

Fringuello

Fringilla coelebs

Verzellino

Serinus serinus

Verdone

Carduelis chloris

Cardellino

Carduelis carduelis

Zigolo giallo *

Emberiza citrinella

Zigolo nero

Emberiza cirlus

Strillozzo

Miliara calandra

Tra gli svernanti da segnalare due ind. di Cormorano Phalacrocorax carbo sinensis presso la diga sull'Aniene (area urbana di Tivoli), esterna al perimetro della Riserva.

(1) presso la diga sull'Aniene (area urbana di Tivoli), esterna al perimetro della Riserva.

MAMMIFERI


Talpa romana (tane)

Talpa romana

Scoiattolo comune (oss. diretta)

Sciurus vulgaris

Istrice (tane, scavi, escrementi, aculei)

Hystrix cristata

Volpe (escrementi)

Vulpes vulpes

ANFIBI e RETTILI

 

 

Ramarro *

Lacerta bilineata (Univ.)

 

Lucertola muraiola

Podarcis muralis (Univ.)

 

Lucertola campestre *

Podarcis sicula (Univ.)

 

Luscengola

Chalcides chalcides (Univ.)

 

B Biacco *

Coluber viridiflavus (Univ.)

 

B Saettone *

Elaphe longissima (1)

 

B Vipera comune *

Vipera aspis

 

(1) (ind. osservato presso il Fosso S.Antonio, ottobre 2000, Gualandri, com. pers.)
(Univ. ) = dati raccolti nell'ambito della Convenzione fra Amministrazione Provinciale di Roma e l'Università degli Studi di Roma Tre per lo studio dell'erpetofauna nell'area delle Riserve naturali di Monte Catillo, Nomentum e Macchia di Gattaceca e del Barco (Bologna e Bombi, com. pers.).

