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Da Wikipedia : i Galliformi (Galliformes) sono un ordine di Uccelli. Appartengono a questo gruppo Uccelli carenati, di regola umicoli, volatori mediocri, provvisti di zampe solide con tre dita rivolte all'innanzi e una all'indietro, dalle unghie robuste e con un pollice di solito sopraelevato e talvolta ridotto. Posseggono un becco forte, sovente un po' ricurvo all'apice e narici tra loro non separate da un setto osseo. Costruiscono in genere un nido rozzo, sovente tra i cespugli, a livello del terreno. Di norma si tratta di forme poligame le cui uova, in numero da sei a dieci o più, sono solitamente covate dalla sola femmina. La prole esce dall'uovo già autonoma e in breve tempo diviene atta al volo.

 

Fine articolo da Wikipedia

 

Bonasa bonasia (Linnaeus, 1758)

Nome italiano: Francolino di monte

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
Benché non vi siano dubbi che la famiglia Tetraonidae costituisca un gruppo piuttosto omogeneo all’interno dell’ordine Galliformes, ancora oggi esistono autori che sostengono che la si dovrebbe in realtà considerare una sottofamiglia dei Phasianidae. Senza dubbio gli appartenenti ai due gruppi sono filogeneticamente molto vicini e la loro affinità filogenetica è stata evidenziata con tecniche di ibridazione del DNA ed è supportata dal potenziale di ibridazione esistente tra i rappresentanti delle due famiglie. Sono stati scoperti fossili appartenenti a Tetraonidae risalenti al Miocene: la specie più antica oggi conosciuta è Paleoalectoris incertus, che abitava all’inizio del Miocene il Nord America, mentre Tympanichus stirtoni viveva negli stessi territori nel Miocene medio. Per quanto riguarda i generi tuttora esistenti, la maggior parte di essi risale al Pliocene, come il genere Tetrao che abita l’Europa e al Pleistocene, come Bonasia e Lagopus anch’essi presenti nel Vecchio Continente. Dall’esame dei reperti finora venuti alla luce è stata ipotizzata la possibile origine della famiglia da primitivi rappresentanti dei Phasianidae nel Miocene. L’adattamento ai climi freddi e la distribuzione esclusivamente boreale suggeriscono che i Tetraonidae siano apparsi dapprima nell’America settentrionale o nell’Eurasia. Attualmente è difficile operare una scelta tra queste due aree, ma , vista la distribuzione attuale, pare essere più probabile l’origine nel continente americano. Il genere Bonasa è stato dapprima considerato monotipico e ad esso veniva attribuita la sola specie Bonasa umbellus, alla quale successivamente sono state affiancate B. bonasia e B. sewerzowi, quest’ultima prima attribuita al genere Tetrastes. Sono noti casi di ibridazione con Lagopus lagopus, L. mutus e Tetrao tetrix. B. bonasia, inizialmente denominata Tetrao bonasia da Linneo, viene attualmente suddivisa in 20 sottospecie di cui 8 presenti nella Regione Paleartica B. b. bonasia (Linnaeus, 1758); B. b. sibirica (Buturlin, 1916); B. b. rupestris (C.L. Brehm, 1831); B. b. griseonota Salomonsen, 1947; B. b. styriaca (von Jordans e Schiebel, 1944); B. b. rhenana (Kleinschmidt, 1917; B. b. scheibeli (Kleinschmidt, 1943) e B. b. volgensis (Buturlin, 1916) (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). Il Francolino di monte è il più piccolo Tetraonide presente nella Regione Paleartica occidentale, (lungh. circa 35 cm; ap. alare 48-54 cm), riconoscibile dagli altri rappresentanti della famiglia per la lunga coda, il vertice leggermente crestato e la figura meno compatta. In volo è identificabile per la banda subterminale nera delle timoniere e per la forma corta ed arrotondata delle ali (Peterson et al., 1988; De Franceschi, 1992).

 

Distribuzione passata e presente.
Specie a corologia eurosibirica boreoalpina, è presente con la sottospecie B. b. bonasia nella Scandinavia meridionale, in Finlandia, nella Russia europea settentrionale fino ai Monti Urali; B. b. sibirica abita le foreste della Siberia meridionale e la Mongolia settentrionale; B. b. rupestris è presente nella Germania meridionale, in Boemia e sui Monti Sudeti; B. b. volgensis in Polonia, Ucraina e Russia europea centrale; B. b. griseonota abita la Svezia settentrionale B. b. styriaca è insediata sui Monti del Giura, sulle Alpi, in Ungheria, in Slovacchia e nella Polonia meridionale; B. b. rhenana vive nella Francia nord-orientale, in Lussemburgo, in Belgio e in Germania occidentale (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). In Italia il Francolino di monte ha una distribuzione piuttosto regolare lungo la catena alpina dalla Val d’Ossola alle Prealpi Giulie. Nella zona prealpina, man mano che si scende verso sud e verso occidente e le quote divengono meno elevate, la presenza della specie diviene più frammentaria e sporadica. La specie è sedentaria, compie talvolta spostamenti brevi e temporanei in conseguenza della dispersione dei giovani divenuti indipendenti e in relazione alle condizioni climatiche (De Franceschi, 1992). Un tempo era segnalata anche sulle Alpi occidentali, ma oggi non vi si riproduce più e la sua scomparsa da quei territori viene fatta risalire al secolo scorso (Arrigoni degli Oddi, 1929). All’inizio del nostro secolo l’areale si estendeva sulle Alpi del Novarese, della Lombardia, del Tirolo e del Friuli (Arrigoni degli Oddi, 1902; Vallon, 1903), ma poco tempo dopo il Francolino di monte era scomparso dalle montagne del Novarese (Moltoni, 1930). Oggi è ricomparso in Valle d’Ossola e Val Sesia (Brichetti et al. 1992).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie d’indole piuttosto schiva, che vive in coppie stabili difendendo il territorio anche al di fuori della stagione riproduttiva. Frequenta boschi misti di collina e soprattutto di montagna, talvolta lo si incontra nelle pianure boscose.

Habitat: sulle Alpi italiane B. bonasia predilige boschi misti di conifere e latifoglie (Picea excelsa, Abies alba, Fagus sylvatica, Populus tremula, Quercus robur, Alnus glutinosa, Acer pseudoplatanus, Sorbus aucuparia) (Corine 43), in cui vi sia un fitto sottobosco e si aprano radure di varia ampiezza. Nella zona prealpina nidifica in vecchi boschi cedui (Fagus sylvatica, Fraxinus excelsior, Carpinus spp.) (Corine 31.8e) ed aree arbustive (Corileti) (Corine 31.8c), con latifoglie giovani. Lo si incontra dal fondovalle fino a quote di 1700-1800 metri. Nel periodo invernale scende anche in pianura (del Hojo et al., 1994; De Franceschi, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale: il dimorfismo sessuale è poco accentuato: la femmina ha dimensioni leggermente minori e colori meno vivaci; inoltre sul mento non presenta la macchia evidente nel maschio ed ha caruncole di colore più pallido (De Franceschi, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: in gran parte dell’Europa centrale ed occidentale la specie appare in netto declino ed è ormai estinta sui Pirenei, sul Massiccio Centrale e in alcune zone di pianura della Germania. In Francia sono state conteggiate meno di 10.000 coppie, circa 200 sono presenti in Belgio, circa 30.000 in Estonia, 150.000 in Svezia e 230.000 in Finlandia (del Hojo et al., 1994). La popolazione nidificante in Italia viene stimata in 5.000-6.000 coppie (De Franceschi, 1986; 1988). La densità delle popolazioni alpine è molto bassa: si è calcolata, nel periodo primaverile, una densità media di 1-1,2 coppie/100 ha e in zone particolarmente adatte ad accogliere la specie tale valore è salito a 2-3 coppie/100 ha, mentre là dove le osservazioni erano più numerose la densità raggiungeva tetti di 1 coppia/10 ha. La specie risulta in diminuzione sulle Alpi Carniche, in Alto Adige e sulle Alpi (De Franceschi, 1992).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva è piuttosto variabile in relazione alle condizioni climatiche ed alla località. Generalmente ha inizio tra aprile e maggio. Si ha una covata all’anno, ma sono possibili covate di sostituzione, con un numero minore di uova, qualora la perdita della prima sia avvenuta ad incubazione appena iniziata. Solitamente vengono deposte 5-10 uova, raramente 15, ad intervalli di 24-48 ore (ma in casi di maltempo l’intervallo può prolungarsi fino a 72 ore), che vengono incubate dalla sola femmina a deposizione completata, mentre il maschio rimane vicino al nido. B. bonasia è una specie monogama e le coppie restano unite per più stagioni successive. Il nido è collocato sul terreno, nascosto tra i cespugli, vicino ad un tronco inclinato, sempre ben riparato nel fitto sottobosco. E’ una conca non molto profonda, scavata con le zampe dalla femmina, sul cui bordo vengono collocati rametti di Faggio ed aghi di conifere. Con il procedere della cova il nido viene arricchito di foglie secche, steli d’erba e piume perse dalla femmina, che ricoprono e celano le uova quando il nido viene abbandonato per brevi periodi. La prole viene accudita dalla madre, ma talvolta il maschio è presente. Per quanto riguarda il successo riproduttivo nel Tarvisiano si è calcolato un numero medio di 3,7 giovani/covata, nelle stagioni più favorevoli, mentre in una ricerca condotta nella foresta di Bieloviza, tra il 1948 e il 1952, si è riscontrata una mortalità media dei giovani prima della fine dell’estate pari al 41,8% (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Sviluppo: l’incubazione procede per 24-25 giorni ed alla nascita i pulcini sono precoci e coperti di piumino, che nelle parti superiori ha colore fulvo-brunastro, con macchie di varia estensione e colore. Nelle parti inferiori si ha colorazione che va dal bianco al giallo paglierino. Sul vertice è presente una caratteristica macchia castana e lo stesso colore hanno una stria presente sul collo, una sottile linea estesa dietro l’occhio e due strie laterali sul dorso. I pulcini sono in grado di allontanarsi dal nido poco tempo dopo la nascita e vengono accompagnati dalla femmina nelle radure con vegetazione bassa. All’età di pochi giorni sono in grado di volare, ma nelle prime due settimane di vita non tendono a rifugiarsi sugli alberi, preferendo nascondersi, se spaventati, nella vegetazione del sottobosco. Le penne compaiono a 10-20 giorni dalla schiusa, ma lo sviluppo è completato solo dopo 8 settimane. I giovani nel primo autunno sono simili alla femmina adulta, ma le macchie e le barrature sono generalmente più sbiadite ed ampie. La maturità sessuale è raggiunta all’età di un anno (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; De Franceschi, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Alimentazione: la dieta è costituita prevalentemente da materiale vegetale, al quale si aggiungono alcuni Invertebrati, per lo più Insetti ed Aracnidi. I vegetali consumati in quantità maggiore sono: Oxalis acetosella, Alnus spp., Ostrya carpinifolia, Viburnum lantana, Geranium spp., Astragalus spp., Asplenium spp. e Alnus spp.. Di questi il Francolino di monte consuma prevalentemente foglie, apici vegetativi, pezzetti di ramo. Nella stagione fredda si nutre anche di gemme di Corylus avellana, mentre all’inizio dell’autunno ingerisce anche frutti di Rubus spp., Rosa spp., Vaccinium myrtillus e V. uliginosum e con il sopraggiungere dell’inverno quelli di Sorbus spp., Viburnum lantana, Vaccinium vitis-idaea e Arctostaphylos uva-ursi. Le prede sono rappresentate per lo più da Coleotteri, Imenotteri e ragni di piccole dimensioni. Queste sono presenti in numero elevato soprattutto nella dieta dei pulli (Cramp e Simmons, 1980; De Franceschi, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Rapporti con altre specie: in Italia è stato segnalato un caso di ibridazione con Lagopus mutus. Tra i parassiti vengono indicati Nematodi, Cestodi e Mallofagi (De Franceschi, 1992).

Cause del declino.
Il Francolino di monte viene minacciato dalle trasformazioni ambientali dovute all’abbandono delle tradizionali tecniche silvicolturali utilizzate negli ambienti montani e dal disboscamento attuato in maniera irrazionale ed incontrollata. Prima che la specie venisse eliminata dalle liste venatorie di tutte le province alpine gli abbattimenti raggiungevano cifre elevatissime (tra il 1982 e il 1986 nella sola provincia di Bolzano sono stati uccisi 2271 esemplari) e questa è senz’altro una delle principali cause del declino che è stato registrato in Italia. Inoltre il disturbo antropico, rappresentato soprattutto dai turisti che affollano le località di montagna in ogni stagione, influisce negativamente sull’insediamento di questa specie di indole tanto schiva (De Franceschi, 1992; del Hojo et al., 1994).

 

Bibliografia

Arrigoni degli Oddi E. 1902 – Atlante ornitologico. Uccelli europei con notizie d’indole generale e particolare. Hoepli, Milano, 566 pp.

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Brichetti P., De Franceschi P., Baccetti N. (Eds.) - Fauna d’Italia Vol. XXIX. Aves. I Gaviidae-Phasianidae. Calderini, Bologna.

Cramp S., Simmons K.E.L. (eds.) 1980 - The Birds of Western Paleartic. 2. Hawks to Bustards. University Press. Oxford. 695 pp.

De Franceschi P. 1986 – I Tetraonidi alpini. Consistenza ed evoluzione delle popolazioni italiane. Dendronatura, 7(2): 33-42.

De Franceschi P. 1988 – La situazione attuale dei Galliformi in Italia. Ricerche recenti o nacora in corso. Problemi di gestione e prospettive per il futuro. In: Spagnesi M., Toso S. (eds.). Atti I Congr. Naz. Biol. della Selvaggina. Supp. Ric. Biol. Selvaggina, 14: 129-168.

De Franceschi P. 1992 - Francolino di monte Bonasa bonasia. In: Brichetti P., De Franceschi P., Baccetti N. (Eds.) - Fauna d’Italia Vol. XXIX. Aves. I Gaviidae-Phasianidae. Calderini, Bologna.

