Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto
Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto
Ci salveremo dal riscaldamento globale?
Andrea Pinchera (Laterza)
In un serissimo rapporto per il Pentagono intitolato “An Abrupt Climate Change Scenario” realizzato da Peter Schwartz e Doug Randall, si ipotizza un futuro catastrofico per la terra a causa del repentino aumento delle temperature. Lo scopo di questo rapporto è immaginare l’impensabile, premere sui confini dell’attuale ricerca sui cambiamenti climatici. Schwartz e Randall, parlano con gli scienziati e chiedono loro di raccontare quel che sanno, anche ciò che evitano di esprimere in pubblico.
Gli effetti del caldo si fanno sentire anche sulla circolazione oceanica: l’Atlantico settentrionale sta perdendo salinità in modo crescente a causa dello scioglimento dei ghiacciai e delle precipitazioni in aumento. I due autori del rapporto immaginano USA ed Europa trasformati in fortezze per difendere le proprie risorse dall’assalto di masse di profughi provenienti dagli stati vicini. Con le riserve di petrolio sotto stress e i costi del barile in crescita, molti paesi si rivolgeranno all’energia nucleare facendo sviluppare l’atomica. Il mondo, dunque, sarebbe un posto enormemente più insicuro. Gorge W. Bush ha più volte espresso dubbi sul reale pericolo dell’allarme clima, invocando l’incertezza scientifica e ripudiando lo strumento utilizzato per la sicurezza globale contro il riscaldamento: il protocollo di Kyoto.
Questa visione apocalittica per il momento sembra non potersi realizzare anche se indubbiamente qualcosa sta cambiando. Le temperature globali sono in crescita da un po’ di tempo. Un esempio è l’estate del 2003, quando caldo e siccità hanno provocato la morte di circa 21mila persona in Francia, Portogallo, Italia, Spagna, Olanda e Gran Bretagna. I ghiacciai alpini si sono fusi due volte più velocemente rispetto al record precedente e incendi hanno devastato le foreste europee. Ma il 2003 ha messo in ginocchio anche la Cina dove l’esondazione dei fiumi Huai e Yangtze ha spazzato via 650mila case e il Midwest degli USA con una serie di tornadi che hanno provocato distruzioni per 3miliardi di dollari.
Il sistema climatico si sta modificando e lo sta facendo sotto la spinta delle attività umane, che inviano in atmosfera una serie di gas che alterano l’effetto serra naturale (quel fenomeno grazie al quale la terra ha maturato condizioni favorevoli alla vita). Il riscaldamento globale è in corso dalla metà dell’800 ma negli ultimi decenni del secolo scorso ha accelerato il ritmo.
1.La Terra ha la febbre
Più o meno a partire dal 1860 si è registrata una crescita delle temperature medie terrestri. Una tendenza evidente se paragonata al freddo dei secoli precedenti e anche quantificabile perché proprio nella seconda metà dell’800 gli strumenti di osservazione del clima (termometro) si sono diffusi. Nel 1998 il caldo appare senza precedenti: la temperatura media terrestre va oltre i 14°. Le annate più calde sono tutte successive al 1990.
Le ere glaciali
Il clima terrestre non è mai stato stabile ma è sempre stato caratterizzato da un alternarsi di periodi caldi e freddi da continue oscillazioni anche sensibili e sicuramente superiori a quelle recenti. Questo alternarsi di temperatura ha scolpito la superficie del pianeta e condizionato la vita dei suoi abitanti costretti a trovare nuove forme di convivenza o migrando in cerca di ecosistemi e habitat più ospitali. L’abilità dei primi esseri umani di adattarsi a condizioni climatiche anche estreme è stata una delle chiavi della sopravvivenza della specie. Proprio le glaciazioni rappresentano una testimonianza precisa della variabilità climatica. Anche se per gli scienziati per circa il 90% della sua storia, la terra ha avuto temperature più calde di quelle attuali; infatti la storia più recente del clima terrestre è culminata in diversi episodi glaciali durati anche milioni di anni che hanno profondamente trasformato ambiente e condizioni di vita. Durante il picco massimo delle glaciazioni, la calotta del polo nord si estese lungo la linea battezzata “delle capitali” di New York, Londra, Berlino e Mosca. Complessivamente, il mantello bianco rivestiva un’area tre volte maggiore di quella odierna, almeno ¼ della superficie delle terre emerse.
L’episodio glaciale di Wurm, il più recente di tutti, iniziato 130mila anni fa ed esauritosi soltanto 10mila anni fa, rappresenta un momento cruciale. La specie umana è costretta ad adattarsi a condizioni meteorologiche estreme. Alcuni gruppi umani sono abili nel crearsi un proprio microclima abitando in grotte, facendo uso del vestiario e introducendo altre tecniche; altri invece, cercano di sottrarsi al clima avverso spostandosi verso luoghi meno ostili.
Il clima in epoca antica
La glaciazione di Wurm accenna ad esaurirsi circa 20mila anni fa. Il clima si fa più caldo e umido e i ghiacciai iniziano la ritirata verso i poli e le cime delle montagne. Poi circa 12.700 anni fa torna il freddo con il breve episodio glaciale citato dal rapporto del Pentagono, lo “Younger Dryas”. Attorno a 11mila anni fa la terra torna a scaldarsi inaugurando la fase interglaciale che dura tuttora e che culmina nel cosiddetto “Optimum post-glaciale”. Grandi flussi di aria tropicale distribuiscono precipitazioni a volontà in quasi tutto il pianeta. I ghiacciai si ritirano in spazi minimi.
Alcuni studiosi sostengono che proprio la fase finale dell’Optimum (clima più arido), ha avuto un ruolo decisivo nella nascita delle grandi civiltà storiche: quella siriano-mesopotamica e quella egiziana. I gruppi umani sarebbero stati costretti ad addensarsi nelle fasce alluvionali dei grandi fiumi trasformando progressivamente il proprio stile di vita per adattarsi al nuovo ecosistema. In questi ambienti fertili, le popolazioni raffinano le pratiche agricole, sviluppano la tecnica dell’irrigazione, seguono l’andamento delle stagioni, scrutano il cielo in cerca di indizi meteorologici. È in questo periodo e a queste condizioni che avviene il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà quando gli uomini prendono possesso della terra. Per storici e scienziati, vi è una correlazione diretta tra i cambiamenti climatici e le vicende umane. Limitandoci al Mediterraneo, dal 900 AC il clima appare fresco e umido. È un momento di prosperità agricola con lo sviluppo della civiltà greca, etrusca e romana. Ma durante i primi secoli dell’era cristiana si accentua l’aridità.
L’ultimo millennio
Studiare le oscillazioni di clima del passato ci fa capire che la stabilità climatica non appartiene al mondo. I cambiamenti avvenuti in passato possono aiutarci ad ipotizzare il clima futuro. Il millennio che si è appena concluso appare caratterizzato da un percorso climatico ben definito: temperature calde almeno fino al 1200, per scivolare verso il freddo attorno al 1400 e poi risollevarsi nuovamente a partire dal 1860.
Optimun Medievale (750-1200)
L’anno mille rappresenta il culmine del cosiddetto Optimum Medievale; un period caldo che si estende dal 750 al 1200. Proprio attorno al mille i Vichinghi raggiungono e colonizzano un’isola battezzata “Groenlandia” (terra verde), nonostante si trovi all’interno del circolo polare artico e sia ricoperta da ghiacci perenni.
Grazie alle temperature più alte, i Vichinghi approdano e raggiungono le zone costiere che formano il regno di Thule. Il miglioramento climatico probabilmente facilita la colonizzazione dell’Islanda nel 9° sec e certamente quella della Groenlandia nel 10° sec. Gli effetti dell’Optimun Medievale favoriscono anche le attività lungo la strada della seta (via di comunicazione tra il bacino del mediterraneo e l’impero cinese) che raggiungono il picco. Contemporaneamente i monasteri irlandesi ottengono un livello di prosperità e cultura senza precedenti. A volte però il caldo diventa eccessivo, accompagnato da lunga siccità una delle cause delle invasioni di cavallette in vaste zone dell’Europa occidentale e centrale. Anche il livello del mare è più alto in questi secoli.
La piccola età glaciale (1400-1800)
Dopo un paio di secoli di incertezza, dal 1400 le temperature volgono decisamente al freddo. Quest’epoca, passata alla storia come “piccola età glaciale”, risulta opposta la periodo dell’optimum Medievale. Secondo gli storici, deve essersi trattato almeno per l’Europa del periodo più freddo degli ultimi 10mila anni: nell’inverno 1407-8 i ghiacci polari raggiungono Islanda e Groenlandia e rischiano di bloccare Scozia e Scandinavia; nel 1422-23 ghiaccia la Senna, i passi alpini sono bloccati, il Baltico gelato, mentre la carestia scatenata dal freddo fa registrare atti di cannibalismo in Russia. Nel 1480-81 il gelo invernale dura 6 mesi: il vino ghiacciato viene tagliato con l’ascia e venduto a peso. Intanto i Vichinghi abbandonano la Groenlandia che torna in possesso degli Eschimesi.
I quadri del pittore fiammingo Pietre Brueghel il vecchio (1525-1569), descrivono molto bene quanto accade in Europa in quel periodo di freddo e gelo. E il freddo è presente anche nei secoli a seguire: l’inverno 1708-9 secondo alcuni storici è il più freddo mai verificatosi in Europa. Molte valli alpine iniziano a spopolarsi a causa dell’avanzare dei ghiacciai. Tristemente noto il 1816, passato alla storia come “l’anno senza estate”; tutta l’Europa è riunita attorno al camino.
Il mondo sta diventando più caldo?
I climatologi hanno potuto identificare nel periodo successivo al 1860 una crescita delle temperature delle terra. Il riscaldamento globale appunto. Questo riscaldamento non è stato graduale. Dopo varie oscillazioni a fino ‘800, il ‘900 si apre con temperature in calo, che attorno al 1910 raggiungono i valori più bassi di tutto il periodo. È dal 1940 che il caldo appare come una tendenza costante. Nel 1950 il Saturday Evening Post, stampa popolare si chiede: “il mondo sta diventando più caldo?”. In piena guerra fredda e sotto la minaccia di un conflitto nucleare, l’opinione pubblica mondiale si trova a fronteggiare un nuovo insidioso pericolo: il caldo.
Il raffreddamento globale
Dopo anni di crescita, le temperature subiscono un brusco calo. A partire dal 1940, in pianeta tende al freddo e così fino alla fine degli anni ’70. c’è chi si immagina le nazioni più ricche costrette a combattere per un posto al sole ai tropici o all’equatore dove spostare parte dei propri abitanti e delle attività produttive. La CIA come oggi il Pentagono, cerca di prevedere le conseguenze geopolitiche di una terra più fredda.
La testimonianza di James Hansen
A partire dal 1980 il pianeta torna a scaldarsi alimentando un allarme mondiale. Con l’estate appena iniziata del 1988 e 37° all’ombra, presso il Senato USA si svolge l’ennesima audizione di una serie dedicata al problema del riscaldamento globale. Viene chiamato a testimoniare James Hansen, del Goddard Institute for Space Studies della NASA, uno stimato climatologo che davanti ai senatori afferma di esser certo che le temperature insolitamente alte degli anni ’80 siano un segnale genuino del riscaldamento globale e non parte della naturale variabilità del clima ,e che il peggio doveva ancora arrivare.
La nascita dell’IPCC
Non è la prima volta che un esperto si esprime in questi termini. Ma, complici anni di temperature in crescita e i mass media zeppi di servizi dedicati al caldo, è la disposizione di Hansen a rappresentare il momento di svolta, e a conquistare le prime pagine.
Nel corso del 1988, l’ONU, decide di istituire l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Questo comitato composto da esperti di clima, ambiente e d energia viene incaricato di servire come consulente scientifico per gli imminenti negoziati sui cambiamenti climatici. Gli esperti non svolgono ricerche originali ma si imbarcano in un faticoso lavoro di valutazione della letteratura scientifica. Solo nel 1990, l’IPCC presenta in suo primo rapporto che raggiunge in consenso in due punti:
- la concentrazione di gas serra sta crescendo rapidamente
- se questa tendenza continua, le temperature medie potrebbero crescere di 1,5-4,5 gradi verso il 2050.
Le preoccupazioni di Hansen vengono confermate.
Il terribile 1998
Durante gli anni ’90 le temperature continuano a salire raggiungendo sempre nuovi record. Tutto culmina nel 1998, anno eccezionale per le temperature e la varietà dei fenomeni meteorologici che colpiscono il pianeta. Una delle maggiori calamità del 1998 è quella degli incendi che colpiscono Indonesia, Africa, Tanzania, Kenya, Ruanda, Congo, Senegal e la foreste boreali di Canada e Siberia. Sotto osservazione l’Amazzonia: si solito, l’umidità trattenuta nel cuore delle foreste tropicali impedisce che vaste estensioni delle stesse si incendino, ma è piovuto poco sul Brasile e nel sottobosco non c’è umidità sufficiente per fermare il fuoco.
All’estremo opposto ci sono le precipitazioni: dall’Africa all’Indonesia, dal Bangladesh all’Australia la pioggia è un incubo.
El Nino
Non è conseguenza del riscaldamento globale. Il Nino è un fenomeno meteorologico le cui radici risalgono a circa 6mila anni fa. Un fenomeno periodico a intervalli variabili da 2 a 6 anni infatti la temperatura dell’acqua dell’oceano Pacifico al largo delle coste del Perù, cresce sensibilmente. Le acque profonde si riscaldano di 3-4 gradi ed emergono in superficie per poi evaporare provocando un forte rialzo dell’umidità e modificando la circolazione atmosferica: siccità da una parte e piogge torrenziali dall’altra e forse una maggiore intensità degli uragani. El Nino nel 1997-98 è particolarmente intenso, si parla di “evento climatico del secolo”. La costa californiana subisce piogge diluviali, venti a 130 km orari e onde di 12 metri e la Florida viene colpita da tornadi devastanti. Nel Brasile, diviso in 2 (a nord siccità e caldo a sub umidità e mareggiate), le precipitazioni regalano raccolti record.
Il grande caldo (1998)
Il 1998 verrà ricordato per altri record. A Shanghai in febbraio il termometro segna 27°. L’estate è probabilmente la stagione più calda di tutto il secondo millennio e luglio il mese più torrido. Le alte temperature dell’acqua uccidono i coralli nel Pacifico, in India centinaia di vittime. Negli USA si dichiara lo stato di calamità naturale. L’Italia non fa eccezione: per diversi giorni di seguito viene superata la soglia termica individuata in 31°. Dall’Antartide si distaccano iceberg di dimensioni colossali.
La Nina e l’uragano Mitch
A fine maggio del 1998, è avvenuta una cosa ampiamente prevista dai climatologi. Le acque dell’oceano Pacifico si sono raffreddate: el Nino ha lasciato il posto al fenomeno opposto, la Nina. Solo che i “doni” della Nina sono opposti a quelli del Nino: lì dove c’era siccità, quindi incendi, si avranno piogge torrenziali, frane, alluvioni mentre in Perù che era stato colpito da precipitazioni fuori norma, ci si attende un lungo periodo secco. Il meteo, dunque, si capovolge. Le notizie più drammatiche arrivano in novembre dal centro America: Honduras, Nicaragua, Guatemala, El Salvador e Messico del sud sono attraversate dall’uragano Mitch. I venti soffiano a 300 km l’ora, il diametro della tempesta raggiunge i 600 km e l’altezza delle colonna di nubi quasi 10 km. È il quarto uragano più violento del 900 che lascia sul terreno circa 20mila morti.
Le temperature
Considerando dati e ricostruzioni provenienti da tutto il mondo, l’IPCC afferma nel suo rapporto del 2001 che il mondo è più caldo. La prima prova è l’aumento della temperatura globale intesa come media delle temperature dell’aria sopra il suolo terrestre e della superficie dei mari. Una crescita non uniforme, ma maggiore nell’emisfero settentrionale e sulla superficie terrestre, minore al sud e sugli oceani, più accentuata di notte e meno di giorno, più significativa ai poli che all’equatore. Gran parte del riscaldamento si è prodotto in due periodi: dal 1910-1945 e dal 1976 ad oggi.
La paleoclimatologia
Scienza elaborata dagli scienziati che utilizzando determinate tecniche aiuta a ricostruire il clima del periodo che precede l’introduzione degli strumenti moderni. Vengono utilizzati indicatori “alternativi”: alcuni usano sedimenti corallini e sondaggi nella crosta terrestre, altri analizzano ghiacci polari, documenti storici o anelli di crescita degli alberi. Le principali ricerche paleoclimatiche rilevano che lo scorso secolo è il più caldo dell’intera serie e che il riscaldamento è particolarmente accentuato dopo il 1920.
Analizzando gli ultimi sei secoli, Michael Mann, climatologo dell’università del Massachusetts insieme ad altri colleghi, non è riuscito a far rientrare il recente aumento delle temperature nella naturale variabilità del clima, ma ritiene responsabili i gas di serra.
Ghiacci che si fondono
I satelliti indicano una diminuzione di circa il 10% rispetto agli anni ’60 della superficie terrestre ricoperta di neve. A confronto con gli anni ’50, l’estensione della banchisa artica nei mesi caldi si è ristretta del 10-15% e il suo spessore tra estate e inverno si è ridotto del 40%.
Di fronte alla Groenlandia, fuori dall’isola canadese di Ellesmere (circolo polare artico), circa 3mila anni fa nel fiordo Disraeli si era formato il più grande lago boreale delimitato da una piattaforma di ghiaccio. La coesistenza tra acqua marina più densa, che restava in profondità, e acqua dolce di superficie, aveva creato un raro ecosistema. Tra 2000-2002, l’aumento delle temperature ha spezzato la piattaforma in due e il lago si è perso per sempre.
Ghiacciai che si ritirano
Nelle Alpi la fusione dei ghiacci, iniziata già a fine ‘800, ha accelerato a partire dal 1980 sciogliendo il 10-20% della superficie in soli 20 anni. Negli USA dovrà cambiar nome il Glacier Parc istituito nel 1910 in Montana: più di 2/3 dei suoi ghiacciai e circa il 75% della calotta complessiva sono già scomparsi. Per quanto riguarda i ghiacciai tropicali, in Indonesia il West Meren è indietreggiato di 2600 metri dal 1936. in Africa, la superficie complessiva dei ghiacci è diminuita di una media del 60-70% rispetto all’inizio del 1900. le nevi del Kilimanjaro, in Tanzania, hanno perso l’80% della loro area, ed è probabile che scompaiano per il 2020.
Acque che salgono
La fusione dei ghiacci libera una grossa quantità di acqua. I dati delle maree indicano che il livello medio delle acque è cresciuto di 10-20 cm nel corso del 1900. dal 1950 in poi è aumentata anche la temperatura degli oceani, poiché l’acqua più è calda e più occupa spazio. Gli scienziati affermano che la crescita del livello dei mari è da attribuire in misura maggiore all’espansione termica degli oceani piuttosto che alla fusione dei ghiacciai di superficie.
Le precipitazioni
La quantità di acqua (pioggia, neve e grandine), che cade alle medie e alte latitudini nell’emisfero settentrionale è aumentata dello 0,5-1% per ogni decennio del 1900. ai tropici la crescita è poco evidente. Le precipitazioni sono diminuite di circa 0,3? Ogni decennio sulla maggior parte dei territori sub-tropicali dell’emisfero nord. Alle medie e alte latitudini dell’emisfero settentrionale è aumentata del 2-4% la frequenza di precipitazioni intense e concentrate nel tempo.
I fenomeni estremi
A partire dal 1950 è aumentato il numero delle ondate di calore (Europa 2003), e diminuito quello delle ondate di freddo. Dalla metà degli anni ’70, si è potenziato El Nino che influenza il regime delle precipitazioni e le temperature di molte regioni tropicali. Nel corso del 1900, molte aree del globo hanno vissuto prolungati periodi di siccità o precipitazioni fuori dalla norma. Negli ultimi decenni l’aridità colpisce con intensità alcune regioni asiatiche e africane.
Ma non tutto sta mutando…
Tuttavia alcuni importanti aspetti del clima terrestre non appaiono modificati. Alcune parti del globo (oceani australi o Antartide dove sono presenti più dell’80% dei ghiacci che ricoprono la terra), non risultano più calde. Gli scienziati americani evidenziano come la maggior parte del continente si stia effettivamente raffreddando: è solo il fortissimo riscaldamento della penisola Atlantica ad alterare il dato complessivo. In Groenlandia l’interno sembra raffreddarsi mentre le coste diventano più calde.
2. Abc di climatologia
Una legge inglese del 1677 (abrogata solo nel 1959) punisce con il rogo chiunque “faccia venire la pioggia o profetizzi il tempo”. L’avidità con la quale oggi si ascoltano i novelli profeti del tempo segna la differenza tra un’epoca intrisa si superstizione e quella attuale, in cui la tecnologia permette di conoscere che tempo farà addirittura su una porzione di territorio ristretta. Siamo ormai tutti meteorologici. Tuttavia non distinguiamo la meteorologia dalla climatologia confondendo l’una con l’altra.
Meteo o clima?
Il tempo atmosferico è lo stato fluttuante dell’atmosfera che circonda il nostro pianeta, la descrizione delle sue condizioni in un momento particolare è fornita dai dati sulle temperature, la pressione atmosferica, l’umidità, la forza e direzione dei venti ai quali si aggiungono le informazioni sullo stato dei mari.
Il tempo è oggetto di elaborazioni, le previsioni meteorologiche, che diventano meno attendibili man mano che ci si allontana dal presente.
Il clima invece è lo stato medio dell’atmosfera al di sopra di una località, una descrizione statistica del tempo nella media-lunga durata (almeno 25-30 anni), include anche gli eventi estremi come tempeste o siccità. La climatologia è come la meteorologia ma su un periodo di tempo ben più lungo. La meteorologia ci mette a conoscenza del luogo dove splenderà il sole domani o la prossima settimana, mentre lo studio del clima non mira a stabilire se pioverà su Cagliari, ma se la quantità di pioggia che cadrà in 10-20-100 anni sulla regione sarda aumenterà o diminuirà. L’andamento climatico, l’insieme dei fenomeni meteorologici, viene messo in relazione anche con caratteristiche geografiche o naturalistiche: si parlerà di clima marittimo e continentale, clima arido o desertico, della tundra o della savana, clima temperato, caldo o freddo.
Quando si può parlare di cambiamenti climatici? Quando le eccezioni tendono a stabilizzarsi creando una regolarità differente da quella precedente.
Un sistema di scambio
Ma come funziona il clima? Si tratta di un sistema dinamico, e quindi molto variabile già in natura, formato da diversi componenti: l’atmosfera, gli oceani, la geosfera (inclusa la criosfera cioè l’area ricoperta da ghiacci, e i sistemi idrogeologici continentali) e la biosfera (vegetazione, biomassa ed ecosistemi terrestri e marini). Il nostro pianeta è una enorme macchina termica che assorbe energia solare, la trasforma e la rielabora in varie forme, e poi riemette nello spazio quella non utilizzata. All’interno di questa macchina termica, le diverse componenti agiscono fra loro scambiandosi flussi di calore, energia, materia. Ed è a tutte queste componenti che bisogna guardare per capire il funzionamento del sistema climatico e le cause del riscaldamento globale. Alla base, c’è la radiazione solare che colpisce la superficie terrestre. Questo flusso di energia, viene calcolato in 1368 watt per metro quadro. In ogni momento, metà del pianeta viene esposta a tali raggi (l’altra metà ovviamente è avvolta dal buio della notte). Tuttavia la terra non viene colpita in misura uguale. Questo non dipende dal sole, ma dall’angolo d’incidenza delle radiazioni che varia in funzione della latitudine, della stagione, delle ore della giornata. Man mano che ci si allontana dall’equatore, il flusso solare diminuisce per diventare minimo ai due poli. La quantità di energia che raggiunge il suolo terrestre viene poi modificata da altre variabili. La nubi, per esempio, che hanno la capacità di riflettere (ma anche assorbire) la radiazione solare e, in generale, il livello di limpidezza dell’atmosfera. Una volta raggiunto il suolo, non tutte le superfici si comportano allo stesso modo, ma presentano una maggiore o minore capacità di riflettere la luce solare e quindi di riscaldarsi. Il catrame ad esempio, riflette solo il 5% del flusso e assorbe tutto il resto. Le terre brune, riflettono l’8% della radiazione, le foreste il 12%, i campi d’erba il 20%, quelli di grano il 30%, i deserti sabbiosi il 45%, fino ad arrivare ai ghiacci che respingono circa il 90% dell’energia proveniente dal Sole. Complessivamente, solo il 47% della radiazione solare raggiunge effettivamente il suolo, mentre il restante 53% viene intercettato in vari modi nel suo percorso verso la superficie terrestre. La radiazione assorbita, non va a riscaldare la massa del pianeta, ma viene trasformata da radiazione luminosa in non luminosa (cioè calore) e riemessa verso l’atmosfera e lo spazio. È importante sottolineare che, una volta convertita, la radiazione solare in calore, il sistema climatico si mette in moto. L’ineguale diffusione del calore sulla superficie terrestre, viene riequilibrata grazie all’azione dei venti che trasportano aria calda dalle zone “eccedenti” (tropici, equatore), verso quelle “deficitarie” (poli), e aria fredda nella direzione opposta. È dunque la ripartizione ineguale dell’energie sul pianeta a provocare i movimenti di masse d’aria, cioè i venti. Dalla temperatura e dai venti, dipende la condensazione del vapore acqueo, e di conseguenza, la distribuzione, l’intensità e la quantità delle precipitazioni. Anche la direzione dei venti è importante: a seconda che provengano da un oceano o da un continente, dalle regioni polari o dai tropici, spingeranno aria calda o fredda, umida o secca, che influenzerà in misura sensibile le condizioni atmosferiche locali. Senza la circolazione dei venti, la differenza di temperatura tra regioni calde e fredde della Terra sarebbe molto più sensibile: questa redistribuzione è una delle funzioni primarie del sistema climatico. Le correnti marine, quelle calde che si allontanano dall’equatore per andare verso i poli e quelle fredde che seguono il percorso inverso determinano un rimescolamento delle acque degli oceani. Le correnti, essendo esse stesse veicolo di calore, modificano le condizioni che originano i venti. I due sistemi, sono legati tra loro da un rapporto molto stretto: se si sovrappone una carta dei venti a una mappa della circolazione oceanica si possono riscontrare diverse analogie. Ad agire su tutto, c’è il movimento di rotazione della Terra, che tende ad orientare in senso curvo e vorticoso tanto le correnti aeree quanto quelle marine. Un’intima relazione che può essere illustrata da fenomeni come El Nino, il cui meccanismo fondamentale è un riscaldamento delle acque che si diffonde all’aria sovrastante. Gli oceani svolgono diverse funzioni dal punto di vista climatico. Innanzitutto, partecipano con l’evaporazione, alla formazione delle nubi e delle precipitazioni. Poi costituiscono un’immensa riserva termica, perché trattengono il calore solare molto più a lungo rispetto al terreno. Tenendo in considerazione il fatto che la superficie della Terra è per il 66% ricoperta di acque e solo per il 25% costituita da terre emerse ( il restante 9% è coperto di neve o ghiaccio), possiamo comprendere quanto incidano gli oceani nella regolazione del clima.