Il contesto limitrofo alla Riserva: i Monti Lucretili

La breve distanza che separa la Riserva naturale con il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, di cui Monte Catillo costituisce un'appendice geomorfologica, oltre alla similarità di ambienti naturali (agroecosistemi a legnose agrarie, querceti mesofili, versanti a vegetazione arbustiva ed erbacea) può far ipotizzare la presenza di specie non segnalate nella Riserva ma presenti nel Parco Naturale Regionale (Fonte: Regione Lazio, 1998).
Quanto di seguito riportato, attinente strettamente all'area dei Lucretili, ha lo scopo di facilitare l'inquadramento faunistico dell'area oggetto di studio.
Riguardo all'erpetofauna dei Lucretili Carpaneto (1995) indica 24 specie (18 specie di anfibi, 6 di rettili) tra cui la rara Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata), il Tritone crestato (Triturus carnifex), il Tritone punteggiato (T. vulgaris), l'Ululone dal ventre giallo (Bombina pachypus), il Rospo smeraldino (Bufo viridis), la Raganella (Hyla intermedia), la Rana agile (Rana dalmatina), la Rana appenninica (Rana italica), l'Orbettino (Anguis fragilis), la Testuggine comune Testudo hermanni, la Testuggine palustre (Emys orbicularis), il Biacco (Coluber viridiflavus), il Cervone (Elaphe quatuorlineata), il Saettone (Elaphe longissima), la Vipera comune (Vipera aspis).
Tra gli uccelli, Bologna et al. (1995) segnalano un ricco elenco di specie per i Lucretili, tra nidificanti, di passo, svernanti, accidentali (117). Tra queste risultano di particolare interesse, per la loro localizzazione nel Lazio, l'Aquila reale (Aquila chrysaetos), nidificante sul monte Pellecchia, la Coturnice (Alectoris graeca), presente in piccoli gruppi ("brigate") sul Pellecchia e sul Gennaro. Inoltre sono nidificanti lo Sparviero Accipiter nisus, rapace diurno legato ad ecosistemi forestali, il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), il Pellegrino (Falco peregrinus)..
Genovesi (1995), nella sua indagine sulla mammalofauna, riporta la presenza, nel comprensorio dei Lucretili, di Chirotteri (5 specie), Insettivori e Roditori (12 specie, tra cui i gliridi Myoxus glis e i Elyomis quercinus, lo Scoiattolo Sciurus vulgaris, l'Istrice Hystrix cristata), Lagomorfi (Lepus europaeus e, probabilmente, Coniglio selvatico Oryctolagus cuniculus, entrambe le specie proveniente con molta probabilità da lanci effettuate dalle Associazioni venatorie; Angelici, 1995), Ungulati (Cinghiale Sus scrofa), Carnivori (sia mustelidi come Martora Martes martes, Puzzola Martes putorius, Faina Martes foina, Donnola Mustela nivalis, Tasso Meles meles, sia felidi, Gatto selvatico Felis silvestris, canidi, la Volpe Vulpes vulpes e il Lupo Canis lupus).
Nell'area dei Lucretili è rilevante il fenomeno del randagismo canino, il quale costituisce una forte minaccia per il Lupo (Boitani cit. in Cenovesi, 1995). Quest'ultima specie è presente nelle aree centrali della Riserva, a quote più elevate, ed è improbabile la sua presenza sul Catillo, troppo marginale.
Riguardo alle immissioni faunistiche, nell'area dei Lucretili, sono state interessate le seguenti specie: Fagiano Phasianus colchicus, Pernice rossa Alectoris rufa, Starna Perdix perdix, Lepre Lepus europaeus, Cinghiale Sus scrofa. Per Fagiano e Pernice rossa si tratta di introduzioni, in quanto tali specie non sono mai state presenti nell'area. Gli altri possono essere considerati ripopolamenti (Angelici, 1995).
Informazioni sugli artropodi dei Monti Lucretili sono rinvenibili in Carpaneto e Vigna Taglianti (1995). Questi autori sottolineavano la peculiarietà del massiccio in relazione alla presenza di isole di vegetazione mediterranea e submediterranea con alta percentuale di piante sclerofille sempreverdi le quali giustificano l'esistenza di zoocenosi di artropodi tipici di aree planiziarie e costiere. A questo si aggiunge una elevata eterogeneità ambientale che determina una buona qualità della fauna ad artropodi sia, quantitativamente, come ricchezza specifica che, qualitativamente, come presenza di entità rare o localizzate nell'Italia peninsulare. Data la similitudine vegetazionale con il limitrofo Monte Catillo, pur in mancanza di dati più approfonditi, è ipotizzabile che gran parte dei taxa di artropodi segnalati sui Lucretili siano presenti anche sul Catillo.

Similarità faunistica fra la Riserva naturali di Monte Catillo e il Parco Naturale Regionale dei Lucretili.