Harrison C. (Ed.) 1988 - Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

del Hoyo J., Elliott A., Sargatal J. (Eds.) 1994 - Handbook of the Birds of the World. Vol.2.  Lynx Edicions, Barcelona.

Moltoni E. 1930 – La distribuzione dei Tetraonidi in Italia. Atti Soc. it. Sci. Nat., 69: 289-310.

Peterson R., Mountfort G., Hollom P.A.D. (Eds.) 1988 - Guida degli Uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

Vallon G. 1903 – Fauna Ornitologica Friulana. Boll. Soc. adr. Sci. Nat., 22: 1-138.


Lagopus mutus (Montin, 1776)

Nome italiano: Pernice bianca

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
Inizialmente collocata nel genere Tetrao da Montin, la specie Lagopus mutus è politipica e possiede una trentina di sottospecie universalmente riconosciute delle quali 7 sono presenti nella Regione Paleartica occidentale: L. m. mutus (Montin, 1776), che abita la Scandinavia e la Penisola di Cola; L. m. millaisi Hartet, 1923 nidificante in Scozia; L. m. pyrenaicus Hartet, 1921 diffusa sui Pirenei; L. m. helveticus (Thienemann, 1829), alpina; L. m. nelsoni Stejneger, 1884, il cui areale si estende dai Monti Urali verso oriente, raggiungendo il Nord America attraverso la Siberia settentrionale; L. m. hyperboreus Sundevall, 1845, che abita l’Isola degli Orsi, le Isole dello Spitzbergen e la Terra di Francesco Giuseppe e L. m. islandorum presente in Islanda. Nel 1992 è stata scoperta una piccola popolazione sull’altopiano del Pamir e sui Monti Ala, che pare essere un’ulteriore sottospecie non ancora descritta (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). La Pernice bianca è facilmente distinguibile in ogni stagione per le ali ed il ventre candidi e per le zampe tipicamente coperte di piume bianche. Ha figura compatta, coda relativamente breve, ali arrotondate e medie dimensioni (lungh. tot. circa 35 cm; ap. alare 54-60 cm). Il piumaggio del maschio nel periodo riproduttivo presenta collo, petto e parti superiori con penne nere e marroni alternate ad altre bianche, residuo della livrea invernale. Le parti laterali del collo e della gola sono in gran parte candide, interrotte da alcune penne brune barrate finemente di nero. La coda comprende 14 (raramente 16) timoniere nere. Le caruncole sono piatte e ben sviluppate, di colore carminio. Becco e unghie sono neri. Alcuni maschi non nidificanti presentano una livrea più chiara, di colore grigio-ardesia data dalla presenza di penne bianche con fini barrature nere. La femmina ha penne di colore fulvo-giallastro con barrature brune o nere che conferiscono alle parti superiori, al collo, al vertice e a gran parte del petto e dell’addome un aspetto bruno-giallastro. Le parti ventrali bianche hanno un’estensione minore rispetto al maschio e le caruncole, arancioni, sono meno sviluppate. Nel periodo invernale entrambi i sessi hanno piumaggio totalmente bianco tranne le timoniere, che sono nere. Nel maschio una sottile linea nera dalla base del becco raggiunge la parte posteriore del capo attraversando l’occhio (Peterson et al., 1988; De Franceschi, 1992).

Distribuzione passata e presente.
L. mutus ha corologia circumartica boreoalpina ed è presente in tutto il Regno Oloartico (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). L. m. helveticus estende il proprio areale sulle Alpi, dalla Savoia all’Austria centrale e la sua distribuzione sulle Alpi italiane coincide con quella descritta all’inizio del secolo (Arrigoni degli Oddi, 1902) e nei primi decenni successivi (Ceroni-Giacometti, 1959), ma la sottospecie è scomparsa dai territori prealpini, dove invece era frequente in passato. Attualmente la Pernice bianca dalle Alpi marittime alla Val d’Ossola compare sui maggiori rilievi sin dal confine ligure-piemontese, raggiungendo il limite delle nevi perenni nelle valli più interne. E’ assente nella provincia di Varese. L’areale è inoltre esteso sui rilievi alpini e prealpini più elevati tra le Alpi Lepontine e le Alpi Giulie, mentre le presenze divengono scarse e frammentate nelle zone più meridionali. E’ una specie sedentaria, che compie solamente brevi spostamenti altitudinali soprattutto nella stagione fredda in relazione alle condizioni climatiche. Non sono noti nel nostro Paese movimenti importanti attraverso catene o gruppi montuosi (De Franceschi, 1992).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
E’ una specie d’indole gregaria, che, tranne che nel periodo riproduttivo, forma gruppi di consistenza variabile e particolarmente numerosi in inverno. Frequenta i crinali montani spogli e sassosi, mantenendosi oltre il limite della vegetazione arborea.

Habitat: sulle Alpi occidentali e centrali la Pernice bianca nidifica sulle pietraie (Corine 61), tra le rocce frammentate, sui ghiaioni sui quali crescono solamente cespugli ed arbusti di dimensioni ridotte, sulle Alpi orientali e sulle Prealpi l’areale riproduttivo si estende dalla fascia di arbusti sino al piano cacuminale. In genere L. mutus helveticus nidifica a quote comprese tra i 2800 ed i 1900 metri, ma nel periodo estivo può raggiungere altezze di 3000-4000 metri nei diversi tratti della catena alpina. La vegetazione tipica delle altitudini frequentate dalla Pernice bianca è rappresentata da pascoli alpini (cariceti, festuceti, nardeti) (Corine 36), saliceti nani e arbusti di dimensioni ridotte (Corine 31.4). Nel periodo invernale la specie si sposta sui versanti esposti a sud, prediligendo pendii erbosi con massi e cespugli e stabilendosi su creste e cenge battute dal vento, che fa scivolare a valle la neve (del Hojo et al., 1994; De Franceschi, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale: dimorfismo sessuale poco evidente: la femmina è lievemente più piccola ed ha colori meno vivaci (De Franceschi, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: per quanto riguarda le Alpi italiane i censimenti finora sono stati piuttosto scarsi, ma si ritiene che la popolazione di Pernice bianca presente nel nostro Paese all’inizio del periodo riproduttivo possa comprendere 7000-10.000 coppie (De Franceschi, 1986). Sulle Alpi Carniche, in seguito a controlli eseguiti regolarmente a partire dal 1955, si è riscontrata una variabilità annuale con oscillazioni che vanno da 60-70 a 100-110 individui presenti nella tarda estate su di un territorio esteso circa 1250 ettari (De Franceschi, 1992).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: sulle Alpi la stagione riproduttiva inizia alla fine di aprile e prosegue fino alla fine di luglio. Le coppie si formano già nell’inverno, tra gennaio e febbraio, e il loro comportamento è fortemente territoriale: infatti assumono un atteggiamento aggressivo verso gli intrusi che diviene via via più accentuato man mano che si avvicina il momento dell’accoppiamento. Si ha una sola covata all’anno, di 5-10 uova, raramente 3-12, che vengono deposte ad intervalli di 24-36 ore, per un totale di 12.15 giorni. L’incubazione inizia dal penultimo uovo e viene effettuata dalla sola femmina, mentre il maschio vigila sul nido. La Pernice bianca costruisce il nido sul terreno, in genere alla base di un cespuglio o riparato da un masso oppure in un prato, allo scoperto, tra l’erba ed i sassi. Raspando con le zampe scava una concavità sui cui bordi vengono posizionati steli d’erba, foglie, rametti. Inoltre durante l’incubazione possono depositarsi sul nido anche penne perdute dalla femmina. La preparazione del nido è ad appannaggio di entrambi i sessi: il maschio prepara più buche nel proprio territorio e la femmina completa ed allestisce quella che sceglie per deporvi le uova. Sulle Alpi Carniche ricerche effettuate tra il 1955 ed il 1986 hanno rilevato un successo riproduttivo piuttosto variabile in anni diversi: in annate più favorevoli il numero medio di pulcini/covata è stato di 4-4,5, ma in anni più rigidi tale valore è diminuito a meno di 1,5 giovani/covata e si sono riscontrate molte femmine senza covata (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Sviluppo: l’incubazione procede per 22-26 giorni e alla nascita la prole è precoce e coperta di piumino di colore bruno scuro nelle parti centrali del dorso e del groppone, con fondo biancastro o giallo crema. Le ali sono fulve con punteggiatura e barratura di colore bruno chiaro e nero. Il vertice presenta una macchia scura con bordo nero e dietro l’occhio si estende una stria nera. A partire dal 3°/4° giorno dalla nascita inizia a comparire il piumaggio giovanile e all’età di 13-14 giorni esso è esteso a quasi tutto il corpo, mentre il piumino rimane per lungo tempo sul capo e sul collo. Inizialmente la prole viene accudita da entrambi i genitori: la femmina li copre ed il maschio li sorveglia, benché essi siano immediatamente in grado di nutrirsi da soli e all’età di 10 giorni possano compiere brevi voli. Mentre la femmina resta a lungo con i pulcini e costituisce gli stormi invernali con altre femmine e la loro prole, il maschio, verso la fine dello svezzamento, abbandona la famiglia e si unisce ad altri maschi non accoppiati. I giovani hanno un piumaggio giallo-grigio con barre brune più o meno fitte. Le parti superiori sono scure ed hanno una barratura di ampiezze variabili e colore ocra. Le timoniere sono nere con strie fulve, le remiganti primarie inizialmente sono bruno-grigie punteggiate di bruno e vengono sostituite con penne bianche (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Alimentazione: la dieta della Pernice bianca è prevalentemente basata su materiale vegetale, soprattutto in inverno e in autunno, mentre gli insetti rientrano nell’alimentazione della prole durante il periodo di svezzamento, in particolare nelle prime settimane di vita. Le specie vegetali maggiormente consumate sono: Salix spp. (di cui vengono utilizzate sia le gemme, sia le foglie), Chrisanthemum alpinum (foglie), Leontodonton spp., Saxifraga spp. (foglie e frutti), Poa spp., Festuca spp. e numerose altre. Anche Vaccinum myrtillus, V. vitis-idaea e Arctostaphylos uva-ursi compaiono nell’alimentazione di questa specie, in particolare tra i mesi di novembre e dicembre. Si è riscontrata una diversità di specie vegetali consumate piuttosto evidente nei diversi tratti dell’arco alpino (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Rapporti con altre specie: sono noti rari casi di ibridazione con le specie Bonasa bonasia e Tetrao tetrix (con quest’ultima si è trattato di esemplari tenuti in cattività) (Molinari, 1984; 1986). Molti sono i parassiti riscontrati sulla Pernice bianca: Mallophaga, Cestoda, Nematoda. Inoltre è certa la presenza di Coccidia (Eimeria brinkmanni, E. fanthami, E. lagopedi) (De Franceschi, 1992).

Cause del declino.
La consistenza numerica delle popolazioni di Pernice bianca nel corso degli anni ha dimostrato notevoli fluttuazioni, tanto che secondo alcuni autori L. mutus helveticus sulle Alpi sarebbe in diminuzione (Brichetti, 1982; Salvini, 1984), mentre è opinione di altri che le popolazioni siano localmente stabili ed ancora discretamente numerose (De Franceschi, 1982; Bocca, 1986). Sicuramente la Pernice bianca risente di un numero esagerato di abbattimenti (Brichetti, 1982; Scherini, 1988) e la pressione venatoria è responsabile delle diminuzioni verificatesi in varie località. Oltre alla caccia, influiscono negativamente sulla densità della specie il degrado degli habitat di alta quota, il disturbo antropico, causato dai turisti e dagli automezzi che, con la costruzione di strade nuove, possono raggiungere anche le zone un tempo inaccessibili, il bracconaggio che si aggiunge ai prelievi legali già troppo numerosi, l’aumento delle popolazioni di Corvidi ed in particolare del Corvo imperiale (Corvus corax), che predano le uova degli uccelli che nidificano a terra. Infine anche la presenza di greggi di ovini e caprini è fonte di disturbo, anche perché spesso essi sono scortati da cani che travolgono e predano i nidi (Brichetti, 1982; De Franceschi, 1982; 1988; 1992; Bocca, 1986).

 

 

Bibliografia

Arrigoni degli Oddi E. 1902 – Atlante ornitologico. Uccelli europei con notizie d’indole generale e particolare. Hoepli, Milano, 566 pp.

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Brichetti P. (red.) 1982 – Atlante degli uccelli nidificanti sulle Alpi Italiane. I. Riv. it. Orn., 52: 3-50.

Ceroni-Giacometti F. 1959 – Fauna e Caccia delle Alpi. Federazione Italiana della Caccia, Roma. 144 pp.

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De Franceschi P. 1982 – Fluttuazioni delle popolazioni di Tetraonidi sulle Alpi Carniche. Dendronatura, 3(2): 19-38.

De Franceschi P. 1986 – I Tetraonidi alpini. Consistenza ed evoluzione delle popolazioni italiane. Dendronatura, 7(2): 33-42.

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Salvini G.P. 1984 – La pernice bianca. Edagricole, Bologna. 70 pp.

Scherini G. 1988 – La Pernice bianca. Sondrio Caccia, 4: 3-6.