Studiare e prevedere il clima è difficile per la molteplicità delle interazioni.
L’effetto serra
Diverse centinaia di milioni di anni dopo la nascita della Terra, l’atmosfera, che aveva avuto origine dai gas emessi da vulcani, geyser, sorgenti termali, era satura di carbonio e priva di ossigeno, quindi irrespirabile. L’evoluzione dell’atmosfera terrestre in quella che conosciamo oggi, uno strato alto circa 700 km di gas, acqua e polvere fine, privo di colore odore e sapore, che sfuma verso lo spazio, è strettamente legata alla storia della vita, in particolare allo sviluppo delle piante e dei processi di fotosintesi che hanno alzato la presenza di ossigeno fino all’attuale 21%del volume. Nessun altro pianeta del sistema solare ha o sembra avere nulla di simile.
Tutti i corpi celesti privi di atmosfera, ad esempio la Luna, presentano escursioni termiche molto accentuate, condizionate dalla presenza o dall’assenza della luce solare. Sulla Terra ciò non avviene, e le temperature della notte sono certamente più basse di quelle del giorno, ma non in modo così marcato. Come mai?? A causa dell’effetto serra, un fenomeno causato dall’interposizione dell’atmosfera tra la Terra e il Sole. L’energia proveniente dal nostro astro, viene assorbita e riemessa dalla superficie terrestre e dagli oceani sotto forma di calore. Questa radiazione diretta verso lo spazio, viene in parte trattenuta dall’atmosfera che riscaldando l’aria, contribuisce così ad aumentare le temperature. La capacità di intercettare il calore emesso dalla superficie terrestre è dovuta ad alcuni dei gas che compongono l’atmosfera: trasparenti nei confronti della luce solare, i cosiddetti gas serra sono invece opachi una volta che la radiazione si trasforma da luminosa in infrarossa. Tali composti, che si comportano come il vetro di una serra, sono il vapore acqueo e alcuni gas come anidride carbonica (CO2), metano, ozono….in tutto meno dell1% delle molecole presenti in atmosfera. Quanto ai principali componenti del cottile strato che circonda il nostro pianeta, azoto, ossigeno, argo, non hanno nessuna capacità di trattenere il calore. Senza l’effetto serra, la Terra sarebbe un posto molto più freddo di quello attuale, sul quale la vita si sarebbe difficilmente evoluta; in simili condizioni, i processi di formazione degli organismi viventi, non sarebbero mai avvenuti e il nostro pianeta sarebbe probabilmente un ammasso desolato di rocce e polveri, magari ricoperto di ghiaccio liquido o secco. Invece la temperatura media terrestre raggiunge circa 15° e il pianeta può ospitare ecosistemi tanto diversi, dalle foreste lussureggianti agli aridi deserti, dai ghiacciai alle zone temperate, con tutta la corrispettiva biodiversità vegetale e animale. Le prove dell’importanza dell’atmosfera le abbiamo dall’osservazione del sistema solare. Su Venere, c’è un effetto serra tanto accentuato da portare la temperatura media a 460°; nel caso di Marte, al contrario, l’atmosfera è tenue e si va dai 25° all’equatore ai 130° sotto zero dei poli, con fortissime escursioni termiche tra notte e giorno; invece la Luna, priva di atmosfera, ha una temperatura decisamente variabile: da +120° a –230°!
La prima descrizione dell’effetto serra la dobbiamo a Jean-Baptiste Joseph Fourier, un fisico e matematico francese, rivoluzionario e amico di Napoleone, responsabile della spedizione scientifica in Egitto. Nel 1824, Fourier, davanti all’accademia Reale delle Scienze illustra la proprietà dell’atmosfera di trattenere il calore e sovrintendere alla formazione delle temperature del pianeta. La Terra, scrive, è riscaldata “ dai raggi solari, la cui distribuzione ineguale produce la diversità dei climi” ma i cui effetti sulla superficie del globo vengono modificati dall’aria che circonda il pianeta. Oltre che ai suoi studi sul calore, il matematico francese si basava sugli esperimenti di uno scienziato ginevrino, Horace-Bénédict de Saussure, inventore di uno strumento chiamato eliotermometro,una serra in miniatura con il quale aveva misurato gli effetti della radiazione solare. Per una comprensione completa dell’effetto serra, tuttavia, a Fourier mancava l’individuazione dei responsabili del fenomeno. A scoprire i gas serra, verso metà ‘800, provvederà il fisico irlandese John Tyndall.
I cicli del carbonio e dell’acqua
Tra i componenti atmosferici che concorrono a determinare l’effetto serra, sono due degni della massima attenzione: l’anidride carbonica e il vapore acqueo. Ogni ecosistema ospita interazioni attraverso cui i diversi organismi presenti utilizzano la stessa energia e le stesse sostanze nutritive riciclandole in continuazione. Grazie a questo insieme di azioni, piante, animali e altri organismi viventi entrano in rapporto con il suolo, le rocce, l’aria e l’acqua in un ciclo infinito che interessa soprattutto carbonio, azoto, idrogeno e ossigeno. Sono questi 4 elementi a costituire quasi la totalità della massa degli esseri viventi. Alcuni processi sono rapidi, come la respirazione e la fotosintesi, che ogni giorno sovrintendono allo scambio di ossigeno e anidride carbonica tra piante, animali e atmosfera; altri, come la circolazione dell’azoto atmosferico, sono molto più lenti.
Ciclo del carbonio
È uno dei processi fondamentali che animano la biosfera, la parte della Terra occupata dalla vita. Il carbonio, è contenuto cotto diverse forme tanto nel mondo animale quanto dal mondo vegetale, nelle rocce come negli oceani. Le piante lo assumono, in qualità di anidride carbonica, dall’aria durante la fotosintesi, restituendone un po’ con la respirazione e con la decomposizione. Gli animali, assumono carbonio mangiando le piante e lo liberano nel corso della respirazione o alla morte. Gli oceani presentano un ciclo differente: l’anidride carbonica si scioglie nell’acqua marina, parte resta negli strati superiori parte si accumula sul fondo sottoforma di calcare. Nel corso di milioni di anni, le rocce e i minerali si sono formate per la solidificazione di magma vulcanico o di sedimenti, intrappolando una quantità di carbonio assolutamente incomparabile rispetto a quella contenuta nella biosfera, nelle acque oceaniche e nell’aria. Sotto la profondità della croste terrestre, si sono create dai resti sepolti di organismi viventi fossili, ampie riserve di carbonio sotto forma di petrolio, carbone e gas naturale, che sarebbero rimaste sottoterra se non avessero costituito il combustibile principale per le attività umane.
Ciclo dell’acqua
È essenziale per l’esistenza della vita sulla Terra (il nostro è l’unico pianeta conosciuto a ospitare acqua in forma liquida), ed è strettamente legato a quello dell’energia. È la radiazione solare, infatti, cha fa evaporare i mari, oceani, fiumi e laghi. Salendo in atmosfera, il vapore acqueo si raffredda, condensandosi in goccioline o cristalli che vanno a formare le nuvole o la nebbia; da qui, ritorna al suoli e agli oceani sotto forma di precipitazioni. Una volta caduta, l’acqua scorre in superficie, filtra nelle rocce, si raccoglie nella neve e nel ghiaccio, oppure viene trattenuta dalle piante. Grazie a tutti questi scambi, le risorse idriche del pianeta, vengono costantemente riciclate. E grazie al ciclo ideologico, in atmosfera è sempre presente una certa quota di vapore acqueo che definisce il tasso di umidità dell’aria, forma le nuvole e alimenta le precipitazioni. Tuttavia, c’è un limite alla quantità di vapore acqueo che l’atmosfera può assorbire, regolata dalla temperatura: più è calda più l’aria si espande, liberando tra le sue molecole lo spazio per assorbire il vapore; quando lo spazio è completamente pieno, l’aria non può più assorbire e si dice satura.
Ipotesi estreme
Questi due cicli non sono stati sempre uguali. Il vapore era tra i componenti più presenti nell’atmosfera primordiale. Poi, il progressivo raffreddamento del pianeta ne favorì la condensazione e per millenni piovve sulla superficie terrestre: tanta acqua da formare i primi mari. Quanto al carbonio, in passato la sua concentrazione atmosferica era probabilmente simile a quella di Venere. Data la grande riserva immagazzinata nella crosta terrestre, negli oceani e nella biosfera, è certo che nel corso dell’evoluzione del pianeta siano stati questi sistemi a prelevare carbonio dall’atmosfera, riducendone la concentrazione a quella attuale. Se questo processo si invertisse e tutto il carbonio intrappolato nella superficie terrestre e negli oceani si liberasse in aria, l’effetto serra raggiungerebbe livelli venusiani. Di quanto aumenterebbero le temperatura? Che fine farebbe l’acqua?
Le cause dei cambiamenti climatici
Il clima terrestre è un sistema complesso, all’interno del quale interagiscono diverse componenti, le cause di perturbazione del sistema possono essere varie. Basta mutare un fattore e tutto cambia. Individuare cos’è che effettivamente spinge il clima a cambiare è un esercizio che impegna da secoli scienziati e semplici osservatori, con una vasta gamma di ipotesi. Il greco Teofrasto, allievo di Aristotele, suggeriva l’idea che il prosciugamento delle aree umide conduca verso temperature più rigide, mentre il taglio delle foreste per fare spazio ai campi agricoli, esponga il suolo ai raggi solari con l’effetto di aumentare le temperature. Con questi esempi rimaniamo confinati all’interno di piccole alterazioni di livello locale. Tutt’altro dibattito è quello che si inaugurò nel corso dell’800 quando il naturalista svizzero Jean Louis Agassiz aveva esposto nel 1873 la sua teoria della glaciazione. Si trattava di uno shock che spinse la comunità scientifica a discutere con accanimento pari solo a quello dedicato alla teoria di Charles Darwin. Il dibattito coinvolse i maggiori scienziati dell’epoca. Il fisico irlandese Tyndall, scopritore dei gas serra, viene sollecitato nelle sue ricerche proprio dalla necessità di spiegare l’èra glaciale; il matematico francese Joseph A. Adhémar insieme al geologo scozzese James Croll, suggerisce che a innescare le glaciazioni possono essere state cause astronomiche, in particolare le modificazioni dell’orbita terrestre; un altro geologo scozzese, Charles Lyell privilegia i processi di trasformazione della superficie terrestre e in particolare la formazione delle montagne; alcuni avanzano l’ipotesi delle esplosioni vulcaniche, sulla scorta di Benjamin Franklin che intuisce la capacità delle polveri espulse in atmosfera di intercettare la radiazione proveniente dal Sole, e quindi il raffreddamento del clima; altri individuano la causa nel Sole, in qualità di motore di tutto il sistema climatico: se l’energia solare aumenta o diminuisce va da sé che gli equilibri si modificano.
La radiazione solare
Il Sole è un elemento talmente importante nel sistema climatico che i primi studi scientifici si sono concentrati solo su come la sua luce arrivi sulla Terra. La parola “clima” deriva da un termine greco che significa “inclinazione”, in relazione all’altezza del Sole sull’orizzonte. Così quando gli scienziati hanno iniziato ad interrogarsi sua cambiamenti climatici hanno subito pensato ad eventuali variazioni dell’energia solare. Per quanto il nostro astro appaia stabile, è comunque sottoposto ad alcuni cicli di attività, il più famoso dei quali è quello delle macchie solari, dalla durata media di 11 anni. Con esso varia anche l’energia che raggiunge la superficie terrestre? È la causa del riscaldamento globale?
Cicli astronomici
L’ipotesi di Adhémar e Croll che le glaciazioni siano innescate da cause astronomiche viene ripresa nel ‘900 dall’astronomo serbo-jugloslavo Milutin Milankovic. I parametri orbitali della Terra variano per l’effetto dell’attrazione esercitata dal Sole, dalla Luna e dagli altri pianeti. L’ellissi compiuto attorno al Sole durante il moto di rivoluzione non è sempre uguale a se stessa. E allo stesso modo si comporta l’asse di rotazione terrestre, che muta tanto l’orientamento verso le stelle quanto l’inclinazione rispetto all’orbita, facendo dunque variare la posizione di tropici e circoli polari. Periodicamente, queste lente variazioni dei moti terrestri incidono sull’energia solare che raggiunge il pianeta, alterando l’intensità delle stagioni: ne risulta sconvolto l’equilibrio fra inverno ed estate, cioè tra espansione e ritiro dei ghiacci. Oggi i cicli di Milankovic vengono accettati come spiegazione dell’alternarsi di ére glaciali e periodi interglaciali, ma le ricerche degli scienziati non sono finite.
La superficie del pianeta
Con la teoria della bibbia sulla creazione naturale della Terra, non si pensava a nessuna correlazione tra le trasformazioni della superficie terrestre e i cambiamenti climatici. Si poteva pensare che la presenza o meno di copertura vegetale avesse influenza su condizioni atmosferiche circoscritte. Ma la scoperta della storia geologica del pianeta cambia tutto: la formazione di rocce e minerali (contenenti carbonio), e quindi del suolo, l’elevazione delle montagne, la nascita degli oceani, incidono senza dubbio sul clima globale. Se si aggiunge la teoria secondo cui i continenti si sono lentamente separati, con la frattura della “Pangea”, un supercontinente che comprendeva tutte le terre emerse,circondato da un vasto oceano “Panthalassa”, il quadro si complica. Il sistema climatico si è evoluto insieme a tutte le sue componenti tra i quali la superficie terrestre. Ma i movimenti geologici non bastano a giustificare i cambiamenti avvenuti in tempi relativamente brevi, come il riscaldamento globale: nell’arco di un secolo i continenti non si muovono, almeno non in modo percettibile.
Attività vulcaniche
I vulcani sono causa di perturbazione del clima dato che con le loro esplosioni inviano in atmosfera gas, polveri e vapori. Il freddo anomalo del 1916, l’anno senza estate, viene collegato allo spasso schermo di ceneri e polveri espulse l’anno precedente dal Tambura, in Indonesia, che filtra e attenua la radiazione solare. Così sono documentati gli effetti delle esplosioni di Krakatoa (1883) e del Pinatubo (1981). La capacità dell’attività vulcanica di ridurre l’energia solare al suolo e quindi le temperature, anche per diversi anni successivi all’evento. Si tratta di un agente con evidenti limitazioni temporali, non sufficiente a spiegare cambiamenti climatici di ampia portata e durata come le glaciazioni.
L’atmosfera
Come avevano già scoperto Fourier e Tyndall, la composizione dell’atmosfera può mutare esasperando o riducendo l’effetto serra naturale. Nel corso dell’800, diversi scienziati girano attorno a questa ipotesi, l’obiettivo è sempre quello di spiegare le glaciazioni. Il chimico Svante Arrhenius nel 1895, presenta una memoria davanti all’Accademia reale delle scienze di Svezia, che diventa un importante contributo alla teoria dell’effetto serra: così importante che la maggior parte degli storici attribuiscono al chimico svedese la “scoperta” del ruolo dell’atmosfera e dei suoi gas nel determinare il clima terrestre. L’idea che sia stata una diminuzione dell’anidride carbonica a provocare l’estensione dei ghiacci gode di grande popolarità, anche per la crescente autorità di Arrhenius, sancita nel 1903 dal Nobel per la chimica. Ma con la stessa rapidità con la quale viene inizialmente accolta, l’ipotesi dell’effetto serra come causa delle glaciazioni verrà rifiutata nei primi decenni del ‘900.
Le maree
Recente è l’idea che le correnti di marea siano causa di cambiamenti globali. Alimentate dai moti periodici di Terra e Luna, le maree forti influenzano il clima grazie alla loro capacità di mescolare gli strati verticali degli oceani, trasportando in superficie le acque più fredde e, di conseguenza, abbassando le temperature dell’aria sovrastante. Maree più debole, invece, significano acque superficiali calde e temperature globali più alte. Secondo Keeling e Whorf, proprio le forti mare del periodo compreso tra il 1940 e il 1975 avrebbero abbassato le temperature globali, contrastando temporaneamente la tendenza al riscaldamento.
Azioni e retroazioni
Di volta in volta, tutti gli elementi del sistema, Sole, atmosfera, crosta terrestre, vegetazione, oceani, ghiacci, vulcani, sono stati presenti in qualità di causa dei cambiamenti climatici. Ma sono i cicli di Milankovic (cicli astronomici), ad avere guadagnato consenso come motore delle glaciazioni. La periodicità con la quale variano i tre parametri orbitali – eccentricità dell’ellissi, precessione degli equinozi, inclinazione dell’asse – viene rispettivamente calcolata in circa 100 mila, 20 mila e 40 mila anni. Gli scienziati una volta passati ad ipotizzare come sia avvenuta prima l’espansione e poi la ritirata dei ghiacci sul pianeta, non sono riusciti ad applicare la teoria astronomica senza introdurre alcune variabili. L’effetto dei cicli astronomici può essere tanto una diversa quantità di energia solare che raggiunge la Terra, quanto una sua differente distribuzione sulla superficie del pianeta. Gli scienziati tendono a pensare che sia soprattutto questo secondo fenomeno ad originare le glaciazioni, in particolare quando è l’emisfero boreale (dove esistono estese masse continentali adatte ad accogliere i ghiacci), ad essere “sfavorito” nella ripartizione. Ma a contare non è la quantità complessiva di energia bensì la sua distribuzione: lì dove la radiazione cala si abbassano anche le temperature. Ma l’analisi geologica sembra dimostrare una sostanziale contemporaneità delle glaciazioni nei due emisferi terrestri, cosa che porta a concludere che l’aumento dei ghiacci e della loro estensione siano stati conseguenza di mutamenti più vasti. La diminuzione della radiazione solare, pur agendo principalmente sull’emisfero boreale, arriva a trasformare il clima di tutto il modo. Questo è avvenuto con il concorso di altri fattori; la concentrazione atmosferica di gas serra come anidride carbonica e metano, per esempio. Ma anche l’effetto albedo di neve e ghiaccio, che respinge verso lo spazio esterno una quantità sempre maggiore di radiazione solare, rafforzando così la tendenza verso il freddo.
Lo studio delle glaciazioni, quindi, sembra indicare che elementi iniziali di perturbazione del clima, i cicli astronomici, in questo caso, vengono poi amplificati (o contrastati), da una serie di fenomeni secondari (detti feedback). Un sistema siffatto non è facile da studiare. E identifica re quale sia la causa principale dei cambiamenti è una faccenda ancora più complicata, tanto per il passato delle ère glaciali, quanto per il presente del riscaldamento globale. Non è possibile parlare di una spiegazione monocausale dei cambiamenti climatici, dato che questo non è sufficiente a spiegare tutte le perturbazioni che avvengono. È un passo avanti che può essere attribuito a Thomas Chamberlin, un geologo americano che opera tra ‘800 e ‘900. Chamberlin è un grande studioso del ciclo del carbonio. Inizialmente sposa la tesi di Arrhenius dell’effetto serra come causa delle glaciazioni. Il suo contributo originale è il tentativo di comprendere come le relazioni tra tutte le componenti del sistema terrestre siano capaci di spingere le temperature verso il caldo o verso il freddo. Fino al geologo statunitense, tutti gli scienziati cercavano “la” causa dei cambiamenti climatici. Chamberlin, invece, descrive il clima come un fatto dinamico. Il Sole, le orbite, gli oceani, l’atmosfera, la crosta terrestre, la vegetazione, i vulcani, entrano a far parte di un sistema: è grazie alle loro interazioni che il ciclo si forma e si trasforma; quindi non esiste una sola causa.
Un “agente di trasformazione planetaria”
Il clima sempre cambiato, anche in epoca storica. Non è un solo fenomeno che spinge il clima a cambiare ma la sua interazione con le altre componenti. La velocità della crescita delle temperature e le sue cause sono temi di discussione. Il nodo cruciale è la descrizione di un esperimento inedito che appare in corso già da un po’ di tempo. Non si tratta di une sperimento classico: l’oggetto infatti, è il nostro pianeta, meglio ancora la sua atmosfera; e responsabile dell’esperimento è l’umanità nel suo complesso. Dopo aver abbattuto foreste, arato terreni, aperto canali e strade, costruito città, l’uomo è arrivato a uno stadio superiore di intervento sulla Terra: è diventato un “agente di trasformazione planetaria”. Non possiamo che guardare al 1700, alle origini di quella rivoluzione industriale che inaugura la stagione delle macchine a vapore e spinge la popolazione mondiale a una crescita senza precedenti, dagli 800 milioni circa di metà secolo ai 6 miliardi abbondanti del 2000. l’uomo, abbandona i mulini a vento e consolida la sua capacità d’intervento per mezzo della tecnologia industriale. Il motore dell’industrializzazione, è l’energie termica, originata dalla combustione di carbone, petrolio, gas naturale: infatti, è bruciando questi combustibili, chiamati “fossili” perché si sono formati per decomposizione di sostanze organiche vegetali o marine, che si muovono le macchine. Purtroppo nel corso della combustione, queste fonti liberano il carbonio immagazzinato, restituendolo all’atmosfera sotto forma di anidride carbonica e di altri gas serra. Quello che millenni di evoluzione geologica avevano nascosto sotto la crosta terrestre del pianeta, viene opra reinserito in circolazione. Con quali effetti sul clima?
Arrhenius afferma ai primi del ‘900: “la percentuale di anidride carbonica nell’aria dovrebbe crescere costantemente se il consumo di carbone, petrolio…si mantiene ai livelli attuali, e a un ritmo ancora superiore se il consumo dovesse continuare ad aumentare come avviene adesso”. Per Arrheinuis, come per altri colleghi dell’epoca, l’aumento dei gas serra in atmosfera non è motivo di preoccupazione: convinti che la Terra sarà inevitabilmente “visitata da un nuovo periodo glaciale” che potrebbe essere ostacolato grazie ai combustibili fossili.
Ancora nel 1949. lo scienziato britannico Guy Callendar, si domanda in un articolo apparso su “Weather”: l’anidride carbonica può influenzare il clima? Callendar presenta delle stime sull’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera. A lungo gli scienziati avevano pensato che la capacità di catturare il calore della CO2 fosse esaurito e che oceani e vegetazione fossero capaci di assorbire tutto o quasi il carbonio prodotto. Due meccanismi in grado di eclissare le conseguenze delle emissioni umane. Ma ambedue queste illusioni cadono nel giro di pochi anni: nel 1957 l’oceanografo americano Paul Revelle e il geochimica austriaco Hans Suess dimostrano come i diversi sistemi terrestri riescono a catturare soltanto la metà delle missioni complessive. Metà quindi dei 7 miliardi e passa di tonnellate di carbonio aggiunti ogni anno al bilancio globale sotto forma di anidride carbonica. La CO2 viene prodotta, per ¾ dai combustibili fossili necessari a generare elettricità, riscaldare case ed edifici, alimentare automobili e altri mezzi di trasporto, e per il resto dalla deforestazione, da suoli e anche dal cemento. Ma i gas serra non sono finiti. C’è il metano per esempio, emesso da molte fonti: discariche, bovini che digeriscono, liquami, campi di riso, pozzi di petrolio, miniere di carbone, fughe di gas naturale, addirittura dai bacini idrici per decomposizione della biomassa presente; e c’è il protossido d’azoto, generato dalla cattiva gestione dei suoli, ma anche dal traffico e dai processi industriali. A completare il quadro delle sostanze che alterano il clima, ecco l’ozono che a livello stratosferico protegge la Terra dai aggi ultravioletti, ma nell’atmosfera più bassa è un pericoloso inquinante e gas serra.