La continuità ambientale della Riserva naturale di Monte Catillo con il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili può far prevedere una elevata similarità faunistica tra i due ambiti territoriali.
A questo scopo può essere opportuno e d'interesse un confronto fra i dati provenienti dalle analisi bibliografiche e dai rilievi di campo relative alle due aree protette.
Riguardo all'erpetofauna si può notare l'assenza, dall'area di Monte Catillo, di diverse specie di anfibi (Salamandrina dagli occhiali, Rospo smeraldino, Raganella, Rana agile, Ululone dal ventre giallo) e rettili (Testuggine terrestre, Testuggine palustre, Geco, Emidattilo verrucoso, Orbettino, Luscengola, Cervone, Biscia d'acqua, Vipera comune).
Tali assenze sono da imputare molto probabilmente a carenza di indagine anche se non sono da escludere cause legate a fattori ecologico-biogeografici quali la ridotta dimensione dell'area in esame e la conseguente riduzione nel numero di potenzialità ecosistemiche. Ciò può essere particolarmente rispondente a realtà per quel che riguarda gli anfibi. A differenza che sul gruppo dei Lucretili ove sono presenti aree di fondovalle, sul Catillo sono poco o punto presenti corsi d'acqua superficiali e questo può influenzare la presenza di alcune specie legate a questi ambienti.
La posizione marginale di Monte Catillo rispetto all'Appennino può essere una causa ulteriore di assenza di specie. In una tale contesto alcune popolazioni possono trovarsi al limite del proprio areale a scala regionale e conseguentemente possono essere a carattere effimero (e considerate popolazioni sink, ovvero popolazioni che non hanno la capacità di automantenersi e la cui sopravvivenza in tempi lunghi è strettamente legata al flusso di individui proveniente da popolazioni vitali, con alto tasso riproduttivo e di dispersione definite popolazioni source).
Tra i mammiferi, il Lupo per il suo comportamento elusivo, la necessità di ampi spazi naturali per le sue necessità vitali (sociali, trofiche, riproduttive, legate all'home range) è, come accennato, improbabile che possa arrivare a frequentare l'area del Catillo (benchè la continuità con l'area dei Lucretili, all'altezza di S.Polo di Cavalieri, ed alcune segnalazioni, meritevoli di conferma, possono far ipotizzare la presenza di singoli individui erratici).
Per questo gruppo sistematico la check-list ottenuta per il Catillo si basa in gran parte da dati bibliografici ottenuti da stime di areale potenziale (Spagnesi e Toso, 1999). La carenza di dati più attinenti alla scala di indagine e l'assenza di una cartografia che delinei l'areale effettivo probabilmente sovrastimano la ricchezza di specie (ciò vale soprattutto per i Chirotteri, qui non considerati perché scarsamente studiati, e per i Carnivori, ad es. i mustelidi, elusivi e difficilmente indagabili con metodiche speditive).
Tra gli uccelli gran parte delle specie di rapaci diurni segnalati sui Lucretili non sono presenti a Monte Catillo. E' tuttavia probabile la presenza di specie legate ad ecosistemi forestali maturi (ad es. lo Sparviere). Occasionalmente, specialmente durante il passo migratorio primaverile e post-nuziale è possibile che altre specie di rapaci diurni possano frequentare l'area.
Riguardo agli altri gruppi avifaunistici è molto probabile la presenza di gran parte delle specie segnalate sui Lucretili, in quanto per la maggior parte diffuse e comuni. Andrebbero indagate maggiormente le comunità ornitiche presenti nelle aree dominate da comunità miste di arbusti sempreverdi e decidui dominate da erica e cisto in aree pascolate e sottoposte ad incendi frequenti (v. Guidi, relazione vegetazionale) e i pendii rocciosi, con specie caratteristiche.

La fauna di Monte Catillo: aspetti salienti.

L'eterogeneità ambientale che caratterizza l'area della Riserva, inoltre, unitamente alle considerazioni sopra riportate riguardanti la posizione biogeografica rendono l'area interessante sotto il profilo faunistico e meritevole di ulteriori approfondimenti.
Al di là del mero elenco faunistico, sopra rportato, può essere possibile, attraverso una suddivisione per unità ecologiche principali (v. sopra), una caratterizzazione delle cenosi, almeno per quel che riguarda l'avifauna.

Ornitocenosi forestali:

Specie rappresentative risultano il Colombaccio Columba oenas e la Tortora Streptopelia turtur. Tra i rapaci notturni sono presenti l'Assiolo Otus scops, la Civetta  Athene noctua, l'Allocco Strix aluco.Tra i piciformi, il Torcicollo Jynx torquilla, il Picchio verde Picus viridis, il Picchio rosso maggiore Picoides major. Di un certo interesse risultano migratori a lungo raggio quali il Rigogolo Oriolus oriolus, l'Upupa Upupa epops, legati anche ad agroecosistemi a mosaico.Un ricco campione di specie di passeriformi è legato agli ambienti forestali del Catillo. Fra queste specie è interessante notare la presenza di specie che sono presenti nell'area con popolazioni ai margini dell'areale appenninico: il Tordo bottaccio Turdus philomelos, il Luì verde Philloscopus sibilatrix, la Cincia mora Parus ater. Altre specie sono qui rappresentate da popolazioni in buono stato e vitali (probabilmente con funzioni di sorgente [source] per le popolazioni frammentate presenti nei sistemi forestali planiziari): fra queste: il Picchio muratore Sitta europaea e la Ghiandaia Garrulus glandarius. Studi recentemente condotti nell'area cornicolana e nomentana hanno sottolineato la frammentarietaà delle popolazioni di queste specie forestali, per le quali l'area di Catillo può funzionare da serbatoio.