Tetrao tetrix (Linnaeus, 1758)

Nome italiano: Gallo forcello

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
La specie Tetrao tetrix è politipica e possiede 5 sottospecie: T. t. tetrix Linnaeus, 1758, che abita tutta l’Europa continentale estendendo il proprio areale fino alla Siberia nord-orientale; T. t. britannicus (Witherby e Lönnberg, 1913) presente in Gran Bretagna; T. t. viridanus Lorenz, 1891, abitante la Siberia meridionale; T. t. mongolicus (Lönnberg, 1904), diffusa nell’Altai (Russia), nella Mongolia nord-occidentale e nel Turkestan (Cina); T. t. ussuriensis Kohts e Lorenz, 1911, che estende il proprio territorio dal Lago Baikal fino alla Regione dell’Ussuri ad est e alla Corea nord-occidentale a sud (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). Il Gallo forcello è un Tetraonide dalla figura slanciata ed allungata (lungh. tot. del maschio circa 52 cm, della femmina circa 40 cm; ap. alare 65-80 cm), facilmente riconoscibile per la caratteristica coda forcuta, particolarmente sviluppata nel maschio, che deve la sua conformazione alle dimensioni delle timoniere esterne, che possono raggiungere lunghezze pari al doppio delle penne caudali centrali. La livrea maschile ha colore nero-bluastro, tranne che nelle parti inferiori delle ali e nel sottocoda, che sono bianchi. I fianchi sono bruni con macchie bianche o grigie sull’apice e sui margini delle piume. Le remiganti primarie sono scure, con rachide chiaro e macchie bianche sui bordi esterni; le secondarie hanno un’ampia banda subterminale nera e costituiscono uno specchio alare bianco che risulta molto evidente sulle ali brune. Le timoniere sono nere e quelle esterne, allungate, si ripiegano lateralmente conferendo alla coda l’aspetto di una lira. Sopra l’occhio è presente in entrambi i sessi un’evidente caruncola rossa. Il piumaggio eclissale è brunastro tranne che sulla gola, che è bianca. Esso ha una durata di circa 40 giorni e rappresenta una fase transitoria della muta. La femmina ha livrea di colore rosso bruno-scuro con fitte barre nere. Nelle parti inferiori sono presenti macchie grigie all’apice delle piume. Il sottocoda è bruno chiaro con barre nere ed aree di colore chiaro più o meno estese. Le timoniere, meno sviluppate rispetto a quelle del partner, sono rossastre con banda terminale bianco-grigia piuttosto stretta e barratura nera. Il lato inferiore delle ali è bianco, le piccole copritrici interne hanno striature grigie. La femmina può essere confusa con la Pernice bianca di Scozia (dalla quale si distingue per le dimensioni maggiori e per il piumaggio più tendente al bruno che al rossiccio), e con la femmina del Gallo cedrone, rispetto alla quale è più piccola e ha barrature più fini. Inoltre caratteri distintivi sono la banda alare bianca e la coda lievemente forcuta (Peterson et al., 1988; De Franceschi, 1992).

Distribuzione passata e presente.
T. tetrix ha distribuzione eurosibirica boreoalpina. T. t. tetrix abita gran parte dell’areale dalla specie, dalla Scandinavia al Belgio, alle Alpi della Francia meridionale, fino alla Siberia meridionale orientale (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). Sulle Alpi italiane è presente sui rilievi alpini e prealpini, a quote comprese tra 1400 e 2000 metri, ma può essere presente anche ad altitudini minori (600-800 metri) sulle Alpi Liguri, sulle Prealpi della Lombardia, sull’Altopiano di Asiago e sulle Prealpi Giulie; nel settore alpino orientale è recente la colonizzazione di territori a quote piuttosto basse (900-1000 metri) (De Franceschi, 1988). Non si riscontrano rilevanti differenze rispetto alla distribuzione descritta in passato (Arrigoni degli Oddi, 1929; Moltoni, 1930; Salvini, 1967), semmai in talune località la sottospecie è più diffusa oggi che nel secolo scorso. E’ una specie sedentaria, che compie brevi spostamenti solamente nel tardo autunno o all’inizio dell’inverno. In questo periodo è possibile che alcuni individui raggiungano l’Appennino settentrionale, ma si tratta di casi occasionali e piuttosto rari. In alcune località sono stati segnalati inoltre spostamenti, soprattutto di femmine, verso la pianura ed il fondovalle, ma questi erratismi non sono considerabili vere e proprie migrazioni, quanto piuttosto movimenti legati alla ricerca del cibo (De Franceschi, 1992).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie d’indole gregaria, che per la maggior parte dell’anno vive in gruppi più o meno numerosi costituiti da individui dello stesso sesso e che nel periodo riproduttivo è promiscua e poligama. Frequenta habitat alpini di tipologia diversa in base alla natura del suolo e dell’altitudine.

Habitat: gli ambienti montani abitati sono piuttosto variabili in relazione all’altitudine ed alle caratteristiche geologiche del suolo. In particolare il Gallo forcello si insedia in fasce di Ontano verde (Alnus viridis) collocate al di sopra del limite della vegetazione arborea, in territori a cespugli contorti (Corine 31.4) e con suolo siliceo, nei boschi misti di conifere (Corine 42), con Larix decidua, Pinus excelsa, Pinus cembra (Corine 42.3) e sottobosco di Rhododendron ferrugineum, Vaccinium myrtillus, Salix spp. e graminacee. Inoltre frequenta zone a vegetazione arbustiva e terreni calcarei, boschi radi di Abete rosso ed arbusti, rimboschimenti artificiali di Conifere e boschi cedui giovani con Corylus avellana, Quercus pubescens, Faggio e Ginepro nano (Corine 31.8e) (del Hojo et al., 1994; De Franceschi, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale: i due sessi sono facilmente distinguibili sia per il colore del piumaggio e per lo sviluppo delle timoniere, sia per le diverse dimensioni corporee (la femmina è più piccola ed ha corpo meno allungato) (De Franceschi, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: in base a censimenti effettuati in tempi piuttosto recenti la popolazione totale italiana nella tarda estate è risultata oscillare in anni diversi tra i 30.000 e i 40.000 esemplari. Tra il 1989 ed il 1990 si è riscontrato un decremento della specie sulle Alpi centro-orientali

Sex ratio: non si hanno informazioni precise a riguardo, dai censimenti effettuati si è potuta riscontrare una percentuale maggiore di maschi nelle aree di canto (De Franceschi, 1992). Censimenti effettuati nel Parco naturale del Mont d’Avic (Alpi Graie orientali) hanno rilevato una netta prevalenza di femmine nel periodo invernale, mentre il rapporto si inverte nella bella stagione (Bocca e Galli, 1997).

Comportamento riproduttivo: sulle Alpi la stagione riproduttiva inizia nel mese di maggio, con anticipi di 1 o 2 settimane nelle zone prealpine rispetto alle aree d’alta quota. Durante la primavera i maschi si insediano nelle “arene di canto”, all’interno delle quali essi delimiteranno il territorio scontrandosi con gli altri maschi e delineando i confini con parate, danze e canti. Segue la fase di corteggiamento ed accoppiamento. In genere si ha una sola covata all’anno, ma se essa viene distrutta precocemente può essere sostituita. Vengono deposte ad intervalli di 36-48 ore 6-10 uova, talvolta 5-15, (se in un nido sono presenti più di 15 uova è probabile che esse siano state deposte da due femmine). La cova viene effettuata dalla sola femmina dopo il penultimo uovo o a deposizione completata. Il nido viene costruito dalla femmina, collocato in una cavità poco profonda del suolo, rivestito sui bordi con steli d’erba e sottili radici (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992). Per quanto riguarda il successo riproduttivo il rapporto n° di giovani/covata varia nelle diverse località: in Valle d’Aosta tra il 1985 ed il 1987 esso è risultato pari a 2,95-3,55 (Bocca, 1987); in Lombardia pari a 3,4-5,5 nel 1983 (Scherini et al., 1986); in Trentino, tra il 1983 e il 1984, pari a 3,6-4,1 (De Franceschi, 1986).

Sviluppo: l’incubazione procede per 25-27 giorni ed alla nascita la prole è precoce e coperta di piumino di colore giallo-fulvo con macchie brune e punteggiature nere. Le parti inferiori sono fulvo-rossicce; il vertice presenta un’area castana, mentre la fronte, le guance e le zone posteriori agli occhi hanno macchie brune o nere. Le ali sono rossastre con estremità nere. A 3-4 giorni dalla schiusa si formano le prime remiganti e a 6 giorni d’età le timoniere. I pulcini vengono accuditi e coperti dalla femmina, che li guida in zone con vegetazione alta e cespugliosa, restando nascosti per quasi tutta la giornata ed uscendo nelle radure più aperte al mattino ed alla sera per alimentarsi. All’età di una settimana i pulli possono già compiere brevi voli, ma fino a sei settimane non si alzano frequentemente da terra. Durante l’inverno i giovani si radunano in gruppi più o meno numerosi. Essi inizialmente assomigliano alla femmina adulta e i sessi non sono distinguibili, durante l’estate avviene la muta post-giovanile e compaiono le penne scure che consentono di riconoscere i due sessi. La femmine possono riprodursi a partire dall’età di 10-11 mesi, i maschi raggiungono la maturità sessuale alla stessa età, ma la competizione con i maschi più maturi nelle arene di canto fa sì che difficilmente essi possano accoppiarsi così precocemente (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Alimentazione: la dieta è prevalentemente costituita da materiale vegetale, mentre prede vive (insetti, aracnidi, molluschi) vengono consumate prevalentemente dai giovani, dagli immaturi e dagli adulti nel solo periodo primaverile. Le specie vegetali preferite appartengono ai generi Vaccinium e Rhododendron, alle quali si aggiungono apici vegetativi e gemme di Conifere(Picea spp., Pinus spp., Larix decidua), consumate principalmente in primavera. In questo periodo il Gallo forcello si nutre soprattutto di gemme di ontano verde, di faggio ed altre latifoglie. Nel tardo autunno ed in inverno rientrano nella dieta anche i frutti di alcune specie appartenenti ai generi Rosa e Sorbus. I semi presenti in tali frutti servono per triturare nel ventriglio i materiali fibrosi e sostituire i sassolini che in inverno non sono reperibili perché coperti dalla neve (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Rapporti con altre specie: sono note numerose specie di parassiti gastrointestinali: Ascaridia spp., Capillaira spp. e Coccidi. Sono stati inoltre segnalati Cestodi e Mallofagi (De Franceschi, 1971). Il Gallo forcello può ibridarsi con Lagopus mutus, Tetrao urogallus, Bonasa bonasia, Lagopus lagopus e Phasianus colchicus (De Franceschi, 1992).

Cause del declino
Fra le principali cause di diminuzione vanno citate l’eccessiva pressione venatoria in alcune aree e la mortalità dovuta a impatti contro teleferiche e altri cavi sospesi, il disturbo arrecato dall’apertura di piste da sci, lo sci fuori pista in importanti zone di svernamento e la trasformazione dell’habitat in seguito ai cambiamenti agro-silvo-pastorali avvenuti nelle aree alpine. In vari aree sembra anche avere una certa rilevanza il disturbo arrecato dal turismo estivo e, più recentemente, l’aumento dei cinghiali, ritenuti responsabili della predazione di molte covate. La diminuzione non sempre è facilmente spiegabile visto che è stata spesso osservata anche in aree protette (parchi nazionali inclusi). Certamente un ruolo importante nella limitazione delle popolazioni è anche quello dei fattori climatici. Estati piovose ed inverni con poca neve sono ugualmente deleteri per la specie.

 

Bibliografia

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Tetrao urogallus (Linnaeus, 1758)

Nome italiano: Gallo Cedrone

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
La specie Tetrao urogallus, politipica, forma una superspecie con T. parvorostris, con la quale si ibrida comunemente là dove i loro habitat si sovrappongono nei territori siberiani. Casi di ibridazione vengono anche segnalati tra il Cedrone e T. tetrix e occasionalmente con Lagopus lagopus. La suddivisione in sottospecie varia secondo le proposte dei diversi autori: in base a quanto sostenuto da Glutz et al. (1973) e Potapov (1985) le sottospecie sarebbero sette: T. u. urogallus Linnaeus, 1758 che abita la Scandinavia , la Russia e la Siberia settentrionale a ovest dell’altopiano di Putorana; T. u. major C.L. Brehm, 1831 presente nella Scandinavia meridionale, nella Russia occidentale e meridionale fino ai Balcani, nell’Europa centrale, sulle Alpi e in Scozia; T. u. rudolfi Dombrowski, 1912, che vive sui Carpazi meridionali ed occidentali; T. u. uralensis Menzbier, 1887 della Russiacentrale e della Siberia centro-occidentale; T. u. aquitanicus Ingram, 1915 presente sui Pirenei e T. u. cantabricus Castroviejo, 1967, che abita i Monti Cantabrici della Spagna nord-occidentale. Tutte queste sottospecie sono presenti nella Regione Paleartica occidentale, mentre la settima, T. u. taczanowskii (Stejenger, 1885), estende il proprio areale nella sola Siberia centrale e orientale. Altri autori propongono di suddividere la specie in 16 (Couturier e Couturier, 1980) o addirittura in 20 sottospecie (del Hoyo et al., 1992), mentre in altre classificazioni il numero viene ridotto a sei (Lidner, 1977) o quattro (Cramp e Simmons, 1980). La proposta di ridurle a due (la nominale collocata nei territori settentrionali e T. u. taczanowskii al sud) appare eccessivamente semplicistica (De Franceschi, 1992; del Hojo et al., 1994). Il Cedrone è facilmente riconoscibile per la sua mole notevole (lungh. tot. del maschio 85-90 cm, della femmina circa 60 cm; ap. alare 87-125 cm); esso è infatti il Tetraonide più grande presente nella Regione Paleartica Occidentale. Il maschio si distingue per la colorazione scura e la coda arrotondata. La femmina può essere confusa con la femmina del Gallo forcello o della Pernice bianca di Scozia, ma da esse si differenzia per le dimensioni molto maggiori, per la coda più sviluppata e per la presenza sulla parte alta del petto di un’area rossastra in contrasto con il restante piumaggio (Peterson et al., 1988; De Franceschi, 1992).

Distribuzione passata e presente.
Specie a corologia eurosibirica-boreoalpina, il cui areale alpino nel secolo attuale ha subito una continua contrazione (Arrigoni degli Oddi, 1929; Moltoni, 1930; Brichetti, 1982, 1987; De Franceschi, 1988). Attualmente il Cedrone è presente nella porzione centro-orientale della catena alpina, con limite occidentale rappresentato dalla Val Chiavenna. L’areale va restringendosi ed il numero di individui diminuisce man mano che ci si sposta dalla porzione alpina più orientale verso occidente e dai territori più a nord verso quelli più meridionali, fino ai rilievi prealpini (Cramp e Simmons, 1980; De Franceschi, 1992; del Hoyo et al., 1994). Dalle Alpi occidentali T. urogallus è scomparso alla fine dello scorso secolo, anche se in Valle d’Aosta alcuni individui sono stati segnalati ancora negli anni ‘30 (Bocca e Maffei, 1984) e nonostante molteplici tentativi di reintroduzione siano stati effettuati in passato in Valle d’Aosta, Piemonte e sulle Alpi Marittime (Moltoni, 1930).