Ce n’è abbastanza dunque perché l’IPCC, già nel suo secondo rapporto del 1995 (prima quindi dell’ultima impennata di caldo), colleghi il riscaldamento globale all’aumento dei gas serra. L’insieme delle prove suggerisce una riconoscibile influenza umana sul clima globale. L’esperimento,, sta dando i suoi risultati e non sembra che siano tutte rose e fiori come immaginava Arrhenius. L’uomo si comporta come un agente di trasformazione planetaria, una forza geologica, né più né meno dei cicli astronomici che hanno spinto verso le ère glaciali. Per la teoria di Milankovic, dovremmo attenderci una nuova glaciazione poiché l’attuale fase interglaciale è in via di esaurimento. E invece la terra ha preso a scaldarsi a una velocità inaudita.
3. Pro e contro i gas serra
“L’insieme delle prove suggerisce una riconoscibile influenza umana sul clima globale” scrivono dunque gli scienziati dell’IPCC nel 1995. gli scienziati dell’IPCC vengono accusati di allarmare l’opinione pubblica prima ancora di avere accumulato prove a favore del riscaldamento. Un gruppo di pressione, la Global Climate Coalition afferma che Benjamin Santer, un fisico dell’atmosfera, ha segretamente modificato il rapporto, eliminando le espressioni di dissenso da parte di altri scienziati: parafrasando le atrocità commesse negli stessi mesi nella ex Jugoslavia, tale gruppo descrive il suo lavoro come un’azione di “pulizia scientifica”. I risultati delle ricerche e dei rapporti elaborati dall’IPCC vengono ripresi dai media di tutto il mondo, commentati e criticati. Il clima è materia di negoziati internazionali, di trattati intergovernativi, di sessioni parlamentari, e anche di scelte economiche, previsioni finanziarie. I gruppi ecologisti reclamano una rapida azione con toni spesso apocalittici; altri invece pensano che la situazione non sia molto preoccupante, che le temperature non siano effettivamente in crescita, o lo siano di poco, o comunque che il sistema risponderà senza portare il pianeta alla catastrofe.
Gli scettici, la John Birch Society e le Spice Girls
A organizzare le fila, divulgando le opinioni dei cosiddetti “scettici”, sono alcune organizzazioni e alcuni sedicenti istituti di ricerca americani. La Greening Earth Society, con il suo sito internet, fondata nel 1998, per promuovere il punto di vista che livelli crescenti di anidride carbonica siano una cosa buona per l’umanità (e soprattutto per le piante che diventano più fertili). Non è una questione di stile; né di intrecci con il mondo del petrolio, dell’estremismo politico e del fondamentalismo religioso. Al fondo c’è il fatto che scritti e rapporti degli scettici non appaiono su riviste scientifiche ma sulla stampa popolare che di scientifico hanno la veste, non la cura né l’indipendenza. È una differenza significativa. Pubblicare su “Nature” o “Science”, significa sottoporre la propria ricerca alla revisione di altri scienziati, una pratica chiamata peer-review, che attesta non tanto la verità dei risultati quanto la correttezza e la trasparenza del procedimento adottato. Al contrario, scrivere su “World Climate Report” o “Regulation Magazine”, evita il fastidio della revisione: ogni deroga rispetto al rigore scientifico, dalla mancata separazione tra descrizione e commento alla manipolazione dei dati, è dunque possibile. A divulgare i “risultati” provvederà un collaudato meccanismo di proclami, citazioni, rimandi. Un gioco mediatico perfetto, il cui esito finale è premere su Washington, sulla Casa Bianca e sul Congresso, per evitare che venga adottata qualsiasi misura per abbattere le emissioni di gas serra. Più di 17 mila scienziati dichiarano che il riscaldamento globale è una bugia senza alcuna base scientifica. Nelle primavera del 1998 le caselle di posta degli scienziati americani vengono inondate da quattro documenti inviati da un certo Global Warming Petition Project; un articolo di taglio scientifico: “viviamo in un ambiente sempre più ricco di piante e animali grazie all’aumento della CO2. I nostri figli godranno di una Terra con molta più vita animale e vegetale di quella che noi abbiamo la fortuna di possedere. Questo è un meraviglioso e inaspettato regalo della Rivoluzione Industriale”. Ricerche successive rivelano che l’articolo non è stato pubblicato né dalla National Academy of Sciences, che anzi rifiuta ogni legame con l’iniziativa e riafferma la consistenza del riscaldamento globale.
Gli indizi a carico
Gilbert Plass, uno dei pionieri della ricerca sul riscaldamento globale disse che se alla fine di questo secolo, le misurazioni mostreranno che la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è cresciuta in modo apprezzabile e allo stesso tempo la temperatura ha continuato ad aumentare nel mondo, sarà certamente provato che l’anidride carbonica è un importante fattore nel determinare un cambiamento climatico. Un’affermazione del 1950 che è stata confortata dai fatti. Nonostante l’opinione degli scettici infatti, ci sono delle cose che sappiamo per certo:
- il riscaldamento è in atto: nessuno ne dubita, sono le misurazioni dei termometri a dimostrarlo in modo inequivocabile.
- L’uomo sta alterando la composizione dell’atmosfera, producendo in grande quantità gas serra: esistono delle misurazioni dirette, effettuate presso un famoso osservatorio nell’arcipelago delle Hawaii.
- Grazie all’analisi dei ghiacci dell’Antartide, almeno negli ultimi 420 mila anni, le concentrazioni di anidride carbonica e metano in atmosfera vanno di pari passo con l’andamento delle temperature.
La “curva di Keeling”
Quanta anidride carbonica c’è in atmosfera? Dal 1958, la Scripps Institution of Oceanography di San Diego (California), ha iniziato a rilevare la concentrazione di CO2 atmosferica presso un osservatorio creato a Mauna Loa, la più grande isola delle Hawaii. La direzione dell’osservatorio, i cui dati hanno modificato la nostra percezione dell’ambiente, è affidata a Charles Keeling. Già nei primi anni ’60, i dati acquisiti permettono di arrivare a una conclusione inequivocabile: la presenza di CO2 in atmosfera aumenta, con tasso dello 0,3% l’anno, disegnando un diagramma dal profilo seghettato ma sempre in crescita, al quale viene dato il nome di “curva di Keeling”. Le cause di questo aumento sono in parte naturali (eruzioni vulcaniche, vasti incendi nelle regioni tropicali), e in parte no (uso di combustibili fossili, deforestazione). La scansione temporale del fenomeno porta a collegarlo con la Rivoluzione Industriale e con alcune conseguenze, come l’esplosione della popolazione mondiale e dei consumi.
La “carota” di Vostok
A Vostok, in Antartide, un team di scienziati russi, francesi, americani ha analizzato tra il 1992 e il 1998 la più lunga carota di ghiaccio mai estratta fino ad allora: 3,6 km di lunghezza. La “carota” è una colonna di ghiaccio, la cui analisi permette di ottenere informazioni sul clima del passato: le temperature per esempio, vengono indicate dallo studio degli isotopi dell’ossigeno, mentre la composizione atmosferica viene ricavata dalle bolle d’aria intrappolate dal ghiaccio al momento della sua formazione. La “carota” di Vostok ha permesso la ricostruzione delle condizioni climatiche degli ultimi 420 mila anni, un periodo che copre le ultime quattro maggiori ere glaciali. La lunga carota di ghiaccio sembra rilevare anche una stretta correlazione tra la presenza in atmosfera di alcuni gas serra (anidride carbonica e metano) e le temperature. Le analisi di Vostok, mostrano che ogni volta che termina un periodo glaciale e le temperature iniziano a risalire, la concentrazione di CO2 cresce di 1/3, mentre quella di metano quasi raddoppia. Secondo gli scienziati, questi gas variano grazie a una serie di fattori, assorbimento da parte di oceani e vegetazione, attività del plancton, minore o maggiore presenza degli acquitrini, e amplificano i processi innescati dai cicli orbitali.
E l’arma del delitto?
Sempre grazie alla “carota” di Vostok, sappiamo che prima che l’uomo avesse la possibilità di alterarne la composizione, l’atmosfera ospitava circa 180 parti per milione di CO2 al picco delle glaciazioni, e non più di 280-300durnte i successivi periodi caldi: oggi sono 375, come indica la curva di Keeling.
Ricapitolando:
-le temperature aumentano, a un ritmo che sembra senza precedenti
-i gas serra pure e si chiamano così perché fanno aumentare le temperature
- i gas serra vengono emessi dall’uomo
-le analisi paleoclimatiche indicano che le temperature salgono e scendono passo passo con l’aumento e la diminuzione di gas serra come CO2 e metano.
Insomma gli indizi si accumulano “contro” l’effetto serra. Manca però l’”arma del delitto”, la prova che inchioda i colpevoli. Claude Lorius, un altro dei protagonisti di Vostok spiega che i gas serra non sono la causa dei grandi cambiamenti climatici cha hanno osservato studiando la carota di Vostok, ma sono degli amplificatori importanti. La relazione tra l’anidride carbonica o il metano e le temperature terrestri, è evidente. Se si cambia la composizione dell’atmosfera, aumentando la concentrazione di gas a effetto serra, si avrà un impatto sul clima. Cambia solo l’elemento di innesco: la causa iniziale è nelle attività umane e non nei cicli astronomici, quindi le emissioni di anidride carbonica spingeranno verso il riscaldamento del pianeta.
Breve saggio sulle incognite
Nel suo rapporto del 2001, l’IPCC rende più esplicita la “condanna”: “alla luce dell nuove prove e tenendo conto delle incertezze che restano, buona parte del riscaldamento osservato negli ultimi 50 anni è attribuibile ad attività umane. Richard Lindzen, professore di meteorologia al Massachusetts Institute of Technology, membro della National Academy of Sciences, uno dei pochi scienziati critici. Le sue critiche sono ben formulate e prese in considerazione, anche se raramente giungono a modificare l’opinione prevalente. La sua opinione consiste nel sostenere che gli scenari disegnati dai suoi colleghi e utilizzati dall’IPCC non tengono bene in conto la dinamica del sistema climatico e la fisica di alcuni suoi elementi come vapore acqueo e nubi. Secondo Lindzen, l’umidità che dovrebbe scaturire da un’accentuata evaporazione verrà in gran parte trasportata nell’alta atmosfera tropicale: il risultato sarebbe un aumento della dispersione di energia e quindi una mitigazione dell’effetto serra.
Il danese Bjorn Lomborg, professore di statistica ed ex membro di Greenpeace, nel suo libro “L’ambientalista scettico. Non è vero che la Terra è in pericolo”, uscito nel 2001 presso la Cambridge University Press, passa in rassegna i temi più dibattuti: fame, sovrappopolazione, inquinamento, buco dell’ozono, effetto serra, Ogm, biodiversità, deforestazione, per dimostrare che l’apocalisse non ci sarà e il pessimismo generale non ha ragione d’essere. Logico il successo presso gli scettici e lo sconcerto del mondo ambientalista, accusato di catastrofismo. Tra le tante polemiche, Lomborg, ha generato uno scontro tra il governo conservatore danese e la commissione nazionale sulla disonestà scientifica che aveva giudicato l’opera una palese violazione delle norme deontologiche scientifiche. “L’ambientalista scettico”, utilizza con notevole abilità tutte le incertezze della scienza del clima per giungere alla conclusione che è inutile agire contro le emissioni di gas serra. L’azione degli scettici è molto utile, perché hanno sottoposto e sottopongo a continue verifiche la teoria dell’effetto serra. Le principali obiezioni sono queste:
-“Lo scorso inverno è stato così freddo! Dov’è il riscaldamento globale?”obiezione più ricorrente. La più superficiale. Rispondere a una obiezione del genere è semplice perché si tratta del tentativo di smentire un fenomeno climatico con un normale estremo meteorologico. La media climatica globale, o di una determinata regione, è fatta di temperature calde e fredde, così come da periodi più o meno aridi. Il riscaldamento globale è un problema che interessa la crescita delle temperature medie. Il riscaldamento globale non rende ogni stagione più calda di quanto non fosse qualche decennio prima, tuttavia fa crescere fino al 60% la probabilità che una stagione sia più calda del normale.
-“il clima è divenuto più variabile. È vero il contrario”non ci sono prove che durante il 20° secolo gli eventi meteorologici estremi ovvero la variabilità climatica, siano aumentati a livello globale, sebbene i dati e le analisi non siano soddisfacenti né completi. Su scala regionale, esistono chiare prove di cambiamenti che hanno interessato certi estremi e taluni indicatori di variabilità climatica. Alcuni di questi cambiamenti, hanno portato a una maggiore variabilità, altri all’opposto.
-“i dati dei satelliti terrestri, in uso dal 1979, non mostrano alcun riscaldamento”affermazione vera alcuni anni fa: mentre le temperature della superficie terrestre salivano, quelle dell’atmosfera rilevate dai satelliti, erano in leggera diminuzione. Ma all’inizio del 1999, una ricerca apparsa su “Nature”, ha sciolto il mistero. Una compagnia californiana specializzata nel rilevamento a distanza, hanno dimostrato che le misure satellitari erano semplicemente sbagliate: un leggero “deragliamento” dell’orbita non previsto dai tecnici, avrebbe alterato i dati. Il risultato è che anche le temperature dell’atmosfera sono in aumento. Da allora, sono state effettuate diverse revisioni dei dati forniti dai satelliti. Quella condotta nel febbraio 2000 da esperti della National Academy of Sciences americana giunge alla conclusione che la temperatura della troposfera cresce comunque di meno rispetto a quella del suolo. Nel 2003, al contrario, venne osservato da “Science” che dal 1978 al 2002 la temperatura atmosferica è aumentata di 0,024° l’anno, mentre quella della superficie terrestre soltanto di 0,017. mentre, alla fine dello stesso anno, Frank Wentz ha ripreso in mano gli stessi dati fornitit dai satelliti per conto della Nasa dimostrando che le temperature crescono nelle troposfera alla stessa velocità di quelle misurate al suolo.
“I dati delle temperature presentano errori che devono essere corretti. I siti di rilevazione all’interno e vicino alle città sono soggetti all’effetto dell’isola urbana di calore. Questi siti erano originariamente in aree rurali, ma dal momento in cui le zone periferiche si sono sviluppate, le temperature locali possono essere cresciute per ragioni che nulla hanno a che fare con i gas serra” non è assolutamente così. Come previsto dai climatologi, la quota maggiore di riscaldamento si è finora verificata in regioni remote come l’Asia centrale, il Canada settentrionale e l’Alaska. Dopo correzioni per valutare le differenze dovute a diverse latitudini, altitudini, tempo di osservazione, strumentazione e siti non standard, le temperature urbane e rurali non mostrano alcuna differenza. Alcuni siti urbani sono più caldi di quelli rurali delle vicinanze e degli altri, grosso modo nella stessa percentuale, sono più freddi. I centri industriali delle città possono essere più caldi in modo significativo rispetto alle aree rurali. Ma le stazioni meteorologiche sono collocate nei parchi piuttosto che nelle aree produttive e altre ricerche hanno indicato che i parchi urbani possono essere più freddi delle parti industriali delle città.
“In tutto il pianeta molti dati rivelano che il 20° secolo probabilmente non è il più caldo né l’unico periodo di estremo climatico dell’ultimo millennio” gli studi paleoclimatici sono una delle colonne della scienza del clima, che hanno ricostruito gli ultimi mille anni, scoprendo che è solo nel ‘900 che le temperature si impennano. Ma due astrofisica, Willie Soon e Sallie Baliunas hanno presentato nel 2003 uno studio in cui giungono a conclusioni opposte, scatenando un putiferio e ottenendo la secca risposta dei principali paleoclimatologi, che hanno pubblicato un articolo nel quale i risultati di Soon e Baliunas vengono descritti come inconsistenti. La conclusione che il riscaldamento su scala emisferica dell’ultima parte del 20° secolo è anomalo in un contesto di lungo termine (almeno millenario), e che fattori di origine umana giocano un ruolo importante nello spiegare tale riscaldamento, è un punto di vista che gode di consistente consenso. Quello che sembrava un colpo ben assestato alla credibilità delle ricerche paleoclimatiche, si rivela un Caporetto per gli scettici. Una nuova ricerca estesa agli ultimi 2000 anni di Michael Mann e Philip Jones, ribadisce i risultati precedenti: queste ricostruzioni indicano che il riscaldamento dell’emisfero settentrionale nell’ultima parte del 20° secolo è senza precedenti, almeno per quanto riguarda gli ultimi due millenni.
-“Le emissioni umane di anidride carbonica sono poca cosa rispetto a quelle naturali” la Terra ha un ciclo naturale dell’anidride carbonica che sposta grandi quantità di carbonio dentro e fuori l’atmosfera. Gli oceani e la vegetazione terrestre rilasciano e assorbono circa 200 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno. Quando il ciclo è in equilibrio, la concentrazione atmosferica di anidride carbonica rimane stabile. Le attività umane stanno aggiungendo all’atmosfera circa 7 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno, che è solo il 3-4% circa della quantità scambiata naturalmente. Ma è abbastanza per squilibrare il sistema. Gli oceani e la copertura vegetale assorbono circa metà delle nostre emissioni; l’altra metà rimane in aria per cento anni o più. È questo che sta causando il grande aumento dell’anidride carbonica.
-“Ci sono mole sostanze di origine umana le cui proprietà e i cui livelli non sono ben conosciuti, ma che possono avere la stessa importanza dell’anidride carbonica” esistono anche particelle atmosferiche/aerosol provenienti dalle attività umane che possono influenzare il clima. Alcuni tipi di aerosol agiscono in senso opposto ai gas serra e causano un forcing negativo raffreddando il sistema climatico (es. i solfati), mentre altri agiscono nello stesso senso e riscaldano il clima (es. la fuliggine). A differenza della lunga durata tipica dell’anidride carbonica (secoli), gli aerosol hanno vita breve e vengono rimossi dalla bassa atmosfera abbastanza rapidamente (entro pochi giorni). Le particelle di origine umana esercitano un’azione di lungo termine sul clima solo perché la loro emissione è continua ogni giorno.
-“Il raddoppio dell’anidride carbonica porterà a un modesto aumento delle temperature globali di un grado circa. Le previsioni di un riscaldamento maggiore sono basate sulle retroazioni positive di vapore acqueo e nuvole (principali responsabili dell’effetto serra), le cui simulazioni all’interno degli attuali nodelli al computer sono insufficienti”. Il vapore acqueo è il più abbondante e importante dei gas serra. Le nuvole formate dal vapore acqueo atmosferico condizionano il bilancio del calore della terra riflettendo la luce solare (effetto di raffreddamento) e catturando la radiazione infrarossa (effetto di riscaldamento). Sebbene le attività umane non ne aggiungano direttamente quantità significative, un’aria più calda conterrà maggiore vapore acqueo. E poiché il vapore acqueo è un gas serra, il riscaldamento globale verrà ulteriormente accresciuto. Questo tipo di effetto indiretto viene chiamato feedback. Le osservazioni dell’atmosfera attuale portano verso la conclusione che, su scala globale, un’atmosfera più calda diventerà più umida e questo rinforzerà il riscaldamento della “serra”. I maggiori livelli di vapore acqueo in atmosfera, determineranno anche cambiamenti nelle nubi che a loro volta modificheranno la quantità di energia solare assorbita e riflessa dalla terra. In certi luoghi aumentando e in altri diminuendo il riscaldamento dovuto ai gas serra.
-“Ci sono diverse prove dl fatto che la crescita di anidride carbonica nell’atmosfera sia una cosa buona per l’ambiente”. Perché gli ecosistemi non potrebbero adattarsi senza conseguenze disastrose ai cambiamenti climatici? A sentire gli scienziati, per 3 ragioni particolari:
- si pensa che la velocità dei cambiamenti climatici sarà la maggiore degli ultimi 10 mila anni
- gli uomini hanno alterato la struttura di molti degli ecosistemi planetari minandone la capacità di risposta (l’83% della superficie terrestre ha subito qualche trasformazione fisica)
- bisogna prendere in considerazione anche l’inquinamento e altri effetti indiretti dell’uso di risorse naturali. È probabile che molti ecosistemi non saranno capaci di adattarsi allo stress aggiuntivo senza perdere alcune delle specie che ospitano o i servizi che normalmente forniscono, come acqua, cibo, suoli, legno…
-“Ma il riscaldamento globale non ci salverà dalla prossima era glaciale?” possibile, probabile, ma i gas aggiunti all’atmosfera sembrano molto più abbondanti di quanto non sia necessario a evitare una glaciazione. Inoltre, esiste anche l’eventualità paradossale che il riscaldamento inneschi un fenomeno glaciale.
-“In realtà, la gente è abbastanza intelligente da sapere che un modesto riscaldamento è un probabile beneficio, motivo per cui tendono ad andare verso il Sud appena se lo possono permettere” il riscaldamento è buono o cattivo? Tutti e due. Ma, alla fine, il riscaldamento è decisamente meglio che il raffreddamento. È certamente meglio per l’agricoltura e per la vita umana. La differenza tra Optimum Medievale e Piccola età glaciale, non supera il grado, e ad innescare le glaciazioni sono state sufficienti variazioni dell’ordine di 5-10° nelle temperature medie. Gli effetti del riscaldamento saranno diversi a seconda di cosa si vuole prendere in considerazione. Saranno positivi per l’agricoltura delle ragioni più fredde del pianeta. Un artificio retorico, tipico degli scettici, è quello di sottolineare i benefici veri o presunti del riscaldamento e di tacere gli impatti negativi, come le vittime delle ondate di calore, gli stress per le colture, la maggiore energia necessaria al condizionamento, per non parlare di tutte le previsioni relative ai ghiacci, agli oceani, alle foreste.
-“La storia umana non riporta catastrofi da riscaldamento globale, anche se le temperature sono state molto più alte durante gran parte degli ultimi 3 millenni” una ricerca apparsa su “Science” nel 2001identifica il collasso di diverse civiltà urbane i coincidenza con estesi periodi di siccità: tra queste, gli Anasazi in New Mexico e i Maya nello Yucatan, proprio durante l’Optimun Medievale.
Quanto conta il Sole?
Nel 1801, Frederich William Hersche astronomo tedesco notò una relazione tra machhie solari e presso del grano: più macchie c’erano, meno costava il grano e viceversa. Il suggerimento era che il clima della Terra dipendesse dalla variabilità del Sole. Herschel indicò alcune fasi del ‘600 durante le quali non erano state osservate, o quasi, macchie solari: nel corso di tali periodi, i prezzi del grano salivano, probabilmente riflettendo una prolungta siccità. 200 anni dopo, gli scienziati ancora discutono l’ipotesi suggerita da Herschel. Il geofisico russo Ilya Usoskin, insieme a colleghi finlandesi e tedeschi, ha ricostruito le macchie solari degli ultimi 1150 anni, indicando che il Sole è stato più attivo negli ultimi decenni rispetto a tutto il millennio passato. Oltre agli 11 anni delle macchie solari, sono stati presi in considerazione cicli di 22 anni. Nel giugno 2003, per esempio, l’astrofisico israeliano Nir Shaviv e il geologo slovacco Jan Veizer, hanno affermato di aver individuato un lega,e tra i raggi solari cosmici e le temperature di centinaia di milioni di anni. Ma il ruolo del Sole è ancora da indagare: attorno a tre ipotesi principali.
Radiazione solare
La teoria che sia l’energia diretta del Sole la causa del riscaldamento globale gode di scarso consenso. Mancano, tra l’altro molti dati. È solo dal 1980 che la Nasa ha lanciato un satellite incaricato di misurare la radiazione solare con uno strumento realizzato da Richard Willson e colleghi. Il risultato è un’oscillazione nell’intervallo tra il picco del ciclo delle macchie e il momento di minore attività, davvero contenuta: circa lo 0,1% dell’energia totale. Sin dagli anni ’70 è stato calcolato che occorre una fluttuazione più ampia, almeno dello 0,5% per ottenere un serio effetto sulle temperature terrestri.
Radiazione ultravioletta
Se la radiazione solare complessiva sembra stabile, gli strumenti indicano che l’energia ultravioletta varia in modo sensibile, anche all’interno del ciclo delle macchie. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che siano proprio i raggi UV a influenzare il clima terrestre, interferendo con quelle complesse interazioni che uniscono la chimica della stratosfera (ozono), ai venti e alla superfici oceaniche. Potrebbe essere il caso del cosiddetto “minimo di Ma under”, termine che indica quel periodo tra il 1645 e 1715, il più freddo di tutta la Piccola età glaciale, durante il quale gli astronomi osservarono solo una cinquantina di macchie contro le usuali 40-50 mila. Un gruppo di scienziati, ha indicato nella riduzione dei raggi UV la possibile causa della diminuzione delle temperature invernali europee. Una spiegazione per quei cambiamenti evidenziati dalle ricostruzioni paleoclimatiche di Michael Mann, ma non per il riscaldamento globale. Le variazioni nella radiazione solare hanno avuto un impatto sul recente clima terrestre molto minore rispetto alle attività umane. Il maggiore catalizzatore dei cambiamenti climatici è l’aumento dei gas serra.