Ornotocenosi legate ad ambienti aperti (agroecosistemi, arbusteti e aree a vegetazione scarsa):

Tra i rapaci, seppur in contesti ambientali eterogenei ed a mosaico è presente la Poiana Buteo buteo. Il Gheppio Falco tinnunculus è presente anche in prossimità di opere umane (ruderi, ecc.) ove è solito costruire il nido. Tra i galliformi la presenza della Quaglia Coturnix coturnix, risulta di un certo interesse in quanto specie in declino demografico e indicata nella lista rossa di Bulgarini et al. (1998). Gli individui di Fagiano Phasianus colchicus presenti nell'area sono il frutto di immissioni venatorie. Il Barbagianni Tyto alba è solito cacciare in zone aperte (prati, incolti, coltivi) ove cattura le prede, abitualmente costituite da micromammiferi terragnoli (roditori e insettivori), pur non mancando nella dieta insetti, rettili, piccoli uccelli e chirotteri. Tale rapace notturno è solito utilizzare i piani alti degli edifici diruti come sito di sosta e nidificazione. L'individuazione di eventuali siti di questa specie può risultare utile, oltre che come dato di presenza, anche alla raccolta di boli alimentari contenenti resti chitinosi e ossei delle prede, permettendo, in tal modo, uno studio della micromammalofauna presente.
Di interesse conservazionistico è la presenza dell'Averla piccola Lanius collurio, legata a ecosistemi agricoli tradizionali ed in calo demografico, a scala nazionale e regionale,  per la trasformazione delle tecniche di coltivazione.
Passeriformi tipici di ambienti aperti, pur se a vario grado ed in condizioni ecologiche differenti, sono ancora l'Allodola Alauda arvensis, il Calandro Anthus campestris, il Saltimpalo Saxicola torquata, il Passero solitario Monticola solitarius, il Beccamoschino Cisticola juncidis.
Altre specie legate ad ambienti marginali, di macchia mediterranea o presenti in aree forestali a sclerofille sempreverdi e presenti nella Riserva sono i silvidi: Canapino Hippolais polyglotta, Sterpazzolina Sylvia cantillans, Occhiocotto Sylvia melanocephala, Strepazzola Sylvia communis.
I Corvidi Gazza Pica pica e Cornacchia grigia Corvus corone cornix sono legati a situazioni antropizzate di diverso livello: la prima di tipo agricolo, la seconda di tipo urbano. La Cornacchia, specie antropofila, opportunista e generalista, in risposta alle condizioni di crescente e generalizzato degrado ambientale, sta subendo un incremento demografico di rilievo. Trattandosi di specie in grado di predare altri uccelli (in special modo individui giovani) o nidi, può costituire un ulteriore fattore di impatto per molte specie più sensibili, particolarmente in condizioni di forte marginalità e frammentazione.
Specie molto diffuse e comuni in ambienti aperti, con presenza umana, sono la Rondine Hirundo rustica, il Balestruccio Delichon urbica, i passeri Passer sp. plur., i fringillidi Serinus serinus, Carduelis sp. plur., Emberiza sp. plur., lo Strillozzo Miliara calandra.