 

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie gregaria e promiscua nella stagione fredda, mentre per il resto dell’anno le femmine senza covata ed i maschi adulti formano gruppi separati. Dalla primavera i maschi dimostrano un forte territorialismo e delimitano le arene di canto in cui avvengono gli scontri e le varie fasi dell’accoppiamento.

Habitat: sulla catena alpina italiana T. urogallus abita le foreste di conifere (Corine 42), i boschi misti di conifere e latifoglie (Corine 43) e le foreste di sole latifoglie (Corine 41) tra i 1100 ed i 1500 metri di altitudine. Può raggiungere anche quote maggiori (1800 metri) in particolare sulle Alpi centrali, mentre sulle Alpi Carniche scende fino ad altitudini di 700-800 metri (Brichetti, 1987). Nel periodo estivo vengono maggiormente frequentati i boschi di sole conifere (Picea excelsa, Abies alba, Larix decidua, Pinus sylvestris) con fitto sottobosco (Rubus idaeus, Vaccinium spp., Rhododendron spp.) e radure circostanti piuttosto brulle. Nelle zone prealpine è invece preferito il bosco di latifoglie (Fagus sylvatica), con poche conifere isolate (del Hojo et al., 1994; De Franceschi, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale: molto evidente, sia per quanto riguarda il piumaggio, molto più scuro nel maschio, sia per le dimensioni, decisamente minori nella femmina (De Franceschi, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: la specie nei tempi passati nell’Europa occidentale ha conosciuto un drastico declino, che l’ha condotta all’estinzione in Irlanda, Gran Bretagna, Belgio e gran parte di Francia, Germania, Ungheria. In Scozia la specie era scomparsa nel 1785 ed è stata reintrodotta nella metà del 1800, attualmente sono presenti 1000-2000 esemplari, ma T. urogallus sembra essere nuovamente in diminuzione. Sono stati censiti circa 2500 esemplari in Spagna, circa 5000 in Francia; circa 1100 maschi sono stati conteggiati in Svizzera e in Italia, nella tarda estate, la popolazione comprende 7000-10.000 soggetti, destinati a ridursi pressoché della metà alla fine dell’inverno a causa dell’elevata mortalità dei soggetti più giovani (De Franceschi, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Sex ratio: il rapporto tra il numero di femmine e il numero di maschi presenti nelle arene di canto nel periodo primaverile risulta variabile nelle diverse zone. Nel 1990 su un totale di 82 aree censite in Trentino il rapporto femmine/maschi risultava pari a 0,96 mentre considerando l’intera provincia di Trento e aumentando il numero di aree controllate a 99 lo stesso rapporto saliva a 1,13 (De Franceschi, 1992).

Comportamento riproduttivo: sulle Alpi la stagione riproduttiva inizia dal mese di marzo, quando i maschi esibiscono i comportamenti rituali sulle aree di canto (scontri tra individui dello stesso sesso, canti, parate). Queste attività proseguono fino a maggio inoltrato e le schiuse si concentrano generalmente nel mese di giugno. Si ha una sola deposizione all’anno, che può essere sostituita da una seconda qualora venga distrutta precocemente. Le uova vengono deposte ad intervalli di 24-36 ore, in numero di 5-9, raramente 4-14, e vengono nascoste nel nido quando la femmina si allontana. Cova solo la femmina, a partire dalla deposizione del penultimo uovo o a covata completata. Il Cedrone nidifica direttamente sul terreno o, più raramente, su di un albero occupando un vecchio nido abbandonato situato ad altezza non troppo elevata. In genere il nido è ben nascosto tra l’erba e coperto tra i rami più bassi delle conifere oppure protetto dalla base di un albero. Dapprima la femmina scava una conca raspando sul terreno, essa verrà ampliata man mano che la femmina si accovaccierà per deporre e covare. All’interno viene imbottita con poco materiale vegetale. In uno studio  5,7 e il numero di uova schiuse di 3,4, pari al 67% del totale. Tale percentuale è invece risultata molto maggiore (88%) in indagini svolte sulle Alpi Carniche. Il successo riproduttivo appare molto variabile in annate diverse, in quelle più favorevoli si è riscontrato un numero di giovani/covata parti a 3,1 (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Sviluppo: l’incubazione procede per 26-29 giorni (25-27 nei nidi controllati sulle Alpi italiane). Alla nascita la prole è precoce e coperta di piumino di colore castano chiaro sulle ali e sul dorso, con estese barrature e strie brune o nere. Sul ventre e sulle parti posteriori del collo il piumaggio è fulvo-giallastro, con strie orizzontali scure. Le parti inferiori sono rossicce. I due sessi sono già distinguibili perché i maschi hanno becco totalmente nero, mentre nelle femmine possiede quel colore solamente la parte superiore. I pulcini vengono accuditi dalla sola femmina e sono in grado di lasciare il nido il giorno successivo alla nascita. In due settimane hanno le ali sviluppate, ma non sono ancora in grado di volare. I giovani maschi hanno parti superiori di colore bruno-grigio, con barre e macchie fulve o castane più scure rispetto a quelle della femmina adulta. Le parti inferiori sono gialle-rossastre con punteggiature brune. Le timoniere sono bruno-castane, con barrature e strie grigie o bruno-nerastre ed apici arrotondati biancastri. Le femmine hanno piumaggio simile a quello dei maschi, ma in genere è più chiaro con barre e strie più vivaci. La muta post-giovanile ha inizio all’età di 17 giorni. Il piumaggio da immaturo è completato all’età di 3 mesi. Entrambi i sessi possono riprodursi a partire dalla primavera successiva alla schiusa, ma i maschi, per la forte competizione all’interno alle arene di canto si accoppiano verso il terzo anno di età (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Alimentazione: nei territori più settentrionali dell’areale nella stagione invernale T. urogallus si nutre prevalentemente di aghi di conifere, in particolare Pinus sylvestris, P. cembra, P. uncinata. Questa dieta può durare anche 5 mesi, fino a quando non si sia disciolta la neve consentendo di raccogliere cibo anche sul terreno. Nei territori più meridionali esiste una maggiore varietà di alimenti. Sulle Alpi italiane il Cedrone si nutre prevalentemente di foglie, gemme e apici vegetativi di Abies alba, Picea excelsa, Larix decidua, Fagus sylvatica, Carpinus betulus. A questi si aggiungono bacche di Vaccinium spp. e Rubus spp., che vengono consumate fino alla fine di novembre. I pulcini vengono alimentati con apici vegetativi e frutti, ma anche con artropodi e altri invertebrati che compaiono anche nella dieta delle femmine durante il periodo della muta (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994; De Franceschi, 1992).

Rapporti con altre specie: tra i parassiti riscontrati su esemplari di Cedrone vi sono Coccidi della specie Eimeria procera, Nematodi (Ascaridia cylindrica) e Mallofagi (Goniodes tetraonis) (De Franceschi, 1992).

Cause del declino.
In tutta l’Europa occidentale si è rilevata una netta diminuzione della specie, riscontrabile anche sulle Alpi italiane. Le cause di questo decremento sono spesso sinergiche tra loro e sono rappresentate dalla elevata mortalità dei giovani, dalla minore fecondità delle femmine, dal degrado degli habitat frequentati, dalla scomparsa dei boschi eccessivamente sfruttati, dalla costruzione di strade che rendono accessibili aree precedentemente isolate e poco disturbate, dall’aumentata antropizzazione delle zone montane, dall’attività venatoria. In quasi tutta la catena alpina italiana (ad eccezione delle zone montuose del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino) l’Urogallo è infatti considerato specie protetta, ma purtroppo gli atti di bracconaggio tuttora esistenti causano ingenti perdite. In gran parte dell’Europa settentrionale la specie è ancora cacciabile ed ogni anno il numero di individui abbattuti è elevato: in Svezia sono stati uccisi dai cacciatori circa 16.000 Cedroni tra il 1978 e il 1980, circa 13.000 nel 1980 in Norvegia e 14.500-33.000 in Finlandia tra il 1969 e il 1976. Anche l’inquinamento, e in particolar modo le piogge acide, che determinano la defogliazione di molti alberi, possono avere un effetto deleterio sulla specie diminuendo od alterando il cibo reperibile (De Franceschi, 1992; del Hoyo et al., 1994).

 

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Alectoris barbara (Bonnaterre, 1790)

Nome italiano: Pernice sarda

Categoria IUCN
Not globally threatened - endangered

Tassonomia.
La famiglia Phasianidae è la più grande dell’ordine Galliformes ed è distribuita in gran parte del Vecchio Mondo ed in Australia. I primi fossili attribuibili ad individui appartenenti a questa famiglia sono stati scoperti in Gran Bretagna e risalgono all’Eocene inferiore. I Phasianidae vengono ripartiti in due sottofamiglie: Perdicinae (alla quale apparterrebbero 22 generi e 106 specie) e Phasianinae (che annovera 16 generi e 49 specie); mentre secondo altri verrebbe divisa in Odontophorinae (o Quaglie del Nuovo Mondo), comprendente circa 29 specie, e Phasianinae, a cui vengono attribuite circa 134 specie del Vecchio Mondo e che viene ulteriormente divisa in 2 o più tribù. La specie Alectoris barbara, inizialmente attribuita la genere Perdix da Bonnaterre, veniva in passato collocata con A. chukar, A. philbyi e A. rufa, in una superspecie oggi non più accettata. E’ una specie politipica, alla quale vengono attribuite 4 sottospecie: A. b. barbara (Bonnaterre, 1790) che abita la Sardegna, Gibilterra (dove è stata introdotta), il Marocco nord-orientale, l’Algeria e la Tunisia settentrionali; A. b. barbata (Reichenow, 1896) il cui areale si estende dalla Cirenaica settentrionale all’Egitto nord-occidentale; A. b. spatzi (Reichenow, 1895) presente in Marocco, nel Sahara occidentale, in Algeria, Tunisia, Tripolitania settentrionale e Libia meridionale; A. b. koenigi (Reichenow, 1899), che abita il Marocco nord-occidentale e le Canarie (dove è stata probabilmente introdotta). E’ stata ipotizzata l’esistenza di una quinta sottospecie, A. b. duprezi Lavanden, 1930, ma essendo stata descritta sulla base di un solo esemplare osservato nel Sahara centrale, non viene universalmente riconosciuta e la segnalazione è considerata discutibile (Mocci Demartis, 1992; del Hojo et al., 1994). Specie di medie dimensioni (lungh. tot. 32-34 cm, ap. alare 46-49 cm), con struttura piuttosto compatta, il cui piumaggio sul dorso ha colorazione bruno-grigiastra, mentre è più rossiccio sulle ali e grigio-azzurrognolo sulle scapolari, che possiedono bordi rosso vivo. La sagoma può creare confusioni con le altre Pernici, ma, se osservata a breve distanza, A. barbara è riconoscibile per la presenza di un collare castano presente sulla porzione anteriore del collo e per le guance di colore grigio-blu. In Sardegna è l’unica Pernice presente e pertanto è impossibile confonderla (Peterson et al., 1988; Mocci Demartis, 1992).

Distribuzione passata e presente.
Specie a distribuzione mediterraneo-macaronesica, che secondo alcuni autori fu introdotta dall’uomo nel bacino del Mediterraneo (Baccetti, 1980), mentre altri sostengono che sarebbe naturalmente giunta in Sardegna nel tardo Miocene, quando il Mediterraneo venne isolato dall’Atlantico e si prosciugò, determinando la formazione di un collegamento terrestre con il Nord Africa. Questa teoria viene avvalorata da un’analoga diffusione di molte altre specie animali. Nella Regione Paleartica occidentale l’arealedi A. barbara è limitato a tre aree dell’Europa meridionale ed occidentale: due di esse, la Sardegna e le Isole Canarie, comprendono il 95% dell’intera popolazione, mentre il restante 5% abita la Spagna e Gibilterra (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). Alcune popolazioni abitano il Marocco, l’Algeria e la Tunisia (Castaldi e Guerrieri, 1997). In Italia è presente esclusivamente in Sardegna (Arrigoni degli Oddi, 1929; Brichetti, 1985), dove è molto diffusa, anche se nella seconda metà del nostro secolo si è riscontrato un progressivo declino (Mocci Demartis, 1992).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
D’indole decisamente gregaria, A. barbara forma gruppi di 15-40 individuiper tutto l’anno, tranne che nel periodo riproduttivo. E’ presente in habitat molto vari, sia di pianura, sia di montagna purché non vi sia carenza di acqua, necessaria per abbeverarsi.

Habitat: pur adattandosi ad ambienti molto vari, la Pernice sarda predilige l’habitat collinare, con macchie di lentisco, brughiere (Corine 31.2) e campi di frumento (Corine 82.1b) delimitati da muretti in pietra e siepi di fico d’India. In passato dimostrava preferenza per colline basse e pianure coltivate (Salvadori, 1864), mentre oggi pare frequentare sempre più quote elevate (600-700 metri) e preferire territori montagnosi in cui si sente più protetta. In queste aree frequenta valloni, roveti (Corine 31.83), pruneti (Corine 31.81) e la fitta macchia mediterranea (Corine 32.2). E’ assente nei boschi con alberi d’alto fusto ed in aree umide, benché nel periodo estivo sembri gradire la vicinanza di corpi idrici (del Hojo et al., 1994; Mocci Demartis, 1992; Boano, 1997; Guerrieri, 1997).