Raggi cosmici
Durante i periodi di bassa attività, il campo magnetico solare riduce la sua capacità di deviare i raggi cosmici che, raggiungono il nostro pianeta in misura maggiore. Colpendo l’atmosfera, questi raggi diffondono al suo interno molecole cariche di elettricità sospettate di promuovere la condensazione di goccioline d’acqua attorno alle particelle di aerosol, e quindi la formazione delle nubi. Questa teoria è legata agli studi di meteorologici e astronomi danesi che avrebbero rintracciato una forte correlazione tra i cicli solari e le temperature dell’emisfero boreale. Gli scienziati danesi evidenziano u ciclo di 80 anni che ben si sposa con la crescita delle temperature negli anni ’40, la discesa negli anni ’60 e ’70 e il recente riscaldamento. Le incognite, tuttavia sono molte: il processo di formazione delle nuvole grazie allo stimolo dei raggi cosmici come è ancora da dimostrare, l’influenza delle nuvole sulle temperature è duplice (le nubi bassa raffreddano e le nubi alte riscaldano). Va aggiunto che il recente aggiornamento delle proprie ricerche da parte del meteorologo Lassen insieme all’astrofisico Peter Thejll. Secondo i due scienziati danesi, il Sole spiega circa la metà della crescita delle temperature a partire dal 1900, ma sembra avere poco a che fare con l’aumento successivo al 1980: qualcos’altro sta agendo sul clima e le impronte digitali sono quelle dell’effetto serra.
Un sistema instabile?
Capire cosa ha determinato il riscaldamento globale richiede l’abilità di separare le influenze dei diversi componenti del sistema climatico. La strada seguita è quella di inserire nei modelli al computer un fattore alla volta (gas serra, radiazione solare, attività vulcanica, aerosol di origine umana). Solo in un secondo momento i diversi elementi vengono fatti “agire” in combinazione. Queste simulazioni, sono un contributo importante ai rapporti dell’Ipcc e sembrano convergere nel ricostruire quanto avvenuto: se nei primi decenni del ‘900 siamo forse di fronte ad una combinazione di fattori naturali e umani, con un ruolo significativo del Sole e una ridotta capacità di raffreddamento dei solfati, la crescita della temperatura negli ultimi 30 anni è da attribuire in gran parte ai gas serra, con un relativo bilanciamento provocato dagli aerosol antropici e vulcanici. I modelli che riproducono il clima del recente passato funzionano bene utilizzando il Sole e i vulcani come motori del cambiamento. Ma questa corrispondenza si interrompe man mano che ci si avvicina al 20° secolo. Il fatto che gran parte del riscaldamento sia avvenuto dopo gli anni ’80 è un forte indizio del contributo delle emissioni umane. Tuttavia alcuni ricercatori insistono che è l’attività solare la causa principale del riscaldamento globale. Cosa alla quale non crede Willson, il principale osservatore della radiazione solare, il quale aggiunge che anche per il futuro l’influenza del Sole potrebbe essere significativa, ma non dominante. La maggior parte degli scienziati, ha cominciato ad accettare l’idea che il sistema climatico sia così instabile cha qualsiasi piccola forzatura può provocare cambiamenti significativi.
4. Che tempo farà nel 21° secolo?
Quello attuale non è il periodo più caldo nella storia della Terra. Circa 6 mila anni fa, le temperature erano probabilmente maggiori . Sicuramente lo erano nel corso del Medio cretaceo ( circa 120-90 milioni di anni fa), quando i continenti erano alla deriva, l’uomo no esisteva e la Terra era ancora il regno dei dinosauri. Peculiare nel riscaldamento dell’ultimo secolo è la difficoltà di spiegarlo mediante meccanismi naturali. L’ultima volta che la Terra ha assistito ad un cambiamento climatico così violento come quello che si prospetta è stato circa 10 mila anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione. Fu un mutamento rapido, che costrinse tutte le specie, vegetali e animali, ad adattarsi o a scomparire. E lo stesso fu per la popolazione umana, che trovò nelle nuove condizioni di clima un fattore tra i tanti che la spinsero ad inventare l’agricoltura, a ricorrere sempre più all’allevamento, a diventare più sedentaria. A cosa andremo incontro noi? Le previsioni sui cambiamenti futuri non sono oro colato, ma rappresentano comunque i risultati della migliore scienza fin qui disponibile.
L’arte delle previsioni
Il compito di prevedere il clima del futuro è affidato soprattutto alle simulazioni con i computer. La nascita dell’informatica è stata fondamentale per la scienza del tempo. Ma i modelli usati per prevedere il clima non sono la stessa cosa di quelli meteorologici. Questi ultimi infatti mirano a simulare l’evoluzione a breve termine (ore, giorni) delle condizioni atmosferiche. Al contrario i modelli di circolazione generale, hanno la presunzione di descrivere il comportamento del sistema climatico su scale di tempo lunghissime. Decine, centinaia, migliaia di anni. Ciò è possibile grazie alla statistica. Non si pretende di prevedere il tempo di un certo giorno di gennaio con 20-30 anni di anticipo, ma i processi fisici, dinamici e chimici in azione, cogliendone la scala temporale e l’ampiezza degli effetti: che perturbazioni, quante precipitazioni, quali temperature medie stagionali saranno presenti nell’ambito della variabilità climatica. Limiti di definizione e corrispondenza con il mondo fisico sono intrinseci a qualsiasi simulazione numerica e vengono sottolineati dagli stessi ricercatori. Il che non significa che i modelli non siano utili o si rivelino inattendibili. Il loro valore consiste nel fatto che rappresentano il nostro pianeta come ricreato in laboratorio. Avendoli sottomano possiamo fare cose che con la Terra reale sarebbero poco pratiche ed impopolari. Per esempio eliminare le montagne, prosciugare gli oceani, aumentare o diminuire la quantità di CO2 presente nell’atmosfera, variare la radiazione solare…
Naturalmente, prima che vengano utilizzati per elaborare scenari futuri, i modelli numerici vengono messi a confronto con i dati provenienti dalle osservazioni e dalla ricerca. La loro capacità di simulazione viene così sperimentata in rapporto a risultati conosciuti. Ma come valicare un modello che simula la risposta del clima terrestre al raddoppio della CO2 in atmosfera? Si potrebbe attendere che l’esperienza si realizzi, e quindi che si verifichi il riscaldamento atteso. O ci si potrebbe accontentare di un grado di precisione inferiore, ma di maggiore tempo a disposizione per prendere le eventuali contromisure. Simulare la complessità del sistema climatico richiede un’enorme potenza di calcolo, una serie di osservazioni lunghe e attendibili e tanto tempo per elaborare i dati: ancora agli inizi degli anni ’80, una semplice simulazione poteva prevedere 1200 ore (50 giorni), del tempo di un costosissimo supercomputer. Al momento la massima capacità di elaborazione è in Giappone, a Yokohama, dove è stato realizzato l’Earth Simulator, un computer potentissimo (40 teraflop), in grado di simulare il clima terrestre con una risoluzione di 10 km. Grazie a questa definizione grafica, il computer giapponese può includere elementi del sistema climatico che finora non erano stati presi in considerazione, e indicare la plausibilità di una crescita di eventi estremi (uragani, ondate di calore..), in un pianeta più caldo. Altri potenti modelli sono in fase di sviluppo nel mondo, tanto da far immaginare, nei prossimi anni, enormi passi in avanti nella capacità di previsione dei futuri cambiamenti climatici.
Una visione del futuro che ci attende
Gli scenari dei cambiamenti climatici futuri dipendono da molte variabili. Gli scienziati cercano di tenere in considerazione tutto, con la conseguenza che le elaborazioni che escono dai computer presentano risultati molto differenti. L’aumento delle temperature da qui al 2100, secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, dovrebbe essere compreso tra 1,4-5,8°. Nel precedente rapporto, questo intervallo era minore, tra 1-3,5°. Quanta di questa crescita può essere attribuita all’uomo? Da 0,1-0,2° a decennio, quindi 1-2° per la fine del secolo. Il riscaldamento sarà più sensibile sulla superficie terrestre che sugli oceani, alle latitudini settentrionali piuttosto che a quelle meridionali, d’inverno più che d’estate. Il margine più alto implica un aumento delle emissioni di carbonio fino a 35-40 miliardi di tonnellate (ora 7 miliardi), con il raddoppio della concentrazione atmosferica di CO2 che verrebbe raggiunta molto presto. L’impatto di una simile ipotesi sarebbe la sparizione in massa di foreste, che inizierebbero a rilasciare anidride carbonica in tale quantità da accentuare la tendenza al riscaldamento; la scomparsa dei ghiacciai, il collasso delle calotte antartiche e della Groenlandia, una spaventosa crescita globale dei livelli dei mari e la perdita di ampie regioni costiere. Una crisi dei raccolti, ondate di calore, virus, batteri e patogeni di ogni genere che troverebbero terreno ideale per svilupparsi. Un pianeta nel quale sarebbe difficile vivere, con un tasso di conflitti relativi alle risorse molto superiore all’attuale, e un numero imprecisabile di rifugiati ambientali.
È comunque con cautela che bisogna valutare gli scenari elaborati dai modelli: gli scienziati hanno pochi dubbi sul fatto che salute, agricoltura, risorse idriche, foreste, ecosistemi, aree costiere sono tutti ambiti vulnerabili nei confronti del riscaldamento globale, prevedere quali saranno gli esatti impatti che si verificheranno nel corso del 21° secolo non è una cosa facile. I modelli sono quindi molto utili ma avverte l’Ipcc, i sistemi complessi, come quello climatico, possono rispondere in modo non lineare e produrre sorprese, che possono andare in tutte le direzioni.
Neve e ghiacci
Si prevede che l’estensione della copertura nevosa e della banchisa dell’emisfero settentrionale sia destinata a diminuire. Secondo la Nasa, il Mare Artico entro la fine del secolo, potrebbe non poter più ospitare ghiaccio estivo: un evento che sconvolgerebbe l’ecosistema artico (dove finirebbero gli orsi polari?)e aumenterebbe il riscaldamento globale. Le calotte glaciali di Groenlandia dovrebbero perdere massa, e in Antartide la massa potrebbe aumentare per effetto della crescita delle precipitazioni. L’Ipcc scrive che è accettato il fatto che non si dovrebbero verificare, nel corso del 21° secolo, perdite di ghiaccio continentale tali da portare a una sensibile crescita del livello dei mari da questa fonte.
Mari e oceani
Quasi la metà della popolazione mondiale vive in prossimità del mare. La crescita misurata della acque è di circa 8 millimetri all’anno. Cosa succederà da qui al 2100? Secondo l’Ipcc, il livello globale degli oceani potrebbe salire da 9 a 88 centimetri: un intervallo purtroppo insufficiente a dare un’idea di quali saranno le conseguenze. Nell’ipotesi minima si assisterà a una superiore erosione delle coste e a una contaminazione delle riserve idriche. Nell’ipotesi massima, una nazione come il Bangladesh perderà quasi il 20% delle sue terre arabili, circa il 6% di Italia e Olanda saranno cancellate, mentre città come New York, New Orleans, Shanghai, Bombay, Calcutta, Alessandria d’Egitto e Venezia verranno sommerse; molte delle piccole isole dell’Oceano Indiano e del pacifico scompariranno.
Il ciclo dell’acqua
Un pianeta più caldo sarà probabilmente più umido, con una maggiore evaporazione che dovrebbe tradursi in piogge più frequenti e in forti e distruttivi acquazzoni.
Paradossalmente, l’intensificarsi del ciclo dell’acqua potrebbe tradursi anche in siccità più durature, con l’evaporazione che inaridisce i suoli fra uno scroscio e un altro. Una simile successione di eventi è l’ideale per accentuare l’erosione del terreno e quindi la perdita di quello strato superficiale fertile così prezioso per l’agricoltura. Lo spettro finale è la desertificazione di vaste regioni del pianeta, da non confondersi con l’avanzata dei deserti che sono degli ecosistemi con regole ecologiche ben precise, invece un suolo desertificato è l’esito finale del suo degrado ambientale.
Fenomeni estremi
C’è molta incertezza sulla questione di un eventuale aumento delle manifestazioni meteorologiche estreme. I modelli, infatti, non sono stati in grado finora di simulare fenomeni di piccola scala come tempeste, uragani, tornadi, cicloni… lo sviluppo di queste tempeste è strettamente legata alla temperatura della superficie del mare: si formano nelle acque più calde di 26°. Un clima più caldo dovrebbe aumentare le probabilità che la temperatura marina superi la fatidica soglia e che i fenomeni estremi diventino mediamente più energici e distrutttiivi. Quanto a El Nino, gli scienziati ipotizzano che il riscaldamento possa intensificarne gli effetti, con l’aumento delle siccità e delle alluvioni collegate al suo manifestarsi.
Biodiversità
La specie simbolo del riscaldamento globale è l’orso bianco, che potrebbe anche estinguersi nell’ipotesi estrema di una sparizione della banchisa artica (a meno che non si adatti a vivere come l’orso bruno in Alaska e Canada). In campo vegetale, gli scenari dell’Ipcc suggeriscono che i cambiamenti climatici potrebbero essere così veloci che molte foreste saranno incapaci di adattarsi e quindi destinate a morire. I cambiamenti climatici potrebbero portare all’estinzione ¼ degli animali e delle piante esistenti: circa 1 milione di specie. Lo indica un rapporto pubblicato da “Nature” nel gennaio 2004. Alcune non avrebbero a disposizione alcun habitat accettabile da un punto di vista climatico, altre non sarebbero in grado di migrare in modo da raggiungere ecosistemi ospitali.
Agricoltura
Quelle attuali sono le temperature più alte registrate dall’invenzione dell’agricoltura. Più calde lo saranno di sicuro quelle previste per i prossimi decenni. Con quale impatto? Un pianeta più caldo e dal clima instabile vedrà sorgere grandi squilibri in campo agricolo. Gli attuali confini delle regioni coltivabili, verranno spinti verso i due poli man mano che la temperatura cresce, mentre le terre oggi considerate granai del mondo vedranno ridursi i loro raccolti. Assisteremo alla rinascita delle grandi steppe settentrionali e al declino della produzione nelle zone ora temperate, e questo perché l’umidità del suolo evaporerà a una velocità e quantità superiori. Non è escluso, che per certe ragioni il riscaldamento si tramuti in vantaggio, almeno temporaneo, ma a discapito di altre aree del pianeta.
Salute umana
Il riscaldamento globale avrà seri effetti sulla salute umana. Alcuni positivi: per esempio, inverni più miti ridurranno la mortalità stagionale nelle regioni temperate, mentre nelle zone più calde del pianeta un ulteriore riscaldamento ridurrebbe le presenza di zanzare e altri insetti portatori di infezioni. Complessivamente però gli scienziati pensano che l’ impatto di temperature più alte sarà negativo. Già negli ultimi 20 anni si sono esacerbate una trentina di malattie almeno in parte legate ai cambiamenti climatici. in un pianeta più caldo, virus, batteri, funghi, parassiti potrebbero trovare condizioni ideali per esplodere, diffondersi e ricombinarsi. Le zanzare della malaria potrebbero nuovamente insediarsi in zone dove erano state eradicate (Italia, Grecia e Spagna), e che la popolazione mondiale a rischio potrebbe crescere del 3-5% ogni 2-3° di aumento delle temperature. Nel 2030, il rischio stimato di diarrea crescerà del 10% in alcune regioni, anche per effetto di una peggiore qualità dell’acqua. Si aggiungerà il problema della malnutrizione. Incalcolabile l’impatto in termine di vittime per alluvioni, tempeste, uragani e altri fenomeni estremi per non parlare delle ondate di calore. Nel 2050, le persone in fuga dai cambiamenti climatici potrebbero raggiungere la cifra di 150 milioni.
Cosa cambierà in Europa e nel mediterraneo?
Inondazioni al nord, siccità al sud, ghiacciai in ritirata, migrazione di colture e foreste, aumento delle ondate del caldo, crescita di altri eventi estremi. Il terzo rapporto dell’Ipcc, suggerisce che le temperature medie europee potrebbero aumentare ogni decade di 0,1-0,4°: la crescita totale sarebbe compresa tra 1-4°. Abbastanza da far prevedere che gli inverni freddi diventino rari attorni al 2020 e inesistenti attorno al 2080. ogni estate sarà più calda delle più roventi stagioni attuali. Il rialzo dei livelli dei mari minaccerà le coste dei Paesi Bassi, della Germania, dell’Ucraina, della Russia così come i delta fluviali del Mediterraneo; quanto ai ghiacciai alpini, metà di essi scomparirà entro la fine del 21° secolo, con un effetto negativo sulla disponibilità d’acqua.
Gli scienziati tracciano lo scenario di un continente diviso in due, con alcune regioni che beneficeranno dei cambiamenti e altre che ne subiranno gli effetti negativi. Grazie alle temperature più calde, la produttività degli ecosistemi e di molte aree agricole settentrionali dovrebbe aumentare, mentre le foreste scandinave e russe si apprestano a invadere la tundra. L’Europa quindi non subirebbe modifiche significative nella produttività agricola totale, ma solo una diversa distribuzione: le colture dei cereali saranno favorite e nord così come in Europa centrale e orientale, a discapito dell’Italia, della Grecia, della Spagna e della Francia meridionale. Quanto all’energia, quella consumata per raffreddare gli ambienti sarà ampiamente bilanciata da quella risparmiata per riscaldarli, soprattutto nelle nazioni settentrionali.
Una simulazione condotta da Vladimir Petoukhov, del Potsdam-Institut (Germania), suggerisce che l’Europa potrebbe oscillare, da un anno all’altro, tra condizioni alluvionali e di eccezionale aridità. A nord si dovrebbe trattare di un 1-2% di pioggia e neve in più ogni decennio; all’estremo opposto, le estati della parte meridionale del continente saranno caratterizzate da temperature così calde (siccità), da colpire anche l’industria del turismo. Nel bacino del Mediterraneo, la situazione è delicata: è qui che passa il confine tra le regioni aride del Maghreb e quelle temperate europee. Il clima della penisola italiana, ha sempre estratto il “meglio” da questa condizione di frontiera: estati calde e secche, inverni miti e umidi, che garantiscono allo stesso tempo riserve d’acqua e condizioni meteorologiche favorevoli a una fiorente agricoltura. Nella regione mediterranea si produce quasi tutto l’olio d’oliva del mondo, il 60% del vino, il 45% dell’uva, il 20% degli agrumi e il 12% dei cereali. Ma tutto ciò potrebbe cambiare, il bacino venire investito da condizioni climatiche tipiche dei tropici e il regime delle piogge trasformarsi con periodi di siccità alternati a scrosci d’acqua che il terreno non sarà in grado di assorbire. Di conseguenza, limone, vite e olivo potrebbero spostare le proprie colture verso nord. Temperature più alte e frequenti oscillazioni meteorologiche aumenteranno l’erosione del suolo italiano, già in pericolo di desertificazione. Un mare più caldo, favorirà la cosiddetta “tropicalizzazione” con l’ingresso e l’adattamento di altre specie provenienti da Mar Rosso, Oceano Indiano o Atlantico. Quanto aumenterà il livello del Mediterraneo? Alcune proiezioni danno un’oscillazione tra 13 e 68 centimetri per il 2050. la situazione, è un po’ complicata. Per regioni legate ai cambiamenti di pressione atmosferica, all’evaporazione e al diminuito apporto di acque dei fiumi, il Mediterraneo sta fermo: è l’Italia che si abbassa, a causa dei movimenti tettonici e di un fenomeno chiamato “isostasia”. Migliaia di chilometri quadrati di spiagge italiane diventeranno più vulnerabili, e l’infiltrazione di acqua salata nelle falde costiere potrebbe ridurre la disponibilità di acqua dolce.
E se un giorno la Corrente del Golfo…
Proviamo a ragionare in termini di catastrofe, come il Pentagono nel suo rapporto. Ipotesi che per quanto remote, esistono. Il sistema climatico è complesso, non conosciamo a sufficienza la sua sensibilità al forcing provocato dall’aumento dei gas serra. La maggior parte degli scienziati, crede che se non abbiamo ancora gli effetti peggiori del riscaldamento globale, lo dobbiamo all’inerzia termica degli oceani, che moderano con la loro massa i cambiamenti e l’incessante scambio di acque calde e fredde negli strati superiori. Finora si sono messi in moto diversi feedback cha hanno alimentato oppure ostacolato la crescita delle temperature, con un bilancio ancora incerto. Ma se la situazione finisse fuori controllo? Se il progressivo riscaldamento accelerasse improvvisamente? Alcuni climatologi hanno provato a simulare un aumento graduale ma progressivo della CO2. La risposta dei modelli è stata singolare: nella fase iniziale il riscaldamento è stato lento, poi il ritmo accelera e il cambiamento si manifesta molto rapidamente. La paleocliamtologia descrive fenomeni analoghi, importanti trasformazioni del clima che si sarebbero verificate nello spazio di decine di anni con variazioni di temperatura fino a 10° per volta. È il caso dello Younger Dryas. Esistono alcuni impatti del riscaldamento globale che potrebbero accelerare in modo sensibile la tendenza al caldo. Si tratta di meccanismi di retroazione che ancora non vediamo in opera ma che una volta innescati potrebbero ingigantire l’effetto serra. Per esempio l’eventuale disgelo della tundra, che contiene nel suo permafrost (il suolo gelato), miliardi di tonnellate di CO2 e metano; oppure la moria in massa delle foreste, con la vegetazione che passerebbe da pozzo di assorbimento a fonte d emissione del carbonio immagazzinato durante la fotosintesi; o un’indescrivibile fusione della calotte polari che smetterebbero di riflettere la luce solare verso lo spazio. Se però pensiamo allo Younger Dryas è agli oceani che dobbiamo guardare, e in particolare alle correnti. Questo rapido episodio glaciale, venne preceduto dall’accumularsi di vari segnali di cambiamento. Tra 14 mila e 13 mila anni fa, si riscontra il riscaldamento delle acque superficiali dell’Atlantico settentrionale, l’inizio della fusione della calotte glaciali boreali e dei ghiacciai di montagna andini, la ricomparsa di alberi in Europa e mutamenti nell’ecologia del plancton presso l’Antartide e nel Mar Cinese meridionale. La Terra si stava scaldando. Poi improvvisamente il gelo dello Younger Dryas. Come maI? Colpa della Corrente del Golfo. O meglio della sua scomparsa. Durante questo episodio glaciale, il nastro trasportatore non funzionava, non raggiungeva le latitudini più settentrionali. A indebolirlo una marcata fusione dei ghiacci della Groenlandia e del Canada, tale da aggiungere grandi quantità di acqua fresca e ridurre la salinità del mare. Recenti osservazioni mostrano una leggera diminuzione della salinità nel Nord Atlantico: proprio come 14 mila anni fa alla vigilia dello Younger Dryas, la Terra cominciava a sentire l’effetto di estati boreali più calde, così ora è soggetta a un altro fenomeno graduale, l’immissione nell’atmosfera a causa delle attività umane di anidride carbonica e altri gas serra. Il sistema climatico risponderà ancora più bruscamente. Gli effetti sarebbero disastrosi; le temperature medie dell’Europa settentrionale scenderebbero da 5 a 11°. L’Irlanda potrebbe avere un clima siberiano. L’Ipcc ha preso in considerazione questa ipotesi, affermando che i modelli indicano un affievolirsi delle correnti che portano calore verso il Nord Europa, ma che questa riduzione è ampiamente compensata dal riscaldamento diretto dovuto all’effetto serra. Solo dopo il 2100, se la concentrazione di gas serra continuasse ad aumentare ai ritmi attuali, si potrebbe ipotizzare un’interruzione della Corrente del Golfo.
Quando inizia la prossima era glaciale?
In tutto questo discorrere di riscaldamento c’è una cosa di cui tener conto: l’attuale fase interglaciale dura da circa 10 mila anni e secondo alcuni scienziati si avvia al termine. Dieci ere con calotte in espansione e mari in ritirata sono venute ed andate nel corso dell’ultimo milione di anni. Durante questo tempo, gli episodi freddi hanno così dominato che i geofisici guardano a periodi caldi come quello presente, chiamato “Olocene”, come a delle bizzarrie. La prossima era glaciale quasi certamente raggiungerà il suo picco in circa 80 mila anni, ma si discute ancora di quanto presto inizierà, con l’ultima teoria che indica che l’influenza umana sull’atmosfera può notevolmente ostacolare la transizione. La condizione di stabilità dell’Olocene, che dura più o meno da 10 mila anni, ha permesso lo sviluppo di agricoltura, tecnologia, mobilità e la conseguente crescita esplosiva della popolazione che ha fatto della specie umana una forza globale. Ogni sostanziale variazione climatica potrebbe comportare enormi minacce. Durante il breve raffreddamento degli anni ’70, molti scienziati sostenevano che una nuova glaciazione era alle porte. Alcuni scienziati sono convinti che sotto l’influenza dei cicli orbitali, il riscaldamento globale verrà presto sopraffatto. Altri pensano invece che la crescita dei gas serra avrà la meglio sulle periodiche variazioni di energia determinate dalla posizione della Terra rispetto al Sole. Altri ancora, pensano che, nel lungo periodo, il sistema troverà un nuovo equilibrio “naturale”, permettendo ai cicli di Milankovic. Ancora incertezze, dunque. Così le commenta il “New York Times”: “potrebbe sembrare che il riscaldamento globale causato dall’uomo, sebbene un disastro in un’ottica secolare, potrebbe divenire una cosa buona nel lungo periodo se riuscirà a tenere a bada, almeno per un po’, la prossima glaciazione. Ma molti climatologi sottolineano che la complessa interazione di gas serra, oscillazioni orbitali e altre influenze sul clima sono ancora poco comprese. Alcuni esperti sostengono che c’è la possibilità che il riscaldamento indotto dall’uomo blocchi le correnti oceaniche che tengono le latitudini settentrionali più calde di quanto non sarebbero. Il risultato potrebbe essere una veloce ricaduta nei tempi glaciali.