Ornitocenosi degli ambienti umidi

Trattandosi di ambienti estremamente limitati e di ridotta estensione nell'area protetta, poche sono le specie presenti. Lungo l'Aniene sono stati osservati individui svernanti di Cormorano Phalacrocorax carbo e di Germano reale Anas platyrhynchos. Presso il fondovalle e nelle zone periurbane di Tivoli risultano nidificanti la Ballerina bianca e gialla Motacilla alba e Motacilla cinerea, lungo l'Aniene, il Martin pescatore Alcedo atthis.

Ornitocenosi degli ambienti urbanizzati.

La presenza del centro abitato di Tivoli, delle aree periurbane lungo l'Aniene e nellle zone limitrofe collinari e planiziarie permettono la presenza di alcune specie antropofile, opportuniste e generaliste. Fra queste la Cornacchia grigia Corvus corone cornix, i Passeri Passer sp. plur., irundinidi quali Delichon urbica e Hirundo rustica, pur se in condizioni di antropofilia differenti (la prima legata ai centri abitati, la seconda alle aree agricole), fringillidi, legati a zone urbanizzate con presenza di arredo verde urbano (giardini, alberature, orti, ecc.) ed altri (es.: cince Parus sp. plur., merli Turdus merula).

Indirizzi di conservazione.

Il confronto con Liste rosse ed Atlanti faunistici a diversa scala può consentire l'individuazione delle specie presenti che presentino interesse conservazionistico, ecologico, biogeografico, gestionale.
In grassetto nelle check-list sono state riportate le specie presenti nella lista rossa degli Animali d'Italia (Bulgarini et al., 1998).
Tra gli anfibi è indicata la Rana appenninica (Rana italica). Questa specie, legata a corsi d'acqua presenti in aree forestali, non è stata osservata direttamente durante il periodo di indagine, anche per la scarsità di ambienti ottimali nella Riserva. Andrebbero effettuate ulteriori indagini (oltre a quelle già in itinere da parte del Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma Tre in Convenzione con la Provincia di Roma).
Tra gli uccelli l'Aquila reale Aquila chrysaetos segnalata per l'area nell'Atlante degli uccelli nidificanti del Lazio (Boano et al., 1995) trattasi di esemplari provenienti dai Lucretili (una coppia è da anni nidificante sul Monte Pellecchia). Il mantenimento dell'integrità ambientale in seno alla Riserva è sicuramente un elemento favorevole per questa specie che ha necessità di ampi spazi per le sue esigenze trofiche, comportamentali e riproduttive.
Il Falco pellegrino Falco peregrinus, anch'esso segnalato dall'Atlante e inserito nella Lista rossa, è probabilmente presente sui versanti del Monte e/o nelle aree limitrofe.
Altre specie inserite in lista rossa sono la Quaglia Coturnix coturnix, l'Assiolo Otus scops, il Martin pescatore Alcedo attthis, il Picchio verde Picus viridis.
Nell'area di studio il Picchio verde presenta una buona popolazione nelle aree forestali (in special modo le cerrete sommitali come Colle Travi e Colle Mariano).
Tra i mammiferi, oltre ai chirotteri, sono indicate in lista rossa lo Scoiattolo Sciurus vulgaris, il Quercino Eliomys quercinus, il Moscardino Muscardinus avellanarius, la Martora Martes martes, il Gatto selvatico Felis silvestris. Esistono riscontri osservativi per l'area solo per lo Scoiattolo. Le altre specie, benchè potenzialmente presenti in termini di areale e di tipologie di habitat presenti, devono essere confermate attraverso ulteriori studi.
Un approfondimento riguardo alle potenzialità dell'area nell'ottica di una pianificazione di rete ecologica alla scala locale di paesaggio e provinciale ed il suo ruolo come area nodale per i territori limitrofi è di fondamentale importanza.

Cartografie.
Le seguenti cartografie generali e tematiche sono risultate utili alla stesura della parte faunistica.