Dimorfismo sessuale: specie a sessi simili; il maschio possiede 1-2 speroni, assenti nella femmina (Mocci Demartis, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: la Pernice sarda appare in declino in alcune località del suo areale ed addirittura estinta in taluni territori (tra i quali la costa nord-occidentale egiziana). Nella penisola di Gibilterra e nella Spagna meridionale la popolazione è piuttosto stabile, mentre negli anni ‘70 si è riscontrata una diminuzione nelle popolazioni della Sardegna e delle Canarie. In queste isole sono state censite recentemente 600-1000 coppie, mentre in Spagna ne sarebbero presenti circa 50. Per quanto riguarda la Sardegna non si hanno dati più precisi circa la consistenza delle popolazioni presenti sull’isola (Mocci Demartis, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hojo et al., 1994).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva inizia a marzo e si prolunga fino al mese di maggio. Si ha una sola covata all’anno (eventualmente sostituita da una seconda se distrutta precocemente), di 10-14 uova, raramente 8-16, che vengono covate dalla sola femmina a deposizione ultimata. Specie monogama, nidifica sui pendii rocciosi spogli, costruendo il nido direttamente in una concavità del terreno nascosta alla base di un cespuglio ed imbottita con steli d’erba e foglie secche. Non si hanno dati relativi al successo riproduttivo (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; Mocci Demartis, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Sviluppo: l’incubazione procede per 20-25 giorni e le schiuse sono sincrone. Alla nascita la prole è precoce e coperta di piumino di colore fulvo-crema pallido, più chiaro sul basso ventre. Il vertice è bruno-rossiccio, più pallido sulla fronte. Ai lati del capo si evidenzia una banda scura che si estende dall’occhio all’orecchio. I pulcini sono nidifughi ed autosufficienti, ma vengono comunque accuditi da entrambi i genitori e sono in grado di effettuare i primi voli a 7-10 giorni dalla schiusa. I giovani sono simili agli adulti, ma hanno colori meno vivaci e disegni più sbiaditi, inoltre mancano del collare. La maturità sessuale è raggiunta all’età di un anno (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; Mocci Demartis, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Alimentazione: la dieta è prevalentemente granivora, basata su semi (Crupina crupinastrum, Lupino), erbe e piante selvatiche, ai quali si aggiungono germogli e insetti (formiche). Nell’areale extra‑europeo si è evidenziato una predilezione per foglie di Salsola spp., Lycium spp. e Asparagum spp., così come per i frutti di Euphorbia spp. I giovani si nutrirebbero principalmente di formiche (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994; Mocci Demartis, 1992).

Rapporti con altre specie: tra i parassiti riscontrati su esemplari di Alectoris barbara vi sono Coccidi, Nematodi (Capillaria sp., Heterakis spp., Ascaridia spp.). Tra gli ectoparassiti viene segnalato il Mallofago Menopon palleus (Amblicera) (Manilla e Gelsumini, 1988).

Cause del declino.
In Italia particolarmente deleterie per la conservazione della Pernice sarda risultano essere la scarsità di dati e di notizie attendibili riguardanti la condizione e la densità delle popolazioni, informazioni che, se fossero più dettagliate, consentirebbero di valutare con maggiore accuratezza l’influenza dei prelievi venatori sulla consistenza numerica presente. Agli abbattimenti legali si aggiungono poi gli atti di bracconaggio, che causano ingenti perdite e contribuiscono ad alterare i censimenti della specie. Le introduzioni artificiali di individui allevati in cattività non hanno sortito l’effetto sperato di incrementare la popolazione e favorirne la moltiplicazione: gli esemplari cresciuti negli allevamenti non sono in grado di nutrirsi allo stato selvatico e non sviluppano comportamenti di fuga nei confronti di Volpi o Cani randagi. Inoltre l’introduzione sconsiderata di soggetti tenuti in cattività può causare lo sviluppo di malattie e genera il rischio di una contaminazione genetica (De Franceschi, 1988). Inoltre anche l’uso intensivo di pesticidi, gl’incendi (Mocci Demartis e Massoli-Novelli, 1978) e l’abbandono delle coltivazioni di frumento possono influire negativamente mettendo in serio pericolo la sopravvivenza delle specie anche là dove il disturbo antropico potrebbe essere minore (Mocci Demartis, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hoyo et al., 1994).

 

Bibliografia

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Arrigoni degli Oddi E. 1929 - Ornitologia italiana. Hoepli , Milano 1046 pp. + tavole.

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Harrison C. (Ed.) 1988 - Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

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Alectoris graeca (Meisner, 1804)

Nome italiano: Coturnice

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
La specie A. graeca (Meisner, 1804) è politipica e comprende tre sottospecie: A. g. saxatilis (Bechstein, 1805); A. g. graeca (Meisner, 1804) e A. g. whitakeri Scheibel, 1934. Recentemente è stata proposta l'esistenza di una quarta sottospecie, A. g. orlandoi (Priolo, 1984), corrispondente alla popolazione stanziata sugli Appennini, ma essa non è universalmente riconosciuta (del Hojo et al., 1994; Mocci Demartis, 1992). A. g. saxatilis ha figura piuttosto compatta e dimensioni modeste (lungh. tot. 32-35 cm; ap. alare 46-53 cm). Le parti superiori hanno colore grigio neutro piuttosto chiaro, con dorso più scuro del groppone. Le copritrici superiori della coda e le timoniere centrali hanno colorazione uniforme, castano-rossiccia. La gola è bianca con sfumature grigie o grigio-brune più o meno evidenti e presenta un collare di larghezza uniforme o rastremato al centro, di colore nero, che parte dalla fronte e dalle redini assottigliandosi in corrispondenza degli occhi. Il collare è contornato da una stria chiara, che a partire dalla fronte e dalle redini si riduce in corrispondenza degli occhi. Il petto è grigo-azzurro e l’addome ha colorazione cannella. Le penne dei fianchi sono grigio-azzurre alla base e presentano apici castani preceduti da due fasce nere tra le quali si estende una banda di colore crema. Le remiganti primarie sono brune, uniformi quelle esterne, mentre le più interne hanno vessillo esterno dotato di una stria subapicale di colore ocra pallido. Attorno all’occhio spicca un anello perioftalmico rosso corallo e lo stesso colore è presente sul becco, mentre zampe e piedi sono rossicci, ma tendenti al bruno. La specie si distingue facilmente dalle congeneri per il disegno del capo, rispetto ad Alectoris rufa è inoltre più grigia sulle parti superiori. Anche verso di richiamo è piuttosto caratteristico (Peterson et al., 1988; Priolo e Bocca, 1992).

Distribuzione passata e presente.
A. g. saxatilis è presente sulla catena alpina dalla Francia all’Austria, sugli Appennini, nei territori occidentali e sud-occidentali dell’ex Yugoslavia (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). D’indole sedentaria, nidifica in Italia sulle Alpi, sul Carso Triestino e sull’Appennino centro-meridionale. In particolare è insediata sulle Alpi Liguri sino a Monte Toraggio, Collardente e Frontè, in Piemonte estende il proprio areale dal Mongioie a dal Mondolé, in provincia di Cuneo, alle Alpi Giulie e la sua distribuzione prosegue in modo discontinuo fino al Trentino-Alto Adige. Rispetto al passato la specie è meno diffusa e si rilevano contrazioni dell’areale in Alto Adige, sul Carso e in varie province della Lombardia, da alcune delle quali è ormai localmente scomparsa (AA. VV., 1984). Sugli Appennini A. g. saxatilis compare dal Monte Nerone (Appennino Umbro-Marchigiano) fino all’Aspromonte (Brichetti, 1985; Spanò et al., 1986), ma la sua distribuzione è discontinua e suddivisa in areali distinti. In passato veniva segnalata anche sull’Appennino Ligure-Piemontese, sulle colline del Pavese, sui monti della Campagna Romana, sull’Isola d’Elba, sulle Eolie e Pantelleria (dove però si estinse all’inizio del secolo) (Priolo e Bocca, 1992). Nella prima metà del secolo veniva segnalata anche sulle Alpi Apuane, ma tali indicazioni non sono state confermate successivamente (Spanò et al., 1986).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie d’indole gregaria tranne che nel periodo riproduttivo, durante il quale dimostra una spiccata territorialità. Vive su rilievi aridi e scoscesi, ma non è in grado di sopravvivere su terreni coperti dalla neve per lunghi periodi.

Habitat: predilige pendii aridi, rocciosi e scoscesi e nell’inverno sceglie i versanti rivolti a sud, dove la neve ha una durata minore. Frequenta territori vicini ad alpeggi, coltivazioni a terrazze o abitazioni rurali per la maggiore facilità di reperirvi cibo. Se non c’è neve nell’inverno si spinge anche a quote molto elevate (2500 metri) (Bocca, 1990). Abita le praterie xeriche (Corine 36), con erbe basse e rade, pietraie (Corine 61) e zone ad arbusti (Corine 31.4). Può trovarsi anche in aree a copertura arborea poco fitta, sul margine di boschi e castagneti (Corine 41.9), evitando le zone con vegetazione troppo fitta e preferendo i pascoli rasati da ovini e caprini e le coltivazioni di cereali. Sulle Alpi è diffusa da altitudini di 800-1000 metri a quote di 2300-2500 metri, sugli Appennini in genere si colloca tra i 1600 e i 2200 metri (del Hojo et al., 1994; Priolo e Bocca, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale : specie a sessi simili, il maschio ha dimensioni maggiori e presenta un breve sperone tarsale (Priolo e Bocca, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: la specie è in diminuzione in gran parte del suo areale, che si è contratto progressivamente tra gli anni ‘50 e ‘70 dai territori alpini più orientali fino alle Alpi Marittime. Attualmente pare essersi stabilizzata e nelle Alpi sud-occidentali risulta localmente in aumento (Schifferli et al., 1980; Bocca, 1990). Sugli Appennini si è invece registrato un sensibile decremento (Petretti, 1985) e la popolazione viene stimata in 40.000-130.000 esemplari (Priolo e Bocca, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hojo et al., 1994).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva varia in funzione dell’altitudine alla quale le coppie nidificano: in genere inizia nel mese di aprile e prosegue fino a giugno. Si ha generalmente una sola covata, ma talvolta se ne registrano anche due consecutive. Le uova sono deposte in numero di 8-14, raramente più di 20, ad intervalli di 24-36 ore e vengono nascoste con il materiale deposto nel nido, nel caso in cui la femmina si allontani durante la cova. Il nido è collocato direttamente sul terreno di pendii con vegetazione rada e rocce scoperte, scelti dal maschio ed è rappresentato da un depressione poco profonda, scarsamente rivestita dalla femmina con penne e materiale vegetale raccolto nelle vicinanze. Si tratta di una specie monogama, nella quale il legame tra i partner è piuttosto duraturo, ma sono stati segnalati anche casi di bigamia o di cambiamento di partner durante la stagione riproduttiva. Il territorio difeso dal maschio è in genere piuttosto ampio (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; Priolo e Bocca, 1992).

Sviluppo: l’incubazione procede per 24-26 giorni ed è effettuata dalla sola femmina, tranne nel caso in cui vengano deposte due covate consecutive: in tal caso è possibile che una di esse venga accudita dal maschio. Alla nascita i pulcini sono precoci e coperti di piumino grigio-chiaro con strie longitudinali di colore bruno-nocciola scuro e nero sul dorso, sulla nuca, sul vertice e sulle auricolari. Il becco ed i piedi sono carnicini con sfumature rossastre. I pulcini sono accuditi da entrambi i genitori, a 6-7 giorni d’età compiono brevi voli, prediligendo ancora la corsa come tecnica di fuga. A due mesi hanno le dimensioni degli adulti. I giovani presentano parti superiori bruno-oliva, fianchi grigio-azzurrini e timoniere centrali di colore cannella-rossiccio, macchiate di bruno. Il becco è nero. La muta post-giovanile inizia in agosto e termina a novembre. I giovani si raccolgono in stormi numerosi in autunno e restano insieme durante l’inverno per poi dividersi tra febbraio ed aprile (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; Priolo e Bocca, 1992).

Alimentazione: si nutre principalmente di foglie, germogli, semi, frutti e Invertebrati (insetti e molluschi). Dall’esame del ingluvie nel periodo autunnale è emersa la preferenza per parti verdi (foglie e steli) di erbe, tra le quali Galium sp, Saxifraga spp, Hieracium pilosella, Ranunculius montanus, Oxytropis spp, Trifolium spp, varie graminacee selvatiche e Secale cereale. Tra gli insetti consuma in maggiori quantità Ortotteri Celiferi adulti (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994; Priolo e Bocca, 1992).

Rapporti con altre specie: sono noti casi di ibridazione con A. rufa segnalati in Monferrato e in Liguria (Spanò, 1978, Bernard-Laurent, 1984). Tra i predatori della specie si segnalano Aquila chrysaetos, Bubo bubo, Corvidi e Rettili, che insidiano soprattutto i nidi(Priolo e Bocca, 1992).

Cause del declino.
Le principali cause del decremento della Coturnice in molte località sono rappresentate dall’attività venatoria incontrollata e dagli atti di bracconaggio (particolarmente diffuso sugli Appennini), ma a queste si aggiunge anche il degrado ambientale: l’abbandono delle coltivazioni e dei pascoli ha determinato infatti un incremento delle aree boschive e cespugliose provocando una netta diminuzione dell’alimento disponibile, soprattutto nel periodo invernale e degli habitat utilizzati nel periodo riproduttivo (Bocca, 1990). Inoltre anche l’inquinamento, dovuto principalmente all’uso di prodotti chimici in campo agricolo, è responsabile della scomparsa di numerose specie vegetali ed animali, causando così gravi difficoltà all’approvvigionamento durante l’allevamento dei pulcini. A tutti questi fattori si sommano epidemie che determinano improvvise e drastiche diminuzioni locali e che probabilmente sono da attribuirsi all’introduzione incontrollata di esemplari allevati in cattività (Bocca, 1986). Questi ripopolamenti sconsiderati inoltre provocherebbero gravi contaminazioni genetiche poiché spesso gl’individui liberati non appartengono alla sottospecie, ma a specie affini (A. chukar), che incrociandosi con gli esemplari locali con il tempo porterebbero alla sostituzione delle popolazioni autoctone con popolazioni ibride, determinando la scomparsa delle sottospecie italiane. In provincia di Trieste lo sviluppo di A. graeca saxatilis viene limitato dalla forte competizione con Phasianus colchicus, introdotto in grande numero a scopo venatorio (Calligaris et al., 1976). Infine anche la predazione messa in atto da uccelli rapaci (Aquila chrysaetos, Bubo bubo), carnivori terrestri e rettili causa ingenti perdite (Priolo e Bocca, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hoyo et al., 1994).