Insomma, è molto difficile comprendere quali saranno le esatte conseguenze del riscaldamento globale. Per quanto i modelli potranno progredire, l’incognita di una brusca accelerazione del riscaldamento o di una repentina inversione di tendenza, resta sempre dietro l’angolo. Restiamo con la realtà di un pianeta che si scalda, in maniera innaturale e che è all’inizio di un lungo periodo di cambiamenti climatici.
5. Alzare gli argini
la misura dell’incertezza climatica risiede nel fatto che gli scienziati non sono in grado di indicare una concentrazione “ideale” per i gas serra: meno aumenterà l’anidride carbonica in atmosfera, meglio sarà. La CO2, infatti, contribuisce da sola per almeno il 50% alla crescita dell’effetto serra e ha una vita media di circa un secolo. Secondo uno degli scenari migliori, le emissioni globali inizieranno a ridursi entro il 2020. Anche in questo caso si realizzeranno degli effetti negativi, e comunque si tratta di uno scenario che sta diventando sempre meno probabile. Se le emissioni non cominceranno a declinare prima del 2033, allora la CO2 dovrebbe stabilizzarsi attorno a 550 ppm, il doppio delle concentrazioni preindustriali. A questo livello aumenta la probabilità di impatti avversi, intense tempeste, cicli di siccità, scomparsa di ecosistemi e specie, fusione di masse glaciali continentali, tali da esasperare la risalita dei mari: una tale concentrazione potrebbe provocare un cambiamento paragonabile per ampiezza, ma di segno opposto, a quello delle glaciazioni. Sono le scelte prese ora in tema di fonti energetiche che determineranno le future concentrazioni di gas serra, e di conseguenza gli eventuali cambiamenti climatici. ancora oggi, gran parte degli investimenti nel settore dell’energia, sono rivolti alla scoperta e allo sviluppo di risorse fossili. La buona notizia è che sono disponibili politiche e tecnologie efficienti per tagliare le emissioni. La cattiva notizia è che ci sono molte barriere che impediscono di metterle in pratica.
L’attuale presidente dell’Ipcc, l’indiano Rajendra Pachauri afferma che bisogna tentare di ridurre i combustibili ad alta intensità di carbonio, il che implica un uso molto maggiore di gas naturale, di fonti rinnovabili e anche di sforzi per aumentare l’efficienza dell’uso di energia. Economicamente e socialmente non è così costoso. Politicamente potrebbe rivelarsi tale. Se non cambiamo, il mondo soffrirà una vasta gamma di impatti per i cambiamenti climatici, di molti dei quali non siamo nemmeno completamente consci.
Il protocollo di Kyoto
Sin dall’istituzione dell’Ipcc, nel 1988, il modello contro l’azione dei cambiamenti climatici è il negoziato sul “buco dell’ozono”, che solo un anno prima aveva portato alla firma del Protocollo di Montreal. L’ozono (O3), è un gas azzurrognolo, do odore simile all’aglio, composto da tre molecole d’ossigeno. È anch’esso un gas serra, e quando si forma in città costituisce un pericolo per la salute umana. Ma nell’atmosfera più alta, la stratosfera, svolge un ruolo benefico, intercettando i raggi ultravioletti molto dannosi. La scoperta della rarefazione dello strato d’ozono che si verifica stagionalmente sopra i due poli e la rapida ratifica di un trattato, il protocollo di Montreal, per mettere al bando le sostanza responsabili, rappresentano un grande successo della diplomazia ambientale.
Rispetto al buco dell’ozono, il negoziato sul riscaldamento globale, si presenta più complesso. Non si tratta di bandire dei composti, ma di controllare la produzione di energia. Questa volta il mondo non sarà capace di reagire così rapidamente, perché i combustibili fossili, che sono la forza motrice del riscaldamento del pianeta, sono anche quella dell’economia mondiale. Nell’atmosfera tutto si mescola, ma tanto le risorse di combustibili fossili quanto le emissioni di gas serra sono distribuite in maniera ineguale nel mondo. Pochi paesi controllano la quasi totalità delle riserve del greggio, carbone e gas naturale, 15 nazioni producono più del 60% di CO2. gli USA da soli con circa il 4% della popolazione mondiale, emettono circa il 25% dell’anidride carbonica. Devono essere le nazioni ricche a ridurre per prime le proprie emissioni, mentre quelle povere sono esentate? Si prevede che nei prossimi anni i gas serra aumenteranno soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo (già oggi l’Asia provoca circa l’80% della crescita dei consumi di petrolio). Se si guarda alla quota procapite di emissioni, allora non c’è confronto. Il dibattito è particolarmente feroce negli USA. Nel febbraio 1997, una dichiarazione firmata da 2500 economisti giustifica “passi preventivi” nei confronti del riscaldamento globale con i suoi rischi ambientali, economici, sociali, geopolitica: “studi economici hanno scoperto che esistono molte politiche potenziali di riduzione delle emissioni di gas serra i cui benefici totali sorpassano i costi. Per gli Stati Uniti in particolare, ci sono opzioni che potrebbero rallentare i cambiamenti climatici senza danneggiare la qualità della vita degli americani, e che tali misure nel lungo periodo possono addirittura far crescere la produttività statunitense”. Sembra un punto a favore del controllo dei gas serra, ma la posizione del Senato USA è secca: nel luglio 1997 approva (95 voti a favore, 0 contro), la risoluzione presentata da Robert Byrd (democratico), e Chuck Hagel (repubblicano), nella quale si afferma che mai si ratificherà un trattato privo di impegni per tutti e dannoso per l’economia USA.
È in questa atmosfera che, nel dicembre dello stesso anno, viene raggiunto un accordo per la lotta al riscaldamento globale, il Protocollo di Kyoto. Il trattato è un compromesso tra le posizioni dell’Unione Europea e quelle degli USA, e una sostanziale vittoria per i paesi in via di sviluppo o di recente industrializzazione. Giunti nella città giapponese con la proposta di tagliare del 15% rispetto al 1990 le emissioni di gas serra, gli europei si devono accontentare di impegni più modesti: l’8% per l’Ue, il 7% per gli USA e il 6% per Giappone e Canada. Gli altri 21 paesi industrializzati hanno obiettivi simili, da raggiungere tra il 2008 e il 2012. Norvegia e Australia sono addirittura autorizzate ad aumentarle. Il risultato finale è la riduzione del 5.2% dei gas serra prodotti dai paesi industrializzati. Cina e India, rifiutano di venire vincolate a politiche di riduzione delle emissioni che potrebbero essere di ostacolo alla crescita. Mancano i requisiti richiesti dal Senato USA per ratificare il trattato. Manca la partecipazione di Cina, Messico, India, Brasile, Corea del Sud, dove gli americani temono che andranno a concentrarsi ancor più le loro industrie, se i vincoli ambientali aumenteranno. E questo pone una seria ipoteca sul Protocollo. Per essere legalmente valido, il trattato ha bisogno che venga ratificato da almeno 55 paesi e che le emissioni di CO2 dei partecipanti superi il 55% di quelle dei paesi industrializzati e dell’ex blocco dell’est. Senza gli USA, l’obiettivo è a rischio. La scelta del presidente americano Bill Clinton e del suo vice Al Gore, a Kyoto, è quella di non impedire l’accordo, ma di renderlo meno rigido con i cosiddetti “meccanismi flessibili”. La possibilità per esempio di finanziare progetti all’estero che riducano le emissioni di anidride carbonica e calcolare a proprio vantaggio i risultati ottenuti; oppure “acquistare” eventuali quote di riduzione presso paesi così virtuosi nell’abbattere i gas serra da superare i propri impegni. Poiché tagliare le emissioni può essere molto costoso, si pensa di farlo in quei paesi, come quelli poveri, che usano tecnologie tradizionali e inquinanti la cui sostituzione è vantaggiosa tanto per l’ambiente quanto per l’economia. Altra strada è quella dei “pozzi” di carbonio, ovvero foreste, oceani, suoli in grado di immagazzinare l0’anidride carbonica riducendo la sua concentrazione atmosferica. Tutti elementi di flessibilità che potrebbero fare breccia anche nel monolitico Senato USA. La realtà è però che a partire da Kyoto, è stato proprio il ruolo dei meccanismi flessibili e dei pozzo di carbonio ad alimentare discussioni senza fine tra i vari paesi aderenti al Protocollo. L’Unione Europea, ha a lungo insistito perché almeno il 50% dei tagli venga raggiunto attraverso azioni domestiche: la chiave della lotta contro il riscaldamento dipende anche da cambiamenti nello stile di vita e nella struttura di consumo delle nazioni che più consumano energia.
La svolta di Bush
La clamorosa decisione di Bush di non ratificare il Protocollo di Kyoto non nasce dunque dal nulla. Dietro ci sono le tendenze di fondo della politica americana, l’economia a stelle e strisce, ma anche l’atteggiamento unilaterale della nuova amministrazione, la sua contiguità alla corrente neoconservatrice che alimento lo scetticismo anti riscaldamento globale e gli intrecci con il mondo del petrolio. È in una lettera inviata nel 2001 a quattro senatori repubblicani, che Bush annuncia la svolta. Scrive che le misure contro le emissioni condurranno a “tariffe dell’elettricità sensibilmente più alte” e che bisogna stare attenti a non prendere decisioni che possono colpire i consumatori visto lo stato incompleto della conoscenza scientifica sulle cause e sulle soluzioni dei cambiamenti climatici e della mancanza di tecnologie disponibili sul mercato per rimuovere e immagazzinare l’anidride carbonica. La Global Climate Coalition, abbandonata da molti grandi multinazionali preoccupate per l’immagine di lobby “pro-inquinamento” (Shell, Ford, General Motors..), la coalizione si era di fatto già smembrata. La seconda mossa della Casa Bianca è quella di commissionare alla National Academy of Sciences un rapporto per “identificare le aree della scienza dei cambiamenti climatici nella quali ci sono le maggiori certezze e incertezze”. Al lavoro un gruppo di 11 esperti, il testo che arriva sul tavolo di Bush lascia poco spazio a dubbi: “I gas serra si accumulano nell’atmosfera terrestre come risultato delle attività umane, provocando l’aumento della te,speratura dell’aria in superficie o degli oceani sotto la superficie. Le temperature stanno crescendo. I cambiamenti osservati negli ultimi decenni sono dovuti soprattutto alle attività umane, ma non possiamo escludere che alcune parti significative siano anche un riflesso della variabilità naturale.” Su un punto gli 11 scienziati evocano l’incertezza: gli impatti del riscaldamento globale. Tuttavia, i cambiamenti climatici saranno il problema ambientale dominante dei prossimi decenni.
Le conclusioni della National Academy of Sciences, non vanno nella direzione attesa dalla Casa Bianca. È una clamorosa critica a Bush: gli scienziati definiscono il Protocollo “un piccolo ma essenziali primo passo” per combattere il riscaldamento globale. Più esplicita nel febbraio 2004 la dichiarazione firmata da decine di importanti scienziati americani (tra i quali una ventina di premi Nobel), nella quale si accusa l’Amministrazione di distorcere i fatti scientifici e di censurare la ricerca.
Critiche piovono anche da molti leader mondiali, compreso l’alleato inglese Tony Blair. Il segretario dell’ONU Kofi Annan, contesta la tesi che il Protocollo NON sia dannoso per l’ambiente. Il presidente dell’Ipcc, Robert Watsons sostiene che l’unica persona che non crede alla scienza è il presidente Bush. Pochi mesi dopo pagherà la franchezza dei suoi giudizi con un voto a sorpresa che lo costringe ad abbandonare la carica. In alternativa al Protocollo di Kyoto, la Casa Bianca “offre” ulteriore ricerca per risolvere le incertezze della climatologia , nuove tecnologie e impegni volontari, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 entro il 2012.
L’amministrazione americana sostiene che il trattato firmato in Giappone è stato scritto in modo da rendere più facile all’Europa che agli USA il raggiungimento degli obiettivi. Bush spiega che il secondo produttore mondiale di gas serra è la Cina, che è stata completamente esentata dagli impegni del Protocollo. India e Germania sono tra i maggiori produttori, ma anche l’India è stata esentata da Kyoto. Il destino del Protocollo è appeso a un filo. Rigettato da USA e Australia, la sua entrata in funzione dipende dall’eventuale ratifica della Russia. Tuttavia qualcosa si muove, nel modo degli USA; circa la metà degli Stati ha deciso di combattere il riscaldamento in modo autonomo, attraverso nuove norme, misure vincolanti promosse dai governatori e addirittura azioni legali contro l’amministrazione Bush. Siamo di nuovo sotto elezioni e per capire se qualcosa cambierà a Washington, bisognerà attendere il loro esito. Lo sfidante di Bush, il democratico John Kerry, è un sostenitore del Protocollo di Kyoto. Quanto al presidente in carica, il senso della sua campagna è tutto nella mail spedita dallo staff ai candidati repubblicani, e intercettata dalla stampa, nella quale si suggerisce di negare con decisione qualsiasi problema ambientale.
Costi e benefici
Fare un’analisi di costi e benefici delle misure per combattere il riscaldamento globale è un’impresa da titani, in quanto si ha a che fare con una serie infinita di incertezze. Il margine di approssimazione delle previsioni è assai ampio come la forbice delle stime dei danni che il pianeta e la società umana si troveranno a subire. Né è più facile calcolare i costi del Protocollo di Kyoto, se mai entrerà in funzione. Man mano che si procede nel tempo, le incognite relative ai cambiamenti climatici si misurano con scenari tecnologici ignoti e con una scienza tra le più aleatorie: le previsioni economiche a lungo termine. Molto più facile invece, stimare quale sarà l’impatto del Protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale: quasi nullo.
I costi dei cambiamenti climatici
Le perdite economiche causate dai disastri climatici sono aumentate di 10 volte rispetto agli anni ’50, fino a raggiungere nei ’90 una cifra media annuale di 40 miliardi di dollari. I danni salgono anche per l’aumento degli abitanti e dei beni esposti nelle zone a rischio e quindi non è di per sé un indice del clima che cambia. Per avere un stima complessiva dei costi dei cambiamenti climatici, bisogna prendere in considerazione molte altre voci, dagli impatti sanitari alle misure di adattamento, dalle rese agricole alle conseguenze sociali. Secondo uno degli studi più citati di William Nordhaus, pioniere dei modelli economico-ambientali, il costo globale dovrebbe essere compreso tra lo 0,7 e l’8,2% del Pil di un paese sviluppato, con un valore medio pari all’1,9%. Quanto ai paesi poveri, le richieste discusse dall’Ipcc mostrano un’oscillazione tra il 2 e il 9% del Pil nel caso di raddoppio della CO2.
I costi del Protocollo
Le stime dei costi del Protocollo di Kyoto variano ampiamente. Oscillazioni che riflettono le incertezze a proposito di 3 punti chiave: rigidità della politica di abbattimento; flessibilità degli strumenti adottati; diffusione di nuove tecnologie. Secondo i modelli, il commercio delle emissioni può ridurre i costi anche del 50-75%, mentre diverse analisi suggerisco che almeno il 20-25% dei gas serra possono essere eliminati a costi risibili con il ricorso a tecnologie più efficienti. L’opinione di molti economisti, è sfavorevole nei confronti del Protocollo. Kyoto non ha base economica o ambientale. Sotto accusa, in particolare, l’esclusione del mondo in via di sviluppo.
I benefici di Kyoto
Con il suo 5,2% di tagli, limitati ai paesi industriali, il Protocollo di Kyoto rappresenta poco più di una goccia nell’acqua. Lo scienziato australiano Tom Wigley, usando un modello molto semplice, mostra come la differenza tra l’applicazione o meno del Protocollo è compresa tra ½ decimo 1 decimo di grado nel 2050: invece di aumentare di 1°, la temperatura terrestre crescerebbe di 0,95°. Quanto all’innalzamento del livello dei mari, rispetto alla previsione media per la metà del secolo di 20-30 cm, al massimo 1 cm potrebbe essere evitato grazie ai tagli alle emissioni. È un fatto sul quale tutti concordano: i benefici di Kyoto sono minimi se non inesistenti. Ma, la maggior parte degli esperti interpreta l’accordo come un primo passo verso riduzioni più sensibili delle emissioni che dovranno essere stabilite nei prossimi anni.
I costi della mitigazione
Arrestare il riscaldamento può costare da poche centinaia di migliaia di miliardi di dollari in 100 anni (poco per un’economia mondiale in continuo sviluppo), fino a cifre vertiginose come 18 milioni di miliardi di dollari, quasi 600 volte il prodotto globale lordo. Il primo passo è scegliere l’obiettivo. L’Ipcc valuta che stabilizzare l’anidride carbonica al doppio delle concentrazioni precedenti la Rivoluzione Industriale, potrebbe incidere sul prodotto globale lordo per meno dell’1%.
Galeotti e Lanza, due economisti, indicano alcuni studi che hanno provato a monetizzare il danno complessivo dei cambiamenti climatici, arrivando alla conclusione che politiche che riuscissero ad evitare un aumento delle temperature di 2,5° farebbero risparmiare ai paesi industriali tra 1,3 e l’1,6% del Pil e addirittura il 2,7% a quelli in via di sviluppo.
Rinnovare l’energia
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), la domanda mondiale di energia crescerà di 2/3 da qui al 2030. petrolio, carbone, gas naturale dovrebbero soddisfare circa il 90% di questa nuova domanda, che sarà alimentata soprattutto dai paesi in via di sviluppo e concentrata per ¾ nel settore dei trasporti. Bastano queste proiezioni per sottolineare la difficoltà di tagliare le emissioni di gas serra. Il Protocollo di Kyoto ha di fronte alcuni difficili ostacoli. Per avere successo, le fonti energetiche non fossili devono essere disponibili a prezzi competitivi. Tutte cose ancora in embrione, se non proprio iscritte nel libro dei sogni. Nonostante ciò, Topfer è ottimista e afferma che alcuni piccoli, ma importanti cambiamenti nell’industria energetica mostrano che le fonti non fossili hanno un futuro competitivo.
Vento in poppa
L’energia eolica è la fonte che cresce più rapidamente al mondo: da 4800 megawatt di capacità produttiva nel 1995, a più di 39 mila megawatt nel 2003. la Germania è la nazionale leader, mentre la Danimarca con circa il 20% sul totale, è quella dove il vento offre il maggiore contributo alla produzione di elettricità. Il vento è abbondante, economico, inesauribile, ampiamente distribuito, non danneggia il clima ed è pulito: attributi che nessun altra fonte energetica può eguagliare. I costi dell’eolico sono scesi dai 38 cent di dollaro al chilowattora, nei primi anni ’80, ai circa 4 cent di oggi nei siti più favorevoli.
Fattorie eoliche
Secondo Wind Force 12, nel 2020 l’eolico potrebbe coprire il 12% della domanda globale di elettricità, creare un milione e mezzo di posti di lavoro ed evitare quasi 12 miliardi di tonnellate di CO2. l’eolico si avvia a ripetere il successo della storica fonte rinnovabile, quella idroelettrica, il cui contributo alla produzione elettrica globale sfiora il 20%. Con una differenza. L’idroelettrico ha raggiunto i suoi limiti in diverse parti del mondo: restano pochi fiumi da sbarrare con dighe, almeno con progetti di larga scala. Invece, il potenziale mondiale d’energia generabile dal vento varia, da poco più a oltre il doppio della domanda dell’elettricità prevista per il 2020. In aree scarsamente popolate, le grandi pianure del nord America, il nordovest della Cina, la Siberia orientale o le regioni argentine della Patagonia, potrebbero essere create delle Wind Farm, ovvero delle installazioni multiple di turbine.
Energia dal Sole
La quantità di energia che la Terra riceve dal Sole supera ampiamente i consumi umani e diverse sono le sue applicazioni. Nel solare termico il calore viene usato direttamente, sia per scaldare fluidi come acqua e aria, sia con sistemi detti “passivi”, incorporati nel progetto architettonico. In alternativa, la radiazione può essere convertita in elettricità, sfruttando l’”effetto fotovoltaico”. Le prime celle fotovoltaiche vennero create a fine ‘800. negli ultimi decenni, la quota del solare elettrico è rimasta bassa. Tuttavia, il mercato del fotovoltaico si allarga di oltre il 30% all’anno. Uno studio realizzato nel 2003 per l’ IEA, Energy from the Desert, suggerisce che lo sfruttamento del 4% delle aree desertiche del pianeta con grandi centrali fotovoltaiche, fornirebbe elettricità equivalente ai consumi mondiali attuali.
Solare a concentrazione
Esiste un’altra soluzione: quella del solare a concentrazione, ovvero la conversione in elettricità di fluidi riscaldati dal Sole. Una soluzione che ha il vantaggio di rendere disponibile l’energia anche quando non c’è luce. La concentrazione della radiazione solare si ottiene con lenti o specchi, che permettono di raggiungere temperature elevate. Servono però siti particolarmente assolati. La Spagna è all’avanguardia con la Plataforma Solar di Almerìa; in Italia, Enea ed Enel stanno realizzando, accanto alla centrale di Priolo Gargallo (Siracusa), il progetto Archimede (operativo nel 2007), un sistema per produrre vapore ad alta pressione, e da questo energia elettrica. Ma il modello più innovativo sta nascendo nel deserto dell’Australia, nella regione del New South Wales. Si tratta di una torre solare alta mille metri (la più alta struttura umana), un “mulino” circondato da una serra gigantesca che funziona sul principio della convenzione, secondo cui l’aria calda tende a salire; salendo, l’aria fa girare delle turbine e produce elettricità. La torre, è in grado di produrre vento da sola, 24 ore su 24. una volta realizzata avrà una potenza di 200 megawatt, sufficiente ad alimentare 200 mila abitazioni ed evitare circa 830 mila tonnellate annuali di gas serra.
Le altre fonti
L’energia geotermica, potrebbe fornire un contributo relativo, anche se è stato calcolato che sono 39 i paesi in grado di produrre la propria elettricità grazie al calore sprigionato dalla Terra. L’Italia è il primo paese europeo nel settore (la zona di Larderello in Toscana è considerata la culla dell’energia termica).
L’uso delle biomasse, è un mondo a parte: utile se recupera gli scarti dell’olio di oliva (Spagna), la corteccia e i trucioli di legno (Finlandia e Svezia), i residui della canna da zucchero (paesi tropicali), o della lavorazione della birra (USA), ma l’idea di mettere a coltura mais in quantità per produrre etanolo (un combustibile alternativo alla benzina), si scontra con il bisogno di suolo per alimentare il mondo.
Infine, diverse tecnologie per sfruttare l’energia delle maree e delle onde, dal potenziale enorme ma assai lontane dallo sfruttamento commerciale.
L’isola dell’idrogeno
Eolico, solare e altre fonti pulite di energia diventeranno sempre più presenti sul mercato e da loro giungerà un netto contributo alla riduzione dei gas serra. Affinché le fonti rinnovabili diventino le protagoniste del mercato dell’energia manca almeno un componente: un combustibile capace di muovere il mondo e conservare l’energia prodotta. Con il vento e il Sole infatti,, non si alimentano le automobili, e i veicoli elettrici presentano limiti difficili da superare. Molte rinnovabili hanno un difetto: sono intermittenti; il Sole non splende sempre o il vento non soffia senza sosta. L’incostanza, le difficoltà di conservazione e il trasporto a lunga distanza sono i maggiori ostacoli alla diffusione delle rinnovabili. Ma una soluzione sembra esserci: l’idrogeno.
L’idrogeno è l’elemento più comune dell’universo, come ha dimostrato il telescopio spaziale di Hubble che ne ha “catturate” immense quantità. È un gas incolore, inodore, insapore e leggerissimo. È una forma di energia di alta qualità, ecologica, versatile, universale. Il “combustibile per eccellenza”, il più pulito ed efficace modo per immagazzinare ed utilizzare energia. Tuttavia, l’idrogeno non è una fonte primaria, non è reperibile allo stato libero, ma può essere prodotto in diversi modi: dall’acqua per elettrolisi, delle biomasse per gasificazione, oppure dai rifiuti con processi fotoelettrochimici, da batterie e alghe sfruttando particolari reazioni fotobiologiche. Se bruciato nei tradizionali motori a combustione interna, può produrre calore o essere un combustibile per automobili, barche, aeroplani e propulsori spaziali. Ma ciò che rende assolutamente appetibile l’idrogeno, che lo rende differente da tutti gli altri combustibili, è che i suoi prodotti di scarico sono vapore acqueo, e in certe circostanze, ossidi di azoto: quindi nessuna emissione di anidride carbonica o altri inquinanti.
Lo sviluppo dell’idrogeno come vettore, (cioè trasportatore), di energia è fondamentale per il successo delle fonti rinnovabili. Germania, Giappone, USA, Canada, ma anche diverse nazioni in via di sviluppo, hanno precisi programmi di ricerca e sviluppo. Credono a questo scenario diverse compagnie petrolifere, mentre le principali case automobilistiche hanno quasi tutte un prototipo alimentato a celle a combustibile in cantiere. Ci crede anche il presidente americano Bush, che all’idrogeno affida le speranze di ridurre la dipendenza statunitense dalle importazioni di petrolio.