Carta della Riserva naturale (da CTR Regione Lazio 1:10000; modif. Serv. Pianificazione ambientale, sviluppo parchi, riserve naturali)
Provincia di Roma, non pubbl., Carta della sovrapposizione degli areali faunistici (Ingravallo, com. pers.)
Provincia di Roma - Assessorato all'Ambiente, 2000. Riserva naturale di Monte Catillo - Carta Escursionistica. Serv. Pianificazione ambientale, sviluppo parchi, riserve naturali.
Provincia di Roma, 1998. Piano di Territoriale di Coordinamento. Del. Cons. porov. 358 del 26.3.1998. Cartografie di piano.

Bibliografia:

Angelici F.M., 1995. I ripopolamenti animali dei monti Lucretili. In: De Angelis G. (a cura di), 1995. Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. Comitato promotoro e consorzio di gestione Parco Regionale Naturale Monti Lucretili. 5° ediz., Roma.
Battisti C., Guidi A., Panzarasa S., 2000. Reti ecologiche: un caso di studio. In: Filpa A.. Il Lazio verso il nuovo sistema delle aree protette. Urbanistica Dossier, 30: 27-37.
Battisti C., Guidi A., Panzarasa S., 2000. Reti ecologiche in Provincia di Roma: un caso di studio. Parchi, 29: 40-46.
Boano A., Brunelli M., Bulgarini F., Montemaggiori A., Sarrocco S., Visentin M. (Eds), 1995. Atlante degli Uccelli nidificanti nel Lazio. Alula II (1-2): 1-224.
Bologna G., Petretti F., Sommani E., 1995. Gli uccelli dei monti Lucretili. In: De Angelis G. (a cura di), 1995. Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. Comitato promotoro e consorzio di gestione Parco Regionale Naturale Monti Lucretili. 5° ediz., Roma.
Bulgarini F., Calvario E., Fraticelli F., Petretti F., Sarrocco S.(Eds.), 1998. Libro rosso degli Animali d'Italia. Vertebrati. WWF Italia, Roma.
Carpaneto G.M., 1995. Anfibi e rettili dei monti Lucretili. In: De Angelis G. (a cura di), 1995. Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. Comitato promotoro e consorzio di gestione Parco Regionale Naturale Monti Lucretili. 5° ediz., Roma.
Carpaneto G.M., Vigna Taglianti A., 1995. Le attuali conoscenze sugli artropodi dei monti Lucretili e il loro significato eco-biogeografico. In: De Angelis G. (a cura di), 1995. Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. Comitato promotoro e consorzio di gestione Parco Regionale Naturale Monti Lucretili. 5° ediz., Roma.
De Angelis G. (a cura di), 1995. Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. Comitato promotoro e consorzio di gestione Parco Regionale Naturale Monti Lucretili. 5° ediz., Roma.
Genovesi P., 1995. I mammiferi dei monti Lucretili. In: De Angelis G. (a cura di), 1995. Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. Comitato promotoro e consorzio di gestione Parco Regionale Naturale Monti Lucretili. 5° ediz., Roma.
Provincia di Roma, 1993. Terre protette. Edizioni delle Autonomie, Roma. 2° edizione.
Provincia di Roma, 2000. L'attività venatoria nella tutela e nel rispetto dell'ambiente. Velox, Roma.
Regione Lazio, 1998. I parchi e le riserve naturali del Lazio. Quasar ed., Roma.
Societas Herpetologica Italica, 1996. Atlante provvisorio degli anfibi e rettili italiani. Ann. Mus. Civ. St. Nat. "G. Doria", Genova, XCI: 95-178.
Spagnesi M., Toso S., 1999. Iconografia dei mammiferi d'Italia. Ministero dell'Ambiente-Servizio Conservazione Natura. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica.

 

Dr. Corrado Battisti
Naturalista

Responsabile del tema faunistico
Uff. Conservazione natura.
Servizio Pianificazione ambientale, sviluppo Parchi,
riserve naturali
Provincia di Roma.