 

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Alectoris graeca whitakeri Schiebel, 1934

Nome italiano: Coturnice di Sicilia

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
Alectoris graeca whitakeri Schiebel, 1934, è una Pernice di modeste dimensioni (lungh. tot. 32-35 cm; ap. alare 46-53 cm) e figura compatta, con ali corte e arrotondate. Le parti superiori hanno colore bruno-oliva scuro e groppone sfumato di vinaccia. Le copritrici superiori della coda e le timoniere centrali possiedono vermicolature molto evidenti; le scapolari hanno zona centrale grigio-azzurra e margini castani. Possiede, come A. g. saxatilis, il tipico collare nero, che si estende dalle redini e dalla fronte, ma in questa sottospecie esso è più stretto e si interrompe al centro dove si dissolve in piccole macchie. Il petto è grigio-azzurro, l’addome ha colorazione cannella e il resto del piumaggio è uguale a quello della Coturnice. Il becco e l’anello perioftalmico sono rossi corallo (Peterson et al., 1988; Priolo e Bocca, 1992).

Distribuzione passata e presente.
A. g. whitakeri è presente esclusivamente in Sicilia, dove nel secolo scorso era molto diffusa sia nelle zone montuose, sia nelle pianure (Benoit, 1840; Doderlein, 1869-1874) ed occupava l’81% del territorio. In tempi recenti la superficie coperta dalla Coturnice di Sicilia si è ridotta del 24,2% ed attualmente l’areale della specie interessa circa il 57% dell’intera isola; in molte località inoltre la densità delle popolazioni è piuttosto bassa. E’ una specie sedentaria, che effettua esclusivamente movimenti altitudinali nel periodo invernale. Nella stagione fredda sull’Etna le quote superiori a 1700 metri vengono abbandonate perché innevate per periodi di tempo troppo lunghi (Priolo e Bocca, 1992).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie d’indole gregaria tranne che nel periodo riproduttivo, durante il quale dimostra una spiccata territorialità. Vive su rilievi aridi e scoscesi, ma non è in grado di sopravvivere su terreni coperti dalla neve per lunghi periodi.

Habitat: sull’Etna A. g. whitakeri frequenta le distese laviche, sia brulle sia coperte di vegetazione più o meno rigogliosa. Per abbeverarsi utilizza le riserve d’acqua dei pastori e le pozze naturali che si formano in anfrattuosità del terreno lavico, approfittando delle cavità per nascondersi nel sottosuolo se spaventata. Vive sui rilievi rocciosi (Corine 62) e sui pendii scoscesi, spostandosi in inverno sui versanti rivolti a sud sui quali la neve perdura per periodi più brevi. In estate predilige le praterie xeriche (Corine 36), con copertura erbacea bassa e rada e rocce affioranti, arbusti e pietraie (Corine 61). Frequenta anche i campi terrazzati di cereali (Corine 82), i pascoli (Corine 38) e, sull’Etna, i vigneti (Corine 83.21) (del Hojo et al., 1994; Priolo e Bocca, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale: specie a sessi simili, il maschio ha dimensioni maggiori e presenta un breve sperone tarsale (Priolo e Bocca, 1992).

Dimensioni delle popolazioni : non si hanno dati precisi relativi alla reale entità numerica della popolazione presente sull’isola; un tempo essa era molto elevata, ma oggi appare in diminuzione ed il fenomeno è risultato particolarmente evidente negli ultimi 15 anni (Priolo e Bocca, 1992). Nel periodo primaverile sono stati censiti in Sicilia da 1,7 a 5,3 maschi/100 ha nei territori occidentali (Spanò et al., 1986).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: la stagione riproduttiva varia in funzione dell’altitudine alla quale le coppie nidificano: in genere inizia nel mese di aprile e prosegue fino a giugno. In pochi casi sono state segnalate covate precoci già nel mese di marzo. Si ha generalmente una sola covata, ma talvolta se ne registrano anche due consecutive. Le uova sono deposte in numero di 8-14 (sull’isola è stata calcolata una dimensione media di covata di 11,9 uova su un campione di 20 nidi controllati ), ad intervalli di 24-36 ore e vengono nascoste con il materiale deposto nel nido, nel caso in cui la femmina si allontani durante la cova. Il nido è collocato direttamente sul terreno di pendii con vegetazione rada e rocce scoperte, scelti dal maschio ed è rappresentato da un depressione poco profonda, scarsamente rivestita dalla femmina con penne e materiale vegetale raccolto nelle vicinanze. Si tratta di una specie monogama, nella quale il legame tra i partner è piuttosto duraturo, ma sono stati segnalati anche casi di bigamia o di cambiamento di partner durante la stagione riproduttiva. Su un totale di 6 nidi seguiti è stato calcolato un tasso di schiusa del 64% (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; Priolo e Bocca, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Sviluppo: l’incubazione procede per 24-26 giorni ed è effettuata dalla sola femmina, tranne nel caso in cui vengano deposte due covate consecutive: in tal caso è possibile che una di esse venga accudita dal maschio. Alla nascita i pulcini sono precoci e coperti di piumino di colore bianco avorio sulle parti superiori (che presentano dorsalmente chiazze e strie longitudinali bruno-nocciola e macchie scure) e sulle parti inferiori uniformi. Il vertice e la nuca hanno colore fulvo-cannella chiaro. Il becco ed i piedi sono carnicini con sfumature rossastre. I pulcini sono accuditi da entrambi i genitori, a 6-7 giorni d’età compiono brevi voli, prediligendo ancora la corsa come tecnica di fuga. A due mesi hanno le dimensioni degli adulti. I giovani presentano parti superiori bruno-oliva, fianchi grigio-azzurrini e timoniere centrali di colore cannella-rossiccio, macchiate di bruno. Il becco è nero. La muta post-giovanile inizia in agosto e termina a novembre. I giovani si raccolgono in stormi numerosi in autunno e restano insieme durante l’inverno per poi dividersi tra febbraio ed aprile (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; Priolo e Bocca, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Alimentazione: la dieta si basa prevalentemente su materiale vegetale: foglie, germogli, semi, frutti. A questi si aggiungono in minori proporzioni Invertebrati quali insetti e molluschi. Dall’esame del contenuto stomacale di esemplari catturati in Sicilia si sono ritrovati semi ed infiorescenze di Parietaria officinalis, semi di avena, foglie di leguminose (Lotus spp), semi di olive, residui di graminacee, infiorescenze di Taraxacum officinalis e alcuni Coleotteri (Chrisomelidae e Curculionidae) (Cramp e Simmons, 1980; Priolo e Bocca, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Rapporti con altre specie: la Coturnice di Sicilia viene predata sull’isola da Hieraaetus fasciatus, Falco biarmicus e Accipiter nisus. Inoltre è stato segnalato anche un tentativo di predazione effettuato da un esemplare di Corvus corax nei confronti di un adulto isolato.

Cause del declino.
Le principali cause del decremento della Coturnice di Sicilia sono rappresentate dall’attività venatoria incontrollata e dagli atti di bracconaggio (molto diffuso sull’isola), ma a queste si aggiunge anche il degrado ambientale: l’abbandono delle coltivazioni e dei pascoli ha determinato infatti un incremento delle aree boschive e cespugliose provocando una netta diminuzione dell’alimento disponibile, soprattutto nel periodo invernale e degli habitat utilizzati nel periodo riproduttivo (Bocca, 1990). Inoltre anche l’inquinamento, dovuto principalmente all’uso di prodotti chimici in campo agricolo, è responsabile della scomparsa di numerose specie vegetali ed animali, causando così gravi difficoltà all’approvvigionamento durante l’allevamento dei pulcini. Nella provincia di Enna alla fine degli anni’70 in zone coltivate a cereali nelle quali sono state introdotte nuove tecniche colturali, compreso l’uso di diserbanti sparsi in grandi quantità sui campi con gli elicotteri, la specie si è estinta repentinamente. Un grave problema di conservazione della specie e di tutela della sua integrità genetica è rappresentato dall’introduzione incontrollata di individui allevati in cattività appartenenti a specie affini. Il numero elevato di incroci che si verificheranno se queste introduzioni (effettuate prevalentemente a scopo venatorio) non verranno fermate potrebbe determinare la scomparsa della sottospecie endemica. A questi fattori si aggiunge la predazione messa in atto da uccelli rapaci (Hieraetus fasciatus; Falco biarmicus e Accipiter nisus, che si alimentano prevalentemente di giovani), rettili e mammiferi (Priolo e Bocca, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hoyo et al., 1994).

 

Bibliografia

Aebischer N.J., Potts G.R. 1994 - Rock Partridge Alectoris graeca. In: Tucker G.M., Heat M.F. (Eds.) - Birds in Europe: their conservation status. BirdLife International (BirdLife Conservation Series no. 3), Cambridge U.K

Benoit L. 1840 – Ornitologia Siciliana. Stamp. Di G. Fiumara, Messina. 231 pp.

Boano G. 1997 - Proposta di una classificazione degli habitat ad uso ornitologico. In: Brichetti P., Gariboldi A. (Eds.) - Manuale pratico di ornitologia. Edagricole, - Edizioni Agricole della Calderini  Bologna.

Bocca M. 1990 – La Coturnice Alectoris graeca e la Pernice bianca Lagopus mutus in Valle d’Aosta. Regione autonoma della Valle d’Aosta e Comitato regionale caccia, Aosta. 76 pp.

Cramp S., Simmons K.E.L. (eds.) 1980 - The Birds of Western Paleartic. 2. Hawks to Bustards. University Press. Oxford. 695 pp.

Doderlein P. 1869-1874 – Avifauna del Modenese e della Sicilia. Giornale Sci. nat. econ., Palermo. 5: 135-195; 6: 187-236; 7: 7-92; 8: 40-124; 9: 28-93; 10: 35-71; 133-148.

Harrison C. (Ed.) 1988 - Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

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Priolo A., Bocca M. 1992 - Coturnice di Sicilia Alectoris graeca whitakeri. In: Brichetti P., De Franceschi P., Baccetti N. (Eds.) - Fauna d’Italia Vol. XXIX. Aves. I Gaviidae-Phasianidae. Calderini, Bologna.

Peterson R., Mountfort G., Hollom P.A.D. (Eds.) 1988 - Guida degli Uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

Spanò S., Traverso G., Sarà M. 1986 – Distribuzione attuale di Alectoris graeca e Alectoris barbara in Italia. In: Fasola M. (red.) – Atti III Conv. It. Orn. Salice Terme, 1985: 55-57.


Alectoris rufa (Linnaeus, 1758)

Nome italiano: Pernice rossa

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
Inizialmente denominata Tetrao rufus da Linneo, Alectoris rufa è una specie politipica, che in passato veniva collocata in una superspecie insieme ad A. chukar, A. philbyi e A. barbara, ma oggi queste specie sono considerate filogeneticamente distanti dalla Pernice rossa. Sono note 3 sottospecie: A. r. rufa (Linnaeus, 1758), A. r. hispanica (Seoane, 1894) e A. r. intercedens (A.E. Brehm, 1857). Vengono proposte altre due sottospecie: A. r. corsa (Parrot, 19190) e A. r. australis (Tristram, 1889), che abiterebbero rispettivamente la Corsica e la Gran Canaria, ma non sono riconosciute universalmente (Cramp e Simmons, 1980; del Hojo et al., 1994). La Pernice rossa ha figura tondeggiante, con coda breve e tronca (lungh. tot. 29-34 cm; ap. alare 50-55 cm); se osservata a distanza può essere confusa con la Starna, ma vista da vicino è facilmente distinguibile per la maschera facciale, il becco e le zampe rossi e le barrature sui fianchi, mentre in volo può essere riconosciuta per la colorazione uniforme del dorso. Inoltre anche il canto può facilitarne la determinazione poiché è piuttosto differente da quello delle altre Pernici. Il piumaggio nelle parti dorsali ha colore bruno-oliva con sfumature rossicce alla base del collo e sulla nuca. Le parti ventrali sono azzurre con sfumature ocra verso l’addome. Sui fianchi le piume ornamentali hanno fascia apicale di colore castano-ruggine, seguita da una banda nera e da uno spazio biancastro ed azzurrognolo. Sul capo è presente una stria nera che dalla base del becco arriva a circondare la gola bianca attraversando l’occhio. A partire dalla banda scura si propagano sui lati del collo e verso il petto macchie e punteggiature nere e bianche, create dalle piume che possiedono una zona centrale chiara e due aree laterali nere di ampiezza variabile. La base superiore del becco è delimitata da una sottile fascia nera. Sulla fronte è presente una banda chiara a delineare un sopracciglio che prosegue oltre la zona auricolare. La coda è costituita da 12 timoniere di colore ruggine, più 2 centrali di colore bruno-oliva come il dorso (Peterson et al., 1988; Spanò, 1992).

Distribuzione passata e presente.
Specie a corologia europea presente nell’Europa sud-occidentale, la Pernice rossa è stata introdotta in gran parte del Vecchio Continente e su isole dell’Oceano Atlantico (Madeira, Azzorre, Canarie) e, senza successo, in Nuova Zelanda e negli USA. A. r. rufa è presente in Francia, Italia, Corsica ed è stata introdotta nelle Baleari e in Gran Bretagna; A. r. intercedens abita la Spagna orientale e centro-meridionale, mentre è ritenuta presente nel Portogallo meridionale ed è stata introdotta nella Gran Canaria. A. r. hispanica estende il proprio areale nella Penisola Iberica nord-occidentale ed è stata introdotta nell’Isola di Madera e nelle Azzorre (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). In Italia la Pernice rossa è segnalata sulla catena appenninica settentrionale ed in parte anche centrale, in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana. Inoltre è presente con piccole popolazioni in Umbria e Lazio e la sua presenza è frammentata sull’Isola d’Elba, dove la specie pare in diminuzione (Gariboldi, 1997). L’introduzione di individui allevati a scopo venatorio ha determinato l’espansione dell’areale soprattutto nelle regioni orientali dove un tempo era presente la Starna. In passato A. rufa era diffusa sull’Appennino settentrionale, dal Mar Ligure alle Langhe e sulle colline ai limiti della Pianura Padana, fino alle province di Parma e Pistoia. Nelle valli delle Alpi occidentali, in Valtellina, sul Mottarone (NO), nel Bassanese e nel Veronese (forse) erano presenti popolazioni ridotte che nelle regioni centrali si insediavano anche nel Pisano, sulle Alpi Apuane, nelle isole d’Elba e Capraia e a Castiglione della Pescaia (Spanò et al, 1986). A. rufa è una specie sedentaria, che nel periodo invernale compie brevi spostamenti altitudinali per raggiungere quote meno elevate (Spanò, 1992).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
Specie d’indole gregaria, che costituisce gruppi formati dall’unione di più famiglie. Queste aggregazioni sono limitate però al periodo invernale, mentre durante il periodo riproduttivo le coppie sono fortemente territoriali e monogame.