L’Islanda è il paese che più si è spinto in avanti nello scenario dell’idrogeno. L’isola nordica è il regno dell’energia pulita: fa già un grande uso delle sue abbondanti risorse idroelettriche e geotermiche, che forniscono quasi il 70% dell’energia consumata. Da alcuni anni ha deciso di sostituire anche il combustibile fossile che importa per alimentare automobili e navi con idrogeno prodotto in proprio, e pensa di farlo per il 2020, al massimo entro il 2040. Per quella data, sarà la prima nazione al mondo a chiudere i conti con il petrolio. L’idrogeno, a patire dell’energia elettrica, sta diventando sempre più competitivo nei confronti dell’attuale economia energetica. Questioni di sicurezza, stoccaggio, trasporto e distribuzione devono ancora essere risolte. Alcuni scienziati, hanno ipotizzato che perdite consistenti di idrogeno possano distruggere l’ozono. Ma il problema più grosso è la produzione: come rendere disponibili abbondanti riserve di combustibile a costi contenuti? Il modo migliore per produrre idrogeno, il combustibile nei tempi dei tempi, e il nucleare, che si presenta come il sistema più affidabile a lungo termine.
Nel breve periodo, l’idrogeno sarà prodotto dal gas naturale, tanto in stabilimenti appositi quanto direttamente a bordo delle vetture. La questione produttiva, non si pone in Islanda, che punta sull’idrogeno per eliminare i combustibili fossili e dove il ricorso al nucleare è ostacolato dalla sua inquieta natura: vulcani, terremoti, geyser testimoniano la breve storia geologica dell’isola. Ma anche se costruire centrali atomiche fosse meno pericoloso, non ce ne sarebbe bisogno, vista la ricchezza di risorse geotermiche e idroelettriche. Quando lo scenario idrogeno si realizzerà, allora l’Islanda sarà un modello di economia sostenibile per l’intera umanità. Pulita ed efficiente.
Scenari da fantascienza
Attualmente il consumo mondiale di energia primaria proviene da una potenza installata equivalente a 12 miliardi di watt (12 Terawatt - Tw). L’energia primaria è quella che viene impiegata sia direttamente per gli usi finali, sia per essere convertita in altri prodotti energetici, come l’elettricità. Si tratta quindi di energia in “entrata”, invece i consumi finali indicano l’energia in “uscita”, quella che si trasforma in lavoro o riscaldamento. Il consumo primario è più grande rispetto a quello finale, perché nel passaggio si verifica una dispersione. L’85% dell’energia primaria è garantito dal petrolio, gas naturale e carbone, circa il 6,5% rispettivamente da idroelettrico e nucleare, e il restante 2% da eolico e solare. Per mitigare il riscaldamento è necessario che il misero 2% delle rinnovabili aumenti, che la capacità di produrre energia senza emissioni di carbonio cresca in modo sensibile. Tenuto conto di una domanda globale di energia in sensibile crescita, Wigley e colleghi indicano che per stabilizzare la CO2 in atmosfera bisogna che nel 2050 siano disponibili rispettivamente 15,25 e 30 Tw di energia da fonti rinnovabili. Nessuna tecnologia esistente appare in grado di soddisfare tali necessità. Come mantenere in equilibrio il clima e allo stesso tempo soddisfare la domanda di energia?
Hoffert, un fisico eclettico, ha impostato l’analisi non solo su cosa è disponibile oggi, ma anche su quello che potrebbe diventarlo in futuro. Di qui la visione di un pianeta connesso da una rete di superconduttori, di centrali solari orbitanti, di asteroidi e pianeti come miniere. Serve molta ricerca e serve con urgenza combattere il riscaldamento globale attraverso la radicale ristrutturazione del sistema energetico globale potrebbe essere la sfida tecnologica del secolo. Questo non elimina i problemi legati all’intermittenza delle rinnovabili. Se si vuole accendere la luce quando il Sole non splende? Servono sistemi di accumulo, batterie di nuova concezione o combustibili come l’idrogeno. Ma la soluzione migliore è distribuire istantaneamente l’energia disponibile verso i luoghi in cui è necessaria. L’attuale rete elettrica non è adatta a questo scopo, perché al massimo di efficienza spedisce l’energia a non più di poche migliaia di km. E questo significa che non è possibili raccogliere energia solare in quella parte della Terra dove è giorno e convogliarla dall’altro lato.
Quanto al nucleare, uno scenario di forte espansione, associato all’idrogeno come combustibile e alla rete di superconduttori per distribuire elettricità. Hoffert e colleghi non sono affatto contrari a questa ipotesi, ma rilevano i ben conosciuti problemi di smaltimento delle scorie e proliferazione militare. Ai quali potremmo aggiungere i tmori legati al terrorismo. Il fatto è che dai tempi degli incidenti di Cernobyl nessun nuovo impianto è stato ordinato nel mondo occidentale. Ma il limite principale è il combustibile: ci sarà sufficiente uranio se il mondo decidesse di affidarsi al nucleare? I tempi della fusione mettono in campo altre alternative. I 18 scienziati, investigano la plausibilità di centrali solari orbitanti. Nello spazio c’è una concentrazione di energia solare 8-10 volte superiore che sulla superficie terrestre; esistono tecnologie per raccogliere questa energia e convogliarla sulla Terra tramite microonde. Costi, praticabilità, implicazioni ambientali sono da studiare.
Per la fine del secolo, almeno ¾ e possibilmente tutta la produzione energetica mondiale dovrebbe essere priva di emissioni, e senza una robusta dose di innovazione tecnologica è difficile immaginare come questo traguardo possa essere raggiunto. Difficilmente una scenario energetico alternativo a quello fondato sul petrolio potrà evolvere spontaneamente dalle sole forze di mercato: l’industria non può permettersi di sostenere idee che non danno profitti entro qualche anno. Sembra che a promuovere le innovazioni più radicali, siano periodi di grande mobilitazione come la Seconda guerra mondiale o la Guerra fredda. Il riscaldamento globale provocherà uno sforzo paragonabile? Hoffert è convinto che alla fine sarà così: non tutte le ipotesi funzioneranno. Ma quelle che avranno successo,trasformeranno radicalmente la nostra civiltà, e ci guideranno verso cambiamenti così sconvolgenti come quelli avvenuti tra il 19° e la fine del 20° secolo.
La rivoluzione dell’efficienza
Le ipotesi sul futuro sono suggestive e utili per orientale la ricerca di base, ma più ci si inoltra più ci sono dubbi. È invece molto chiaro quello che si può fare ora per combattere il riscaldamento globale. Lo riconosce lo stesso Martin Hoffert: forse la risposta più immediata alla necessità di ridurre le emissioni di carbonio, è la crescita di efficienza degli usi finali dell’energia, un approccio che sin dalla crisi energetica degli anni ’70 viene associato ad Amory Lovins e al suo Rocky Mountain Institute. Amory Lovins è un fisico, egli contrappone fonti rinnovabili come eolico e solare ai combustibili fossili e al nucleare. Ma il cuore della sua strategia è nel concetto di “negawatt” (ovvero watt negativi), un termine che suggerisce che risparmiare una unità di energia ha lo stesso valore che generarla, ma con minori conseguenze negative, ottenendo le stesse prestazioni.
Il solo fatto di progettare un’abitazione tenendo conto del suo orientamento può ridurre anche del 30% il bisogno di riscaldamento, e quindi il consumo di energia; sostituire una tradizionale lampadina a incandescenza da 100 watt con una fluorescente compatta da 20 watt significa utilizzare 5 volte meno elettricità per assicurare lo stesso livello di illuminazione: 80 watt in meno, cioè 80 negawatt. Questo concetto applicato a tutti gli usi finali dell’energia, offre un grande potenziale per risparmiare energia e ridurre di conseguenza le emissioni. Senza costi aggiuntivi. Per questo ci si riferisce a queste tecnologie come a misure “no regrets” (senza rimpianti), che servono a proteggere l’ambiente e la salute umana, consentendo allo stesso tempo di risparmiare denaro e ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibile.
L’approccio di Lovins, ha destato grande interesse nel corso degli anni ’70, segnati dalla crisi energetica seguita allo shock petrolifero del 1973. poi, con i prezzi del barile in nuovo calo, e l’apparente stabilizzarsi del mercato, l’attenzione politica per l’efficienza energetica è diminuita. Non quella di Lovins, che nel 1980 ha fondato il Rocky Mountain Institute ad Aspen in Colorado: il primo ufficio al mondo completamente biologico, una sorta di showroom delle tecnologie più innovative.l l’interno del centro di ricerca somiglia a una selva tropicale: banane, aranci, avocado, mango, e alcuni oranghi che si dondolano tra gli scaffali dei libri. Il Rocky Mountain Institute, non ha un sistema di riscaldamento convenzionale, perché non ne ha bisogno. Calore ed energia, vengono garantiti dai sistemi avanzati di costruzione, celle fotovoltaiche dell’ultima generazione, elettronica, lampadine a basso consumo, superfinestre, oltre a una serra in piena regola. L’isolamento delle pareti di pietra (spesse 40 cm), e del tetto è un’efficace barriera contro la dispersione del calore. La fiducia di Lovins in un percorso “dolce” si fonda sull’analisi delle tendenze dell’industrializzazione, che spingono verso una minore intensità dell’energia (il rapporto tra consumo energetico e produzione di ricchezza). Oggi, le economie dei paesi industriali usano il 46% di energia in meno rispetto al 1973 per generare ogni unità di Pil. La maggiore efficienza, non ha impedito che i consumi finali di energia continuassero a crescere in tutto il mondo (e con essi le emissioni).
Per le automobili, l’energia potenziale della benzina va perduta per l’80% nel motore e nelle parti meccaniche prima di giungere alle ruote.
Al Rocky Mountain Institute, è stato avviato un progetto di “iperauto”, un’automobile ridisegnata da cima a fondo, costruita con materiali ultraleggeri ma resistenti, copertoni dall’attrito ridotto, minore resistenza all’aria, elettronica avanzata e motore ibrido (metà tradizionale, metà elettrico). Questo potrebbe aumentare l’efficienza totale non di 2-3 volte, ma addirittura di 5. gli sprechi costano cari, più delle tecnologie per ridurli. È il contenuto di un libro di grande successo “Fattore4. Come ridurre l’impatto ambientale moltiplicando per 4 l’efficienza della produzione” scritto da Lovins. “Fattore 4” ovvero la riduzione del 75% dell’intensità di energia e materiali, è il manifesto di una rivoluzione industriale che i tre autori descrivono con riferimento a tecnologie e soluzioni esistenti. Così concreta da essere “superata” da Friedrich Schmidt-Bleek, che studia una decisa dematerializzazione dell’economia attraverso la riduzione di un “Fattore 10” (quasi il 90%!) dei flussi di energia e materie prime. Più efficienza, meno emissioni. Oltre metà del rischio climatico sparisce se l’energia viene usata in modo da risparmiare soldi. Certo, ci sono da rimuovere gli ostacoli del mercato, sotto forma di sussidi nascosti ai combustibili fossili e tariffe che “non dicono la verità”, scaricando i costi ambientali sulla società.
Esistono buone opportunità per ridurre del 20-30% petrolio ed emissioni entro i prossimi 10 anni; i consumi delle nuove automobili possono essere tagliati del 25% in media entro il 2010. ciò equivale a eliminare dalle strade più di 100 milioni di automobili e raggiungere circa il 30% degli obiettivi di Kyoto. Ogni tonnellata di CO2 non emessa permette ai consumatori europei di risparmiare 169 euro.
Proteggere le foreste
Il Protocollo di Kyoto non si limita a imporre tagli ai gas serra, ma permette di acquisire “crediti” sulle emissioni investendo in tecnologie pulite o in progetti di riforestazione. Si tratta di meccanismi flessibili. Se l’energia è un tassello essenziale per risolvere la questione clima, anche le foreste sono da prendere in considerazione.
Circa 8 mila anni fa, la Terra ospitava 17-18 miliardi di ettari di foreste. Oggi ne rimangono meno di 3,8 miliardi, concentrati all’80% in 15 stati: Russia, Canada, Brasile, Usa, Congo, Cina, Indonesia, Messico, Perù, Colombia, Bolivia, Venezuela, India, Australia e Papua Nuova Guinea. Ogni anno la perdita netta di copertura vegetale, cioè il bilancio tra deforestazione, crescita naturale e nuove piantagioni forestali, è di circa 9 miliardi di ettari. Man mano che le foreste si ristringono, si riduce la loro capacità di assorbire anidride carbonica tramite fotosintesi, mentre aumentano le emissioni legate al taglio degli alberi, agli incendi, al degrado del suolo; di conseguenza, si indebolisce la capacità del pianeta di contrastare il riscaldamento globale. In nessun luogo queste valutazioni assumono importanza come in Amazzonia, la vasta area del Sudamerica che definiamo il “polmone del pianeta”. La più ampia foresta tropicale del mondo è determinante per inibire l’effetto serra. La giungla viene rasa al suolo per produrre legname e fare spazio a pascoli, colture, strade, insediamenti. Tutte questa azioni hanno fatto salire le emissioni del Brasile del 50% rispetto al 1990, facendo del paese uno dei 10 maggiori responsabili dell’intensificarsi dell’effetto serra. E se la capacità dell’Amazzonia di assorbire il carbonio ha raggiunto o si avvicina al punto di saturazione, molti calcoli saranno da riconsiderare.
In Brasile, la questione è anche politica. La polemica si è spinta così oltre che i rappresentanti del governo sono arrivati a negare l’esistenza di emissioni da deforestazione, perchè le colture cha hanno sostituito gli alberi sarebbero in grado di assorbire il carbonio prodotto. Anche se non contemplati dal Protocollo di Kyoto, il Brasile e i paesi che ospitano le residue foreste tropicali prestano molta attenzione ai crediti di carbonio. La questione è centrale: meglio proteggere le foreste esistenti o incentivare la riforestazione? È la stessa cosa? Un albero è un albero, e le sue funzioni vitali rimangono le stesse? NO! Studi mostrano che le foreste antiche, originarie, sono più efficaci rispetto alle piantagioni di giovani alberi nel trattenere carbonio. Questo per il fatto che un alto tasso di biodiversità sembra essere a sua volta più efficace nel fissare tanta CO2 quanto l’ozono necessario alla crescita. Inoltre, quando le foreste più antiche vengono abbattute si liberano grandi quantità di carbonio, contenute nelle radici e nel suolo in misura molto superiore rispetto alla vegetazione. Questa dinamica è tale da oscurare i benefici delle nuove foreste. Le perdite subite dopo la deforestazione hanno bisogno di almeno 10 anni per essere compensate dal successivo sequestro di CO2. le selve piantate sui terreni umidi e torbosi non riusciranno mai ad assorbire una quantità di CO2 pari a quella rilasciata a causa della distruzione della foresta originaria.
La strada migliore per contenere il riscaldamento globale sembra passare per le foreste più antiche. Le attività di riforestazione utili allo stoccaggio di carbonio, sono quelle su terreni già di per se poveri di sostanze organiche, come le terre abbandonate dall’agricoltura, le aree a rischio di erosione o di desertificazione.
La più inquietante delle ipotesi è che le foreste si trasformino in una fonte di CO2. Condizioni estremamente aride, come quelle che si instaurano in certe aree dei tropici durante El Nino, sembrano rallentare la crescita degli alberi. Una ricerca ha dimostrato che almeno le parti monitorate della selva amazzonica rilasciano più carbonio di quanto ne assorbono: questo probabilmente proprio a causa del disturbo provocato dall’intensificarsi de El Nino. La fase delle respirazione, nel corso della quale, le piante emettono la CO2 assorbita tramite fotosintesi, è sensibile alla crescita delle temperature: più fa caldo, più è intensa. Se le foreste fossero ovunque così sensibili, i tropici potrebbero presto diventare una grande sorgente di gas serra.
Non sono buone notizie per quelle nazioni, Usa, Giappone, Canada, Russia, Italia, che contano sulle nuove foreste per acquisire crediti. Stime indicano che se le emissioni di CO2 dovessero raddoppiare entro il 2050, gli alberi non crescerebbero allo stesso ritmo ma aumenterebbero l’assorbimento di un 10% soltanto. Troppo poco, a meno di non mettere in campo una massiccia riforestazione del pianeta, oppure di ricorrere alla genetica. Una decisione presa nonostante l’opposizione della Commissione Europea, preoccupata che le specie biotech possono minacciare quelle native, mentre paesi come Usa e Argentina l’hanno fortemente appoggiata. L’ipotesi è che gli alberi ingegnerizati siano in grado di reagire all’aumento di CO2 , crescendo rapidamente senza essere limitati dalla scarsità di acqua e azoto.
Le altre soluzioni
Abbattere l’anidride carbonica in modo consistente richiederà comunque del tempo. L’efficienza non può eliminare il bisogno di produrre energia, e piantare nuove foreste è sicuramente utile, ma la sua efficacia potrebbe rivelarsi limitata. Ecco perché la ricerca di soluzioni per contrastare il riscaldamento globale. Meccanismi per tagliare i gas serra dove questa operazione costa meno, eliminare le conseguenze delle emissioni..in altri casi è l’obiettivo che cambia: non la CO2, bensì gli altri gas serra, che contribuiscono meno al riscaldamento ma che potrebbero essere più facili da ridurre.
Il commercio delle emissioni
L’emissions trading rientra tra quei meccanismi flessibili identificati dal Protocollo di Kyoto. Le nazioni o le aziende che non sono in grado di ridurre i gas serra quanto dovrebbero, possono acquistare crediti da quelle che, invece hanno superati gli obiettivi. Così, i tagli vengono “distribuiti” in base a criteri economici. La ratifica del Protocollo di Kyoto dovrebbe determinare uno sviluppo degli scambi, poiché molte nazioni si troverebbero costrette ad acquistare crediti per raggiungere i propri obiettivi.
“Sequestrare il carbonio”
Governi e aziende di tutto il mondo stanno studiando un modo per immagazzinare i gas serra all’interno di “pozzi” di assorbimento, massi porosi, profondità oceaniche, giacimenti e miniere, che dovrebbero intrappolarli per milioni di anni. Una soluzione che ha il vantaggio di non porre vincoli alle emissioni, ma di limitarsi ad evitare che la CO2 finisca in atmosfera. Un progetto pilota è quello di un deposito a Saskatchewan (Canada), svuotato dall’estrazione del petrolio, dove viene seppellita la CO2 proveniente da un impianto di gasificazione del carbonio del Nord Dakota (Usa). Un altro è in Norvegia, nel Mare del Nord, dove il carbonio viene immagazzinato nelle rocce sottostanti il giacimento di Slaipner. Le tecnologie per liquefare l’anidride carbonica e tenerla sequestrata sembrano abbastanza affidabili: questo gas è già da tempo commercializzato come ingrediente di acqua, birra e bevande frizzanti.
Ma quanto saranno stabili i pozzi? Il rilascio improvviso di grandi quantità di gas da un deposito potrebbe rivelarsi catastrofico. Tuttavia, il limite più forte al sequestro del carbonio è di natura economica. Inviare i gas serra nel sottosuolo o negli oceani costa troppo, molto di più che evitare di produrli.
Geoingegneria
Nel contesto dei cambiamenti climatici, parlare di geoingegneria significa soprattutto alterare il bilancio radiativo planetario per contrastare la crescita dei gas serra. Una delle prime ipotesi è quella di inviare nella stratosfera del pulviscolo in grado di riflettere la luce solare. Il più ambizioso di questi progetti prevede la realizzazione con materiale lunare di un immenso specchio, in uno dei punti di equilibrio gravitazionale tra il Sole e la Terra,: un tale oggetto potrebbe deflettere circa il 2% della radiazione solare e compensare grosso modo il forcing causato dal raddoppio della CO2.
È prudente perseguire la ricerca nel campo della geoingegneria come politica assicurativa qualora gli impatti del riscaldamento globale dovessero rivelarsi peggiori di quanto anticipato e altre misure fallissero o si dimostrassero troppo costose. Interventi geofisici su larga scala sono intrinsecamente rischiosi e devono essere avvicinati con cautela.
Il “caso” metano
Il metano è secondo solo all’anidride carbonica, con circa il 20% di responsabilità, nel contribuire al riscaldamento del pianeta. È un gas serra molto più potente della CO2 ma resta inalterato in atmosfera per una decina di anni. Proviene da fonti naturali, come paludi e vulcani di fango, o umane: miniere di carbone, pozzi petroliferi, gasdotti, discariche, risaie, fertilizzanti, allevamenti di bestiame. Dal ‘700 a oggi la sua concentrazione atmosferica è più che raddoppiata. È giunta la notizia che, per la prima volta, tra il 1999 e il 2002, i livelli di metano sono rimasti stabili. La ragione non è chiara. Si sospetta che un fattore importante sia la dissoluzione dell’Unione Sovietica: la produzione di petrolio e gas è crollata, e l’industria è diventata più efficiente nel tamponare le perdite da tubature e pozzi. Gli esperti si attendono che la concentrazione di metano torni a crescere, ma proprio il recente stallo indica che le azioni per ridurre le sue emissioni producono cambiamenti positivi molto rapidamente. Fra le varie misure, tappare le falle di gasdotti, recuperare il metano emesso dalle discariche, ridurre l’abuso di fertilizzanti.
Fuliggine e ozono, i nuovi target
Abbattere l’anidride carbonica è facile? Allarghiamo il bersaglio ad altri gas serra, a cominciare dal metano, includiamo anche fuliggine ed ozono troposferico (quello che si forma in città). Nel 2001 alcuni scienziati hanno suggerito una nuova strategia per combattere il riscaldamento, non più incentrata solo sulla CO2. Autori della proposta erano i due climatologi James Hansen e Ralph Cicerone. I critici, sottolineano il ruolo predominante della CO2 , la sua abbondanza e la sua secolare vita atmosferica. Hansen e Cicerone ribattono che viste le difficoltà nel tagliare la CO2, spostare l’obiettivo su altri responsabili dell’effetto serra può essere una soluzione. È il discorso fatto a proposito del metano. La fuliggine e l’ozono, sono due componenti dell’inquinamento dell’aria e la loro rimozione sarebbe un vantaggio anche per la salute. Le microscopiche particelle di fuliggine, vengono emesse dai motori diesel poco efficienti, dalle ciminiere prive di filtri e dagli incendi delle foreste.
Quanto all’ozono, questo gas così dannoso non viene preso in considerazione dal Protocollo di Kyoto perché non è un prodotto diretto delle attività umane, ma il prodotto di una reazione tra luce solare e smog urbano. Se le misure per abbattere la fuliggine e l’ozono venissero rafforzate ed estese ai paesi poveri, la loro concentrazione calerebbe rapidamente.
Verso il Post-Kyoto
Il Protocollo di Kyoto ha subito molti colpi: il rifiuto Usa, le difficoltà europee a rispettare i vincoli e l’attesa di una decisione russa. Per questo, l’attenzione si è concentrata sempre di più su cosa verrà dopo. Un nuovo trattato dovrà rispondere a esigenze di efficacia (riduzione delle emissioni), efficienza (compatibilità economica), ed equità (ripartizione degli impegni). La necessità di ridurre le emissioni di gas serra offre un’opportunità unica per modernizzare i sistemi energetici e aumentare la competitività. Nei corridoi della Cop9 di Milano, i delegati commentavano una nuova ipotesi, chiamata “Contraction & Convergence” che sembra guadagnare favori. Mentre Kyoto è diventato uno strumento contorto, arbitrario e di breve termine per mitigare i cambiamenti climatici, C&C potrebbe fornire una soluzione semplice, equa e di lungo termine. E, soprattutto fondata sulla scienza piuttosto che sulla politica.
Quattro architetture
Gli scenari post Kyoto sono stati oggetto di un incontro. Jonathan Pershing ha messo in luce “4 erchitetture” possibili di accordo. La prima è l’opzione “Kyoto plus”, i cui limiti non possono essere che quelli dell’attuale Protocollo. La seconda ipotesi si concentra sull’introduzione di tecnologie avanzate, mentre la terza mette in primo piano la necessità di garantire lo sviluppo dei paesi poveri, con l’idea che esso possa liberare risorse per l’ambiente: ambedue queste architetture, non ponendo un tetto alle emissioni, rischiano di offrire i propri benefici dopo decenni e di avere pochi effetti sul clima, almeno all’inizio.
Nel caso di fallimento di Kyoto, potrebbe essere vincente la quarta ipotesi, quella di accordi bilaterali e regionali per il controllo delle emissioni.
A lungo termine un accordo sul clima sarà una combinazione della quattro opzioni: un insieme di limiti alle emissioni, incentivi per nuove tecnologie, aiuti per lo sviluppo, partnerships regionali.
Questione di equilibri
I costi di abbattimento dei gas serra dipendono tanto dagli obiettivi, quanto dai tempi con i quali vengono raggiunti. Senza misure iniziali per ridurre le emissioni di gas serra non si svilupperanno mercati per le tecnologie a minore impatto, e le società continueranno a usare sistemi energetici alimentati da combustibili fossili. È una questione di equilibri: da una parte bisogna evitare di impegnare troppe risorse nella prima fase, aumentando i costi complessivi e scegliendo soluzioni che non garantiscono in prospettiva le migliori performances; dall’altra, c’è il rischio di agire troppo poco all’inizio. Un altro fattore importante è rappresentato dalla flessibilità e dall’efficacia degli strumenti scelti per ridurre le emissioni.
Tasse o limiti?
I sistemi presi in considerazione sono due, ambedue sfruttano meccanismi di mercato: “cap and trade”, cioè tetto alle emissioni e spazio al commercio delle quote, e il ricorso a una tassa globale sul contenuto di carbonio, la celebre “carbon tax”.