Fonte: www.provincia.rm.it

 

 

 

 

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    Anfibi

     

Il Lago Vadimone

Il lago Vadimone rappresenta un ecosistema tipico delle zone umide.
Queste sono caratterizzate dalla presenza di acqua (laghi, stagni, fiumi), importante soprattutto per quelle specie di uccelli migratori che, diretti in Africa durante i mesi freddi, trovano in questi ambienti un luogo ideale per sostare e riposarsi per il lungo viaggio.
Sulla superficie del lago si nota una gran quantità di lenticchia d’acqua, detta anche “erba paperina” poiché se ne cibano le anatre selvatiche, una pianticella che possiede una sola fogliolina e che prende il nutrimento dall’acqua; si è diffusa abbondantemente a causa della diffusione di concimi chimici in agricoltura.

              

                                     Il canneto e il cariceto

La presenza di piante in superficie, che costituiscono il lamineto, impedisce la penetrazione della luce negli strati d’acqua più profondi e può creare problemi all’ecosistema.
Allontanandoci dal lago troviamo:
il cariceto, costituito da piante, i carici, con le radici che affondano nel fango; formano piccoli cespugli che creano nascondigli per insetti, piccoli uccelli acquatici e rane;
il canneto, habitat ideale di gallinelle d’acqua ed altri uccelli acquatici, costituito da cannucce palustri e da Typha latifolia, pianta tipica delle zone umide, con un’infiorescenza cilindrica di colore marrone usata spesso a scopi ornamentali;
il prato umido: molto morbido, ricco di acqua, costituito da piante come  la menta acquatica, l’equiseto (una felce moltoantica caratterizzata dalla presenza di un fusto vegetativo separato dal fusto riproduttivo) ed il giunco, usato per legare le viti e produrre gli stoppini delle candele (soprattutto nell’Europa del nord) grazie alla presenza, al suo interno, di un tessuto spugnoso detto midollo.
Piante arboree: le più diffuse sono il pioppo nero o cipressino , il pioppo bianco ( caratteristici dellezone umide)ed il salice, i cui rami sono utilizzati per fabbricare i cesti.
La fauna delle zone umide è costituita da  insetti, rettili, anfibi e uccelli.
Insetti: alcune specie hanno modificato le zampe anteriori per nuotare sulla superficie dell’acqua, altri, come i ragni d’acqua, hanno sviluppato dei peli idrofobi sulle zampe posteriori per galleggiare (le acque inquinate contenenti saponi rendono il galleggiamento difficoltoso). Il ditisco, un coleottero, riesce ad imprigionare bolle d’aria sotto le ali, riuscendo così ad immergersi per catturare le larve e gli altri organismi di cui si ciba. La libellula  depone le sue uova, contenenti all’interno ossigeno, nell’acqua, dove si sviluppano anche le larve.

 

Rettili: i più comuni sono la biscia d’acqua o dal collare, specie non aggressiva che in presenza di un pericolo finge di essere morta e, se attaccata, libera un liquido dall’odore repellente; sa strisciare sulla terra , nuotare e resiste sott’acqua fino a 30 minuti;
il biacco, altra specie non aggressiva
che può raggiungere la lunghezza  di 1 metro, non è velenoso ma può mordere.
Anfibi: le specie più diffuse sono i rospi, le raganelle e le rane; queste ultime, di piccole dimensioni e molto colorate, stanno immerse in modo tale da poter vedere sia sopra il pelo dell’acqua sia sotto.
Uccelli: come già detto in precedenza, le zone umide costituiscono un habitat ideale per alcune specie migratorie che, seguendo sempre la stessa rotta, si fermano per riposarsi e poi proseguono. Durante l’escursione al lago Vadimone è stato notato un esemplare di airone cinerino.

Fonte: www.scuolamediaorte.it

 

 

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Gli  Anfibi

 

 

Vivendo in campagna, nelle vicinanze di corsi d' acqua, si può trovare un gruppo specifico di esseri viventi: gli anfibi. Molti, con il temine anfibi, intendono solo rane e rospi, ma, oltre ad essi, gli appartenenti a questo gruppo sono: raganelle, salamandre, tritoni. E' semplice riconoscere un anfibio :  sono  in grado di vivere sia in acqua che sulla terra .