Habitat: predilige ambienti collinari e montani ed è particolarmente diffusa ad altitudini comprese tra i 300 e gli 800 metri, sui terreni drenati e ben esposti. Frequenta habitat piuttosto differenti insediandosi in zone a macchia mediterranea (Corine 32.2), aree coltivate (Corine 82), pascoli montani (Corine 38) con suffrutici, ginepri e bossi (Buxus sempervirens). La si può incontrare nei vigneti (Corine 83.21) delle Langhe e nei campi di cereali e foraggio dell’Emilia Romagna. In genere è particolarmente diffusa in piccoli appezzamenti coltivati frammisti a boschi con grandi quantità di Roverella (Corine 41.5), erosioni calanchive (Corine 62.a) e vegetazione pioniera (Corine 35). Nel periodo riproduttivo nidifica in prati di erba medica (Corine 38) e negli argini tra i campi (Corine 84.4), mentre per riposare si nasconde tra siepi (Corine 84.2), cespugli e nella vegetazione pioniera (del Hojo et al., 1994; Spanò, 1992; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale poco accentuato: la femmina è lievemente più piccola del maschio e non possiede gli speroni metatarsali tipici del partner (Spanò, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: circa i tre quarti della popolazione europea di A. rufa si concentra nella Penisola Iberica, mentre altre popolazioni consistenti abitano il Regno Unito (dove la specie è stata introdotta nel XVIII secolo) e la Francia. Più del 95% della popolazione globale è in declino, eccezion fatta per il Regno Unito, dove dagli anni ‘80 si è riscontrato un incremento (Marchant et al., 1990), dovuto principalmente alla liberazione di numerosi contingenti allevati in cattività (Potts, 1988). I dati, incompleti, finora raccolti in Italia indicano l’esistenza di gruppi autunnali costituiti in totale da 1400-1700 esemplari (Spanò et al., 1987) con presenze di 200-250 individui in Liguria, 250-300 in Piemonte, circa 200 in Lombardia e 600-700 in Emilia Romagna. Sull’Appennino la specie è in netta diminuzione ed in alcune località è scomparsa del tutto, ma sul restante territorio italiano, dopo il declino registrato negli anni ‘60, appare in ripresa (Spanò, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hojo et al., 1994). Sull’Isola d’Elba nel periodo primaverile sono stati censiti 300-330 esemplari (Gariboldi, 1997).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: Gli accoppiamenti hanno luogo già alla fine di gennaio nei casi più precoci, ma in genere avvengono tra febbraio e marzo e sono condizionati dalle condizioni climatiche. Le coppie possono formarsi durante l’inverno e talune restano unite da un’estate all’altra e riutilizzano gli stessi territori di nidificazione. Le deposizioni si concentrano tra la seconda metà di aprile e gli inizi di giugno. Si ha una sola covata all’anno, ma in alcuni casi la stessa femmina può deporre più covate per volta, in nidi diversi, che vengono incubate separatamente l'una dalla femmina, l'altra dal maschio. In genere vengono deposte 12-16 uova, raramente 20 o addirittura 28, ad intervalli di 36 ore. L'incubazione inizia al completamento della deposizione. Nel caso di un'unica covata l'incubazione viene effettuata dalla sola femmina. Il nido viene costruito generalmente tra le piante in crescita, al riparo di un cespuglio ed è costituito da una depressione poco profonda imbottita con poca vegetazione cresciuta vicino al nido e penne. Nell’Oltrepo pavese si è rilevata una percentuale di coppie riprodottesi sul totale di quelle presenti in primavera pari al 44,58% (Zacchetti e Meriggi, 1985) ed una percentuale di uova schiuse del 71,7% (Meriggi e Prigioni, 1985). La mortalità giovanile dalla nascita alla fine dell’estate è stata calcolata intorno al 34,9%. Studi analoghi condotti nel Modenese hanno evidenziato una percentuale di coppie riprodottesi variabile tra il 65,1% e il 54,2% (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; Spanò, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Sviluppo: l’incubazione procede per 22-24 giorni ed alla nascita la prole è precoce e coperta di piumino color sabbia, uniforme sul ventre e cosparso di macchie brune e rossastre sulle regioni dorsali e dorso-laterali. Sulle parti superiori sono presenti tre bande longitudinali chiare. Il becco è bruno e le zampe sono carnicine pigmentate di scuro in alcune parti. I pulcini vengono accompagnati fuori dal nido dalla femmina, mentre il maschio se ne occupa saltuariamente (in caso di covate doppie ogni genitore accudisce la “propria” prole). Le penne sulle ali compaiono in breve tempo e i pulcini possono compiere i primi tentativi di volo pochi giorni dopo la schiusa. La covata resta unita fino alla successiva stagione riproduttiva. I giovani non presentano la maschera facciale né il collare, che compaiono lentamente col passare del tempo. Essi hanno piumaggio con colori meno vivaci e screziature dorsali. Le piume ornamentali presenti sui fianchi sono dapprima poco variopinte ed i colori definitivi compaiono soltanto tra l’undicesima e la tredicesima settimana di vita. I giovani sono facilmente riconoscibili fino all’età di circa cento giorni grazie alla presenza delle due remiganti più interne, che devono essere ancora sostituite ed hanno colorazione sabbia con screziature brune. Il becco è bruno-rossastro. Le dimensioni corporee degli adulti vengono raggiunte a 50-60 giorni dalla nascita e la maturità sessuale viene acquisita dopo un anno (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994;

Alimentazione: si nutre principalmente di materiale vegetale: semi, foglie, radici, ma la dieta è piuttosto variabile nelle diverse stagioni. Nel periodo invernale e in primavera vengono consumati apici vegetativi e parti verdi di frumento, erba medica ed altre specie erbacee spontanee. Nel periodo riproduttivo predilige semi di cereali e leguminose ai quali si aggiungono insetti, che costituiscono principalmente il nutrimento della prole (in particolare essa viene alimentata con stadi giovanili di Eterotteri, Ortotteri ed Afidi, oltre che con materiale vegetale). In autunno prevalgono semi, radici, bulbi, bacche e frutti (Cramp e Simmons, 1980; Spanò, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Rapporti con altre specie: sono noti casi di ibridazione avvenuta allo stato selvatico con esemplari di A. graeca saxatilis (Balletto, 1977; Bernard-Laurent 1984). In cattività si sono verificati incroci con Alectoris chukar (Spanò, 1992).

Cause del declino.
Nelle regioni italiane la specie ha conosciuto un netto declino principalmente a causa delle modificazioni ambientali: l’abbandono delle colture sui rilievi montani e sulle colline più elevate ha determinato un’espansione delle aree boschive e questo ha provocato una drastica diminuzione del cibo disponibile per la specie e dei siti di nidificazione costituiti da margini di campi e strade con fitta vegetazione erbacea. Nelle colture rimaste l’eccessivo utilizzo dei fertilizzanti e degli insetticidi chimici causano la scomparsa di molte specie vegetali e animali utili alla Pernice, la cui dieta diviene così meno ricca e differenziata (Potts, 1986). Il decremento degli insetti determina anche maggiori difficoltà nell’allevamento della prole. Inoltre l’attività venatoria ha provocato l’estinzione della specie in talune località e l’introduzione indiscriminata di soggetti allevati, effettuata dai cacciatori, ha contaminato i ceppi autoctoni e favorito lo sviluppo di malattie. Là dove si sono registrati incrementi delle popolazioni sono probabilmente avvenuti spostamenti di individui da aree disturbate o divenute inadatte alla specie, che è favorita anche dalla diminuzione di esemplari di Perdix perdix con la quale è in competizione. Infine intervengono a discapito della densità di popolazione anche fattori naturali, quali le condizioni climatiche (responsabili dell’elevata mortalità giovanile in talune annate) e la predazione attuata da Corvidi, volpi, faine, donnole, ricci, cinghiali, Falconiformi, ratti, cani e gatti (Spanò, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hoyo et al., 1994). Alcuni di questi predatori (es. Faina) sono divenuti molto più abbondanti di un tempo in aree abitate dalla specie (Appennino ligure-piemontese) anche in seguito all’abbandono da parte dell’uomo ed all’espansione dei boschi.

 

Bibliografia

Aebischer N.J., Potts G.R. 1994 - Red-Legged Partridge Alectoris rufa. In: Tucker G.M., Heat M.F. (Eds.) - Birds in Europe: their conservation status. BirdLife International (BirdLife Conservation Series no. 3), Cambridge U.K

Balletto E. 1977 – Analisi faunistico-venatoria ed ecologica della regione Liguria. Don Bosco, Genova.

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Spanò S., Traverso G., Goeta E. 1987 – La Pernice rossa Alectoris rufa in Italia. Boll. Mus. Ist. Biol. Univ. Genova, 53: 5-33.

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Coturnix coturnix (Linnaeus, 1758)

Nome italiano: Quaglia

Categoria IUCN
Not globally threatened

Tassonomia.
Coturnix coturnix fu inizialmente attribuita al genere Tetrao da Linneo e solo successivamente collocata nel genere Coturnix Bonnaterre, 1791, appartenente alla sottofamiglia Pernicinae. C. coturnix forma una superspecie con C. japonica e forse anche con C. pectoralis. Alcuni autori sostengono che C. japonica sia in realtà una sottospecie di C. coturnix, ma questa teoria viene confutata dall’esistenza di popolazioni appartenenti alle due specie che in Mongolia vivrebbero in apparente simpatria. Sono universalmente riconosciute 4 sottospecie: C. c. coturnix (Linnaeus, 1758); C. c. confisa Hartet, 1917; C. c. inopinata Hartet, 1917 e C. c. africana Temminck e Schlegel, 1849. A queste se n’è aggiunta una quinta, C. c. enrlangeri Zedlitz, 1912, da quando le popolazioni dell’Africa centrale ed orientale sono state considerate meritevoli di distinzione da quelle dell’Africa meridionale. Dapprima sono state incluse in C. c. erlangeri solamente le popolazioni etiopiche, successivamente la denominazione è stata estesa a tutti gli esemplari che abitano l’Africa centrale ed orientale, che secondo alcuni studiosi dovrebbero essere addirittura considerate facenti parte di una specie a sé stante. Le Quaglie presenti nel Bangladesh nord-occidentale vengono attribuite da alcuni autori a C. coturnix coturnix, mentre per altri appartengono alla specie C. japonica (Cramp e Simmons, 1980; del Hojo et al., 1994). C. coturnix è un Phasianidae di piccole dimensioni (lungh. tot. 17-20 cm; ap. alare 34-37 cm), riconoscibile principalmente al canto, anche perché l’osservazione a terra risulta piuttosto difficile. Se avvistata in volo è distinguibile per la tipica figura “a uovo”, ma può essere confusa con giovani di Perdix perdix e di altre specie del genere Alectoris. Da questi ultimi, oltre che per il volo più agile, C. coturnix si differenzia per l’assenza delle evidenti timoniere rosso-ruggine e per la macchiettatura più fine delle regioni dorsali. Tipica è anche la forma appuntita delle ali, insolita per un Galliforme. La Quaglia possiede un becco corto, di colore grigio-bruno, con le narici coperte da un opercolo ed un baffo che dalla rima boccale si protende fin sotto l’occhio. Le zampe sono giallastre o brune ed il primo dito è corto e rialzato. I maschi adulti presentano parti superiori brune, con penne longitudinalmente percorse da una stria mediana di colore fulvo chiaro, lateralmente ornate di bande trasversali e vermicolature nere e il cui apice ha colore rossastro o fulvo. Il capo è nero, con tre strie di colore crema: una mediana e due laterali sopracciliari. Le guance, le copritrici auricolari e i lati del collo sono bruni tendenti al ruggine, con strie chiare. La gola è bianca e possiede una macchia centrale nero-rossiccia, a forma di “ancora”. Esistono esemplari, appartenenti alla cosiddetta “forma rossiccia”, nei quali sui lati del capo e della gola il disegno sopra descritto è di colore ruggine anziché nero. In taluni casi la gola è completamente colorata di rosso-mattone o è addirittura nera. Le parti inferiori sono sempre chiare, con sfumature fulve, che diventano più intense lungo i fianchi. La coda è scura. Le femmine possiedono parti dorsali simili a quelle dei maschi, ma la loro gola è sempre bianca e la macchia “ad ancora” è assente. Il petto ed i lati del collo, fulvi, appaiono più punteggiati rispetto al partner ed i fianchi sono più pallidi (Peterson et al., 1988; Spanò e Truffi, 1992).