Tuttavia, l’imposta sul carbonio ha un doppio tallone d’Achille, nella difficoltà a favorire nuove adesioni, e nell’influenza solo indiretta alle emissioni finali. Obiettivi che potrebbero essere raggiunti con l’introduzione di un limite quantitativo, reso flessibile dal commercio delle emissioni. È il sistema adottato dal Protocollo di Kyoto. In pratica, l’ammontare delle emissioni concesse ad ogni Stato viene distribuito fra i produttori attraverso quote individuali; chi non rientra nei propri limiti deve acquistare quote oppure sarà penalizzato; allo stesso tempo chi ha ridotto le proprie emissioni sotto i limiti previsti può rivendere il surplus o conservarlo per un ulteriore uso. Un altro elemento da valutare è cosa viene fatto con i proventi delle tasse o della vendita delle emissioni. I modelli suggeriscono che se questi soldi tornano ai consumatori o sono spesi dai governi, l’occupazione e la crescita diminuiranno. Al contrario, se saranno impiegati per tagliare le tasse sul lavoro, riducendo così il costo del lavoro rispetto a quello dell’energia, gli effetti saranno positivi. Se poi una frazione di tali proventi viene investita nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie pulite, il risultato finale potrebbe essere una spinta economica verso la riduzione delle emissioni di carbonio.
Contrazione e Convergenza
Il punto di partenza dell’ipotesi “Contraction & Convergence”, è fissare un tetto per l’aumento delle temperature, e tra gli scienziati c’è un crescente consenso che ogni escursione superiore ai 2° sia un cambiamento climatico “pericoloso”. Mantenere le temperature sotto questa soglia, significa impedire che le concentrazioni di CO2 superino i 450 pmm, uno sforzo che comporterà una drastica “concentrazione” delle emissioni. Entro il 2050 sarà necessario tagliare del 60% le emissioni globali, percentuale che il governo britannico ha adottato come obiettivo nazionale.
Ed è a questo punto che entrerebbe in gioco la “Convergenza”: le emissioni nazionali dovrebbero convergere anno per anno verso quote ripartite in base alla popolazione, in modo che per il 2050 ogni cittadino del mondo avrà lo stesso diritto di inquinare. Se attualmente un abitante medio del pianeta emette circa 1 tonnellata di carbonio all’anno, nel 2050 dovrà scendere a 0,3 tonnellate. Lo schema C&C è stato ideato nel 1996 dal Global Commons Institute, un gruppo indipendente con sede a Londra, e sta attirando consensi. L’idea ha diversi punti di forza:è una soluzione globale a un problema globale, nessun paese è escluso, è proporzionale. Il che, però, non significa che sia facile da realizzare: mentre i paesi in via di sviluppo potranno accrescere le loro emissioni fino al 2050, per poi ridurle nei successivi 50 anni, quelli industrializzati devono tagliare del 60% le loro emissioni entro metà del secolo, e dell’80% entro il 2100 (gli Usa ancora di più). E siccome molti non riusciranno a rispettare i propri obiettivi, C&C prevede il ricorso al commercio delle emissioni.
Adattarsi all’inevitabile
Riusciremo a salvarci dal riscaldamento globale? Una risposta chiara non c’è. Ce ne sono 2. la prima è SI, perché nemmeno il peggiore degli scenari prevede l’estinzione della nostra specie, la più adattabile che esista; l’umanità è riuscita a sopravvivere alle glaciazioni ed evolversi. Quanto al pianeta, nella sua storia ha visto l’alternarsi di equilibri diversi, anche più estremi di quelli che si annunciano.
La seconda risposta è NO, non riusciremo a sottrarci al riscaldamento. Innanzitutto perché è già in corso, e poi perché la lunga vita dell’anidride carbonica e l’inerzia termica del sistema sono ali che poco possiamo fare per evitare che continui nel breve periodo.
L’impatto del riscaldamento globale sullo sfondo di una popolazione in aumento, di una progressiva caduta del reddito e di un inquinamento crescente sarà terribile. Mac Guire, è l’autore di un libro dal titolo “Guida alla fine del mondo. Tutto quello che non avreste mai voluto sapere”. Noto divulgatore, una persona che si intende di rischi e di catastrofi. La sua opinione è precisa: “nessuno sul nostro pianeta sfuggirà agli effetti del riscaldamento globale, e il deterioramento ambientale che ne risulterà renderà la vita notevolmente più difficile a miliardi di individui. Ora è troppo tardi per portare indietro l’orologio, ma possiamo almeno tentare di ridurre gli effetti peggiori del riscaldamento”.
In parole povere, dobbiamo prepararci ai cambiamenti climatici che ci attendono, senza per questo rinunciare al controllo delle emissioni di gas serra. E’ necessari riflettere seriamente su come adattarsi al cambiamento climatico:ignorarlo è sia irrealistico che pericoloso. Per almeno due motivi. Il primo è che l’attuale vulnerabilità ha un prezzo umano insostenibile. Quasi un milione di persone rischia la fame: la causa principale è la povertà, ma siccità a altri estremi meteorologici sono fattori importanti che potrebbero essere aggravati dai mutamenti in corso. E lo stesso discorso vale per l’accesso all’acqua: oltre a ridurre le emissioni, bisogna pensare a migliorare la gestione delle terre coltivabili, sfruttare nuove varietà di sementi, sperimentare l’adattamento di colture più resistenti, prevenire la desertificazione, difendere le popolazioni marine, conservare zone umide ed estuari, proteggere le risorse idriche.
Adattarsi ai cambiamenti climatici non significa cose molto diverse da quelle che si fanno ora per difendersi dal pericolo di alluvioni o frane. Solo che sarà necessario farlo ad un livello superiore, tenendo conto che lo scenario potrebbe essere quello di un pianeta più instabile e imprevedibile. Nonostante questi dubbi seminati sull’effettiva consistenza della minaccia, gli Usa hanno dato il via da tempo a un programma nazionale per attenuare gli impatti dei cambiamenti climatici, partendo dalla difesa di New York, dallo studio di un nuovo asfalto che riduca il calore urbano, dalle misure contro uragani e tornadi.. e come gli Usa, molte altre nazioni del mondo. Insomma, se ridurre i gas serra è un investimento per il futuro della Terra, controllare la domanda d’acqua, combattere l’erosione del suolo o le perdite di raccolto, alzare gli argini porta benefici immediati alla vita quotidiana di milioni di persone.
Misure simili, che rappresentano allo stesso tempo una mitigazione del riscaldamento globale e un adattamento ai suoi impatti, potrebbero diventare la norma di un pianeta sempre più “ingegnerizzato”. Ma questo non sarà possibile ovunque, e a fare la differenza saranno la tecnologia e i soldi. Qualche nazione sarà capace di adattarsi, ma è sicuro che la velocità di cambiamento sarà così rapida da rendere la cosa quasi impossibile per i paesi più vulnerabili dell’Asia o dell’Africa.
Imparare dalla natura
L’adattamento è una misura difensiva, ma non risolve il problema posto dai cambiamenti climatici. per ottenere un impatto sul riscaldamento globale, dovremmo tutti cambiare stile di vita, passando da una società “usa e getta” a una che promuove e ricompensa un impiego più efficiente ed efficace dell’energia e delle altre risorse disponibili. Quindi, taglio ai combustibili fossili, investimenti in fonti rinnovabili, riciclaggio, promozione delle risorse disponibili localmente. Dovremmo lavorare insieme per proteggere l’ambiente globale così come per prevenire tirannide, malattie, povertà e guerra. Non è un caso se le svolte più importanti del passato hanno spesso seguito una crisi di qualche tipo. Si è iniziato a scavare il carbone quando la carbonella divenne troppo cara. Si è iniziato a cercare il petrolio e a imparare come trivellarlo e raffinarlo perché i capodogli cominciavano a scarseggiare (l’olio di balena era il combustibile privilegiato per le lampade).
È l’approccio della Zero Emissions Research Iniziative, un network di scienziati dedito allo sviluppo di modelli di produzione e consumo che imitano la natura, nella quale le scorie di un processo diventano la risorsa di quello successivo: sistema applicato con successo in molto progetti, dalla “birra che panifica”, agli scarti del caffè usati per coltivare funghi, nutrire bestiame e produrre energia. E’ la “prossima rivoluzione industriale”. Un nuovo modello industriale che contabilizza i servizi forniti dagli ecosistemi e punta all’efficienza delle risorse per produrre di più con meno.
Terra incognita
Ci stiamo avviando verso una sorta di Terra incognita. Mai prima d’ora il pianeta aveva sperimentato un simile insieme di cambiamenti contemporanei: è una Terra che a volte non riconosciamo, e sulla quale dovremo vivere scoprendo passo passo le mutazioni. Siamo entrati nell’Antropocene, l’èra glaciale nella quale gli esseri umani rappresentano una forza significativa tra quelle che sovrintendono alla dinamiche planetarie.
Abbiamo preso il comando delle operazioni sul pianeta con fantasia ed ingegno. È il momento di mostrarci all’altezza del compito.
Fonte: http://www.scicom.altervista.org/scientifica.html
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Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto
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Mekong, Cambogia: «Nel 2003 sulle sponde del fiume regnava lo sgomento. Le piene erano state le più misere della storia». Il motivo? Da mezzo secolo la grande arteria del Sud-Est asiatico è nel mirino degli esperti di energia idroelettrica, e otto nuove dighe verranno costruite lungo il suo ramo principale.
Tutto il microclima della zona è cambiato: estati più torride, inverni più freddi, tempeste di sabbia, diminuzione delle piogge. Il processo di irrigazione inoltre porta il sale in superficie; il sale mette a rischio la fertilità dei terreni, crea povertà e provoca anemia. Intendiamoci, dice Pearce, le grandi dighe non sono opere sataniche. Finanziate dalla Banca mondiale, sono servite per dare avvio alla rivoluzione verde, che ha riempito i granai del mondo e sottratto alla fame milioni di persone.
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Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto
La terra ha la febbre
- Dal 1860_Crescita delle temperature
- 1991 eruzione del Pinatubo delle Filippine che da origine ad un’interruzione provvisoria alla crescita delle temperature, poiché il fumo emesso dal vulcano arriva nella stratosfera ed una cintura di polveri circonda la terra filtrando la luce del sole. Ma nel 94 l’effetto pinatubo scompare.
- Le glaciazioni caratterizzano la storia + recente del clima terrestre. Le più importanti glaciazioni sono quella di Gunz, Mindel, Riss e Wurm. Quest’ultima si esaurisce circa 20 mila anni fa. Il clima infatti si fa + caldo e umido e i ghiaggi iniziano a ritirarsi.
- 12700 anni fa la terra torna a scaldarsi con la fase interglaciale detta OPTIMUM post-glaciale caratterizzata da flussi di aria tropicale con una vasta quantità di precipitazioni dando così vita ad un aumento della superficie marittima e vegetale.
- Intorno all’anno 1000 si ha il culmine del periodo detto OPTIMUM medievale caratterizzato da un periodo caldo che va dal 750 al 1200. è in questo arco di tempo ke una popolazione di vichinghi ad esempio si stanzia in Groenlandia nonostante sia ricoperta di ghiacci.
- Nel 1400 invece le temperature volgono al freddo e si ha il periodo denominato La Piccola età glaciale con episodi estremi anche di cannibalismo. Si tratta infatti del periodo + freddo degli ultimi 10000 anni, ad esempio in Inghilterra nevica per 40 giorni di seguito e i Vichinghi abbandonano la Groenlandia. Nell’inverno del 1708, il più freddo in assoluto, in Scozia la neve cade da gennaio a giugno e il 1816 è denominato “l’anno senza estate”.
- Il Novecento è caratterizzato da un aumento della temperatura notevole. Mentre nel primo decennio si hanno temperature in calo, i 30 anni successivi registrano un forte aumento del caldo Ma dagli anni 40 le temperature tornano a raffreddarsi con frequenti oscillazioni fino agli anni 70.
- È negli anni 80 che il pianeta torna a scaldarsi con l’annata del 1988, la + calda. È l’anno della siccità e caratterizzato da innumerevoli episodi di incendi come ad esempio in Africa.
- Hansen fu il primo ad affermare infatti che si stava giungendo ad un riscaldamento globale. E fu proprio grazie a lui che L’Onu decide di instituire IPCC, un comitato incaricato di servire come consulente scientifico per i cambiamenti climatici. Nel 1990 L’ipcc presenta il suo primo rapporto dove afferma che la concentrazione di gas serra è in aumento e che le temperature sono in netto aumento.
- Un episodio facente parte di questi anni è il NINO il quale è un fenomeno dovuto al riscaldamento dell’acqua che la portano ad evaporare e quindi ad alterare l’umidità circolante nell’atmosfera. La costa californiana subisce tempeste fortissime mentre in brasile, al nord, si hanno precipitazioni che favoriscono il raccolto.
- È a fine maggio del ’98 che il Nino viene soppiantato da un altro fenomeno,opposto ad esso: la nina. Lì dove c’era siccità si avranno quindi piogge torrenziali.
- Nel 2001 L’ipcc riafferma che il mondo sta diventando + caldo.
- Gli scienziati si danno alla Paleoclimatologia, una scienza che studia il clima del periodo che precede l’introduzione degli strumenti moderni, e rilevano che lo scorso secolo e il + caldo in assoluto.
- Aumentando il caldo provoca il ritiro dei ghiacci, infatti i satelliti indicano una diminuzione del 10 % della superficie terrestre ricoperta di neve. In groenlandia le porzioni della parte interna stanno aumentando di massa mentre quelle esterne si assottigliano. Nelle Alpi la fusione dei ghiacciai ha accellerato a partire dal 1980 mentre le nevi del Kilimanjaro hanno perso l’80 per cento della loro area.
- La fusione dei ghiacci da vita quindi ad un aumento della quantità dell’acqua e delle precipitazioni che però ai tropici sono diminuite.
Abc di Climatologia
- La differenza tra Clima e Meteo è ke il Clima è una descrizione statistica del tempo su un periodo di tempo lungo mentre il meteo ci mette a conoscenza del luogo dove splenderà il sole o meno su un arco di tempo ridotto.
- Il clima è dato da diversi componenti i quali interagiscono tra loro favoriti da alcuni cicli naturali, dei quali i più importanti sono quelli del carboni o e dell’acqua. Alla base c’è la radiazione solare che colpisce la terra ed è in base all’angolo di incidenza delle radiazioni solari che la distribuzione di calore cambia di zona in zona. La quantità di energia che raggiunge il suole terrestre viene poi modificata da altre variabili come le nubi o le diverse tipologie di suolo.
- I Venti sono dovuti alla diversa ripartizione dell’energia sul pianeta e senza di essi la differenza di temperatura tra regioni calde e regioni fredde sarebbe molto + evidente. Analogamente agiscono le correnti marine date dalle differenze di temperatura e densità delle acque.
- Gli oceani invece con l’evaporazione partecipano alla formazione di nubi e precipitazioni. Costituiscono inoltre una vasta riserva termica trattenendo il calore molto + a lungo rispetto al terreno.
- L’atmosfera terrestre attuale è molto diversa da quella primordiale. Infatti in precedenza essa era satura di carbonio e priva di ossigeno quindi irrespirabile. L’evoluzione dell’atmosfera è dovuta allo sviluppo delle piante e dei processi di fotosintesi che hanno alzato la presenza di ossigeno.
- L’effetto serra è dovuto all’interposizione dell’atmosfera tra terra e sole. L’energia proveniente dal nostro astro viene assorbita e riemessa dalla superficie terrestre e dagli oceani sotto forma di calore. Questa radiazione dirretta verso lo spazio viene in parte trattenuta dall’atmosfera che riscaldando l’aria contribuisce all’aumento delle temperature. Questa capacità di intercettare il calore è dovuta ad alcuni gas.
- La prima descrizione dell’effetto serra la si deve al fisico e matematico Fourier che nel 1824 illustrò le proprietà dell’atmosfera di trattenere il calore. Egli si basò sugli esperimenti di uno scienziato inventore dell’eliotermometro con il quale aveva misurato gli effetti della radiazione solare.
- Fu John tyndall verso metà 800 a scoprire i Gas serra.
- Tra i componenti atmosferici che concorrono a determinare l’effetto serra ci sono l’anidride carbonica e il vapore acqueo.
- Il ciclo del carbonio è uno dei processi presenti della biosfera, la parte della terra occupata dalla vita. Il carbonio infatti è contenuto in diverse forme sia nel mondo animale che in quello vegetale. Per quanto riguarda quest’ultimo è presente nelle piante che lo assumono dall’aria (in qualità di anidride carbonica) durante la fotosintesi restituendono un po’ con la respirazione e con la decomposizione. Mentre per quanto riguarda gli animali, lo assumono mangiando le piante e lo liberano nello stesso modo. Per quanto riguarda gli oceani, hanno un ciclo differente. L’anidride carbonica si scioglie nell’acqua e una parte rimane in superficie mentre l’altra trova posto sul fondale sottoforma di calcare. Le rocce e i minerali formatesi per la solidificazione del magma vulcanico intrappolano nel loro interno un enorme quantità di carbonio. Sotto la profondità della crosta terrestre si sono create ampie riserve di carbonio sottoforma di petrolio carbone e gas naturale.
- Il ciclo dell’acqua è essenziale per l’esistenza della vita sulla terra. Grazie alla radiazione solare i mari, gli oceani evaporano e il vapore acqueo salendo in atmosfera si raffredda formando goccioline o cristalli ke danno vita alle nuvole o alla nebbia che poi ritorna al suolo per mezzo di precipitazioni. Grazie a questo ciclo vi è sempre una certa quantità di vapore ke definisce il tasso di umidità nell’aria.
- Sulle teorie delle glaciazioni nel 1837 si espresse Agassiz sostenendo che vi fu una sola importante glaciazione che ha modificato il volto del pianeta. Teoria ke ora sappiam non veritiera.
- Adhemar sosteneva che le glaciazioni sono dovute da cause astronomiche ovvero: I parametri orbitali della terra variano per effetto dell’attrazione esercitata dal sole, dalla luna e dagli altri pianeti. Come ad esempio l’ellissi o la rotazione terrestre. Queste lente variazioni dei moti terrestri incidono quindi sull’energia solare che raggiunge il pianeta tanto da alterare l’intensità delle stagioni.
- Le attività vulcaniche con le loro esplosioni di gas e polvere generano senza ombra di dubbio anch’esse perturbazioni climatiche. Come ad esempio alcune eruzioni avvenute in età storica: 1816, l’anno senza estate, esplose il Tambora. Nel 1981 il pinatubo, nel 1883 il Krakatoa e fu nel 535 d.C. che un vulcano nello stretto della sonda (il Proto-Krakatoa) provocò un’alterazione climatica globale.
- Nel 1895 Arrhenius affermò che era la diminuzione dell’anidride carbonica a provocare l’estensione dei ghiacci, tesi ke poi verrà rifiutata nei primi decenni del novecento.
- Le mare, alimentate dai moti di sole e luna, influenzano il clima grazie alla loro capacità di mescolare gli strati verticali degli oceani. Le maree forti trasportano in superficie acque + fredde abbassando così le temperature. Mentre le maree deboli fanno il contrario.
- Chamberlain tra 800 e 900 descrive il clima come un fatto dinamico. Il sole, le orbite, l’atmosfera ecc permettono che il clima si formi e si trasformi.
Cosa accadrà nel XXI secolo?
Insomma, cronache di ordinario disordine climatico. Ordinario perché per quanto le anomalie siano una componente essenziale del clima (è la media quella che poi conta...), le osservazioni da un lato e gli studi più approfonditi dall'altro indicano che il sistema climatico si sta modificando. E lo sta facendo sotto la spinta delle attività umane, che inviano in atmosfera una serie di gas che alterano l'effetto serra naturale (quel fenomeno al quale si deve se la Terra ha maturato condizioni favorevoli alla vita). Il riscaldamento globale è in corso dalla metà dell'Ottocento, ma negli ultimi decenni del secolo scorso ha accelerato il ritmo. Le temperature dell'estate del 2003 sono state le più alte registrate in Europa a partire dal Settecento, superiori anche a quelle dei secoli precedenti. Più alte perfino rispetto al 1998, che resta a livello globale l'anno più caldo dell'era cristiana, seguito da 2003 e 2002 a pari merito. E, quel che è peggio, gli scienziati spiegano che questa tendenza continuerà durante il XXI secolo. Quali saranno gli effetti sul sistema climatico? In che misura verrà colpito il pianeta? Quale sarà l'impatto su rese agricole, salute umana, riserve ittiche, consumi di energia, insediamenti urbani?
Nel Pacifico, la crescita del livello delle acque minaccia molti degli stati-isola (il cui territorio si “eleva” di pochi metri sopra il livello dell'oceano), tanto che gli abitanti delle Tuvalu hanno chiesto ad Australia e Nuova Zelanda di accoglierli nel caso dovessero abbandonare l'arcipelago. Gli Inuit, quelli che chiamiamo Eschimesi, stanno invece pensando di ricorrere alle vie legali per costringere le nazioni del mondo ad agire contro il riscaldamento che mette a rischio l'ecosistema artico e la loro vita. Sono due piccole storie rispetto alla vastità del pianeta e dei suoi abitanti. Ma se si verificherà anche una piccola parte degli scenari descritti dal rapporto del Pentagono, allora gli effetti del clima che cambia colpiranno tutti. E nessuno potrà dire di non essere stato avvisato.
Il protocollo di Kyoto
Un primo tentativo di limitare l'alterazione climatica indotta dall'uomo è il Protocollo di Kyoto al quale alcuni paesi come gli Stati Uniti hanno deciso di non aderire, inizialmente citando studi in cui si metteva in dubbio la responsabilità delle attività antropiche, poi, nel 2005, sostenendo che l'economia americana non sarebbe pronta ad effettuare la transizione verso un minore impatto ambientale. Altri paesi non aderenti sostengono che il Trattato di Kyoto sia di fatto inutile. L'obiettivo della diminuzione del 6% di anidride carbonica in atmosfera viene giudicato troppo poco ambizioso, dato che per annullare l'effetto delle emissoni umane bisognerebbe ridurre la quantità di CO2 del 60%.
Il trattato prevede l'obbligo in capo ai paesi industrializzati di operare una drastica riduzione delle emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio e altri cinque gas serra, precisamente metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoro di zolfo) in una misura non inferiore al 5,2% rispetto alle emissioni rispettivamente registrate nel 1990 (considerato come anno base), nel periodo 2008-2012.
È anche previsto lo scambio (acquisto e vendita) di quote di emissione di questi gas.
Perché il trattato potesse entrare nella pienezza di vigore si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55 nazioni firmatarie, e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti; quest'ultima condizione è stata raggiunta solo nel novembre del 2004, quando anche la Russia ha perfezionato la sua adesione.
Nel novembre 2001 si tenne la Conferenza di Marrakech, settima sessione della Conferenza delle Parti. In questa sede 40 Paesi sottoscrissero il trattato. Due anni dopo più di 120 paesi avevano aderito, sino appunto alla detta adesione e ratifica della Russia, considerata importante poiché questo paese produce da solo il 17,6% delle emissioni.
I paesi in via di sviluppo, al fine di non ostacolare la loro crescita economica frapponendovi oneri per essi particolarmente gravosi, non sono stati invitati a ridurre le loro emissioni.
Tra i paesi non aderenti figurano gli Stati Uniti, responsabili del 36,1% del totale delle emissioni (annuncio fatto nel marzo 2001).
In principio, il presidente Clinton aveva firmato il Protocollo durante gli ultimi mesi del suo mandato, ma George W. Bush, poco tempo dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ritirò l'adesione inizialmente sottoscritta dagli USA.
Alcuni stati e grandi municipalità americane, come Chicago e Los Angeles, stanno studiando la possibilità di emettere provvedimenti che permettano a livello locale di applicare il trattato, il che comunque non sarebbe un successo indifferente: basti pensare che gli stati del New England, da soli, producono tanto biossido di carbonio quanto un grande paese industrializzato europeo come la Germania.
Anche l'Australia ha annunciato che non intende aderire all'accordo, per non danneggiare il proprio sistema industriale.
Non hanno aderito neanche Croazia, Kazakistan e Monaco.
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Le ondate di calore diventeranno più frequenti su tutte le terre emerse; le conseguenze saranno notti sempre più calde e un aumento dei decessi soprattutto fra gli anziani. Gli edifici senza aria condizionata infatti non riusciranno a raffreddarsi durante la notte e giorno dopo giorno la temperatura salirà fino a valori insopportabili.
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COMUNICAZIONE SCIENTIFICA – Modulo A
INTRODUZIONE STORICA ALLA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA
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- Che cosè la comunicazione scientifica ? Aspetti generali.