 

Gli anfibi si dividono in due gruppi:

- ANURI, che non hanno la coda e sono rane, rospi e raganelle;

- URODELI, che hanno la coda e sono salamandre e tritoni.

 

Essi si riproducono tramite le uova; ogni gruppo le depone in acqua in modo diverso: le rane e le raganelle in grossi grappoli, i rospi a nastro, i tritoni le attaccano alle foglie acquatiche e le salamandre a gruppi su rametti che trovano sul fondo. Le uova assieme al canto sono le uniche tracce della loro presenza, perchè, essendo piccoli e leggeri non lasciano impronte sul terreno.Tutti gli anfibi sono predatori voracissimi di insetti e pesciolini. La loro tecnica di caccia è molto particolare: stanno fermi in un posto qualsiasi, aspettano che la preda si avvicini, poi con la lunga lingua appiccicosa o nascondendosi tra 1' erba o nuotandole velocemente dietro, la catturano. Gli anfibi non hanno denti, solo sporgenze sul bordo della bocca. 
Gli anfibi, sono molto importanti perchè, essendo sensibili alle sostanze inquinanti, che accumulano nel loro corpo mangiando gli insetti, a loro volta inquinati, indicano con la loro presenza una buona qualità dell'acqua nell'ambiente in cui vivono.

 

 

 

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ANFIBI  

 

    anfibi

La classe degli Anfibi comprende circa 3.500 specie di rospi, rane (Ordine Anuri); tritoni, salamandre (Ordine Caudati o Urodeli); gimnofioni o cecilie (Ordine Apodi). Conducono vita in parte in acqua dolce, in parte sulla terra. Sono i primi Cordati comparsi sulle terre emerse, con caratteristiche intermedie tra Pesci e Rettili.
Gli anfibi si trovano specialmente in acqua dolce e luoghi caldo-umidi, nessuno è marino, al massimo sono presenti in acque salmastre. La maggior parte delle specie sono tropicali, ma sono diffusi anche nelle zone temperate e se ne trovano comunque anche oltre il circolo polare artico, ad altezze considerevoli (Ande) e in zone desertiche. In Italia ne sono presenti una trentina di specie: una ventina di Anuri e una decina di Caudati. Gli Anfibi devono evitare temperature estreme e siccità, essendo eterotermi e facilmente disidratabili; presentano sempre un comportamento finalizzato al risparmio idrico e possono andare in ibernazione o in estivazione, secondo il clima.

Caratteristiche principali degli Anfibi

- Tegumento: cute umida, priva di scaglie, ricca di ghiandole.
- Scheletro in buona parte osseo; coste, se presenti, non attaccate allo sterno. Due paia di arti per la locomozione terrestre ed il nuoto.
- Bocca con o senza denti, lingua carnosa, spesso protrudibile per la cattura delle prede.
- Cuore triloculare, con due atri e un ventricolo. Eritrociti nucleati ed ovalari. Eterotermi.
- Respirazione mediante branchie, cute, mucosa boccale, polmoni. Due narici esterne, comunicanti con la cavità orale.
- Escrezione: reni mesonefrici; i girini sono ammoniotelici, gli adulti ureotelici.
- Sistema nervoso: encefalo con 10 paia di nervi cranici. Occhi con palpebre mobili. Negli Anuri, comparsa dell'orecchio medio e delle membrane timpaniche.
- Riproduzione: fecondazione interna o esterna, con o senza accoppiamento. Prevalentemente ovipari. Tipici stadi larvali acquatici (girini), con cospicua metamorfosi.
- Dimensioni: i Caudati sono per la maggior parte lunghi 8-20 cm, fino al metro e mezzo circa della salamandra gigante del Giappone. Gli Anuri vanno da 1 a 30-40 cm (rana golia). I Gimnofioni da 6 a 150 cm.

 

fonte: http://www.personalweb.unito.it/sergio.bellardi

 

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