Distribuzione passata e presente.
Specie a corologia paleartico-paleotropicale. C. c. coturnix abita le Isole Britanniche e l’Africa nord-occidentale, ad oriente estende il suo areale nella Russia centro-orientale, nell’India centro-orientale e nel Bangladesh (sebbene per queste popolazioni esistano delle controversie riguardanti la loro appartenenza alla specie, vedi paragrafo “Tassonomia”). C. c. confisa vive sulle Isole Canarie, a Madeira e sulle Azzorre; C. c. inopinata è confinata alle Isole di Capo Verde; C. c. africana è presente nell’Africa sub-sahariana e il suo areale si estende dall’Etiopia e dall’Uganda verso sud all’Angola e al Sudafrica. E’ inoltre presente in Madagascar e sulle Isole Comore ed è stata introdotta sulle Isole Mauritius e Riunione. Se si accetta l’esistenza della sottospecie erlangeri, allora C. c. africana è limitata al Sud Africa, mentre C. c. erlangeri abita l’Africa centrale ed orientale. In Europa l’areale riproduttivo di C. coturnix raggiunge e raramente sorpassa il 60° parallelo settentrionale. Un quarto dell’areale è concentrato nella Penisola Iberica, mentre metà di esso si distribuisce tra Francia, Russia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Turchia (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994). In Italia attualmente la specie non è molto abbondante: è presente in Valle d’Aosta a quote comprese tra i 900 ed i 1800 metri sul livello del mare; in Piemonte abita soprattutto le zone pianeggianti e collinari, ma viene segnalata anche in zone alpine fino quasi a 2.000 metri, se sono presenti attività agricole o pastorali (Boano, 1971). In Liguria nidifica occasionalmente; in Lombardia è rara in pianura, mentre nidifica a quote piuttosto elevate (1500-1800 metri) nel Bresciano (Brichetti e Cambi, 1985), nel Bergamasco (Cairo e Perugini, 1986) e sull’Appennino. E’ piuttosto diffusa in Emilia Romagna. Nelle regioni nord-orientali nidifica fino ad altitudini di 1300 metri, mentre in pianura è piuttosto localizzata (Parodi, 1987). In Toscana è più abbondante nell’entroterra, in Umbria è piuttosto diffusa (Ragni, 1985) e così pure nel Lazio. In Abruzzo è segnalata a quote elevate, fino a 1550 metri ed oltre. Scarsa in Basilicata, tranne che in prati montani tra i 500 e i 1400 metri di quota (Boano et al., 1985), segnalata in zone coltivate delle Marche (Dionisi e Poggiani, 1982), nidifica sull’Altopiano della Sila, in Calabria, e si riproduce e sverna in Puglia. In Sicilia sui concentra nei territori occidentali, mentre è diffusa in tutta la Sardegna con popolazioni sedentarie alle quali si aggiungono contingenti svernanti (Massoli Novelli, 1988a, 1988b). Tra i Galliformi è l’unica specie migratrice, benché alcune popolazioni, soprattutto le meridionali, siano piuttosto sedentarie (Spanò e Truffi, 1992). La maggior parte delle Quaglie esemplari che nidificano nella Regione Paleartica occidentale svernano a sud del Sahara, principalmente nella zona del Sahel, ma alcuni contingenti si fermano sul bacino del Mediterraneo (del Hojo et al., 1994).

Habitat, Ecologia e Biologia di Popolazione.
La Quaglia è un uccello poco incline al volo, che preferisce muoversi sul terreno, correndo velocemente e mimetizzandosi facilmente tra le erbe più alte e fitte. Nel periodo migratorio compie estesi spostamenti ed in tal caso vola piuttosto velocemente, con battute e scivolate d’ala, mantenendosi sempre a bassa quota. Frequenta e nidifica in ambienti aperti, nei campi o tra i cespugli.

Habitat: predilige habitat aperti, sia in pianura e collina, sia sui rilievi oltre i mille metri di quota (localmente può raggiungere anche altitudini di 2500 metri e oltre). Frequenta praterie e lande steppiche (Corine 34) e cespugliose, terreni coltivati a frumento (Corine 82.1b) e foraggio preferibilmente con erbe alte 30-60 cm. Abita ambienti asciutti e riparati mentre evita boscaglie e terreni brulli. In Sardegna i contingenti svernanti colonizzano gli altopiani cespugliosi, mentre le popolazioni nidificanti frequentano aree coltivate a frumento, mais (Corine 82.1c), erba medica ed ortaggi (Massoli Novelli, 1988a, 1988b; Spanò e Truffi, 1992; del Hojo et al., 1994; Boano, 1997).

Dimorfismo sessuale: i maschi hanno colorazione più vivace e si riconoscono per la caratteristica macchia presente sulla gola a forma di “ancora”. La femmina è generalmente più pesante e lievemente più grande del partner (Spanò e Truffi, 1992).

Dimensioni delle popolazioni: gli spostamenti migratori e le fluttuazioni annuali piuttosto marcate rendono difficile una valutazione precisa dell’entità numerica delle popolazioni: a partire dagli anni ‘70 circa la metà della popolazione globale si è dimezzata, mentre i contingenti dell’Europa centrale ed orientale hanno subito un decremento del 20% (Aebischer e Potts, 1994; del Hojo et al., 1994). In Italia si sono generalmente riscontrate fluttuazioni sia a breve sia a lungo termine. Nelle regioni settentrionali la Quaglia era più abbondante nella prima metà del secolo, mentre tra gli anni ‘60 ed ‘80 è notevolmente diminuita e solo in tempi recenti, localmente, si sono registrate lievi riprese. Nell’Italia centrale era molto abbondante fino agli ‘50, è rimasta stabile fino agli anni ‘70 e successivamente si è riscontrato un decremento. Negli ultimi tempi è in lieve aumento sia come svernante, sia come nidificante. In Sardegna ed in Corsica la Quaglia sembra essere piuttosto stabile ed abbondante. Le popolazioni selvatiche nidificanti presenti sul territorio italiano vengono stimate intorno alle 5000-10.000 coppie (Spanò e Truffi, 1992).

Sex ratio: nessuna informazione disponibile.

Comportamento riproduttivo: nei territori dell'Europa settentrionale la stagione riproduttiva ha inizio nella metà di maggio e prosegue fino ad agosto, nell'Europa meridionale comincia nel mese di marzo inoltrato e si estende fino alla metà di giugno. In Italia le cove hanno inizio tra la fine di maggio e giugno; il maschio giunge nelle aree di nidificazione in anticipo rispetto alla femmina e delimita il territorio cantando, segue un breve rituale di corteggiamento nel quale il maschio effettua canti e parate ed infine si ha l'accoppiamento. All'inizio dell'incubazione la coppia si scioglie. Non si hanno dati certi a sostegno di una maggiore tendenza alla poligamia o alla monogamia: molto probabilmente la situazione varia localmente in relazione alla sex-ratio. Si ha una sola deposizione all'anno, sostituibile in caso di distruzione precoce. E' possibile che femmine provenienti dall'Africa, dove hanno deposto nell'inverno, giunte in Italia in primavera depongano qui una seconda covata. Vengono deposte 6-18 uova (in media 10), che vengono incubate dalla femmina. Il nido è collocato direttamente sul terreno, riparato da una roccia o dalla vegetazione. Si tratta di un buco profondo, scarsamente imbottito con erba e altro materiale vegetale raccolto nelle vicinanze del nido (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; Spanò e Truffi, 1992; del Hoyo et al., 1994).

Sviluppo: l’incubazione procede per 17-20 giorni. Alla nascita i pulcini, nidifughi, sono coperti di piumino fulvo-giallastro; sul dorso presentano due strie longitudinali nere e sparse sul capo e sul collo hanno macchie scure. Il becco e le zampe sono di colore rosso tenue. I pulli vengono accuditi dalla femmina benché siano molto attivi ed indipendenti già a pochi giorni dalla schiusa e covate diverse possono unirsi molto precocemente. I giovani hanno colorazione simile agli adulti, ma sulle penne dorsali hanno strie longitudinali chiare più strette, mentre sul resto del corpo le strie sono sostituite da macchie sparse. Le parti inferiori sono simili a quelle della femmina adulta. La muta post-giovanile è completa, ad eccezione di alcune remiganti primarie esterne, ha inizio sul capo all’età di 17-22 giorni e termina a settembre. La prima muta pre-riproduttiva avviene all’età di 3 o 6 mesi in relazione alla data di schiusa. I primi voli vengono compiuti all’età di circa 19 giorni e l’indipendenza è raggiunta a 30-50 giorni dalla nascita (Cramp e Simmons, 1980; Harrison, 1988; del Hoyo et al., 1994; Spanò e Truffi, 1992). La maturità sessuale è acquisita molto presto e le femmine possono riprodursi nello stesso anno di nascita, all’età di pochi mesi (Hemon et al., 1988).

Alimentazione: la Quaglia si nutre prevalentemente di vegetali: consuma piccoli semi e germogli si specie appartenenti ai generi Brassica, Lolium, Papaver, Polygonum, Plantago, Rumex, Stellaria, Bromus, Spergula, Setaria, Panicum, Triticum, Avena, Hordeum. Nel periodo primaverile-estivo alla componente vegetale si aggiungono prede vive: insetti (adulti e stadi giovanili di Coleotteri, Emitteri, Dermatteri, Ortotteri), molluschi Gasteropodi ed aracnidi. In particolare dall’esame del contenuto stomacale di alcuni esemplari si è potuto puntualizzare il consumo di Gasteropodi del genere Colchicella, di Coleotteri Curculionidi del genere Otiorhyncus e Crisomelidi del genere Cryptocephalus, di Eterotteri Pentatomidi e Lepidotteri Eteroceri. Raramente la Quaglia si abbevera in pozze d’acqua superficiali, il suo fabbisogno idrico è infatti in gran parte soddisfatto con la dieta (Cramp e Simmons, 1980; del Hoyo et al., 1994; Spanò e Truffi, 1992).

Rapporti con altre specie: su individui di questa specie sono stati rinvenuti sia ectoparassiti (Mallofagi ed Acari), sia endoparassiti (Trematodi, Cestodi e Nematodi) (Spanò e Truffi, 1992).

Cause del declino.
La specie è soggetta a notevoli fluttuazioni, che rendono piuttosto difficile una valutazione attendibile e precisa del suo reale stato di salute. Tra le principali cause che hanno provocato il declino riscontrato nei tempi passati si riportano: l’attività venatoria, oggi notevolmente limitata in Italia dopo che la caccia alla Quaglia è stata vietata nel periodo primaverile e ridotta in quello estivo, ma ancora responsabile di numerosi abbattimenti all'estero e soprattutto nei territori africani; la modificazione ed il degrado degli habitat abitualmente frequentati, dovuti principalmente all’adozione di nuove tecniche colturali (la bruciatura delle stoppie causa vere e proprie stragi nelle regioni centrali e meridionali italiane) e all’utilizzo esagerato di fitofarmaci tossici e in grado di determinare la scomparsa di specie vegetali ed animali fondamentali per l’alimentazione di Coturnix coturnix (Potts, 1986). A questi si aggiungono fattori naturali quali la predazione, particolarmente accentuata durante il periodo migratorio quando la specie viene attaccata da Falco peregrinus, Falco eleonorae, Accipiter nisus, Larus cachinnans e Circus spp. Inoltre durante gli spostamenti notturni C. coturnix può cadere preda di Strigiformi. Altri nemici della Quaglia, che depredano i nidi e cacciano i pulcini sono i ratti, le donnole ed altri Mustelidi, Rettili Ofidi, volpi, cani e gatti randagi. Anche le condizioni climatiche possono essere responsabili del declino in località dove si verifichino lunghi periodi di siccità (Spanò e Truffi, 1992; Aebischer e Potts, 1994; del Hoyo et al., 1994).

 

Bibliografia

Aebischer N.J., Potts G.R. 1994 - Quail Coturnix coturnix. In: Tucker G.M., Heat M.F. (Eds.) - Birds in Europe: their conservation status. BirdLife International (BirdLife Conservation Series no. 3), Cambridge U.K

Boano G. 1971 – Osservazioni ornitologiche del luglio 1970 nell’alta Valle Varaita (CN). Riv. it. Orn., 41: 126-127.

Boano G., Brichetti P., Cambi D., Meschini E., Mingozzi T., Pazzucconi A. 1985 – Contributo alla conoscenza dell’avifauna della Basilicata. Ric. Biol. Selvaggina, 75. 37 pp.

Boano G. 1997 - Proposta di una classificazione degli habitat ad uso ornitologico. In: Brichetti P., Gariboldi A. (Eds.) - Manuale pratico di ornitologia. Edagricole, - Edizioni Agricole della Calderini  Bologna.

Brichetti P., Cambi D. 1985 – Atlante degli uccelli nidificanti in provincia di Brescia (Lombardia). 1980-84. Natura Bresciana. Ann. Mus. Civ. Sci. nat., Brescia, Monografia n. 14, 111 pp.

Cairo E., Perugini F. 1986 – Chek-list degli uccelli nidificanti in provincia di Bergamo. Riv. Mus. Civ. St. nat. “E. Caffi” Bergamo, 10: 39-49.

Cramp S., Simmons K.E.L. (eds.) 1980 - The Birds of Western Paleartic. 2. Hawks to Bustards. University Press. Oxford. 695 pp.

Dionisi V., Poggiani L. 1982 – L’Avifauna del Metauro. W.W.F., Fano.

Harrison C. (Ed.) 1988 - Nidi, Uova e Nidiacei degli uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

Hemon Y.A., Saint-Jalme M., Guyomarch’h J.C. 1988 – Structure et fonctionnement des populations reproductrices “françaises” de caille des blés. Bull. Mens. O.N.C., 127: 29-32.

del Hoyo J., Elliott A., Sargatal J. (Eds.) 1994 - Handbook of the Birds of the World. Vol.2.  Lynx Edicions, Barcelona.

Massoli Novelli R. 1988a – Alcuni dati sulla Quaglia, Coturnix c. coturnix, nidificante e svernante in Sardegna. Riv. it. Orn., 58: 159-168.

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Peterson R., Mountfort G., Hollom P.A.D. (Eds.) 1988 - Guida degli Uccelli d’Europa. Franco Muzzio Editore, Padova.

Potts G.R. 1986 – The Partridge: pesticides, predation and conservation. London: Collins.

Ragni B. 1985 – Ricerche sulla distribuzione geografica e sull’habitat in Umbria di specie di mammiferi e uccelli di interesse venatorio. Università di Perugia. Regione Umbria, Perugia.

Spanò S., Truffi G. 1992 - Quaglia Coturnix coturnix. In: Brichetti P., De Franceschi P., Baccetti N. (Eds.) - Fauna d’Italia Vol. XXIX. Aves. I Gaviidae-Phasianidae. Calderini, Bologna.

 

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