- Come si diffondono le conoscenze scientifiche
- Livelli di credibilità / autorevolezza della comunicazione
- Divulgazione e spettacolarizzazione della scienza
- Mediazione tra la fonte e il destinatario
- Strumenti e mezzi della comunicazione scientifica
- Valutazione delle diverse immagini della scienza
- Spiegazione dei metodi / procedure della conoscenza
Comunicazione scientifica e territorio
- ruolo degli 'operatori turistico-scientifici'
- rapporti con musei e parchi naturali
- allestimento di percorsi naturalistici
- comunicazione e catastrofi naturali
Sviluppo storico della comunicazione scientifica
- comunicazione orale:
- apprendistato tecnico
- scienze occulte
- comunicazione manoscritta:
- circolazione selezionata o clandestina
- controllo dei destinatari
- stampa a caratteri mobili:
- mercato librario e sviluppo della scienza del Rinascimento
- il tipografo come comunicatore
- resistenza all'uso della stampa (perdita del privilegio esclusivo sulla scoperta e sulle sue applicazioni pratiche)
- libri:
- diverso uso della stampa da parte degli scienziati (Galileo, Newton)
- problema dello stile e dei modelli narrativi
- costi delle illustrazioni
- eccessiva lunghezza dei tempi di pubblicazione
- comunicazione epistolare:
- rapidità della comunicazione
- possibilità di ampia diffusione in ambiti scientifici ben definiti
- stimolo per nuove ricerche e discussioni
- stampa periodica:
- giornali eruditi e atti di accademie scientifiche
- importanza crescente dell'articolo scientifico rispetto alla monografia
- nascita dei giornali scientifici specialistici
- riviste di divulgazione scientifica
- letture accademiche:
- ruolo divulgativo oltre la lezione universitaria
- successiva pubblicazione negli atti delle accademie
- questione del linguaggio e dei lessici specializzati:
- ruolo del linguaggio matematico
- emancipazione dal linguaggio letterario
- acquisizione di termini tecnici
- primi dizionari scientifici e tecnici
- ruolo dell'immagine / iconografia:
- sviluppo dell'illustrazione scientifica
- collaborazione scienziati / artisti o illustratori
- disegno tecnico
- fotografia
- dimostrazioni pubbliche:
- esperimenti scientifici nelle accademie
- esibizioni pubbliche di nuove invenzioni
- ruolo del viaggio scientifico:
parte del Grand Tour
viaggio di istruzione
- viaggio di ricerca
- viaggio di esplorazione
- viaggio tecnico
- congressi e grandi esposizioni internazionali
- sviluppo dei musei scientifici :
- grandi musei nazionali
- musei di discipline specialistiche
- giornalismo scientifico e divulgazione nel secondo Ottocento (Francia e Inghilterra)
- prime figure di divulgatori scientifici (Camille Flammarion, Louis Figuier)
- riviste e annuari di divulgazione scientifica, tecnica e industriale
Il dibattito ottocentesco sul tono e sui modi della divulgazione scientifica:
- divulgazione per aneddoti à "curiosities of science"
intende spiegare argomenti scientifici scarsamente percepiti dal pubblico con l'uso di luoghi comuni e riferimenti alla vita quotidiana
- risponde all'interesse pubblico per le 'meraviglie della scienza'
- utilizza forme narrative aneddotiche basate su fatti storici
- risponde ai 'perché' legati ai fenomeni naturali
- propone la ripetizione di semplici esperimenti e l'uso di strumenti scientifici 'domestici'
Produce molti volumi popolari e di buon successo editoriale, ma spesso criticati dagli ambienti scientifici tradizionali
- divulgazione per i giovani à "fairy tales of science"
- i principali settori della scienza sono resi gradevoli dalla forma di racconto / fiaba (consapevolezza delle difficoltà di questa operazione)
- l'autore fa riferimento a numerosi specialisti dei diversi settori
- la parte iconografica viene curata da un apposito illustratore
- le edizioni successive vengono continuamente aggiornate in base ai 'progressi della scienza'
- divulgazione 'seria' priva di artifici stilistici e narrativi (L. Figuier)
"la finzione che consiste nel mettere in scena diversi personaggi facendoli discutere di fenomeni scientifici mi è sempre apparsa falsa, puerile e contraria al nostro scopo. Mai, secondo noi, si deve sviare l'attenzione del lettore alla dimostrazione o allo sviluppo di un fatto naturale […] E' dunque necessario complicare la difficoltà della scienza con una finzione gratuita che affatica il lettore e non semplifica i problemi ?
E' invece lo stile grave e preciso del professore nei suoi corsi, […] ciò che meglio conviene alle opere destinate a divulgare la scienza. E' necessario cercare sempre la chiarezza espositiva, la giustezza dell'espressione, il concatenamento logico, la successione graduale e ben calcolata delle nozioni e del pensiero: questa è la poetica da seguire nell'esposizione familiare dei fatti scientifici." (1865)
Grande successo editoriale in Francia delle opere di Figuier.
- divulgazione 'mediata' tra artifici narrativi e contenuti scientifici
- dialogo alternato all'esposizione tradizionale (Paolo Lioy, Escursione sotterra, 1873)
- narrazione enfatica / ricostruzione del passato con l'aiuto dell'immaginazione à ruolo fondamentale dell'illustrazione (C. Flammarion, Il mondo prima della creazione dell'uomo, ediz. italiana 1911)
- attenzione per la preparazione del 'divulgatore' scientifico
"… quando la produzione di libri che si vantano di rendere popolare la scienza […] è palesemente un mercato di avidi speculatori che mettono a profitto le idee dominanti […] nulla certamente più vantaggioso delle riviste ponderate e mature, degli annuari diligentemente e sapientemente compilati perché non può ormai un uomo solo seguire tutto lo sconfinato campo di attività della scienza moderna: ma la così detta scienza per tutti quando non venga ammanita da valentuomini diventa una melensaggine, un vaniloquio, una parodia … (P. Lioy, 1873)
- religione e scienza: le 'meraviglie' del Creato nella letteratura scientifica popolare
- critiche per la mancanza di approfondimento
Nel corso del Novecento, oltre all'aumento delle monografie e delle riviste di divulgazione scientifica, contribuiscono alla comunicazione scientifica:
- le prime enciclopedie e collane di volumi di 'popular science'
- titoli accattivanti e legati alla quotidianità (ma contenuti non banalizzati)
- contributi di diversi autori / specialisti di settore
- illustrazioni semplici (disegni e fotografie)
- applicazioni domestiche dei risultati della ricerca
- ruolo rassicurante della scienza (nel periodo post-bellico)
- Premi e riconoscimenti internazionali diventano mezzi di comunicazione scientifica. I premi Nobel come autori di scienza anche per il pubblico non specialista.
Comunicazione pubblica della scienza
Specializzazione della scienza à necessità della divulgazione
Abbiamo visto, nella seconda metà dell'Ottocento, tre tipologie del rapporto tra scienziati e pubblico:
- volumi e riviste di divulgazione scientifica a diversi livelli
- esposizioni e musei
- esperimenti pubblici
Nel contempo gli scienziati comunicano fra loro attraverso:
- pubblicazioni e riviste specialistiche
- congressi e riunioni di società scientifiche
- attività di università e istituti di ricerca
Il rapporto con il pubblico è visto con difficoltà dagli scienziati ?
"Al mondo non più di una dozzina di persone è in grado di capire la mia teoria" (A. Einstein, 1919)
Nel corso del Novecento:
Da parte degli scienziati:
- comunicazione pubblica della scienza come benevola 'elemosina' di conoscenze a un pubblico vasto e scientificamente analfabeta.
Da parte delle istituzioni:
- con l'incremento dei mezzi di comunicazione di massa à maggiore attenzione per l'opinione pubblica = maggiore attenzione anche per le reazioni del pubblico alla scienza.
Nuova figura di mediazione tra scienziati e pubblico = giornalista scientifico
Gli studi, in prevalenza sociologici, sulla comunicazione scientifica si sono prevalentemente concentrati sul ruolo dei giornalisti / mediatori e del pubblico, meno sugli scienziati.
Lo scienziato / ricercatore delega la comunicazione al giornalista scientifico, ma ne critica la "distorsione", il "travisamento" e la "sensazionalizzazione" in quanto vorrebbe solo una traduzione in parole molto semplici di una scienza considerata comunque troppo difficile per un pubblico profano.
Si verifica quindi spesso il processo di blame the messenger (accusa del messaggero):
- la comunità scientifica giudica, quasi sempre negativamente, l'accuratezza della comunicazione mediata dai giornalisti scientifici
- in tale contesto il ruolo del pubblico è quello di assorbire passivamente la comunicazione mediata della scienza
Ma in realtà il pubblico reagisce ed elabora immagini di fronte alla comunicazione scientifica (public understanding of science):
- la reazione di preoccupazione o timore di fronte a situazioni di rischio viene quasi sempre considerata dagli esperti come 'emotiva e irrazionale' anche se i pareri scientifici sono discordi, talvolta in modo oggettivamente preoccupante (casistica recente)
- l'elaborazione di immagini della scienza determina selezione di elementi e processi di semplificazione (es. personificazione di teorie; immagine della psicoanalisi = dualismo conscio / inconscio)
Da parte sua lo scienziato non sempre delega al giornalista / mediatore: il problema quindi è capire "come gli scienziati, dopo aver elaborato le teorie o semplicemente i concetti caratteristici delle loro discipline, le trasformano per renderle adeguate alla propagazione verso un pubblico differenziato" (Jacobi, 1987)
Una definizione più completa e articolata che esamina anche il ruolo degli scienziati, senza distinguere rigidamente scienza e divulgazione, si trova nel
Modello di continuità della scienza volta alla comunicazione
(Michel Cloître & Terry Shinn, 1985)
che identifica quattro livelli principali di comunicazione scientifica:
- Livello intraspecialistico (comunicazione tra specialisti)
- Livello interspecialistico (comunicazione tra scienziati diversi)
- Livello pedagogico ("scienza dei manuali"; scienza cumulativa)
- Livello popolare (stampa; giornalismo scientifico; documentari)
Questo modello non è necessariamente sequenziale:
- gli scienziati possono comunicare contemporaneamente a più livelli
- si possono verificare episodi di 'cristallizzazione' (non solo dovuti allle effettive barriere di complessità di alcune teorie)
- si possono verificare casi di 'deviazione' che vanno da un genere espositivo ad un altro, saltandone gli intermedi.
In quest'ultimo caso la conoscenza viene di solito intenzionalmente spostata al livello popolare, ritenuto più adatto all'appropriazione ed alla diffusione dell'oggetto di comunicazione scientifica (ad esempio nel caso di una scoperta: fusione fredda; estinzione dei dinosauri)
Se tuttavia una comunicazione scientifica segue gradualmente i quattro livelli del modello, essa assume una maggiore solidità e credibilità anche al pubblico.
Se invece subisce una 'deviazione' potrà avere effetti più instabili
Inoltre vanno considerati i modi di 'orientamento' della comunicazione scientifica (consenso / conflitto)
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Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto
Prof. Silvia Meltzeltin 1° lezione
Comunicazione Scientifica
Lun. 4 novembre INTRODUZIONE
SCIENZA E TECNOLOGIA
CONCETTI E DEFINIZIONI
METODI E MODELLI
Giov. 7 novembre MODALITÀ DI COMUNICAZIONE
REQUISITI E DIFFICOLTÀ
Lun. 11 novembre PRATICA DELLA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA
MEDIA ELETTRONICI
RAPPORTI TRA MEZZO TECNICO E LINGUAGGIO
Giov. 14 novembre
GESTIRE UNA TRASMISSIONE RADIO
IMPOSTARE UN SERVIZIO
RICERCA ED USO DELLE FONTI DI INFORMAZIONE
Non possiamo essere specialisti in tutto
Non dobbiamo risolvere equazioni o creare simulazioni al computer
MA: dobbiamo avere un bagaglio culturale ampio
Contesto storico dello sviluppo delle Scienze per inquadrare i concetti
Sapere come lavorano i ricercatori, per usare e vagliare i risultati
(conoscere metodi e modelli, pregi e limiti)
saper distinguere tra usi abusivi e intelligenti dei formalismi
RUOLO ATTUALE DELLA DIVULGAZIONE SCIENTIFICA )Þ INFORMAZIONE
La scienza è cultura
Divulgazione non più solo semplificazione generica
Per il “volgo” = strato culturalmente e socialmente inferiore (“ignorante”)
Senza connotazione negative: ignorante = che non sa
Per i ricercatori di altre discipline, di altri rami di una disciplina stessa
LA SCIENZA È CULTURA
CHE DIPENDE DALLA DIVULGAZIONE
Ne deriva una grande RESPONSABILITÀ per chi si occupa di comunicazione scientifica
CONCETTI E DEFINIZIONI
GRECI: - logia = discorso
= studio scientifico
ROMANI: 7 “artes”
MEDIO EVO: “artes docentes” / “scientiae intellectivae”
RINASCIMENTO: stampa – rete epistolare – inizio sperimentazione
XVII 1632 Galileo “dialogo dei massimi sistemi2
1637 Cartesio “Discorso sul metodo”
1687 Newton “Principia” (+ calcolo infinitesimale)
XVIII “scienza” = laboratorio, sperimentazione
Alchimia diventa Chimica
Scienze esatte adottano il linguaggio matematico
Scienze Naturali restano discorsive
XIX Concezione deterministica e ottimistica
Applicazioni tecnologiche della Fisica (elettromagnetismo)
Evoluzione: 1859 Darwin “Origine della specie”
Nuove Geometrie
XX Sviluppi sfasati delle varie Scienze + specializzazioni
Matematica e nuove Geometrie
Fisica: Relatività e Meccanica Quantistica (nucleare)
Chimica: materie sintetiche
Biologia: recupera ritardo
XXI Interdisciplinarità
Integrazione e convergenza tra le “due culture”
METODO SCIENTIFICO
ISPIRAZIONE
IPOTESI, CONGETTURA = MODELLO mentale
RACCOLTA DATI
ELABORAZIONE TEORIA = spiegazione tramite MODELLO SCIENTIFICO
INTERPRETAZIONE
VERIFICA = attendibilità della teoria
LEGGE = generalizzazione
MODELLI SCIENTIFICI
Servono a: capire fenomeni e processi
Fare previsioni (anche se non sono predittivi di per se)
Prendere decisioni
MODELLI CLASSICI:
MENTALI: ipotesi, congetture con qualche dato
MATEMATICI: con linguaggio e simbologia propria / astratti
FISICI: con linguaggio matematico / gen. Analogici
CHIMICI: con simbologia e geometria propria
Limiti: infinito (normalizzazione) / potenze di 10 (max 40)
NATURALISTICI: descrittivi 7 formule empiriche
Limiti: sistemi complessi con tanti parametri
MODELLI VIRTUALI:
SIMULAZIONI AL COMPUTER
Ricerca sperimentale di schemi e regolarità
Variazione veloce dei parametri
SCHEMA DI MODELLO MATEMATICO
COSTRUZIONE CONCETTUALE
(gen. Funzione da minimizzare o massimizzare)
¯
EQUAZIONE MATEMATICA
Che si ritiene descriva la realtà (gen. eq. differenziale)
¯
deterministica: non ricorre al calcolo delle probabilità
stocastica
¯
SCELTA DEI PARAMETRI (dati)
¯
RISOLUZIONE (gen. tramite computer)
¯
RISULTATO (numeri, da cui grafici)
PROBLEMATICHE GENERALI
È sempre difficile capire un sistema nel suo insieme:
Il MODELLO è sempre una SEMPLIFICAZIONE.
RIDUZIONISMO CLASSICO: ancora secondo CARTESIO i processi da studiare venivano scorporati anche quando i parametri interagivano, oppure venivano assunti come costanti. Poi si studiava solo influenza di un parametro per volta sulla reazione.
Così non si poteva capire il sistema nel suo insieme.
Ricomponendo i settori scorporati il sistema si comportava in modo imprevisto (tipico dei sistemi biologici).
Certi sistemi sono DETERMINISTICI in senso stretto. A una causa corrisponde un effetto e il processo si può descrivere con una equazione lineare. C’è una proporzionalità diretta e la rappresentazione grafica della dipendenza y = f(x) è una retta y = kx.
Ma di solito nei sistemi reali ci sono INTERAZIONI tra i parametri.
A una causa NON corrisponde un effetto preciso: il sistema non è lineare, bensì COMPLESSO. ANCHE CONOSCENDO LA LEGGE, basta una variazione piccolissima nelle condizioni di partenza per dare risultati imprevisti: CAOS DETERMINISTICO. Sistemi apparentemente semplici possono avere soluzioni così complesse da apparire casuali (piccole variazioni nei parametri possono portare a risultati molto diversi; errori iniziali si amplificano nel tempo).
Molti sistemi sono DINAMICI: alcune loro grandezze variano nel tempo secondo leggi espresse di solito da equazioni differenziali: meteo (turbolenze), medicina, finanza, biologia.
Le equazioni non lineari di solito non si possono risolvere per via analitica. Si cerca una APPROSSIMAZIONE per via numerica, utilizzando i modelli di simulazione al computer, variando i parametri e modellizzando i risultati. Però anche il computer incontra irrazionali (p greco, radice di 2, …) che richiedono ulteriori approssimazioni. Inoltre ha un limite nel suo stesso sistema logico, perché non può gestire tutta la gamma delle informazioni.
Non tutte le operazioni matematiche sono calcolabili. Ci sono inoltre processi caotici che non sono riducibili ad algoritmi.
METODO DI STUDIO
FISSARE CONCETTI E RIFERIMENTI IMPORTANTI
Date, avvenimenti, persone
ENUCLEARE L’ESSENZIALE
Riassumere, elaborare “bigino”
VISIONE CRITICA
Sarà vero? Vale sempre?
CAPTARE STIMOLI
Approfondimenti, curiosità, diversificare approcci
MEMORIZZARE
Associazioni (fatti, persone, avvenimenti, luoghi, letture, ecc.)
LEGGERE
Anche Biografie
N.B.: LIVELLI DI COMPRENSIONE SONO DIVERSI
0 = intuizione
1 = ripetere
2 = vagliare
3 = integrare (creativo)
BIBLIOGRAFIA
Radicati di Brozolo L. (1999) – Pensare la Natura – Ed. Laterza, Roma. E 7.75
Greco P. (2002) – Einstein e il ciabattino. Dizionario asimmetrico dei concetti scientifici di interesse filosofico. Editori Riuniti, Roma E 29
Fochi G. (1999) – Il segreto della chimica – Longanesi & C., Milano. Lit. 30.000
Fortey R. (19999 – Età: quattro miliardi di anni – Longanesi & C., Milano. Lit. 36.000
MODALITÀ DI COMUNICAZIONE
Come elaborare e trasmettere informazione scientifica
RICEVERE ) TRASMETTERE
RICEVERE = “cosa pensa l’esperto” (v. RICERCA E USO FONTI )
- chi è?
- da dove viene la notizia?
- sarà attendibile?
“cosa pensa la gente”
(opinione pubblica)
- indagine statistica = cosa si ricorda che si fa
- sondaggio di opinione = cosa si crede di pensare
TRASMETTERE = “cosa penso io” e “come lo dico” (per essere capito)
“COSA PENSO IO”: cosa ho capito?
ho capito se non riesco a esprimerlo?
cosa posso/devo dire?
cosa devo ammettere di tralasciare?
quali dubbi e difetti esplicitare?
“COME LO DICO” per essere capito e non frainteso
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RICERCA DEL LINGUAGGIO SCIENTIFICO ADATTO
- al destinatario
al mezzo tecnico (v. RAPPORTI TRA MEZZO TECNICO E LINGUAGGIO )
CARATTERISTICHE DEL LINGUAGGIO SCIENTIFICO E TECNICO
MATEMATICA – FISICA – CHIMICA: linguaggio astratto proprio
SCIENZE NATURALI: linguaggio base discorsivo
COMUNICARE = TRADURRE IN LINGUAGGIO DISCORSIVO COMUNE
- non è sempre possibile per le Scienze Esatte
- richiede adattamenti per le Scienze Naturali
REQUISITI DEL LINGUAGGIO SCIENTIFICO E TECNICO
- USO APPROPRIATO DEL LESSICO SCIENTIFICO E TECNICO
- ESAME SINONIMIE APPARENTI E SIGNIFICATI VARIABILI
- USO CALIBRATO DI SINONIMIE E METAFORE
- CONTROLLO NEOLOGISMI E TRADUZIONI
RISCHI
Comunicazione banalizzata, falsa, imprecisa, incoerente, ambivalente, priva di significato
IMPORTANZA DI UNA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA CORRETTA
- Culturale (Scienza = Cultura)
- Il cittadino finanzia la ricerca e ne porta le conseguenze (se non capisce, non dispone di base decisionale etica e operativa)
1. USO APPRORPIATO DEL LESSICO SCIENTIFICO E TECNICO
- padronanza preliminare lingua corrente
- precisione, rigore, concisione
St.-Ex.: testo è perfetto quando non c’è più nulla da togliere
- semplificare il lessico specialistico a seconda del destinatario
(perifrasi, note a piè di pagina)
- unità di misura
dimensioni
ordini di grandezza
- convenzioni: Genere e specie
- neologismi elettronici e informatici
- simbologie, sigle, abbreviazioni
- SINONIMIE APPARENTI E SIGNIFICATI VARIABILI
Linguaggio corrente : sfumature
Linguaggio scientifico: concetti ¹
area ¹ superficie
Secondo le discipline:
kilo-
mega-
giga-
caos
3. ANALOGIE E METAFORE
Analogia = somiglianza, “come se…”
Metafora: = senso figurato (leone: re del deserto)
(possono essere utili, corrette/scorrette, controproducenti)
- TRADUZIONI LINGUE STRANIERE E NEOLOGISMI
- Lingua propria: gerghi, dialetti, regionalismi
- Linguaggio misto: lingue correnti ¹ (EU)
lingue morte
lingue “esotiche”
(inserti non tradotti / piè di pagina)
- Capire il significato (vocabolari, dizionari) verifica logica
- Termini intraducibili:
brutta fedele meglio di bella infedele
lasciare originale in corsivo e spiegare con approssimazione
- attenzione ai “falsi amici” (dizionari)
- ogni traduzione è una trasformazione
Ci sono diversi GENERI e diversi MEZZI di Comunicazione scientifica e tecnica
Il LINGUAGGIO va adattato: ai destinatari (noti, mirati, casuali) v. 7.11.02
ai GENERI
ai MEZZI
GENERI PIÙ DIFFUSI DI COMUNICAZIONE SCIENTIFICA E TECNICA
NOTIZIA
SPIEGAZIONE
APPROFONDIMENTO (Servizio, Trasmissione)
RELAZIONE (gen. Scritta)
PUBBLICITÀ
Vincoli pratici: tempo, spazio, finanziamenti
L
MEZZI CLASSICI: VERBALI – VISIVI – (VERBALI + VISIVI) a senso unico
MEZZI MODERNI: RETI interattive
VERBALI: VOCE
VOCE sola a fronte pubblico
Voce + TELEFONO: interattivo, tempo reale
Voce + RADIO: (v. 14.11.02)
Generalità: Fisica della voce e dell’ascolto
Ruolo dell’ascolto nell’apprendimento
Modalità espressive
VISIVA: SIMBOLI e IMMAGINI
SCRITTURA (a mano, a macchina, al computer):
Lettere, telegrammi, fax,e-mail
Giornali, riviste, libri
Pagine Web
ILLUSTRAZIONI, GRAFICA (a mano, al computer)
VISIVA + VERBALE
CINEMA E VIDEO
TV
Trasformano la Comunicazione in Spettacolo
Opportunità e rischi per la Comunicazione Scientifica e Tecnica
(potenzialità e difetti)
***************************
MASS MEDIA = mezzo di comunicazione di massa
(mass: inglese = massa) – (media: latino, plur. di medium = mezzo)
“di massa” perché lo stesso messaggio giunge contemporaneamente a più persone in luoghi diversi. “Villaggio globale” (mac Luhan, 1968, “il medium è il messaggio”)
perché questi mezzi cambiano i concetti di spazio e di tempo nella comunicazione
Per capire la storia dei cambiamenti culturali e sociali bisogna conoscere il ruolo avuto dai media. La possibilità offerta dai media elettronici di immagazzinare/elaborare/trasmettere informazioni ha creato il mondo della comunicazione (forma di industria)
La stampa cede il monopolio dell’informazione, che passa a Radio, TV e poi Internet.
Parola scritta: bisogna saper leggere – si può rileggere e controllare – gen. Da soli
TV: non richiede istruzione – si guarda in gruppo
Sviluppo esplosivo Radio: Anni Trenta / Sviluppo esplosivo TV: Anni Sessanta (XX)
MASS MEDIA ELETTRONICI (Radio, TV, Computer in Rete)
- A parità di contenuto teorico, il messaggio passa a seconda del tipo di mass media
- Informazione scientifica e tecnica non deve equivalere a persuasione di massa
- Gestire la valanga di informazioni: siamo sommersi da una quantità di informazioni che non riusciamo a elaborare. Riceviamo risposte a domande che NON si siamo posti, in genere senza diritto di replica. Riceviamo molto falso e distorto (sia fatti, sia valori)
Per cogliere le opportunità dei nuovi mezzi occorre un esame critico del loro uso attuale
TV
Favorisce: fantasia, contemporaneità, risposta emotiva rapida, seduzione multisensoriale
Limita: consapevolezza, pensiero critico (passaggio rapido delle immagini non perette di decodificare il significato)
Filosofi:
Karl Popper (1902 – 1994): “TV cattiva maestra” – “TV ladra di tempo e serva infedele” – “TV bugiarda” – Libertà dipende dalla responsabilità – Popper propone “patente” per operatori TV
Hans Georg Gadamer: (+ 2002): “TV è la catena che lega l’uomo moderno dalla testa ai piedi”
Umberto Galimberti: “Il mezzo di comunicazione ci modifica, indipendentemente dall’uso che ne facciamo”
MEZZO TECNICO E LINGUAGGIO
RADIO |
TV e multimedialità |
|
|
Intrattenimento |
Spettacolo |
|
|
Verbale + sonorizzazione |
Visivo + Verbale + sonorizzazione |
|
|
Logica LINEARE |
Logica IPERTESTUALE |
|
|
Organizzazione sequenziale |
Commento a supporto |
**********************
Scheda articolo
Area tematica : Ambiente | Argomento : Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto | Indice argomenti
Fonte articolo : http://www.scicom.altervista.org/scientifica.html | Autore : se non specificato nell' articolo non era indicato nel documento di origine |
tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 18/1/11
Riscaldamento globale e ambiente tutto di tutto
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